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domenica 13 luglio 2025

Pasolini, Nell'Africa nera resta un vuoto fra i millenni «Il Giorno», 20 marzo 1970

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pasolini
Nell'Africa nera resta un vuoto fra i millenni

Il Giorno
20 marzo 1970

Nella Costa d'Avorio si parlano 80 lingue diverse; questo significa che nella Costa d'Avorio vivono 80 piccoli popoli diversi, legati tra loro dai legami puramente teorici che legano fra di loro, per esempio, gli indoeuropei.
Lo stesso fenomeno si ha in tutta l'Africa nera equatoriale: gli Ibo, gli Youruba e gli Haussa nella Nigeria, non sono che le «razze» più importanti del paese; insieme ad esse convivono decine di altre tribù, con lingue e tradizioni diverse.
Nell'Africa sudanese il fenomeno è un po' più semplificato; il Mali, il Niger e la Nigeria hanno in comune molte popolazioni (i Peul, i Tuareg, per esempio) le quali dunque - pur essendo ognuna per lingua e tradizioni strettamente unitaria - appartengono a Stati diversi.

domenica 16 marzo 2025

Pasolini non vuole firmare «La rabbia» - Andrea Barbato intervista Pasolini - Il Giorno, 13 aprile 1963

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pasolini non vuole  firmare  «La rabbia» 
 Andrea Barbato intervista Pasolini

Il Giorno

13 aprile 1963

ROMA, 12 aprile

( © Trascrizione integrale da cartaceo, curata da Bruno Esposito ) 



« HO GIA' ciato incarico al mio avvocato » , dice Pier Paolo Pasolini, « di ritirare la mia firma dal Film. Non so se riusciremo, e non so neppure che utilità potrà avere questo gesto. Ma qualcosa devo fare, per protestare ». 

Il film di cui parliamo è quel documentario di repertorio a due voci, « La rabbia » di cui s'è scritto molto nei mesi scorsi l'originalità della sua formula: gli avvenimenti di questi anni, l'angoscia del nostro tempo, visti per metà da un autore di destra e per metà da un autore di sinistra. Il film, come è noto, è stato pensato in questo modo dopo che Pasolini aveva completato il montaggio di un intero lungometraggio. Spaventato all'idea che non passasse in censura, il produttore propose di «equilibrare» il lavoro del poeta con quello di un autore di idee opposte. 

« Avemmo molti dubbi sul nome da scegliere », dice oggi Pasolini, « perchè scrittori veramente di destra non ce ne sono. Pensammo a un giornalista come Montanelli o Barzini, a un anticomunista come Fabbri o Vigorelli. Ma nessuno di questi andava bene. Quando usci il nome di Guareschi, io recalcitrai. Non avevo letto nulla di lui, se non certe vignette antifasciste sul "Bertoldo" d'anteguerra. Poi mi convinsero che poteva fare al caso nostro, e io mi rassegnai, anche perchè non potevo fare altro ». 

domenica 22 dicembre 2024

Pier Paolo Pasolini - «Ho cambiato idea per farla cambiare» ­«II Giorno», 22 agosto 1968

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Eretico e Corsaro



Pier Paolo Pasolini
«Ho cambiato idea per farla cambiare»

­«II Giorno», 22 agosto 1968

Caro Chiarini,

dopo aver scritto su queste stesse colonne del «Gior­no» le ragioni per cui ho deciso di mandare al tuo Festi­val il mio film dissentendo così con l’Anac e tutte le altre formazioni culturali e politiche che si erano allineate nel contestarlo, oggi succede un fatto nuovo e inaspettato (anche a me stesso): non mando più il mio film al Festi­val di Venezia così come era ufficialmente — e sia pure fortunosamente e con grande e imperterrita passione da parte tua — istituito. Che cos’è successo, che mi ha fatto prendere una diversa decisione?

E qual è questa diversa decisione?

