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giovedì 26 marzo 2026

Teorema di Pasolini: il sacro tra scandalo, allegoria e rivoluzione del linguaggio cinematografico.

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Teorema di Pasolini
il sacro tra scandalo
allegoria
e rivoluzione del linguaggio cinematografico.

( Tutte le immagini sono tratte da - www.internetculturale.it )

Il 1968, anno di uscita di Teorema, è il culmine di una stagione molto agitata. Le proteste studentesche e operaie, la richiesta di nuove libertà e diritti, la crisi delle istituzioni tradizionali (famiglia, scuola, Chiesa) e una forte spinta verso una maggiore democratizzazione della società creano un clima di tensione e di speranza, ma anche di conflitto e smarrimento. In questo scenario, la borghesia italiana, pur modernizzandosi, conserva ancora tracce profonde delle sue origini rurali e di un rapporto ambiguo con il sacro, come sottolinea lo stesso Pasolini nelle sue interviste e nei suoi scritti.

Teorema vuole essere una fenditura nel corpo compatto della borghesia italiana degli anni Sessanta: un film che non racconta semplicemente una storia, ma mette in scena un trauma, un’irruzione, un contagio del sacro in un mondo che si credeva immune da ogni trascendenza. Non un dramma psicologico, non un apologo morale, ma un esperimento poetico e politico che usa il cinema come strumento di rivelazione. Pasolini costruisce un teorema, appunto: una dimostrazione per immagini. Introduce un ospite enigmatico, figura insieme angelica e demoniaca, in una famiglia borghese e la dissolve dall’interno. Ogni gesto, ogni sguardo, ogni corpo toccato dall’ospite diventa un punto della dimostrazione, un passaggio necessario per mostrare ciò che la borghesia non può sopportare: la propria vacuità, la propria incapacità di desiderare davvero, la propria condanna a un’esistenza senza sacro. Il film nasce in un’Italia attraversata da tensioni profonde e Pasolini ne fa un laboratorio di linguaggio. La narrazione si frantuma, la parola si ritrae, il silenzio diventa un campo di forze. Il sacro non è un tema: è un’energia che invade lo schermo, un’epifania che non consola ma distrugge. Come afferma lo stesso Pasolini, il film rappresenta una “rottura formale” ma non di contenuto: i temi della crisi, dell’irruzione del sacro, della contraddizione tra marxismo e misticismo erano già presenti nelle sue opere precedenti, ma in Teorema assumono una forma nuova, enigmatica, sospesa.

Teorema nasce parallelamente come progetto letterario e cinematografico. Nel marzo 1968 Pasolini pubblica il romanzo omonimo, che viene subito adattato in sceneggiatura e girato nella primavera dello stesso anno. Il film viene presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia il 5 settembre 1968, in un clima di forti tensioni politiche e culturali legate alla contestazione del festival stesso. La proiezione del film è segnata da numerose difficoltà e polemiche. Pasolini, pur essendo coinvolto nelle proteste contro lo statuto fascista della Mostra di Venezia, decide di presentare il film per ragioni di "produzione", ma si oppone alla sua proiezione contro la propria volontà, in solidarietà con gli altri autori e con i movimenti di contestazione. Il film viene comunque proiettato, suscitando scandalo e dibattito sia in Italia che all’estero.

venerdì 6 marzo 2026

Pier Paolo Pasolini: Le critiche del Papa - Tempo, numero 40, 28 settembre 1968, pag. 68

 "Le pagine corsare " 

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Eretico e Corsaro

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Pier Paolo Pasolini
Le critiche del Papa

Tempo

numero 40

28 settembre 1968

pag. 68

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Le critiche del Papa

In un giornale di Roma, che oggi è espressione del cattolicesimo pregiovanneo (per usare un eufemismo) è apparso un misterioso articolo (il 15 settembre), che nessun altro giornale, che io sappia, almeno fino al momento in cui scrivo, ha più ripreso. Il titolo di questo articolo, su tre colonne, in prima pagina, era: "Critiche di Paolo VI allo Stato e ai partiti", il sottotitolo: "Il Papa scrive: la Costituzione può e deve essere riformata". L'articolo era accompagnato da un commento: "Stato estraneo".

