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sabato 25 ottobre 2025

Pasolini i dialoghi su Vie nuove - le "Belle bandiere", un esperimento di “democrazia intellettuale”.

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Pasolini i dialoghi su Vie nuove
le "Belle bandiere"
un esperimento di 
“democrazia intellettuale”.


Tra il 1960 e il 1965 Pier Paolo Pasolini tenne sulla rivista «Vie nuove» una rubrica destinata a segnare un momento cardine sia nel giornalismo culturale italiano sia nell'evoluzione della sua stessa figura di intellettuale pubblico. Nei cosiddetti "Dialoghi", Pasolini si confrontò settimanalmente con i lettori, rispondendo a lettere e questioni provenienti dalle fasce più diverse della società italiana, spaziando con acume da temi letterari e religiosi al costume, dalla politica alla crisi del marxismo, dalla censura alla figura del sottoproletariato, dando voce a un’Italia in profonda mutazione. L’approccio di questa esperienza fu particolare perché mise in scena, in forma dialogica, il rapporto fra un intellettuale “organico”, come avrebbe detto Gramsci, e una comunità di lettori desiderosa non solo di informazioni ma anche di confronto e di orientamento. 

La collaborazione tra Pier Paolo Pasolini e la rivista Vie Nuove, costituisce uno snodo fondamentale nel percorso intellettuale dell’autore e nel dibattito culturale dell’Italia del boom economico. Vie Nuove, settimanale legato al Partito Comunista Italiano e fondato nel 1946 da Luigi Longo, si proponeva come “settimanale di orientamento e lotta politica”, per poi aprirsi progressivamente, negli anni ’50 e ’60, a temi di attualità, cultura e persino costume, nel tentativo di raggiungere un pubblico più vasto e di competere con le riviste di grande diffusione dell’epoca. La direzione di Maria Antonietta Macciocchi (1956-1961) segna un periodo di particolare dinamismo: è proprio su suo invito che Pasolini avvia i celeberrimi Dialoghi con i lettori. 

lunedì 24 febbraio 2025

Pasolini, Marxismo e religiosità - Vie nuove, numero 47 del 30 novembre 1961

 "Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Vie nuove n. 47, 30 novembre 1961

 Pier Paolo Pasolini
Marxismo e religiosità 

Vie nuove

numero 47

30 novembre 1961 

pag.35

Egregio Pasolini, se mi permette, vorrei dare la mia risposta alla domanda posta da Lei all’operaio Siviero e al gruppo dei cremonesi. Perché bisogna parlare necessariamente di «moti della coscienza» e «tradimenti della propria classe sociale»? Non crede, Pasolini, che solo il fatto che Lei si ritenga educato borghesemente e traditore della Sua classe sociale sia un moto negativo della Sua coscienza? Mi perdoni se ho cominciato a rispondere domandando a mia volta, ma io ritengo che ad un dato punto della vita ogni essere umano abbia dei «moti»: chi abbraccia una fede diversa, chi un lavoro nuovo, ed anche chi uccide per cambiare il proprio stato sociale. 

Per questo molta gente soffre, e io credo alle Sue rinunce, ai Suoi sacrifici; ma secondo me non è, Le ripeto, una cosa positiva, penso che nasca semplicemente da una debolezza umana, dal bisogno di una bontà che non si è ancora trovata, dalla delusione… Non dall’educazione borghese sbagliata. Io credo, forse puerilmente, che al mondo esista un’unica classe sociale. 

Mi scusi se non sono d’accordo con Lei, anche se l’ammiro sinceramente per la Sua lotta nella vita. 

L. C. G. – Genova

martedì 18 febbraio 2025

Pasolini (Non rinuncerò mai a nulla per la reputazione) - Bernardino, fratello di Benedetto - Vie nuove n° 51, 28 dicembre 1961

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Pasolini (Non rinuncerò mai a nulla per la reputazione)
Bernardino, fratello di Benedetto

