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sabato 11 luglio 2026

Pier Paolo Pasolini: Un piccolo Werther, Enrico Fracassi (1902-24) - La Libertà d'Italia, Anno III, numero 181, 1 agosto 1950, pagina 3

Pier Paolo Pasolini: Un piccolo Werther, Enrico Fracassi (1902-24)

La Libertà d'Italia
Anno III
numero 181
1 agosto 1950
pagina 3

Il gesto della scrittura, la concentrazione, il saggio prende forma. (immagine non reale)

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Di seguito:

1) Commento critico al saggio ad opera del curatore del blog
2) Il saggio di Pier Paolo Pasolini
 

Caso Fracassi: il contagio di un romanzo di dieci minuti

Nel saggio Un piccolo Werther (1950), Pasolini compie un gesto critico che si inserisce perfettamente nella genealogia dei “casi” letterari: individua un punto marginale, apparentemente secondario – l’opera postuma di Enrico Fracassi, poeta romano morto suicida nel 1924 – e lo porta al centro della scena, sottraendolo alla riduzione biografica che ne aveva limitato la ricezione. Congedo non è, per Pasolini, una raccolta di liriche né un diario frammentario: è un oggetto narrativo estremo, un «romanzo che si legge in dieci minuti», dove il tempo non scorre ma si contrae, si coagula, si tende fino a diventare spasimo. La scrittura non rappresenta la vita: ne è la pressione interna, la deformazione, la ferita.

Il “caso Fracassi” si regge su tre intuizioni critiche che definiscono la sua singolarità nel primo Novecento.

martedì 2 settembre 2025

Pier Paolo Pasolini, Lettere inedite a Silvana Mauri - LINEA D'OMBRA, anno II, numero 8, febbraio 1985, da pag. 14 a pag. 19

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Pier Paolo Pasolini
Lettere a Silvana Mauri

LINEA D'OMBRA

anno II

numero 8

febbraio 1985

da pag. 14 a pag. 19

( © Questa trascrizione da cartaceo è stata curata da Bruno Esposito )


Casarsa 1948)

Carissima Silvana,

tu hai detto a Lerici che ormai noi due abbiamo meno bisogno di parlare. Sì, indubbiamente hai ragione, ma perché ammetterlo? Ho provato molto spesso che quando non ho più un sentimento o un bisogno, posso fingerlo: e non è ipocrisia, ma abilità. Si tratta di una specie di interregno in cui io, come reggente, prendo il potere; poi quel sentimento o quel bisogno ridiviene adulto e allora ricomincia a regnare lui. S’intende che abilità simili non si applicano se non ne vale la pena; e credi che la nostra amicizia non ne valga la pena? Io credo di sì; per quel che riguarda il passato tu rappresenti per me alcune delle ore più limpide della mia vita, e, soprattutto, la mia unica confidenza; per quel che riguarda il futuro... Non facciamo delle previsioni e non sfruttiamo la nostra «esperienza», è sempre possibile che un po’ di pazzia ci sia restata. Quando ci siamo incontrati, abbiamo parlato poco, con tutto quel Lerici intorno; del resto non potevamo pretendere di costituire artificialmente il calore necessario, e siamo vissuti di rendita. Però che cosa stupenda quel mare e quegli odiosi narcisi!

domenica 20 novembre 2022

Pier Paolo Pasolini: Ho vinto il premio di poesia ma non ho i soldi per il treno - Due lettere inedite - La Stampa, sabato 25 settembre 1982

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Pier Paolo Pasolini
Ho vinto il premio di poesia ma non ho i soldi per il treno


Due lettere inedite

La Stampa
sabato 25 settembre 1982

A Susanna Pasolini
Colleverde – Montecassiano

Roma

28 agosto 1950

Carissima mammetta,

eccoti una bella notizia. Sabato ho ricevuto questo telegramma:

 «Sua poesia Testament Coran ha vinto giuria unanime secondo premio lire cinquantamila concorso nazionale Cattolica. Gradiremmo se possibile sua presenza domenica pomeriggio. Congratulazioni».

