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sabato 4 giugno 2022

Pier Paolo Pasolini, La capanna indiana - "Il Popolo di Roma" il 10 giugno del 1951, rubrica "cronache di poesia".

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Biblioteca nazionale centrale di Roma
Recensione di Pier Paolo Pasolini
al volume di poesie di Attilio Bertolucci
La capanna indiana
Fondo Falqui

Pier Paolo Pasolini
La capanna indiana

Il Popolo di Roma
10 giugno del 1951
rubrica "cronache di poesia".

Walter Siti, nei Meridiani Mondatori, riporta la stessa recensione pubblicata successivamente su "Il Giornale" del 18 agosto 1951, con modifiche apportate dallo stesso Pasolini.

Lo scritto di Pasolini che sotto viene pubblicato, recensione del libro di Attilio Bertolucci "La capanna indiana", invece è stato pubblicato su "Il Popolo di Roma" il 10 giugno del 1951.

Le parti sottolineate sono le modifiche apportate da Pasolini, su "Il Giornale del 18 agosto 1951, rispetto allo scritto pubblicato su "Il Popolo" del 10 giugno 1951 e con (forse) qualche refuso di Walter Siti.

@ (Trascrizione curata da Bruno Esposito)


Biblioteca nazionale centrale di Roma
Recensione di Vittorio Sereni
al volume di poesie di Attilio Bertolucci
La capanna indiana
Fondo Falqui

giovedì 24 dicembre 2020

Gli appunti di Sandro Penna, di Pier Paolo Pasolini

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro





Gli appunti di Sandro Penna
Pasolini, Pier Paolo
28-09-1950
estratto da: "Popolo di Roma"
Biblioteca nazionale centrale - Roma

Trascrizione dal cartaceo di Carlo Picca

28-09-1950 ritaglio di : "Popolo di Roma"- Biblioteca nazionale centrale - Roma




"Ho fatto un culto di Penna"
Carlo Picca

Molti hanno detto cose esatte e intelligenti sulla poesia di Sandro Penna, vedi Solmi, vedi Anceschi, vedi, se non altro oralmente, la maggior parte dei letterati italiani, ma nessuno ha detto ancora la cosa essenziale. Come caso curioso, molti suoi amici pittori, vedi Mucchi, nella vecchia, deliziosa, edizione Parenti, e ora vedi Tamburi, in questa della Meridiana, lo hanno disegnato, ma nessuno è riuscito a coglierne l’immagine vera. La poesia di Penna, così pura, per definizione, si rifiuterebbe dunque a una definizione critica che le si avvicini per purezza: e a noi pare, questo, un sintomo che, non ancora per il critico, ma per il lettore, potrebbe bastare a spiegare la natura, almeno esterna, di questa poesia inafferrabile: se dimostra che in essa permane il mistero e l’assoluto della purezza degli oggetti che l’ispirano. Molti hanno parlato della –felicità- di Penna, equivalente psicologico della sua -grazia- poetica: noi vorremmo intanto spostare il significato di felicità, verso quello più vago di gratitudine. E’ quasi sempre un moto di gratitudine che spinge Penna a scrivere i suoi versi-sensuali, ma senza il peso della sensualità, appunto perché la sensualità è vinta da quel dolcissimo patetico che è la gratitudine per una vita sempre sorprendente: prodiga, tutta già predisposta al rimpianto. Penna riceve i suoi versi dagli improvvisi empiti in cui il tempo si purifica, travasa nell’assoluto - dagli istanti di pienezza in cui il mistero, non capito, è divinato - dall’accoratezza che semplifica la vita a un moto irresistibile che mescola il sorriso alle lacrime dagli arresti improvvisi, le –intermittences du coeur-, in cui un gesto che avrebbe rischiato di passare inosservato nella sua stupenda adesione al corpo anonimo del giorno, si isola in una gentile aureola di coscienza… E si è detto, in proposito, di malizia, col suo termine uguale e contrario, il candore: è vero, ma non è tutto, perché anche tecnicamente, il suo verso non si esaurisce, nel prosastico e nel melodico, i due rischi che corre continuamente, senza mai caderci, come sul filo di un rasoio, e dove appunto l’ingenuità gioca con la squisitezza. Ora, questo libretto di Appunti, può servirci a meraviglia, a cogliere il momento creativo di Penna, di un attimo anteriore al risultato indiscutibile, fresco fresco di una trasandatezza e di un’abilità non sempre portate del tutto all’espresso. Prendiamone uno, -indi rivolto il viso verso il guanciale sorrideva a se stesso, con beato rossore-. Ecco intanto l’indicazione temporale indi così cara a Penna, che fa precipitare il tempo nell’istante, senza astrarlo in dimensioni false, ma lasciandolo anzi alla sua più fisica immediatezza, nella leggerissima e perciò poetica retorica di chi si delizi in anticipo, e un po’ in eccesso, per un fatto che dovrà fermentare nella memoria. E si guardi il verbo, -sorrideva-, che praticamente dovrebbe essere al presente –sorride- data l’assoluta immediatezza dell’appunto, il valore contemplativo: l’imperfetto, il più misterioso, o vago, come direbbe Leopardi, dei tempi, dà un tono narrativo o evocativo, cioè colmo già di nostalgia, a questo godimento assolutamente presente.
Il primo verso è un endecasillabo falso, cioè di dodici sillabe, sospeso dunque, con malizia tecnica, ma candido come risultato, tra due diverse raffinatezze; il secondo è un endecasillabo perfetto, dei più canonici, anzi, se letto tutto d’un fiato, ma c’è una virgola che lo spezza con la forza di una cesura riducendolo in due versi più brevi, ed è come una sospensione nel rapimento della contemplazione, ripetuta dopo dall’enjambement –beato rossore. Ed è lì che esplode, con la misura e la grazia che sono solo di Penna, il patos amoroso e poetico. Poi è il silenzio della pagina bianca, che non è un silenzio musicale, un silenzio della voce, come può essere negli spazi di Ungaretti, per esempio: ma è semplicemente un ritorno della vita alla sua irriflessa quotidianità. Il cuore che riprende a battere col ritmo normale, riassorbito dalla miracolosa vicenda dell’esistenza. Questi non sono appunti di poesia, ma d’esistenza d’amore. Un lungo monologo interno, che nei suoi momenti più puri, è necessitato dalla sua stessa purezza a manifestarsi, a rivestire una forma poetica, per convincersi di questo basta guardare l’avvio di quasi tutte le sue annotazioni: indi, poi venni fra voi, tu mi lasci, frammenti illuminazioni di una storia amorosa ignota al lettore, famigliare al poeta fino all’ossessione, un ossessione tutta dolcezza. Ed è questa vita sottintesa, salvo che nelle conclusioni, coi suoi sperperi, i suoi sbagli, le sue manie, i suoi vuoti, le sue umiliazioni, le sue bassezze, le sue opacità che fermenta in queste poesie di poche righe, facendole risuonare a lungo, al di la del loro limite. Semplicità, purezza: e va bene, ma non c’è limite che valga, una persona e una vita, son sempre complesse, impure. E noi diremmo che è appunto la disperazione per un destino dispersivo e obbligato che echeggia dentro la poesia di questo poeta condannato alla felicità allargandone i confini, dandole quelle risonanze che sono la sua nascosta autentica ricchezza, e c’è da stupire quando qualche critico, come spesso avviene, si ostina a cercare il limite di Penna nella limitatezza dell’argomento, nell’assenza di ricerca che del resto esiste in Penna, ma prima della poesia, nel vuoto dei giorni ossessivi, doloranti. Ed è appunto la luce di questa ricerca che si riflette nella sua lingua, proiettandola in uno spazio molto più vasto, assoluto – cosmico, si sarebbe tentati di dire – di quel che non sembri. I suoi pezzi sono gnobili cantabili o quasi in prosa, sono pieni di quella disperata ricerca d’uomo solo apparentemente o casualmente amorale. Del resto richiedere a Penna di essere qualcosa di più o di diverso fa l’impressione di uno che si lamenti davanti al più bel fiore del suo giardino perché non è un cespuglio. Naturalmente, la tecnica di Penna è inimitabile, come, del resto, è senza veri precedenti: se gli volessimo trovare una figura cui assimilarlo, crediamo che l’unico nome da fare sarebbe quello di Rimbaud, il Rimbaud ragazzo, con tutto il suo dérèglement ancora potenziale, e magari con una vena melodica ancora più fluida e tersa. Come Rimbaud, Penna è, nelle lettere italiane, il ribelle infantile e assolto. Naturalmente anch’egli giunge spesso, nel suo quotidiano delirio, a un’illogica saggezza, a un’acerba e ingenua maturità. E si guardi appunto come comincia il libro:


