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giovedì 5 marzo 2026

Pasolini: Poetica popolare e colta - Ricordo di un poeta molisano: Eugenio Cirese - La Fiera Letteraria, 20 marzo 1955, pag. 5

 "Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Pasolini: Poetica popolare e colta
Ricordo di un poeta molisano: Eugenio Cirese

La Fiera Letteraria

20 marzo 1955

pag. 5

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Eugenio Cirese è indubbiamente come si usa dire una perfetta figura «rappresentativa» del suo tempo: quando alla parola «tempo» i lettori della «Fiera» attribuiscano un significato più complesso e più storicamente circostanziato di quello che solitamente gli si dà parlando di prodotti poetici. Il tempo in cui Cirese ha operato si presenta certamente come marginale e minore rispetto a quello centrale della poesia novecentesca, dalla «Voce» all'ermetismo: non solo per la ragione determinante che il suo mezzo linguistico è il dialetto, ma anche per la poetica che tale uso del dialetto comporta: poetica che ha avuto almeno due o tre fasi, chiaramente catalogabili, e tutte tipiche, quasi da laboratorio: una fase «melica» di tipo digiacomiano, una fase «socialistica» e una fase «squisita», se i cartellini hanno qualche valore, anche in uno schematico contributo commemorativo.

domenica 7 settembre 2025

Pier Paolo Pasolini, Jo i soj il soreli - La fiera letteraria, anno III, numero 16, 25 aprile 1948, pag. 3

 "Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pier Paolo Pasolini
Jo i soj il soreli

La fiera letteraria

anno III

numero 16

25 aprile 1948

pag. 3

( © Questa trascrizione da cartaceo è stata curata da Bruno Esposito )


Zal arcènt in tal radic

gota di arzènt in tai fics

il me arsent al brusa amic

tal sèil clipit,

drenti tal mond rot dal limpit

sun di essi enciamò dismòt..

Drenti tal mond jo i lus crot.


Four dal mond jo i lus soul.

A è misdi: l'alba a doul

lontana, il me arsènt (timòur

di na muàrt

di arsent) tal mond soul al art.

A è misdi (um sun?): misdi.

Tal plen lun i sem: Sfluri!


Se a mi sovia la claritàt

dal mond di me inluminat?

Jo i no vuej chista etàt.

I vuej il timp.

cu'l mond torgul e limpit,

dal FRUT, arsènt tal radic,

dal VECIU, arzènt tai fics."

(Casarsa, Friuli)



IO SONO IL SOLE, (I) Giallo argento nel radicchio. goccia di argento nei fichi, il mio argento brucia amico nel gelo tiepido, dentro, nel mondo rotto dal limpido sogno di essere ancora desto. Dentro, nel mondo, lo risplendo nudo. (II) Fuori dal mondo io risplendo solo. E' mezzogiorno: l'alba duole lontana, il mio argento (paura di una morte di argento) sul mondo solo arde. E' mezzogiorno (un sogno?): mezzogiorno, Nella piena luce gemo: Sfiorire! (III) A che mi serve la chiarezza del mondo illuminato da me? lo non voglio questa età. Io voglio il tempo, torbido e limpido col mondo, del fanciullo, argento nel radicchio, del vecchio, argento nei fichi.


Pier Paolo Pasolini



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Curatore, Bruno Esposito


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sabato 6 settembre 2025

Pier PaoloPasolini, La poesia in vernacolo come fenomeno di gusto - La fiera letteraria, anno IX, numero 23, 6 giugno 1954, pag. 3

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Pier PaoloPasolini
La poesia in vernacolo come fenomeno di gusto

La fiera letteraria

anno IX

numero 23

6 giugno 1954

pag. 3

( © Questa trascrizione da cartaceo è stata curata da Bruno Esposito )


I testi dialettali che sono qui presentati, lo sono secondo un dato criterio: appartengono cioè a un gruppo di quei poeti che, nell'<<Antologia della poesia dialettale del '900>> da noi curata con Dell'Arco (Guanda, 1953), vengono citati nel panorama introduttivo, e sia pure con poche parole, críticamente circostanziati, nelle sezioni pertinenti: ma loro versi, per varie ragioni, non

martedì 2 settembre 2025

Pier Paolo Pasolini, Voci nella città di Dio - La Fiera Letteraria, anno IV, numero 36, 23 settembre 1951, pag. 2

