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Biografia, lavori in corso - a breve anche il 1974 e il 1975

sabato 3 novembre 2012

Io So, che cos'è questo golpe - di Pier Paolo Pasolini

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro





IO SO

dal "Corriere della sera" del 14 novembre 1974 col titolo "Che cos'è questo golpe?" ora in "Scritti Corsari", Garzanti 1975 col titolo "Il romanzo delle stragi"


Io so.

Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe" (e che in realtà è una serie di "golpes" istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.

Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.

Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di "golpe", sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti.

Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il '68, e in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una

verginità antifascista, a tamponare il disastro del "referendum".

Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggi grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.

Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.

Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.

Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.

Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.


Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio "progetto di romanzo", sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il '68 non è poi così difficile.

Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre 1974.

Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.

Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.

A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.

Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.

Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi.

Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.

Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.

Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.

All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.

Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al "tradimento dei chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.

Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.

È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all'opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.

Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico.

In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario - in un compatto "insieme" di dirigenti, base e votanti - e il resto dell'Italia, si è aperto un baratro: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un "Paese separato", un'isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità.

È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel "compromesso", realistico, che forse salverebbe l'Italia dal completo sfacelo: "compromesso" che sarebbe però in realtà una "alleanza" tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell'altro.

Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.

La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.

Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.

Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch'essi come uomini di potere.

Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato - puramente morale e ideologico - ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.

Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno - come probabilmente hanno prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono - a differenza di quanto farebbe un intellettuale - verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch'essi mettono al corrente di prove e indizi l'intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com'è del resto normale, data l'oggettiva situazione di fatto.

L'intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.

Lo so bene che non è il caso - in questo particolare momento della storia italiana - di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l'intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che - quando può e come può - l'impotente intellettuale è tenuto a servire.

Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l'intera classe politica italiana.

E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.

Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.

Probabilmente - se il potere americano lo consentirà - magari decidendo "diplomaticamente" di concedere a un'altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon - questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato. 






Curatore, Bruno Esposito

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Moravia e Pasolini in India

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



 
Moravia e Pasolini in India


Nel Gennaio del 1961, Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini visitano l’India. Moravia c’è già stato: il primo impatto indiretto avviene nel ’31, quando è invitato a partecipare ad una cena a Londra con ambasciatori e politici della Panindiana (la delegazione lo incuriosisce, nonostante il suo sguardo si mantenga sempre esterno); nel ’37 passa per l’India, ma è diretto in Cina. Nel 1961 ha l’opportunità di starci più tempo e di esplorarla con più profondità; ci tornerà poi nel 1964, durante un viaggio intorno al mondo con Dacia Maraini. Per Pasolini, invece, è la prima volta, e non può esistere allo shock provocato dalla tanta miseria. Moravia scrive per il “Corriere della Sera”, mentre Pasolini per “il Giorno”; entrambi successivamente pubblicheranno i loro pezzi in volume: Moravia in “Un’idea dell’India”; Pasolini in “L’odore dell’India”.
La simmetria dei due titoli viene notata subito dalla critica, che sottolinea i due differenti ma complementari punti di vista assunti dai due scrittori: Moravia è razionale, argomentativo, mentale, intellettuale: tra le tante idee che si possono avere o su cui si può discutere, si è obbligati a sceglierne una, perché l’India è un universo a sé che è impossibile esaurire in poco tempo e poche pagine. Pasolini, invece, fa riferimento nel suo titolo ad un’esperienza più sensoriale, personale, sentimentale: e l’articolo determinativo vuole indicare quell’odore specifico dell’India, quell’odore di incenso, miseria e sporcizia che solo in India si può trovare.