Felice chi è diverso
Essendo egli diverso
Ma guai a chi è diverso
Essendo egli comune

Un aforisma candidamente acuto, una massima socratica detta col tono capriccioso di un bambino. Ma in questo capriccio quanta, e come trattenuta, come filtrata, come dimenticata, disperazione: la disperazione che circola in mezzo a tutte le felici parole di questo poeta felice perché diverso e così grato alla vita che lo compensa miracolosamente della sua diversità.
Pier Paolo Pasolini



Curatore, Bruno Esposito

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Pasolini pedagogo - La poesia nella scuola

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Biblioteca nazionale centrale - Roma

Poesia nella scuola
Pasolini, Pier Paolo
28 settembre 1951
tratto da "Popolo di Roma"
Biblioteca nazionale centrale - Roma


   La poesia nella scuola ha una funzione ben chiara e precisa, anche se generalmente la si giudica con molta approssimazione attribuendole dati meramente culturali o sentimentali.
Biblioteca nazionale centrale - Roma
   A noi sembra che almeno nelle medie inferiori (ma anche, così come stanno le cose, nei Licei) lo studio della poesia non viva che ai margini della cultura, documento antelìtteram, strumento senza applicabilità, testimonianza che non trova riscontro nei fatti, se fornito senza i suoi presupposti estetici, senza le sue impostazioni filologiche e prospettato molto vagamente nello spazio storico o ambientale. Una poesia letta di per sè (come nelle medie inferiori) o approssimativamente orientata {come nelle superiori), acquista valori diversi, si isola ‘in un tempo non oggettivamente suo, si che, pur arricchendosi di inaspettate suggestioni e di suggerimenti spesso perentorii, non rientra in una forma di cultura, nemmeno schematica, anzi è nella maggior parte dei casi la cultura falsa con cui si esce dai Licei e di cui vive poi il professionista. Ugualmente inattendibile si presenta la opinione di chi dà alla studio della poesia una qualificazione meramente pedagogica, quasi chè la lettura di un testo poetico avesse un valore di esempio, proprio nel senso plutarchiano della parola; la gravità di questo equivoco è documentata dalla scelta dei testi « edificanti » da « L’Aquilone » del Pascoli, giù fino alle latebre del più basso romanticismo. Certo, per l’imparzialità non potremmo escludere del tutto dalla lettura della poesia,  come funzione educatrice, anche un aspetto culturale (ma in tal caso sono da sfruttarsi e da chiarire quegli elementi culturali, in specie linguistici, che lievitano allo stato di pura suggestione da una lettura isolata) e un aspetto sentimentale, se però all’attributo si dia un senso rigido di « educazione sentimentale», in modo che la purezza, la generosità, la religiosità ecc, non risultino come «esempi dal contenuto di una poesia letta illecitamente a un suo stadio logico, aneddotico (a proposito, quando il crocianesimo entrerà nelle scuole? Tutti i giovani insegnanti, costituzionalmente, anche se talvolta inconsciamente, di formazione crociana, davanti a una scolaresca, per qualche ignoto complesso, sembrano riprendere la tradizione dei loro vecchi professori degni del « Cuore »); al contrario, i cosiddetti sentimenti nobili, elevati - ossia l’eco di un’umanità rivolta finalmente a interessi non pratici - deve essere suggerita agli scolari proprio attraverso un’interpretazione formale, cioè girando davanti ai loro occhi , quasi con un rudimentale rallentatore filologico, l’operazione poetica, che è sempre una metafora, un passaggio da un’ordine sentimentale e un ordine linguistico.

   Se dunque da questo esame per esclusione risultano già almeno in parte i valori da scoprire nella lettura di un testo di poesia nella scuola, che sono valori soprattutto propedeutici (un testo diviene una monade in cui si concretano e trovano una forte vita fantastica, vasti e essenziali motivi culturali e psicologici) è chiaro che si vuol dare intanto allo studio della poesia un carattere critico, almeno in nuce, In termini pedagogici questo studio è strettamente complementare a quella della grammatica e della sintassi, a parte la maggiore altezza dell’ esercizio. Ecco allora che può chiarirsi la funzione della poesia nella scuola come coscienza linguistica, come iniziazione all’inventio, dopo il chiarimento grammaticale, sintattico e fraseologico dell’istituzione linguistica, dell’inventum.