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Pier Paolo Pasolini
Voci nella città di Dio

La Fiera Letteraria

anno IV

numero 36

23 settembre 1951

pag. 2

( © Questa trascrizione da cartaceo è stata curata da Bruno Esposito )


NON pare complessa la proposizione che Danilo Dolci ci dà sulla novità del rapporto con Dio ci domandiamo avrebbe scritto se non ci fosse stata in lui, benchè non giunta a definitiva maturazione, una educazione letteraria comprendente forse meno i mistici del passato (traccie della cui incontinente confidenza con l'onnipresenza di Dio restano nelle sue voci) che i mistici delle ultime crisi, più disposti al problema di Dio che a Dio, fin troppo pascaliani. Non vogliamo riferirci a nomi precisi: allo sforzo epico di Claudel, per es., o, più semplicemente all'innografia ungarettiana del Dolore; ci riferiamo piuttosto a una ispirazione media (si pensi in Italia al Frontespizio). L'educazione letteraria di Dolci, si è interrotta, se cosi si può dire, subito dopo l'ultima guerra, quando nella coscienza di molti giovani della sua generazione (è del '24) non si era ancora spostato indietro il limbo ermetico, con la sua aprioristica intransigenza letteraria,

martedì 22 aprile 2025

Pasolini, L'ispirazione nei contemporanei - La Fiera letteraria, anno secondo, numero 10 (pag. 1 e pag.2) del 6 marzo 1947

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Pasolini
L'ispirazione nei contemporanei 

La Fiera letteraria

anno secondo

numero 10

pag. 1 e pag. 2

6 marzo 1947

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


pag.1
L'intervento della ragione nello scrivere poesia è talvolta una spinta persuasiva, cosciente verso l'irrazionale. Si sa che l'abbandonarsi al sentimento (all'ispirazione) è una ebbrezza privata i cui limiti moralistici o estetizzanti sono al di qua della poesia appunto perché non vi interviene la critica. La presenza di questa durante una stesura di versi è qualcosa di estremamente delicato, in quanto è essa che deve suggerire la sintassi, le immagini, gli attributi, ecc. che non distruggano con la loro natura materiale, e quindi serena, imperturbabile, la severità e l'impegno morale della confessione. È evidente che con «critica», «ragione» intendo parlare di quella coscienza poetica su cui ha posto per primo mano Baudelaire. In seguito a questa coscienza l'irrazionale si libera diligentemente, diviene un nuovo mito assai diverso da quello che per i romantici era l'ingenuità. La liberazione avviene, è naturale, in modo diverso nei diversi poeti: l'oeil double di Verlaine gli suggerisce "les lueurs musiciennes", il "sommeil noir" ecc., cioè la sua musicale escarpolette. È inutile poi parlare del valore di tale coscienza in Mallarmé e in Valéry. Il punto saliente di questo processo è la rinuncia e la disistima dell'ispirazione, in quanto il distacco del poeta dalla sua "vicissitudine" è

sabato 8 luglio 2023

Pasolini, Insistenza della voce di Dio nella nuova poesia italiana - «La Fiera letteraria., VI, 22, 3 giugno 1951

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Pasolini
Insistenza della voce di Dio nella nuova poesia italiana 

La Fiera letteraria

anno VI

numero 22

3 giugno 1951


Dei diciotto poeti raccolti nell'antologia vallecchiana curata da Fasolo, almeno due (Corsaro e Wenzel) scrivono della poesia di contenuto direttamente religioso in Corsaro, che è prete, a sfondo, anche se ciò non risulta molto chiaro, dogmatico - in cinque (Budigna, Giglio, Colli, Guglielmi e Rindi) , il motivo del divino almeno nominalmente non compare, mentre tutti gli altri undici, inseriscono più o meno frequentemente o necessariamente il termine «Dio» nel tessuto linguistico delle loro raccolte. A voler subito definire sommariamente quel Dio-parola, si potrebbero ricordare i due termini estremi di uno stesso «tono» religioso, e naturalmente aconfessionale, nella Pietà di Ungaretti e nelle invocazioni verbali di Quasimodo. Un Dio che però

martedì 22 novembre 2022

Pier Paolo Pasolini, "Dialetto nella poesia e nel romanzo" - «La Fiera letteraria», IX, 47, 25 novembre 1956

