"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Il muto mistero della borghesia: presentazione dei personaggi
di Teorema
Teorema nacque in due forme artistiche differenti:
quella filmica, portata a termine nel 1968, e quella letteraria, scritta
contemporaneamente alla sceneggiatura del film e pubblicata l'anno successivo,
diretta emanazione di una tragedia in versi del '66 mai ultimata. Sebbene
Pasolini abbia sottolineato più volte la distanza fra i testi, evoluzione di un
medesimo soggetto affrontato in due modi paralleli ma perfettamente autonomi, la
forma finale cinematografica conserva "echi stilistici e tematici delle altre
forme poetiche, teatrali, narrative che ha via via assunto" (1): il film dialoga
costantemente con il libro – più trattamento cinematografico che romanzo -
traducendone in immagini il soggetto.
Il testo, "ipotesi che si dimostra matematicamente per
absurdum" (2), s'interroga sulle possibili conseguenze dell'incontro fra
l'individuo borghese e la dimensione del Sacro, "zona superindividuale del tutto
estranea alla Ragione Dominante" (3). Il teorema pasoliniano, arricchito da dati
e corollari, si sviluppa attraverso un linguaggio matematico che si basa su
nessi logici e non cronologici: il tempo è indefinito, le azioni sono
caratterizzate dalla contemporaneità e sfociano conseguentemente in una
dimensione simbolica.
Il racconto alterna un'istanza informativa (che raggiunge
il suo culmine nell'inchiesta giornalistica) ad un'istanza letteraria; la prima
prevale sulla seconda, ma non si limita ad essere mero documentarismo: anche gli
aspetti apparentemente più descrittivi rimandano ad un altrove e
risultano funzionali alla dimostrazione della tesi dell'autore. Pasolini nel
testo letterario avverte che il lettore non si trova in presenza di un racconto,
bensì di un referto; tale natura trova conferma nei primi capitoli della
Parte Prima, che l'autore intitola Dati. Nell'opera filmica questa
sezione corrisponde al segmento in bianco e nero che si apre (a 4'03"
dall'inizio) con le immagini mute e statiche della fabbrica del capofamiglia,
interpretato da Massimo Girotti, e passa in rassegna tutti i componenti del
nucleo familiare, per concludersi con il dettaglio del telegramma che annuncia
l'arrivo del Visitatore.
Questo lavoro si propone di analizzare la tensione di tali
dati a trascendere la loro prima e immediata natura informativa e di
scoprire in essi il rimando ad una realtà paradigmatica, unico presupposto per
garantire l'universalità del teorema.
Come scrive Mino Argentieri, "Teorema non è un
racconto, non è narrazione, ma attiene ai moduli della parabola: vuole
dimostrare, scivolando su un arco lineare ma conservando all'assunto e ai
palpiti lirici una tensione polivalente" (4). Il termine parabola, utilizzato
nel testo dallo stesso Pasolini, deriva dal greco parabolé
(avvicinamento, giustapposizione, paragone): esso identifica un discorso
sottoforma di racconto che, fondandosi sul valore archetipico dell'allegoria, ha
lo scopo di stabilire paralleli ed esempi a fine morale e non si limita a far
comprendere, ma chiama all'azione e alla decisione, a far cambiare giudizi e
comportamenti. Un'analisi di Teorema non può pertanto prescindere dalla
connotazione esemplare e paradigmatica di mito d'oggi che Pasolini ha
conferito a personaggi e fatti presenti nell'opera. Il discorso risulta
profondamente influenzato dalla scelta del registro: ci troviamo nell'ambito del
simbolo, "dove ogni azione è allusiva e fatale, come in un rito" (5). L'adozione
del registro mitologico implica che ogni scelta stilistica sia significante, in
una fusione perfetta di forma e contenuto, per cui la tensione sacra e il ritmo
della ritualità divengono funzionali all'immagine. Partendo da questo
presupposto, è difficile inserire l'opera filmica nei parametri tradizionali di
racconto inteso come mera storia caratterizzata da "causalità, tempo e spazio"
(6).
