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martedì 31 marzo 2026

Pasolini: Due righe sulla lingua di Gramsci - Vie nuove, numero 9, 4 marzo 1965, pag. 32

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Pasolini:
Due righe sulla lingua di Gramsci

Vie nuove

numero 9

4 marzo 1965

pag. 32

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Caro Pasolini, ho letto le sue affermazioni sul contenuto di classe della nostra lingua. Mi pare però che anche le classi subalterne abbiano portato un notevole contributo al farsi della lingua colta. Cito tra tutti il contributo di Gramsci nei suoi articoli, nelle sue lettere, nei suoi saggi. Lei che ne pensa?

Pasquale Lenner – Arezzo


Tutte le pagine giovanili di Gramsci sono scritte in un «italiano» impossibile. Non è precoce, come quasi tutti i veri inventori. Egli passa attraverso tutte le fasi aberranti tipiche di un giovane meridionale che si italianizzi a Torino. Gli apporti materni erano quelli strettamente particolaristici della Sardegna, quelli paterni erano una italianizzazione, dal ciociaro, di un padre statale; l’infanzia e la prima adolescenza sono di ambiente contadino, e l’italiano doveva suonare come una lingua estranea ai sardi di Ghilarza non italofoni (e probabilmente in rapporto più con l’America che con l’Italia); il primo italiano, Gramsci, lo avrà sentito risuonare nelle bocche di alcuni «sedicenti» professori di lettere a un ginnasio privato di Santu Lussurgiu. Se l’italiano dei professori medi dei primi anni del secolo doveva essere incredibile quello dei «sedicenti» professori di Santu Lussurgiu, dato che si sentivano tenuti a esibire la loro patente anche se irrichiesti, doveva essere un continuo e caricaturale tentativo di purismo e umanesimo enfatico, da non riuscir a immaginarlo. Gramsci, povero ragazzino segnato, ha vissuto e interiorizzato profondamente ogni evento della sua infanzia; tanto che per tutta la vita ha dovuto subire come un’onta e una difficoltà la sua dedizione; avrà assorbito perciò profondamente anche quel primo italiano ufficiale, che rappresentava la cultura, la liberazione. Infatti tutti i suoi scritti, fino a «Ordine nuovo» in parte compreso, portano come un marchio quella prima acquisizione assurda, quella falsa liberazione. Sembra impossibile che un uomo come Gramsci non sia stato in grado di scuotersi di dosso quella lingua incapace di esprimere altro che dei sentimenti (veri, quand’erano veri, e, naturalmente, lo erano raramente). Ci sembra insomma, che un uomo votato alla razionalità com’era Gramsci, avrebbe dovuto far cadere di colpo l’espressività enfatica dell’italiano letterario, per la presenza stessa della sua vocazione. Ma dal ’14 al ’19, in parte compreso, la sua lingua non è capace di cogliere, delle idee, che il momento sentimentale o appassionato: con qualche pregnanza del tipico irrazionalismo vociano, nei casi migliori, che son molto rari; per il resto, quella lingua è tutta umanistica sul «côté» romantico, probabilmente perché l’umanesimo veniva direttamente e tumultuosamente mutato dall’umanitarismo proto-socialista, che era la più immediata ascendenza linguistica cui Gramsci poteva ragionevolmente guardare (e che non avrebbe mai più dimenticato: perché è probabilmente ad essa, mitizzata ed epurata, che Gramsci forse inconsciamente si riferiva quando pensava a una possibile lingua dell’egemonia comunista; e comunque è a tale lingua dell’umanesimo marxista, rinforzata dallo spirito della Resistenza, che si riferiscono ancora come a una possibile lingua egemonica del comunismo, molti politici di oggi). Bisogna munirsi della pazienza dei filologi, e ricorrere a tutto l’amore che una figura come quella di Gramsci ispira, per poter leggere le sue pagine di quei cinque anni.

giovedì 29 gennaio 2026

Pier Paolo Pasolini: Da versi introduttivi al «Rio della Grana» - Vie nuove, numero 6, 11 febbraio 1965, pag. 32

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Pier Paolo Pasolini
Da versi introduttivi al «Rio della Grana»

Vie nuove

numero 6

11 febbraio 1965

pag. 32

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Barbarolessi?