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Pier Paolo Pasolini
Dialetto nella poesia e nel romanzo

La Fiera letteraria», IX, 47

25 novembre 1956

     L'uscita delle poesie di Noventa, finalmente raccolte in volume (ed. di «Comunità»), dopo anni di attesa da parte dei suoi privati ammiratori, e premiate con uno squillante Viareggio, ha rinnovato un certo interesse intorno alla poesia dialettale. Anzi per molti è stata una scoperta, in quanto problema di stile e fenomeno di cultura: e allora si è avuta una serie di interventi che, riguardo a quel problema e a quel fenomeno, si dichiaravano apertamente agnostici o lecitamente incerti. Ma bastava, almeno, che questi facitori di recensioni e notiziari leggessero qualche pagina degli scritti usciti in questi ultimi anni del Devoto, dello Schiaffini, del Contini, per rendersi conto, almeno, di come

lunedì 20 giugno 2022

Pier Paolo Pasolini, Non ho amato Claudel - La Fiera Letteraria, domenica 10 aprile 1955.

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Non ho amato Claudel 
di PIER PAOLO PASOLINI
 

La Fiera Letteraria, domenica 10 aprile 1955.

Credo che Vigorelli chiedendo al suoi amici un appunto su Claudel, non avesse intenzione  di voler da loro un giudizio critico, ma forze solo una testimonianza del proprio incontro con questo poeta, cosi che da una serie di «casi» potesse venir fornito alla << Fiera >>  il quadro della sua fortuna: quadro di civiltà letteraria, in cui un giudizio critico fosse implicito. Quanto a me, devo dire che quello con Claudel non è stato un incontro: e, per circostanziare il << caso >> dei suoi dati sia pure minimi ma significativi, dirò che l'ho letto al fine di documentarmi ne "48" preparando uno studio sul << motivo religioso >> della poesia ungarettiana. Bene o male conoscevo gli altri cattolici francesi: Pèguy già da tempo,  e proprio in quei giorni con fortissima simpatia, Bernanos e Maritain, E devo aggiungere, per completare lo schema autobiografico, che, durante la guerra, in una specie di esilio nella campagna friulana, uno dei due o tre libri, anzi forse Il mio libro, erano stati i pensieri di Pascal. Non ho amato Claudel. E sarebbe assurdo, qui, tentar di motivarne e documentarne le ragioni: dovrei rileggerlo tutto, e leggere con una certa organicità quanto è stato scritto su di lui. Ciò che mi dispiaceva in lui in quel momento (ma non è detto che adesso non cambierei opinione) era l'apriorismo della sua esaltazione e del suo apostolato, un apriorismo massiccio, in cui pareva che non si potessero più riconoscere i segni di un dramma, di un peccato sia pur vinto: nell'altissimo furore agiografico che ne deriva, sentito che l' <<inventio >> era accepita dal poeta come un << dettato >>, e quindi mancata in lui, con la sofferenza dell'invenzione, l'umiltà: come del resto mancava la pietà nella sua violenza mistica e nella  sua concezione politica e morate di fondo. Ma la mia, ripeto, è una sensazione, e lo ripeto perché non vorrei, in questa piccola inchiesta, apportare confusione, anziché, in qualche modo, un po di chiarezza. 
 
Pier Paolo Pasolini 




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Curatore, Bruno Esposito

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sabato 4 giugno 2022

Pier Paolo Pasolini, Lettera dal Friuli - La Fiera letteraria, 29 agosto 1946

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La Fiera letteraria - 29 agosto 1946


Pier Paolo Pasolini
Lettera dal Friuli

La Fiera letteraria
29 agosto 1946

 È difficile nel resto d’Italia sentir ricordare il Friuli. Credo che l’unico istante di rinomanza letteraria di questa regione risalga ai tempi del Carducci, quando questi si fece leggere e rileggere da un suo studente friulano una poesia, Plovisine, dello Zorutti. Non ne valeva la pena. Ma da allora è d’obbligo coltivare questo poeta udinese che insieme ai noiosi cimeli e a una scorta imponente di aneddoti, ci fa eredi di tutta una tradizione vernacola... Gli stranieri si lasciano

martedì 1 febbraio 2022

Pier Paolo Pasolini: Se nasci in un piccolo paese sei fregato - Manlio Cancogni, La Fiera letteraria, a. XLII, n. 50, 14 dicembre 1967.