Di cosa si tratta? Di una lettera di Paolo VI al Cardinale Giuseppe Siri, a proposito della 39a Settimana sociale dei cattolici, che si terrà in questi giorni a Catania. Il giornale romano precisa però: "Il documento reca la firma del Cardinal Segretario di Stato Amleto Giovanni Cicognani, ma i principî, le indicazioni e gli orientamenti che vi sono delineati rispecchiano fedelmente i più recenti sviluppi del pensiero politico-sociale di Paolo VI".

Pasolini: Il Vietnam è passato di moda? - Tempo, numero 43, 19 ottobre 1968, pag. 30

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Pasolini
Il Vietnam è passato di moda?

Tempo

numero 43

19 ottobre 1968

pag. 30

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Il Vietnam è passato di moda?

Da qualche settimana la parola Vietnam sembra scomparsa dai titoli dei giornali. L'urgenza, l'ostinazione, la ostentazione con cui tale parola "faceva notizia" fino a qualche tempo fa, hanno lasciato il posto a una distratta "routine", o almeno a una sorta di sospensione. Se a qualche pazzo venisse in mente di fare una ricerca filologica sul numero delle volte in cui la parola Vietnam è stata adoperata nella cronaca di questi anni, compilando delle liste sotto le diverse voci: partiti politici, giornali, persone ecc., si troverebbe davanti a una statistica che a suo modo darebbe perfettamente l'idea del clima politico e morale in cui siamo vissuti: e peccato che a tale indagine verrebbe a mancare l'apporto dell'uso orale che si è fatto di questa parola.

Posso dire con assoluta certezza che io sarei l'ultimo nella lista delle persone che hanno usato questa parola (per scritto e anche oralmente: per scritto non l'ho usata certamente più di tre volte). Me ne faccio un vanto. Infatti la parola Vietnam è stata nella maggior parte dei casi usata demagogicamente, ricattatoriamente, per obbligo, per moda, per moralismo, per necessità: al fine di strumentalizzare o di farsi strumentalizzare; con vanità, con superbia, con conformismo. Era un generale cupio dissolvi in un sentimento divenuto comune: insieme indifferenziato e discriminato, maggioritario ed elettivo.

venerdì 27 febbraio 2026

Pier Paolo Pasolini: Il mondo salvato dai ragazzini - Tempo, numero 35, 27 agosto 1968, pag. 12

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Pier Paolo Pasolini
Il mondo salvato dai ragazzini

Tempo

numero 35

27 agosto 1968

pag. 12

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Si può parlare di ingiustizia a proposito del mancato "grande" successo, di critica e di vendita, del Mondo salvato dai ragazzini di Elsa Morante?

Intendiamoci: successo di vendita e critica c'è stato, ma normale. Mentre il libro della Morante rappresenta un avvenimento eccezionale. É vero che non è un caso raro che un avvenimento poetico eccezionale passi sotto silenzio oppure sia accolto in un clima di normale amministrazione. Ma io ho davanti a me un "caso" particolare, e non ho voglia di generalizzare, e fare pianti greci sulle ingiustizie umane e sulla loro fatalità. La fatalità non esiste, o esiste nella misura in cui un autore (nel caso di un libro) la provochi. La critica italiana, insomma, non è mai brillata per particolare genialità: in questi ultimi anni, poi, si può addirittura dire che è letteralmente "finita". I giovani corrono dietro a stupide chimere, imposte terroristicamente e tutto ciò che non "sa" di queste intimidatorie novità, viene lasciato da parte, addirittura non accepito. Gli anziani, in parte a causa dello stesso terrorismo, un po' seguono i giovani, un po' sono completamente nelle mani dell'industria culturale. Anche la minoranza di spiriti liberi, la cui presenza va pure registrata in Italia, ha un'aria equivoca: cioè non è la "vera" minoranza di spiriti liberi, ma ne ha solo l'aspetto, le caratteristiche, il codice; in realtà è anch'essa automatica, e fa tutto ciò che una minoranza di spiriti liberi deve fare; gli scandali sono tutti, come dire?, preordinati, accadono sotto la benedizione del ghetto, anziché sotto la benedizione del potere; ecco tutto. Il libro della Morante si presenta al di fuori di tutti questi schemi culturali; nessuno è, così, pronto ad accoglierlo; ed esso suscita ammirazioni ovvie, anche adorazioni ovvie.

