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Pasolini - VITA, OPERE E MORTE
Pasolini Biografia Breve - Le Pagine Corsare
sabato 9 agosto 2025
Pier Paolo Pasolini, I campi del Friuli - Officina, numero 2, luglio 1955, da pag. 59 a pag. 66
Pier Paolo Pasolini
sabato 3 maggio 2025
Pier Paolo Pasolini, La libertà stilistica - Officina, numero 9- 10, del 1957
"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Pier Paolo Pasolini
La libertà stilistica
Officina
numero 9- 10
1957
Sul n. 5 di «Officina», un anno fa, usciva un nostro scritto, Il neo-sperimentalismo, che, forse ancora informe e troppo nuovo, si è prestato a interpretazioni incerte. Chi lo ha discusso, appoggiato o soltanto citato non ha avuto ben presente questo: che il nostro scritto non era affatto parenetico, ma solo descrittivo. Sì che quel nuovo cartellino di neo-sperimentalismo ha finito con l’essere identificato con una specie di programma poetico di «Officina»; o almeno con una definizione fiancheggiatrice del lavoro della rivista. Nel migliore dei casi (vedi una noterella di Cusatelli su «Palatina», n. I) si è pensato a quell’articolo come a una sistemazione, terminologica almeno, della poesia del dopoguerra: ma non è giusto nemmeno questo, perché non ci sembra che si possa negare l’esistenza oggettiva e quindi anche nominale di neo-realisti e post-ermetici. Il neo-sperimentalismo si definisce insomma – lo ripetiamo – come una zona franca, in cui neo-realismo e post-ermetismo coesistono fondendo le loro aree
Pier Paolo Pasolini Il neo-sperimentalismo - Officina, numero 5 del 1956
"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Pier Paolo Pasolini
Il neo-sperimentalismo
Officina
numero 5
1956
Ecco qui, nell’umile corsivetto della rubrica,1 una nuova definizione. Ma bisognava pure decidersi ad aggiornarsi in qualche modo su una produzione, mettiamo quinquennale, che ora gravita, informe, «allo stato fluido» verso le formule già accettate (post-ermetismo, neorealismo ecc.). Tale attrazione delle formule correnti, permane, sì, nella massa che qui ci accingiamo a isolare, ma sotto forma di tendenze, di componenti. Ci conviene perciò suddividere subito questa nostra merce neobattezzata, nelle tre sezioni in cui circa è compresa: 1) Neo-sperimentalismo, tout court, di origine psicologica, o patologica, concrezione di un «caso» solitario, marginale: in termini da manuale: neo-sperimentalismo decadentistico, o, meglio ancora, espressionistico. 2) Neo-sperimentalismo influenzato dalla sopravvivenza ermetica o genericamente novecentesca. 3) Neo-sperimentalismo coincidente con la sindrome stilistica della nuova, appunto spuria, ricerca «impegnata», ma, nella fattispecie, non di partito.
Una polemica in prosa ( caro Pasolini ) - Eduardo Sanguineti, Officina, numero 11 del 1957
"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Una polemica in prosa ( caro Pasolini )
Eduardo Sanguineti
Sanguineti vs Pasolini, il vincolo delle passioni contro il distacco della razionalità - Il Manifesto, 4 agosto 2024
"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Sanguineti vs Pasolini
il vincolo delle passioni contro il distacco della razionalità
Il Manifesto
4 agosto 2024
Grandi scontri/8 Campione dello sperimentalismo plurilinguista, Pier Paolo Pasolini accusa il ruppo 63 di essere organico al neocapitalismo, «come il bitume e i detersivi»; e quelli, Sanguineti in testa, lo ripagano chiamandolo «patetico» reperto di una letteratura edificante e anacronistica
Massimo Raffaeli
Lunedì 3 novembre 1975, il giorno dopo l’assassinio di Pier Paolo Pasolini, «Paese sera», il quotidiano di orientamento comunista cui il poeta aveva spesso collaborato, gli dedicò le prime cinque pagine: in fondo alla quinta e sotto un titolo – Confusione tra arte e vita – che contraddiceva il tono accorato degli altri, il maggiore esponente del Gruppo 63, Edoardo Sanguineti, con una impassibilità ai limiti del cinismo confinava la fisionomia di Pasolini agli anni Cinquanta, sottolineando il tratto patetico e nostalgico del «celebratore di una Vita che gli era possibile cogliere soltanto in commemorazione struggente e infine in figurazioni mortuarie». In effetti, meno di due anni prima, il 27 dicembre del ’73, sullo stesso quotidiano e con un titolo non meno polemico (La bisaccia del mendicante, poi nella raccolta Giornalino, Einaudi 1976), Sanguineti già nell’incipit aveva bollato come reazionari i paradossi avanzati dagli Scritti corsari sulle pagine del «Corriere della sera»: «Com’erano carini i sottoproletari di una volta»!