Rispondo prima alla seconda domanda. Io mando il mio film a Venezia attraverso l’Associazione autori cine­matografici (Anac) anziché attraverso la normale orga­nizzazione da te diretta: questo significa che aderisco alla «occupazione di lavoro», decisa di comune accordo con l'Anac, della Mostra del Cinema: occupazione di lavoro durante la quale saranno proiettati i film (da te invitati) e verrà elaborato il nuovo regolamento della Mostra.

domenica 11 giugno 2023

Pier Paolo Pasolini, Il calcio «è» un linguaggio con i suoi poeti e prosatori - Il Giorno, 3 gennaio 1971.

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Eretico e Corsaro



P.P. Pasolini
Il football è un sistema di segni, cioè un linguaggio

Il Giorno, 3 gennaio 1971
oggi in:
Saggi sulla letteratura e sull’arte
a cura di W.Siti e S. De Laude
vol. II
“Meridiani” Mondadori
Milano 1999
pp. 2545-2551
(le immagini sono prese dal web e non è stato possibile risalire alla fonte) 


«[…] Il football è un sistema di segni, cioè un linguaggio. Esso ha tutte le caratteristiche fondamentali del linguaggio per eccellenza, quello che noi ci poniamo subito come termine di confronto, ossia il linguaggio scritto-parlato.

Infatti le “parole” del linguaggio del calcio si formano esattamente come le parole del linguaggio scritto-parlato. Ora, come si formano queste ultime? Esse si formano attraverso la cosiddetta “doppia articolazione” ossia attraverso le infinite combinazioni dei “fonemi”: che sono, in italiano, le 21 lettere dell’alfabeto.
I “fonemi” sono dunque le “unità minime” della lingua scritto-parlata. Vogliamo divertirci a definire l’unità minima della lingua del calcio? Ecco: “Un uomo che usa i piedi per calciare un pallone è tale unità minima: tale “podema” (se vogliamo continuare a divertirci). Le infinite possibilità di combinazione dei “podemi” formano le “parole calcistiche”: e l’insieme delle “parole calcistiche” forma un discorso, regolato da vere e proprie norme sintattiche.
I “podemi” sono ventidue (circa, dunque, come i fonemi): le “parole calcistiche” sono potenzialmente infinite, perché infinite sono le possibilità di combinazione dei “podemi” (ossia, in pratica, dei passaggi del pallone tra giocatore e giocatore); la sintassi si esprime nella “partita”, che è un vero e proprio discorso drammatico.

venerdì 18 febbraio 2022

Pier Paolo Pasolini, Perché vado a Venezia - «II Giorno», 15 agosto 1968

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Pier Paolo Pasolini
Perché vado a Venezia

«II Giorno», 15 agosto 1968

Finalmente è uscito sul Festival di Venezia un articolo che, pur contestandolo (Dio solo sa che sforzo faccio su me stesso per usare questa che è diventata la parola di un nuovo conformismo), lo fa pacatamente e ragionan­do. Si tratta di un breve intervento del critico Mino Ar­gentieri («Rinascita», n. 32). Va bene, Argentieri scrive da uomo iscritto a un partito, e i suoi argomenti sono gli argomenti della linea politica di un partito, che è, eter­namente, la solita (cfr. la mia Polemica in versi del ’57), e che implica quindi una sorta di cinismo strumentalizza­tore e una certa dose di cosciente calcolo. Tuttavia il di­scorso di Argentieri è «pacato»; non è terroristico. E questo è già molto, direi che è tutto, in un momento in cui il «fascismo di sinistra» (che è fenomeno assolutamente nuovo: non ha nulla a che fare con la analogia istituita dal basso anticomunismo nel passato, tra totali­tarismo fascista e totalitarismo staliniano: che è una be­stialità), in cui il fascismo di sinistra, dico, ha creato una situazione di vero e proprio terrore ideologico.

mercoledì 16 febbraio 2022

Pier Paolo Pasolini, Votate scheda bianca e vincerà la cultura «II Giorno», 4 luglio 1968

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Eretico e Corsaro



Pier Paolo Pasolini
Votate scheda bianca e vincerà la cultura

«II Giorno», 4 luglio 1968

Cari amici,

oggi andate a votare al Premio Strega. Non è una cosa di grande importanza — lo ammetto — benché non trovi che ci sia in questo nulla di «comico», come trova un giornale romano della sera, incomprensibilmente.

