Pier Paolo Pasolini - Le pagine corsare
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Pasolini - VITA, OPERE E MORTE
Pasolini Biografia Breve - Le Pagine Corsare
martedì 14 luglio 2026
J. C. De Brasi, interviste a Pier Paolo Pasolini - El Porteño, novembre 1983, da pag. 38 a pag. 43
"Le pagine corsare "
domenica 12 luglio 2026
Pier Paolo Pasolini, intervista su Porcile rilasciata a Gian Piero Brunetta - Cahiers du Cinema, numero 212, maggio 1969, pag. 13-14-15
"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Pier Paolo Pasolini
intervista su Porcile
rilasciata a Gian Piero Brunetta
Dal Popolo alla Massa: la nascita di Porcile
Il testo ruota attorno a tre snodi che definiscono la nuova postura politica e poetica di Pasolini.
1. La fine del mondo gramsciano
sabato 11 luglio 2026
Pier Paolo Pasolini: Un piccolo Werther, Enrico Fracassi (1902-24) - La Libertà d'Italia, Anno III, numero 181, 1 agosto 1950, pagina 3
Pier Paolo Pasolini: Un piccolo Werther, Enrico Fracassi (1902-24)
Caso Fracassi: il contagio di un romanzo di dieci minuti
Il “caso Fracassi” si regge su tre intuizioni critiche che definiscono la sua singolarità nel primo Novecento.
Lettera di Moravia: Troppa fretta per il caso Pasolini - Paese sera, 16 novembre 1975
"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Lettera di Moravia
Troppa fretta per il caso Pasolini
Tu mi chiedi di dire quello che so. Ti rispondo che non so nulla all'infuori di quello Che ormai sanno tutti. Ma ho tatto delle riflessioni sull'assassinio di Pasolini e non ho alcuna difficoltà a comunicarle. Che dire prima di tutto della trasmissione televisiva che accettava pienamente la versione dell'Ansa la quale a sua volta accettava quella della polizia che accettava completamente quella dell'assassino? Che dire se non che la nostra società rozza e incolta non si contenta di essere <<maschile>>, vuole essere anche <<virile>> e per dimostrare a se stesa di esserlo davvero ha trattato in questa orrenda occasione Pier Paolo Pasolini né più né meno come sono trattati i negri in certi stati del Sud, negli Stati Uniti? Cioè, che. una volta di più. il pregiudizio contro l'omosessualità, fatto dl totale ignoranza, di odio del diverso e di senso di colpa ha funzionato con deplorevole automatismo?
giovedì 9 luglio 2026
Anatomia di un falso pasoliniano sul web: Pietà per la nazione di Ferlinghetti
"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
L’accostamento tra Pietà per la nazione di Lawrence Ferlinghetti e Alla mia nazione di Pier Paolo Pasolini è diventato, negli ultimi anni, un caso emblematico di come il web possa deformare la filologia e appiattire le differenze tra voci radicali. Sui social circolano infatti decine di post, immagini, citazioni e articoli che attribuiscono a Pasolini interi blocchi della poesia di Ferlinghetti, soprattutto i celebri versi d’apertura sui leader bugiardi e sui saggi messi a tacere. Questa attribuzione errata non è un semplice errore: è il sintomo di una cultura digitale che tende a fondere le voci critiche in un’unica protesta indistinta, cancellando le specificità linguistiche, storiche e politiche dei singoli autori. Ristabilire la paternità dei testi non è dunque un dettaglio filologico, ma un atto necessario per comprendere due forme di sdegno profondamente diverse, due modi opposti di parlare alla nazione, due diagnosi complementari della crisi moderna.
lunedì 6 luglio 2026
Pier Paolo Pasolini, L'usignolo della Chiesa Cattolica - 1958, Longanesi.
"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Sotto il titolo L'usignolo della Chiesa Cattolica Pasolini raccolse e pubblico' nel 1958, presso l'editore Longanesi, un gruppo di poesie, in lingua italiana, datate 1943-1949. Il nucleo centrale della raccolta e' rappresentato dal magma di contraddizioni che si sviscera nell'anima di Pasolini.
L'origine delle liriche della raccolta, quindi, va ricercato nella scoperta, da parte del poeta, del dissidio individuale e interiore che lo travaglia, un dissidio non ancora interrotto dalla delusione cocente di una societa' che manifesta la sua falsita', il suo vuoto e la sua mancanza di coscienza. Questo dissidio, nella pagina lirica, si cela nella parola pura, dolcemente poetica: in una parola che cerca un estremo termine di paragone e una straziato parallelo nelle forme e nelle manifestazioni del mondo naturale. Le tensioni dell'anima si snodano cosi' in un effluvio di contemplati odori che portano il poeta a un'immedesimazione, non solo d'immagini, ma concreta, con i protagonisti del mondo agreste friulano.
