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venerdì 27 febbraio 2026

Pier Paolo Pasolini: Un discorso sbagliato - Vie nuove, numero 37, 23 settembre 1961

 "Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Pier Paolo Pasolini
Un discorso sbagliato

Vie nuove

numero 37

23 settembre 1961

pag.

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Caro Pasolini, leggo in una recensione: «“Ragazzi di vita”» e «“Una vita violenta”» sono apparentemente dei drammi della povertà e del vizio, in realtà sono una esaltazione confusa della vita al di là del bene e del male, un inno dannunziano alla grandezza del biologico, un appello caldo di febbre alle forze le più primitive e selvagge… Si può sostenere che Pasolini ha del talento. Ma i suoi libri suonano falsi. Vi manca la dimensione dell’angoscia, dell’amore, della morte ed anche, piuttosto che un senso vero della vita, vi si trova un culto primario di vitalità». Io ho trovato tali osservazioni non del tutto infondate. Tu cosa ne pensi?

Bapilù pittore – Genova

È vero esattamente il contrario. E vedi la risposta alla lettera precedente. Di tutto mi si può accusare fuori che di mancare della «dimensione dell’angoscia, dell’amore, della morte». Semmai mi si può accusare di un eccesso, di tale dimensione: ed è una accusa che mi è stata mossa infatti recentemente da critici di sinistra. Mi pare che tu confonda i miei personaggi con me. In loro la vitalità esclude l’angoscia e la morte: che d’altra parte, cacciate dalla porta, rientrano dalla finestra, come si dice, e come rientrano. Da Ragazzi di vita a Accattone, l’angoscia è lì, plumbea, fatale, dietro ogni risata, ogni versaccio, ogni atto di vita. Insomma tu – e coloro che tu citi – fate a un livello più alto quello che fanno a un livello infimo, e magari in malafede, le centinaia di servi di fascisti o di preti nei giornaletti italiani: del contenutismo. Tu dici: i personaggi di Pasolini non pensano alla morte: quindi Pasolini non pensa alla morte. E quegli altri, i servi, dicono: i personaggi di Pasolini usano le parolacce, quindi Pasolini usa le parolacce. Bel ragionamento, come vedi.

Pier Paolo Pasolini


Curatore, Bruno Esposito

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Pier Paolo Pasolini: Il mondo salvato dai ragazzini - Tempo, numero 35, 27 agosto 1968, pag. 12

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Eretico e Corsaro

Pier Paolo Pasolini
Il mondo salvato dai ragazzini

Tempo

numero 35

27 agosto 1968

pag. 12

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Si può parlare di ingiustizia a proposito del mancato "grande" successo, di critica e di vendita, del Mondo salvato dai ragazzini di Elsa Morante?

Intendiamoci: successo di vendita e critica c'è stato, ma normale. Mentre il libro della Morante rappresenta un avvenimento eccezionale. É vero che non è un caso raro che un avvenimento poetico eccezionale passi sotto silenzio oppure sia accolto in un clima di normale amministrazione. Ma io ho davanti a me un "caso" particolare, e non ho voglia di generalizzare, e fare pianti greci sulle ingiustizie umane e sulla loro fatalità. La fatalità non esiste, o esiste nella misura in cui un autore (nel caso di un libro) la provochi. La critica italiana, insomma, non è mai brillata per particolare genialità: in questi ultimi anni, poi, si può addirittura dire che è letteralmente "finita". I giovani corrono dietro a stupide chimere, imposte terroristicamente e tutto ciò che non "sa" di queste intimidatorie novità, viene lasciato da parte, addirittura non accepito. Gli anziani, in parte a causa dello stesso terrorismo, un po' seguono i giovani, un po' sono completamente nelle mani dell'industria culturale. Anche la minoranza di spiriti liberi, la cui presenza va pure registrata in Italia, ha un'aria equivoca: cioè non è la "vera" minoranza di spiriti liberi, ma ne ha solo l'aspetto, le caratteristiche, il codice; in realtà è anch'essa automatica, e fa tutto ciò che una minoranza di spiriti liberi deve fare; gli scandali sono tutti, come dire?, preordinati, accadono sotto la benedizione del ghetto, anziché sotto la benedizione del potere; ecco tutto. Il libro della Morante si presenta al di fuori di tutti questi schemi culturali; nessuno è, così, pronto ad accoglierlo; ed esso suscita ammirazioni ovvie, anche adorazioni ovvie.