Sei contenta? Io ho goduto soprattutto per te, e per le benefiche influenze sul babbo (almeno temporanee). È un bel successo poi, perché, se il vincitore era preordinato, io ho vinto il secondo posto per puro merito come dice l’unanimità della giuria.

giovedì 18 febbraio 2021

Pasolini, L'accelerato Venezia-Udine. Il Mondo, 17 giugno 1950

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Biblioteca nazionale centrale Roma

Pier Paolo Pasolini 
Il Mondo, 17 giugno 1950
L'accelerato Venezia - Udine

Biblioteca nazionale centrale Roma

Biblioteca nazionale centrale Roma



Curatore, Bruno Esposito

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giovedì 11 febbraio 2021

Eduardo De Filippo e Pier Paolo Pasolini, un'amicizia e un premio.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Eduardo De Filippo e Pier Paolo Pasolini, 
un'amicizia e un premio.


Amicizia e grande stima reciproca tra Pier Paolo Pasolini ed Eduardo De Filippo che molto probabilmente inizia nel 1950. Infatti, in quell'anno Pier Paolo Pasolini partecipa al primo concorso di poesie dialettali del dopoguerra, "Premio Cattolica "organizzato da "Il Calendario del Popolo". Pasolini partecipa con una poesia intitolata "El Testament Coran"(1) e per la quale fu premiato. Un componimento di 72 versi nei quali impone un elevato livello di lirismo che dona alla lingua friulana una elegante musicalità.
Pasolini autore dialettale premiato alla prima edizione dal dopoguerra del "Premio Cattolica", proprio da Eduardo De Filippo che in quell'occasione fa parte della giuria insieme a Salvatore Quasimodo, Ernesto De Martino e Antonello Trombadori ed altri. Forse è da quel momento che l'amicizia e la stima tra i due dialettali inizia a crescere. Eduardo attore e autore dialettale non poteva non ammirare quel Poeta tanto attratto dal popolo napoletano "unica tribù che resisteva" all'omologazione culturale e linguistica della civiltà dei consumi che aveva ormai soffocato tutte le realtà culturali popolari del nostro paese. La Napoli dialettale di cui Eduardo era la più autorevole espressione artistica, per Pasolini era una Tribù che resisteva(2).



Ma non era solo questo che legava questi due tra i più grandi artisti e intellettuali del nostro novecento. Oltre alla stima artistica, l'amore per le tradizioni culturali popolari, l'affetto e una umana sensibilità che li avvicinava, vi era qualcosa di più:
… Perché io so distinguere morti da morti e vivi da vivi. E Pasolini era veramente un uomo adorabile, indifeso; era una creatura angelica che abbiamo perduto e che non incontreremo più come uomo; ma come Poeta diventa ancora più alta la sua voce e sono sicuro che anche gli oppositori di Pasolini oggi cominceranno a capire il suo messaggio".(3)

La notevole consonanza ideologica e religiosa espressione di un anticlericalismo-marxista - il valore del sacro e la loro visione della fede -; la sintonia perfetta sul valore di un Cristianesimo tradito da una chiesa troppo distante da esso e troppo coinvolta con il potere politico-economico, verso la quale sia Eduardo che Pasolini spesso esprimevano una critica esplicita e a tratti feroce, li avvicinava ulteriormente. La loro visione religiosa del mondo e il loro rapporto con l'umile e al tempo stesso elevata cultura popolare, li avvicinava affascinati, entrambi, alla figura di Cristo e di San Francesco; entrambi avevano contatti con religiosi, ai quali esprimevano le loro critiche e le loro perplessità sulla storia della Chiesa cattolica. Pasolini aveva rapporti con Don Cordero e dopo la morte di quest'ultimo, con la Cittadella di Assisi, mentre Eduardo aveva come amico Mons. Donato De Bonis al quale, chiedeva un'apertura verso la "Vera parola di Cristo":
"Queste voci che strillano lasciando smarrire le coscienze innocenti delle generazioni di oggi, al mio caro Donato dedico, affinché egli – sacerdote del pensiero limpido, responsabile e cosciente di un futuro aperto verso la VERA parola di Cristo – condanni senza pietà alcuna i remoti peccati commessi da remotissimi responsabili. Il suo Eduardo (4)
Pier Paolo

