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mercoledì 7 aprile 2021

Il mio profeta Pier Paolo Pasolini - Lettere di un'amicizia a distanza - Cesare Padovani

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Il mio profeta Pier Paolo Pasolini 
Lettere di un'amicizia a distanza
Cesare Padovani


Mi sto chiedendo se sia possibile parlare (o scrivere) di Pier Paolo Pasolini senza il tono dell’ufficialità, o senza il cinismo indotto dell’inchiesta, oppure senza quell’indelicato gusto culturale di fare degli excursus nella vita interiore del suo essere uomo. La credo questa un’operazione difficile, data la gara di “prodotti” che recentemente hanno invaso il mercato delle commemorazioni, delle scoperte delle “prove” e del pettegolezzo. Operazione difficile, in quanto la cultura

lunedì 5 aprile 2021

Non era questo il processo voluto da Pasolini

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro





Non era questo il processo voluto da Pasolini
Da La Repubblica del 28/03/1978

E' già stato rilevato che il secondo messaggio delle Brigate rosse, riecheggia alcuni temi che sono stati propri dell'estrema sinistra italiana, dallo stalinismo degli anni '50 alle formulazioni del '68. Si può aggiungere che l'iniziativa specifica del cosiddetto "processo" al massimo leader della Dc riprende un argomento che era stato dell'ultimo Pasolini. Questi non era congeniale al Pci stalinista (che lo aveva espulso) e aveva criticato il movimento del '68, da lui ritenuto piccolo borghese, solidarizzando, in una famosa poesia, coi poliziotti figli di contadini che fronteggiavano le manifestazioni studentesche. Eppure nel '75 Pasolini

martedì 23 gennaio 2018

Pasolini, Il PCI ai giovani - La polemica, Giuliano Ferrara e Enzo Siciliano

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Giuliano Ferrara durante gli scontri di Valle Giulia - Roma, 1 marzo 1968


GIULIANO FERRARA 
"Pier Paolo Pasolini come fu astuto..." 
di L. V. 
La Repubblica, 1 marzo 1998

Giuliano Ferrara, direttore de Il Foglio, nel marzo del 1968 aveva diciassette anni. Era iscritto al secondo liceo classico e la mattina di Valle Giulia, con altri compagni di scuola, aveva partecipato al corteo di protesta contro la polizia che presidiava l'università di Roma. 
"No, nessuna nostalgia. E nessuna lettura particolare di quegli avvenimenti. Niente di tutto quello che riguarda il '68 ha il valore che gli si è poi attribuito in occasione del decennale, del ventennale, del trentennale e, ne sono certo, anche di quello che si dirà nel quarantennale. Certo Valle Giulia rappresentò un fatto nuovo. Ricordo, all'inizio, il tiro di qualche uovo e, forse, di qualche sasso. Poi le cariche della polizia. E la nostra reazione. Era la prima volta. 
"Gli edili e i contadini, è vero, si scontravano con la polizia da vent'anni. Ma gli studenti introducevano nella politica un improvviso elemento di radicalizzazione. La politica abbandonava l'andamento tranquillo del tempo di pace, per prenderne uno simile a quello della guerra. 
"La stessa presa di posizione di Pasolini, del resto, non nasceva da un sentimento di solidarietà con i poliziotti. In quella condanna degli studenti non c'era nessuna poetica. Pasolini, semplicemente, aveva visto quel che succedeva in Francia dove i giovani davano delle vecchie barbe all'intellighentia di sinistra. E, in modo astuto, cercava di contrastare una generazione ambiziosa che gli avrebbe tolto spazio. 
"Al di là di Valle Giulia quel movimento non può essere spiegato con una visione da intellettuali di provincia, angusta e molto poco internazionale. Il Sessantotto era un fenomeno che coinvolgeva tutto il mondo, da Roma a Berlino, da San Francisco a Madrid: la manifestazione di una nuova classe dirigente che si sentiva stretta nei vecchi panni. Eravamo i primi della classe; mica, sia detto senza offesa, come gli straccioni del '77". 