   Ma se si tien conto che a ogni approfondimento sentimentale, a ogni scoperta interiore, corrisponde un approfondimento e una scoperta linguistica, «e viceversa., si vedrà quale ulteriore importanza può avere una poesia il cui funzionamento sia così inteso, quando giunga a mettere in movimento il meccanismo mentale che conduce dalla introspezìone alla espressione, e quindi dall’espressione all’introspezione. Ecco un preciso compito pedagogico, addirittura profilattico nell’ordine d'ella  salute sentimentale, quando il risultato sia una presa di coscienza e un superamento dall’istinto e dell’abitudine, che conducono il ragazzo ad accorgersi di sè.

  Ma che testi poetici saranno di lettura consigliabile in una scuola media? La risposta è semplice se si pensa che devono essere soprattutto insegnamenti di lingue, esempi di metafora, di trascrizione e d’invenzione: ecco dunque che quei testi saranno da scegliersi tra quelli dei poeti viventi, che usano una lingua viva non solo come lessìco ma proprio come concezione dell’uso espressivo e come scelte dei sentimenti da esprimersi in una tonalità che è per definizione attuale.

   L’insegnamento della poesia è dunque assai indicativo dall’angolo visuale strettamente didattico specialmente se si inserisce la questione nel giro della problematica proposta con insistenza e passione dagli «attivisti»; anzi è proprio nell’esaminare in termini didattici le caratteristiche di una lettera di poesia che la tradizione autoritaristica e l’innovazione attivistica (il metodo «europeo » e il metodo «americano », secondo le generalizzazione del Foerster) mettono in luce i loro dati profondi.

   Eben pacifico infatti che il commento di una poesia letta a ragazzi di dodici anni rischi di divenire la cosa più assurda e innaturale del mondo, se inteso e effettuato secondo un qualsiasi principio d’autorità (sia filologico che estetico, o grammaticale e moralistico); che, didatticamente, divenga imposizione. Ma è anche pacifico che un ragazzo di dodici anni non è in grado di partecipare attivisticamente (cioè con un intervento diretto di qualche efficacia o con quei mezzi che certa scuola attivistica superficiale offre gratuitamente e ingenuamente) alla traduzione di una poesia in termini logici e in parafrasi equivalenti. E’ allora equo che l’insegnante ricorra a un clemente principio d’autorità (che potrebbe essere: necessità della poesia come il più alto mezzo di comunicazione in una società e come il più certo modo di chiarificazione), e che nello stesso tempo susciti nell’allievo quella curiosità e quella passione che, naturalmente, eliminino la. fatica di un’attenzione << passiva >>

Pasolini, Pier Paolo
28 settembre 1951
tratto da "Popolo di Roma"
Biblioteca nazionale centrale - Roma

(Trascrizione dal cartaceo curata da B.Esposito



Curatore, Bruno Esposito

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Pasolini da la sua versione - La mia avventura a Panico - Un articolo dimenticato.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



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Pasolini da la sua versione
La mia avventura a Panico
Un articolo dimenticato.

Una lettera di Pier Paolo Pasolini
“La mia avventura a Panico” 
5 luglio 1960
"Popolo di Roma"
Biblioteca nazionale centrale - Roma

*****
A seguire:
La lettera di Pasolini
Un breve cronaca giudiziaria
Un commento di Maria Vittoria Chiarelli

La mia avventura a Panico

Pier Paolo Pasolini ha dato la sua versione dei fatti a sua tempo accaduti in via Panico in una lettera al direttore di «Paese» e «Paese Sera» pubblicata ieri dal nostro confratello del pomeriggio e che riprendiamo per i nostri lettori.

