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domenica 24 agosto 2025

Pier Paolo Pasolini, Per chi è sonata la campana? ( La notte brava ) - Vie nuove, numero 36, 12 settembre 1959, pag. 29

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Pier Paolo Pasolini
Per chi è sonata la campana? 

( La notte brava )

Vie nuove

12 settembre 1959

pag. 29 

( © trascrizione da cartaceo curata da Bruno Esposito )


Un carro funebre, vuoto. E di seconda categoria, liscio e nero.  Accanto, il conducente, che spipetta, aspettando la cassa.  Dietro, due tassì e una macchina con delle corone di fiori sul tetto.  Davanti alla porticina della vecchia casa del quartiere, c'è un po' di gente, silenziosa.  Arriva la stoppona, da in fondo il vicolo, passa davanti al carro funebre, e va a fermarsi un poco più avanti.  Ruggeretto guarda preoccupato il carro funebre. 

 RUGGERETTO Aòh, che c'è? La Bona Morte? 

CROCEFISSA Aòh, ma indò ce portate? Che, ce portate a accompagnà li morti? 

  Scintillone le fa la scafetta: 

 SCINTILLONE Bona, stella! Che fra poco ce stanno li fochi d'artificio! 

 Aspettate qua, fate le brave, eh? Non litigate! Noi annamo e tornamo! 

 Intanto, Ruggeretto ha bloccato la macchina e è sceso, tutto  agile e indifferente: fatte le sue raccomandazioni, Scintillone lo imita, e, appaiati, vanno verso la porta davanti alla quale è fermo il carro funebre. 

 Le due comari li seguono con gli occhi, da dentro la macchina. 

 Crocefissa è sempre più tetramente malfidata. 

CROCEFISSA Ma che, li hai visti mai te, questi? 

ANNA No, e chi li ha visti mai! 

CROCEFISSA Che ne pensi, te? 

  Anna si batte col dito indice due tre colpetti contro una narice, con una smorfia. 

ANNA Mmmmmh. 

  Intanto Ruggeretto e Scintillone sono quasi all'altezza del carro funebre. 

RUGGERETTO Per chi è sonata la campana? 

  Accanto al carro funebre se ne sta sbragato il conducente, tutto vestito di nero, ma col berretto calato sugli occhi alla malandrina. 

SCINTILLONE Chi è quello che porti? Come se chiama? 

CONDUCENTE  Uno che non fuma più! 

  I due si guardano, comprendendo. 

 RUGGERETTO E che ce frega! Imboccamo lo stesso, daje! Che prima scaricamo e mejo stamo! 

  Si avvicinano alla porta, che è mezza chiusa, incrociandosi con due tre donne che escono, tutte vestite di nero, con gli occhi rossi e l'aria profondamente afflitta e concentrata

Pier Paolo Pasolini


@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare


Curatore, Bruno Esposito


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I ragazzi de "La notte brava", intervista con Pier Paolo Pasolini - Vie nuove, numero 36, 12 settembre 1959, da pag. 26 a pag. 29

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


I ragazzi de "La notte brava"
intervista con Pier Paolo Pasolini

Vie nuove

numero 36

12 settembre 1959

da pag. 26 a pag. 29

 ( © trascrizione da cartaceo curata da Bruno Esposito ) 


DOVE SONO I "PERICOLI PER LA SOCIETA' "

A Pier Paolo Pasolini, ideatore e sceneggiatore del film « La notte brava », che il regista Bolognini ha portato a termine in questi giorni, abbiamo rivolto alcune domande sul significato della vicenda, sul carattere dei personaggi e sulla realizzazione del film. Pubblichiamo anche, nelle pagine seguenti, la sceneggiatura di una delle sequenze iniziali.

 



D. -
Il film «La notte brava» è molto importante per te ? 

P.P.P. -  «La notte brava» è il primo film veramente mio. Ho lavorato spesso per il cinema, e nel mio lavoro ho sempre messo qualcosa di mio (anche, mettiamo, in « Marisa la civetta », che è passato come un filmetto volgare, mentre, invece, nella sua estrema esilità, era un elegante prodotto epigono del neorealismo). «La notte brava» è il primo film che ho interamente ideato, scritto e sceneggiato da solo. 

D. - La storia narrata nel film è nata subito, nelle tue intenzioni, come soggetto cinematografico o come racconto dal quale, per caso, è stato tratto un film? 