giovedì 26 febbraio 2026

Pasolini sul set del film di Lizzani: Requiescant - L'Unità, 28 dicembre 1966, pag. 9

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Eretico e Corsaro

Pasolini sul «set» del film di Lizzani
Requiescant

L'Unità

28 dicembre 1966

pag. 9

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


«Ho accettato di prendere parte come attore a questo film di Lizzani perchè mi piace il ruolo, perchè Lizzani e un mio amico e perchè fare l'attore mi serve ad accrescere la mia esperienza di regista»

— ha detto Pier Paolo Pasolini che ieri per la prima volta era sul set del film di Carlo Lizzani intitolato Requiescant, i cui ruoli principali sono coperti da Lou Castel e Mark Damon.

La parte assegnata a Pasolini e quella d'un rivoluzionario messicano dei primi del '900 che riesce a convincere un impavido guerrigliero (impersonato da Lou Castel) a mettersi a capo d'un gruppo di ribelli operanti al di la del Rio Grande, contro il Texas.

Pasolini aveva già fatto l'attore in un altro film dello stesso Lizzani: II gobbo.

Gli e stato chiesto di esprimere un giudizio sul genere western che non incontra le simpatie di certi ambienti culturali e viene ritenuto un prodotto artigianale.

«Il western e quasi sempre buon cinema — ha detto Pasolini — a parte il fatto che alcuni western di Ford e Howard Hawks sono considerati tra i classici dello schermo».

Del film di Lizzani lo scrittore ha detto che ha dei personaggi ben costruiti e una vicenda interessante. Oltre a Lou Castel e Mark Damon prendono parte al film nei ruoli principali anche Renato Nicolai, Barbara Frei, Rossana Crisman, Mirella Maravidi, Michele Rago. La sceneggiatura e stata scritta da Adriano Bolzoni.

11 film viene «girato» a colori con cinque macchine da presa usate per le scene di massa secondo il sistema americano « Pluri-shots».



Curatore, Bruno Esposito

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Pier Paolo Pasolini: Risposta al Presidente Leone - Tempo, numero 41, 5 ottobre 1968, pag. 14

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Eretico e Corsaro


Pier Paolo Pasolini
Risposta al Presidente Leone

Tempo

numero 41

5 ottobre 1968

pag. 14


( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Qui la Lettera di Pasolini al Presidente del Consiglio Giovanni Leone 

Qui il Presidente Leone, risponde a Pasolini

Qui Pasolini risponde al presidente Leone


Di solito, per una risposta come la Sua, si esordisce ringraziando. É dunque ringraziando che qui esordisco: ma non formalmente. Anzi, aggiungo subito che la Sua risposta - in un Paese come il nostro, che Lei meglio di me conosce - è straordinaria: perché esce, anzi contraddice alle abitudini malamente democratiche che regolano la nostra vita. É chiaro: conoscendola io di persona, non ne sono molto sorpreso: ma so quanto facilmente in Italia le Persone possono scomparire nelle Istituzioni.

É dunque con uno spirito rallegrato dal Suo atto di democrazia "reale" - che è sempre "personale" - che rispondo alle Sue argomentazioni.

Il punto numero uno è, per me, il più misterioso - tecnicamente misterioso - della Sua lettera. Vede, io non ho una formazione né politica, né giuridica, né burocratica: mi è difficile dunque accettare quanto di necessariamente formale c'è nella discussione e nell'azione politica, giuridica e burocratica. Comprendo solo esteriormente che tale momento formale ci deve essere (è vero: anche sul piano dell'espressione letteraria c'è un momento formale; ma di esso ho diretta esperienza, e mi è divenuto abitudinario).

Il momento formale della Sua prima argomentazione è questo: i due alti funzionari presenti a Venezia erano presenti a Venezia in funzione di componenti il consiglio di amministrazione dell'ente veneziano. Ma perché sono componenti del consiglio di amministrazione veneziano? Lo dice Lei stesso: perché sono direttori generali dei Ministeri del Turismo e della Pubblica Istruzione.

mercoledì 25 febbraio 2026

Il Presidente Leone risponde a Pasolini - Tempo, numero 40, 28 settembre 1968, pag, 4

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Eretico e Corsaro

Il Presidente Leone risponde a Pasolini

Tempo

numero 40

28 settembre 1968

pag, 4

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Qui la Lettera di Pasolini al Presidente del Consiglio Giovanni Leone 

Qui il Presidente Leone, risponde a Pasolini

Qui Pasolini risponde al presidente Leone



Nel numero 39 di Tempo, a pagina 18, Pier Paolo Pasolini, nella rubrica "Il caos", indirizzò una lettera aperta al Presidente del Consiglio. Pubblichiamo ora la risposta del senatore Leone, sulla quale il nostro collaboratore P. P. Pasolini si riserva di tornare nella sua prossima rubrica.