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Manlio Cancogni intervista Pier Paolo Pasolini
Se nasci in un piccolo paese sei fregato


P.P.P. - Se è possibile scrivere un capolavoro? È sciocco chiederselo. Il problema non esiste. E comunque, chi potrebbe saperlo? 

M. C. - È una domanda pretesto. Considerala come un punto di partenza. D’altra parte è pur vero che si scrivono molti libri tutti abbastanza modesti. Come mai?
P.P.P. - Un piccolo Paese non può dare un grande scrittore. Lo ha detto Goldmann.
Tu sottoscrivi?
P.P.P. - Sì. Ogni libro è in rapporto al suo background culturale. Se questo è mediocre anche il libro lo sarà. Possono esserci delle eccezioni, è vero, ma allora si tratta di persone culturalmente apolidi, che vivono in Italia e scrivono in italiano per combinazione. Scrittori che hanno un taglio europeo, cresciuti in un circuito culturale più vasto. L’Italia è una piccola nazione, meschina. Lo ripeto: non può dare un grande libro.
Ma chi ti obbliga a vivere nella meschineria del tuo Paese? Puoi benissimo restare in Italia in ‘terra di pipe’, come si dice, e infischiartene della sua cultura, del suo ambiente, dei suoi problemi, e della sua società letteraria. Certo che se invece di osservare la realtà e la vita, vivi in mezzo alle chiacchiere dei letterati, sei per forza condizionato dalla cultura, chiamiamola così, del tuo Paese.

Che cosa fanno gli scrittori italiani? Dieci domande a Pier Paolo Pasolini - Di Elio Filippo Accrocca - La Fiera Letteraria, domenica 30 giugno 1957

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Eretico e Corsaro



Che cosa fanno gli scrittori italiani? Dieci domande a Pier Paolo Pasolini

Di Elio Filippo Accrocca

[La Fiera Letteraria, domenica 30 giugno 1957 pp.1-2]


Due sono i posti più «pasoliniani» di Roma (così come ad altri appartengono Portonaccio o Trastevere, San Lorenzo o Tormarancio), entrati nella letteratura attraverso la via diretta del documento, della passione umana che da essi deriva per motivi diversi e per diverse suggestioni: Rebibbia, la zona cioè del carcere modello che sorge al di là dell’Aniene sulla Tiburtina, oltre Ponte Mammolo; e il Ciriola, il galleggiante sul Tevere sotto Ponte di Sant’Angelo, dove i «ragazzi di vita» si bagnano per intere stagioni, fino a quando cioè – divenuti adulti quel tanto da apparire «poveri ma belli» – prenderanno altre strade.

venerdì 16 aprile 2021

Pasolini, La pittura dialettale dai macchiaioli ai napoletani - La Fiera letteraria, Domenica 6 giugno 1954

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Eretico e Corsaro


Biblioteca Gino Bianco



La pittura «dialettale»

Domenica 6 giugno 1954
Biblioteca Gino Bianco


   Come fenomeno generale, la poesia in dialetto è fenomeno della provincia: e, s'intende, provincia non in senso semplicemente giurisdizionale, se vi si possono includere una data Roma e un dato Milano, che contemporaneamente, nei loro ambienti non tradizionalistici e dialettali, sono, se mai, provincia europea. Il che

mercoledì 23 dicembre 2020

Pasolini Pier Paolo - Testaccio - Fiera letteraria, ottobre 1951

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Pasolini Pier Paolo, Testaccio

(Fiera letteraria, ANNO VI/numero 38 - ottobre 1951, pagg. 3-7)

(Trascrizione curata da Bruno Esposito)
*****
(Successivamente inserito nel libro di narrativa "Alì dagli occhi azzurri", 1965)