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| Il Messaggero, 26 settembre 1995 |
venerdì 2 maggio 2025
Pier Paolo Pasolini, Una polemica in versi - Officina, numero 7, novembre 1956
"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Pier Paolo Pasolini, Una polemica in versi
venerdì 18 aprile 2025
Pasolini, Marxisants (o meglio neomarxisti) - Officina, numero 2, maggio-giugno 1959
"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Pasolini, Marxisants
(o meglio neomarxisti)
( Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )
Marxisants? Il francese e il genere di suffisso applicato alla grande radicale, mi lasciano dubitante davanti a questa definizione, usata sia da Roversi (con perplessità) che da Scalia (ironicamente) nel primo numero della nuova «Officina». E io non politico, e scarso lettore di sociologia, non mi dovrei sentire in grado di correggerla. Ma il «marxisants» dei miei amici mi sollecita, anzitutto quasi un punto focale nuovo sulla situazione delle prospettive in sviluppo, progresso o regresso, dopo il XX Congresso del Pcus: prospettive non solo politiche, ma ideologiche, letterarie e metodologiche, sotto il segno di una rinnovazione comunista rientrata, e sotto i segni minori dei vari moti innovativi, interni o esterni: di dissidenti, di marxisants o meglio neomarxisti [vedi «Passato e Presente»], di ex-comunisti, e anche di lealisti, rimasti nel partito di Togliatti [vedi, passim, in certe superfici interne, il nuovo «Contemporaneo»].
Tuttavia una ricostituzione rigeneratrice e semplificatrice del comunismo, a me, osservatore di passaggio e incompetente, non pare preannunciarsi all’orizzonte ideologico: è possibile, dunque, per uno scrittore, ipotizzare, come dato, un neocomunismo ancora nella piena tenebra del farsi, e, di conseguenza, prospettarsi un proprio comportamento e una propria figura nuovi, o comunque le ripercussioni etiche ed estetiche nelle sovrastrutture in cui egli opera?
mercoledì 29 dicembre 2021
Pier Paolo Pasolini, Pascoli - Officina numero 1, Maggio 1955.
"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Pier Paolo Pasolini
Pascoli
domenica 28 novembre 2021
Pier Paolo Pasolini, La posizione - Officina numero 6 aprile 1956
"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Pier Paolo Pasolini
La posizione
sabato 12 settembre 2015
Pasolini - Officina - Di Massimiliano Valente
"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Fin dal suo esordio, seppur non ufficialmente, la rivista si avvale di un numero di redattori e collaboratori ampio: Angelo Romano', Gianni Scalia e Franco Fortini, solo per citarne alcuni.
Pasolini, Roversi e Leonetti si conoscono al Liceo Galvani di Bologna, dopo la guerra riprendono i contatti interrotti per le vicende belliche e lo "sfollamento" di Pasolini a Casarsa. Dapprima si saldano piu' stretti rapporti tra Leonetti e Roversi, ma verso la meta' degli anni cinquanta i tre "ragazzi del Galvani" si incontrano spesso a Bologna e a Milano, approfittando dei numerosi viaggi di Pasolini dal suo editore Garzanti. Oltre a tenersi in contatto i tre si correggono reciprocamente i testi (saggistici e poetici) e decidono colleggialmente l'impostazione dei vari numeri della rivista. Fin dall'inizio "Officina" assume un carattere aperto a collaborazione esterne: Roversi inserisce Scalia; lo stesso Scalia con l'appoggio di Roversi, propone il nome di Fortini, mentre Pasolini porta Romano'. Queste nuove collaborazioni decentrano i luoghi delle riunioni, che da Bologna si trasferiscono nella casa milanese di Romano'.
Pasolini ha un ruolo determinante per le collaborazioni ottenute nell'ambito della societa' letteraria romana.
"Officina" prima serie e "Officina" nuova serie, sono divise in due diversi ordini di sezioni, tale criterio e' illustrato da un "Conpendio descrittivo" redazionale pubblicato per la prima volta nel numero 4, a proposito della prima serie:
"'Officina' e' divisa in quattro sezioni, che mentre danno una struttura rigorosa a ciascun fascicolo, vogliono essere intese come temi continui e costanti del lavoro.
LA NOSTRA STORIA. In questa prima sezione, che dichiara, nella nuova 'letteratura militante', un ampio interesse storiografico, metodologico e critico...