Per quanto riguarda la logica della narrazione, il segmento
qui analizzato non agisce sul piano della narratività: secondo la distinzione
effettuata da Barthes fra "le funzioni, che rinviano a un fare e hanno il
compito di far avanzare la storia, e gli indizi, che, al contrario, rinviano ad
uno stato e servono ad arricchire il racconto" (7), l'unità narrativa presa in
esame è un agglomerato di indizi, di esistenti. Si tratta del caso che
Francesco Casetti e Federico Di Chio definiscono regime della narrazione
debole: l'ipertrofia degli esistenti rispetto agli eventi "porta la
situazione ad assumere un volto in qualche modo opaco: i personaggi, senza
un'azione che ne esprime le reazioni, e gli ambienti, senza un'azione che
reagisce ad essi, diventano enigmatici, perdono di consistenza" (8). Pasolini
denomina questa porzione di racconto Dati in quanto presenta elementi che
caratterizzano una determinata situazione e che saranno utili alla dimostrazione
della tesi assunta. Ci troviamo ancora nella fase preliminare della
dimostrazione del teorema: lo spettatore è guidato nella scoperta di coloro che
saranno i protagonisti della vicenda, presentati nelle loro caratteristiche più
universali. Nel testo letterario, l'autore sottolinea più volte che "non si
tratta in nessun modo di persone eccezionali, ma di persone più o meno medie"
(9).
Relativamente alla dimensione dello spazio filmico,
Pasolini sceglie di svincolare il racconto da qualsiasi connotazione spaziale: i
personaggi sono calati nella realtà milanese, ma essa è soltanto intravista,
abbozzata, suggerita. Lo spazio è frammentato e l'istanza narrante non consente
allo spettatore di ricostruire e dare un significato complessivo all'ambiente
rappresentato. Tutto è ridotto all'essenziale: la macchina da presa fissa mostra
in campo lungo una fabbrica, un liceo, un'altra scuola e una villa. Queste
immagini precedono la presentazione del personaggio a cui si riferiscono, ne
divengono il simbolo, come se l'ambiente sociale in cui le persone sono
inserite fosse la loro caratteristica dominante, sicuramente la prima ad
emergere. Uno spazio, quindi, che non svolge una funzione passiva di
"contenitore" né una funzione narrativamente attiva, ma diviene caratteristica
psicologica dei personaggi. Le porzioni di spazio incluse nelle inquadrature che
compongono il segmento rimandano ad un fuori campo dalle infinite possibilità.
Lo spazio non percepito è lo spazio qualsiasi: ciò che viene escluso dai
margini del quadro appartiene tanto alla realtà dei personaggi quanto a quella
dello spettatore, sempre nell'ottica paradigmatica con cui tutto il mondo
diegetico è tratteggiato.
Come nel testo letterario il tempo del racconto si sviluppa
sul piano della contemporaneità (tutti gli episodi sono accompagnati dai
rintocchi delle campane di mezzogiorno), così nel testo filmico le azioni
accadono senza un preciso ordine cronologico: esse sono descritte come se
avvenissero simultaneamente, in una dimensione temporale sospesa. "E' una
stagione imprecisata (potrebbe essere primavera, o l'inizio dell'autunno: o
tutte e due insieme, perché questa nostra storia non ha una successione
cronologica)" (10), precisa Pasolini nella prima pagina del romanzo. Nel
segmento analizzato l'ordine del discorso e l'ordine della storia coincidono,
poiché il primo non riveste alcuna funzione narrativa: le sei sequenze sono
sincroniche, interscambiabili.
Prendendo in esame i rapporti temporali all'interno delle
singole sequenze, caratterizzate da alcune microellissi, ci troviamo nel
caso che Genette definisce "sommario"; ma, considerando l'intero segmento, il
tempo del racconto è superiore a quello della storia: si verifica una sorta di
"estensione" (11), dilatazione per espansione rafforzata dalla presenza dei due
inserti extradiegetici raffiguranti il deserto, immagini di natura simbolica
estranee allo spazio e al tempo del racconto, che determinano una maggiore
durata degli eventi rappresentati.