giovedì 26 febbraio 2026

Pier Paolo Pasolini: Risposta al Presidente Leone - Tempo, numero 41, 5 ottobre 1968, pag. 14

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Eretico e Corsaro


Pier Paolo Pasolini
Risposta al Presidente Leone

Tempo

numero 41

5 ottobre 1968

pag. 14


( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Qui la Lettera di Pasolini al Presidente del Consiglio Giovanni Leone 

Qui il Presidente Leone, risponde a Pasolini

Qui Pasolini risponde al presidente Leone


Di solito, per una risposta come la Sua, si esordisce ringraziando. É dunque ringraziando che qui esordisco: ma non formalmente. Anzi, aggiungo subito che la Sua risposta - in un Paese come il nostro, che Lei meglio di me conosce - è straordinaria: perché esce, anzi contraddice alle abitudini malamente democratiche che regolano la nostra vita. É chiaro: conoscendola io di persona, non ne sono molto sorpreso: ma so quanto facilmente in Italia le Persone possono scomparire nelle Istituzioni.

É dunque con uno spirito rallegrato dal Suo atto di democrazia "reale" - che è sempre "personale" - che rispondo alle Sue argomentazioni.

Il punto numero uno è, per me, il più misterioso - tecnicamente misterioso - della Sua lettera. Vede, io non ho una formazione né politica, né giuridica, né burocratica: mi è difficile dunque accettare quanto di necessariamente formale c'è nella discussione e nell'azione politica, giuridica e burocratica. Comprendo solo esteriormente che tale momento formale ci deve essere (è vero: anche sul piano dell'espressione letteraria c'è un momento formale; ma di esso ho diretta esperienza, e mi è divenuto abitudinario).

Il momento formale della Sua prima argomentazione è questo: i due alti funzionari presenti a Venezia erano presenti a Venezia in funzione di componenti il consiglio di amministrazione dell'ente veneziano. Ma perché sono componenti del consiglio di amministrazione veneziano? Lo dice Lei stesso: perché sono direttori generali dei Ministeri del Turismo e della Pubblica Istruzione.

mercoledì 25 febbraio 2026

Il Presidente Leone risponde a Pasolini - Tempo, numero 40, 28 settembre 1968, pag, 4

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Il Presidente Leone risponde a Pasolini

Tempo

numero 40

28 settembre 1968

pag, 4

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Qui la Lettera di Pasolini al Presidente del Consiglio Giovanni Leone 

Qui il Presidente Leone, risponde a Pasolini

Qui Pasolini risponde al presidente Leone



Nel numero 39 di Tempo, a pagina 18, Pier Paolo Pasolini, nella rubrica "Il caos", indirizzò una lettera aperta al Presidente del Consiglio. Pubblichiamo ora la risposta del senatore Leone, sulla quale il nostro collaboratore P. P. Pasolini si riserva di tornare nella sua prossima rubrica.

Roma, 18 settembre 1968

Caro Pasolini,

poichè lei mi ricorda - nella sua consueta rubrica pubblicata sul numero 39 di "Tempo" - il nostro incontro in occasione di una visione privata del film "Uccellacci, uccellini" e di essere in grado perciò di rivolgersi a me come amico, è con la stessa franchezza di quell' incontro che rispondo alla sua lettera aperta:

1) In primo luogo devo dirle che il governo non è intervenuto affatto nella vicenda della Mostra del Cinema di Venezia, avendo lasciato - com'era suo dovere - che ogni decisione fosse assunta nella propria autonomia dagli organi responsabili dell'Ente autonomo. Non mi occuperò dello svolgimento dei fatti; mi sarebbe solo facile a tal proposito dirle che non è stato possibile - e non solo a me - comprendere il suo atteggiamento nei confronti della Mostra (può dirsi, senza offenderla, che fu per lo meno contraddittorio o perplesso).

A Venezia non fu inviato alcun rappresentante o portavoce di organi ministeriali. La presenza a Venezia di due alti funzionari era - come lei sa e sanno tutti - in funzione della loro posizione (quali direttori generali dei Ministeri del Turismo e della Pubblica Istruzione) di componenti il consiglio di amministrazione dell'Ente.

