"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Arts in society intervista Pier Paolo Pasolini
Registi cinematografici sul cinema
volume 4
inverno 1966/67
da pag. 72 a pag. 76
Un simposio...
Il cinema oggi è considerato sempre più come un mezzo espressivo del regista. Sebbene il sistema delle star non sia certamente scomparso dall'industria cinematografica commerciale, i critici e gli studenti di cinema prestano sempre più attenzione al contributo stilistico del regista. Il concetto di “teoria dell'autore” con il suo corollario di “firma stilistica” è ampiamente riconosciuto. Sebbene il gioco del “Pantheon” abbia poca rilevanza nella valutazione di un film specifico, è importante una maggiore consapevolezza del contributo strutturale, drammatico, testuale e compositivo del regista.
Questo simposio presenta opinioni e osservazioni di una vasta gamma di registi sull'arte e il mestiere della regia. I registi includono rappresentanti delle industrie americane ed europee, dell'Underground e di registi indipendenti dei tipi di film più sperimentali. Le loro risposte rivelano le loro personalità dinamiche e le loro opinioni estremamente diverse sullo stato attuale dell'arte cinematografica.
Gli studenti di storia e teoria del cinema dell'Università del Wisconsin che hanno collaborato alla compilazione di questo simposio sono Seyna Jo Bruskin, Peter Reiner, Dick Swaback, John Walker e Karen Weiskopf.
Registi cinematografici sul cinema: un simposio.
Partecipanti: Michael Cacoyannis, Alfred Hitchcock, Delbert Mann, Pier Paolo Pasolini, Gregory J. Markopoulos, Stan Brakhage, Carmen D'Avino, Ed Emshwiller, Bob Fleischner, Bruce Baillie, Storm DeHirsch, Mike Kuchar, Colin McCamy
Pier Paolo Pasolini* (Roma)
ACCATONE (61)
MAMMA ROMA (62)
IL VANGELO SECONDO MATTEO (64)
Alla fine degli anni '50 un'era culturale italiana stava volgendo al termine: il neorealismo stava svanendo con la scoperta della “vita quotidiana”; il marxismo, che era stato fonte di ispirazione e mediatore di quell'epoca, stava entrando in crisi.
In questo periodo ho iniziato a fare film verso i quarant'anni. Prima ero stato uno scrittore (romanzi, poesie e saggi). All'inizio della mia carriera cinematografica, abbandonando in parte la letteratura per il cinema, credevo di poter semplicemente cambiare tecnica. Solo oggi mi rendo conto che invece di abbandonare la letteratura, cioè l'uso della lingua italiana in quanto tale, non mi sono rivolto a una nuova tecnica, ma piuttosto a un nuovo linguaggio. Era la mia nuova forma di protesta radicale contro la società italiana della piccola borghesia; ed era anche un tentativo di ampliare l'orizzonte delle mie preoccupazioni, e ampliare il numero dei miei spettatori.
Nel realizzare un film, utilizzo chiaramente un linguaggio che è interclassista e internazionalista, senza tradizioni particolaristiche, eccetto quelle di una scuola cinematografica (ad esempio, il Neorealismo, la Nouvelle Vague, ecc.). Mentre il destino di un romanzo scritto in una lingua nazionale è legato al destino della sua nazione, attraverso l'“omologia” (cfr. Sociologia del romanzo di L. Goldmann), il destino del film è in parte sollevato da tali limitazioni, poiché non è espresso in una lingua nazionale, ma in un linguaggio comune a tutte le classi e a tutte le nazioni.
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