Non li toccate
quei diciotto sassi
che fanno aiuola
con a capo issata
la ‹‹spalliera›› di Cristo.
I fiori,
sì,
quando saranno secchi,
quelli toglieteli,
ma la ‹‹spalliera››,
povera e sovrana,
e quei diciotto irregolari sassi,
messi a difesa
di una voce altissima,
non li togliete più!
Penserà il vento
a levigarli,
per addolcirne
gli angoli pungenti;
penserà il sole
a renderli cocenti,
arroventati
come il suo pensiero;
cadrà la pioggia
e li farà lucenti,
come la luce
delle sue parole;
penserà la ‹‹spalliera››
a darci ancora
la fede e la speranza
in "Cristo povero".(5)
( I diciotto sassi erano quelli che inizialmente delimitavano, sul terreno dell'Idroscalo di Ostia, il punto esatto in cui fu ritrovato Pier Paolo Pasolini ucciso. Formavano un ovale, a un'estremità del quale era stata piantata una croce sul cui braccio orizzontale era scritto PIER PAOLO PASOLINI )

 Dunque, il "Cristo povero" la "VERA parola di Cristo" di Eduardo sono un sottile filo che si congiunge con i "ruderi e le chiese", il "Cristo che viene a portare la spada e non la pace" ... "quei famosi duemila anni di "imitatio Christi" e quell'irrazionalismo religioso" di Pasolini. Una consonanza ideologico-religiosa che porta alle stesse conclusioni pur partendo da percorsi differenti. I ragazzi del "Filangieri" di Eduardo e i "Ragazzi di vita" di Pasolini, l'amore per le borgate romane dell'uno e quella per i bassi di Napoli dell'altro, sono esempi di attenzione e amore condiviso verso determinati strati di una società che man mano sta perdendo le sue radici e il suo calore umano, la sua identità.


Pasolini non va spesso a teatro:

"Non vado quasi mai a teatro: gli spettacoli a cui ho assistito in questi ultimi anni si possono contare sulle dita. Una specie di profonda, radicata avversione me ne tiene distante"(6)
"Per una causale eccezione, proprio in queste ultime settimane, sono andato a teatro, invece, tre volte"(7)
"Il secondo spettacolo a cui ho assistito, è stato "Il sindaco del rione Sanità", scritto, diretto e interpretato da Eduardo De filippo. Premesso subito, per il lettore polacco, che si tratta di un testo in dialetto napoletano, non esiterei a definire questa commedia, almeno per tre quarti, un piccolo capolavoro. Vi ho assistito come incantato. Non c’era un gesto, una parola, uno sguardo che fosse in più, che stonasse: nei suoi limiti ristretti, tutto era di un assoluto rigore. Le parole, i modi di dire, le intonazioni del dialetto napoletano, non avevano nulla di colorito, di paesano, di folcloristico, mai. Erano quasi di uno spento grigiore, di una immota tetraggine. Il dramma era passato attraverso un filtro linguistico così rigoroso da depurarlo del tutto, da renderlo materia pura, e, essa sì preziosa. E pensare che la storia del vecchio fuori legge napoletano, assassino a diciott’anni, emigrato in America, tornato a Napoli ricco e potente, a fare giustizia da sé nel sottomondo della camorra napoletana, presentava tutti i rischi possibili per diventare una storia sguaiata e vernacola. De Filippo ha invece dominato stupendamente tutta questa materia, ripeto, fino a renderla quasi impalpabile"(8)
"Il lettore Polacco avrà notato anche, in una graduazione di valori, io darei senza il minimo dubbio il primo posto alla commedia tutta in dialetto, quella napoletana di De filippo"(9)
"Al di fuori cosi delle grandi eccezioni dialettali (De Filippo), o delle piccole o infime tradizioni estrose o sqisite (Franca Valeri, e, adesso, Laura Betti), non vedo futuro per il teatro italiano: non vedo richiesta, non vedo destinatari"(10)
"In questo momento la comicità nazionale coincide in gran parte con quella di Sordi. Totò e Fabrizi invecchiati e cadenti, gli altri quasi tutti fuori moda (a parte, più aristocratico, il caso di Eduardo De Filippo) è Sordi che ha il monopolio del riso"(11)

"Eduardo De Filippo che non è solo il nostro migliore attore, ma un grande attore in assoluto, recita in dialetto. Ma con ciò non fa del naturalismo. Egli parla in realtà, più che il dialetto napoletano, l’italiano medio parlato dai napoletani, cioè un italiano reale. Ma non ne fa una mimesis naturalistica: vi ha creato sopra una convenzione che gli dà assolutezza e lo libera da ogni particolarismo. Quella di De Filippo è una purissima lingua teatrale".(12)
Nel 1972, Eduardo lavora per Pasolini dando la voce ad uno dei personaggi dei Racconti di Canterbury - un vecchio viandante (doppiato da Eduardo De Filippo) molto triste per la perdita della giovinezza.