Scrive Adelio Ferrero: "Bastano
pochi, rapidi scorci di una quotidianità allontanata e sospesa, sui quali il
film si apre, ad avvertire lo spettatore che quella cui sta per assistere è una
sorta di allucinazione poetica" (12). Il modo in cui viene organizzato il
profilmico (allestito con la collaborazione di Giuseppe Zigaina), partendo da un
minuzioso realismo, diventa quasi impressionista (13): esso è scelto in
base alla dominante psicologica della situazione. Le inquadrature della fabbrica
sono statiche, caratterizzate da una costruzione prospettica rigida, con molte
linee spezzate. La scena è deserta, senza alcuna traccia della presenza umana:
gli edifici occupano l'intero orizzonte, avvolti nella nebbia, tragica metafora
della condizione interiore del proprietario dello stabilimento. Altrettanto
rigorosa è la costruzione delle immagini delle due scuole: entrambe monumentali,
imponenti, ad occupare quasi interamente lo spazio dell'inquadratura, fortezze
intorno alle quali brulica la confusione cittadina di persone ed automobili che
attraversano rapidamente il campo. Anche la villa di famiglia è mostrata nella
sua immobile e muta imponenza. Pasolini ci rimanda ancora al deserto, questa
volta un deserto urbano, che è luogo dell'anima, terra arida e desolata in cui
il sacro non può attecchire.
Pasolini tratta allo stesso modo la presentazione di tutti
i personaggi: dapprima riprende in campo lungo il luogo che li identifica, poi
restringe l'inquadratura sulla persona, di cui offre numerosi e intensi primi
piani, con un uso della macchina da presa che ricorda quanto ha scritto Béla
Balàzs sulla tipologia dei volti e delle espressioni delle diverse classi
sociali: "Il primo piano ha scoperto dietro i segni esteriori e stilizzati il
segno nascosto e impersonale di una determinata classe. La caratteristica
classista è spesso assai più evidente che non i tratti comuni alla razza e alla
nazione. […] I volti rivelano la classe, impressa nelle fisionomie degli
individui; non rivelano l'uomo nella classe sociale, ma la classe sociale
nell'uomo" (14). I volti dei personaggi di Teorema possiedono le
stesse caratteristiche: gli sguardi sono inespressivi e indecifrabili, sospesi
fra l'essere proiettati altrove o l'essere semplicemente disinteressati al
qui. Pasolini, nel testo letterario, definisce quello di Paolo-Girotti
"un mistero, per così dire, povero di spessore e sfumature" (15). E' il tipo di
volto che Aumont attribuisce al cinema della modernità: al contrario del volto
del cinema classico, leggibile e privo di enigmi, esso "è un volto visibile, al
di là dell'intelligenza e della codificazione, che rifiuta di farsi leggere e si
caratterizza come volto del mistero" (16).
Allo stesso modo, Pietro e Odetta sembrano precocemente
segnati dalle caratteristiche della loro classe: il ragazzo appare timido,
debole, "destinato a non lottare" (17); la sorella sembra colpita da "una specie
di malattia" (18), che priva il suo viso dei tratti tipici della giovinezza e
gli conferisce un'espressione seria, severa, precocemente invecchiata. Anche
Lucia (interpretata da Silvana Mangano) mostrata per la prima volta all'interno
di una stanza da letto dall'arredamento sobrio ed impersonale, con le pareti
coperte da specchi, sembra annoiata, assente. Il gesto con cui ripone il libro
che sta leggendo appare quasi svogliato, come se la lettura in lei non
suscitasse alcun interesse, ma fosse una delle tante convenzioni a cui la sua
classe la costringe. Pasolini, nel romanzo, attribuisce anche a lei lo stesso
tipo di mistero privo di consistenza che riconosce nel marito.
Gli ultimi due personaggi coinvolti nella presentazione
fanno parte di una classe sociale differente: Angiolino il postino ed Emilia la
domestica conservano ancora la limpidezza espressiva tipica della loro classe.
Anche la sequenza che li vede protagonisti presenta una nota di amarezza: per
quanto Pasolini sottolinei il loro differenziarsi rispetto alla famiglia
borghese, li rende tuttavia interpreti di un incontro-scontro fatto di gesti e
sguardi che mette in luce la spensierata libertà interiore del postino e
l'indole torva e taciturna della domestica. Nemmeno nelle classi sociali
"inferiori" sembra esserci concordia. Come scrive Adelio Ferrero: "Il
linguaggio, volutamente spoglio e "primitivo" nella frequenza dei primi piani
frontali […] riporta ogni figura a se stessa, alla propria irredimibile
solitudine" (19). L'unico totale è mostrato alla fine del segmento: tutti i
personaggi, prima dati nella loro dimensione autonoma, si riuniscono poi attorno
al tavolo da pranzo, testimoni dell'avvenimento che darà inizio alla narrazione:
un telegramma, mostrato in dettaglio, annuncia l'arrivo del Visitatore. Il nome
del mittente è celato e resterà nascosto per tutto il film.