P.P.P. -  I produttori Cervi e Jacovoni mi hanno chiesto un film di ambiente romano. Ci ho pensato un po' e poi ho capito che l'avevo già in mente da tempo: sia in « Ragazzi di vita » che in « Una vita violenta », c'era già la storia di una notte: una notte ideale, dilatata, violentata. Lo schema dunque era pronto: rientrava nel mio sistema stilistico. Anche il motivo della ricerca della grana, era un motivo mio. Mi ci è voluto poco, dunque: non si trattava che di raccogliere e organizzare degli elementi già fermentati e maturi in me.

domenica 13 luglio 2025

Incontro con l'autore Pier Paolo Pasolini, "Una vita violenta" (Premio Crotone 1959) - Noi Donne, 29 novembre 1959, pag. 5

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Incontro con l'autore Pier Paolo Pasolini
"Una vita violenta" 
(Premio Crotone 1959)

Noi Donne

29 novembre 1959

pag. 5 

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


D. — Che ne pensa del Premio Crotone? 

R. — Non conosco, tanto da poter giudicarli, tutti gli altri premi. Ne conosco alcuni. Da questi il premio Crotone si differenzia anzitutto perchè è organizzato dalla giunta municipale di un comune socialista del meridione: gli altri premi hanno un pubblico o indifferente o interessato solo al lato mondano della faccenda: il premio Crotone ha un pubblico generoso e partecipe, che si sente «dentro » la cosa. La platea del teatro Ariston di Crotone, dove avviene la premiazione, è uno fra gli spettacoli del genere più seri e commoventi a cui si possa assistere. Inoltre devo aggiungere che la giuria è particolarmente appassionata, disinteressata, oltre che ad altissimo livello letterario. 

D. — Quali impressioni ha riportato dagli incontri con i suoi lettori? 

R. — E' molto difficile leggere: di buoni lettori, in Italia, c'è grande penuria: li potrei contare quasi sulle dita delle mie mani, che io sappia. Non è detto che i protagonisti, in quanto protagonisti più o meno diretti del mio libro, siano necessariamente dei buoni lettori. Anzi, a dire il vero, non lo sono. E, da parte loro, ho sentito solo delle pure esclamazioni come «Sei forte, a Pa'! » (mi chiamano Paolo), o «Gajardo!», di solito con facce molto ridenti e divertite. Questo per quel che riguarda gli incontri e i giudizi casuali, a Torpignattara o alla Borgata Gordiani, a Trastevere o a Tiburtino. Ho avuto un solo «incontro » ufficiale : alla Garbatella, nella sezione del Partito comunista. E' stato molto interessante : abbiamo discusso fino a mezzanotte, e quando abbiamo finito tutti eravamo convinti che non fossero più delle dieci. Ma, alla sezione, c'erano dei giovani preparati, o studenti o dirigenti del partito : erano quindi dei miei protagonisti solo molto indirettamente, solo in quanto possibili testimoni. 

venerdì 18 aprile 2025

Pasolini, Marxisants (o meglio neomarxisti) - Officina, numero 2, maggio-giugno 1959

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pasolini, Marxisants 

(o meglio neomarxisti)

Officina, numero 2
maggio-giugno 1959
da pag. 69 a pag. 73

( Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )



Marxisants? Il francese e il genere di suffisso applicato alla grande radicale, mi lasciano dubitante davanti a questa definizione, usata sia da Roversi (con perplessità) che da Scalia (ironicamente) nel primo numero della nuova «Officina». E io non politico, e scarso lettore di sociologia, non mi dovrei sentire in grado di correggerla. Ma il «marxisants» dei miei amici mi sollecita, anzitutto quasi un punto focale nuovo sulla situazione delle prospettive in sviluppo, progresso o regresso, dopo il XX Congresso del Pcus: prospettive non solo politiche, ma ideologiche, letterarie e metodologiche, sotto il segno di una rinnovazione comunista rientrata, e sotto i segni minori dei vari moti innovativi, interni o esterni: di dissidenti, di marxisants o meglio neomarxisti [vedi «Passato e Presente»], di ex-comunisti, e anche di lealisti, rimasti nel partito di Togliatti [vedi, passim, in certe superfici interne, il nuovo «Contemporaneo»].

Tuttavia una ricostituzione rigeneratrice e semplificatrice del comunismo, a me, osservatore di passaggio e incompetente, non pare preannunciarsi all’orizzonte ideologico: è possibile, dunque, per uno scrittore, ipotizzare, come dato, un neocomunismo ancora nella piena tenebra del farsi, e, di conseguenza, prospettarsi un proprio comportamento e una propria figura nuovi, o comunque le ripercussioni etiche ed estetiche nelle sovrastrutture in cui egli opera?

sabato 8 marzo 2025

Pasolini, La colpa non è dei teddy boys - Vie nuove numero 40, del 10 ottobre 1959

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Il parere dello scrittore di 

"Ragazzi di vita" 

sul fenomeno della "gioventù traviata.."