  Caro direttore; inutile ricapitolare. le cose son note. Ma male. Le scrivo questa lettera di precisazione, perchè vorrei che almeno i suoi lettori fossero informati bene. Ecco telegraficamente. come sono andate le cose:
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    Percorro Corso Vittorio, diretto verso casa (sono poco meno delle una di notte), quando sento un fischio e una voce; «A Pa'!» Guardo indietro, e vedo il Tedesco, un giovane di Trastevere, vecchio amico mio, che incontro quasi tutte le sere. rincasando, da quelle parti; è con un Suo compagno, il Picchio, che conosco solo di vista. I due vengono quasi di corsa verso la mia macchina, con «la faccia stupita, sorridente e cordiale delle grandi occasioni: la grande occasione è la mia Giulietta TI, nuova, che ho da pochi giorni, e che il Tedesco vede per la prima volta (mi aveva visto prima in bicicletta, poi con una seicento di seconda mano, poi con una millecento): e quindi accorre per congratularsi. Subito, naturalmente, mi chiede anche di provarla. Non più di cinque minuti,  eh! Ché ho sonno!» gli faccio. «Sì. cinque minuti, cinque minuti!» e monta. con Picchio.
   Fatto il giro di Largo Argentina, e comprato il « Paese Sera », quello con i miei 180 endecasillabi secondo l‘orazione di Marcantonio - che il Tedesco già nel pomeriggio aveva visto, naturalmente senza tentare d'affrontarli - imbocchiamo di nuovo Corso Vittorio: piano piano giriamo per la zona. Si tratta soltanto di provare la macchina. quindi non c'è meta: imbocchiamo via delle Campanelle, e poi via Panico.
   Là in fondo, all’altro angolo, verso via dei Coronari, cosa succede?
   Una ventina di persone, che urlano, gemono. invocano: si sarà fatto male qualcuno? Una lite in famiglia? Accendo gli abbaglianti, e compaiono, bianchi come tanti fornai, dei vecchi e delle vecchie, mezzi nudi o in mutande, che corrono qua e là, come agitati dalla briga infernale: mi avvicino. E‘ una colluttazione tra due giovani, in mezzo a questo coro scomposto di vecchi: un maschio e una femmina.  «Saranno un fratello e una sorella - penso - o due fidanzati...».  Essi si stanno colpendo furiosamente, afferrandosi per la gola e urlando. E' un attimo: il Tedesco accanto a me, grida: «Quello è il Barone. lo conosco…. ». «Scendi e portalo via! gli dico subito. E' chiaro che bisogna dividere i due, subito, quelli son capaci di farsi chissà che cosa, conosco i miei polli, e benché nel leggero trauma che mi danno gli urli di tutta quella genie in mutande, non ho il minimo dubbio su questa prima necessità. Il Tedesco è altrettanto rapido, scende, afferra per le braccia il giovane e lo spinge con forza dentro la macchina. La giovane continua a urlare, la sua voce si confonde tra gli urli degli altri: metto in moto e parto.
Biblioteca nazionale centrale - Roma
   Così il giretto in macchina continua, col Barone. E' agitato, ansimante Ha una faccia bruna, fine e abbastanza gentile: è anche pulito. Con voce un po‘ rotta, dice in due parole come è andata, né io insisto, perché, tutto sommato, la cosa, a prima vista mi pare abbastanza banale, roba vecchia... In una casa di via Panico, vicino a casa sua, son venute a stare due di quelle (così egli mi dice), frequentate da degli amici: tra loro e la gioventù di via Panico, la situazione è alquanto tesa (lo credo: andare a stare lì è come mettere un dito in un vespaio), quella sera si sono presi a parole, una parola tira l'altra, dalle parole sono passati ai fatti,  ed è nata la rissa. tra le due donne e i loro accompagnatori e i ragazzi della strada, botte, cazzotti, strilli delle madri e dei padri... Poi il mio arrivo di inaspettato pacere in Giulietta.
   Presto il Barone, ch‘è un ragazzo di vita, si calma, e il sorriso torna sulla sua faccia: continuiamo il giro, chiacchierando del più e del meno, e, infine, il Tedesco e il Picchio, scendono nel punto dove li ho presi. Col Barone prolungo ancora un po’ il giro, pensando che ancora, là sotto casa, a via Panico, le acque non si siano del tutto calmate: ma dopo una decina di minuti. punto decisamente da quella parte. E‘ ora di andare a dormire, si avvicinano le due.
   Arrivati però in fondo a una delle stradette di Borgo Panico, immersa nel suo povero, antico, buio, vediamo che, laggiù, all’angolo della via Panico, si muovono delle figure: sono quelli che i giornali chiamerebbero «giovinastri». che sostano lì, in silenzio, con aria poco rassicurante. Sono preoccupato io, e vedo che è preoccupato anche il Barone, «Vedo che qui non tira aria ancora tanto buono» dico. Ho paura per lui, e anche un po‘ per me. lo confesso: potrebbero essere amici delle ragazze, parenti, che si vogliono vendicare.
   Basta: rigiro la Giulietta e punto verso Trastevere. a un baretto vicino a Ponte Garibaldi, che sia aperto fino a tardi, e dove so che indugiano fin tardi, nelle notti calde, il Tedesco e gli amici. «Ti lascio a quei baretto, e a casa ci andrai da solo fra un po‘..… Io adesso me ne vado a dormire…». E così, davanti al baretto scintillante sui vecchi sampietrini di via dei Re, lo saluto, e salgo a Monteverde.
La Stampa 30-06-1960
   La mattina dopo alle sette, mentre dormo ancora perdutamente, la porta della mia cameretta si apre, irrompe una luce innaturale, che mi sveglia, e vedo la faccia di mia madre: e dietro a lei altre facce, sconosciute. Una faccia sfilata e nera, di giovane uomo, ironica e sfuggente, una faccia di ragazza anemica e crudele, un‘altra faccia maschile anonima e un po’ ammaccata. Una voce mi chiede: «Lei ha assistito a una rissa ieri sera a Panico?». Capisco di che si tratta. e rispondo subito di si, togliendomi la cera dalle orecchie e vestendomi.
   Mia madre è spaventata, mi guarda con una angoscia di bambina negli occhi: in tutto quest’affare niente in fondo mi duole o mi importa. Sono cose che accadono. e quando accadono vanno affrontate con coraggio, e quasi, direi, con allegria.  Ma c‘è mia madre. ch’è rimasta una bambina friulana, e la sua paura, il suo dolore, mi fanno perdere la testa, mi svuotano, mi fanno venir voglia  di morire.
   Mi alzo, mi vesto in un attimo, e seguo coloro che son venuti a prelevarmi, come un ladro: mia madre resta sola a casa, non so dire cos‘erano i suoi occhi e il suo viso in quel momento, quando sono uscito dalla porta.
   Fuori, nell‘atroce solicello del mattino acerbo, dei poliziotti, e due cani: uno è il cane Dox. passa anche - non so se per caso. la «pantera» l‘«Alfa millenove» della polizia, Il guardiano notturno del garage, il padrone del baretto sotto casa, che si sta aprendo, mi guardano spaventati. Salgo coi due borghesi, la donna e i cani nella mia famosa Giulietta, e insieme arriviamo al Commissariato Ponte. che è nello stesso edificio della Questura Centrale.
   Sono introdotto, e mi trovo nello squallido ufficio del commissario, un uomo alto, grosso, con dei leggeri baffi e gli occhi amari, che subito mi investono come colpevole di non so che cosa: seduti su un divanetto di cuoio, lì davanti, sono i tre - che sono venuti a prelevarmi dal letto, e una seconda ragazza, procace. La prima ragazza - che è coi famosi calzoni attillati - e che ora realizzo essere la colluttante della notte - ha cambiato faccia: è gialla, gli occhi le brillano furiosi e isterici. Mi accusa: è lui, è il complice, non ha portato via un ragazzo ma due tre…. li ho visti io coi miei occhi. ha portato via tutti quelli che mi hanno aggredita...
L'Unità 30-06-1960
   Io cerco di restare calmo: ma qui siamo al processo delle streghe. Come arrestare quella eruzione di accuse, totalmente inaspettate, non so. Mi vien quasi da ridere: «Ma signorina, io sono uno scrittore, non ho bisogno di aiutare dei ladri a rubare una catenina...».
   E cerco di raccontare al commissario come sono andate le cose. Ma ho l‘impressione di non essere affatto creduto. Allora dico che con me c'erano, nella macchina due persone, che vengano interrogate: la loro versione combacerà certamente con la mia... Chi sono queste due persone? La dico subito. Sono certo che il Tedesco non me ne vorrà, se trascino anche lui nel pasticcio.
   Così.. tre agenti in borghese e io, partiamo seguiti dalla campagnola, per Trastevere, sotto il solicello ormai cocente.
   Arriviamo a piazza Renzi, io imbocco lo scrostato portoncino dove abita il Tedesco: non sono mai entrato. non so l‘interno dove abita, lo cerco, lo chiamo, c‘è un cortiletto interno, vecchio come il Colosseo, coi muri così usati che paiono di cartilagine, sotto la vampa del sole mattutino. Lì una donna lava i  panni, a una fontanella scrostata.
   E‘ la madre del Tedesco, lo capisco subito. Com'è diversa dalla mia: resta indifferente, calma: un‘antica esperienza le si dipinge negli occhi, passivi, rassegnati, duri. Lascia. che le portino via il figlio. senza smettere di lavare: e il Tedesco, mezzo nudo e assonnato, lascia quel suo stanzone invaso dal sole, quel suo romito cortiletto, quella sua madre che tace. Ma guardandola, i suoi occhi sempre allegri e malandrini, hanno un breve sgomento. un’ombra…
   L‘altro, il Picchio, non è in casa, dove, in questi giorni, vive solo.
La Stampa 03-07-1960