La figura dell'usignolo che appare nel titolo e' chiaramente emblematica ed e' anche la chiave di lettura dell'intero libro. Il piccolo uccello infatti e', per Pasolini, il vivente simbolo dei campi, della rugiada e delle colme sere friulane, ed e' anche, al contempo, l'alter ego dello scrittore, la sua immagine immedesimata. Di fatto, nell'ottavo dialogo della poesia L'usignolo, la giovinetta gli si rivolge dicendogli: "Povero uccelletto, dall'albero, tu fai cantare il cielo. Ma che pena udirti fischiettare come un fanciullino!". Queste poche righe racchiudono in se' il senso che regge l'intera raccolta: la contraddizione esistente tra il volgere lo sguardo questuante all'infinito, nel gesto di "far cantare il cielo" e il ricadere entro il limite di un "fischiettare" tutto umano, quasi rabbrividito dentro "una pena" incolmabile.
Nella raccolta, il dissidio che si crea nell'uomo tra la tensione celeste e la condizione umana e' raffigurato da Pasolini in una serie di dialoghi che cantano lo splendore della terra e della natura, quasi che questi elementi, nella potenza di verita', avessero il privilegio della parola. Cosi' il poeta concede la voce e l'atto del "parlante" anche alle albe e ai cardellini, alle sere e alle primule: essi, solo essi, sono i veri compagni della solitudine dell'uomo.
Ma Pasolini in questi versi ricerca anche se stesso attraverso una tensione mitica che lo faccia pervenire alla cognizione della trascendenza. Si spiega cosi' l'altro tema dominante di L'usignolo della Chiesa Cattolica, ovvero l'inesausta preghiera dell'uomo Pasolini "all'immoto Dio". Il poeta, infatti, si rivolge a Dio chiedendogli di manifestarsi e offrendogli il dolore che gli viene dal continuo dissidio tra "carne e cielo" che lo travaglia, insomma, anela alla protezione del Padre, affinche' si plachino in lui il senso del peccato e il rovello per la castita' che ha violato con i suoi desideri sessuali: chiede che "L'Occhio di Dio" ritorni su di lui, nonostante "l'amore sacrilego" che lo pervade.
La figura del Cristo negli istinti ultimi della Passione diviene termine di confronto di questo nuovo centro tematico. Nel Cristo crocefisso Pasolini ricerca la parte buona di se', il suo esasperato bisogno di essere figlio di fronte all'occhio vigile del Padre. Si rivolge, infatti, a Cristo dicendo:
lunedì 22 giugno 2026
Comizi d'amore di Pier Paolo Pasolini - Sessualità e società nell’Italia degli anni ’60
"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Comizi d’amore di Pier Paolo Pasolini
Contesto e obiettivo dell’inchiesta
Negli anni del boom economico l’Italia vive trasformazioni rapide: urbanizzazione, migrazioni interne e mutamenti dei costumi convivono con residui di moralità tradizionale. Pasolini trasforma questa contraddizione in oggetto di indagine: non per impartire lezioni, ma per mettere in scena la pluralità di voci che compongono il paese e far emergere, attraverso risposte spesso spontanee e contraddittorie, le paure e i pregiudizi che regolano la vita sessuale collettiva.
“È un film‑inchiesta sul sesso e sull'amore nell'Italia dei primi anni sessanta nel quale Pasolini intervistatore rivolge le sue domande a persone di diversa età, sesso, condizione sociale, dal sud contadino fino al nord industrializzato.”
venerdì 10 aprile 2026
Pier Paolo Pasolini: Una dimostrazione di stupidità - Vie nuove, numero 34, 27 agosto 1960, pag. 6
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dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Pier Paolo Pasolini
Una dimostrazione di stupidità
Vie nuove
numero 34
27 agosto 1960
pag. 6
( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )
Caro Pasolini, ho letto sui giornali – e credo lo abbia letto anche lei – che dopo una vivace azione dei parlamentari antifascisti, il governo s’è deciso a cancellare le scritte mussoliniane al Foro Italico. Però, dopo le prime cancellazioni, l’azione governativa s’è fermata. La reazione che ne è seguita ha tutta la mia comprensione: anche a me, soprattutto quando vado in provincia, capita sovente di irritarmi per il permanere di scritte sui muri e di fasci littori sui monumenti e sugli edifici. Ciò che mi infastidisce di più è il fatto che non si ritenga opportuno di cancellare finalmente le manifestazioni più ridicole di una demagogia e di una retorica che hanno mostrato tutto il vuoto che c’era dietro e che il tempo ha colmato di tragedia. In un certo senso, questi residui di un costume condannato dalla storia dovrebbero farmi piacere: le scritte rimaste dimostrano così chiaramente la loro stupidità che finiscono per essere controproducenti.
martedì 7 aprile 2026
Pier Paolo Pasolini: Realismo e neo-purismo - Vie nuove, numero 30, 23 luglio 1960, pag. 6
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dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Pier Paolo Pasolini
Realismo e neo-purismo
Vie nuove
numero 30
23 luglio 1960
pag. 6
( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )
Mi permetta di sottoporle due questioni (collegate fra loro) che riguardano da vicino la sua attività di scrittore e di teorico di certe tesi che poi nei suoi romanzi trovano la realizzazione pratica più probante.
Mi riferisco alla questione del linguaggio nell’opera d’arte in relazione al «realismo» e alla «obbligatoria» utilizzazione del dialetto – anzi dei dialetti – scrivendo di persone o gruppi sociali che nella realtà si esprimono appunto in dialetto o gergo.