Vie nuove
n° 51
28 dicembre 1961
pag. 27
 

Caro Pasolini, ho saputo delle sue ultime traversie, ho letto le cronache riportate dalla stampa, compreso il servizio di F. Calderoni sul rotocalco «Tempo», compresi i reportages tutti intrisi di insinuazioni e sottintesi dei giornali scandalistici, e alla fine io, che sono un suo sincero ammiratore, devo muoverle un rimprovero: la sua posizione auto-difensiva è inopportuna e inadeguata. Secondo me lei non avrebbe dovuto arroccarsi in difesa, e per giunta con un tono così rassegnato e dimesso. In questo modo l’impressione che ne è derivata è che lei si senta disarmato, quasi preda di un complesso di inferiorità. Il caustico e mordace Pasolini, che con quattro concise e serrate argomentazioni ti demolisce D’Annunzio, che con una indagine spietata (e calda di umanità) mette a nudo brutture e assurdità storiche, smaschera ipocrisia e conformismo, ondeggia e tentenna ora di fronte a un qualunque Bernardino, fratello di Benedetto? Anche le sue dichiarazioni parigine, pervase di spirito evangelico, non mi sono piaciute. Nell’intervista concessa al Calderoni lei si mostra perfino dubitoso se si tratti di un episodio da inquadrare nella campagna orchestrata contro di lei! Ma sicuro che lo è! Lei sa bene che è una delle persone più odiate in Italia, da certi gruppi di opinione: lei è odiato in primis da quegli scrittori falliti, che non possono rassegnarsi al suo successo; lei è odiato dalla passionalità bruta e irrazionale dei fascisti, dal grigiore servile dei cosiddetti benpensanti. Cerchi tra costoro i suoi persecutori e li inchiodi al muro: i mezzi non le mancano. 

venerdì 10 novembre 2023

Pasolini - Fascisti: padri e figli - Vie nuove, n. 36 a. XVII, 6 settembre 1962

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Fascisti: padri e figli
di Pier Paolo Pasolini

Signor Pasolini, perché tante giovani menti vengono attratte dal pericolo dell’idea fascista? Vivendo in una società di giovani, noi ci poniamo questa domanda e non sappiamo rispondere. 

Michele Brucculeri, Daniele Squinzani - Torino



Le racconto un caso personale, un esempio.
Lei forse saprà o immaginerà come la mia vita sia funestata da una serie di doveri inutili. Un rispondere a vuoto a domande fatte a vuoto. Il vivere cioè in parte nel mondo della pseudo-cultura, o come dice più esplicitamente la mia amica Elsa
Morante, dell’irrealtà.

lunedì 31 maggio 2021

Pasolini sui fatti di Reggio Emilia - Vie Nuove n. 33 a. XV, 20 agosto 1960

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Dalla rubrica "Dialoghi con Pasolini"
Vie Nuove n. 33 a. XV, 20 agosto 1960

Ho acquistato il disco realizzato da Vie Nuove sui fatti di Reggio Emilia e le assicuro che quella cronaca sonora di un delitto tanto efferato mi ha profondamente colpito. Suppongo, del resto, che anche lei l'abbia ascoltata, per cui non sto a descriverle i sentimenti che ho provato durante l'audizione. Ciò che vorrei chiederle, invece, è cosa pensa dell'iniziativa. Credo si tratti di una iniziativa assolutamente nuova e penso sarebbe il caso di estenderla e potenziarla. In un paese dove i dischi che si vendono contengono quasi sempre

giovedì 24 dicembre 2020

Le belle bandiere, P.P.Pasolini - Vie Nuove (27.12.1962)

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Le belle bandiere
Vie Nuove (27.12.1962)


Così mi desto,
ancora una volta:
e mi vesto, mi metto al tavolo di lavoro.
La luce del sole è già più matura,
i venditori ambulanti più lontani,
più acre, nei mercati del mondo, il tepore della verdura,
.
lungo viali dall'inesprimibile profumo,
sulle sponde di mari, ai piedi di vulcani,
tutto il mondo al lavoro, nella sua epoca futura.
.
Ma quel qualcosa di "bianco"
che a lettere greche
mi presentò, irrevocabile, il sogno conoscitore,
mi rimane addosso - vestito,
al tavolo di lavoro.
Membrana, pasta, o calce
nelle ciglia, agli angoli degli occhi:
il biancore baroccamente friabile,
di spugnoso materiale comacino, del sole nel sonno.
.
Di quel biancore fu il sole vero,
furono i muri delle fabbriche,
fu la stessa polvere (nei pomeriggi secchi, quando
il giorno prima è un poco piovuto)
furono gli stracci di lana,
le giacchettacce bige e i calzoni sfilacciati
degli operai:
fu di quella sostanza
la calura oppressa dal ricordo di primavere
sepolte da secoli
in quegli stessi sobborghi o paesi,
.
- e pronte, Dio!
pronte a rinascere,
su quei muretti, su quelle strade.
Su quei muretti, su quelle strade,
imbevuti di strano profumo,
asiatico - primule, strame, passaggi
di vecchie pecore scure - fiorivano nel tepore
i meli, i ciliegi. - E il colore rosso
aveva una brunitura, come
se fosse immerso in un'aria di caldo temporale,
un rosso quasi marrone, ciliege come prugne,
pometti come susine: e occhieggiava, quel rosso
tra le brune, intense
trame del fogliame, calmo, come la primavera
non avesse fretta,
volesse godersi quel tepore in cui fiatava il mondo,
quelle grida di operai, che erano quasi silenzio,
solenni e attutite,
nel biancore
del caos di muretti, marciapiedi di terra fangosa,
sagome di fabbriche.
.
E, su tutto, lo sventolio,
l'umile, pigro sventolio
delle bandiere rosse.
Dio! belle bandiere
degli Anni Quaranta!
A sventolare una sull'altra, in una folla di tela
povera, rosseggiante, un rosso che traspariva
violento, con la miseria delle tovaglie,
dei copriletti di seta, dei bucati delle famiglie operaie,
- ma col fuoco delle ciliege, dei pomi, violetto
per l'umidità, sanguigno per un po' di sole che lo colpiva,
ardente rosso affastellato e tremante,
nella tenerezza eroica d'un'immortale stagione.
.
(la poesia uscì per la prima volta su Vie Nuove (27.12.1962)
sarà poi pubblicata nella raccolta Poesia in forma di rosa)