Pier Paolo Pasolini
La colpa non è dei teddy boys

Vie nuove numero 40

10 ottobre 1959

da pag. 14 a pag. 17 

( © Questa trascrizione integrale da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Si è tenuto recentemente a Venezia un congresso di «uomini illustri» sul problema della gioventù traviata; da questo congresso è risultato chiaro perché esistono i «teddy boys»: voglio dire non dai lavori e dalle discussioni del congresso, ma dal congresso stesso, dalla sua presenza: tanta presunzione pedagogica, tanta cecità reazionaria, tanto sciocco paternalismo, tanta superficiale visione dei valori, tanto represso sadismo, non possono che giustificare l'esistenza, in molte città italiane, di una gioventù insofferente e incattivita. 

Con simili padri ideali - perché è chiaro che la media dei padri è fornita dalla media dei partecipanti a quel triste congresso - i figli non possono che nutrire disprezzo per la morale vigente: disprezzo non critico, naturalmente, e quindi anarchico, improduttivo, patologico. Alla superficialità rispondono con la superficialità, alla crudeltà con la crudeltà. In effetti sono proprio i teddy boys i figli reali dei nostri avvocati, dei nostri professori, dei nostri luminari. 

Uno dei partecipanti al congresso veneziano, il prof. Pende, ha fornito un quadro clinico schematico ma completo dei tipi di anormalità psichica che porta il ragazzo all'anarchica ribellione del teddy boy: l'unico difetto del quadro del prof. Pende è quello di essere esclusivamente tecnico, quasi che nevrosi o paranoia cadessero dal cielo, come tegole, sui capi dei malcapitati: una disgrazia, così come si nasce ebrei o negri. Il che prospetta il problema dei teddy boys in termini che appaiono scientifici mentre in realtà sono del tutto irrazionali, appartengono alla famiglia delle teorie razziste. 

giovedì 23 dicembre 2021

Pasolini alla sbarra - Tratto da: VERSUS Artisti Contro

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


 
 Tratto da:
VERSUS Artisti Contro
Sfide liti censure fra spettacolo e cultura
Biblioteca Fonoteca
CJC Editore 
*
Di  Amedeo Furfaro

 

lunedì 31 maggio 2021

Pasolini - "Arrivo a Napoli la sera"...

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Pasolini - "Arrivo a Napoli la sera"...
(Tratto da: La lunga strada di sabbia)

 La lunga strada di sabbia uscì nel 1959 sulla rivista «Successo»
Oggi in: Pier Paolo Pasolini. Romanzi e racconti 1946-1961, a cura di Walter Siti.

Napoli, luglio

Arrivo a Napoli verso sera: il temporale gira lontano sui monti pagani. Ceno da Ciro, fermato invano dalla Bersagliera in persona che mi trattiene per la camicia, poi dai camerieri della Zi’ Teresa. Passo il ponticello, là dietro la sagoma del castello: un giovane con un mazzo di rose mi ferma, mi offre una rosa.
«La vita è dura, signorì!» 
mi fa. È il primo. Accanto al ristorante ce n’è a frotte, piccoli come insetti, che si lanciano sul forestiero, picchiando come aviogetti, insistendo come vecchie mosche. La ragione è sempre loro. Tutto il porticciolo è in subbuglio: una folla di barche sotto la luna immensa, e mucchi infiniti delle cose più incredibili, sul mare, sulle banchine. I guaglioni si gettano in mare a raccogliere le monete gettate dagli stranieri. Girano intorno ai venditori di ostriche e cozze.