Roma, 18 settembre 1968

Caro Pasolini,

poichè lei mi ricorda - nella sua consueta rubrica pubblicata sul numero 39 di "Tempo" - il nostro incontro in occasione di una visione privata del film "Uccellacci, uccellini" e di essere in grado perciò di rivolgersi a me come amico, è con la stessa franchezza di quell' incontro che rispondo alla sua lettera aperta:

1) In primo luogo devo dirle che il governo non è intervenuto affatto nella vicenda della Mostra del Cinema di Venezia, avendo lasciato - com'era suo dovere - che ogni decisione fosse assunta nella propria autonomia dagli organi responsabili dell'Ente autonomo. Non mi occuperò dello svolgimento dei fatti; mi sarebbe solo facile a tal proposito dirle che non è stato possibile - e non solo a me - comprendere il suo atteggiamento nei confronti della Mostra (può dirsi, senza offenderla, che fu per lo meno contraddittorio o perplesso).

A Venezia non fu inviato alcun rappresentante o portavoce di organi ministeriali. La presenza a Venezia di due alti funzionari era - come lei sa e sanno tutti - in funzione della loro posizione (quali direttori generali dei Ministeri del Turismo e della Pubblica Istruzione) di componenti il consiglio di amministrazione dell'Ente.

Quando ricevetti la delegazione del Consiglio comunale di Venezia accompagnata dal Sindaco, ripetei l'assoluta estraneità del governo alle decisioni relative alla Mostra. In quell'occasione dichiarai - e confermo - che il governo era pronto a presentare un disegno di legge che disciplinasse in maniera nuova e democratica l'Ente. Fui pregato di attendere i risultati del convegno indetto per i primi di ottobre. Non appena saremo in possesso di tali dati, presenteremo al Parlamento l'esame - il disegno di legge, nell'intento di rimuovere per il settembre 1969 le cause della contestazione.

Pier Paolo Pasolini: Lettera al Presidente del Consiglio Giovanni Leone - Tempo numero 39, 21 settembre 1968, pag. 18

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Lettera al Presidente del Consiglio Giovanni Leone 
di Pier Paolo Pasolini 
(Sulla contestazione alla Mostra del Cinema di Venezia e sulla repressione del Movimento Studentesco)
“Tempo”
numero 39
21 settembre 1968
pag. 18

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )

Lettera al Presidente del Consiglio


Ci siamo conosciuti - se lo ricorda onorevole Leone? - a una proiezione privata di "Uccellacci e uccellini" (Lei, come si sono riaccese le luci, mi ha dato sul film il primo giudizio: sospeso ma cordiale); Le posso dunque scrivere non come a un remoto Capo del Governo, ma come a uomo in carne e ossa, come a un amico. 
Vorrei porle una domanda precisa (una "interrogazione"?), seguita da altre domande nascenti da una curiosità puramente intellettuale, non implicanti una risposta.
La prima domanda è: per quale ragione il governo da Lei presieduto, e che, appunto perché provvisorio, rappresenta in modo più funzionale e trasparente il potere statale, ne è emanazione diretta e impretestuale, si è dimostrato violentemente ostile a una richiesta così "squisitamente" democratica, com'era quella delle forze di contestazione contro la Mostra di Venezia (dopo un primo momento, diciamo, eversivo: l'occupazione, del resto solo minacciata)? 

martedì 24 febbraio 2026

Pier Paolo Pasolini: Il settarismo rende disumani - Vie nuove, numero 37, 23 settembre 1961, pag. 20

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Eretico e Corsaro

Pier Paolo Pasolini
Il settarismo rende disumani

Vie nuove

numero 37

23 settembre 1961

pag. 20

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Ho avuto una discussione con un compagno iscritto al PCI dal 1921. Sostiene che Gesù Cristo lottava per l’uguaglianza e la libertà dei popoli e aggiunge che nel ’21 il PCI stampava ritratti di Gesù. Mi è capitato «Il pioniere». Vi ho letto: anche Gesù Cristo infatti morì sulla croce perché tutti gli uomini fossero uguali e tutti avessero giustizia (sulla storia di Spartaco). Nel Vangelo degli Apostoli, nella parabola del Seminatore, vi è scritto: «Infatti, a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. Beato quel servo che il padrone tornando troverà a fare il suo dovere». Cortesemente chiedo una spiegazione anche di questa frase evangelica: «Quando sentirete guerre e rumori di guerre, non temete, è necessario che ciò avvenga». 