I



I ragazzi che nelle prime ore del pomeriggio scavalcano il muretto e scendono sulla scarpata, vengono da Piazza Testaccio, lungo una delle larghe vie cimiteriali, perpendicolari alla piazza. Non insieme, o in ordine; se partono uniti, in quei cento metri di strada trovano mille occasioni per dividersi, disperdersi. Uno resta indietro, nascondendo certe sue intenzioni dietro una faccia chiusa, scostante; scompare per una via laterale, o torna verso i giardinetti. Due, ad un tratto, si mettono insieme e chiacchierano fra loro in modo da restare isolati nel loro discorso, anch'essi scostanti, offensivi; poi se ne vanno. Succede però che si ritrovino sulla scarpata. Anche li la loro convivenza pare di continuo per disgregarsi; si spargano qua e là, ognuno con la sua fionda (si sono fatti splendide fionde, foderando il manico con del nastro isolante rosso, giallo e verde); se si radunano è per qualche battifondo (colpire un pezzo di carta appeso a un cespuglio) che li rende come pazzi, incoerenti. Ma in ogni fatto o impresa c'è un fondo di ironia: niente deve essere fatto sul serio, perciò ogni loro passione (quella di uccidere lucertole, pescare) scivola su un fondo ironico; che li rende ambigui, nemici; ciò fa parte della lenzaggine del quartiere, dove è necessario non essere diversi. Essi si oppongono sempre a vicenda la noia, la possibilità di poter fare a meno degli altri, la capacità immediata di cogliere gli altri in fallo di credulità, di fede, di impegno: di ingenuità.
Appena scesi tutti sulla scarpata, si mettono subito ad accendere il fuoco. Franco si china in una zona senza erba, raduna un po di stecchi, di pezzetti di legno sporco della più infetta e nauseante delle polveri; manda gli altri (Carlino, Renato) a prendere dei pezzetti più grossi intorno. Tira fuori il fulminante - il fulminante che esce dalle tasche dei ragazzi, insieme a briciole e spaghi, un fulminante cattivo che sa di gabinetti il fuocherello è acceso. Lì presso era pronta una cocuma trovata tra l'immondezza, di una incredibile vecchiaia, pesta, ridicola; la mettono sul fuoco, e Franco vi getta sbadato i pezzetti di piombo usciti dalle sue tasche col fiammifero; tutti stanno chi ni sul fuocherello, agitati, dispettosi, a vedere il piombo che si fonde; intanto Franco arrotola una cartolina non meno lurida della cocuma, a forma di cono, e ne pianta la punta sul terriccio; quando il piombo è fuso lo versa dentro quella specie di imbuto, perché ne prenda la forma; aspettano che si raffreddi; Carlino va a riempire la cocuma d'acqua, e la versa sulla terra intorno alla cartolina per affrettare il raffreddamento: dopo poco il pezzetto di piombo a forma di cono è pronto e Franco se lo mette in tasca: adesso aspettano che si aprano le botteghe per andare a prendere un amo. Il fuocherello continua ad ardere, sui legni secchi come ossame. Romanino ha presa viva una lucertola; pensa di metterla sul fuoco, e tutti si stringono intorno a lui invasati e allegri: Sergio gliela strappa dalle mani e la lega a uno spago, e tenendola così
sospesa corre verso il fuoco, seguito da tutti gli altri. Le fa sfiorare la fiammella per farla arrostire lentamente; la pelle della lucertola annerisce, ribolle; essa muove davanti al muso le zampe anteriori, come braccia umane, in un atroce spasimo.



II



Su Testaccio si vedrà sempre un cielo caliginoso e allucinato. Tepore primaverile ancora gelido; vernice verde degli alberi macchiati dal viola o dall'indaco di alberelli da frutta, con grazia da paesaggio giapponese. Panoramica iniziale - dall'alto, come in qualche classico del cinema francese, René Clair: Porta Portese, Riformatorio dei minorenni   di uno stinto, solido barocco romano - lungoteveri alti, deserti. Ma questo di scorcio: l'obbiettivo si fermerà subito contro la riva di Testaccio. Ponte Testaccio. Argine verde spelacchiato, velenoso, sul l'acqua del Tevere ancora tumido per la piena invernale. Lungo blocco giallastro di case a cinque, sei piani del primo novecento, balneari, nordiche. Asfalto delle strade intorno al fiume.
Veduta lontana e nebbiosa della zona portuense, del gasometro.
Lotto; strada, muretto, scarpata, fiume. Cinquanta metri a destra, il ponte. Vengono spesso dei pescatori con l'amo, e anche con una piccola rete appesa ad una stanga, come in un posto abbandonato, mentre sul ponte passa con fragore afono la circolare. Lucertole sulla scarpata cotta dal sole; feci, immondizie; erba ancora abbastanza pulita e fresca.
Lungo la scarpata, fino al livello dell'acqua sono scavate delle buche molto lunghe (sei o sette metri; perpendicolari al fiume; forse per lo scolo) e larghe solo poco più di mezzo metro. Lì dentro Soncino e suo fratello hanno rinchiuso i loro tre gattini, costruendo una specie di recinto. Portano ogni giorno un po' di carne e un po' di latte. Li curano. Ma forse il man giare non basta. I tre gattini sono scheletrici, si coprono di croste. La prigionia li ha resi rabbiosi. Il gatto mezzano rode un orecchia e il collo al gatto più piccolo, e a sua volta ha divo rate le zampe dal più grande.