Esco dal ristorante, mi adocchiano ma non si fidano: vesto con una maglietta, i calzoni americani bianchi Lee e ho i capelli tagliati corti: sono incerti. Ma poi il più piccolo di tutti, un mostro, poverino, senza testa senza gambe senza braccia, senza corpo: solo con due scarpe sfondate e con una bocca, mi si mette davanti, in coda alla ganga: mette una mano dietro la schiena, la tende aperta, e chiede:
«Dieci lì, dieci lì!» 
Gliene do cinquanta. È fatta: l’esercito dei poveri pidocchi mi è attorno: riattraverso il ponte seguito da loro: il venditore di rose anche lui, «speruto» (ansioso) di guadagnare qualcosa, ci rifà:
«La vita è dura, signorì!». 
Sotto l’acqua ribolle, vecchia come il mondo: con una puzza di pesce che accora. Via Caracciolo davanti è una carambola. Tutta Napoli intorno al golfo è solo una pioggia di lumi in infinite ghirlande.
 «Dieci lì, dieci lì!» «Cinguanta lì!» 
In capo al ponte, un cocchiere afferra uno dei pidocchietti che, sollevato da terra, dimostra gli anni che ha, cioè ormai sedici diciassette: è un nano. Messo a sedere sul muretto e sbatacchiato a colpi sulla capa, si mette sul tono malandrino, parla come un avvocato, come Marotta:
«Io songo piccolo!» 
Fa la faccia del cinque-e-tre-otto, del mariuole-’e-mezzanotte: la furberia guappa e inespressiva:
«Songo pìccolo!» 
(con un fortissimo accento sulla i)
«Songo nano! Tutti nella famiglia mia siamo nani!» 
Passa lenta per via Caracciolo una scartellata (auto della polizia), seguita subito da una urtulella (jeep). Le facce diventano ilari. Tutti sono lì innocenti a pigliare il fresco. Un nacannella (sfruttatore) lì accanto, davanti al Santa Lucia, fischietta:
’Na frangetella ’e nuvole
’na vranca ’e stelle chiare...
Il piccolissimo delle dieci lire parte a razzo, a testa bassa, pieno di energia come un pazzo, assale una coppia di capitalisti tedeschi, lui in kaki, con cappello a larghe tese, lei con un truce vestito stampato a fiori verdi e celesti, con due gambe che sembrano vasi da fiori: non li lascia finché non gli ha strappato una moneta: con la moneta stretta in pugno, senza vedere se si tratta di un pataccone, di un centone o solo di dieci lire, schizza verso il nano: e gliela dà. Il nano è il capo: gli altri, di sei sette anni, lavorano per lui. Passa, con la gamba corta, il calzone largo alla pulcinella e delle meravigliose magliette, una ganga di paladini (ragazzi di vita): cantano a squarciagola:
’Na frangetella ’e nuvoleee
’na vranca ’e stelle chiare...
Quella notte a Napoli non sono andato a dormire: ho girato come un pazzo: là si poltriva in mezzo ai giardini, qua si inaugurava un nuovo caffè, tutto rosso, il Caffè del Sole, là marinai combinavano con donne, lungo ammassi di barche, qua borghesi si dondolavano alle sdraie dei bar scintillanti. Tre o quattro volte sono andato e tornato da Posillipo. Ho fatto l’aurora, ho visto il Vesuvio, vicino che si poteva toccarlo con la mano, contro un cielo, ormai rosso, avvampante, come nascondesse dietro un paradiso incendiato.



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Curatore, Bruno Esposito

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mercoledì 10 febbraio 2021

Pasolini, La Mortaccia

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




La Mortaccia
(frammenti)
Tratto da "Ali dagli occhi azzurri"
(1959)


Canto I


Il sonno! Mamma mia! Un sonno che proprio se la stava a fà sotto, pora Teresa: capirai, co' quella giornata ch'aveva passato, n'aveva fatti pochi d'impicci!
Robertino, il fijo della sora Lucia, ch'era appena risortito dal beverino, e a sedic'anni già faceva il pappa, se l'era caricata a San Sebastiano, verso l'una, e così l'aveva portata al Mandrio­ne, a casa sua.
Scese tutta sonno, coll'ossa rotte: imboccò il vicolo, che ci si vedevano dietro tutte le lucette della ferrovia, e più dietro quel­le del Quadraro, e più dietro quelle di Cecafumo, e più dietro quelle di Cinecittà: ma tutte sbattute, perse, perché era notte alta e, da quando Marzano aveva preso Roma, a mezza notte, da quelle bande, c'era il coprifuoco.
Passò sotto l'archi, con tutti i fregi e le fregne di pietra del tempo dei Papi, andò oltre il funtanone, addossato a quell'ar­chi come un altare, e imboccò il Mandrione, per una pista di fanga, incassata sotto la muraglia dell'Acquedotto Felice, al­to che non si vedeva il cielo, da una parte, e dall'altra i prati coperti dallo sterco dei cavalli degli zingari, e della loro zella, affumicata, perché più sotto, tra le fratte sventrate, passava il treno.
Sotto la muraglia, una addosso all'altra, c'erano le baracche, come tanti gallinari, con le finestrine e le porticelle di legno fracico, e i tetti di bandone.
Sotto, tutto lo sciroppo pasticciato dalle pedate dei clienti di quelle che battevano lì, dentro i tuguri - insieme a quelle pic­colette dei ragazzini, che ci avevano giocato rognosi e ignudi durante il giorno, schivando le sciacquate delle catinelle, che le zoccole svuotavano fuori dalle porte senza manco guardare chi c'era e chi non c'era.
La catapecchia di Teresa era una dell'ultime, quasi laggiù in fondo, poco prima dell'arco, verso i depositi della Coca Cola.