Vengono mandati dalle due testate giornalistiche in occasione di due date importanti: il centenario dalla nascita del poeta Tagore (che aveva ricevuto il premio Nobel nel 1913) a cui viene dedicato un convegno a Bombay, e il decimo anniversario dell’Indipendenza indiana.
Non bisogna farsi ingannare dai titoli: è lo stesso Moravia che, nell’intervista di Renzo Paris inserita nel volume edito da Bompiani, afferma che ciò che l’ha più colpito dell’India è il suo odore; d’altro canto, il volume di Pasolini non è ricco in odori quanto lo è in immagini. O ancora: Moravia descrive i due incontri con Nerhu, addirittura riportandone un dialogo (è il racconto, quindi, di un’esperienza sensoriale); Pasolini, invece, fa di Nerhu un personaggio argomentativo, su cui ragiona ma di cui non narra.
E’ vero però che la scrittura di Pasolini risulta essere più autobiografica e personale di quella dell’amico – e che egli non resiste ad essere coinvolto emotivamente nella miseria indiana, quando decide di fare qualcosa per il ragazzino Revi, sicuramente il personaggio più importante del suo viaggio. Insieme ad Elsa Morante (al tempo compagna di Moravia, la quale si è unita ai due uomini nel viaggio) ha successo nel far accettare il ragazzo presso un orfanotrofio gestito da un sacerdote olandese. Revi simboleggia l’India: da lontano è esotico, attraente, candido – ma quando si avvicina si rivela sporco ed emana un cattivo odore. Questo afferma anche la necessità di avvicinarsi, di guardare, per conoscere davvero. Dall’altra parte, la storia di Revi (questo è il titolo dell’unico capitolo narrativo per eccellenza del libro di Pasolini) simbolizza anche l’impossibilità di cambiare o di dare aiuto al popolo indiano: puoi salvare una goccia, ma non tutto l’oceano di mendicanti che ad ogni ora del giorno e della notte affollano le strade delle città in cerca di qualche monetina.


Entrambi gli scrittori mettono l’accento sull’atteggiamento che è necessario assumere viaggiando nel continente indiano: la consapevolezza che è impossibile conoscerla tutta, penetrarla tutta, comprenderla tutta; ed è necessario spogliarsi delle proprie sicurezze, persino del proprio linguaggio, delle proprie concezioni mentali, per riuscire a vedere con autenticità (questo è visibile in Pasolini, il quale utilizza spesso locuzioni dubitative quali “mi pare”, “mi sembra”).

di Elena Refraschini

*  *  *

Compagni di viaggio: l'India di Moravia e Pasolini

“I miei compagni di viaggio: Disponibili, allegri, curiosi come scimmie, con tutti
gli strumenti dell’intelligenza pronti all’uso, voraci, goderecci, spietati”
(Pier Paolo Pasolini)

Luglio, mese di viaggi e di fughe, per chi può. Mese di fantasticherie per chi resta a casa sognando orizzonti lontani. Ma che importa? Anche per chi resta, in un modo o nell’altro, si apre la dimensione del viaggio, e d’estate la città si dà in un modo nuovo, pur restando sempre la stessa. E’ a Luglio che entrando nel solito bar di paese trovi il tuo tavolo occupato da una coppia di svedesi in amore e allora anche a te, malinconico essere sedentario, sembra di essere approdato in un posto nuovo, e capita anche che rimastichi quelle quattro parole di inglese che ancora non hai dimenticato. Componenti per un viaggio: uno spazio da percorrere, un tempo per perdersi, un compagno di viaggio. Non serve altro. Non serve certo andare in India. Eppure, a volte, qualcuno ci va.


E’ il 1961. Un aereoporto trafficato e all’orizzonte il miraggio di Bombay. In mezzo, una strada incandescente che si snoda tra l’umanità brulicante delle periferie. Su questa strada incomincia il suo viaggio una vecchia Uno Bianca. Seduti sui sedili di pelle rossa ci sono due amici. Uno ha gli occhiali neri, l’altro non si è fatto la barba. Dietro di loro c’è una donna che dorme. Davanti a loro c’è una strada su cui si affastellano cartelli dalle diciture enigmatiche: Aurangabad, Ellora, Delhi, Agra, Gwalior, Orchha, Khajuraho, Varanasi. Sulla giacca di pelle di quello con gli occhiali neri c’è una bruciatura di sigaretta e quello coi capelli bianchi si strofina la mano sui pantaloni. Sono pensierosi, viaggiano senza guardarsi in faccia, rigidi e silenziosi. Uno è Pier Paolo Pasolini, l’altro è Alberto Moravia. Dietro di loro, la donna che dorme è Elsa Morante. Tre scrittori in viaggio, ognuno con il suo sguardo sul mondo.