www.media68.com 
febbraio 1998 



ENZO SICILIANO 
Pasolini e il '68 di Ferrara 
La Repubblica, 2 marzo 1998

Interrogato sul '68, sugli scontri di Valle Giulia fra studenti e polizia, Giuliano Ferrara ha ricordato non solo se stesso ("eravamo i primi della classe"), ha ricordato anche Pasolini e la sua poesia contro gli studenti. 
"La presa di posizione di Pasolini non nasceva da un sentimento di solidarietà con i poliziotti": Pasolini, secondo Ferrara, "semplicemente" avrebbe cercato di contrastare "una generazione ambiziosa che gli avrebbe tolto spazio". Un atto di "furbizia" quello di Pasolini, o di resistenza, da "intellettuali di provincia", contro l'emergere di "una nuova classe dirigente". 
Mah! Non sto qui a difendere Pasolini. Non credo abbia bisogno di difesa. Mi domando che "primo della classe" è stato Ferrara. Che lo sia stato, è vero: posso testimoniarlo perché lo conosco da allora, e aveva diciassette anni. Ma credo, come è giusto, che la storia di una persona complichi o cancelli certe sue qualità originarie. 
Se Giuliano era un primo della classe, non era un secchione: era uno che appunto andava a Valle Giulia per fare a botte, avendo magari chiara in mente una pagina della "Repubblica" di Platone. Poteva anche conoscere le assurde tesi di Stalin sulla linguistica e tenerle per buone. I comunisti italiani di quel tempo, anche i giovani comunisti, erano in parte così. 
Erano comunisti, come scrisse Pasolini, "in modesto doppiopetto, bocciofili, amanti della litote". 
Ecco, è vero, non si può dire che Giuliano amasse la litote o la logica attenuativa: questo scarto l'aveva già compiuto. E si sentiva, oltre che "primo della classe", "classe dirigente". Per questo andò a Valle Giulia. Benissimo. Lo stesso Pasolini l'avrebbe sottolineato con partecipazione: benissimo. 
Ma il nostro primo della classe oggi scalcia: butta Pasolini nella spazzatura, gli dà del provinciale, e lo giudica con il metro di giudizio che è suo, proprio il suo di ora, e che lo diversifica dall'immagine di un ragazzo andato liberamente a Valle Giulia per una dimostrazione da tenersi sulla scalinata della romana Facoltà di Architettura. 
Pasolini, alla luce di questa ottica, ne esce fuori come un furbastro o un malandrino: uno che "semplicemente" mette a ferro e fuoco il giornalismo e le lettere italiane difendendo i poliziotti, "figli dei poveri", contro gli studenti, "figli di papà" perché temeva che questi ultimi gli rubassero "spazio". 
Il "primo della classe" diciassettenne, che aveva Platone o la Politica di Aristotele in mente, passati gli anni - dopo un transito in Germania, compiuto per raffinarvi da vero borghese la propria informazione filosofica - ormai non vede il mondo se non con le lenti delle furberie di piccolo cabotaggio o delle malandrinate teorizzate alcuni mesi fa. Il malandrinaggio come chiave interpretativa della storia, degli uomini, della cultura. 
È servita solo a questo quella generosa, fatidica battaglia combattuta a Valle Giulia una mattina di marzo del '68 con tanto dispendio di orgoglio e buona fede? A questo si sono ridotti quei "primi della classe", quella "classe dirigente" in erba che aveva in animo di mutare politica e morale di un paese intero lanciando sassi contro le camionette della Celere? 
So che gli interrogativi retorici servono a poco, ma è possibile che Ferrara deliberatamente ignori il ragionamento di Pasolini nella sua interezza, composto cioè da "Appunti in versi per una poesia in prosa seguiti da una "Apologia""? 
I primi della classe possono essere scavezzacolli, ma pignoli debbono esserlo, pignoli fino allo spasimo. 
Comunque, cerco di riassumere quel ragionamento, anche con qualche citazione dall'"Apologia". Pasolini ha voluto deliberatamente provocare gli studenti di allora, "l'ultima generazione degli operai e dei contadini". Pasolini temeva con ragione l'"entropia borghese" ("la borghesia sta diventando la condizione umana"); e aggiungeva che "chi è nato in questa entropia, non può in nessun modo, metafisicamente, esserne fuori". Di qui la provocazione ai giovani, proprio agli studenti ("in che altro modo mettermi in rapporto con loro, se non così?"). 
E, questa provocazione, che effetti avrebbe dovuto ottenere? Spingerli a liberarsi - "al di fuori così della sociologia come dei classici del marxismo" - del loro essere piccoli borghesi, a diventare "intellettuali", a usare in senso critico, non più ideologico o cristallizzante, la propria intelligenza. A liquidare il cinismo metodico del piccolo borghese, per cui tutto è visto come spicciolo pragmatismo, malandrinata, spazzatura. 
Ahimè, il primo della classe Giuliano Ferrara questo strappo, pur con tutti i libri che ha letto, la litote cancellata e il vissuto che ha alle spalle, non l'ha compiuto. Anzi, il non averlo compiuto lo ha tradotto in un valore, per cui ritiene suo diritto giudicare ogni altra esperienza secondo il cinismo e la malandrineria che quel giorno a Valle Giulia avrebbe dovuto calpestare, mai più coltivare, prigioniero ancora di una ontologia da cui il "provinciale" Pasolini lo provocava a liberarsi. 