Nel 1975, Pasolini scrive ad Eduardo:

Roma, 24 settembre 1975


Caro Eduardo,

eccoti finalmente per iscritto il film di cui ormai da anni ti parlo. In sostanza c'è tutto. Mancano i dialoghi, ancora provvisori, perché conto molto sulla tua collaborazione, anche magari improvvisata mentre giriamo.

Epifanio lo affido completamente a te: aprioristicamente, per partito preso, per scelta. Epifanio sei tu. Il "tu" del sogno, apparentemente idealizzato, in effetti reale.

Ho detto che il testo è per iscritto. In realtà non è così. Infatti l'ho dettato al registratore (per la prima volta in vita mia). Resta perciò, almeno linguisticamente, orale. Ti accorgerai subito infatti, leggendo, di una certa sua aria un po' plumbea, ripetitiva, pedante. Passaci sopra. Mi era impossibile - per ragioni pratiche - fare altrimenti.

Io stesso l'ho letto per intero oggi - poco fa - per la prima volta. E sono rimasto traumatizzato: sconvolto per il suo impegno "ideologico", appunto, da "poema", e schiacciato dalla sua mole organizzativa.

Spero, con tutta la mia passione, non solo che il film ti piaccia e che tu accetti di farlo: ma che mi aiuti e m'incoraggi ad affrontare una simile impresa.

Ti abbraccio con affetto, tuo

Pier Paolo


 
Dopo la morte di Pasolini, circa due anni dopo, Eduardo dona alla "mamma De Bonis", in occasione del suo ottantesimo compleanno. Una scultura in argento intitolata "Il popolo che vuole Cristo", mostra un Pulcinella, metafora dell’arte, in atteggiamento di supplica su un suolo arido e brullo, che davanti alla Croce chiede misericordia per l’anima dell’illustre letterato ( Pasolini ), scomparso tragicamente in una triste sera di novembre.


(La scultura, opera del romano Virgilio Mortet, è stata donata dal Dott. Mario De Bonis alla città di Napoli e alla napoletanità storica. Oggi la piccola scultura è esposta nella sezione teatrale Lucchesi Palli
della Biblioteca Nazionale di Napoli)


El testament Coràn

In ta l’an dal quaranta quatro
fevi el gardon dei Botèrs:
al era il nuostri timp sacro
sabuìt dal sòul dal dover.
Nùvuli negri tal foghèr
thàculi blanci in tal thièl
a eri la pòura e el piathèr
de amà la falth e el martièl.

Mi eri un pithu de sèdese ani
con un cuòr rugio e pothale
cui vuoj coma rosi rovani
e i ciavièj coma chej de me mare.
Scuminthievi a dujà a li bali,
a ondi i rith, a balà de fiesta.
Scarpi scuri! ciamesi clari!
dovenetha, tiara foresta!

Chela vuolta se ‘ndava a rani
de nuòt col feràl e la fòssina.
Rico al sanganava li ciani
e i bruscànduj col feral ros
ta l’umbrìa ch’a inglassava i vuos.
Tal Sil se trovava pissìguli
a mijars in ta li pothi.
Se ’ndava plan thentha un thigu.

In ta la boscheta dai poj
’pena magnàt se ingrumava
duta la compagnia dai fiòj,
e lì spes se bestemava
e coma uthiej se ciantava.
Dopo se dujava a li ciarti
a l’umbrìa da la blava.
La mare e il pare a eri muarti.

De Domènia, òmis dal cuòr gredo,
se coreva via in bicicleta
par loucs de un inciànt sensa pretho.
E na sera mi ài vist la Neta
in tal lustri da la boscheta
ch’a menava a passòn la feda.
Liena co la sova bacheta
a moveva l’aria de seda.

Mi nasavi de arba e ledàn
e dei sudòurs rassegnadi
tal me cialt stomi de corbàn;
e li barghessi impiradi
tai flancs, da l’alba dismintiadi,
a no cujerdavin la vuoja
sglonfa de albi insumiadi
e seri thenta fresc de ploja.