La macchina da presa è portata a mano in quasi tutto il
segmento, come se si trattasse di un filmino amatoriale (tensione confermata
anche dall'utilizzo del bianco e nero). Il movimento, pur non possedendo la
fluidità tipica del carrello, evita però di procedere per sbalzi e scossoni,
come avviene solitamente nel caso della macchina a mano. Esso mantiene, invece,
l'uso di movimenti tipici di una macchina da presa collocata su un supporto -
come panoramiche orizzontali e carrellate - che però non hanno funzione
descrittiva di rappresentazione dello spazio, ma hanno il compito di seguire o
accompagnare gli spostamenti dei personaggi. Si tratta quindi di movimenti
subordinati, che mantengono costanti la velocità, la distanza e l'angolazione.
Ci si trova spesso di fronte a semplici correzioni di campo, brevi ed
impercettibili movimenti della macchina da presa che mantengono la centratura
del piano malgrado gli spostamenti del profilmico.
Nel segmento preso in esame, la struttura interna delle
sequenze è la stessa per ogni protagonista: dapprima la macchina da presa
inquadra l'ambiente, poi fornisce allo spettatore una traccia della presenza del
personaggio (il movimento dell'automobile per Paolo, lo sciame dei ragazzi
all'uscita dalla scuola per Pietro e Odetta), che esce dall'anonimato soltanto
in seguito. Tutte le sequenze si concludono con un movimento di chiusura
(l'allontanarsi dell'auto di Pietro, il camminare dei ragazzi ripresi di spalle,
il riporre il libro di Lucia, il congedo di Emilia da Angiolino) che troverà
senso soltanto nella ricongiunzione della penultima inquadratura del segmento,
che mostra l'intera famiglia a tavola.
Le transizioni fra sequenze avvengono attraverso stacchi,
passaggi diretti fra un piano e un altro. All'interno di esse Pasolini utilizza
diverse microellissi. Le inquadrature sono legate fra loro soprattutto da
raccordi sullo sguardo; molte sono le scene costruite secondo la tecnica del
campo-controcampo, con una sintassi "elementare e severa" (20). Pasolini
abolisce qualsiasi forma di piano-sequenza o long-take: le inquadrature
sono brevissime e la scena è fortemente frammentata. In un saggio del 1967,
intitolato "Osservazioni sul piano-sequenza", il regista scriveva: "Il cinema (o
meglio la tecnica audiovisiva) è sostanzialmente un infinito piano-sequenza […]
e questo piano-sequenza, poi, non è altro che la riproduzione (come ho più volte
ripetuto) del linguaggio della realtà: in altre parole è la riproduzione del
presente. Ma dal momento in cui interviene il montaggio […] succede che il
presente diventa passato […]: un passato che, per ragioni immanenti al mezzo
cinematografico, e non per scelta estetica, ha sempre i modi del presente (è,
cioè, presente storico)" (21). Il montaggio, quindi, come strumento per
conferire eternità e perenne attualità al mondo rappresentato. La scelta della
notevole frammentazione di questo segmento dipende proprio da tale intenzione:
strappare i personaggi presentati al flusso del tempo e al contesto in cui sono
inseriti affinché divengano prototipi di una classe o, ancor meglio, di una
mentalità.