Quando ricevetti la delegazione del Consiglio comunale di Venezia accompagnata dal Sindaco, ripetei l'assoluta estraneità del governo alle decisioni relative alla Mostra. In quell'occasione dichiarai - e confermo - che il governo era pronto a presentare un disegno di legge che disciplinasse in maniera nuova e democratica l'Ente. Fui pregato di attendere i risultati del convegno indetto per i primi di ottobre. Non appena saremo in possesso di tali dati, presenteremo al Parlamento l'esame - il disegno di legge, nell'intento di rimuovere per il settembre 1969 le cause della contestazione.

Pier Paolo Pasolini: Lettera al Presidente del Consiglio Giovanni Leone - Tempo numero 39, 21 settembre 1968, pag. 18

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Eretico e Corsaro



Lettera al Presidente del Consiglio Giovanni Leone 
di Pier Paolo Pasolini 
(Sulla contestazione alla Mostra del Cinema di Venezia e sulla repressione del Movimento Studentesco)
“Tempo”
numero 39
21 settembre 1968
pag. 18

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )

Lettera al Presidente del Consiglio


Ci siamo conosciuti - se lo ricorda onorevole Leone? - a una proiezione privata di "Uccellacci e uccellini" (Lei, come si sono riaccese le luci, mi ha dato sul film il primo giudizio: sospeso ma cordiale); Le posso dunque scrivere non come a un remoto Capo del Governo, ma come a uomo in carne e ossa, come a un amico. 
Vorrei porle una domanda precisa (una "interrogazione"?), seguita da altre domande nascenti da una curiosità puramente intellettuale, non implicanti una risposta.
La prima domanda è: per quale ragione il governo da Lei presieduto, e che, appunto perché provvisorio, rappresenta in modo più funzionale e trasparente il potere statale, ne è emanazione diretta e impretestuale, si è dimostrato violentemente ostile a una richiesta così "squisitamente" democratica, com'era quella delle forze di contestazione contro la Mostra di Venezia (dopo un primo momento, diciamo, eversivo: l'occupazione, del resto solo minacciata)? 

martedì 24 febbraio 2026

Pier Paolo Pasolini: Una lettera sgradevole - Tempo, numero 36, 3 settembre 1968, pag. 68

 "Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Pie Paolo Pasolini
Una lettera sgradevole

Tempo

numero 36

3 settembre 1968

pag. 68

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Naturalmente comincio a ricevere delle lettere dai lettori di "Tempo". Non lo vorrei, perché ogni lettera costituisce un peccato di omissione, cioè una mancata risposta. In genere, devo dire, si tratta di lettere gradevoli: qualcuna di esse mi dà anche una profonda gioia (benché breve come un lampo). A scrivere sono quasi sempre delle persone "ingenue": la categoria di persone che più amo. E talvolta questa ingenuità ha la goffaggine e la chiarezza della grazia.

É una sola la lettera sgradevole che ho ricevuto. Viene da un paese del Napoletano, ed è firmata da un comunista: egli mi rimprovera di essere passato da "Vie nuove" a "Tempo", traendo da questo la conclusione che finirò prima o poi al "Corriere della Sera", secondo il destino di tutti gli scrittori arrivisti (si dice così?). Nella sua amarezza, offensiva e, appunto, sgradevole, tale lettera di per sé è tuttavia "ingenua": quindi non ce l'ho col suo autore. L'essere comunisti non è palingenetico. C'è un destino "italiano" che è inevitabile: esso resta nei sentimenti, nel corpo, nell'essere, anche quando si appartiene a un partito che supera, nelle idee, la nazionalità, in quanto tale nazionalità, come fatto storico, è determinata nei suoi caratteri dalla grande borghesia al potere e dalla piccola borghesia conservatrice.

martedì 13 gennaio 2026

Il Vangelo della ribellione - Pier Paolo Pasolini: cinema, borghesia, rivoluzione - Pubblicato in Analysis , n. 371, 22 aprile 1968, Buenos Aires

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Il Vangelo della ribellione
Pier Paolo Pasolini: cinema, borghesia, rivoluzione

Pubblicato in Analysis

n. 371

22 aprile 1968

Buenos Aires


A questo link, trovi tutte le interviste: Interviste a Pasolini - Le pagine Corsare 



Intervista condotta da Joaquín Sokolowic


"Sono un borghese, certo. 