L. F. – Terni

È quasi un luogo comune dire che la dinamica morale del socialismo è profondamente cristiana. Tanto è vero che alcuni uomini di sinistra, un po’ schizzinosi, se ne vergognano, e torcono il naso davanti all’«umanitarismo», al «populismo» ecc. come fossero malattie infettive. Non bisogna più parlare di lealtà, amore, generosità, innocenza, perché altrimenti gli Asor Rosa decretano che si è reazionari e cristiani. Il settarismo rende disumani, questa è la verità. O altrimenti, chi è per traumi suoi, per sue ragioni private, disumano, o poco umano, tende al settarismo, alla miopia dell’eccesso ideologico-moralistico. In realtà, per conto mio, penso che alla radice o alla preistoria di ogni autentica posizione socialista, ci sia un sentimento cristiano, evangelico. E ciò, direi, per lunga tradizione storica. Proprio in questi giorni, durante la lunga corsa in macchina da Venezia a Roma, mi sono divertito a pensare a un dramma «brechtiano», in cui Dio fonda, direttamente, la Chiesa, e poi il Diavolo, piano piano, indirettamente, se la piglia.

Pier Paolo Pasolini: Una lettera sgradevole - Tempo, numero 36, 3 settembre 1968, pag. 68

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Eretico e Corsaro

Pie Paolo Pasolini
Una lettera sgradevole

Tempo

numero 36

3 settembre 1968

pag. 68

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Naturalmente comincio a ricevere delle lettere dai lettori di "Tempo". Non lo vorrei, perché ogni lettera costituisce un peccato di omissione, cioè una mancata risposta. In genere, devo dire, si tratta di lettere gradevoli: qualcuna di esse mi dà anche una profonda gioia (benché breve come un lampo). A scrivere sono quasi sempre delle persone "ingenue": la categoria di persone che più amo. E talvolta questa ingenuità ha la goffaggine e la chiarezza della grazia.

É una sola la lettera sgradevole che ho ricevuto. Viene da un paese del Napoletano, ed è firmata da un comunista: egli mi rimprovera di essere passato da "Vie nuove" a "Tempo", traendo da questo la conclusione che finirò prima o poi al "Corriere della Sera", secondo il destino di tutti gli scrittori arrivisti (si dice così?). Nella sua amarezza, offensiva e, appunto, sgradevole, tale lettera di per sé è tuttavia "ingenua": quindi non ce l'ho col suo autore. L'essere comunisti non è palingenetico. C'è un destino "italiano" che è inevitabile: esso resta nei sentimenti, nel corpo, nell'essere, anche quando si appartiene a un partito che supera, nelle idee, la nazionalità, in quanto tale nazionalità, come fatto storico, è determinata nei suoi caratteri dalla grande borghesia al potere e dalla piccola borghesia conservatrice.

sabato 21 febbraio 2026

Dramma sul filo: Pasolini alle Olimpiadi di Roma 1960 - Vie nuove, numero 37, 17 settembre 1960, pag. 20-21

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Eretico e Corsaro


Dramma sul filo
Pasolini alle Olimpiadi di Roma 1960

Vie nuove

numero 37

17 settembre 1960

pag. 20-21

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Vedi anche:

Dramma sul filo 

Tradisce i pattini per la bicicletta

Un mondo pieno di futuro


Pier Paolo Pasolini ha seguito per Vie Nuove i Giochi Olimpici ed è stato costretto di conseguenza a sospendere per alcuni numeri la sua rubrica "Dialoghi con Pasolini". 