TESTI E ALLEGATI. Questa sezione, ne' antologia ne' solo documento, e' indicativa e aperta nelle sue scelte, e vorrebbe inoltre stimolare i collaboratori a una nuova definizione della propria opera....
LA CULTURA ITALIANA. In un attento e libero esame, cerca di chiarire in senso ideologico, o in sede polemica, ma con lo sforzo di un'incessante elaborazione, i problemi letterari.
APPENDICE".
Nel 1955, quando nasce "Officina", Pasolini ha 33 anni. Ha scritto o sta scrivendo Ragazzi di vita, i poemetti de Le ceneri di Gramsci, e gli scritti saggistici di Passione e ideologia. Il 1955 e' l'anno in cui Pasolini, da insegnante precario in una scuola di Ciampino, diviene uno sceneggiatore cinematografico di successo. Nel 1953, grazie alla pubblicazione del primo capitolo di Ragazzi di vita su "Paragone" e la segnalazione di Bertolucci all'editore Garzanti, a Pasolini viene corrisposto un assegno mensile come anticipo sul romanzo.
Proprio la vicenda personale di Pasolini influenzera' in seguito le sorti di "Officina", che subira' delle forzature in direzione della sua personalita'.
Determinante appare la presenza di Pasolini: per il collegamento con altri intellettuali, per la polemica con il PCI e per il suo articolato discorso condotto sulla letteratura con i suoi saggi e le sue poesie.
Da un punto di vista politica all'interno della rivista convivono una "destra" che fa capo a Roberto Guiducci, e una sinistra, che ha come protagonista Fortini. Il dissenso che ne deriva anticipa per molti versi il futuro conflitto fra neopositivismo e marxismo.
"Officina" si presenta, quindi, come una rivista di letterati sodali, finanziata da uno di loro (Roversi), con una gestione tipicamente preindustriale. In tutta la prima serie non supera le 600 copie e ha una diffusione d'élite.
Per sollevare Roversi dal gravoso impegno finanziario sono state avviate fin dal 1957 trattative con vari editori, finche' la rivista e' affidata a Bompiani. La nuova amministrazione porta la tiratura sopra le 1000 copie e imposta un badget pubblicitario. Poi, l'epigramma pasoliniano A un papa provoca la rottura con l'editore.
Il primo numero del maggio 1955 si apre con un saggio pasoliniano sul Pascoli:
"Si deve notare preliminarmente che questo scritto vive di una molto sottile e implicita contraddizione. Nella sostanza Pasolini mira ad una forte limitazione ideale e culturale e stilistica del plurilinguismo e sperimentalismo pascoliano, facendo anzi di Pascoli una sorta di idolo polemico antinovecentesco ante litteram; ma non e' difficile avvertire nell'accenno alla 'stupenda possibilita' di descrizione' e nella sottintesa ammirazione per la vastita' del suo influsso, un'adesione a Pascoli (e quindi - surrettiziamente - a quanto egli anticipa nel novecentismo) che si era manifestata e manifestera' del resto concretamente in tanta parte della poetica e poesia pasoliniana. Questa presenza di componenti pascoliane e novecentesche - a livello sentimentale o metrico-stilistico - e' stata gia' ampiamente studiata dalla critica, nei suoi momenti attivi e passivi.
[...]
Nel suo Pascoli Pasolini mostra a un certo punto una chiara consapevolezza dei diversi livelli del decadentismo italiano ed europeo (in rapporto alle rispettive borghesie) ma finisce per sottolineare soltanto il carattere ritardato e involutivo del primo.
Per quanto riguarda inoltre la presa di coscienza della crisi, in molte pagine saggistiche dello stesso Pasolini e di Leonetti essa non puo' non risentire in qualche modo del fatto di essere in larga misura filtrata soprattutto attraverso le sue manifestazioni ermetico-novecentesche".[1]
L'inserimento nella Piccola antologia, e la motivazione da parte di Pasolini, di un brano degli Erotopaegnia di Sanguinetti, provoca da parte sua l'invio di una lunga "lettera aperta" in versi; lettera che riprende ironicamente e polemicamente la terzina e l'endecasillabo di Pasolini, rovesciando il titolo di Una polemica in versi a Una polemica in prosa. Il tono della "lettera aperta" di Sanguinetti risente molto della polemica personale, ma fa affiorare motivi che saranno ripresi nel dibattito sulle nuove avanguardie, e oltretutto stimola "Officina" ad alcuni ripensamenti.
Cosi', dopo qualche anno, Franco Fortini: " Fra Pasolini e Sanguinetti, era Pasolini ad aver ragione; ma in quel momento Sanguinetti era nel vento o stava per entrarci".