Come lo era Lenin, 

come lo è ora Castro."


In nessun momento delle due ore dedicate la scorsa settimana a Joaquín Sokolowicz, inviato speciale di Análisis , Pier Paolo Pasolini ha abbandonato il suo stile brusco e senza sorriso, un misto di estrema precisione nelle risposte e rabbia a malapena contenuta nella voce. Quello che segue è il risultato di quell'intervista esclusiva rilasciata da Pasolini a Roma.

La sua figura scarna, il suo volto ascetico e affascinante, sono saliti ai vertici dell'iconografia giornalistica mondiale in meno di otto anni. Pier Paolo Pasolini, come le più grandi star del cinema, seppur in modo diverso, è diventato anche sinonimo di scandalo. È legato alle polemiche ai massimi livelli della critica letteraria, agli incidenti di polizia (rapinò una modesta attività commerciale nel 1962), ai procedimenti giudiziari (fu condannato penalmente due volte, una delle quali per "offese alla religione" in una scena del film Rogopag ), alle sue furiose diatribe legate agli eventi politici e artistici italiani, ad atti in contrasto con la morale dominante, e al suo status di marxista dissidente che dedicò il suo film Il Vangelo secondo Matteo , uno dei capolavori del cinema cristiano, "alla dolce e amata memoria di Papa Giovanni XXIII".

Attualmente vive in un appartamento immacolato, elegantemente ordinato, nel quartiere EUR, alla periferia di Roma. Ma Pasolini ha conosciuto altri livelli, a pochi passi da Via Veneto, dove miseria, criminalità e corruzione hanno alimentato le sue prime visioni cinematografiche: a quel tempo, era un insegnante di liceo nella capitale. In realtà, la sua vita è stata nomade: è nato a Bologna nel 1922 (figlio di padre romagnolo e madre friulana) e ha vissuto successivamente a Parma, Belluno, Conediano, Sacile, Idria e Casarsa, seguendo le diverse destinazioni della sua famiglia. Questa bestia nera dell'ipocrisia, aspra, caustica e tagliente; questo delinquente, questo poeta dialettale – il suo primo libro di versi, del 1954, scritto in friulano, si intitola La meglio gioventù –; Questo militante comunista, il cui secondo romanzo, Una vita violenta , trae ispirazione da eventi contemporanei ("gli eventi in Ungheria preannunciano soluzioni luminose: la revisione dello stalinismo, un fecondo rinnovamento interno del Partito Comunista"), è profondamente legato alla madre e alla memoria del fratello. Nel Vangelo secondo Matteo, sua madre interpretava il ruolo della Vergine Maria adulta. Dopo aver visto il film, il cardinale Urbani, patriarca di Venezia, gli chiese: "Come faceva sua madre a esprimere un tale dolore?". La risposta di Pasolini rivelò, insieme al suo segreto registico, il suo legame familiare: "Ho motivato mia madre facendole pensare a mio fratello Guido. Ha rivissuto il dolore della perdita di suo figlio". Guido Pasolini morì il 12 febbraio 1955, ucciso a colpi di arma da fuoco dagli jugoslavi al comando del maresciallo comunista Tito in una battaglia di confine contro miliziani italiani su un territorio conteso tra i due paesi. Anche Guido era comunista.

L'intensa vita letteraria di Pasolini, incarnata, oltre che nelle opere già citate, nel suo primo romanzo, Ragazzi di vita (1955), nelle raccolte di poesie L'usignolo nella chiesa cattolica (1958), Le ceneri di Gramsci (1957) e La religione del mio tempo (1961), e in numerosi saggi di critica e filologia, alimenta il fondamento coerente della sua opera, compresa la produzione cinematografica. In essa, la lingua assume un significato particolare; da qui la rottura con la lingua ufficiale e l'uso delle forme dialettali, del lunfardo (gergo argentino), come espressione necessaria del sottoproletariato. In questo modo, segna il suo divorzio dal classicismo e segnala la costruzione dei propri strumenti, della sua emarginazione belligerante. È stato giustamente detto che il suo film Mamma Roma sarebbe impossibile da doppiare in un'altra lingua, tale è il grado di comunione intrinseca dei personaggi con la loro lingua parlata. Per Carlo Levi, “Pasolini crea un mondo di pre-espressione” che, nei casi estremi, ricorre all’interiezione, alla manifestazione di una vitalità pura, non ancora articolata e organizzata come linguaggio.