1) rapporto realismo-linguaggio: non le sembra che dare per pugnalato il realismo per mano di uno o più neo-puristi (mi riferisco al suo discorso «alla maniera di Antonio») sia un insistere su aspetti formali, polivalenti, e trascurare la sostanza che sta, per quanto riguarda la possibilità di definire realista uno scrittore, in altre questioni? Non è più giusto cioè esaminare se egli – come scrittore – è più o meno radicato nel reale, quale è il suo atteggiamento critico verso di esso, il suo giudizio del mondo, e quale è la sua posizione «ideologica» cioè la capacità o meno di tener presenti le linee generali di sviluppo della società che rappresenta, i «sentimenti di massa»? Misurati con questo metro – che non significa affatto interessarsi di quale partito essi preferiscono – alcuni degli scrittori che lei ha positivamente citato nella sua Orazione contro Cassola potrebbero rivelarsi non abbastanza «alti» da essere arruolati nelle file dell’esercito realista. Può essere invece che altri – che potrebbero fare… il soldato (magari in sussistenza) – finiscano con l’essere dal suo criterio lasciati in abito borghese.
martedì 31 marzo 2026
Pasolini: Due righe sulla lingua di Gramsci - Vie nuove, numero 9, 4 marzo 1965, pag. 32
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dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Pasolini:
Due righe sulla lingua di Gramsci
Vie nuove
numero 9
4 marzo 1965
pag. 32
( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )
Caro Pasolini, ho letto le sue affermazioni sul contenuto di classe della nostra lingua. Mi pare però che anche le classi subalterne abbiano portato un notevole contributo al farsi della lingua colta. Cito tra tutti il contributo di Gramsci nei suoi articoli, nelle sue lettere, nei suoi saggi. Lei che ne pensa?
Pasquale Lenner – Arezzo
Tutte le pagine giovanili di Gramsci sono scritte in un «italiano» impossibile. Non è precoce, come quasi tutti i veri inventori. Egli passa attraverso tutte le fasi aberranti tipiche di un giovane meridionale che si italianizzi a Torino. Gli apporti materni erano quelli strettamente particolaristici della Sardegna, quelli paterni erano una italianizzazione, dal ciociaro, di un padre statale; l’infanzia e la prima adolescenza sono di ambiente contadino, e l’italiano doveva suonare come una lingua estranea ai sardi di Ghilarza non italofoni (e probabilmente in rapporto più con l’America che con l’Italia); il primo italiano, Gramsci, lo avrà sentito risuonare nelle bocche di alcuni «sedicenti» professori di lettere a un ginnasio privato di Santu Lussurgiu. Se l’italiano dei professori medi dei primi anni del secolo doveva essere incredibile quello dei «sedicenti» professori di Santu Lussurgiu, dato che si sentivano tenuti a esibire la loro patente anche se irrichiesti, doveva essere un continuo e caricaturale tentativo di purismo e umanesimo enfatico, da non riuscir a immaginarlo. Gramsci, povero ragazzino segnato, ha vissuto e interiorizzato profondamente ogni evento della sua infanzia; tanto che per tutta la vita ha dovuto subire come un’onta e una difficoltà la sua dedizione; avrà assorbito perciò profondamente anche quel primo italiano ufficiale, che rappresentava la cultura, la liberazione. Infatti tutti i suoi scritti, fino a «Ordine nuovo» in parte compreso, portano come un marchio quella prima acquisizione assurda, quella falsa liberazione. Sembra impossibile che un uomo come Gramsci non sia stato in grado di scuotersi di dosso quella lingua incapace di esprimere altro che dei sentimenti (veri, quand’erano veri, e, naturalmente, lo erano raramente). Ci sembra insomma, che un uomo votato alla razionalità com’era Gramsci, avrebbe dovuto far cadere di colpo l’espressività enfatica dell’italiano letterario, per la presenza stessa della sua vocazione. Ma dal ’14 al ’19, in parte compreso, la sua lingua non è capace di cogliere, delle idee, che il momento sentimentale o appassionato: con qualche pregnanza del tipico irrazionalismo vociano, nei casi migliori, che son molto rari; per il resto, quella lingua è tutta umanistica sul «côté» romantico, probabilmente perché l’umanesimo veniva direttamente e tumultuosamente mutato dall’umanitarismo proto-socialista, che era la più immediata ascendenza linguistica cui Gramsci poteva ragionevolmente guardare (e che non avrebbe mai più dimenticato: perché è probabilmente ad essa, mitizzata ed epurata, che Gramsci forse inconsciamente si riferiva quando pensava a una possibile lingua dell’egemonia comunista; e comunque è a tale lingua dell’umanesimo marxista, rinforzata dallo spirito della Resistenza, che si riferiscono ancora come a una possibile lingua egemonica del comunismo, molti politici di oggi). Bisogna munirsi della pazienza dei filologi, e ricorrere a tutto l’amore che una figura come quella di Gramsci ispira, per poter leggere le sue pagine di quei cinque anni.






















