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martedì 31 marzo 2026

Pasolini: Due righe sulla lingua di Gramsci - Vie nuove, numero 9, 4 marzo 1965, pag. 32

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Pasolini:
Due righe sulla lingua di Gramsci

Vie nuove

numero 9

4 marzo 1965

pag. 32

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Caro Pasolini, ho letto le sue affermazioni sul contenuto di classe della nostra lingua. Mi pare però che anche le classi subalterne abbiano portato un notevole contributo al farsi della lingua colta. Cito tra tutti il contributo di Gramsci nei suoi articoli, nelle sue lettere, nei suoi saggi. Lei che ne pensa?

Pasquale Lenner – Arezzo


Tutte le pagine giovanili di Gramsci sono scritte in un «italiano» impossibile. Non è precoce, come quasi tutti i veri inventori. Egli passa attraverso tutte le fasi aberranti tipiche di un giovane meridionale che si italianizzi a Torino. Gli apporti materni erano quelli strettamente particolaristici della Sardegna, quelli paterni erano una italianizzazione, dal ciociaro, di un padre statale; l’infanzia e la prima adolescenza sono di ambiente contadino, e l’italiano doveva suonare come una lingua estranea ai sardi di Ghilarza non italofoni (e probabilmente in rapporto più con l’America che con l’Italia); il primo italiano, Gramsci, lo avrà sentito risuonare nelle bocche di alcuni «sedicenti» professori di lettere a un ginnasio privato di Santu Lussurgiu. Se l’italiano dei professori medi dei primi anni del secolo doveva essere incredibile quello dei «sedicenti» professori di Santu Lussurgiu, dato che si sentivano tenuti a esibire la loro patente anche se irrichiesti, doveva essere un continuo e caricaturale tentativo di purismo e umanesimo enfatico, da non riuscir a immaginarlo. Gramsci, povero ragazzino segnato, ha vissuto e interiorizzato profondamente ogni evento della sua infanzia; tanto che per tutta la vita ha dovuto subire come un’onta e una difficoltà la sua dedizione; avrà assorbito perciò profondamente anche quel primo italiano ufficiale, che rappresentava la cultura, la liberazione. Infatti tutti i suoi scritti, fino a «Ordine nuovo» in parte compreso, portano come un marchio quella prima acquisizione assurda, quella falsa liberazione. Sembra impossibile che un uomo come Gramsci non sia stato in grado di scuotersi di dosso quella lingua incapace di esprimere altro che dei sentimenti (veri, quand’erano veri, e, naturalmente, lo erano raramente). Ci sembra insomma, che un uomo votato alla razionalità com’era Gramsci, avrebbe dovuto far cadere di colpo l’espressività enfatica dell’italiano letterario, per la presenza stessa della sua vocazione. Ma dal ’14 al ’19, in parte compreso, la sua lingua non è capace di cogliere, delle idee, che il momento sentimentale o appassionato: con qualche pregnanza del tipico irrazionalismo vociano, nei casi migliori, che son molto rari; per il resto, quella lingua è tutta umanistica sul «côté» romantico, probabilmente perché l’umanesimo veniva direttamente e tumultuosamente mutato dall’umanitarismo proto-socialista, che era la più immediata ascendenza linguistica cui Gramsci poteva ragionevolmente guardare (e che non avrebbe mai più dimenticato: perché è probabilmente ad essa, mitizzata ed epurata, che Gramsci forse inconsciamente si riferiva quando pensava a una possibile lingua dell’egemonia comunista; e comunque è a tale lingua dell’umanesimo marxista, rinforzata dallo spirito della Resistenza, che si riferiscono ancora come a una possibile lingua egemonica del comunismo, molti politici di oggi). Bisogna munirsi della pazienza dei filologi, e ricorrere a tutto l’amore che una figura come quella di Gramsci ispira, per poter leggere le sue pagine di quei cinque anni.

giovedì 29 gennaio 2026

Pier Paolo Pasolini: Da versi introduttivi al «Rio della Grana» - Vie nuove, numero 6, 11 febbraio 1965, pag. 32

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Pier Paolo Pasolini
Da versi introduttivi al «Rio della Grana»

Vie nuove

numero 6

11 febbraio 1965

pag. 32

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Barbarolessi?