Era quel montarozzo che sta sulla Tiburtina, dopo il Forte, prima di Tiburtino III, dove stava a abitare Peppe il Folle.
Era un montarozzo che sotto i ragazzi ci giocano al pallone, e sulle coste è tutto pieno di puncicarelli e fratte, e, arrivati in pizzo, laggiù si vede l'Aniene, tra i canneti, e dall'altra parte Pietralata, e tutt'intorno le borgate più lontane, bianche come spuma al sole.
Ma mo, ragazzi non ce ne stavano: era notte alta: non sof­fiava un fiato di vento: non c'era neanche una luce, si vede c'era una interruzione alla centrale elettrica, non una luce, né sulla Tiburtina, né dietro la borgata, là in fondo dove ci sta­vano di solito i fari e i riflettori. Tutto scuro, morto. E nean­che una voce: neanche quei piccoli rumori che si sentono la notte: qualche cane che abbaia pei casali, o i grilli, le ranoc­chie. Niente, niente. E il montarozzo, detto il monte del Peco­raro, lì davanti, era alto che pareva una montagna, coi punci­carelli e le fratte che ciondolavano nell'oscurità, senza un filo di vita.
« Ma indò me trovo, qua, vaff...! » pensava Teresa, che già parlava da sola, con uno spagheggio che tremava. Camminò un po' lì nello spiazzo giallo, verso la gobba del monte: e si sarebbe messa a strillare, se non avesse avuto paura che fosse peggio.
Camminava camminava, tutta col culo stretto, pora creatura, senza sapere dove andare, quand'ecco che, daje!, da dietro una gobba del monte si pararono, colla bava alla bocca, tre canacc­i lupi, abbaiando da torcersi i polmoni, secchi allampanati, con le code dritte sulle cosce spelate e piene di rogna. S'affion­darono contro di lei abbaiando come se la volessero sbranare, si fermarono lì a pochi metri, guardandola e continuando a cioccare con quelle boccacce schifose, girando intorno intorno come coatti. Chissà, erano forse scappati da qualche casale, alle Messi d'Oro, dietro il monte, lungo l'Aniene: o avevano sen­tito qualche ladro morto di fame. Adesso ce l'avevano con Te­resa: e questa se ne stette lì ferma; coi capelli dritti in testa, e il sangue che gli s'era gelato. Strillare non poteva, tanta era la paura. Le usciva come una lagna dalla strozza, nemmeno quella.
Poi piano piano, facendo finta di niente, sempre coi capelli dritti, fece qualche passo verso il monte, guardando i cani, e, come quelli pareva che ancora sbranarla e divorarsela viva non ci pensassero, per il momento, cominciò a salire: ma non ce la faceva, perché la scesa del monte era tutta una melma, ci si poteva sciare, e come puntava il piede per arrembarsi, questo le scivolava e le tornava giù più in basso di prima. Stette lì un bel pezzo, a cercare di salire su per quello scivolo di fanga nera: e piangeva, piangeva, s'insozzava tutta.
Poi, verso sinistra, sentì una voce che la chiamava, che di­ceva: « Aòh. » Si voltò, con le mani a terra contro la fanga, a pecoroni come si trovava, e guardò da quella parte. C'era un'ombra, un'ombra che non si capiva bene chi era. Stava ferma, e guardava verso di lei.

Lì c'era la fermata degli autobus, il 109 che voltava giù ver­so il centro di Tiburtino, il 211, il 213 che seguitavano verso Ponte Mammolo e San Basilio, e pure i pulman che andavano a Tivoli: la fermata era sotto dei pali della luce elettrica, lungo la strada, in mezzo a uno spiazzale: dietro lo spiazzale cominciavano i lotti di Tiburtino, bassi e chiari, come magazzini, in fila, con la chiesetta, e, più in fondo, dei palazzi più alti di stile fascista. L'ombra stava proprio lì accanto alla fermata de­gli auti, contro il Bar Duemila, dove di solito Peppe il Folle faceva a fugge con le motociclette, scommettendo coi compari.
Adesso era tutto deserto: non si vedeva un'anima: pareva che fossero tutti morti, e che fossero scomparsi da questa terra pure i cadaveri.
L'ombra s'accostò al monte, attraversando la strada, passò il ciglio del prato, e venne verso Teresa.
Come s'accostò, a Teresa le parve di riconoscere chi era. « Sì, sì, ma io a questo lo conosco! » pensava, stando sempre così, a pecoroni.
Era infatti un uomo non tanto alto di statura, secco, con la fronte sporgente, un naso a becco, e le labbra strette, che, si capiva, non ridevano mai. « Sì, sì, lo conosco... ma chi è? » continuava a pensare Teresa, cominciando a sollevarsi, e ac­croccandosi i capelli col dorso della mano, ché il palmo era tutto impiastricciato di melma.
Non riusciva a svagare s'era un cliente, di quelli che arri­vano con la macchina, a San Sebastiano, e non vogliono farsi conoscere, o perché sono sposati, o perché sono viziosi: qual­cuno sadico, magari, che gli piace vedere il sangue, qualcuno che invece vuol fare tutta una messinscena, con la donna che deve far finta di non conoscerlo e farsi trovare ignuda col di dietro di fuori in qualche posto della casa, e via dicendo. Op­pure se si trattava invece di qualcuna di quelle persone impor­tanti che s'incontrano andando per gli uffici a fare le carte. Oppure un dottore di San Gallicano, o magara... un commis­sario di polizia!
Ma come fu vicino, quello là la prese per un braccio, e, aiutandola a sollevarsi, le fece: « Vieni! », allora a Teresa ven­ne una tremarella e una soggezione che quasi si sturbava, per­ché l'aveva riconosciuto.
Muta come una cella, guardandolo quasi piangendo per la timidezza, gli andò appresso.