Curatore, Bruno Esposito

Grazie per aver visitato il mio blog

Pasolini, un monumento a D’Annunzio - Da “Vie Nuove” Anno XV, n. 46, 19 novembre 1960

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Un monumento a D’Annunzio
“Vie Nuove” Anno XV, n. 46, 19 novembre 1960 
(in Le belle bandiere, Einaudi, Torino, 1977.)

Il 30 ottobre, a Ronchi, la Legione del Vittoriale ha inaugurato un monumento a D’Annunzio nonostante una delibera municipale avesse respinto la richiesta di concessione di terreno. Infatti, il Prefetto di Gorizia, Dott. Giacinto Nitri, aveva annullato la decisione comunale per vizio di forma.
In relazione alla iniziativa, un gruppo di insegnanti e artisti isontini ha chiesto l’appoggio e la solidarietà di un autorevole gruppo di colleghi triestini per esprimere sul fatto una pubblica deplorazione, che costituisse anche dovuta precisazione storica, soprattutto per giovani e studenti. Siamo ora a chiedervi ospitalità, ben consapevoli della coerenza della vostra battaglia per un rinnovamento politico, intellettuale e di costume. Pensiamo che solo col vostro aiuto potremo far conoscere e divulgare più ampiamente la deplorazione circa la intempestiva ed imprudente celebrazione, che merita perciò di essere conosciuta in tutta Italia proprio per essere maggiormente deplorata. Se lo riterrete opportuno, potrete aggiungere l’avvertimento che adesioni sono ancora aperte a testimonianza di una protesta morale
Dott. Nereo Battello


La dichiarazione degli intellettuali:


«I sottoscritti, di fronte all’iniziativa, favorita da ben individuate forze politiche, di erigere nei pressi di Ronchi un monumento a Gabriele D’Annunzio con intendimenti di valutazione politica chiaramente emergenti dall’epigrafe che si intenderebbe apporvi, segnalano l’inopportunità storica e contingente dell’iniziativa stessa. Essi non intendono qui esprimere un giudizio sull’opera artistica del poeta e su quella del combattente della guerra di redenzione; ma affermano che il fatto che si intende esaltare nel monumento portò conseguenze funeste, sia sul piano della vita interna del popolo italiano, che su quello dei rapporti con altri popoli.

Infatti indipendentemente dai propositi di sincero patriottismo di taluno dei partecipanti, oggi risulta chiaro – anche secondo il giudizio della più recente storiografia – che l’impresa dannunziana rappresentò il primo passo sulla via della sovversione violenta del costume morale e civile di libertà trasmessoci dalle generazioni del Risorgimento, nonché la premessa ideologica e tattica del fascismo, e comunque un sitnomo evidente di quel disordine spirituale che interruppe il naturale sviluppo della democrazia italiana. D’altra parte la stessa impresa, esasperando odii locali e conflitti nazionalistici, ostacolò l’avvio ad un’equa soluzione dei problemi politici dell’Alto Adriatico.

Celebrare oggi questo episodio significa screditare l’ordinamento democratico del paese e compiere opera di diseducazione politica e civile, particolarmente nei riguardi dei più giovani, ai quali si addita come esemplare un gesto irrazionale di sovversione e violenza.