"E' interessante anzitutto notare come l'antistoricismo, pur cosi' personalizzato, di Sanguinetti, provochi una sorta di complesso da parte di "Officina": il senso, cioe', di uno storicismo vulnerabile, e per questo da ridimensionare nel momento stesso in cui lo si riafferma. I riconoscimenti piu' o meno espliciti di un diverso antinovecentismo e antipetrarchismo in Sanguinetti o in altri autori antologizzati da Pasolini, possono significare una implicita rinuncia a una esclusiva storicistica in questa direzione: con una certa correzione di tiro, anche".[1]
"Nella Posizione Pasolini pone al centro della sua esperienza la realta' oggettiva di un "mondo scisso in due" dalla Resistenza - ma al tempo stesso - contro ogni sbrigativa quanto velleitaria liquidazione del passato - sottolineando l'esigenza di una critica consapevolezza dei retaggi ermetico-novecenteschi e borghesi originari, e soprattutto la necessita' di vivere fino in fondo "lo stato di crisi" e di "divisione" (della societa' e della coscienza), al di la' di ogni astratta "rimozione" prospettivistica (in polemica con certe posizioni comuniste).
Certo, Pasolini assume qui un idolo polemico (Falqui) decisamente ritardato, e tende talora a un connotazione riduttiva della crisi (nei termini di quella identita' fascismo-novecentismo); e tuttavia egli riesce ad impostare con attiva contraddittorieta' - grazie anche a certe profonde implicazioni della sua polemica antinovecentesca - la feconda poetica del "dramma irrisolto". In questo senso sara' la liberta' stilistica che, in "Officina" (oltre a riprendere e maturare altri spunti critici precedenti), si porra' come una delle chiavi di lettura piu' illuminanti della raccolta (e poesia) delle Ceneri di Gramsci.
Con la sua caratteristica impostazione gramsci-continiana, Pasolini ricostruisce qui il suo curriculum, dal noviziato novecentesco chiuso in una liberta' stilistica illusoria, irrazionale e squisita (primo tempo friulano, in particolare), alla rinuncia nei confronti di essa per misurarsi con la problematica morale e storica contemporanea. La polemica sui due fronti, considerati come le due facce del neo-sperimentalismo epigono del novecentismo, dopo le cautele tattiche iniziali (si noti l'accento posto sull'intento "solo descrittivo"), si fa piu' esplicita e "programmatica" che nel Neo-sperimentalismo. E cosi' pure l'alternativa di uno sperimentalismo "radicalmente" e autenticamente innovatore, "sprofondato in una esperienza interiore" e "tentato" nei confronti della "storia", decisamente critico verso gli "istituti precedenti" e orientato a una riadozione di "modi stilistici prenovecenteschi", di un "linguaggio razionale" e implicitamente di una tradizione pluringuistica".[1]
Cosi' Francesco Leonetti nel 1973 si esprime sulla polemica anti-novecentesca:
"E' corrente in 'Officina' l'intenzione 'antinovecentesca', che va intesa a mio avviso in questo modo. [...] Si tratta di ritrovare una linea diversa della letteratura italiana. Ed e' qui, che, per alcuni numeri di 'Officina', avviene allora un predominio della posizione di Pasolini stil-critico: in quanto egli raccoglie da Contini-Longhi, e, dietro ad essi, da De Lollis, un'interpretazione della linea dominante come petrarchesca, anche il Leopardi. Ora io stimo cio' caratteristico della considerazione neutrale, prevalentemente stilitstica-linguistica, del lavoro letterario, e intendo rivedere a fondo questo problema. Ma tale via ebbe buon gioco contro il realismo facile del tempo; e personalmente a Pasolini e ad altri permise - insieme al consenso motivato dei maggiori critici - l'orientamento verso il plurilinguismo, il gergale (pseudo-sociologico), malinteso come alternativa originariamente 'dantesca', e, via via, verso la combinazione espressiva che e' pura tensione di significanti. Se si accetta questa rapida nota - che piu' olte potro' forse sviluppare se ne puo' inferire che la sucessiva 'avanguardia letteraria' e' una prosecuzione (con sofferenza di Pasolini) della sua stessa scelta, attraverso rinuncia alla elaborazione di contenuti e forme".
Con Marxisants Pasolini esprime la sua visione del capitalismo come oppressore del mondo sottoproletario, di cui soltanto un Partito Comunista rigenerato potra' diventare il difensore. Questa visione viene espressa in uno dei "Nuovi epigrammi" della Religione del mio tempo, intitolato Alla bandiera rossa:
"Per chi conosce solo il tuo colore, bandiera rossa,
tu devi realmente esistere, perche' lui esista:
chi era coperto di croste e' coperto di piaghe,
il bracciante diventa mendicante,
il napoletano calabrese, il calabrese africano,
l'analfabeta una bufala o un cane.