   Torniamo al commissariato: qui il Tedesco e io siamo divisi. Aspetto in uno squallido; stanzone per quasi un‘ora e mezza, con un‘angoscia che non so dire al pensiero di mia madre sola a casa.
   Alla fine sono richiamato nell‘ufficio: lì c'è anche il vice-questore, gentile: l'atmosfera intorno a me è cambiata.
   Non sono più un delinquente comune, da cane Dox. Rìpeto la versione dei fatti, che poi viene verbalizzata. Posso andarmene.  Subito, fuori, nel fuoco del sole ormai a picco, ci sono i fotografi: e comincia, a questo punto, la mia vera disavventura.
   Ripeto: sono disposto ad affrontare, qualsiasi inconveniente dovuto al mio carattere troppo curioso e impulsivo, e qualsiasi incerto del mestiere. Ma quello che mi continua a dolere è, per dirla con eufemismo, la cattiva informazione:  la campagna del discredito, che rivela la profonda immoralità degli individui che vi si prestano, oltre che la profonda immoralità della società in cui viviamo. Per questo, caro direttore, le mando questo telegrafico referto, che impegna pubblicamente la mia firma di scrittore, attendibile almeno davanti ai suoi lettori...
PIER PAOLO PASOLINI

(Trascrizione dal cartaceo curata da B.Esposito)

L'Unità - Domenica 3 luglio 1960

Fatti di via Panico
cronaca del procedimento  giudiziario

29.06.60 Fatti di via Panico. Fermo per interrogatorio al commissariato. 
30.06.60 Fatti di via Panico. Denuncia della polizia diretta al procuratore della repubblica di Roma. 
02.07.60 Fatti di via Panico. Notifica di una convocazione davanti al procuratore della repubblica per il giorno 04.07.60. 
04.07.60 Fatti di via Panico. Interrogatorio davanti al P.M. 
22.03.61 Fatti di via Panico. Notifica del decreto di citazione in giudizio davanti al tribunale di Roma. 
20.04.61 Fatti di via Panico. I udienza. Rinvio a nuovo ruolo. 
06.06.61 Fatti di via Panico. Notifica di un nuovo decreto di citazione. 
01.07.61 Fatti di via Panico. II udienza. Rinvio a nuovo ruolo. 
30.09.61 Fatti di via Panico. Notifica di decreto di citazione. 
15.11.61 Fatti di via Panico. III udienza. 
16.11.61 Fatti di via Panico. Sentenza di I grado e appello dei difensori (Avv. Roscioni e Berlingieri) contro la sentenza. 
05.12.61 Fatti di via Panico. Notifica della dichiarazione di appello del procuratore generale contro la sentenza di I grado. 
18.12.61 Fatti di via Panico. Notifica dell'avviso di deposito della sentenza di I grado. 
13.10.62 Fatti di via Panico. Notifica del decreto di citazione a comparire davanti alla corte d'appello di Roma. 
30.01.63 Fatti di via Panico. Udienza di corte d'appello e rinvio a nuovo giudizio. 
10.04.63 Fatti di via Panico. Notifica del decreto di citazione a comparire davanti alla corte di appello di Roma. 
05.07.63 Fatti di via Panico. Udienza di corte d'appello. 
14.03.64 Fatti di via Panico. Notifica dell'estratto contumaciale della sentenza di II grado.
Stampa Sera 06-07-1960


Maria Vittoria Chiarelli:

No, non è un racconto noir 

"La mia avventura a Panico": 