Prof. Elio APih (Trieste) docente universitario, storico
prof. Giuseppe Citanna (Trieste) ordinario di letteratura italiana all’Università di Trieste
prof. Biagio Marin (Trieste) poeta
Marcello D’Olivo (Udine) architetto
prof. Livio Pesante (Trieste) insegnante
dott. Bruno Pincherle (Trieste); 
Tino Ranieri (Trieste) critico cinematografico
prof. Carlo Schiffer (Trieste) storico
Gino Valla (Udine) architetto
Giuseppe Zigaina (Udine) pittore
Anzil Toffolo (Udine) pittore
prof. Silvio Bertocci (Udine) pubblicista
prof. Domenico Cerroni Cadoresi (Udine) poeta
dott. Giovanni Cimetta (Udine) presidente del Centro di Ricerche Culturali P. Calamandrei
prof. Rino Domenicali (Udine) insegnante
prof. A. Gobessi (Udine) insegnante
prof. Rocco Lamonarca (Udine) insegnante
prof. Ernesto Mitri (Udine) pittore
avv. Loris Fortuna (Udine) direttore di Politica e Cultura; 
prof. Nicolò Persici (Udine) insegnante
prof. Maria Gigliola Pezzé (Udine) insegnante
Giulio Piccini (Udine) scultore; Max Piccini (Udine) pittore;
Sergio Altieri (Gorizia) pittore; 
prof. Radames Baldassarri (Gorizia) preside di scuola media
dott. Nereo Battello (Gorizia) presidente del Circolo Rinascita
Romolo Bertini (Trieste) pittore
Alfio Cantelli (Gorizia) critico cinematografico
prof. Maria Cavazzuti (Gorizia) insegnante
Sabino Coloni (Trieste) pittore
ing. Ferdinando Gandusio (Trieste); 
Cesare Mocchiuti (Gorizia) pittore
prof. Emilio Mulitsch (Gorizia) insegnante.



Sono vissuto a lungo in Friuli, mia mamma è friulana, mi sono interessato di storia e di letteratura friulana per tutta la mia prima giovinezza, molti dei firmatari di questo manifesto sono miei amici: alcuni, come Giuseppe Zigaina e Biagio Marin amicissimi. Ho abbastanza competenza, dunque, per sapere come stanno e come si svolgono le cose in quei posti: il «tono» delle cose. Il nazionalismo, lassù – con il potenziale fascismo – nasce purtroppo, oltre che dal solito qualunquismo, dalla solita sotto-esistenza culturale, anche da una forma di moralismo, tipico del Nord: tipico di quel cattolicesimo già venato di protestantesimo. E perciò tanto più pericoloso, perché strettamente amalgamato con delle profonde convinzioni morali sbagliate. Insomma mentre si può dire quasi con l’assoluta certezza che un fascista centro-meridionale è un disonesto, un profittatore, o, nel migliore dei casi, uno che si arrangia servendo, questo giudizio non vale sempre per un fascista settentrionale, e, nella specie, friulano. Spesso, nella condotta, nel lavoro, nella vita privata, i nazionalisti o fascisti di lassù sono delle persone oneste e inappuntabili. Andate a far capire a loro che un monumento a D’Annunzio Legionario è una cosa mostruosa!

Non lo ammetteranno mai, perché, per questo, dovrebbero rinunciare all’intera loro concezione dell’esistenza.

Bisogna anzitutto spiegare loro che D’Annunzio è stato un pessimo poeta, oltre che un pessimo cittadino. Io, per esempio, non sono del tutto d’accordo con gli intellettuali friulani e triestini che hanno scisso il D’Annunzio poeta e combattente dal D’Annunzio legionario e prefascista. Il D’Annunzio è uno. La sua importanza letteraria è soltanto negativa, e così la sua importanza nel costume e nella storia. Egli rappresenta e esprime l’Italia nel suo momento involutivo: nel momento cioè in cui il Risorgimento ha mostrato i suoi limiti, la sua vera essenza di rivolta aristocratica, il suo liberalismo apocrifo (cfr. Gramsci), e la nuova classe borghese è cominciata a diventare quello che è: una mostruosa riserva di egoismo, di conformismo, di paura, di mistificazione, di ristrettezza mentale, di provincialismo.

Si badi che io non sono contrario a D’Annunzio per le stesse ragioni per cui gli sono stati contrari gli intellettuali italiani del primo Novecento, o del Novecento tout court: i quali lo avversavano nelle sovrastrutture letterarie per così dire. In realtà erano dei dannunziani essi stessi: dei D’Annunzio in pantofole anziché in coturni, che è già qualcosa, non dico di no: ma è quasi niente. Erano insomma antidannunziani come erano antifascisti: per ragioni di buon gusto, perché sia Mussolini che D’Annunzio erano dei «cafoni». Ma è noto come un simile antifascismo non servisse quasi a nulla: e molti antifascisti di questo tipo sono stati accademici d’Italia.