Mi sono accorto di essere un pessimo spettatore di gare atletiche. So che questo può dispiacere. E dispiace anche a me stesso, del resto. Intendo dire che sono un pessimo spettatore di gare di atletica pura, quella ideale, quella per cui si fanno le Olimpiadi vere. Ieri sera, per televisione in una pizzeria della Marranella mi sono veramente divertito, agli incontri di boxe, e alla partita Italia-Jugoslavia: ma divertito fino a saltare sulla sedia e a gridare, come gli altri, intorno a me, ai tavolini unti, giovani operai o disoccupati, rauchi nell'odore di fritto.

Trovavo splendido Musso, i polacchi, lo straripante Cassius Clay: trovavo ottimo l'adolescente attacco della nazionale italiana, Rivera, Rossano... Ero insomma veramente partecipe. Oggi, all'Olimpico, battuto ora dal sole cocente, ora da un freddo che gelava, sono rimasto quasi sempre indifferente.

Ci sarà pure una ragione. Qual è? Io temo che sia poco lusinghiera, per quanto mi riguarda: ma sarà pur necessaria, e quindi al di là di ogni giudizio di valore. Da troppo tempo lo sport è spettacolo: e tutta l'organizzazione sportiva è per lo spettacolo. Il prato erboso degli stadi e il ring sono dei palcoscenici: che hanno addirittura sostituito i palcoscenici veri. E' inutile rimpiangere le cose che passano: bisogna coraggiosamente affrontare quelle che si presentano, nuove, portate da nuove necessità. Ci sono degli sport che, piano piano, hanno finito col non coincidere più con lo spettacolo. Solo per pochi reggerebbe uno spettacolo teatrale composto da letture di liriche: davanti a un pubblico medio, questo non è concepibile. La gara atletica pura è una lirica, più o meno breve: i cento metri un endecasillabo, i duecento un emistichio, i quattrocento una quartina... Già la maratona è spettacolo, perché è come un lungo monologo, disperato, drammatico... Insomma, mentre la corsa e il lancio erano nell'antichità dei fenomeni necessari anche fuori dallo sport, nella vita quotidiana, nella guerra, ecc., la loro purezza era relativa, e la loro bellezza si basava sulla necessità. Oggi, pian piano, nulla di ciò che è fisico è necessario, dato che tutto è stato sostituito dalla macchina: e lo sport è diventato lentamente, quanto a necessità, un puro fatto igienico: e sopravvive soltanto, direi, perché sfoga certi istinti aggressivi e competitivi, di predominio, che nell'uomo moderno non si sono ancora spenti. Ed è quindi divenuto spettacolo, per l'esigenza di masse enormi che senza dubbio non amano la brevità squisita di un endecasillabo...

Tradisce i pattini per la bicicletta: Pasolini intervista Kapitonov - Pasolini alle Olimpiadi di Roma 1960 - Vie nuove, numero 36, 10 settembre 1960, pag. 38-39

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dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Tradisce i pattini per la bicicletta
Pasolini intervista Kapitonov
Pasolini alle Olimpiadi di Roma 1960

Vie nuove

numero 36

10 settembre 1960

pag. 38-39

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Vedi anche:

Dramma sul filo 

Tradisce i pattini per la bicicletta

Un mondo pieno di futuro


Pier Paolo Pasolini ha seguito per Vie Nuove i Giochi Olimpici ed è stato costretto di conseguenza a sospendere per alcuni numeri la sua rubrica "Dialoghi con Pasolini". 


Non ho altro da dire che di una cena. Banale, direi: perché consumata in un locale dove io sono stato mille volte, con gli amici consueti, che non ha nulla di straordinario, di eccitante. Per di più, la conversazione, anziché fluire liberamente e disordinatamente è, per necessità arginata, compressa, incasellata dalla presenza dell'inappuntabile interprete.

Viktor Kapitonov è un giovanotto secco, alto, caldo di energia fisica, timido. Le sue grandi mani ossute toccano con la grazia della goffagine i piatti e i cibi del ristorante romano, e il suo sguardo è quello di un adolescente. Ogni volta che apre bocca mi pare che debba dire una frase friulana. Questa, del resto, è una impressione che avevo sempre a Mosca, benché Mosca sia una enorme capitale, e il Friuli, invece, sia tutto campagne e paesetti. Kapitonov mi pare un mio amico di quando stavo lassù: il biondo dei capelli è quello, e anche come sono pettinati, lisci alle tempie e gonfi al centro in un ciuffo ordinato e allegro. Mi sembra assurdo che per parlare con lui mi debba servire un interprete.