a dirla tutta, il suo autore, Pier Paolo Pasolini, non avrebbe voluto scriverlo, ma è stato costretto dalle circostanze che, se non avessero comportato delle conseguenze dal sapore amaramente persecutorio, avrebbero potuto essere annoverate in uno spiacevole fatto di cronaca tipico di borgata, magari a tinte forti, dai toni chiassosi, dalle dinamiche esagerate, ma fortunatamente non degenerate in un omicidio. 
Sicuramente anche grazie all'intervento di Pasolini, che proprio quella sera aveva ceduto alla richiesta di un suo giovane amico di Trastevere, denominato il "Tedesco", che incontrava sempre tornando verso casa, di provare la sua nuova auto, una Giulietta TI. 
Aveva molti amici Pasolini nelle borgate e l'attrazione passionale e conoscitiva verso quell'umanità che viveva alla giornata, innocente e malandrina, abituata ad arrangiarsi , in perenne conflitto con la miseria e pronta a tutto pur di rimediare qualche soddisfacimento materiale, gli era cresciuta dentro dal germoglio di un amore poetico verso la realtà che, nato nella terra materna in Friuli, si era alimentato di innesti fecondi nell'ambiente romano, dove ogni esperienza diretta di contatto umano si traduceva in lingua e stile, dando vita a poesie, racconti , romanzi, e non solo...Già in quell'anno 1960, Pasolini lavorava al suo primo film, dal titolo emblematico di "Accattone", sceneggiato e diretto da lui stesso. Ecco che sempre più l'ambiente sottoproletario, grazie a lui, diveniva visibile, solleticando il razzismo latente della mentalità piccolo-borghese italiana, che non gli perdonava quel suo coinvolgimento così viscerale, quel desiderio rovente di rendere poetico l'abietto, di scorgere la luce nelle tenebre di vite miserabili. Si percepiva con fastidio che il suo non era "neorealismo" che condannava uno stato di cose, un'arte solo meramente puntata verso la denuncia, era maledettamente qualcosa di più e, soprattutto, qualcosa di diverso: era presenza viva nel mondo, era visione, era mito primigenio che si affacciava alla storia, questa volta non più raccontata in
maniera simbolica, ma attraverso la realtà che è metafora di se stessa. L'episodio di via Panico, la sua assurda dinamica, fa riflettere sui rapporti che la società italiana , attraverso le sue istituzioni, stabilirà con un intellettuale che ne porrà in evidenza tutto il bieco perbenismo e la conseguente volontà persecutoria, in nome di falsi e razzistici principi morali. 
Quella notte tra il 29 e il 30 giugno del 1960, Pasolini, per aver imboccato via delle Campanelle e poi via Panico, per aver assistito con abbaglianti accesi ad una rissa tra due giovani, per la precisione un maschio e una femmina, che si colpivano furiosamente afferrandosi per la gola, il tutto condito da uno scippo di un anello con granati del valore di lire 24.000, di una catenina e di un orologio d'oro, subito dalla ragazza e da un suo amico ( con una ventina di persone urlanti intorno), e aver sollecitato il Tedesco, il quale aveva riconosciuto nel ragazzo della rissa una sua vecchia conoscenza, cioè il "Barone", ad intervenire subito, strappando quest'ultimo alla lite e trascinandolo nell'auto, verrà etichettato dalla stampa come appartenente al mondo criminale. Si trovava per caso, Pasolini, in via Panico, nessun "sopralluogo" intenzionale lo aveva condotto in quel posto: un cittadino come altri che si è trovato a soccorrere un altro essere umano, senza calcolare preventivamente la sua
classe sociale di appartenenza...era una persona in difficoltà e Pasolini ha agito mosso dall'istinto delle persone generose e, a livello di coscienza, con un alto senso di presenza civile nel territorio: ma guarda caso, quel cittadino, non era uno qualunque, era proprio "quel" Pier Paolo Pasolini, scrittore anomalo, in odore non di santità letteraria, ma di omosessualità, come i precedenti fatti di Anzio avevano evidenziato, che per svolgere il suo lavoro, si immedesimava con l'ambiente osservato, viveva la stessa esistenza dei suoi eroi, o meglio "antieroi", dimostrandolo già con la pubblicazione nel '55 di "Ragazzi di vita", romanzo che era stato sottoposto a giudizio per oscenità. Era ignorato completamente e, volutamente, il confine tra realtà e la sua rappresentazione, la sua riproduzione attraverso l'arte. Già, proprio in Italia, la terra con tanti esempi di realismo in letteratura. Ma il realismo di Pasolini possiede una cifra diversa: è intessuto di "soggettive" poetiche che introiettano la realtà, restituendola "trasumanata", illuminata da quel sole onirico che si tramuta in coscienza, una "luce" reale che ha sempre costituto il problema del suo cinema di poesia, la "lingua scritta della realtà" , come ha teorizzato appunto Pasolini. Ci si sentiva, pertanto, legittimati, non tanto ad indagare, prelevando dalla propria casa e di buon mattino, un cittadino che aveva sottratto un giovane ad una rissa che poteva degenerare in un omicidio, che era cosa normale per appurare la dinamica dei fatti, quanto a sospettare che quello stesso cittadino, proprio perchè rispondeva al nome di Pasolini, poteva in qualche modo essere coinvolto come colui che, volontariamente, aveva voluto sottrarre un criminale alle indagini della polizia.
Ma chi era il "Barone"? Il suo vero nome era Luciano Benevello e la vicenda com'era andata realmente con il suo pregresso, fino all'arrivo di Pasolini in via Panico, in compagnia del Tedesco e di un amico di quest'ultimo, soprannominato il Picchio, è raccontata nel libro "Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte " ( ...'<<in un paese orribilmente sporco>> ), a cura di Laura Betti, edito da Garzanti nel 1977. Ciò che a noi interessa, è l'aura funesta e denigratoria che è stata costruita intorno alla persona di Pasolini, attraverso l'assunto dell'identificazione arbitraria della realtà con la sua rappresentazione che diventa oggetto di scandalo, come scandaloso è chi racconta la verità ruvida e urticante di quella realtà. Fu così che il 15 novembre 1961, quasi un anno e mezzo dopo i fatti, Pasolini viene processato dalla seconda sezione penale del tribunale di Roma , assieme ad altre tredici persone accusate di rissa e furto. È imputato di favoreggiamento: di aver preso a bordo della propria automobile uno dei contendenti , Luciano Benevello, detto il Barone, allontanandolo dalla via Panico, luogo della rissa, e sottraendolo alle indagini della polizia.
A poco servì la testimonianza calma e lucida di Pasolini che, la mattina seguente , spiegava con dovizia di particolari ciò che era avvenuto la notte precedente, al commissariato di Ponte, il cui commissario capo Baldinotti, nella sua denuncia alla procura della repubblica di Roma, così scrive: " Si ha fondato motivo di ritenere che il Pasolini abbia voluto deliberatamente e con piena consapevolezza agevolare , sottraendolo alle indagini della polizia, il Benevello Luciano amico del giovane e non meno losco amico col quale il brillante scrittore si accompagnava nella scorribanda notturna attraverso la via Panico, una delle strade più malfamate della città. La colpevolezza del Pasolini appare piena, netta e inequivocabile ove si consideri che neanche agli appelli della ragazza egli volle dare ascolto, allontanandosi invece rapidamente". Pertanto Pasolini viene rinviato a giudizio. La stampa si sbizzarrisce nel definire ogni aspetto violento e torbido degli strati popolari marginali della società come "pasoliniano", come "pasoliniani" sono i ragazzi dell'irrequieto quartiere dei ladri. La figura pubblica dello scrittore sarà completamente condizionata da questo tipo di giudizio che raggiunge i toni del dileggio e dell'ironia piccolo-borghese a buon mercato nella lettera aperta a Pasolini del settimanale democristiano <<La Discussione>>, dove si legge : " Gentile Signore, ho letto con interesse la sua autodifesa dopo, l'avventura in via Panico o Panico...C'è un fatto che non ho afferrato: perché Ella metta tanto impegno a scagionarsi. Non mi creda uno sciocco. Ma che differenza avrebbe fatto per Lei se il ragazzo o i ragazzi saliti a bordo della Giulietta, cui le dà accesso la sua professione di scrittore, avessero veramente <<scippato>> la collana o la borsetta alla ragazza? Non li avrebbe salvati ugualmente, anche sapendolo, dalle guardie? Non é forse vero che questi rappresentano in carne la società crudele, corrotta e sopraffattrice, e i ragazzi di vita, le sue vittime, crudeli anch'essi magari, ma con nel cuore il germe della resurrezione?