Sì, ma irlandese.

(Gli altri sono i Franceschi Colonna).

(Comunque a questa fase dell’italianizzazione dell’Italia,

non comporrei mai dei finti esametri con parolacce tedesche).

E perciò ripropongo questi testi

non classicistici,

al nuovo spirito monoclasse:

e li dedico agli operai torinesi che parlano l’Italiese.


Quivi (in questi testi)

l’urbanizzazione era quella classica di italici profughi;

non si era avuto ancora il poema delle migrazioni interne.

(Né scriverei mai il romanzo di un Puzzilli che s’inurba a Torino:

ma se mai a Liegi, a Lilla, a Liverpool).

Un mio protagonista potrebbe essere un poeta ceco.

. . . . . .

giovedì 15 gennaio 2026

Pier Paolo Pasolini: Un brindisi denegato - Vie nuove, numero 6, 11 febbraio 1965, pag. 32

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Pier Paolo Pasolini:
Un brindisi denegato

Vie nuove

numero 6

11 febbraio 1965

pag. 32

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Nell’incontro con gli scrittori ceki e slovacchi a Praga, nel mio intervento, ho detto qualcosa che forse ha turbato, e forse ha anche un po’ offeso, alcuni di loro. Ho sinceramente espresso una mia impressione che registrava una certa «ossessività» dei loro argomenti: «ossessività» che ha buone ragioni di essere, s’intende. Essi stanno lottando per una «garanzia istituzionale» della libertà dello scrittore, contro i «controlli» politici sul suo lavoro. È un problema che per i marxisti dell’Occidente è inconcepibile. Ma che è uno dei problemi più gravi e

sabato 10 gennaio 2026

Il cinema di poesia: Testo letto da Pier Paolo Pasolini alla Prima Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro 1965. - Discussione sula critica e il cinema - Marcatré, n. quadruplo 19-20-21-22, aprile 1966

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Eretico e Corsaro

Pasolini alla Prima Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro 1965

Il cinema di poesia
Testo letto da Pier Paolo Pasolini
alla Prima Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro
1965
Discussione sula critica e il cinema

Marcatré

n. quadruplo 19-20-21-22

aprile 1966

da pag. 10 a pag. 18

( © Questa trascrizione da cartaceo (faticosa), è stata curata da Bruno Esposito )

Il discorso alla tavola rotonda sul tema "Critica e nuovo cinema", tenuta alla I Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro (29 maggio - 6 giugno 1965). Su «Marcatré» la trascrizione degli interventi alla tavola rotonda, alla quale avevano partecipato fra gli altri Gianni Toti, Paolo e Vittorio Taviani e diversi studiosi stranieri, è preceduta da un'introduzione di Lino Miccichè. L'intervento di Pasolini, già col titolo Il «cinema di poesia», fu pubblicato anche nel volume Uccellacci e uccellini, Garzanti, Milano 1966. 

La seconda parte del discorso (da dove entra in campo «Rossellini eletto a Socrate»), fu anticipata - col titolo Il «cinema di poesia» -su «Filmcritica», n. 156-157, aprile-maggio 1965. Il testo su «Filmcritica» presenta qualche variante rispetto a quello di «Marcatré e Uccellacci e uccellini, riprodotto con minimi ritocchi di punteggiatura in Empirismo Eretico. Nell'ottobre del 1966 il discorso di Pesaro è tradotto, col titolo Le cinéma de poésie, nei «Cahiers du Cinéma». 