Alberto Moravia ha 54 anni, i capelli bianchi, la stazza del pugile e la testa fine di chi ha fatto dell’esistenzialismo un arte. Ha pubblicato Gli Indifferenti, La Ciociara e soprattutto La Noia. Cammina per le strade tenendo le mani giunte dietro la schiena, guarda, analizza, vede. La sera, prima di andare a dormire, programma metodicamente il programma per il giorno successivo. Conosce l’Induismo e il Buddismo, parla l’inglese, il tedesco e il francese. Studia, osserva, parla con la gente, con Maria Teresa di Calcutta, con il Pandit Nehru e piano, piano, lentamente si forma nella sua testa Un’idea dell’India che sarà poi il libro in cui raccoglierà le note scritte in quelle settimane di viaggio. Moravia non si lascia mai coinvolgere, guarda l’India da fuori e ne riporta, pagina dopo pagina, l’invincibile alterità, l’impossibilità di ridurre il caos a ragione: “L’India è il Paese delle cose incredibili che si guardano tre volte stropicciandosi gli occhi e credendo di avere avuto le traveggole”. Moravia non capisce, ma si sforza. E così macina nelle sue note una quantità enorme di dati, statistiche, riflessioni sui Vedanta, e conversazioni con le più disparate personalità indiane.


Affianco a Moravia così preso nell’alto delle sue riflessioni Pasolini sembra un nano. Aderente al suolo. Ha 39 anni e il fisico troppo atletico per un’intellettuale. Non ha letto molto dell’Asia e si aggira tra i banchi di verdura di Benares tastando i pomodori, come fosse al Testaccio. Più che accumulare elementi per un libro, scodinzola, annusa gli angoli delle strade, si fa distrarre da un gruppo di ragazzini che gioca a pallone. E’ irrequieto come un cane, sopraffatto dalla mareggiata di odori di quelle strade, che però potrebbero essere qualsiasi strada, perché gli odori, dopotutto, sono gli stessi in tutto il mondo. “Sono le prime ore della mia presenza in India” scrive, “e non so dominare la bestia assettata chiusa dentro di me, come in una gabbia”. E anche se dietro gli odori di quelle strade gli sembra sempre di risentire, quasi uguale, simile ma ora sfuggente, l’odore di casa, egli non si dà tregua. “Torniamo a Chattarpur che annotta. Io spero in una di quelle mie belle serate, in cui, mentre Moravia se ne va a dormire, io vado in giro, perdutamente solo, come un segugio dietro le peste dell’odore dell’India”. L’odore dell’India, è il risultato di quelle scorribande, fatto di anedotti, di puzze e di storpi, di particolari sui vestiti di Moravia e sul modo di mangiare dei bambini indiani. Non ci troverete praticamente nulla sulla situazione politica Indiana, sulla storia dei Vedanta e sulla loro distanza dalla tradizione filosofica occidentale. Per quello rivolgetevi a Moravia.


Con Moravia si ha sempre la sensazione di guardare il mondo con il telescopio, e il dettaglio, l’aneddoto è sempre il tassello o il microcosmo di un panorama; con Pasolini guardiamo al microscopio, e si avverte, dietro all’osservatore che descrive, l’uomo che sente e che riconduce tutto un universo a un particolare minuto e soggettivo. Moravia vede il tutto: l’India come un’unità con un’essenza da scoprire e fissare sulla carta; per Pasolini c’è soltanto il piano d’immanenza della strada, quell’odore, quel viso, quella parola. Una serie di frammenti, di immagini, impermanenti e indimenticabili come l’odore. Ed è per questo che, per uno come me che in India non c’è mai stato, Un’idea dell’India e L’odore dell’India parlano più di come si vive il tempo e lo spazio, quel viaggio quotidiano che ci è dato di fare: l’occhio e l’olfatto, la mente e le viscere, la ragione e il fiuto istintivo, la parola e il corpo. E Elsa in tutto questo? Sparisce tra le pieghe dei due libri, appare a tratti – ma molto di più nelle pagine dell’amico Pasolini, che in quelle del marito Alberto – la aspetti e non arriva mai. Eppure un amico mi assicurava che anche lei di quel viaggio ha scritto. Non ho mai trovato il libro. Se esiste. Chissà quale India, chissà quale occhio.