E non avrebbe dunque Ella posto il suo impegno a salvare questi boccioli di speranza dalla furia tetra e stupida dell'Ordine con la O maiuscola di questa società formalistica?... Forse che quella società che lei stuzzica frustandola, Le abbia trasmesso, con la Giulietta TI, anche i germi della rispettabilità? Se ne liberi o cesserà di piacerLe! " . I fatti di via Panico danno il via all'identificazione di Pasolini con la figura del fuorilegge, immagine che sarà a breve rafforzata oltre che da "Accattone", il suo primo film, il cui autore è definito dal Secolo d'Italia, <<un insieme di materia bruta che si regge verticalmente soltanto per uno di quegli scherzi della natura che come crea uccelli marini e pesci volanti così crea 'mostri umani'>>, anche dalla sua partecipazione al film di Lizzani, Il Gobbo, dove interpreta un criminale monco con il mitra spianato. La storia di via Panico è fatto troppo ghiotto per le gole scandalistiche e morboso per non riempire le prime pagine, con tanto di fotografie e titoli su quattro e anche cinque colonne. <<Il Tempo>> scrive: "Per aver così veristicamente e intimamente vissuto le esperienze dei ragazzi di vita e delle vite violente, Pasolini era in un certo senso destinato ad assaporare tra le altre anche l'emozione di un fermo di polizia". Alfredo Todisco su <<La Stampa>>: "Chiaramente, tra la vita personale dello scrittore ed i fantasmi della sua creazione letteraria vi é una compenetrazione singolarissima, al segno che i fatti in cui ora appare coinvolto sembrano un capitolo dei suoi romanzi". Per il settimanale <<Gente>, Pasolini e la figura del "ragazzo di vita" si sovrappongono e così intitola l'articolo sulla rissa: " Il ragazzo di vita l'ha fatta proprio grossa".
Anche i giornali più obiettivi, fra i quali quelli di sinistra che sostengono la buona fede di Pasolini, insinuano elementi del sentire comune, come l'inopportunitá di "essersi messo in mezzo", di girare di notte in zone poco raccomandabili, giustificandoli poi con una tiepida comprensione di dubbia natura, quando si pone l'attenzione sulla "necessitá di lavoro" e ,quindi, di mero guadagno: Pasolini "doveva" frequentare quei luoghi particolarmente degradati, per prendere dal vivo materiale utile per le sue opere. Una giustificazione che lo stesso Pasolini sarà costretto ad ammettere rassegnato, pur di chiudere la questione davanti al presidente del tribunale: "Come mai Lei quella notte si trovava a così tarda ora in strada?" E Pasolini :" Facevo una passeggiata per raccogliere le impressioni sull'ambiente destinato a fare da sfondo a un'opera letteraria che dovevo scrivere". Le pagine di "Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte" mettono in evidenza come le disfunzioni tipiche del sistema giudiziario abbiano favorito la massiccia operazione stampa, che oggi chiameremmo la "macchina del fango". Le lunghe fasi processuali sono così sinteticamente riassunte: "Il processo per la notte di via Panico...viene fissato, rinviato a nuovo ruolo a causa di alcuni errori nel decreto di citazione, ancora fissato, ancora rinviato per uno sciopero di cancellieri, celebrato in prima istanza, fissatodue anni dopo in seconda istanza, ancora rinviato, ancora fissato...Ognuna di queste scadenze giudiziarie alimenta la fame insaziabile della stampa. Il processo di criminalizzazione dello scrittore ad opera dell'Associazione Stampa-Magistratura funziona perfettamente.
Il 16 novembre 1961 il tribunale di Roma assolve Pasolini per insufficienza di prove. I giudici, prigionieri della morale borghese secondo cui l'amico del cattivo non può non essere egli stesso cattivo, trascurano la realtà dei fatti per rifugiarsi nel dubbio <<sulle intenzioni>>. Lo scrittore agì - come dovrebbe essere logico - per separare due litiganti o piuttosto oer sottrarre un ragazzo di borgata alle indagini della polizia? Della gratuità della seconda ipotesi è solida riprova il fatto che Benevello non si era minimamente sottratto alla polizia che lo trovò infatti a dormire nel suo letto, a casa sua. Per questa sola realtà il tribunale avrebbe dovuto assolvere Pasolini <<perché il fatto non sussiste>>. La sentenza
d'appello, il 5 luglio '63 scopre addirittura che la rissa - giuridicamente - non è mai esistita e di conseguenza assolve Pasolini con formula piena". Quasi tutta l'opera di sarà di Pasolini sarà segnata da segnalazioni, da denunce alle Procure, da processi : 33 in tutto. Un bilancio amaro per aver amato la realtá alla quale è sempre stato fedele, misurandosi con le proprie contraddizioni, sempre razionalizzate attraverso il "logos" , in un progressivo lavoro di analisi, coniugando i drammi irrisolti della propria personalità con l'evolversi delle condizioni storiche, sempre avvertendo dentro di sé l'obbligo della conoscenza, come Edipo. A distanza di anni, Pasolini ricorderà le vicende che gli hanno segnato profondamente la vita, tra cui i fatti di via Panico, che non furono i primi e neanche gli ultimi a fargli toccare con mano la mancanza totale di libertá di giudizio sia del mondo della cultura, che delle istituzioni, come anche di larghi strati della popolazione, troppo spesso trascinati nel vortice di un conformismo acritico e superficiale. 
In "Trasumanar ed organizzar" Appendice , nei versi che portano il titolo di "Comunicazione schizoide all'Anac", Pasolini parlerà di "aspetto infernale della realtà", riferendosi anche alla vicenda grottesca di via Panico:


[...] Dovete sapere 
Da parte del soggetto che vive le 
cose, e non le rivive, 
attraverso le informazioni, la 
realtà ha sempre un aspetto 
infernale. 
Fu nell’Inferno che una corte mi 
condannò 
per aver diviso due litiganti 
(adesso ogni volta che vedo 
gente che litiga, taglio la corda. 
Grazie, Patria, 
per avermi insegnato a tagliare la 
corda e commettere 
almeno in caso di rissa – reato 
d’omissione, che nessuno 
m’imputerà. 
È stato nel mio Inferno, 
non ancora in quello della 
Repressione, 
che un Pubblico Ministero 
(commedia dell’arte) 
mi accusò di voler fondare una 
nuova religione 
sostenendo che: 

Stracci ejaculava fuori campo. 

Inoltre fui condannato per 
essermi messo un cappello nero 
in testa, essermi infilato dei 
guanti neri 
nelle mani, aver caricato con una 
pallottola d’oro
 una pistola, e così aver rapinato 
un cristiano di duemila lire. 

In altre parole sono stato 
condannato per un’azione 
accaduta nel sogno di un altro. 

Accennerò solo di sfuggita 
a un’altra condanna subita 
per aver consegnato una 
sceneggiatura 
che essendo apparsa brutta e 
scandalosa 

Il produttore disse di non aver 
potuto fare il suo film 
perché la mia sceneggiatura era 
brutta e scandalosa, 
e pretendeva quindi i danni. Il 
tribunale gli diede ragione!! 

Cari, colleghi, questo è un 
precedente: e siamo nel ’62 o ’63. 