Par la prima vuolta ài provàt
cun chela fiola de tredese ani
e plen de ardòur soj s-ciampàt
par cuntalu ai me cumpagni.
Al era Sabo, e nancia un cian
no se vedeva par li stradi.
Al brusava el loùc de Selàn.
Li luci duti distudadi.

In mieth da la platha un muàrt
ta na potha de sanc glath.
Tal paese desert coma un mar
quatro todèscs a me àn ciapàt
e thigànt rugio a me àn menàt
ta un camio fer in ta l’umbrìa.
Dopo tre dis a me àn piciàt
in tal moràr de l’osteria.

Lassi in reditàt la me imàdin
ta la cosientha dai siòrs.
I vuòj vuòiti, i àbith ch’a nasin
dei me tamari sudòurs.
Coi todescs no ài vut timòur 
de lassà la me dovenetha.
Viva el coragiu, el dolòur
e la nothentha dei puarèth!


IL TESTAMENTO CORAN

Nel mille novecento quarantaquattro facevo il famiglio dei Boter: era il nostro tempo sacro arso dal sole del dovere.
Nuvole nere sul focolare, macchie bianche nel cielo, erano la paura e il piacere di amare la falce e il martello.
Io ero un ragazzo di sedici anni, con un cuore ruvido e disordinato, con gli occhi come rose roventi e i capelli come quelli di mia madre. Cominciavo a giocare alle carte, a ungere i ricci, a ballare di festa. Scarpe scure, camicia chiara, giovinezza, terra straniera!
In quel tempo si andava a rane di notte col fanale e la fiocina. Rico insanguinava le canne e le erbacce col fanale rosso, nell’ombra che gelava le ossa. Nel Sile si trovavano pesciolini a migliaia dentro le pozze. Andavamo piano senza un grido.
Nel boschetto dei pioppi appena mangiato si radunava tutta la compagnia dei ragazzi, e lì spesso si bestemmiava e come uccelli si cantava. Dopo giocavamo alle carte all’ombra del granoturco. La madre e il padre erano morti.
Di Domenica, uomini dal cuore rozzo, si correva via in bicicletta per luoghi di un incanto senza prezzo. E una sera ho visto la Neta, nella luce del boschetto, che conduceva al pascolo la pecora. Con il suo ramoscello essa muoveva l’aria di seta.
Io odoravo di erba e letame e dei sudori rassegnati nel mio caldo torace di corame; e i calzoni infilati sui fianchi, dimenticati dall’alba, non coprivano la voglia gonfia di albe assopite e di sere senza fresco di pioggia.
Per la prima volta ho provato con quella ragazza di tredici anni, e pieno di ardore sono scappato a raccontarlo ai miei compagni.
Era Sabato ma per le strade non si vedeva neanche un cane. La casa dei Sellàn bruciava. Le luci erano tutte spente.
In mezzo alla piazza c’era un morto in una pozza di sangue agghiacciato. Nel paese deserto come un mare quattro tedeschi mi hanno preso e gridando rabbiosi mi hanno condotto su un camion fermo nell’ombra. Dopo tre giorni mi hanno impiccato al gelso dell’osteria.



Lascio in eredità la mia immagine 
nella coscienza dei ricchi. 
Gli occhi vuoti, i vestiti che odorano 
dei miei rozzi sudori.
Coi tedeschi non ho avuto paura 
di lasciare la mia giovinezza. 
Viva il coraggio, il dolore 
e l’innocenza dei poveri!

"La meglio gioventù (1954)
ROMANCERO (1947-1953) 

IL TESTAMENTO CORÀN (1947-1952)"

Note:

1 - El Testament Coran, un componimento di 72 versi da la Suite friulana-ROMANCERO ( 1947-1952) inserita nella raccolta La meglio gioventù, oggi in Pasolini Tutte le poesie, tomo I di "I Meridiani Mondadori", a cura di Walter Siti.

2 - Gennariello, Lettere Luterane.

3 - Eduardo De Filppo, tratto da intervista televisiva dopo la morte di Pasolini.

4 - Lettera-dedica "Le voci di dentro", del 25 dicembre 1977.