Canto II

Dante Alighieri zitto, ma come chi ha tante cose da dire, ri­sortì dallo spiazzo del Monte del Pecoraro, con Teresa alle tac­che, e, giunto sulla Tiburtina, anziché andare verso Roma, pre­se a sinistra, verso l'Aniene: e cominciò a pedalare di buon passo, sempre con Teresa dietro come un cane.
Tutt'intorno la campagna fràcica di guazza, nera. C'era una specie di chiaro, nella notte, che chissà da dove veniva, come quando sta per spuntare la luna, o il sole non è proprio calato del tutto: ma luci accese non ce n'erano: laggiù i lotti di Tiburtino, tutti uguali, si scandagliavano appena perché erano intonacati di bianco: e così il Silver Cine, e la fabbrichetta di sapone costruita da poco.
Da li al ponte sull'Amene c'era almeno un chilometro di strada: Dante e Teresa la percorsero lesti lesti, allungando la pedivella. Ecco, anche l'osteria del ponte e la fabbrica di varec­china sopra i vivai sul fiume: tutto deserto, come disabitato da almeno mille anni.
Poi presero ancora a sinistra, per via Casal dei Pazzi: la borgata di Ponte Mammolo dormiva il sonno della morte. Neanche la lucetta della Madonnina lì all'angolo di Via Casal dei Pazzi e via Selmi, era accesa..
Dante camminava dritto per via Casal dei Pazzi, lungo una fila di casette bianche di calce, con tende per infissi, da una parte, e dall'altra l'avvallamento dell'Aniene, tutto zeppo d'or­taggi, marci d'umido. Ancora un chilometro, e ecco la bor­gatella di Rebibbia, appizzata s'un montarozzo, senza strade, con al posto delle strade come dei letti di torrenti, le case bian­che, a terrazza, come un villaggio beduino.
Ecco, tra la fanga, la garitta delle sentinelle, e ecco, dietro la borgatella di Rebibbia, dietro la strada militare deserta, il Car­cere.
Era come uno scatolone, grande grande, grande come tutto il cielo, giallo, bucato da miliara di finestre tutte uguali. Si al­zava in una radura di stoppie gialle, e di pianticine di finocchio selvatico sottili e invisibili come ragnatele, tra Ponte Mam­molo e San Basilio: ma le borgate non si vedevano, inghiottite dall'oscurità: in quel chiarore spugnoso appiccicato all'aria umida, si vedeva solo quello scatolone, in tutta la pianura, fino ai monti di Tivoli, ch'erano là, un po' più scuri contro il cielo scuro, lontani, lontani.
In tutta quella pianura non si vedeva una luce, non si sentiva una voce.
« Vieni, » rifece Dante, e andò verso il Carcere, attraverso la prateria secca, fràcica.
Arrivarono davanti a una porta, piccola, in tutta quella parete gialla e nuda, dove stava scritto: « Carcere Penitenziario ». Teresa si fermò, leggendo e rileggendo quelle parole: e subito la prese il mammatrone, tanto che cominciò a trema­re tutta, a non tenersi più, finché le vennero le convulsioni, e si buttò per terra, strappandosi le vesti, piangendo come una ra­gazzina, perché sentiva come nel cuore che, da quella pri­gione, non sarebbe risortita mai più.


(1959)




Curatore, Bruno Esposito

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lunedì 14 dicembre 2020

Il "fango" di Pasolini - Recensione di Carlo Bo - "Una vita violenta".

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Il "fango" di Pasolini
Recensione di Carlo Bo 
"Una vita violenta".
LA STAMPA 
Anno 93 Num. 162 
Giovedì 9 Luglio 1959 

Il giovane Pier Paolo Pasolini è uno scrittore famoso, non c'è bisogno di presentarlo. In qualche modo la sua attività di narratore, di poeta e di saggista, appartiene alla cronaca. Quello che fa, viene subito commentato e interpretato, insomma, costituisce una piccola misura di confronto. Ha i suoi ammiratori, i suoi fans e, naturalmente, i suoi bravi nemici. E' appena al suo secondo romanzo ed ecco che Una vita violenta (edizione Garzanti) rappresenta già un fatto, un piccolo avvenimento letterario. 