D’Annunzio è il tipico rappresentante dell’eterno classicismo servile e evasivo italiano, che assumeva in lui forme di decadentismo provinciale; e, a causa del suo immanente e superficiale irrazionalismo – tipico anch’esso – sfociava spesso nell’azione: la quale azione non poteva essere che retorica e sostanzialmente conformista, malgrado gli aspetti di clamoroso anti-conformismo. L’impresa di Fiume è stata una pagliacciata narcisistica. I poveri, onesti nazionalisti friulani ne sono delle ingenue vittime.

Poiché cosa fatta capo ha, diciamolo con tutta l’amarezza del caso, e il monumento a D’Annunzio Legionario è là, incrollabile (orrendo, naturalmente), io suggerirei di erigergli non lontano, un piccolo, modesto monumento a I. G. Ascoli. Sono vissuto per anni in Friuli, e anche nell’ambiente professionale e filologico: ma mai che mi sia capitato di sentire dell’entusiasmo sincero per questo ebreo di Gorizia che è certamente la figura d’intellettuale più importante, e la sola europea, che abbia espresso il Friuli nel nostro secolo. È un uomo che ha svolto un lavoro sì monumentale, e modesto, e magari discutibile in molti punti: e non certo rivoluzionario. Ma il silenzio in cui è stato tenuto durante il fascismo – naturalmente perché ebreo – e il complice silenzio che si continua a tenere su di lui, adesso, gli merita certamente un riconoscimento che lo contrapponga, lui, vittima del fascismo, al legionario fascista.
Pier Paolo Pasolini



Curatore, Bruno Esposito

Grazie per aver visitato il mio blog

LA RABBIA - Di Pier Paolo Pasolini, tratto da "Le belle bandiere"

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


 


LA RABBIA
Di Pier Paolo Pasolini,
tratto da "Le belle bandiere"





Il testo che segue, scritto da Pier Paolo Pasolini, e' apparso sul n. 38 del 20 settembre 1962 sulla rivista Vie nuove, con cui Pasolini collaborava, ed e' stato raccolto, insieme agli altri interventi sulla rivista, nel volume Le belle bandiere, a cura di Gian Carlo Ferretti, edito da Editori Riuniti.


E' un film (La rabbia, ndr) tratto da materiale di repertorio (novantamila metri di pellicola: il materiale cioe' di circa sei anni di vita di un settimanale cinematografico, ora estinto). Un'opera giornalistica, dunque, piu' che creativa. Un saggio piu' che un racconto.
Per dargliene un'idea piu' precisa, le accludo il "trattamento" del lavoro: le solite cinque paginette che il produttore chiede per il noleggio. Tenga quindi conto della destinazione di questo scritto: una destinazione che implica da una parte una certa ipocrita prudenza ideologica (il film sara' molto piu' decisamente marxista, nell'impostazione, di quanto non sembri da questo riassunto), e dall'altra parte una certa goffaggine estetica (il film sara' molto piu' raffinato, nel montaggio e nella scelta delle immagini, di quanto non si deduca da questa affrettate righe).

La rabbia

Cos'e' successo nel mondo, dopo la guerra e il dopoguerra? La normalita'.
Gia', la normalita'. Nello stato di normalita' non ci si guarda intorno: tutto, intorno si presenta come "normale", privo della eccitazione e dell'emozione degli anni di emergenza. L'uomo tende ad addormentarsi nella propria normalita', si dimentica di riflettersi, perde l'abitudine di giudicarsi, non sa piu' chiedersi chi e'.
E' allora che va creato, artificialmente, lo stato di emergenza: a crearlo ci pensano i poeti. I poeti, questi eterni indignati, questi campioni della rabbia intellettuale, della furia filosofica.
Ci sono stati degli avvenimenti che hanno segnato la fine del dopoguerra: mettiamo, per l'Italia, la morte di De Gasperi.
La rabbia comincia li', con quei grossi, grigi funerali.
Lo statista antifascista e ricostruttore e' "scomparso": l'Italia si adegua nel lutto della scomparsa, e si prepara, appunto, a ritrovare la normalita' dei tempi di pace, di vera, immemore pace.
Qualcuno, il poeta, invece, si rifiuta a questo adattamento.
Egli osserva con distacco - il distacco dello scontento, della rabbia - gli estremi atti del dopoguerra: il ritorno degli ultimi prigionieri, ricordate, in squallidi treni, il ritorno delle ceneri dei morti....E... il ministro Pella, che, tronfiamente, suggella la volonta' dell'Italia a partecipare all'Europa Unita.
E' cosi' che ricomincia nella pace, il meccanismo dei rapporti internazionali. I gabinetti si susseguono ai gabinetti, gli aeroporti sono un continuo andare e venire di ministri, di ambasciatori, di plenipotenziari, che scendono dalla scaletta dell'aereo, sorridono, dicono parole vuote, stupide, vane, bugiarde.
Il nostro mondo, in pace, rigurgita di un bieco odio, l'anticomunismo. E sul fondo plumbeo e deprimente della guerra fredda e della Germania divisa; si profilano le nuove figure dei protagonisti della storia nuova.

