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Biografia, lavori in corso - a breve anche il 1974 e il 1975

venerdì 18 dicembre 2020

Luca Ronconi: "Com’era brutto il cinema di Pasolini"

"ERETICO & CORSARO"
 
 
 
Ronconi: "Com’era brutto il cinema di Pasolini"
In una prefazione, il grande regista teatrale critica Decameron, Il fiore delle Mille e una notte e altri
film celebri di Pasolini
di Maurizio Porro, Corriere della Sera, maggio 2005
 
 
A trent’anni dalla morte, mentre si preparano omaggi di ogni tipo ed esce restaurato il Vangelo secondo Matteo, arriva per Ubulibri un volume per ricordare il multiforme genio di Pasolini e la sua appartenenza allo spettacolo. L’autore, lo studioso Stefano Casi, sostiene infatti in I teatri di Pasolini, che la radice ombelicale dell’opera dello scrittore è proprio il teatro: dai tempi dell’adolescenza a Casarsa, con un testo inedito, fino alla traduzione dell’Orestiade, allo scandalo annunciato di Orgia e alla produzione cabaret anni ’60 per l’amica Laura Betti. E poi le sei scabrose, disperate, biografiche e/o autobiografiche «tragedie borghesi» di cui la più famosa ed edipica, Affabulazione, ebbe un allestimento cult di Gassman sr. e jr. che scandalizzò le signore della domenica pomeriggio: ma ancora oggi sono, dopo Pirandello, i testi italiani più rappresentati nel mondo.

Si sostiene dunque la centralità ispiratrice del teatro, e per diretta conseguenza anche del cinema, terreno confinante. Pasolini fu regista innovatore per forma, contenuto e linguaggio: il mondo è quello che è (lo diceva il suo amico Moravia) e il cinema lo tramanda senza poter fingere, in un dizionario infinito di sempre nuove immagini, che superano le parole.

Per questo conflitto di interessi nel mondo dello spettacolo, il curatore della collana Franco Quadri ha chiesto una prefazione al nostro più gran regista (a sua volta innovatore di forma, contenuto e linguaggio del teatro), Luca Ronconi. Che ha allestito in passato due volte Calderón, una volta Pilade e Affabulazione, ed è la voce più autorevole, competente e anche rinnovatrice: per i cinque spettacoli alle Olimpiadi di Torino nel 2006 Ronconi userà anche il cinema con Davide Ferrario. Ronconi ragiona non solo come regista di opere di Pasolini sulla cui natura disserta col senno di poi, ma anche come fondamentale ispiratore di quel teatro-letterario che egli ha «inventato» per dare una coraggiosa valvola di sfogo alla tradizione, per trovare una comunicazione rivolta al futuro, in cui comprendere anche la scienza, legata a filo doppio alla morale (magnifico studio di Infinities, Piccolo Teatro).

Ronconi ha messo in scena, senza adattarle nel senso classico ma facendole leggere così come sono fidandosi della loro pregnanza dialettica, pagine di Gadda, di Dostoevskji e di Henry James (la piccola Masie della fantastica Melato). Ora a Roma sta per debuttare, curata da La Capria e con la Proclemer e Albertazzi che portano un magistrale valore aggiunto, il Diario privato del quasi dimenticato e introvabile in libreria, Paul Léautaud. Un parente letterario di Genet, che in questo epistolario racconta l’amore della terza età senza belletti, tutto scandalosamente vero, le cose che si dicono in privato (l’inverso del Caro bugiardo di Shaw).
 
Ronconi, nel testo pubblicato qui di seguito, fa un bilancio del suo rapporto con Pasolini e della voglia di rileggerlo; e critica non i suoi testi ma la sua estetica teatrale considerata incapace di comunicare un rapporto vero con gli attori e troppo pregiudizialmente marxiana. Ricorda le messe in scena di Pasolini regista e imparenta la sua vena, sempre aperta alla discussione su identificazione e sdoppiamento, alla tragedia greca.

Ma soprattutto il regista del rivoluzionario Orlando furioso critica diversi film di Pier Paolo, salvando il primo tempo della sua brillante carriera, che parte con Accattone e Mamma Roma, mentre segna a dito Medea, Teorema e soprattutto la così detta «Trilogia della vita» (Decameron, Canterbury, Il fiore delle Mille e una notte). Una prefazione che pattina sull’intelligenza creativa di un grande uomo di teatro, che non mancherà di risvegliar polemiche, innestando la poesia di Pasolini negli ingranaggi della comunicazione dello spettacolo con tutta la sua particolare e irripetibile affabulazione.





Curatore, Bruno Esposito

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