   Immagino che molti lettori avranno già letto il libro e si saranno quindi fatta la loro buona opinione. Meglio così, tanto più che il libro si presta a un discorso di carattere generale sui confini della letteratura. Uno scrittore deve dire tutto oppure deve rispettare dei limiti? Non è la prima volta che Pasolini si sente fare domande del genere: quando cinque anni fa pubblicò Ragazzi di vita, la questione finì addirittura in Tribunale e, per conto mio, non ebbi paura di testimoniare in suo favore.

   Ci sono delle ragioni artistiche che vanno risolte senza polemica, senza irritazione di scandalo, beninteso quando sia palese la volontà di far luce sulle cose e non già quella vergognosa di sfruttare la miseria della vita per invitare al vizio e alla degradazione morale. 

   Il nuovo romanzo segna un piccolo punto all'attivo: l'ambiente è ancora lo stesso, gli uomini di Pasolini stanno sempre per affogare nello stesso lago di « fanga »; ma c'è un filo di speranza, c'è una luce che tocca il cuore di questi incredibili disgraziati. Diciamo subito che non tutto ci persuade di questa indiretta e minuscola conversione all'umano, ma valga l'intenzione dello scrittore di restituire a questa sottoumanità il segno del riscatto: non c'è riscatto, c'è però la sensazione che un giorno verrà anche per i diseredati una specie di piccola resurrezione, o soltanto ci sarà la possibilità di riprendere il cammino in comune, di non sentirsi più soltanto bestie, animali, e animali privi di qualsiasi forma di pietà. 

   Perché questa è la condizione umana dei personaggi pasoliniani, di cui noi siamo i primi e diretti responsabili, quando il lettore è attanagliato dal disgusto e sente crescere dentro l'insofferenza per lo spettacolo di assoluta miseria che gli viene offerto, quando è soffocato dallo schifo, non deve limitarsi a condannare, a rifiutare: è opportuno che prima di tutto faccia un piccolo esame di coscienza. C'è una comunione dei santi anche in questo senso, e chi ha avuto dalla vita premi, luci, soccorsi, non può fermarsi alla condanna, al desiderio di chiudere gli occhi. Questa sottoumanità che si è data convegno con la guerra alla periferia di Roma è, sì, un risultato di una situazione straordinaria, ma è un po' anche una nostra colpa: certe macchie non si allargano a tal punto se la coscienza della comunità non lo consente. 

   A questa parte di denuncia, che il Pasolini cerca di tenere nei confini della restituzione artistica, corrisponde purtroppo un'altra parte di eccesso, di ossessione, che supera la possibilità del nostro giudizio artistico. Se è vero che il testo passato alla stampe non è integrale e deve mutilazioni e correzioni all'autocensura, è chiaro che noi giudichiamo in condizioni sfavorevoli. Potrebbe darsi, cioè, che nella visione generale questo eterno tenere il pedale sul nero, sul fango della vita, acquistasse un valore, una giustificazione: oggi invece, non sempre l'equilibrio sembra rispettato e ci sono degli episodi che nulla aggiungono alla verità delle cose, al contrario restituiscono lo sforzo o, addirittura, la fredda compiacenza dell'operatore. Pasolini affonda il bisturi nella polpa della nostra vergogna, senza lasciar trapelare un momento di dubbio, di incertezza: qui la descrizione del male, per essere valida, non ha da essere completa, basta una sapiente allusione. Il Manzoni ha insegnato come in una frase si possa raccontare una vita di delitti e di colpe. In Pasolini invece, l'eccesso, la minuzia, la passione scientifica della ' realtà, non aggiungono nulla alla storia che racconta: un bubbone, per quanto descritto, per quanto analizzato, non annulla il male, non ci porta avanti nella conoscenza della verità. Perché questo dovrebbe essere lo scopo di ogni scrittore e quindi anche di Pasolini: interpretare, capire, far capire, e non soltanto presentare le cose allo stato minimo delle cognizioni umane. 

   La storia è semplice: è la storia di un giovane sfollato, Tommaso Puzzilli, che dalla tempesta della guerra è stato sbattuto alle baracche che circondano Roma, insieme al padre scopino e al resto della famiglia. La miseria, la fame, e la morte, accompagnano i suoi primi passi nella vita e ogni sorta di vizi. Pasolini intende raccontarci non già la storia del riscatto di Tommaso, quanto la storia delle possibilità che ha avuto in questo senso. Il risultato è negativo, la morte interromperà la difficile resurrezione e l'ultima parola dello scrittore: «addio Tommaso », ha valore di simbolo. Che cosa poteva fare del resto un ragazzo nelle sue condizioni? L'unica evasione era il vizio e qui lo scrittore dimostra di possedere una sicura scienza del cuore umano, dal momento che non ci presenta un fantoccio : il suo Tommaso percorre la strada del riscatto con difficoltà, con fatica, per cadute, e sono proprio le cadute a farci vedere che Pasolini non ha abboccato alla trappola del romanzo a tesi, e ciò, nonostante certe sospette cadenze sentimentali. 