Il segmento oggetto dell'analisi è caratterizzato
dall'alternarsi di silenzio e musica extradiegetica. Nelle inquadrature della
fabbrica tutto è muto, non si sente nemmeno il rumore dei macchinari; un
silenzio onnipotente e invincibile avvolge l'ambiente inumano e desolato, lo
congela, lo astrae da qualsiasi dimensione temporale consacrandolo ad
un'eternità immobile e immutabile. Sembra che il silenzio corrisponda
all'assenza della vita. Non c'è vita negli edifici di cemento che si stagliano
contro il grigio cielo milanese, la vita resta fuori, confinata in un altrove
che allo spettatore non è dato a vedere. La musica inizia timidamente soltanto
nell'inquadratura che mostra Paolo in macchina, per poi crescere
progressivamente nei piani successivi. Pasolini aveva chiesto ad Ennio
Morricone, curatore della colonna sonora, "un pezzo astratto che abbia il senso
dell'angoscia" (22). Morricone crea un leitmotiv che accompagna la
presentazione di tutti i componenti della famiglia, in un crescendo ritmico e
strumentale che raggiungerà il suo culmine in prossimità dell'evento-dispositivo
del film, per poi venir improvvisamente inglobato dal consistente silenzio che
avvolge la stanza da pranzo in cui la famiglia è riunita, generato dall'incontro
muto dei diversi membri del nucleo familiare.
Soltanto l'ingresso di Angiolino è accompagnato da una
melodia diversa, più spensierata, meno sofisticata, adatta alla presentazione
dell'unico personaggio (a cui Pasolini assegna il ruolo di jolly) che non
vedrà il proprio universo interiore sconvolto dall'arrivo del Visitatore. La
scelta di Pasolini va contro il vococentrismo e il verbocentrismo che
Chion attribuisce al cinema, che mira ad ottenere "la garanzia di
un'intelligibilità senza sforzo delle parole pronunciate" (23). I dialoghi hanno
luogo, ma non vengono necessariamente sentiti e compresi. Siamo nel caso che
Chion definisce "parola emanazione": essa diviene una sorta di "emanazione dei
personaggi, un loro aspetto, allo stesso titolo della loro silhouette" (24);
come per i volti, si tratta di una vocalità indefinita, irrisolta, annullata in
un mistero muto.
(1) Antonino Repetto, Invito al cinema di Pasolini,
Mursia, Milano 1998, p.100
(2) Pier Paolo Pasolini, Il sogno del
centauro, Editori Riuniti, Roma 1983, p. 85
(3) Serafino Murri, Pier
Paolo Pasolini, Il Castoro Cinema, Milano 2000, p.98
(4) Il dialogo,
il potere, la morte. La critica e Pasolini, a cura di Luigi Martellini,
Cappelli, Bologna 1979, p.243
(5) Alberto Marchesini, Citazioni pittoriche
nel cinema di Pier Paolo Pasolini (da Accattone al Decameron), La Nuova
Italia, Firenze 1994, p. 108
(6) Gianni Rondolino, Dario Tomasi, Manuale
del film, Utet, Torino 1995, p.9
(7) Id., p.13
(8) Francesco Casetti,
Federico Di Chio, Analisi del film, Bompiani, Milano 1994
(9) Pier
Paolo Pasolini, Teorema, Garzanti, Milano 1991, p.9
(10) Ibid.
(11)
Gianni Rondolino, Dario Tomasi, op. cit., cit., p.34
(12) Adelio Ferrero,
Il cinema di Pier Paolo Pasolini, Marsilio, Venezia 1977, p.100
(13)
Martin ripartisce le tipologie di ambiente in "realista, impressionista ed
espressionista": il primo "non ha altra implicazione che la sua stessa
materialità", mentre gli altri sono costruiti, il primo con una funzione
psicologica, il secondo con funzione simbolica", cfr. Gianni Rondolino, Dario
Tomasi, op. cit., p.54
(14) Béla Balàzs, Il film. Evoluzione ed essenza di
un'arte nuova, Einaudi, Torino 1987, pp.78-79
(15) Pier Paolo Pasolini,
Teorema, cit., p.12
(16) Gianni Rondolino, Dario Tomasi, op. cit.,
p.84
(17) Pier Paolo Pasolini, Teorema, cit., p.12
(18) Id.,
p.15
(19) Adelio Ferrero, Il cinema di Pier Paolo Pasolini, cit.,
p.103
(20) Ibid.
(21) Pier Paolo Pasolini, Empirismo eretico,
Garzanti, Milano 2000, p.240
(22) Giuseppe Magaletta, La musica nell'opera
letteraria e cinematografica di Pier Paolo Pasolini, Quattro Venti, Foggia
1997, p.319
(23) Michel Chion, L'audiovisione. Suono e immagine nel
cinema, Lindau, Torino 1997, p.13
(24) Id., p.149
Fonte: