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domenica 12 luglio 2026

Pier Paolo Pasolini, intervista su Porcile rilasciata a Gian Piero Brunetta - Cahiers du Cinema, numero 212, maggio 1969, pag. 13-14-15

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Pier Paolo Pasolini
intervista su Porcile
rilasciata a Gian Piero Brunetta

Cahiers du Cinema
numero 212
maggio 1969
pag. 13-14-15
( © Questa trascrizione da cartaceo e la traduzione, è stata curata da Bruno Esposito )
(Intervista raccolta da Gian Piero Brunetta e tradotta dall'italiano da Marianne di Vettimo.)
Questa intervista, originariamente rilasciata a Gian Piero Brunetta, è di fondamentale importanza: Pasolini vi teorizza in modo chiarissimo il suo addio alla fase gramsciana e nazionale-popolare e il passaggio a una fase più allegorica e saggistica (Teorema, Porcile), legata alla mutazione antropologica dell'Italia in una società consumistica di massa.

Dal Popolo alla Massa: la nascita di Porcile


Nell’intervista concessa a Gian Piero Brunetta alla fine degli anni Sessanta, Pasolini coglie con una precisione quasi dolorosa il punto di rottura della propria cinematografia: il congedo definitivo dalla stagione epico‑lirica e l’ingresso nell’allegoria pura, quella di Teorema e soprattutto di Porcile. È il momento in cui il suo sguardo cambia natura, perché cambia il mondo che ha davanti.

Il testo ruota attorno a tre snodi che definiscono la nuova postura politica e poetica di Pasolini.

1. La fine del mondo gramsciano 
Pasolini lo dice senza esitazioni: non è più possibile lavorare “sotto il segno di Gramsci”. L’Italia ha subito una mutazione antropologica che ha dissolto il concetto stesso di popolo. Popolo e borghesia non sono più due soggetti contrapposti: si sono fusi nella massa consumistica, omogenea, indifferenziata, priva di quella vitalità arcaica che aveva alimentato i suoi primi film.

sabato 11 luglio 2026

Pier Paolo Pasolini: Un piccolo Werther, Enrico Fracassi (1902-24) - La Libertà d'Italia, Anno III, numero 181, 1 agosto 1950, pagina 3

Pier Paolo Pasolini: Un piccolo Werther, Enrico Fracassi (1902-24)

La Libertà d'Italia
Anno III
numero 181
1 agosto 1950
pagina 3

Il gesto della scrittura, la concentrazione, il saggio prende forma. (immagine non reale)

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Di seguito:

1) Commento critico al saggio ad opera del curatore del blog
2) Il saggio di Pier Paolo Pasolini
 

Caso Fracassi: il contagio di un romanzo di dieci minuti

Nel saggio Un piccolo Werther (1950), Pasolini compie un gesto critico che si inserisce perfettamente nella genealogia dei “casi” letterari: individua un punto marginale, apparentemente secondario – l’opera postuma di Enrico Fracassi, poeta romano morto suicida nel 1924 – e lo porta al centro della scena, sottraendolo alla riduzione biografica che ne aveva limitato la ricezione. Congedo non è, per Pasolini, una raccolta di liriche né un diario frammentario: è un oggetto narrativo estremo, un «romanzo che si legge in dieci minuti», dove il tempo non scorre ma si contrae, si coagula, si tende fino a diventare spasimo. La scrittura non rappresenta la vita: ne è la pressione interna, la deformazione, la ferita.

Il “caso Fracassi” si regge su tre intuizioni critiche che definiscono la sua singolarità nel primo Novecento.

Lettera di Moravia: Troppa fretta per il caso Pasolini - Paese sera, 16 novembre 1975

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Lettera di Moravia
Troppa fretta per il caso Pasolini


Paese sera
16 novembre 1975 

Tu mi chiedi di dire quello che so. Ti rispondo che non so nulla all'infuori di quello Che ormai sanno tutti. Ma ho tatto delle riflessioni sull'assassinio di Pasolini e non ho alcuna difficoltà a comunicarle. Che dire prima di tutto della trasmissione televisiva che accettava pienamente la versione dell'Ansa la quale a sua volta accettava quella della polizia che accettava completamente quella dell'assassino? Che dire se non che la nostra società rozza e incolta non si contenta di essere <<maschile>>, vuole essere anche <<virile>> e per dimostrare a se stesa di esserlo davvero ha trattato in questa orrenda occasione Pier Paolo Pasolini né più né meno come sono trattati i negri in certi stati del Sud, negli Stati Uniti? Cioè, che. una volta di più. il pregiudizio contro l'omosessualità, fatto dl totale ignoranza, di odio del diverso e di senso di colpa ha funzionato con deplorevole automatismo?

giovedì 9 luglio 2026

Anatomia di un falso pasoliniano sul web: Pietà per la nazione di Ferlinghetti

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


L’accostamento tra Pietà per la nazione di Lawrence Ferlinghetti e Alla mia nazione di Pier Paolo Pasolini è diventato, negli ultimi anni, un caso emblematico di come il web possa deformare la filologia e appiattire le differenze tra voci radicali. Sui social circolano infatti decine di post, immagini, citazioni e articoli che attribuiscono a Pasolini interi blocchi della poesia di Ferlinghetti, soprattutto i celebri versi d’apertura sui leader bugiardi e sui saggi messi a tacere. Questa attribuzione errata non è un semplice errore: è il sintomo di una cultura digitale che tende a fondere le voci critiche in un’unica protesta indistinta, cancellando le specificità linguistiche, storiche e politiche dei singoli autori. Ristabilire la paternità dei testi non è dunque un dettaglio filologico, ma un atto necessario per comprendere due forme di sdegno profondamente diverse, due modi opposti di parlare alla nazione, due diagnosi complementari della crisi moderna.

lunedì 6 luglio 2026

Pier Paolo Pasolini, L'usignolo della Chiesa Cattolica - 1958, Longanesi.

"Le pagine corsare " 
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L'usignolo della chiesa cattolica - 1958


L'usignolo della Chiesa Cattolica 
(1943, 10 poesie)


Il pianto della rosa 
(1946, 16 poesie) 
(suddiviso a sua volta in 2 parti)


Lingua 
(1947, 5 poesie)


Paolo e Baruch 
(1948-49, 4 poesie)


L'Italia 
(1949, poemetto in 6 capitoli)


Tragiques 
(1949, 4 poesie)


La scoperta di Marx I-IX 
(1948-49, poemetto)




Con il titolo L'usignolo della Chiesa Cattolica Pasolini raccolse e pubblicò nel 1958, presso l'editore Longanesi, un gruppo di poesie, in lingua italiana, datate 1943-1949. 

L'usignolo della Chiesa Cattolica

Sotto il titolo L'usignolo della Chiesa Cattolica Pasolini raccolse e pubblico' nel 1958, presso l'editore Longanesi, un gruppo di poesie, in lingua italiana, datate 1943-1949. Il nucleo centrale della raccolta e' rappresentato dal magma di contraddizioni che si sviscera nell'anima di Pasolini.
L'origine delle liriche della raccolta, quindi, va ricercato nella scoperta, da parte del poeta, del dissidio individuale e interiore che lo travaglia, un dissidio non ancora interrotto dalla delusione cocente di una societa' che manifesta la sua falsita', il suo vuoto e la sua mancanza di coscienza. Questo dissidio, nella pagina lirica, si cela nella parola pura, dolcemente poetica: in una parola che cerca un estremo termine di paragone e una straziato parallelo nelle forme e nelle manifestazioni del mondo naturale. Le tensioni dell'anima si snodano cosi' in un effluvio di contemplati odori che portano il poeta a un'immedesimazione, non solo d'immagini, ma concreta, con i protagonisti del mondo agreste friulano.
La figura dell'usignolo che appare nel titolo e' chiaramente emblematica ed e' anche la chiave di lettura dell'intero libro. Il piccolo uccello infatti e', per Pasolini, il vivente simbolo dei campi, della rugiada e delle colme sere friulane, ed e' anche, al contempo, l'alter ego dello scrittore, la sua immagine immedesimata. Di fatto, nell'ottavo dialogo della poesia L'usignolo, la giovinetta gli si rivolge dicendogli: "Povero uccelletto, dall'albero, tu fai cantare il cielo. Ma che pena udirti fischiettare come un fanciullino!". Queste poche righe racchiudono in se' il senso che regge l'intera raccolta: la contraddizione esistente tra il volgere lo sguardo questuante all'infinito, nel gesto di "far cantare il cielo" e il ricadere entro il limite di un "fischiettare" tutto umano, quasi rabbrividito dentro "una pena" incolmabile.
Nella raccolta, il dissidio che si crea nell'uomo tra la tensione celeste e la condizione umana e' raffigurato da Pasolini in una serie di dialoghi che cantano lo splendore della terra e della natura, quasi che questi elementi, nella potenza di verita', avessero il privilegio della parola. Cosi' il poeta concede la voce e l'atto del "parlante" anche alle albe e ai cardellini, alle sere e alle primule: essi, solo essi, sono i veri compagni della solitudine dell'uomo.
Ma Pasolini in questi versi ricerca anche se stesso attraverso una tensione mitica che lo faccia pervenire alla cognizione della trascendenza. Si spiega cosi' l'altro tema dominante di L'usignolo della Chiesa Cattolica, ovvero l'inesausta preghiera dell'uomo Pasolini "all'immoto Dio". Il poeta, infatti, si rivolge a Dio chiedendogli di manifestarsi e offrendogli il dolore che gli viene dal continuo dissidio tra "carne e cielo" che lo travaglia, insomma, anela alla protezione del Padre, affinche' si plachino in lui il senso del peccato e il rovello per la castita' che ha violato con i suoi desideri sessuali: chiede che "L'Occhio di Dio" ritorni su di lui, nonostante "l'amore sacrilego" che lo pervade.
La figura del Cristo negli istinti ultimi della Passione diviene termine di confronto di questo nuovo centro tematico. Nel Cristo crocefisso Pasolini ricerca la parte buona di se', il suo esasperato bisogno di essere figlio di fronte all'occhio vigile del Padre. Si rivolge, infatti, a Cristo dicendo:

lunedì 22 giugno 2026

Comizi d'amore di Pier Paolo Pasolini - Sessualità e società nell’Italia degli anni ’60

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Eretico e Corsaro



Comizi d’amore di Pier Paolo Pasolini


Comizi d’amore
è un film‑inchiesta che attraversa l’Italia dei primi anni Sessanta per sondare atteggiamenti, paure e contraddizioni intorno al sesso e all’amore.
Comizi d’amore (1964/65) è concepito come un’“inchiesta sociologica” in tre ricerche più prologo ed epilogo: Pasolini interroga persone comuni e intellettuali su amore, sesso, matrimonio e omosessualità, alternando registri comici e drammatici. Questa struttura ibrida tra cinema e saggio rende il film un documento storico e teorico. 

Contesto e obiettivo dell’inchiesta

Negli anni del boom economico l’Italia vive trasformazioni rapide: urbanizzazione, migrazioni interne e mutamenti dei costumi convivono con residui di moralità tradizionale. Pasolini trasforma questa contraddizione in oggetto di indagine: non per impartire lezioni, ma per mettere in scena la pluralità di voci che compongono il paese e far emergere, attraverso risposte spesso spontanee e contraddittorie, le paure e i pregiudizi che regolano la vita sessuale collettiva.

“È un film‑inchiesta sul sesso e sull'amore nell'Italia dei primi anni sessanta nel quale Pasolini intervistatore rivolge le sue domande a persone di diversa età, sesso, condizione sociale, dal sud contadino fino al nord industrializzato.”

venerdì 10 aprile 2026

Pier Paolo Pasolini: Una dimostrazione di stupidità - Vie nuove, numero 34, 27 agosto 1960, pag. 6

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Eretico e Corsaro

Pier Paolo Pasolini
Una dimostrazione di stupidità

Vie nuove

numero 34

27 agosto 1960

pag. 6

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Caro Pasolini, ho letto sui giornali – e credo lo abbia letto anche lei – che dopo una vivace azione dei parlamentari antifascisti, il governo s’è deciso a cancellare le scritte mussoliniane al Foro Italico. Però, dopo le prime cancellazioni, l’azione governativa s’è fermata. La reazione che ne è seguita ha tutta la mia comprensione: anche a me, soprattutto quando vado in provincia, capita sovente di irritarmi per il permanere di scritte sui muri e di fasci littori sui monumenti e sugli edifici. Ciò che mi infastidisce di più è il fatto che non si ritenga opportuno di cancellare finalmente le manifestazioni più ridicole di una demagogia e di una retorica che hanno mostrato tutto il vuoto che c’era dietro e che il tempo ha colmato di tragedia. In un certo senso, questi residui di un costume condannato dalla storia dovrebbero farmi piacere: le scritte rimaste dimostrano così chiaramente la loro stupidità che finiscono per essere controproducenti. 

martedì 7 aprile 2026

Pier Paolo Pasolini: Realismo e neo-purismo - Vie nuove, numero 30, 23 luglio 1960, pag. 6

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Eretico e Corsaro

Pier Paolo Pasolini
Realismo e neo-purismo

Vie nuove

numero 30

23 luglio 1960

pag. 6

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Mi permetta di sottoporle due questioni (collegate fra loro) che riguardano da vicino la sua attività di scrittore e di teorico di certe tesi che poi nei suoi romanzi trovano la realizzazione pratica più probante.

Mi riferisco alla questione del linguaggio nell’opera d’arte in relazione al «realismo» e alla «obbligatoria» utilizzazione del dialetto – anzi dei dialetti – scrivendo di persone o gruppi sociali che nella realtà si esprimono appunto in dialetto o gergo. 

1) rapporto realismo-linguaggio: non le sembra che dare per pugnalato il realismo per mano di uno o più neo-puristi (mi riferisco al suo discorso «alla maniera di Antonio») sia un insistere su aspetti formali, polivalenti, e trascurare la sostanza che sta, per quanto riguarda la possibilità di definire realista uno scrittore, in altre questioni? Non è più giusto cioè esaminare se egli – come scrittore – è più o meno radicato nel reale, quale è il suo atteggiamento critico verso di esso, il suo giudizio del mondo, e quale è la sua posizione «ideologica» cioè la capacità o meno di tener presenti le linee generali di sviluppo della società che rappresenta, i «sentimenti di massa»? Misurati con questo metro – che non significa affatto interessarsi di quale partito essi preferiscono – alcuni degli scrittori che lei ha positivamente citato nella sua Orazione contro Cassola potrebbero rivelarsi non abbastanza «alti» da essere arruolati nelle file dell’esercito realista. Può essere invece che altri – che potrebbero fare… il soldato (magari in sussistenza) – finiscano con l’essere dal suo criterio lasciati in abito borghese. 

martedì 31 marzo 2026

Pasolini: Due righe sulla lingua di Gramsci - Vie nuove, numero 9, 4 marzo 1965, pag. 32

"Le pagine corsare " 

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Eretico e Corsaro


Pasolini:
Due righe sulla lingua di Gramsci

Vie nuove

numero 9

4 marzo 1965

pag. 32

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Caro Pasolini, ho letto le sue affermazioni sul contenuto di classe della nostra lingua. Mi pare però che anche le classi subalterne abbiano portato un notevole contributo al farsi della lingua colta. Cito tra tutti il contributo di Gramsci nei suoi articoli, nelle sue lettere, nei suoi saggi. Lei che ne pensa?

Pasquale Lenner – Arezzo


Tutte le pagine giovanili di Gramsci sono scritte in un «italiano» impossibile. Non è precoce, come quasi tutti i veri inventori. Egli passa attraverso tutte le fasi aberranti tipiche di un giovane meridionale che si italianizzi a Torino. Gli apporti materni erano quelli strettamente particolaristici della Sardegna, quelli paterni erano una italianizzazione, dal ciociaro, di un padre statale; l’infanzia e la prima adolescenza sono di ambiente contadino, e l’italiano doveva suonare come una lingua estranea ai sardi di Ghilarza non italofoni (e probabilmente in rapporto più con l’America che con l’Italia); il primo italiano, Gramsci, lo avrà sentito risuonare nelle bocche di alcuni «sedicenti» professori di lettere a un ginnasio privato di Santu Lussurgiu. Se l’italiano dei professori medi dei primi anni del secolo doveva essere incredibile quello dei «sedicenti» professori di Santu Lussurgiu, dato che si sentivano tenuti a esibire la loro patente anche se irrichiesti, doveva essere un continuo e caricaturale tentativo di purismo e umanesimo enfatico, da non riuscir a immaginarlo. Gramsci, povero ragazzino segnato, ha vissuto e interiorizzato profondamente ogni evento della sua infanzia; tanto che per tutta la vita ha dovuto subire come un’onta e una difficoltà la sua dedizione; avrà assorbito perciò profondamente anche quel primo italiano ufficiale, che rappresentava la cultura, la liberazione. Infatti tutti i suoi scritti, fino a «Ordine nuovo» in parte compreso, portano come un marchio quella prima acquisizione assurda, quella falsa liberazione. Sembra impossibile che un uomo come Gramsci non sia stato in grado di scuotersi di dosso quella lingua incapace di esprimere altro che dei sentimenti (veri, quand’erano veri, e, naturalmente, lo erano raramente). Ci sembra insomma, che un uomo votato alla razionalità com’era Gramsci, avrebbe dovuto far cadere di colpo l’espressività enfatica dell’italiano letterario, per la presenza stessa della sua vocazione. Ma dal ’14 al ’19, in parte compreso, la sua lingua non è capace di cogliere, delle idee, che il momento sentimentale o appassionato: con qualche pregnanza del tipico irrazionalismo vociano, nei casi migliori, che son molto rari; per il resto, quella lingua è tutta umanistica sul «côté» romantico, probabilmente perché l’umanesimo veniva direttamente e tumultuosamente mutato dall’umanitarismo proto-socialista, che era la più immediata ascendenza linguistica cui Gramsci poteva ragionevolmente guardare (e che non avrebbe mai più dimenticato: perché è probabilmente ad essa, mitizzata ed epurata, che Gramsci forse inconsciamente si riferiva quando pensava a una possibile lingua dell’egemonia comunista; e comunque è a tale lingua dell’umanesimo marxista, rinforzata dallo spirito della Resistenza, che si riferiscono ancora come a una possibile lingua egemonica del comunismo, molti politici di oggi). Bisogna munirsi della pazienza dei filologi, e ricorrere a tutto l’amore che una figura come quella di Gramsci ispira, per poter leggere le sue pagine di quei cinque anni.

sabato 28 marzo 2026

"Poesia in forma di rosa" di Pier Paolo Pasolini: Dal lirismo alla denuncia - il libro che segna il passaggio al "Pasolini corsaro"

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Copertina con dedica a Elsa Morante - Biblioteca nazionale Roma
A Elsa, terrificante e magnifica lettrice - Pier Paolo

"Poesia in forma di rosa"
di Pier Paolo Pasolini
Dal lirismo alla denuncia
il libro che segna il passaggio al

"Pasolini corsaro"

(Le immagini che seguono, sono fotogrammi dell'intervista televisiva, di Fernaldo Di Giammatteo a Pier Paolo Pasolini, 
"Le confessioni di un Poeta" 
1967 -  RSI Archivi) 


La raccolta "Poesia in forma di rosa" di Pier Paolo Pasolini, pubblicata nel 1964, si distingue per la sua struttura articolata, per la varietà dei registri stilistici e per la densità dei temi affrontati, che spaziano dall’autobiografia alla critica sociale, dalla riflessione linguistica al mito, dalla denuncia politica alla meditazione esistenziale. 

Il volume si presenta come una raccolta di poemetti e liriche che coprono un arco temporale dal 1961 al 1963, con alcune aggiunte successive. L’opera è suddivisa in sezioni che alternano componimenti di varia lunghezza e tono, tra cui spiccano testi come "Supplica a mia madre", "La Guinea", "Poesia in forma di rosa", "Una disperata vitalità", "Profezia", "Le belle bandiere", "Il sogno della ragione", "Progetto di opere future" e altri ancora. Non segue un’architettura rigida, ma adotta piuttosto un andamento diaristico, come lo stesso Pasolini afferma in un’intervista: 

«racconta punto per punto i progressi del mio pensiero e del mio umore in questi anni» - «nel pensiero o nell’umore in cui mi trovavo scrivendo». 

Questa scelta formale consente all’autore di restituire le contraddizioni, le oscillazioni e le tensioni che attraversano la sua esperienza personale e intellettuale, senza cercare una conciliazione o una sintesi definitiva, se non forse nell’ultima parte del libro.

La raccolta si caratterizza per una notevole varietà di registri espressivi: si passa dalla riflessione esistenziale al reportage, dal frammento epistolare alla cronaca di una giornata romana, dalla descrizione di un viaggio in Africa o in Israele alla narrazione di un processo subito dall’autore. Questa pluralità di forme è legata dal filo rosso di una drammatica interpretazione sociologica e politica della realtà, che si traduce in una tensione costante tra confessione privata e denuncia pubblica.

Dal punto di vista metrico e compositivo, Pasolini abbandona progressivamente la terzina dantesca, che aveva caratterizzato le raccolte precedenti, a favore di moduli più liberi e adattabili, spesso vicini alla prosa poetica o al verso sciolto. Questa scelta riflette la volontà di rompere con ogni condizionamento formale e di adottare una pronuncia più aggressiva e provocatoria, in sintonia con la crescente urgenza di denuncia civile. Questa articolazione, che alterna nuclei tematici e stilistici diversi, consente a Pasolini di esplorare la complessità della propria esperienza e di quella collettiva, in un continuo dialogo tra passato e presente, privato e pubblico, storia e metastoria.