Krusciov, Kennedy, Nehru, Tito, Nasser, De Gaulle, Castro, Ben Bella.

Finche' si arriva a Ginevra, all'incontro dei quattro grandi: e la pace, ancora turbata, va verso un definitivo assestamento. E la rabbia del poeta, verso questa normalizzazione che e' consacrazione della potenza e conformismo, non puo' che crescere ancora.
Cos'e' che rende scontento il poeta?
Un'infinita' di problemi che esistono e nessuno e' capace di risolvere: e senza la cui risoluzione la pace, la pace vera, la pace del poeta, e' irrealizzabile.
Per esempio: il colonialismo. Questa anacronistica violenza di una nazione su un'altra nazione, col suo strascico di martiri, di morti.
O: la fame, per milioni e milioni di sottoproletari.
O: il razzismo. Il razzismo come cancro morale dell'uomo moderno, e che, appunto come il cancro, ha infinite forme. E' l'odio che nasce dal conformismo, dal culto della istruzione, dalla prepotenza della maggioranza. E' l'odio per tutto cio' che e' diverso, per tutto cio' che non rientra nella norma, e che quindi turba l'ordine borghese. Guai a chi e' diverso! questo il grido, la formula, lo slogan del mondo moderno. Quindi odio contro i negri, i gialli, gli uomini di colore: odio contro gli ebrei, odio contro i figli ribelli, odio contro i poeti.
Linciaggi a Little Rock, linciaggi a Londra, linciaggi in Nord Africa; insulti fascisti agli ebrei.
E' cosi' che riscoppia la crisi, l'eterna crisi latente.
I fatti d'Ungheria, Suez.
E l'Algeria che comincia piano piano a riempirsi di morti.
Il mondo sembra, per qualche settimana, quello di qualche anno avanti. Cannoni che sparano, macerie, cadaveri per le strade, file di profughi stracciati, i paesaggi incrostati di neve.
Morti sventrati sotto il solleone del deserto.
La crisi si risolve, ancora una volta, nel mondo: i nuovi morti sono pianti e onorati, e ricomincia, sempre piu' integrale e profonda, l'illusione della pace e della normalita'.
Ma, insieme alla vecchia Europa che si riassesta nei suoi solenni cardini, nasce l'Europa moderna:
il neocapitalismo;
il MEC, gli Stati Uniti d'Europa, gli industriali illuminati e "fraterni", i problemi delle relazioni umane, del tempo libero, dell'alienazione.
La cultura occupa terreni nuovi: una nuova ventata di energia creatrice nelle lettere, nel cinema, nella pittura. Un enorme servizio ai grandi detentori del capitale.
Il poeta servile si annulla, vanificando i problemi e riducendo tutto a forma.
Il mondo potente del capitale ha, come spavalda bandiera, un quadro astratto.
Cosi', mentre da una parte la cultura ad alto livello si fa piu' raffinata e per pochi, questi "pochi" divengono, fittiziamente, tanti: diventano "massa". E' il trionfo del "digest" e del "rotocalco" e, soprattutto della televisione. Il mondo travisato da questi mezzi di diffusione, di cultura, di propaganda, si fa sempre piu' irreale: la produzione in serie, anche delle idee, lo rende mostruoso.
Il mondo del rotocalco, del lancio su base mondiale anche dei prodotti umani, e' un mondo che uccide.
Povera, dolce Marylin, sorellina ubbidiente, carica della tua bellezza come di una fatalita' che rallegra e uccide.
Forse tu hai preso la strada giusta, ce l'hai insegnata. Il tuo bianco, il tuo oro, il tuo sorriso impudico per gentilezza, passivo per timidezza, per rispetto ai grandi che ti volevano cosi', te, rimasta bambina, sono qualcosa che ci invita a placare la rabbia del pianto, a voltare le spalle a questa realta' dannata, alla fatalita' del male.
Perche': finche' l'uomo sfruttera' l'uomo, finche' l'umanita' sara' divisa in padroni e in servi, non ci sara' ne' normalita' ne' pace. La ragione di tutto il male del nostro tempo e' qui.
E ancora oggi, negli anni sessanta le cose non sono mutate: la situazione degli uomini e della loro societa' e' la stessa che ha prodotto le grandi tragedie di ieri.
Vedete questi? Uomini severi, in doppiopetto, eleganti, che salgono e scendono dagli aeroplani, che corrono in potenti automobili, che siedono a scrivanie grandissime come troni, che si riuniscono in emicicli solenni, in sedi splendide e severe: questi uomini dai volti di cani o di santi, di jene o di aquile, questi sono i padroni.
E vedete questi? Uomini umili, vestiti di stracci o di abiti fatti in serie, miseri, che vanno e vengono per strade rigurgitanti e squallide, che passano ore e ore a un lavoro senza speranza, che si riuniscono umilmente in stadi o in osterie, in casupole miserabili on in tragici grattacieli: questi uomini dai volti uguali a quelli dei morti, senza connotati e senza luce se non quella della vita, questi sono i servi.
E' da questa divisione che nasce la tragedia e la morte.
La bomba atomica col suo funebre cappuccio che si allarga in cieli apocalittici e' il futuro di questa divisione.
Sembra non esservi soluzione da questa impasse, in cui si agita il mondo della pace e del benessere. Forse solo una svolta imprevista, inimmaginabile... una soluzione che nessun profeta puo' intuire... una di quella sorprese che ha la vita quando vuole contiuare... forse...
Forse il sorriso degli astronauti: quello forse, e' il sorriso della vera speranza, della vera pace. Interrotte, o chiuse, o sanguinanti le vie della terra, ecco che si apre, timidamente, la via del cosmo.