Amedeo Policante

*  *  *

Pasolini in India (1961). La religione



Pier Paolo Pasolini tra gli ultimi giorni del 1960 e i primi giorni del 1961 era in India con Alberto Moravia ed Elsa Morante. Raccolse le sue impressioni e ne ricavò alcuni articoli che pubblicò su “Il giorno” tra il marzo e l’aprile del 1961. Essi furono ristampati l’anno successivo da Longanesi in un volume dal titolo L’odore dell’India. Più d’uno sostiene che venisse dal quel viaggio e dal segno profondo che impresse nella memoria e nella fantasia di Pasolini quell’amore per i paesi riarsi e per le loro culture arcaiche che avrebbe impregnato diversi e importanti capitoli della sua ricerca di scrittore e cineasta. Il libro, insomma, più che un aiuto alla conoscenza dell’India, risulta un documento essenziale della vicenda umana e intellettuale del poeta friulano. Non so quasi nulla dell’India e non sono in grado di confermare o confutare codesto giudizio. Mi pare tuttavia che nel libretto, poi più volte ristampato (da Guanda oltre che da Longanesi), Ppp più che farci da guida non tanto su luoghi, genti e costumi del favoloso Oriente possa insegnarci a guardare, ad ascoltare, o odorare, a sentire insomma con tutti i sensi il mondo e, dentro il mondo, l’uomo. Posto qui sotto alcuni brani tratti dal secondo capitolo, che tratta di religioni e religiosità, come invito a leggere l’intero libro. (S.L.L.).

Una specie di vuoto

A Nuova Delhi sono andato con Moravia a un ricevimento all’ambasciata di Cuba, in occasione del secondo anniversario della rivoluzione di quell’isola: davanti a una villetta dell’immensa città-giardino, che, proprio come dev’essere Washington è Delhi, era stato alzato un grande padiglione rosso e blu, col pavimento di tappeti rossi. Lì si accalcavano tutti i corpi diplomatici della capitale, dall’ambasciatore di Jugoslavia a quello del Belgio, dall’addetto culturale cubano a quello russo: tutti col loro bicchiere di whisky in mano, schierati come in una stampa, in un affabile cicaleccio, nell’aria di primavera un po’ gelida.
In mezzo alle sagome eleganti dei diplomatici e delle loro signore, mi è sembrato una specie di miraggio assurdo (erano solo una decina di giorni che ero via dall’Italia, ma mi parevano dieci anni)due prelati cattolici, sottili come spade, coi fianchi stretti da una cintura rossa, e la scoppoletta rossa sulla nuca. Dovevano essere spagnoli: l’aria era quella degli spadaccini.
Per me erano emblemi, cocenti emblemi di tutto un mondo.
Ma per quanti milioni di persone, nel mondo indiano, non erano altro che un vivace ghirigoro di rosso e di nero? Messi di un potentato tanto lontano da sembrare quasi inesistente?
Per la prima volta, potrà sembrare assurdo, ho avuto l’impressione che il cattolicesimo non coincida col mondo: ma la separazione delle due entità è stata così inaspettata e violenta, da costituire una specie di trauma… Mi sono chiesto allora, per la prima volta in maniera urgente, da che cosa fose riempito questo immenso mondo, questo subcontinente da quattrocento milioni di anime. Era troppo poco tempo che mi trovavo in India, per trovare qualcosa da sostituire alla mia abitudine della religione di stato: la libertà religiosa era una specie di vuoto a cui mi affacciavo con le vertigini. Solo un po’ alla volta mi sarei abituato a questa condizione di libera scelta religiosa, che da una parte dà un senso come di gratuità di ogni religione, dall’altra è così ricca di spirito religioso puro.