5 - Eduardo De Filippo, 1975 - poesia dedicata a Pasolini dopo la sua morte
.
6 - P.P. Pasolini, Il teatro in Italia, in Id., Saggi sulla letteratura e sull’arte, Mondadori, I meridiani Tomo II,a cura di Walter Siti - cit., pp. 2359-2363

7 - Ivi ... cit., pp. 2359-2363

8 - Ivi ... cit., pp. 2359-2363

9 - Ivi ... cit., pp. 2359-2363

10 - Ivi ... cit., pp. 2359-2363

11 - Cfr. P.P. Pasolini, La comicità di Alberto Sordi: gli stranieri non ridono, in Id., Saggi sulla letteratura e sull’arte, vol. 2, cit., 2245

12 - Ivi ... p. 2784.




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giovedì 24 dicembre 2020

Gli appunti di Sandro Penna, di Pier Paolo Pasolini

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro





Gli appunti di Sandro Penna
Pasolini, Pier Paolo
28-09-1950
estratto da: "Popolo di Roma"
Biblioteca nazionale centrale - Roma

Trascrizione dal cartaceo di Carlo Picca

28-09-1950 ritaglio di : "Popolo di Roma"- Biblioteca nazionale centrale - Roma




"Ho fatto un culto di Penna"
Carlo Picca

Molti hanno detto cose esatte e intelligenti sulla poesia di Sandro Penna, vedi Solmi, vedi Anceschi, vedi, se non altro oralmente, la maggior parte dei letterati italiani, ma nessuno ha detto ancora la cosa essenziale. Come caso curioso, molti suoi amici pittori, vedi Mucchi, nella vecchia, deliziosa, edizione Parenti, e ora vedi Tamburi, in questa della Meridiana, lo hanno disegnato, ma nessuno è riuscito a coglierne l’immagine vera. La poesia di Penna, così pura, per definizione, si rifiuterebbe dunque a una definizione critica che le si avvicini per purezza: e a noi pare, questo, un sintomo che, non ancora per il critico, ma per il lettore, potrebbe bastare a spiegare la natura, almeno esterna, di questa poesia inafferrabile: se dimostra che in essa permane il mistero e l’assoluto della purezza degli oggetti che l’ispirano. Molti hanno parlato della –felicità- di Penna, equivalente psicologico della sua -grazia- poetica: noi vorremmo intanto spostare il significato di felicità, verso quello più vago di gratitudine. E’ quasi sempre un moto di gratitudine che spinge Penna a scrivere i suoi versi-sensuali, ma senza il peso della sensualità, appunto perché la sensualità è vinta da quel dolcissimo patetico che è la gratitudine per una vita sempre sorprendente: prodiga, tutta già predisposta al rimpianto. Penna riceve i suoi versi dagli improvvisi empiti in cui il tempo si purifica, travasa nell’assoluto - dagli istanti di pienezza in cui il mistero, non capito, è divinato - dall’accoratezza che semplifica la vita a un moto irresistibile che mescola il sorriso alle lacrime dagli arresti improvvisi, le –intermittences du coeur-, in cui un gesto che avrebbe rischiato di passare inosservato nella sua stupenda adesione al corpo anonimo del giorno, si isola in una gentile aureola di coscienza… E si è detto, in proposito, di malizia, col suo termine uguale e contrario, il candore: è vero, ma non è tutto, perché anche tecnicamente, il suo verso non si esaurisce, nel prosastico e nel melodico, i due rischi che corre continuamente, senza mai caderci, come sul filo di un rasoio, e dove appunto l’ingenuità gioca con la squisitezza. Ora, questo libretto di Appunti, può servirci a meraviglia, a cogliere il momento creativo di Penna, di un attimo anteriore al risultato indiscutibile, fresco fresco di una trasandatezza e di un’abilità non sempre portate del tutto all’espresso. Prendiamone uno, -indi rivolto il viso verso il guanciale sorrideva a se stesso, con beato rossore-. Ecco intanto l’indicazione temporale indi così cara a Penna, che fa precipitare il tempo nell’istante, senza astrarlo in dimensioni false, ma lasciandolo anzi alla sua più fisica immediatezza, nella leggerissima e perciò poetica retorica di chi si delizi in anticipo, e un po’ in eccesso, per un fatto che dovrà fermentare nella memoria. E si guardi il verbo, -sorrideva-, che praticamente dovrebbe essere al presente –sorride- data l’assoluta immediatezza dell’appunto, il valore contemplativo: l’imperfetto, il più misterioso, o vago, come direbbe Leopardi, dei tempi, dà un tono narrativo o evocativo, cioè colmo già di nostalgia, a questo godimento assolutamente presente.