www.media68.com 
febbraio 1998 



Curatore, Bruno Esposito

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martedì 2 aprile 2013

L’ULTIMA INCHIESTA SU PASOLINI UN PM CI PUÒ DIRE PERCHÉ (E DA CHI) FU UCCISO UN POETA

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


L’ULTIMA INCHIESTA
SU PASOLINI UN PM CI PUÒ DIRE
PERCHÉ (E DA CHI)
FU UCCISO UN POETA
VICINA A UNA SVOLTA LA NUOVA INDAGINE DELLA PROCURA ROMANA SULL’OMICIDIO.
CHE NON DOVRÀ CONCLUDERSI, PER FORZA, CON UN ALTRO PROCESSO.
MA PIUTTOSTO, CON UNA VERITÀ. CHE CONDUCE A CATANIA E AI NEOFASCISTI
di PIERO MELATI

ROMA. Mai prima di allora,in Italia, era stato ucciso un poeta. Lo ripete spesso l’avvocato Stefano Maccioni,che ha fatto riaprire, il 27 marzo del 2009, il fascicolo giudiziario sullo scrittore assassinato. Lo ha anche scritto, in un libro-inchiesta fabbricato con indagini sul campo, condiviso con la criminologa Simona Ruffini e il giornalista Domenico Walter Rizzo (Nessuna pietà per Pasolini, Editori Riuniti, 2011). Mai, in Italia, era stato ucciso un poeta. Ma perché? E da chi?

Siamo alla vigilia di una svolta, a 37 anni dal delitto. Il titolare della nuova indagine della Procura romana, diretta da Giuseppe Pignatone, il pm Francesco Minisci, riceverà a breve importanti riscontri, indiziari e testimoniali. Potrà fare un passo avanti. Oppure relegare gli atti al silenzio definitivo. O ancora, istruire una archiviazione come quella del pubblico ministero Vincenzo Calia su una indagine collegata, il caso Mattei (nessun processo sull’attentato che costò la vita al presidente dell’Eni nel 1962, decise Calia, ma una puntigliosa ricostruzione dei fatti). Dipenderà solo dai dettagli. Perché gli elefanti sono già passati. E hanno lasciato un mare di indifferenza.
Chissà perché c’è tanto livore, intorno alla morte violenta di un poeta. Perché su quel suo corpo, culturalmente gigantesco, simile a una balena arenata sulle coste della storia nazionale, ancora in tanti si vogliono nutrire. E perché, proprio su quel corpo, si accaniscono, fino a farlo sembrare vivo. Mentre invece si agita solo per inerzia, a ogni nuovo assalto. In verità è incagliato, quel corpo, e trema sotto i morsi. Ancora un morso, un altro morso ancora, e poi ancora, fino a rinnovare lo scempio. Come quella notte all’Idroscalo.