Che conosceva appena il tuo colore, bandiera rossa,
sta per non conoscerti piu', neanche coi sensi:
tu che vanti gia' tante glorie borghesi ed operarie,
ridiventa straccio, e il piu' povero ti sventoli".
In Marxisants Pasolini oscilla tra la polemica politica e personale, nella ricerca di un compito adeguato alla funzione dello scrittore, tra l'analisi della nuova condizione dell'intellettuale e la dichiarazione di poetica, con prevalenza di questo secondo elemento. Lo scrittore quindi deve adoperarsi in una attivita' di ricerca e nella "riassunzione del sottoproletariato come oggetto di letteratura". Marxisants, come Le ceneri Gramsci, rappresenta la crisi tra l'essere con Gramsci o nelle "buie viscere", tra ideologia e passione.
"Si veda, poi, come "Marxisants" tenda a reimpostare i noti termini letterari della polemica sui due fronti, sia pure aggiornati. C'e' infatti la critica al neosperimentalismo-neorealismo come letteratura "impegnata" criptoermetica, nel non lontano ieri, e l'identificazione polemica reazione - "squisitezza", nella sua piu' aggiornata versione "neocapitalistica"; con l'indicazione alternativa del recupero di una tradizione alto-borghese "liberale", di una razionalita' precedente all'involuzione novecentesca e fascista. Ma ormai l'impostazione socio-politico-linguistica pasoliniana appare appare notevolmente semplificata, mentre del resto questo recupero di un "pieno e forte razionalismo" prenovecentesco rivela tutto il suo carattere ritardato e contraddittorio e volontaristico."[1]
Nel 1973 Pasolini, richiesto di un giudizio sull'esperienza officinesca da Gian Carlo Ferretti, scrive un pezzo intitolato "Una rivista polivante", riportato di seguito:
"Niente dovrebbe essere piu' datato di 'Officina', e invece niente lo e' meno. Essa dovrebbe essere un fossile degli anni cinquanta, e invece non lo e'. Si dovrebbe avere di essa l'impressione di qualcosa di compreso in un tutto o completamente assimilato o integrato per sempre: invece essa si distacca da quel tutto come un elemento eslege, a se'. E' la sua qualita' prefiguratrice di fenomeni che sono e restano ancora attuali (la rivangelizzazione marxista, il razionalismo gauchista - quel poco che c'e')? Oppure e' il fatto ch'essa e' stata un unicum circa due decenni fa, e quindi, come tale, destinata a una memoria particolare? Oppure ancora e' la sua strana sinteticita' sperimentale, che poneva problemi dandone soluzioni solamente possibili e molto stringate? Oppure e' la sua sostanziale polivalenza?
A proposito di questa ultima ipotesi (che mi pare la piu' rilevante, anche se le altre possono coesistere con essa) vorrei notare come tale polivalenza sia spiata dalle diverse valenze che essa assume se vista attraverso le funzioni particolari dei suoi coautori o condirettori dopo la diaspora. L'enciclopedismo famelico di Leonetti che muta incessantemente i riferimenti di una ideologia che aspira a essere se non dogmatica o ortodossa, certamente 'corretta'; il moralismo assillante di Fortini che ritocca perpetuamente ogni posizione raggiunta perche' divenuta, cosi', potenzialmente pragmatica ed egli e' quindi costretto ad avere una perpetua fiducia nel pragma come unico ribollente fornitori di nuovi temi (la contestazione, per es.); il moralismo negativo di Roversi, che, al pragma (come storia che si fa) si rivolge direttamente come a uno oscuro-luminoso nettare conoscitivo, esternamente deludente, invece (mi riferisco ancora alla contestazione "storica" degli anni intorno al '68). Di me taccio. Ma chiunque potrebbe apprestarmi una didascalia pubblicamente attendibile.