   Ma torniamo a Tommaso, lo vediamo imbrancato in una squadra di piccoli delinquenti, nostalgici del fascismo in politica, assaltatori di distributori di benzina e tripudianti nelle osterie, nella vita. Il primo tentativo di ripresa è rappresentato da Irene, una ragazza del popolo: è un po' il sogno della tranquillità borghese che Tommaso fa confluire nel fascio dei suoi affetti e delle sue voglie. Malavita, disordine, e la prima colpa grossa: Tommaso finisce in prigione. Quando esce, la famiglia si è trasferita in una casa dell'Ina. E' un momento di luce. Al registro dell'amore, all'immagine di Irene, corrisponde quello del lavoro: si sente che la vera preoccupazione del giovane è quella di trarsi fuori dal mare, di fango. Ma ecco intervenire la terza nota insostituibile di quella vita: la malattia. Tommaso, tisico, viene ricoverato al Forlanini. Qui Pasolini si è servito della cronaca ed ha impostato un grosso affresco sullo sciopero del Sanatorio: Tommaso, che era passato per la fiamma missina e aveva vagheggiato l'opportunità di iscriversi al partito dominante (al punto di far visita a un prete) adesso è affascinato dal « pannaccio rosso », in cui vedrà alla fine « brilluccicare un po' di speranza ». Ma neppure questa ultima chimera lo salva dalla catena della miseria e del vizio: questo, per me — lo ripeto — è il punto più autentico del libro, anche se lo scrittore fa di tutto per portare lo sgomento a un grado di dolore bruciante. La morte chiuderà quella vita violenta, ma la morte nel letto di casa, e qui ritroviamo la fisionomia autentica di Pasolini, di questo scrittore che pensa di restare col suo cuore di poeta a contemplare il fiore che sboccia ai margini della palude. Questa forse è l'obbiezione più grave che si possa muovere alla sua morale: il nostro cuore è libero di fare queste scelte e nell'ordine di tempo che vuole? Qual è la strada vera che allaccia e spiega lo spazio che vive fra il male e il bene? Lo scrittore deve limitarsi a registrare la scena della vita, o deve trovare un centro, fare intravedere un'unità? 

   Qui siamo di fronte a un curioso equivoco (dove beninteso non entra la perizia dell'artista) che probabilmente è legato a una ragione sociale: non è un mondo organizzato, quello che Pasolini vuole restituire, è un mondo senza argini, dove gli uomini sono ridotti alla essenzialità biologica: il loro problema non è quello di esistere, ma di sopravvivere. Per forza di cose è un mondo chiuso, bloccato, senza soluzioni: di qui il meccanismo delle ripetizioni, del linguaggio che lo scrittore fotografa in maniera faticosa al lampo del dialetto, di qui quell'aria di ossessione che .soffoca. Probabilmente Pasolini ha dato in questo senso tutto quello che poteva dare, direi che la sua triste epopea del miserabile (.quell'uomo che in letteratura ha il suo albero genealogico, da Vallès a Rictus, da Valcra a Baroja, da Celine a Pallet) si chiude a questo punto. E, del resto, chissà che anche in quel mondo di ombre, di larve, non ci siano materie diverse, storie più definite, insomma qualcosa che non ci costringa sempre a vergognarci di noi. Pasolini lo sa dal suo Tommaso Puzzilli che butta la vita per salvare una povera donna.
Carlo Bo



*****

Pasolini in epigrafe al romanzo "Una vita violenta" (Milano, Garzanti, 1959), pone una dedica: “A Carlo Bo e Giuseppe Ungaretti, miei testimoni nel processo contro «Ragazzi vita»”.

Nel 1955, durante il processo per oscenità contro Ragazzi di vita. Fu grazie alle testimonianze di Carlo Bo e di Giuseppe Ungaretti, che il processo terminò con una sentenza di assoluzione con formula piena.

Di seguito le tre dediche di Pier Paolo Pasolini a Carlo Bo:



Le tre immagini sono tratte da http://bibliotecafondazionebo.blogspot.it/




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giovedì 10 dicembre 2020

Pier Paolo Pasolini - "Mi ribello alla morte di Elisei" - Noi donne, 27 dicembre 1959

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Noi donne, 27 dicembre 1959 

"Mi ribello alla morte di Elisei" 

Noi donne
anno XIV, n° 51, 
pag. 17

27 dicembre 1959 


Noi donne, 27 dicembre 1959 

Noi donne, 27 dicembre 1959 

Noi donne, 27 dicembre 1959 
Noi donne, 27 dicembre 1959 




©Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare


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