Pier Paolo Pasolini:

Credo che un discorso sul cinema come lingua espressiva non possa ormai cominciare senza tener presente almeno la terminologia della semiotica. Perché il problema, in parole molto semplici, è questo: mentre i linguaggi letterari fondano le loro invenzioni poetiche su una base istituzionale di lingua strumentale, possesso comune di tutti i parlanti, i linguaggi cinematografici sembrano non fondarsi su nulla: non hanno, come base reale, nessuna lingua comunicativa. Quindi, linguaggi letterari si presentano subito come leciti in quanto attuazione al sommo livello civile di uno strumento (un puro e semplice strumento) che serve effettivamente per comunicare. Invece la comunicazione cinematografica sarebbe arbitraria e aberrante, senza precedenti strumentali effettivi, di cui tutti siano normalmente utenti. Insomma, gli uomini comunicano con le parole, non con le immagini: quindi un linguaggio specifico di immagini si presenterebbe come una pura e artificiale astrazione. Se questo ragionamento fosse giusto, come pare, il cinema non potrebbe fisicamente esserci: o, se ci fosse, sarebbe una mostruosità, una serie di segni insignificanti. Invece, il cinema comunica. Vuol dire che anch'esso si fonda su un patrimonio di segni comune. La semiotica si pone indifferentemente davanti ai sistemi di segni: essa parla di "sistemi di segni linguistici", per es., perché ci sono, ma questo non esclude affatto che si possano teoricamente dare altri sistemi di segni. Mettiamo: sistemi di segni mimici. Anzi, nella realtà, a integrare la lingua parlata, un sistema di segni mimici deve effettivamente essere invocato.

Infatti, una parola (lin-segno) pronunciata con una data faccia ha un significato, pronunciata con un'altra faccia ha un altro significato, magari addirittura opposto (specie se a parlare è un napoletano): una parola seguita da un gesto ha un significato, seguita da un altro gesto, ha un altro significato, ecc.

Questo "sistema di segni mimici" che nella realtà della comunicazione si intreccia col sistema di segni linguistici e lo integra, può essere isolato in laboratorio; e studiato come autonomo. Si può addirittura presupporre, per ipotesi astratta, l'esistenza di un unico sistema di segni mimici come unico strumento umano di comunicazione (tutti napoletani sordomuti, insomma): è su un tale ipotetico sistema di segni visivi che il linguaggio fonda la propria possibilità pratica di esistere, di essere presupponibile per una serie di archetipi comunicativi in natura. Ciò sarebbe molto poco, certo. Ma allora bisogna subito aggiungere che il destinatario del prodotto cinematografico è anche abituato a "leggere" visivamente la realtà, ad avere cioè un colloquio strumentale con la realtà che lo circonda in quanto ambiente di una collettività: che si esprime appunto anche abituato a "leggere" visivamente la realtà, ad avere cioè un colloquio strumentale con la realtà che lo circonda in quanto ambiente di una collettività: che si esprime appunto anche con la pura e semplice presenza ottica dei suoi atti e delle sue abitudini. Il camminare soli per la strada, anche con le orecchie otturate, è un continuo colloquio fra noi e l'ambiente che si esprime attraverso le immagini che lo compongono: fisionomie di gente che passa, loro gesti, loro cenni, loro atti, loro silenzi, loro espressioni, loro scene, loro reazioni collettive (mucchi di gente ferma ai semafori, affollamenti intorno a un incidente stradale o intorno alla donna-pesce a Porta Capuana); inoltre: cartelli segnaletici, indicazioni, direzioni rotazionali in senso antiorario, 00, e insomma oggetti e cose che si presentano cariche di significati e quindi "parlano" brutalmente con la loro stessa presenza.

Ma c'è di più direbbe un teorico: ossia c'è tutto un mondo, nell'uomo, che si esprime con prevalenza attraverso immagini significanti (vogliamo inventare, per analogia, il termine im-segni?): si tratta del mondo della memoria e dei sogni.