III



Sullo sfondo di Piazza Testaccio, coi giardinetti dalle aiuole tetramente rasate e i pisciatoi disinfettati e fetidi, sparsi qua e là a indurire l'aria povera e provinciale, si dispongono nei vuoti dell'anonimo più fitto e normale le famiglie dei ragazzi. Il padre di Sergio è disoccupato (alto, disossato anche moralmente - abbiezione « naturale » - occhi lucidi come quelli del figlio, non più però come quelli di un animale, di un uccello, ma piuttosto da ubriaco, un poco come lacrimosi, che ridono sempre con viltà agli altri). Il padre di Nando lavora ai Mercati Generali; il padre di Renato è un salernitano che fa il brigadiere; il padre di Carlino è disoccupato - di nascosto dalla famiglia va alla carità per bere - è gonfio, per qualche malattia ghiandolare, o mal di cuore - l'enfiagione del viso rossiccio - pelle lucida, da infezione, da foruncolo, con rada barba bianca e sporca - berretta...
Ma a presentarsi con più disprezzo e violenza saranno le figure dei fratelli maggiori: il fratello di Carlino - di cui si sa tra i ragazzini che è ben noto nei cinema e nei lungoteveri dei peccatori notturni, per le dimensioni del segreto affidato ai suoi minacciosi calzoni di ladro - compare nei vanti di Carlino, che ha una particolare affezione per lui. Benché sprezzantemente lontani, veduti di scorcio, i fratelli grandi, verranno a restare incisi con brutalità. Modelli assoluti di vita del Testaccio, dai Mercati Generali alla stazione di Ostia, dalle officine del lungotevere verso Porta Portese al cinema del rione.


IV




Riflesso di quella vita sui fratelli minori: le scarpe di Franco e di Romano, di moda nelle vetrine rionali, senza lacci, oppure con lacci a fiocchetto; lisce, a punta. Accenno che fa Romano, ogni tanto, sulla scarpata, calzando un vecchio paio di quelle scarpe femminee e insolenti, a un passo di samba: proprio se condo il più nuovo modo di ballare la samba alla sala Brusco-lotti, o in qualche sala da ballo di Partito.