Se non è importante è indicativo. Per le seguenti ra­gioni:

Pier Paolo Pasolini, In nome della cultura mi ritiro dal Premio Strega - «Il Giorno», 24 giugno 1968

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Eretico e Corsaro

In nome della cultura mi ritiro dal Premio Strega

«Il Giorno», 24 giugno 1968

La prima reazione di un osservatore oggettivo e un po’ indifferente, nel venire a sapere che un partecipante al Premio Strega, poco prima della seconda votazione, ritira il suo libro, è che si tratti di una azione scorretta. Ebbene, lo è. Si tratta di una scorrettezza formale: e si sa che la correttezza formale è una delle basi della convivenza democratica. Benché questo non mi sia costato molta fatica, ho dovuto dunque usare una certa violenza contro me stesso, in questa decisione di ritirarmi dal premio (formalmente, secondo il regolamento, il mio ritiro in pratica non sussiste: i miei 62 elettori sono perciò liberi di fare quello che vogliono — e sappiano, proprio a questo punto, che sono verso di loro pieno di gratitudine — anche perché almeno 40 di quei voti mi sono giunti inaspettati).

sabato 22 gennaio 2022

Pasolini, l'arrabbiato sono io - Giorgio Bocca, «Il Giorno», 19 luglio 1966.

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Pasolini, l'arrabbiato sono io

Giorgio Bocca
«Il Giorno», 19 luglio 1966.

Certi mattini, al risveglio, il pensiero dell’età è come una folgore. L’ulcera, un mese a letto, la debolezza, i riguardi. Mi sono sentito un vecchio, per la prima volta.

 



Già, il vecchio Pasolini Pier Paolo, cinquanta chili di una rabbia che è solitudine, amore, timidezza, incontinenza, paura, genio. Cinquanta chili di uomo. Ma non è questo che fa tenerezza o mette a disagio, ma ben altro: sentirsi in debito con lui per conto di tutti e non sapere che fare, come ripagarlo dell’intelligenza che ci ha dato in questi anni, generosamente. Non è il denaro che vuole anche se noi ci guardiamo bene dal darglielo; né siamo autorizzati a concedergli quella esenzione dalla morale comune che chiede con tanta ingenua insistenza: diamogli almeno la stima intellettuale che merita (su diamogliela cuori spugnosi e cervellini esangui), diciamolo che è il migliore di tutti.

 

La mamma porta il caffè all’ospite e la camomilla al figlio. Sediamoci nel giardino, c’è un po’ di vento. Così, tanto per sfuggire al patetico, attacco un po’ alla balorda. 

lunedì 21 dicembre 2020

Pasolini col Vangelo alla mano muove gli attori senza volto - 1964, Il Giorno.

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Biblioteca nazionale centrale - Roma

Pasolini col Vangelo alla mano muove gli attori senza volto
di Luigi Locatelli
26-04-1964
Ritaglio di "Il Giorno"
Biblioteca nazionale centrale - Roma

(Trascrizione curata da Bruno Esposito)

Roma, aprile

 
Biblioteca nazionale centrale - Roma
 
Il "vento proviene" da una enorme ruota a pale, i bagliori di fuoco sono di alcune torce alle spalle delle persone. La luce, si suppone che sarà fredda, drammatica. L’obiettivo è stato schermato con un vetro scuro per l’effetto notturno. I trucchi sono tutti lì, evidenti. Otello Sestili sa di essere un camionista: il suo nome è perfino scritto a penna su un foglietto appuntato al colletto della maglia con uno spillone di sicurezza. Quel giallo e azzurro che si intravedono tra gli ulivi, sono la gonna e la camicetta della moglie. Sestili la vede mentre porta a sgambettare la bambina. Settimio Di Porto conosce benissimo la sua identità: è alto, massiccio, semplice e rude come la gente del popolo, senza complessi, senza momenti di cedimento. Commercia in ferramenta, il suo furgone è parcheggiato dieci metri più in là, sulla Tiburtina Valeria, dopo la curva del ventottesimo chilometro. Alcuni minuti fa, stava raccontando con spavaldo compiacimento che gli basta serrare le mascella e fissare in faccia la moglie per farla scoppiare in lacrime.