Sì, ma irlandese.

(Gli altri sono i Franceschi Colonna).

(Comunque a questa fase dell’italianizzazione dell’Italia,

non comporrei mai dei finti esametri con parolacce tedesche).

E perciò ripropongo questi testi

non classicistici,

al nuovo spirito monoclasse:

e li dedico agli operai torinesi che parlano l’Italiese.


Quivi (in questi testi)

l’urbanizzazione era quella classica di italici profughi;

non si era avuto ancora il poema delle migrazioni interne.

(Né scriverei mai il romanzo di un Puzzilli che s’inurba a Torino:

ma se mai a Liegi, a Lilla, a Liverpool).

Un mio protagonista potrebbe essere un poeta ceco.

. . . . . .

giovedì 15 gennaio 2026

Pier Paolo Pasolini: Un brindisi denegato - Vie nuove, numero 6, 11 febbraio 1965, pag. 32

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dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Pier Paolo Pasolini:
Un brindisi denegato

Vie nuove

numero 6

11 febbraio 1965

pag. 32

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Nell’incontro con gli scrittori ceki e slovacchi a Praga, nel mio intervento, ho detto qualcosa che forse ha turbato, e forse ha anche un po’ offeso, alcuni di loro. Ho sinceramente espresso una mia impressione che registrava una certa «ossessività» dei loro argomenti: «ossessività» che ha buone ragioni di essere, s’intende. Essi stanno lottando per una «garanzia istituzionale» della libertà dello scrittore, contro i «controlli» politici sul suo lavoro. È un problema che per i marxisti dell’Occidente è inconcepibile. Ma che è uno dei problemi più gravi e

giovedì 6 novembre 2025

Pier Paolo Pasolini: Cultura dopo l’«impegno» - Vie Nuove, numero 34, 26 agosto 1965, pag. 30

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Immagine: Archivio La Notte

Pier Paolo Pasolini
Cultura dopo l’«impegno»

Vie Nuove

numero 34

26 agosto 1965

pag. 30

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Egregio Sig. Pasolini, qualche tempo addietro le scrissi in merito al suo «Vangelo secondo Matteo», non per discutere il film, di cui ella ha sempre detto di averne abbastanza, ma per sentire il suo giudizio etico sui Vangeli in genere. A tale lettera, coraggiosamente ella non ha risposto ed ha tutto il diritto di farlo, anche se per dovere chi dirige una rubrica deve rispondere al più oscuro sconosciuto. Ora le scrivo nuovamente circa la presunta crisi del marxismo da lei tanto decantata. Associandomi a quanto le ha ben detto il sig. Luigi Natale (che non conosco e non so chi sia), lei crede di poter dare lezioni e giudizi su tutto e su tutti; ma si sbaglia, egregio signor Pasolini, in quanto l’italiano d’oggi pensa con la propria testa e non con quella di chi è pagato per dirigere una rubrica.

Se il marxismo è in crisi, come si spiega che sui due terzi dell’umanità dilaga il marxismo? Come si spiega la lotta del proletariato e l’indipendenza dei popoli? Non è forse il marxismo che ha condannato per sempre il colonialismo? Non è merito dell’idea marxista se nazioni quali la Cina, l’Egitto, Cuba, l’Algeria, ecc. ecc. hanno nazionalizzato le loro economie? La stessa Inghilterra, patria di Adam Smith, la nazione più conservatrice del mondo è ricorsa ad alcune nazionalizzazioni, in attesa di farne altre. Mi dica, signor Pasolini, cosa ne pensa di queste mie osservazioni? Perciò se crisi vi è, non è nel marxismo, ma nei partiti politici che non sanno o non vogliono applicare la vera dialettica marxista (vedi revisionismo di cattiva memoria kruscioviana e sue conseguenze). 

E dato che mi ci trovo voglio ancora dirle una cosa. Lasci la politica e continui ad interessarsi di romanzi, poesie e soggetti cinematografici, poiché poche persone sono disposte a seguirla in tale direzione. Ne vuole una prova? Lanci un referendum su «Vie nuove» e se ne convincerà. Se vuole può cestinare anche questa lettera, ma, chi dirige una rubrica deve avere il coraggio civile di trattare qualsiasi argomento gli venga posto. 

Attilio Micale – Pescara

mercoledì 5 novembre 2025

Pier Paolo Pasolini: Liberalizzazione reale - Vie Nuove, numero 38, 23 settembre 1965, pag. 30

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Pier Paolo Pasolini
Liberalizzazione reale

Vie Nuove

numero 38

23 settembre 1965

pag. 30

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Recentemente, «Il Mondo» è sceso in polemica con la rubrica di Pier Paolo Pasolini, pubblicata in queste pagine, tentando di identificare in essa – e in «Vie nuove» – le linee della politica culturale del PCI. Tentativo evidentemente assurdo e privo di ogni concretezza. Lo stesso Pasolini, del resto, in questo numero della sua rubrica, chiarisce la reale portata della propria posizione personale.


Un corsivista del «Mondo» è intervenuto nel dialogo tra i lettori di «Vie nuove» e me, sul tema della crisi del marxismo, e più precisamente, della crisi della politica culturale del PCI (cfr. la mia lettera del n. 34). Non direi che si tratti del più attento dei corsivisti del «Mondo»: giurerei, per esempio, che non si tratta di Gorresio, il quale è solito documentarsi, leggere e capire prima di intervenire nelle polemiche, e non è abituato a perdere tempo nei caffè allo scirocchetto romano, adottando nelle discussioni letterarie l’infingarda abilità delle signore borghesi poco inclini alla lettura. Bastava che il corsivista del «Mondo» si limitasse a leggere, almeno, i mie corsivi nella loro intera serie. Se egli mi accusa in buona fede di non amare la liberalizzazione post-stalinista e di rimpiangere gli «ordinamenti dall’alto», le direttive ecc., una lettura decente di quei miei scrittarelli espistolari su «Vie nuove» gli sarebbe anche bastata a desistere, in limine, da una così folle interpretazione della mia operazione critica. Ho tuttavia qualche buona ragione per credere che egli non sia in buona, ma in cattiva fede: e a spiarlo è la sua veramente antidiluviana congettura (il vecchio sogno dovuto a cattiva coscienza) di un diabolico piano comunista, per cui io, non sospettabile, sarei mandato in avanscoperta ecc. Ma non mi va neanche di continuare a riassumere una simile sceneggiata dei tempi della guerra fredda e di Scelba. (Anche il colpo basso di definirmi cattolico e, infine, «borghese» risale a quei tempi: sono borghese, certo…)

venerdì 27 giugno 2025

Pier Paolo Pasolini, La morale delle favole - Antonio Bertini intervista Pasolini sul set di Uccellacci e uccellini - Vie nuove, 25 novembre 1965 , pag. 49 e 50

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Pier Paolo Pasolini
La morale delle favole
 Antonio Bertini intervista Pasolini sul set di Uccellacci e uccellini

Vie nuove, 25 novembre 1965

 pag. 49 e 50

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )



<< Al mondo tutti gli uomini sono concorrenti... L'ho detta una schifezza! >> E Totò scuote la testa. 

Si ricomincia. 

<<Motore>>, <<Partito>>  risponde il fonico. 

Si ode un lungo trillo di campanello. Totò riprende a dire la battuta. Ma ha come una improvvisa amnesia e si interrompe. 

<<Eppure la so>> piagnucola. 

Nel teatro numero 8 degli stabilimenti De Paolis si gira in questi giorni l'ultimo film del poeta-regista Pier Paolo Pasolini. 

Tra gli autori nuovi rivelatisi in campo cinematografico dopo il 

1960 è certamente uno dei più originali e interessanti. Il suo esordio avvenne clamorosamente con Accattone, un film ricco di poesia e di umanità, in cui la parabola vitale di un giovane sottoproletario romano acquistava una dolorosa dimensione tragica. Poi venne Mamma Roma, scritto per Anna Magnani. Recentemente l'attrice ha dichiarato: 

<<Non capisco... Pasolini ha scritto il film per me, ma considera gli attori solo come strumenti da usare o materia da plasmare>>. 

mercoledì 14 maggio 2025

Pasolini, Le ragioni di un non amore - Uccellacci e uccellini - Vie nove numero 21, del 27 maggio 1965, pag. 26

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Pasolini, Le ragioni di un non amore

Uccellacci e uccellini

Vie nove

numero 21

27 maggio 1965

pag. 26

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Ho letto il suo soggetto intitolato «L’aquila» e vi ho ritrovato un’accentuata francofobia, che del resto non da oggi rilevo nelle sue posizioni critiche e letterarie. Non capisco in concreto che cosa voglia dimostrare l’allegoria del domatore francese i cui sforzi per addomesticare l’aquila non soltanto risultano vani, ma addirittura alla fine mutano lui stesso in aquila. La Sua francofobia giunge fino al punto di definire «pernacchiette» quel piccolo caratteristico soffio con il quale i francesi hanno l’abitudine di sottolineare certe frasi. Ma ciò che è più grave, ciò che fa torto alla Francia, alla sua universale cultura e alla sua tradizionale generosità è che Lei mette tutti i francesi nello stesso sacco, come se niente di ciò che è francese meriti non dico ammirazione, ma almeno stima e comprensione. Infatti nel pantheon del Suo sovrano disprezzo Lei colloca alcuni rappresentanti illustri di correnti politiche constrastanti, da Sartre a Mauriac, da Camus a Claudel. 

Giordano Siviero

Terville (Moselle)

Francia


Cominciano le illazioni, le facili accuse che partono da un particolare isolato, anziché dall’insieme. Io non ce l’ho affatto con la Francia, che considero il centro della mia cultura. Ce l’ho, nel mio episodio, contro un certo tipo di intellettuale laico parigino, in quanto rappresentante supremo di una certa borghesia del mondo occidentale. Inoltre ho molte osservazioni anche polemiche da fare sulla cultura francese di questi anni (però Barthes, Fanon, Lévi-Strauss sono francesi!).

Pasolini, L’aquila e la preda - Uccellacci e uccellini - Vie Nuove, numero 20, del 20 maggio 1965, pag. 30

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Pasolini
L’aquila e la preda
Uccellacci e uccellini


Vie Nuove
numero 20
del 20 maggio 1965
pag. 30

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


 Mentre, presumibilmente, i lettori di «Vie nuove» che si interessano alla cosa, stanno onestamente digerendo il secondo e il terzo apologo di Uccellacci e uccellini, io mi occuperò delle prime reazioni al primo. Che non vengono, no, dai lettori di «Vie nuove» che, com’è giusto, aspettano di aver letto l’opera completa – sia pure nei miei brevissimi riassunti – prima di intervenire.

 La prima reazione è reazionaria. Nelle infami colonne di un giornaletto neo-fascista o paleo-fascista – comunque son sempre quelli, i fascisti in paglietta – una infelice ragazza o signora, è stata la prima a occuparsi della storia dell’aquila. Questa infelice, preda probabilmente di traumi infantili ingigantiti, nel suo fisico adulto, dalle soluzioni borghesi a quei traumi – che sono soluzioni moralistiche e retoriche – questa povera bambina andata in cannone, insomma – non ha potuto evidentemente essere così oggettiva da capire neanche la pura e semplice lettera del mio raccontino. Naturalmente, siccome è una moralista, in nome delle sue alte verità morali, ha creduto lecito di esercitare nei miei riguardi uno spirito ricattatorio, che io del resto le perdono, come tutte le altre cose cattive che dice sul mio conto – ma su cui non posso tacere, per rispetto ai terzi, cui essa, nel suo ricatto, si rivolge. Questi terzi sono i cattolici, con cui ho avuto dei rapporti concreti di dialogo durante la stesura del Vangelo, e con cui mantengo una relazione di leale amicizia. Ecco (dice l’infelice preda dei terrori di una bambinella diventati terrorismo nelle malconformazioni dell’adulta) Pasolini, dopo aver fatto il Vangelo, tradisce i suoi amici cattolici: e, rappresentando nell’aquila della sua favola il Comunismo, attribuisce solo ad esso dei valori veramente religiosi (naturalmente io riassumo il pensiero della polemista, attribuendole tutta la nobiltà che non c’è).

lunedì 5 maggio 2025

Pier Paolo Pasolini, Poesia in forma di polemica - Vie nuove, 14 gennaio 1965, pag. 30

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pier Paolo Pasolini
Poesia in forma di polemica

Vie nuove, 14 gennaio 1965
pag.30

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )




Lei, Sartre, non giudica male
che Notre Dame sia stata illuminata dai suoi preti
per questo interlocutore anfibio?

No!

Il Peperizzo di Pressis Passe, se ne va.

Nel Café di Port Royal cala l’ombra delle due.

No!

È necessario che gli scandali avvengano, ma io non mi scandalizzo

E guai all’uomo per cui gli scandali avvengono. Ma io non mi scandalizzo
affatto! E allora? Cristo stinge al Café di Port Royal (C’è
qualcuno a questo mondo che, non scandalizzandosi,
cancella qualche paragrafo del Vangelo).

Ma là (a Est) si scandalizzano.

E inoltre (aggiunge il dolce uomo che non si scandalizza
seduto sulla poltrona come una stupenda cicala messaggera d’amore)
non c’è la «critica al marxismo».

Tutto, dunque, si spiega.

Ma intanto un’altra cicala

sola in due stanzette a Budapest, sul Danubio,
cui si giunge
da una strada di metallo nero come un corridoio,
tra brume depresse,
attraverso un ingresso senza portinaio,
con sei grandi monumenti contenenti la morte della piccola borghesia
che là visse e ora vi lascia il dolore di una morte non pianta
– sei monumenti, degradanti sui sei scalini, pieni
della forma del dolore ora empita dalla grandezza del popolo,
spazzature gelide per la pressione di esterne brume implacabili
– sei monumenti scoperchiati, con parte del loro contenuto,
accese bucce d’un frutto mediterraneo pateticamente espatriato…

Basta.
Al quinto piano viene la cicala ad aprire la porta,
non si scandalizza, ma non si appassiona,
le macchine per pensare non lo possono fare.
Non c’è ansia per quello che contesto.
La cicala ha ancora «tanto da cantare», non ha
tempo per rispondere. Le vieux! (Lo abbraccerò andandomene, avrò
coraggio di dirgli «Per tutti gli anni Cinquanta sei stato nostra
Sfinge, lascia che ti abbracci»?)


Era
questa cicala prigioniera di un Quinto Piano e della Filosofia.
La sua luce era carismatica.
Ci possono essere due pezzi di pensiero, non due pezzi di luce.
Ringiovanito dalle età delle cicale, sembro
una formica catecumena, e la mia anima infatti,
come quella di un ragazzo
ha bisogno di tornare in patria con qualche regalo.

Mi palpo nella saccoccia del vestito italiano
le due battute parigine, sicuro del trionfo.
Non posso abbracciare la povera cicala magiara
che i suoi compatrioti disprezzano (amusez-vous, avec le vieux):
uomini oscuri, funzionari, giovani letterati
che di Budapest sono l’anima nuova, come un nuovo Natale,
non sanno neanche dire dove abita,
io sono forse uno dei pochi che ne hanno notizia,
come un giornalista giovane,
e quando le sette di sera
fanno notte alta (quella silenziosa che precede le albe)
sulla capitale delle sfingi e del dolore esposto come una bandiera,

me ne vado senza regalo
con i saluti per Cesare Cases e Elsa Morante.

Me ne vado, espletato il mio dovere di giornalista sconosciuto
col suo volto minaccioso e le sue crudeli pretese di giovane,
me ne vado
come quando si lascia per sempre una città non vista.

Addio, Lukács, colombella tra le sfingi,
quanto deve ancora tubare la colomba col suo cervello d’uomo,
tra le sfingi depositarie del silenzio!

Pier Paolo Pasolini
Vedi anche:






@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare


Curatore, Bruno Esposito

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venerdì 7 marzo 2025

Pasolini, III° Le corbeau - Uccellacci e uccellini - Vie nuove numero 19, del 13 maggio 1965

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pasolini,  III° Le corbeau
Uccellacci e uccellini

Vie nuove numero 19

del 13 maggio 1965

pag. 30 e pag. 63


( © Trascrizione integrale da cartaceo, curata da Bruno Esposito )


   La «voce» giusta, aggiornata, onesta, anche profonda, o almeno profondamente comprensiva, dell’ideologia, è la voce del corvo: egli appartiene e non appartiene alla vita, comprende la vita con un distacco che è anche esclusione: ha esperienza di una vita che in fondo egli non ha, e questo lo mette in una posizione imbarazzante, povero animale parlante, di cui ha coscienza e ciò dà ancora più umanità alle sue parole, alla sua partecipazione, al suo impegno.

   Il giorno è uno di quei giorni di sole, né primavera né estate, che si fanno godere dagli uomini quasi inconsapevolmente. Il sereno, la luce, l’arietta di mare ci sono, ma è naturale che ci siano. E il mondo intorno è quello dei poveri, com’è naturale che sia. Acilia, Vitinia, le campagne verso i Castelli o verso il mare, le casette, le baracche, i lotti, i casali rustici, i ponticelli, le siepi, le radure scottate dal sole.

Pasolini, II° Faucons et moineaux - Uccellacci e uccellini - Vie nuove numero 18, del 6 maggio 1965

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


 Pasolini II° Faucons et moineaux
Uccellacci e uccellini

Vie nuove numero 18

6 maggio 1965

pag. 30

( © Trascrizione integrale da cartaceo, curata da Bruno Esposito )



  Non abbiamo presente una frase della famosa intervista di Mao, che si riferisca ai problemi della Chiesa o delle Chiese di fronte alla lotta di classe: ma pensiamo tuttavia che non sarà difficile trovarla, magari sotto forma allusiva o metaforica. Perché è proprio a questi problemi della Chiesa di fronte alla lotta di classe che, forse un po’ arcaicamente, la nostra seconda storia si riferisce.

   È ben noto come San Francesco abbia parlato agli uccelli, e pare, con successo.

  Ebbene, ecco San Francesco, con alcuni dei suoi frati, fra cui Fra’ Marcello e il novizio Fra’ Ninetto, proprio sotto il boschetto della Porziuncola, presso Assisi, dove la tradizione vuole che egli abbia predicato agli uccelli. Sta meditando. A lungo, naturalmente, nel silenzio rallegrato, appunto, da canti di uccelli. Poi alza gli occhi, e li punta su Fra’ Marcello e Fra’ Ninetto: per incaricarli dolcemente ma inappellabilmente, con la cocciutaggine dei santi, di continuare l’evangelizzazione degli uccelli. Cominciando magari da due categorie di uccelli molto diverse fra loro, per esempio i falchi, forti e prepotenti, e i passeri, indifesi e miti.