Pier Paolo Pasolini
 
Fonte:


Curatore, Bruno Esposito

Grazie per aver visitato il mio blog

"Dialoghi con Pasolini - I fatti di Reggio Emilia, Vie Nuove n. 33 a. XV, 20 agosto 1960

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Dalla rubrica "Dialoghi con Pasolini"
Vie Nuove n. 33 a. XV, 20 agosto 1960

Ho acquistato il disco realizzato da Vie Nuove sui fatti di Reggio Emilia e le assicuro che quella cronaca sonora di un delitto tanto efferato mi ha profonfamente colpito. Suppongo, del resto, che anche lei l'abbia ascoltata, per cui non sto a descriverle i sentimenti che ho provato durante l'audizione. Ciò che vorrei chiederle, invece, è cosa pensa dell'iniziativa. Credo si tratti di una iniziativa assolutamente nuova e penso sarebbe il caso di estenderla e potenziarla. In un paese dove i dischi che si vendono contengono quasi sempre insulse canzonette, il "documento" - anche se è soltanto cronaca nuda e spoglia - non crede che possa portare una ventata nuova?


Giacinto Malaguzzi - Cremona


Non so se per il disco di Reggio Emilia si possa parlare di iniziativa: o per lo meno di normatività di tale iniziativa. Esso è stato un puro caso. Me lo scrive la direttrice di Vie Nuove (Maria Antonietta Macciocchi ndr): "Io ebbi a Reggio Emilia questo nastro da un commesso di un negozio di tessuti, che si era portato lì il registratore, per registrare il comizio: e, invece, finì con il registrare l'agghiacciante sparatoria, non una guerra, ma una fredda carneficina". Ora. io mi auguro che simili carneficine non si ripetano più, mai più, nella nostra vita, che è stata tutta un'esperienza di carneficine: e spero che nessun registratore serva mai più a stampare dischi come questo. Che è il più terribile - e anche profondamente bello - che abbia mai sentito.
Sembra uno scherno: tutti gli esperimenti, estetizzanti, di fare poesia con la tecnica, con la casualità della materia pura - dalla musica elettronica alla pittura astratta - appaiono ora come resi ridicoli e penosi proprio da questo esperimento che, di estetizzante, non ha proprio nulla: nato com'è dal caso, semplice riproduzione di una "materia pura", suoni, urli, spari, rumore, la sua bellezza anche estetica ha momenti sublimi. Perché mai, nemmeno per un istante, la suggestione estetica si distacca dal suo contenuto. Perciò, penso che questo disco resterà unico nel suo genere: qualsiasi altro tipo di riproduzione pura e semplice, preordinata, mi sembra destinata a fallire. Occorre sempre l'elaborazione intellettuale o stilistica del fatto riprodotto, perché questo abbia valore. I critici stilistici dicono che ogni opera ha la sua "interazione figurale": ossia ogni opera, nell'atto di essere scritta o letta, brano per brano, parola per parola, si integra in una sua totalità immanente ad essa, in una sua ideale conclusione che le dà continuamente senso e unità. Così per questo disco - è atroce dirlo - la interazione figurale, che gli dà quasi una dignità estetica, è la morte dei giovani lavoratori di Reggio, è la calcolata brutalità della polizia: fatti che tutti noi sappiamo, e che quindi integrano in noi, con la loro disperata violenza e con la raggiunta coscienza, le tremende pregrammaticalità del disco.