V



In uno studio per quel « passo di samba di Romanino »bisogna anzitutto osservare la sua iniziale distrazione: il mo mento in cui non esprime niente, benché, già inconsciamente cattivo, il pensiero gli corra per la mente senza lasciar tracce nel suo viso tenero di ragazzetto; dal colore bruno, appuntito; c'è qualcosa di tarato in quel viso, di volpino, di moralmente ma cabro, ma nella pura epidermide, nel disegno più superficiale dei lineamenti, nella voce femminile e un po' nasale. Vive dentro di lui una vita « doppia » di lenza, un patrimonio di convenzione rionale: una assoluta mancanza di pietà. L'istinto di difesa ha compiuto in lui, debole, un irrigidimento insolu bile; ormai non può più tornare indietro dalla sua immoralità, dal suo inconscio e tremendo pessimismo. Mentre è proprio un debole; gli altri potrebbero fare spietatamente presa sulla sua natura femminile, sulla sua possibilità di tradire vergognosamente la vita di Testaccio. Egli però ha trovato il modo di resistere ad essi, rendendosi imprendibile, chiudendosi in una provocante impassibilità: librato in uno stato d'animo indefinibile, fatto in fondo di felicità, e di malignità ancora fresca. Scompare sempre dal gruppo: come entrasse nel suo non esistere. Si volgono gli occhi a caso e lo si vede sull'argine a venti o quaranta metri lontano, occupato a scrutare tra l'erba in tiepido fetore con il manico della fionda stretto nella destra e l'elastico, allentato ma pronto a guizzare, nella sinistra. E senza espressione: se non quella sua abituale, volpina, assente. Ci mette un'attenzione fissa quanto priva di interesse.
Ha una testa un po' lunga, il ciuffo nero gli sporge sulla fronte; la pelle molle e nerastra; nella bocca e nell'attaccatura del naso c'è qualcosa di malato, di abbiettamente animalesco. Ha bellissimi occhi, invece, tagliati in modo capriccioso, lunghi e appuntiti, con le palpebre tenuamente ed elegantemente gonfie. Il flusso continuo di informe e naturale felicità che passa per lui - tenendolo sospeso a una gaiezza di gesti che è la sua ossessione - e la sua acutezza maligna, danno alle sue parole una chiarezza particolare, una tensione, una perfezione nel l'aderire ai modi della parlata, di cui i compagni sono dotati ma in modo più solido e meno appariscente. Certe sue frasi ironiche sono brevi e pulite come fucilate.
Nel caos della loro convivenza sulla scarpata egli rimane al margine - solo con improvvise puntate nel cuore della compagnia. Le sei o sette loro figure, scosse come da un vento pazzesco e ingrato, leggero e volgare, mancano di qualsiasi coesione: niente riuscirebbe più falso che comporle, basterebbe un solo attimo di immobilità per falsarle senza rimedio. Sono continua mente esposti all'imprevisto disordine: hanno l'uno per l'altro, l'inimicizia che devono provare i reclusi nella stessa cella, un inimicizia nevrotica. Diffidano senza interruzione, non sanno cosa sia simpatia, affetto e nemmeno omertà. Si deprimono con voltafaccia continui, con tradimenti inaspettati, con sordide esclusioni... Ecco perché il « passo di samba » di Romanino è labile, sfuggente come un'ombra, praticamente nullo.
Se ne viene e se ne va irrichiesto, inosservato e inutile. L'espressione di Romanino non cambia minimamente. E un attimo; in una discussione vivace - magari mentre Franco accende il fuoco per fondere il piombo, se ne sta chino sui pezzetti di legno lurido - Romanino canta una samba e contemporaneamente ne allude il passo; incrocia le gambe con un lieve scatto, mandando successivamente un piede dopo l'altro a colpire con un gesto sprezzante e appena abbozzato l'aria dietro di lui; mentre tutto il corpo sta proteso in avanti. In quel gesto c’è una interna aria di sfida verso gli altri, verso chi lo sta a guardare: l'esibizionismo è minaccioso, provocante, proprio come nel modello ideale dei fratelli grandi del Testaccio. La presunzione non consiste solo nel considerare se stesso fredda mente insuperabile nel modellare quel gesto dell'ultima moda, ma nel sentirsi partecipe di un mondo aggiornato fino all'infiammazione, di condividere con pochi privilegiati un primato irraggiungibile agli altri per definizione, per diritto. D'altra par te l'aria di sfida, necessaria per far tacere negli altri l'istinto a sfottere chi sia pure con l'ironica sufficienza del dritto ceda a una tentazione. « Ecchime, sto a ballà - dice l'espressione (se in lui ci fosse, ma appunto con la sua assenza) di Romanino - che? ve fa rabbia? ma quanto siete micchi. » Tuttavia l'accenno non dura che un attimo, deve essere una delibazione, una primizia, una pallida idea di quanto, in altre circostanze, con al tra gente, in altra atmosfera (nel centro ideale e inimitabile del Testaccio) egli sarebbe in grado di fare. Per ora del resto non è che l'imitazione del modello imposto dai fratelli maggiori, sanguinante di una soggezione che distrugge.



VI




Sarà Romanino, in una delle sue sparizioni, a scovare la buca dove è tenuto prigioniero il gatto.
Carlo sarà invece il primo ad avere l'idea di ucciderlo a fiondate. La buca è piccola: essi si mettono intorno, e tirano con furia, perché ognuno vorrebbe essere il primo a dare al gatto il colpo mortale, e per precedere gli altri, o lasciarsi precedere, è questione di un attimo. Perciò essi sono come impazziti dalla fretta, sbagliano i colpi, non trovano i sassi vicino. Il gatto dentro la buca è spaventevole.