   L’atmosfera è quella, un po’ goliardica, che si ritrova tra tutte le troupes cinematografiche. Allegria e serietà, scapigliatura e lavoro sodo. Quando il. regista, lo scrittore Pier Paolo Pasolini dà i tradizionali ordini per girare la scena, « motore », « azione », qualche cosa di diverso succede. Il bravo Tonino Delli Colli, l'operatore di « Accattone ». comincia a muovere la piccola Arriflex.

   Il silenzio si fa più impegnato. L'attenzione di tutti è più avvertita del solito. Tocca girare al protagonista, « vai Enrique, vai », ordina con calma Pasolini. Enrique Irazoqui è seduto su un tronco di ulivo. La faccia pallida, magra, avvolta in un grezzo mantello di lana marrone, il corpo fasciato da una semplice tunica avena. Legge le parole che deve pronunciare davanti alla macchina da presa su una lavagnetta sorretta dall’aiuto regista.
« Voi sentirete parlare di guerre e rumori di guerre; badate di non turbarvi; bisogna che questo avvenga ma non sarà la fine. Si solleverà infatti nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno pestilenze e carestie e terremoti in vari luoghi; ma tutto Questo non sarà che il principio dei dolori »… 
   La drammatica predizione che Gerusalemme sarà distrutta: la fine del mondo. Le parole del Vangelo di San Matteo, che Pasolini sta traducendo in film.


Biblioteca nazionale centrale - Roma
   La lavorazione è cominciata da qualche giorno, senza il consueto can-can pubblicitario che accompagna il primo giro di manovella… Anzi, produttore e regista preferiscono portare avanti il loro lavoro in silenzio, con tutta tranquillità. Si tratta di un lavoro quanto mai impegnativo, difficile, inconsueto perché il film non sarà una riedizione della vita di Gesù Cristo, né un racconto interpolato delle vicende bibliche. Non c'è soggetto, non c'è sceneggiatura, non c'è dialogo costruito a tavolino sia pure sulla falsariga dei Vanigeli, ma la traduzione in immagini del testo genuino scritto da Matteo, il pubblicano di Cafarnao  diventato apostolo. La strada più difficile, dunque, è stata scelta da Pasolini per questo film.

   Un'idea che lascia perplessi, quella di trasportare sullo schermo il primo dei quattro Vangeli, soprattutto conoscendo la diffusa preferenza per argomenti commerciali di molti nostri cinematografari- Ma Pasolini non è di questo parere…
« La storia di uno che nasce povero » dice, che ha una vita ricca e complessa come è raccontato nel Vangelo, e consegna agli uomini il messaggio del cristianesimo, « ha tanti elementi favolosi anche per il grosso pubblico ».
   Il progetto di realizzare il «Vangelo secondo Matteo» Pasolini l’ha studiato e maturato per un paio d'anni. Nell'ottobre… '62 si trovava ad Assisi. Era stato invitato dalla « Pro Civitate Christiana » ad‘un dibattito sul suo « Accattone ». Finito il convegno, lo scrittore-regista voleva tornarsene a casa, ma le strade erano ingorgate di traffico. Code di automobili lunghe chilometri e, per le vie di Assisi, migliaia di persone arrivate per la visita di Giovanni XXIII. Non c’era altro da fare che aspettare che fosse partito il treno del Papa, prima di prendere la via del ritorno.
« In camera mia, sul tavolo c’era un Vangelo. L'avevamo messo lì per farlo leggere agli ospiti, e ci sono riusciti perché io lo presi e cominciai a sfogliarlo ». 
   Un libro stimolante dice Pasolini: leggeva e si convinceva che quel racconto era un ottimo soggetto cinematografico. Per un po', ha tenuto l'idea perse,  poi una volta ne ha parlato ad Alfredo Bini, che era stato il produttore dei suoi film.
« Eravamo in Africa, con Bini, per i sopralluoghi di "Padre selvaggio", e Bini è stato subito entusiasta ».
Biblioteca nazionale centrale - Roma
   In questi due anni, Pasolini non ha scritto nessuna sceneggiatura, ma si è preoccupato di studiare, immaginare le scene, i movimenti della macchina da presa, il volto degli attori perchè non ha aggiunto ne tolto nulla al racconto di San Matteo,  limitandosi a filtrarlo con la sua fantasia  poetica. Ha discusso, però, a lungo l'idea con gli amici della "Pro Civitate Christiana" che l'hanno incoraggiato concedendogli fiducia e libertà.
« Non ho nessuna intenzione dl proporre interpretazioni teologiche. Sarà un'vangelo assolutamente canonico » 
dice. Con padre Favero particolarmente ha avuto lunghe discussioni, numerosi  scambi di lettere per evitare qualsiasi imprecisione, anche di dettagli storici e di costume, nelle ambientazioni, nell’impostazione delle scene, dei personaggi. Anche adesso che sta girando, le lettere tra lui e il religioso continuano. Un viaggio compiuto successivamente in Terra Santa con padre Andrea Carrano, « un veneto simpaticissimo », ha convinto il regista che non era il caso di andare a girare nei luoghi originari. Il paesaggio descritto dai Vangeli non esiste più, perciò il film verrà girato in Italia. Le prime scene, che si svolgono sul monte degli ulivi e nell’orto” di Getsemani sono state girate in un uliveto ai piedi di Tivoli, su Monte Cavo il discorso della montagna. Altre scene in Calabria, a Crotone, Matera, tra Barletta e Taranto, dove la campagna del meridione è più somigliante alla Palestina.