Quello che colpisce soprattutto, ascoltando questo disco - oltre all'emozione, oltre la pietà - sono due fatti.Il primo è la freddezza organizzata e quasi meccanica con cui la polizia ha sparato: i colpi si succedono ai colpi, le raffiche alle raffiche, senza che niente le possa arrestare, come un gioco, quasi con la voluttà distratta di un divertimento. Questo è già stato notato da tutti: e ora capisco come uno dei morenti abbia potuto pronunciare quella frase: "Mi hanno ucciso come sparassero a caccia". Proprio in questi giorni è di scena Eichmann: egli uccideva così, con questo distacco freddo e preveduto, con questa dissociazione folle. È da prevedere che le giustificazioni dei poliziotti che hanno sparato e ucciso saranno simili a quelle già ben note, pur con le debite differenze di atrocità: anch'essi parleranno di ordini, di dovere, ecc. E sono di questi giorni anche certi documenti pubblicati da Paese Sera a proposito delle omissioni del Vaticano durante il periodo delle stragi naziste contro gli ebrei, C'è in tutti questi fatti, un connettivo che li unisce, una atroce somiglianza.
È vero che, nello stesso tempo, la lotta popolare di Reggio, di Genova, di Roma autorizza anche a rinnovare e sentire con maggiore forza quella speranza che sembrava perduta dai giorni della Resistenza: ma ciò non toglie che bisogna essere lucidi e spietati nel valutare il pericolo. Il capitalismo ha raggiunto in questi giorni lo stesso grado di potenza e di ferocia che aveva raggiunto prima della guerra: ed era più pericoloso, perchè i moralisti-cattolici sono meno idioti dei fascisti.
E siamo al secondo fatto che colpisce nel disco di Reggio: cioè la sensazione netta che a lottare non siano più de dimostranti italiani e una polizia italiana, in un doloroso ma normale, direi, momento del processo di evoluzione della classe operaia: come accadeva per esempio ancora negli eccidi del primo dopoguerra, a Melissa o a Modena. Si ha l'impressione che si trovino ora di fronte due schiere quasi estranee: la popolazione di una città che protesta contro delle truppe occupanti. I poliziotti che sparano non sembrano nemmeno degli italiani, se questa categoria ha ragione di essere almeno come dato sentimentale. Tra i lavoratori e la polizia c'è un salto di qualità, di nazionalità.
Al tempo di Melissa e di Modena, la polizia non era stata ancora riorganizzata: era stata messa insieme un po' confusamente, era una sezione della "ricostruzione": essa difendeva genericamente un ordine costituito secomdo un canone di lotta tradizionale, che la Resistenza aveva alquanto fiaccato. Ora invece la polizia è perfettamente organizzata, per opera di Scelba e di Tambroni: è un corpo ponderoso, deciso, politicamente orientato e coscente. Inoltre, come documenta un giornalista, non certo marxista sull'Europeo, Renzo Trionfera, esso è direttamente legata al Vaticano.
La polizia italiana, insomma, si configura quasi come l'esercito di una potenza straniera, installata nel cuore dell'Italia. Come combattere contro questa potenza e questo suo esercito?
Io, per me, sono alieno dalla violenza: e spero, lo ripeto, che mai più si debba scendere in piazza, a morire. Noi abbiamo un potente mezzo di lotta: la forza della ragione, con la coerenza e la resistenza fisica e morale che essa dà. È con essa che dobbiamo lottare, senza perdere un colpo, senza desistere mai. I nostri avversari sono, criticamente e razionalmente, tanto deboli quanto sono poliziescamente forti: non potranno mentire in eterno. Dovranno pur rispondere, prima o poi alla ragione con la ragione, alle idee con le idee, al sentimento col sentimento. E allora taceranno: il loro castello di ricatti, di violenze e di menzogne crollerà: com'è crollata la legge-truffa, com'è crollato il governo Tambroni. Gli italiani, per una parte, sono ingenui e politicamente immaturi: ma sono naturalmente intelligenti e si stanno lentamente rendendo conto da che parte sta la ragione. Le nuove leve di giovani lo dimostrano.

Pier Paolo Pasolini
In: "Le belle bandiere" Editori Riuniti, 1977, a cura di Gian Carlo Ferretti




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