Il Libro Bianco delle Sentenze 
stilato contro di me dalla 
Magistratura Italiana 
sarà il libro più comico 

Per me è stata una tragedia: 
ma non temete. Fingo che le mie 
spalle siano fragili: 
in realtà sono più forti di quelle di 
Simone. 
Ma fatemi fare il bravo cittadino 
per qualche mese 
se no, non potrò fare più il cattivo 
cittadino per tutta la vita. 


(Pier Paolo Pasolini, Trasumanar e organizzar. Appendice)



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Curatore, Bruno Esposito

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giovedì 10 dicembre 2020

Pasolini, "Ai margini di Babilonia" - Il popolo di Roma, giovedi 30 agosto 1951

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Biblioteca Nazionale Centrale di Roma


Ai margini di Babilonia
Pier Paolo Pasolini

Il popolo di Roma 
Giovedi 30 agosto 1951

È molto difficile incontrarsi, nelle letture dialettali in un libro come questo di Franco de Gironcoli (F.d.G.: Elegie in friulano, Edizioni di Treviso, 1 95 1 ). C'è tanta asciuttezza nei suoi ritmi elementari, nelle sue piccole quartine perdute in mezzo alla pagina, nate a stento si direbbe, ma intere, tutte d'un pezzo, che quanto di volgare solitamente in torbida i testi in Volgare - rispetto alla koinè letteraria - pur senza una sua poetica viene tutto depositato nel fondo; ne risulta un libretto onesto e delizioso, impacciato e squisito. Che già il friulano non sia un dialetto dell'italiano, è molto - apparterrebbe per l'Ascoli al ceppo delle lingue ladine - ma se pure si accreditasse la nuova teoria del Battisti che lo vuole dialetto alpino, ossia veneto in una fase anteriore, la sua arcaicità è tale che praticamente lo differenzia in modo determinante: è molto nel senso che permette un immediato distacco dai colorismi plebei del vernacolo. Ha già potenziale una sua pronuncia letteraria. Tanto più per il de Gironcoli, che dà alla sua varietà goriziana una patina arcaica, presa dal friulano del Seicento usata dai barocchi dialettali e in specie dal Colloredo. In queste poesie, scritte come casualmente dal '43 al '45 - diciotto in tutto, e molto brevi - il fondo sentimentale è unico, indistinto, si direbbe addirittura informe: da un amaro risentimento per la prosaicità del mondo a una elementare nostalgia per l'infanzia perduta insieme con la particolare Gorizia dell'infanzia. De Gironcoli è forse incapace di darsi altro che le immagini ultime, già fatte di questo a priori sentimentale. Qualcosa che si avvicina a certa stupefacente, insolubile paratassi dei temi dei fanciulli: ma coltivata nel magma non certo tenero di un medico ormai cinquantenne venuto ai versi senza aloni sentimentali, con lucida ingenuità.

Da Gorizia, scendendo giù con l'Isonzo all'Adriatico, dietro a valli e bonifiche, in vista ideale di Trieste, ma di luce veneziana, si incontra l'isola di Grado. A Trieste un secolo fa si parlava ladino: a Grado, in ritardo nei confronti del grande porto, si parla un dialetto che non è più friulano e non è ancora veneto, un dialetto che avrebbe fatto fremere di entusiasmo linguistico il D'Annunzio della Nave (e, naturalmente, del francese arcaicizzante). E dai Fiuri de tapo, pubblicati nel ' 1 2 alla recente <<Ultima refolada>>, dunque quasi quarant'anni di attenzione poetica, Biagio Marin ha ridato fuori dal tempo la vicenda della sua «isola» (l canti de l'isola, Del Bianco editore, Udine 1 95 1 ) , vicenda minima, annate inconsistenti come ore, ma ore interminabili come annate, che finisce con l'elidersi in un tempo indifferenziato, il non-tempo del mare. È una lingua senza colori e senza sorprese, nobile e elementare: prigioniero di questa lingua isolata, caduto nella sua mancanza di tempo, nella sua marginalità, nel suo albore, Marin rimane quasi privo di un contenuto, preso in una ripetizione di piccoli motivi, piccoli come i progressi del tempo. È un minimo Pascoli dialettale (finalmente), oggettivato nelle cose o persone che sono poco più che cose di cui si occupa, amalgamato col suo malinconico e bianco Adriatico. Tecnicamente la sua immagine è sempre un po' sfuocata, in leggera dissolvenza, troppo aperta e facile (da «la luna bianca lumina la tera» in Fiuri de tapo a «bianco e pesante navega un corcal - sora i fondali vasti e le barene>> ne L'ultima refolada non c'è come si vede evoluzione di tecnica), la massima dote di questa sua immagine è una eleganza e un candore che fanno pensare a certo Saba, o a quel Giotti che è di Saba l'ideale supplemento, in un certo senso la purificazione. Potendo antologizzare citare potremmo raccogliere da questo immobile canzoniere di Marin una dozzina di poesie veramente belle: del resto anche tutto l'abbondante connettivo non poetico possiede una dignità e una purezza che lo tengono quasi sempre al di fuori dall'orbita dialettale.

Cosa che non si può dire invece per questo nuovo libretto di E.A. Mario <<Pampuglie>> ed. R. Pironti, Napoli 195 1 ), chiuso tutto dentro il limite che il dialetto impone a chi lo usa secondo la tradizione (che è idealmente orale). Pieno di una facile e puerile saggezza, di una facilissima polemica di costume, inutilmente svuotato, in fondo, dei colori napoletani, quando al loro posto è stato poi usato un colore genericamente vernacolo. Resta però da dire che al Mario non manca qualche buona carta: intanto i suoi novenari duri, inamabili, prosaici, potevano già essere una notevole scoperta tecnica per cogliere una Napoli che sarebbe piaciuta per esempio a Rea (cfr. Le due Napoli, «Paragone» n. 19) così, senza rima, o rimati a caso, con qualche pezzo linguistico privo dei soliti canori chiaroscuri napoletani, ma agro, romanzo. E c'è poi una poesia 'E miracule d' 'o sole tutta risolta, che si potrebbe adoperare per una raccolta di poesia dialettale moderna. Forse polemicamente, la . tradizione digiacomiana qui manca: purtroppo, del resto, questa tradizione è passata ai canzonettisti pseudo-anonimi, è divenuta la tradizione tout court, con quanto di immorale e di stupido esso comporta.

Pier Paolo Pasolini
Il popolo di Roma
giovedi 30 agosto 1951
Oggi anche in:
Saggi sulla letteratura e sull'arte Tomo I
Meridiani _ Mondadori
Walter Siti e Silvia De Laude

(trascrizione curata da Bruno Esposito)

Biblioteca Nazionale Centrale di Roma



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