Cio' che irrita e dispiace in 'Officina' e' la sua ingenuita', che e' anche il suo merito. Il non aver saputo prevedere l'imminente neocapitalismo e la rinascita fascista, e', per i suoi direttori, umiliante. Ed e' umiliante anche la sua 'critica' ai valori - quelli della sinistra - in una sostanziale accettazione e quasi adulazione di tali valori. Non c'erano in 'Officina' ne' disobbedienza, ne' estremismo: c'era la calma della ragione che ricostruisce. Ma non era vera calma; oppure era una calma ingiustificata. In realta' chi redigeva 'Officina' - potenzialmente, solo potenzialmente - si aggingeva a prendere il posto di coloro che criticava, con vitalita', rigore, ma anche con rispetto. Si accingeva cioe' alla presa del potere. 'Officina', senza volerlo, e' stata un primo piccolo esempio di potere intellettuale (seguito poi dai suoi avversari, che nel loro odio verso di essa, altro non hanno desiderato che ricrearla in forma diversa). Solo la sostanziale onesta' di tutti i suoi autori ha impedito che questa possibilita' si realizzasse, e avvenisse il passaggio cioe' la codificazione con, appunto, la conseguente forma di potere. Quando cio' stava per accadere, 'Officina' si e' autoeliminata. Ma sono i destini particolari e singoli della diaspora che, ripeto, integrano il suo quadro laconico, enigmatico e imperfetto, anche se tanto degno di lode".
L'ultimo numero di 'Officina', il secondo della nuova serie, esce nel maggio-giugno del 1959.
giugno 1997
[1] Gian Carlo Ferretti - "Officina - cultura, letteratura e politica negli anni cinquanta" - Einaudi
Fonte:
http://pigi.unipv.it/_PPP/OFF.html
giovedì 2 maggio 2013
Camminavo con Pasolini al parco...
"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Roberto Roversi
Roversi:
In modo ancora più preciso: cos’era successo. Questa era la domanda. Magari limitata, magari collocata in un contesto meno attivo, meno in movimento. Ma per me abbastanza importante e impellente per riordinare le idee per partire da un punto concreto. Dovessi dare, non dico un giudizio, ma una conclusione dal mio punto di vista, la rivista ha operato anche abbastanza utilmente per far capire cos’era successo. Ma poi, a un certo momento, quando era già venuto il tempo per passare a spiegare "cosa sta succedendo", anche se aveva cominciato a formulare qualche cosa, si è bloccata, si è fermata. Quindi è rimasta una operazione a metà.
L’avvio è stato abbastanza inquieto. Tornato sotto gli occhi, dentro i nostri pensieri. Dico nostri, miei e di Leonetti a cui in quel momento ero abbastanza vicino, perché abitava a Bologna. Ebbe una partenza incerta. Basti dire, mi sembra di non averlo mai detto, che proprio mentre cercavamo di raccogliere le idee operative, una sera Giuseppe Guglielmi con cui ero in rapporto venne e accompagnò a casa mia una sera Luciano Anceschi, quando ancora non aveva avviato «Il Verri», per parlare. Accadde che dopo 10 minuti di colloquio questa possibilità di collegarci in maniera operativa insieme era caduta. Dopo non ci vedemmo più. Il secondo rapporto lo avemmo con Ricciardi, che è stato dopo insigne cattedratico all’Università di Bologna, italianista, uno dei primi traduttori di Ezra Pound e di tanti altri. Lui era con noi nei primi colloqui, dopo questo incontro con Anceschi. Dopo venne l’idea, e fu un’idea di Leonetti, di rivolgerci o avvertire Pasolini, col quale, quando ancora eravamo al liceo negli anni ’40, avevamo avuto il progetto di fare una rivista il cui nome doveva essere «Eredi». Leonetti avvertì Pasolini di questo nostro progetto, e Pasolini venne immediatamente a Bologna, aderendo… E da lì siamo partiti.
Fonte: http://www.robertoroversi.it/index.php/testimonianze/interviste-a-r-r/item/141-intervista-a-roberto-roversi-la-poesia-è-una-risposta-alla-realtà
Volendo utilizzare un’immagine che consenta di indicare sinteticamente il ruolo che Roberto Roversi ha svolto in parecchi decenni di militanza letteraria, non ne esiste una migliore di quella ch’egli stesso ha scelto, dedicando alcune sue opere fondamentali (Rime, Registrazioni d’eventi, Descrizioni in atto, L’Italia sepolta sotto la neve) a Th., cioè a Tommaso Campanella. Nell’intervista rilasciata a Gianni D’Elia e pubblicata su «Lengua» (n. 10/1990), lo scrittore bolognese così spiega questa scelta: «Già nel ’43 ero sotto le ali del frate legato nelle profonde segrete vaticane e dentro almeno con gli occhi… lo vedevo… dentro alla sua disposizione intransigente, inesorabile. Ero addirittura travolto da quella voce, da quell’ombra […]. Quella di Campanella mi sembrava la mia condizione».