Titolo azzeccato, Nessuna pietà per Pasolini. È storia vecchia, si dice, e questo il primo morso. Non se ne deve parlare mai più, e questo è il secondo. Digeriamolo e così sia, e questo è un morso ancora. Basta col guardare la Storia dal buco della serratura, riavvolgere sempre il film della memoria. Come fanno i pistaroli, i complottisti, incarogniti per presunte verità negate sulla strategia della tensione. Che non accettano mai le verità banali (leggi pista omosessuale). E poi ancora c’è il senatore Marcello Dell’Utri, e la torbida vicenda delle 78 veline dattiloscritte relative al romanzo incompiuto Petrolio, rubate a Pasolini e fatte vedere al senatore nel marzo del 2010 da illustre sconosciuto. Perché mai ha raccontato quella storia, il senatore?

Infine, anche i parenti. Il cugino del poeta, Domenico Naldini, ha detto ai magistrati che la pista delle «pizze» rubate del film Salò, usate forse per attirare il poeta in un agguato, con la scusa di rivendergliele, non regge. Perché?
Sergio Citti, che prima di morire girò un documentario sulla scena del delitto a Ostia, sostenne che potevano essere state l’esca di un tranello. Naldini disse che no, quel furto non era stato affatto un danno. Polemiche, veleni, fronti contrapposti. Ma perché ci sono guelfi e ghibellini, in un caso come quello Pasolini? Un po’ di semplice giustizia, un po’ di pietà, un po’di verità, invece mai? Non era quello che avrebbe voluto anche Primo Levi, pur tanti anni dopo la Shoah? Oggi, per esempio, su quelle «pizze» rubate del film Salò c’è una nuova ipotesi scoperta da Maccioni e offerta agli inquirenti. Ugo De Rossi, l’assistente al montaggio dei film di Pasolini, così si è espresso:

Dove lavorava nel 1975?
«Lavoravo alla Pea, in una villa a Roma in via dell’Oceano Pacifico».

È a conoscenza di un furto di pellicole?
«Sì, certamente, in quanto stavo lavorando proprio in quel periodo sul film Salò. Vennero rubate alcune pizze di negativo scelto di tre film: due della Pea, Salò e Casanova, e uno della Rafran film di Sergio Leone, Un genio, due compari e un pollo».

È vero che per ciascuna pellicola esisteva un negativo da cui ricavare una nuova copia e pertanto il danno arrecato dal furto non era grave?
«No. Il danno era grave perché non era stata effettuata una copia del negativo che di solito viene fatta alla fine della lavorazione. Pertanto mi ricordo perfettamente che dovetti rimontare con i “doppi scarto” che erano divisi dal materiale scelto. Obbligatoriamente il risultato conseguito era diversodal montato originale».
Dunque, Pasolini avrebbe tenuto a recuperare le «pizze» originali di Salò. E quella notte di novembre del '75 si fermò all’osteria Al biondo Tevere con un biondino, con il quale fu visto giocare a pallone all’idroscalo di Ostia nei giorni precedenti. Un identikit che non corrisponde a quello di Pino Pelosi, presunto assassino reo confesso. Chi era? Il proprietario dell’osteria lo descrisse dapprima come l’opposto di Pelosi, poi avrebbe riconosciuto Pelosi in una foto e disse che era lui. Dubbio: che foto gli venne mai mostrata? La foto non è agli atti e l’uomo è deceduto. Sua moglie, che pure vide il biondino in osteria con Pasolini, dice oggi che non poteva essere Pelosi.

