"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Pasolini
"La Ricotta":
“La fame come croce
duemila anni di "imitatio Christi"
la borghesia più ignorante d'Europa ”
«Ma lei non sa cos’è un uomo medio… È un mostro, un pericoloso delinquente, conformista, colonialista, razzista, schiavista, qualunquista… Tanto lei non esiste… Il capitale non considera esistente la manodopera se non quando serve la produzione, e il produttore del mio film è anche il padrone del suo giornale… Addio.»
"La ricotta" nasce nel 1963, in una fase di straordinaria vitalità e fermento del cinema italiano. Sono gli anni di Fellini, Antonioni, Visconti, De Sica, ma anche di una nuova generazione di autori e registi come Pasolini, Bertolucci, Olmi, Bellocchio, che cercano di rinnovare linguaggi e tematiche. Il cinema a episodi, di cui "Ro.Go.Pa.G." (acronimo dei registi Rossellini, Godard, Pasolini, Gregoretti) è un esempio paradigmatico, riflette la pluralità di sguardi e la frammentazione della società italiana del tempo. Ogni episodio affronta un aspetto del "condizionamento dell’uomo nel mondo moderno": la sessualità repressa (Rossellini), l’alienazione post-atomica (Godard), la fame e la povertà (Pasolini), il consumismo (Gregoretti). Pasolini, in particolare, si inserisce in questo contesto come voce critica e fuori dal coro. Proveniente da una formazione letteraria e artistica, allievo di Roberto Longhi, Pasolini porta nel cinema una sensibilità poetica e una tensione etica che lo distinguono dai suoi contemporanei. Il suo sguardo si rivolge agli "ultimi", ai sottoproletari delle borgate romane, ai margini della società del benessere, in una Roma che si espande e si trasforma, inglobando e cancellando le periferie popolari.
Negli anni Sessanta, il rapporto tra cinema e religione è oggetto di acceso
dibattito. Da un lato, il cinema di massa produce kolossal biblici e peplum che spettacolarizzano la storia sacra; dall’altro, autori come Pasolini mettono in discussione la funzione e il senso del sacro nella società contemporanea. "La ricotta" si colloca esattamente su questa linea di confine: è un film che parla della Passione di Cristo, ma lo fa attraverso la lente della povertà, della fame, dell’alienazione, della desacralizzazione dei simboli religiosi. La scelta di ambientare la vicenda sul set di un film religioso, con una troupe impegnata a ricostruire tableaux vivants manieristi, è già di per sé una riflessione metacinematografica sulla crisi della rappresentazione e sulla perdita di autenticità del sacro. In questo senso, "La ricotta" anticipa e dialoga con altre opere coeve che tematizzano il "film nel film" e la crisi dell’autenticità, come "8½" di Fellini (1963)."La ricotta" è un mediometraggio di circa 35 minuti, inserito come terzo episodio nel film collettivo "Ro.Go.Pa.G." La storia si svolge durante le riprese di un kolossal sulla Passione di Cristo, girato in una periferia romana. Il protagonista è Stracci, una comparsa scelta tra i sottoproletari locali, incaricato di interpretare il "buon ladrone" crocifisso accanto a Gesù.
Stracci è un uomo poverissimo, padre di una numerosa famiglia, costantemente affamato. Riceve dalla produzione un cestino per il pranzo, ma lo dona subito alla moglie e ai figli, restando a digiuno. Cerca allora, con vari espedienti, di procurarsi altro cibo: si traveste da donna per ottenere un secondo cestino, che però viene divorato dal cane di una diva del cast. Un giornalista, giunto sul set per intervistare il regista (interpretato da Orson Welles), compra il cane da Stracci per mille lire. Con quei soldi, Stracci si precipita dal "ricottaro" e si compra tutta la ricotta rimasta, che divora in una grotta, lontano dagli sguardi. Chiamato nuovamente sul set, Stracci viene legato alla croce per la scena della crocifissione. Durante una pausa, gli altri attori lo invitano a partecipare a una pantagruelica abbuffata con i resti del banchetto dell’Ultima Cena. Stracci mangia voracemente, ma la sua fame atavica si trasforma in tragedia: durante la ripresa della crocifissione, muore di indigestione, appeso alla croce, nella generale indifferenza della troupe. Il regista, con distacco, commenta: «Povero Stracci. Crepare... non aveva altro modo per ricordarci che anche lui era vivo...».

