Quando dicono sì
Io non so bene cosa sia la religione indiana: leggete gli articoli del mio meraviglioso compagno di viaggio, di Moravia, che si è documentato alla perfezione, e, dotato di una maggiore capacità di sintesi di me, ha sull’argomento idee molto chiare e fondate. So che in sostanza il Bramanesimo parla di una forza originaria vitale, un “soffio”, che poi si manifesta e concreta nella infinita plasticità delle cose: un po’ insomma la teoria della scienza atomica come, appunto, rileva Moravia.Io ho cercato di parlare di questo con molti indù: ma nessuno ha neanche la più pallida idea di quanto sopra. Ognuno ha un suo culto, Visnu, Siva o Calì, e ne segue fedelmente i riti. Però posso dire una cosa: che gli indù sono il popolo più caro, più dolce, più mite che sia possibile conoscere. La non violenza è nelle sue radici, nella ragione stessa della sua vita. Magari qualche volta difende la sua debolezza con un po’ di istrionismo e di insincerità: ma sono piccole ombre ai margini di tanta luce, di tanta trasparenza.
Basta guardare come dicono di sì. Anziché annuire come noi alzando e abbassando la testa, la scuotono circa come quando noi diciamo di no: ma la differenza del gesto è tuttavia enorme. Il loro no che significa sì consiste in un fare ondeggiare il capo (il loro capo bruno e ondulato con quella povera pelle nera, che è il colore più bello che possa avere una pelle) teneramente: in un gesto insieme dolce: “Povero me, io dico di sì, ma non so se si può fare, e insieme sbarazzino: “Perché no?” impaurito:“E’ cosa difficile”, e insieme vezzoso “Sono tutto per te”. La testa va su e giù, come leggermente staccata dal collo, e le spalle ondeggiano un po’ anch’esse, con un gesto di giovinetta che vince il pudore, che si erige affettuosa. Viste a distanza le masse indiane si fissano nella memoria, con quel gesto di assentimento, e il sorriso infantile e radioso negli occgi che l’accompagna. La loro religione è in quel gesto.



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Giordano Bruno e Pasolini, gli eretici totali