Si attende a breve anche il risultato delle analisi condotte dal Ris di Roma sui reperti di quella notte. Maccioni e Ruffini hanno ottenuto la riapertura dell’inchiesta (in rappresentanza del cugino del poeta, Guido Mazzon) in base all’argomento che le tecniche investigative di oggi consentono risultati impensabili nel 1975. «Ci sono voluti dieci anni perché quei reperti venissero inscatolati, altri 25 perché vi si frugasse dentro», affermano Maccioni e Ruffini.

Che cosa c’è negli scatoloni? Indumenti,la tavoletta con cui Pelosi affermò di avere picchiato Pasolini, i libri che il poeta aveva l’ultima notte (uno si intitola Sull’avvenire delle nostre scuole). Cosa si cerca? Impronte digitali, Dna, capelli. Tracce genetiche differenti da quelle di Pasolini e di Pelosi. Cosa significherebbero? Che Pelosi, all’Idroscalo, non era solo.

A dire il vero, dopo tanti anni, è lo stesso Pelosi a sostenerlo. Nella sua autobiografia, Io so... come hanno ucciso Pasolini (Vertigo, 2011), nelle interviste concesse a Franca Leosini (Ombre sul giallo, Rai3), al blog di Beppe Grillo, ai giornalisti Lo Bianco e Rizza (Profondo nero, Chiarelettere, 2006). E chi c’era con lui? I veri assassini, dirà, perché lui Pasolini tentò anche di difenderlo, e un tipo con la barba lo minacciò. Erano in tanti, alcuni a bordo di un’auto con la targa di Catania (ma in un secondo momento Pelosi negherà di aver parlato della targa).

Esiste poi la vicenda dell’Alfetta, portata in una carrozzeria per essere riparata, macchiata di sangue, che si sarebbe schiantata durante la fuga all’Idroscalo, dopo aver investito il corpo già martoriato del poeta. Ci sono due testimoni. E c’è la storia misteriosa di un uomo, Antonio Pinna, un autista della mala romana, sparito nel nulla quando vennero arrestati i fratelli Borsellino, neofascisti romani, entrambi deceduti, che Pelosi accusa di essere stati con lui sul luogo del delitto.

Ci sono le grida, le parole, come un urlo di Munch all’Idroscalo. C’è la versione del parente di un testimone, rintracciato dal cronista del Messaggero Claudio Marincola, che ha visto un gruppo di persone picchiare un uomo, che gridava: «Mamma, mamma, aiuto, mamma». E ci sono gli insulti, che Pelosi dice di aver sentito pronunciare agli aggressori. Dialetto siciliano. Anzi, catanese. «Sporco comunista». E quell’oltraggio sputato con le botte, arrusu, che si usa solo nelle borgate etnee.

Merito di Rizzo, in una puntata di Chi l’ha visto, aver fatto dire a Pelosi che l’avvocato che gli «consigliò» di accollarsi da solo l’omicidio, Rocco Mangia, lui non lo aveva scelto. Gli era piovuto dal cielo, quel «principe del Foro», a difendere gratis un pischello borgataro. Mangia perorava la causa dei tre fascisti «mostri del Circeo» (torturarono e violentarono Stefania Lopez, uccisa, e Donatella Colasanti) e dell’ex parà Sandro Saccucci. Grazie a lui, Pelosi ebbe come consulente Aldo Semerari (P2 e Ordine Nuovo), decapitato poi dalla camorra. Infine c’è Catania. Dove PPP andava e aveva casa. Dove aveva conosciuto i fascisti marchettari. Sempre curioso, li interrogava, magari sognava scene alla Salò. E magari, ipotizza l’avvocato Maccioni, parlava dell’attentato a Mattei, concepito a Catania. E di mafia, di bombe, di stragi.

PIERO MELATI

Fonte: IL VENERDI DI REPUBBLICA DEL 03-08-2012


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