E Roversi è stato appunto un intellettuale intransigente, animato da un’inesauribile ricerca della verità, portata alle estreme conseguenze, senza remore né timori reverenziali. Non è un caso che la sua esperienza letteraria si sia intrecciata con quella di Pier Paolo Pasolini (che ha pagato con la vita l’intransigenza, il rifiuto dell’omologazione culturale), dalla collaborazione giovanile alla pubblicazione di «Officina». La vicenda, non solo editoriale, ma anche letteraria, e, se vogliamo, umana (per le storie personali che stanno dietro, che hanno segnato profondamente i protagonisti) della rivista, va ricostruita, per sottolineare, nel contempo, la collocazione particolare ch’essa ebbe nel panorama italiano, stretta come fu tra esperienze e correnti diversamente rilevanti, ma sempre importanti, per delineare una storia della letteratura nel nostro Paese.
«Officina» fu fondata nel ’55 da Francesco Leonetti, Pier Paolo Pasolini, e Roberto Roversi. La redazione era nella libreria antiquaria della quale era proprietario a Bologna Roversi, che fungeva pure da editore della prima serie, che durò per dodici numeri. Furono pubblicati, inoltre, due fascicoli di una seconda serie, datati marzo-aprile 1959 e maggio-giugno 1959, con l’aggiunta nel comitato di redazione di Franco Fortini, Angelo Romanò e Gianni Scalia, ma l’esperienza fu rapidamente troncata in seguito all’uscita di un epigramma di Pasolini in morte di Pio XII. Il nuovo editore della rivista, Valentino Bompiani, era iscritto al Circolo romano della caccia, centro di nobiltà vaticana. Il sodalizio, ritenendo blasfemo l’epigramma, intentò nei suoi confronti una specie di processo. Di conseguenza, l’editore decise di sospendere il finanziamento della rivista.
«Officina», pur proponendosi di andare ben oltre il neorealismo, si collocava sempre nell’ambito dello storicismo e del razionalismo. Difatti, Pasolini scrisse, col senno di poi, nel 1974, che in essa «c’era la calma della ragione che ricostruisce». I suoi animatori si prefiggevano un’analisi storica e razionale della realtà economica, sociale, politica del Paese, che trovavano mutata rispetto a come l’aveva vista e registrata il neorealismo. Rifiutavano il disimpegno di matrice ermetica e proponevano un nuovo impegno, adeguato al mutamento della realtà, caratterizzata dal prevalere della società dei consumi e dall’acquiescenza della sinistra istituzionale di fronte a questo modello di sviluppo, che, se, da un lato, assicurava un certo benessere alle masse proletarie, dall’altro lato, le assopiva e le rendeva succubi. E allora s’imponeva un nuovo engagement dell’intellettuale, volto a contrastare il capitalismo selvaggio e a difendere le identità violate del mondo contadino e, in generale, delle classi subalterne. S’imponeva, inoltre, un rinnovamento dell’ideologia marxista, una sua apertura rispetto a scienze nuove, come la psicanalisi, la linguistica, lo strutturalismo, la semiologia, e un rinnovamento dello stesso linguaggio letterario.
Oltre ai motivi contingenti di contrasto con l’editore Bompiani; la fine dell’esperienza di «Officina» fu dovuta al "realismo di ritorno" di Pasolini, che, addirittura, per realizzare un rapporto ancora più immediato con la realtà, si tuffò nell’esperienza cinematografica. Altro motivo di rottura fu la contestazione ormai aperta della sua leadership. I tempi, insomma, erano maturi perché i vari intellettuali che avevano animato la rivista prendessero vie autonome. Scrisse, infatti, Roversi a Leonetti, in una lettera datata 11 novembre 1959: «Liberati dal complesso Pasolini e della sua fortuna: è sua, non tua; non nostra. Cerca la tua; che sarà tua, non sua, non nostra».