   Tutti gli attori sono nuovi al cinematografo. La loro ricerca è stata particolarmente difficile perché Pasolini non voleva nessun viso che il pubblico potesse ricordare o identificare con altri
personaggi. Irazoqui è entrato nel film casualmente.
« In un primo tempo pensavo a qualche poeta, per il personaggio di Cristo. Ne avevo interpellati diversi,. avevo anche fatto dei tentativi con alcuni scrittori, uno russo, uno americano, uno spagnolo. Alia fine mi ero quasi deciso per un attore tedesco che andava benissimo ». 
   Enrique Irazoqui un giorno gli ha telefonato a casa. Voleva conoscerlo, aveva letto l’unico suo libro tradotto in Spagna « Ragazzi di vita » e gli altri nell'edizione originale. Voleva discutere con lui di problemi culturali… Appena lo vide, con quel viso che ricorda i Cristi dipinti dal Greco, Pasolini gli ha proposto di lavorare nel film. Per la ricerca degli altri personaggi, lo scritture-regista è stato aiutato dalla scrittrice Elsa Morante. Un giovane nipote della scrittrice apparirà nel film come San Giovanni. Il critico musicale e fotografo Ferruccio Nuzzo è san Matteo, lo scrittore Enzo Siciliano, Alfonso Gatto, lo studente Giorgio Agamben sono altri Apostoli: è il gruppo intellettuale del cast, che passa le lunghe attese tra una scena e l’altra leggendo libri sui vampiri e sullo zen.

   Con il camionista del portico d’Ottavia e il commerciante in ferramenta, ci sono nelle vesti di Apostoli e discepoli, contadini e pastori calabresi e lucani, facce dure, rozze, quasi primitive, come dovevano esserlo probabilmente i pescatori del mare di Galilea, gli artigiani e i contadini di Nazareth e della Palestina che per primi seguirono Gesù. Cristo.

La difficoltà tremenda, da angoscia - dice Pasolini - è nel creare la figura del Cristo ». Una difficoltà che si avverte, concretamente, quando è il momento di girare, e sul set produce una atmosfera diversa da quella delle altre realizzazioni cinematografiche, sia pure impegnative: trasforma il vento della grande ruota a pale e le fiamme delle torce in segni premonitori dell’apocalisse, muta il camionista nel traditore Giuda, il commerciante di ferramenta nell’Apostolo Pietro, lo studente catalano di scienze economiche e commerciali nella figura del Cristo. prossimo ai suoi momenti più dolorosi.

Luigi Locatelli


(Trascrizione curata da B. Esposito)

Biblioteca nazionale centrale - Roma




Curatore, Bruno Esposito

Collaborano alla creazione di queste pagine corsare:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice
Simona Zecchi