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Esiste un cinema eretico?
Giordano Bruno e Pasolini, gli eretici totali
di Marcello Walter Bruno
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Giordano Bruno
Guido Zingari, docente di Filosofia del linguaggio all'Università Tor Vergata di Roma (purtroppo scomparso durante il terremoto de L'Aquila del 2009), in un recente pamphlet (Il pensiero in fumo, Costa & Nolan, Ancona-Milano 1999) ha messo in analogia due percorsi eretici: quello classico di Giordano Bruno, prete votato alla contrapposizione frontale contro l'ignoranza del clero (incapace di accettare la scienza copernicana) e dunque ad essere bruciato vivo, diventando un simbolo della libertà di pensiero che non cede al potere integralista della Chiesa; e quello contemporaneo di Pier Paolo Pasolini, intellettuale e artista messo al bando per la sua diversità sessuale, che finisce ucciso forse per un complotto di quel regime clerico-fascista contro cui si scagliavano i suoi interventi giornalistici, le sue poesie e i suoi film. 
La premessa di Zingari è che l'eresia non va confusa con la modaiola "trasgressione" dei personaggi televisivi alla Sgarbi, in realtà funzionalissimi al sistema (tanto mediatico quanto socio-politico-economico), ma dev'essere ricondotta ai suoi valori più profondi e positivi: l'ossessione per la libertà, la furia della diversità (la solitudine dell'individualità), il rifiuto del rifiuto (che vuol dire anti-nichilismo, fiducia in un mondo nascente). 
Da questo punto di vista, le affinità fra Bruno e Pasolini sono soprattutto biografiche (il loro rapporto col Potere, la cui bestialità si estrinseca in quella che Zingari chiama la "retorica della condanna a morte") e solo in parte contenutistiche o stilistiche (la "bestemmia" come genere letterario). 
In particolare, manca qualunque aggancio fra le opere del filosofo nolano e i film del Pasolini regista-sceneggiatore: in campo cinematografico Zingari preferisce citare "l'eresia, l'empietà dell'abbastanza discusso regista inglese Peter Greenaway" il quale mette in scena "gli eccessi degli esseri umani" (e Pasolini no?) e anche "una realtà della realtà". "Il regista inglese si limita a descrivere fenomenologicamente, a rifare i contorni, a disegnare attentamente le presenze inquietanti del mondo" (Il pensiero in fumo, p. 64): ammesso che questa sia una descrizione dello stile di Greenaway, sono questi i tratti distintivi di un cinema eretico?
Va da sé che un film eretico non è necessariamente quello che mette in scena il personaggio dell'eretico: dunque è inutile citare il Giordano Bruno di Giuliano Montaldo interpretato da Gian Maria Volontè (1973) oppure i film dedicati a Pasolini, da Pasolini un caso italiano di Marco Tullio Giordana a Nerolio di Aurelio Grimaldi, passando per quella sorta di monumento funebre che è il pellegrinaggio in vespa fino ad Ostia (luogo del delitto Pelosi) in Caro diario di Nanni Moretti. (Ma, detto fra parentesi, sarebbe interessante una repertorizzazione dei roghi cinematografici, da La passione di Giovanna d'Arco di Dreyer a I diavoli di Ken Russell a 1492 di Ridley Scott). 
Un film eretico presume l'ereticità del suo autore? Chi sono i registi in odore di eresia? Se si escludono i personaggi a vario titolo "trasgressivi" (da Carmelo Bene a Derek Jarman), sembrerebbe che l'industria cinematografica tenda necessariamente - per il suo rapporto diretto col potere economico e/o politico - a integrare anche gli autori più redditizi nel sistema ideologico dominante (anche con mezzi esplicitamente inquisitori: si pensi alla "caccia alle streghe" voluta dal senatore McCarthy nel periodo della guerra fredda, con la costituzione delle liste nere ad Hollywood e il conseguente esilio di artisti del calibro di Chaplin). 

Pier Paolo Pasolini
Il cinema sacrilego/profano è quello che attacca la religione, che bestemmia, che viene mandato al rogo? Allora i film dell'eresia sono La via lattea di Buñuel (con gli anarchici che fucilano il papa) o i primi del toscanaccio Benigni, Je vous salue Marie di Godard e tutte le pellicole soppresse dalla censura di Stato (da Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci a Totò che visse due volte di Ciprì e Maresco). Ma forse la più grande empietà, per lo show business, è il fallimento economico: e allora i grandi registi eretici sono gli esperti dello spreco e del flop, dal Visconti di La terra trema al Cimino di I cancelli del cielo passando per il più "fallito" di tutti, il nomade apolide Orson Welles (la cui mobilità richiama curiosamente quella di Giordano Bruno).

Gilles Deleuze, nei due ormai classici volumi dedicati alla filosofia del cinema (L'immagine-movimento e L'immagine-tempo, Ubulibri), compie molti accostamenti tra pensatori e registi: Godard è come Aristotele, Lang come Protagora, Rohmer come Kierkegaard, Ozu come Leibniz, Bresson come Pascal, Welles come Nietzsche e così via alla rinfusa. Giordano Bruno non è mai citato, mentre Pasolini (inventore del proficuo concetto di "soggettiva libera indiretta") brilla come il vero nume tutelare di una teoria del cinema, in contrapposizione alla semiologia di Christian Metz. Una vera eresia, accademicamente parlando. Non esiste cinema dello scandalo senza scandalo critico, non esistono film "diversi" senza l'eroico furore di uno sguardo che sa sporgersi sull'infinito.



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