VII



La luce delle quattro del pomeriggio è insana, impura... L'abituale cielo lattiginoso e accecante. Sul Tevere torbido, il ponte - rosso mattone e bianco - isolato nella vastità della luce. Sempre incise scialbamente contro il cielo le figure di Porta Portese, a sinistra, dell'Aventino, a destra in ombra, di un verde acido e marcio. Naturalmente, domina la parte del Tevere più a mare, col gasometro nebbioso, le scarpate miserabili, pie ne di immondizie (i canili, la baracche dei Battaglioni M.).
Cadavere del gatto: i suoi peli sono a mazzetti, per il sangue che li incolla, è pieno di lacerazioni, croste. La bocca rimane aperta, con le enormi gengive di un rosso pallido, e i dentini bianchi; le labbra, tenere e quasi infantili, restano aperte, rattrappite e ingommate sopra le gengive e i denti. La piccola te sta ammaccata e rossa di sangue quasi nero è tutta bocca. La coda è incollata sul fango asciutto.
Al ragazzi tutto questo esce subito di memoria: come un fatto necessitato, dovuto, tanto coesistente con loro da non poter essere colto, tanto incarnato nella loro distrazione da non distinguersene: insomma, non è un fatto ma una creazione della loro coscienza comune, in cui si agitano, corpi nel mondo (nel Testaccio) e ombre dentro di sè... E’ pari a loro, caso nel caso. Non lo vedono nella sua estensione oggettiva. Non possono restarne impressionati: lastre dove nemmeno un minimo del le loro azioni posteriori ritiene un'influenza di quell'azione. Non c'è interruzione. Passano esattamente come le ore. Del gatto si ricorderanno per caso, poco dopo, quando ripasseranno vicino alla sua carogna ancora fresca cacciando lucertole. Ma sarà una fase del tutto nuova. Qualcuno lo prenderà per la coda e lo getterà nel Tevere. Ma anche questa azione resterà alle loro spalle inattiva, casuale e volgare; essi fanno parte del tempo come l'acqua del Tevere fa parte della corrente. Il ricordo si farà immediatamente logico: una vaga nozione rispondente a precise parole.
Quando Soncino e suo fratello piccolo scenderanno, e si renderanno conto del martirio del loro gatto, gli altri avranno già perso coscienza della concretezza della cosa: ne parleranno come di dati di fatto reali solo per il loro aver fatto i dritti con degli altri ragazzini... Non essendoci in essi nessuna ragione per fare dei confronti, degli esami di coscienza ecc. ... finiranno naturalmente per bastonare i maschietti che protestano, a conclusione della lite...
Soncino e il fratello sono già abbastanza incalliti alla vita di Testaccio benché vi abitino ai margini nelle enormi tombe di fa miglia degli impiegati (appena scoperta la manomissione del rifugio del gatto non avevano detto niente; si erano messi in di sparte, intorno alla compagnia degli assassini, guardandoli con aria cupa, con un nodo alla gola. Con sufficiente viltà, però, per non recriminare se non col silenzio carico di risentimento); e la li te nasce un po' alla volta, per provocazione degli stessi colpevoli, più tardi. E’ già l'ora del crepuscolo, l'argine trasuda in una malsana freschezza, una velatura blu inacidisce le prospettive azzurre verso il gasometro, il caos dei baraccamenti lungo le scarpate...



VIII



La sera scende sul Testaccio come un temporale; per le strade squadrate intorno alla piazza dei giardini, si sentono le saracinesche abbassarsi con schianti improvvisi; ombre di ragazzi corrono con le bottiglie del latte, e i garzoni lanciano a tutta forza i loro tricicli in mezzo alla confusione di gente che rincasa svelta, come se, appunto, fuggisse un improvviso scro scio di pioggia; l’aria è più sporca, torbida, che buia, i fanali di una macchina, già accesi, aspri, bruciano a una curva, sul l'asfalto ancora chiaro e diurno: pare che un vento carico di odori e di umidità sbatta le finestre, le porte a vetri, agiti gli alberelli morti dei giardinetti, e metta in allarme tutto il rione; invece è la calmissima ora della cena che sta scendendo.
(1951)



Curatore, Bruno Esposito

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