Ogni sforzo ricostruttore della memoria è un "seguito di im-segni", ossia, in modo primordiale, una sequenza cinematografica. (Dove ho visto quella persona? Aspetta... mi pare a Zagorà immagine di Zagorà coi suoi palmizi verdini contro la terra rosa - ...in compagnia di Abdel- Kader... - immagine di Abdel-Kader e della "persona" che camminano contro le casermette degli ex avamposti francesi ecc.). E cosi ogni sogno è un seguito di im-segni, che hanno tutte le caratteristiche delle sequenze cinematografiche: inquadrature di primi piani, di campi lunghi, di dettagli, ecc., ecc.

Insomma c'è un complesso mondo di immagini significative - sia quelle mimiche o ambientali che corredano i lin-segni, sia quelle dei ricordi e dei sogni che prefigura e si propone come fondamento "strumentale" della comunicazione cinematografica.

venerdì 2 gennaio 2026

Pasolini: Autopresentazione - Pubblicato in Nuestro Cine , n. 46, Madrid, 1965

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dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Pasolini
Autopresentazione

Pubblicato in Nuestro Cine

n. 46

Madrid

1965

pag.13

( © Questa trascrizione da cartaceo e la traduzione, è stata curata da Bruno Esposito )


 Non sono entrato nell'industria cinematografica subito dopo la fine della guerra, in parte perché ero molto giovane, ma anche perché non avevo la formazione necessaria. Le mie opere letterarie erano state pubblicate durante quello che potremmo definire un "secondo dopoguerra". In seguito, come conseguenza del sentimento antifascista prevalente, emerse quello che potremmo chiamare "nuovo realismo", e questo sentimento ha guidato il mio lavoro.

Motivi personali mi hanno avvicinato al cinema, prima come sceneggiatore e ora come regista. Le mie esperienze passate da studente – anni trascorsi a guardare film di Chaplin, Eisenstein e Dreyer – non sono state dimenticate quando ho iniziato a dirigere il mio primo lungometraggio. Questi registi, e altri di quell'epoca, come Renoir e Clair, hanno contribuito notevolmente a plasmare i miei gusti iniziali.

Da bambino sognavo già di fare il regista. Poi me ne sono dimenticato... è arrivata la guerra, e tante altre cose. Quella prima vocazione è rimasta, a cui ho rinunciato con il passare degli anni. Più tardi, essendo tornato al cinema per caso, la mia prima passione è rinata, e sono riuscito a realizzarla... È successo anche che scrivessi sceneggiature che non sono venute come le avevo immaginate: erano bei film, come La notte brava e Morte de un amico , ma non erano quello che volevo.

giovedì 6 novembre 2025

Pier Paolo Pasolini: Cultura dopo l’«impegno» - Vie Nuove, numero 34, 26 agosto 1965, pag. 30

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Eretico e Corsaro

Immagine: Archivio La Notte

Pier Paolo Pasolini
Cultura dopo l’«impegno»

Vie Nuove

numero 34

26 agosto 1965

pag. 30

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Egregio Sig. Pasolini, qualche tempo addietro le scrissi in merito al suo «Vangelo secondo Matteo», non per discutere il film, di cui ella ha sempre detto di averne abbastanza, ma per sentire il suo giudizio etico sui Vangeli in genere. A tale lettera, coraggiosamente ella non ha risposto ed ha tutto il diritto di farlo, anche se per dovere chi dirige una rubrica deve rispondere al più oscuro sconosciuto. Ora le scrivo nuovamente circa la presunta crisi del marxismo da lei tanto decantata. Associandomi a quanto le ha ben detto il sig. Luigi Natale (che non conosco e non so chi sia), lei crede di poter dare lezioni e giudizi su tutto e su tutti; ma si sbaglia, egregio signor Pasolini, in quanto l’italiano d’oggi pensa con la propria testa e non con quella di chi è pagato per dirigere una rubrica.

Se il marxismo è in crisi, come si spiega che sui due terzi dell’umanità dilaga il marxismo? Come si spiega la lotta del proletariato e l’indipendenza dei popoli? Non è forse il marxismo che ha condannato per sempre il colonialismo? Non è merito dell’idea marxista se nazioni quali la Cina, l’Egitto, Cuba, l’Algeria, ecc. ecc. hanno nazionalizzato le loro economie? La stessa Inghilterra, patria di Adam Smith, la nazione più conservatrice del mondo è ricorsa ad alcune nazionalizzazioni, in attesa di farne altre. Mi dica, signor Pasolini, cosa ne pensa di queste mie osservazioni? Perciò se crisi vi è, non è nel marxismo, ma nei partiti politici che non sanno o non vogliono applicare la vera dialettica marxista (vedi revisionismo di cattiva memoria kruscioviana e sue conseguenze). 

E dato che mi ci trovo voglio ancora dirle una cosa. Lasci la politica e continui ad interessarsi di romanzi, poesie e soggetti cinematografici, poiché poche persone sono disposte a seguirla in tale direzione. Ne vuole una prova? Lanci un referendum su «Vie nuove» e se ne convincerà. Se vuole può cestinare anche questa lettera, ma, chi dirige una rubrica deve avere il coraggio civile di trattare qualsiasi argomento gli venga posto. 

Attilio Micale – Pescara

mercoledì 5 novembre 2025

Pier Paolo Pasolini: Liberalizzazione reale - Vie Nuove, numero 38, 23 settembre 1965, pag. 30

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Eretico e Corsaro



Pier Paolo Pasolini
Liberalizzazione reale

Vie Nuove

numero 38

23 settembre 1965

pag. 30

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Recentemente, «Il Mondo» è sceso in polemica con la rubrica di Pier Paolo Pasolini, pubblicata in queste pagine, tentando di identificare in essa – e in «Vie nuove» – le linee della politica culturale del PCI. Tentativo evidentemente assurdo e privo di ogni concretezza. Lo stesso Pasolini, del resto, in questo numero della sua rubrica, chiarisce la reale portata della propria posizione personale.


Un corsivista del «Mondo» è intervenuto nel dialogo tra i lettori di «Vie nuove» e me, sul tema della crisi del marxismo, e più precisamente, della crisi della politica culturale del PCI (cfr. la mia lettera del n. 34). Non direi che si tratti del più attento dei corsivisti del «Mondo»: giurerei, per esempio, che non si tratta di Gorresio, il quale è solito documentarsi, leggere e capire prima di intervenire nelle polemiche, e non è abituato a perdere tempo nei caffè allo scirocchetto romano, adottando nelle discussioni letterarie l’infingarda abilità delle signore borghesi poco inclini alla lettura. Bastava che il corsivista del «Mondo» si limitasse a leggere, almeno, i mie corsivi nella loro intera serie. Se egli mi accusa in buona fede di non amare la liberalizzazione post-stalinista e di rimpiangere gli «ordinamenti dall’alto», le direttive ecc., una lettura decente di quei miei scrittarelli espistolari su «Vie nuove» gli sarebbe anche bastata a desistere, in limine, da una così folle interpretazione della mia operazione critica. Ho tuttavia qualche buona ragione per credere che egli non sia in buona, ma in cattiva fede: e a spiarlo è la sua veramente antidiluviana congettura (il vecchio sogno dovuto a cattiva coscienza) di un diabolico piano comunista, per cui io, non sospettabile, sarei mandato in avanscoperta ecc. Ma non mi va neanche di continuare a riassumere una simile sceneggiata dei tempi della guerra fredda e di Scelba. (Anche il colpo basso di definirmi cattolico e, infine, «borghese» risale a quei tempi: sono borghese, certo…)

giovedì 11 settembre 2025

Intervista a Pier Paolo Pasolini su marxismo e religione - Gideon Bachmann, Neue Zürcher Zeitung, 20 agosto 1965, pag. 21

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Eretico e Corsaro



Intervista a Pier Paolo Pasolini su 
marxismo e religione

Gideon Bachmann

Neue Zürcher Zeitung

20 agosto 1965

pag. 21

( © Questa traduzione da cartaceo è stata curata da Bruno Esposito )


Il film di Pier Paolo Pasolini "II Vangelo secondo Matteo" è attualmente in programmazione al cinema Scala di Zurigo. Un anno dopo la sua prima proiezione alla Biennale di Venezia, il film arriva ora a Zurigo. Pier Paolo Pasolini, poeta e romanziere, che si dedica al cinema da diversi anni, è politicamente impegnato per un socialismo di estrema sinistra. Il suo film su Gesù, basato sul Vangelo di Matteo, è artisticamente il risultato di un processo cinematografico che, fin dall'inizio, ha combinato realismo sociale e simbolismo poetico sacro. Pasolini percepisce Gesù come sacro, sebbene non nella tradizione dell'Apocalisse, e ce lo presenta come una figura sociale rivoluzionaria di rilevanza contemporanea. Pasolini ha dedicato "II Vangelo secondo Matteo" a Papa Giovanni XXIII. Il film è stato discusso ovunque sia stato proiettato; attorno ad esso si sono formate opinioni contrastanti. I socialisti atei e ideologicamente rigidi lo hanno rifiutato; la Chiesa cattolica lo ha onorato con la sua giuria cinematografica ufficiale. In questa pagina vorremmo innanzitutto presentare, con le parole dello stesso Pasolini , come egli interpreta la sua opera, sulla base di una conversazione con il critico cinematografico americano (non marxista) Gideon Bachmann. 


La carriera di Pasolini 


Pasolini nacque a Bologna nel 1922. Suo padre proveniva da una famiglia anziana ma povera di Ravenna, ricoprì la carica di tenente di fanteria come ufficiale di carriera e morì nel 1959. Sentiva di aver sprecato la sua vita in questa carriera, e Pasolini dice di lui che la carriera militare che scelse quando si ritrovò bloccato in Libia senza soldi lo costrinse a un conformismo che fondamentalmente non gli si addiceva. Per questo motivo, ripose tutte le sue speranze nel futuro letterario del figlio, poco dopo che questi iniziò a scrivere le sue prime poesie all'età di sette anni. 

Il primo volume di poesie di Pasolini, pubblicato nel 1942 e intitolato "Poesie a Casarsa", fu dedicato al padre, che all'epoca era internato in un campo di prigionia in Kenya. Il fratello di Pasolini, Guido, fu ucciso come partigiano. Dopo che Pasolini conseguì il dottorato presso la Facoltà di Filosofia dell'Università di Bologna, la famiglia si stabilì a Roma, dove trovò lavoro come insegnante in una scuola privata nella periferia di Ciampino. Era il 1949. 

sabato 6 settembre 2025

Pier Paolo Pasolini, Parola e immagini - L'Avanti, anno LXIX, nuova serie, numero 289 - (supplemento della Domenica) - Roma, 5 dicembre 1965, pag. 8

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dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pier Paolo Pasolini
Parola e immagini

Appunti di Pasolini sui problemi dell'espressione cinematografica

L'Avanti

anno LXIX

nuova serie

numero 289

(supplemento della Domenica)

Roma

5 dicembre 1965

pag. 8

( © Questa trascrizione da cartaceo è stata curata da Bruno Esposito )


Per gentile concessione dell'autore, pubblichiamo tre stralci di un ampio saggio sui problemi del linguaggio cinematografico al quale Pasolini sta attualmente lavorando.


La singola parola espressiva da potenti emozioni nei veri poeti perché collocata (per esprimersi molto rapidamente) in un momento traumatico dell'intero contesto: quando il contesto è quello di un poeta moderno la cui << scrittura >> non è più classica, ma usa le parole in senso verticale, come nei dizionari, imponendole nella loro ambiguità, nel loro mistero ece. ece. (Rimbaud), c'è ugualmente un contesto sia pure non convenzionale e classicistico che le carica, ece, ecc.

Nel cinema tale carica è infinitamente più necessaria. In realtà per Dante bastano poche parole (<< conobbi il tremolar della marina >>), per dare la commozione estetica, anche prescindendo da tutto il resto del capitolo e del poema: mai un regista potrà raggiungere tale intensità con due o tre immagini (il corrispondente di un endecasillabo).

martedì 12 agosto 2025

Réal La Rochelle intervista Pier Paolo Pasolini - SÉQUENCES, numero 40, febbraio 1965, da pag. 35 a pag. 40

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Réal La Rochelle intervista Pier Paolo Pasolini

SÉQUENCES

n. 40

febbraio 1965

da pag. 35 a pag. 40

( © Traduzione dal francese e trascrizione curata da Bruno Esposito)


(Intervista registrata su nastro 

da Réal La Rochelle, 

e tradotta dall'italiano da Jacques Lemieux, 

Roma, ottobre 1964)


Il nostro collaboratore canadese a Parigi, Réal La Rochelle , ha trascorso alcune settimane a Roma. Gli abbiamo chiesto di provare a ottenere un'intervista con Pier Paolo Pasolini. Dopo lunghe trattative, è riuscito a trascorrere ben due ore con l'autore del Vangelo secondo Matteo . Questo ci ha permesso di realizzare un'intervista interessante e ricca di informazioni utili su un regista che si sta già affermando.

Pier Paolo Pasolini nacque il 5 marzo 1922 a Bologna. Fu prima poeta, romanziere, critico letterario, prima di avvicinarsi al cinema. In questo campo e attraverso questa nuova modalità espressiva, come in Lettere, Pasolini si distinse per il suo talento poliedrico prima di approdare alla regia. Fu attore ( Il Gobbo ), sceneggiatore ( La Notte Brava ), aiuto regista soprattutto in Le notti di Cabiria , La Notte Brava e Il bell'Antonio . Nel 1961 realizzò il suo primo film, Accatone , seguito subito dopo da Mamma Roma , poi da uno sketch di Rogopag e, infine, nel 1964, da Il Vangelo secondo Matteo .

Quest'ultimo film, basato sul testo del Vangelo secondo Matteo, ha suscitato accese polemiche in Italia alla sua uscita lo scorso autunno. Il pubblico è rimasto sorpreso, se non scioccato, che quest'opera di un marxista abbia ricevuto sia il Premio OCIC a Venezia che il Gran Premio OCIC ad Assisi. Ma le giurie hanno semplicemente incoronato un'opera potente, bella in sé, di grande significato spirituale e umano, e si sono unite alla maggioranza di questo pubblico che, al di là delle meschinità ideologiche e politiche, avrebbe presto frequentato e applaudito quest'opera che segna una data nella storia del cinema religioso e, forse, del cinema in generale.

 

Réal La Rochelle - Signor Pasolini, con Il Vangelo secondo Matteo pensava di fare un film religioso? E, in ogni caso, era consapevole di contrastare una certa produzione religiosa commerciale?

P.P.Pasolini - Sì, certamente, volevo fare di questo film un film religioso. L'idea di realizzarlo mi è venuta leggendo, o meglio rileggendo, il testo del Vangelo secondo Matteo. E volevo, in quest'opera, riprodurre cinematograficamente il testo di Matteo, con la massima fedeltà possibile. D'altra parte, non volevo fare un film spettacolare nel vero senso del termine. Inoltre, non mi è mai venuto in mente che questo film potesse trasformarsi in una polemica: questo problema non mi interessava.

mercoledì 9 luglio 2025

ANTONIONI, BERGMAN, PASOLINI - di Leonardo Sciascia - «Cinema Nuovo», XIV, 173, gennaio-febbraio 1965, p. 34

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Eretico e Corsaro



ANTONIONI, BERGMAN, PASOLINI

di Leonardo Sciascia

«Cinema Nuovo»

gennaio-febbraio 1965

p. 34

 È da un paio d’anni che frequento pochissimo il cinema. E le rare volte che ci capito, quasi mai resisto a vedere un film per intero. Perché sono arrivato ormai alla convinzione che non c’è film, per quanto buono, che valga un libro anche mediocre. E io, a quarantaquattro anni, ho ancora tanti grandi libri da leggere. Nello scorso anno ho visto in tutto tre o quattro film: Il silenzio nei primi dell’anno, Il disco volante alla fine. Il secondo poteva essere un film serio. Il primo, purtroppo, non lo è. 

    Ho molto rispetto per Bergman. E non mi pare, si possa istituire un confronto tra lui e Antonioni. Bergman ha un linguaggio, uno stile: e un’ansia religiosa e morale che soltanto nel Silenzio, mi pare, assume un che di falso, di inattendibile. Antonioni invece non fa che impastare cascami letterari e figurativi, facendo gran confusione tra i mezzi dell’espressione e l’espressione stessa. Ma non ho ancora visto Deserto rosso. Mi pare di capire però, da quello che se ne dice, che questo film dia la giusta misura dei limiti del regista. In quanto alla alienazione, a parte l’inautenticità che il concetto ha assunto nelle interpretazioni letterarie e cinematografiche (in proposito ha scritto un divertente articolo Fortunato Pasqualino), mi pare sensatissima la pretesa che a rappresentare l’alienazione siano i non alienati. 

  Non ho visto Il Vangelo secondo Matteo. Non posso dunque (né forse potrei anche dopo averlo visto) dire quale significato abbia una simile esperienza per Pasolini. Cajumi se ne sbrigherebbe con una battuta. Io credo invece che bisogna stare attenti alle cose che Pasolini fa o dice. È una specie di sismografo. Pasolini fa il Vangelo: ed ecco che comincia il dialogo tra comunisti e cattolici. Il che, confesso, mi dà grande inquietudine. 

   Leonardo Sciascia

@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare


Curatore, Bruno Esposito

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venerdì 27 giugno 2025

Pier Paolo Pasolini, La morale delle favole - Antonio Bertini intervista Pasolini sul set di Uccellacci e uccellini - Vie nuove, 25 novembre 1965 , pag. 49 e 50

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Pier Paolo Pasolini
La morale delle favole
 Antonio Bertini intervista Pasolini sul set di Uccellacci e uccellini

Vie nuove, 25 novembre 1965

 pag. 49 e 50

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )



<< Al mondo tutti gli uomini sono concorrenti... L'ho detta una schifezza! >> E Totò scuote la testa. 

Si ricomincia. 

<<Motore>>, <<Partito>>  risponde il fonico. 

Si ode un lungo trillo di campanello. Totò riprende a dire la battuta. Ma ha come una improvvisa amnesia e si interrompe. 

<<Eppure la so>> piagnucola. 

Nel teatro numero 8 degli stabilimenti De Paolis si gira in questi giorni l'ultimo film del poeta-regista Pier Paolo Pasolini. 

Tra gli autori nuovi rivelatisi in campo cinematografico dopo il 

1960 è certamente uno dei più originali e interessanti. Il suo esordio avvenne clamorosamente con Accattone, un film ricco di poesia e di umanità, in cui la parabola vitale di un giovane sottoproletario romano acquistava una dolorosa dimensione tragica. Poi venne Mamma Roma, scritto per Anna Magnani. Recentemente l'attrice ha dichiarato: 

<<Non capisco... Pasolini ha scritto il film per me, ma considera gli attori solo come strumenti da usare o materia da plasmare>>.