Se «Officina» si propone un nuovo impegno e una risposta ideologica alla crisi della società contemporanea, il "Gruppo ’63" si colloca – per usare le parole di uno dei suoi massimi teorici, Angelo Guglielmi – in una dimensione «a-ideologica», «astorica», «disimpegnata», «atemporale». Esso inizia il processo di "deideologizzazione" della cultura italiana, tuttora in atto. Volendo delineare brevemente le tappe evolutive che portano al formarsi del "Gruppo ’63", dobbiamo partire dal 1956, che è insieme l’anno di pubblicazione di Laborintus di Sanguineti e della nascita della rivista «Il Verri», diretta da Luciano Anceschi, vero e proprio laboratorio del neosperimentalismo. Altra tappa fondamentale è la pubblicazione, nel 1961, sotto l’egida de «Il Verri» e per i tipi di Einaudi, dell’antologia I Novissimi, poesie per gli anni ’60, curata da Alfredo Giuliani e comprendente testi di Elio Pagliarani, Alfredo Giuliani, Edoardo Sanguineti, Nanni Balestrini, Antonio Porta, con l’aggiunta di testi di poetica degli stessi autori. Il punto di sbocco di questo processo evolutivo è la costituzione, nel 1963, del "Gruppo ’63", che tiene il suo primo convegno a Palermo. Tra i partecipanti, ricordiamo: Umberto Eco, Renato Barilli, Francesco Leonetti, Giancarlo Marmori, Lamberto Pignotti. Nel 1964 il consuntivo dei lavori di Palermo viene pubblicato nella Antologia del Gruppo ’63; si svolge un altro convegno a Reggio Emilia. Un ulteriore convegno si tiene a Palermo nel 1965. Intanto, si anima il dibattito letterario intorno alla neoavanguardia: prendono decisamente posizione contraria Pasolini, Moravia, Montale.
Secondo i teorici della neoavanguardia, non è possibile un’interpretazione ideologica della realtà, irrazionale e caotica. E allora l’unica cosa possibile è rendere la realtà stessa nella sua "intattezza". A ciò serve il linguaggio, che, nella concezione dei "neo-avanguardisti", acquista il ruolo centrale prima riconosciuto all’ideologia. Ma quale linguaggio? Se la realtà è caos assoluto, la poesia dev’essere «mimesi critica della schizofrenia universale, rispecchiamento e contestazione di uno stato sociale e immaginativo disgregato». In altri termini, si deve usare un linguaggio che sia in grado di assicurare una visione caotica della realtà caotica, al di là di ogni presupposto ideologico.
Per far ciò, i "neo-avanguardisti" disgregano le strutture e la lingua tradizionali, ricorrono al "plurilinguismo" o "mistilinguismo", cioè a una lingua che mescola vari codici, attinge a varie discipline. Così, Sanguineti mescola latino medievale, greco, neologismi scientifici, cifre alfabetiche e numeriche. Elio Pagliarani accosta linguaggio pubblicitario, indicazioni da manuale di dattilografia, spezzoni di lingua parlata. Nanni Balestrini realizza esempi di "poesia elettronica", ottenuta inserendo in un calcolatore IBM testi i cui elementi vengono risistemati in un’infinità di combinazioni, tutte legittime, secondo l’autore, perché non differiscono, quanto a carenza di significato, dal normale linguaggio, falso e alienato. Alfredo Giuliani e Antonio Porta, superando il diaframma artificiale tra poesia e pittura, danno vita ad esperimenti di "poesia visiva".
Il "Gruppo ’63" è influenzato dalle concezioni filosofiche della Scuola di Francoforte, che accomunava nella condanna di "industrialismo disumanante" la società capitalistica e i regimi comunisti dell’Est europeo. La sua protesta era indiscriminata, tendeva a cancellare sia le ideologie dello storicismo che quelle del capitalismo, concentrando la carica eversiva e disgregatrice non sui contenuti ideologici, che si equivalgono, bensì sugli aspetti formali, sulla comunicazione. La realtà caotica può essere rappresentata solo attraverso un linguaggio caotico, che riveli la falsità della comunicazione normale. La stessa conclusione a cui giunse il "Gruppo ’63".
Certamente esisteva, tra il ’50 e il ’60, una seria crisi del linguaggio letterario, in quanto quello tradizionale era inadeguato alla nuova realtà sociale. Il merito del "Gruppo ’63" è stato quello di aver cercato una via d’uscita, che, però, si è rivelata anch’essa inadeguata. Gli sperimentalismi eccessivi, le soluzioni fortemente simboliche, hanno dato vita ad una poesia incomprensibile al grande pubblico. È iniziata qui la "crisi di consenso" della poesia, che dura fino ai nostri giorni. La poesia è diventata "roba per iniziati", quasi messaggio "esoterico". In pochi la leggono, per cui le case editrici, anche le maggiori, stentano a mantenere apposite collane. Per rimediare ad una crisi se ne è determinata una più grande. Inoltre, lo stesso carattere innovativo della neoavanguardia degli anni Sessanta è discutibile, perché le soluzioni da essa proposte – il pastiche linguistico, l’irrazionalismo, l’impossibilità di rappresentare la realtà in termini oggettivi – erano già state sperimentate dalle avanguardie storiche del primo Novecento, a partire dal futurismo...
Tratto da: http://www.robertoroversi.it/index.php/testimonianze/saggi-su-r-r/item/351-roberto-roversi-la-poesia-come-rivoluzione-delle-forme-e-dei-contenuti
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