Il primo verso è un endecasillabo falso, cioè di dodici sillabe, sospeso dunque, con malizia tecnica, ma candido come risultato, tra due diverse raffinatezze; il secondo è un endecasillabo perfetto, dei più canonici, anzi, se letto tutto d’un fiato, ma c’è una virgola che lo spezza con la forza di una cesura riducendolo in due versi più brevi, ed è come una sospensione nel rapimento della contemplazione, ripetuta dopo dall’enjambement –beato rossore. Ed è lì che esplode, con la misura e la grazia che sono solo di Penna, il patos amoroso e poetico. Poi è il silenzio della pagina bianca, che non è un silenzio musicale, un silenzio della voce, come può essere negli spazi di Ungaretti, per esempio: ma è semplicemente un ritorno della vita alla sua irriflessa quotidianità. Il cuore che riprende a battere col ritmo normale, riassorbito dalla miracolosa vicenda dell’esistenza. Questi non sono appunti di poesia, ma d’esistenza d’amore. Un lungo monologo interno, che nei suoi momenti più puri, è necessitato dalla sua stessa purezza a manifestarsi, a rivestire una forma poetica, per convincersi di questo basta guardare l’avvio di quasi tutte le sue annotazioni: indi, poi venni fra voi, tu mi lasci, frammenti illuminazioni di una storia amorosa ignota al lettore, famigliare al poeta fino all’ossessione, un ossessione tutta dolcezza. Ed è questa vita sottintesa, salvo che nelle conclusioni, coi suoi sperperi, i suoi sbagli, le sue manie, i suoi vuoti, le sue umiliazioni, le sue bassezze, le sue opacità che fermenta in queste poesie di poche righe, facendole risuonare a lungo, al di la del loro limite. Semplicità, purezza: e va bene, ma non c’è limite che valga, una persona e una vita, son sempre complesse, impure. E noi diremmo che è appunto la disperazione per un destino dispersivo e obbligato che echeggia dentro la poesia di questo poeta condannato alla felicità allargandone i confini, dandole quelle risonanze che sono la sua nascosta autentica ricchezza, e c’è da stupire quando qualche critico, come spesso avviene, si ostina a cercare il limite di Penna nella limitatezza dell’argomento, nell’assenza di ricerca che del resto esiste in Penna, ma prima della poesia, nel vuoto dei giorni ossessivi, doloranti. Ed è appunto la luce di questa ricerca che si riflette nella sua lingua, proiettandola in uno spazio molto più vasto, assoluto – cosmico, si sarebbe tentati di dire – di quel che non sembri. I suoi pezzi sono gnobili cantabili o quasi in prosa, sono pieni di quella disperata ricerca d’uomo solo apparentemente o casualmente amorale. Del resto richiedere a Penna di essere qualcosa di più o di diverso fa l’impressione di uno che si lamenti davanti al più bel fiore del suo giardino perché non è un cespuglio. Naturalmente, la tecnica di Penna è inimitabile, come, del resto, è senza veri precedenti: se gli volessimo trovare una figura cui assimilarlo, crediamo che l’unico nome da fare sarebbe quello di Rimbaud, il Rimbaud ragazzo, con tutto il suo dérèglement ancora potenziale, e magari con una vena melodica ancora più fluida e tersa. Come Rimbaud, Penna è, nelle lettere italiane, il ribelle infantile e assolto. Naturalmente anch’egli giunge spesso, nel suo quotidiano delirio, a un’illogica saggezza, a un’acerba e ingenua maturità. E si guardi appunto come comincia il libro:


Felice chi è diverso
Essendo egli diverso
Ma guai a chi è diverso
Essendo egli comune

Un aforisma candidamente acuto, una massima socratica detta col tono capriccioso di un bambino. Ma in questo capriccio quanta, e come trattenuta, come filtrata, come dimenticata, disperazione: la disperazione che circola in mezzo a tutte le felici parole di questo poeta felice perché diverso e così grato alla vita che lo compensa miracolosamente della sua diversità.
Pier Paolo Pasolini



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