Pasolini spiega, dal suo punto di vista e in occasione del suo primo film, Accattone : "È davvero necessario che l'analisi di un male culmini nella prescrizione di una terapia pratica? Non sono né un politico né un sociologo, sono uno scrittore. La terapia di uno scrittore differisce da quella di un politico o di un sociologo in quanto la prima è parte intima dell'analisi, inseparabile da essa, un elemento integrante. In altre parole, la preoccupazione e la speranza implicita che uno scrittore nutre per l'analisi sociale ne sono la 'espressione': quanto più pertinente e poetica è tale espressione, tanto meno ha bisogno di aggiunte didattiche, istruttive, edificanti e così via."

venerdì 2 gennaio 2026

Pasolini intervistato da Gigi Ghirotti: andrà al Festival pur di non ottenere premi - La Stampa, 15 agosto 1968, pag 7

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Eretico e Corsaro


Pasolini andrà al Festival pur di non ottenere premi

La Stampa

15 agosto 1968

pag 7

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


La difficile preparazione della Mostra di Venezia Pasolini andrà al Festival pur di non ottenere premi Ha accettato di presentare il suo film « Teorema » dichiarando in partenza che non ritirerà un eventuale riconoscimento - La stessa posizione è condivisa da Liliana Cavani, autrice di «Galileo», e Bernardo Bertolucci, presente con «Partner» - Pier Paolo Pasolini polemizza con i nemici della rassegna e attacca il terrorismo ideologico dei « fascisti di sinistra » 

(Dal nostro inviato speciale) 

Venezia, 14 agosto. 

Il Leone d'oro, premio della Mostra cinematografica di Venezia al miglior film della rassegna, quest'anno corre un rischio che gli anni passati non corse: il rischio di essere lasciato lì, a ruggire davanti la poltrona di Luigi Chiarini, direttore del Festival. Una lunga giornata di discussioni tra Chiarini e alcuni tra i possibili candidati al premio (Pasolini, per Teorema, Liliana Cavani per Galileo, Bertolucci per Partner) avrebbe maturato questa conclusione. 

I registi dì cui si discorre appartengono all'Anac, la associazione degli autori cinematografici che ufficialmente si è schierata contro il festival veneziano. Luigi Chiarini, nel difendere le sue posizioni, ha cercato di convincere l tre autori ad accettare senza storie la regola del gioco. Ma è riuscito a piegare soltanto a metà i suoi interlocutori. Infine hanno trovato l'accordo: ciascuno faccia la sua parte, il festival assegni pure il suo Leon d'oro, le sue coppe e i suoi bucintori. Se questi premi toccheranno a qualcuno dei contestatori, pazienza: essi non diranno di no, ma lasceranno la coppa, il leone e ogni altra suppellettile decorativa nelle mani di chi gliela vorrebbe assegnare. Soluzione di compromesso, dunque. Si contesta, sì, ma con giudizio. 

Domando a Pier Paolo Pasolini, che incontro al Lido nell'atrio dell'Excelsior, perché mai l'anno scorso egli fosse pronto a ricevere il Leone d'oro e oggi è pronto invece a lasciarlo perdere. Quel che l'anno scorso andava bene, quest'anno non va più? 

« Questo festival dovrebbe essere la prefigurazione di quello che il festival dovrà essere nel prossimo futuro, cioè un libero incontro di artisti del cinema, senza lo sfondo competitivo che ha avuto finora. Di nuovo quest'anno c'è stata la protesta dei giovani: per merito degli studenti certe posizioni sono venute a maturazione. Noi stiamo passando dalla democrazia formale alla democrazia sostanziale, e ciò non avviene senza scossoni ». 

mercoledì 5 novembre 2025

Pier Paolo Pasolini: Lettera aperta a Silvana Mangano - Tempo, numero 47, 16 novembre 1968, pag. 14

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Eretico e Corsaro

Pier Paolo Pasolini
Lettera aperta a Silvana Mangano

Tempo

numero 47

16 novembre 1968

pag. 14

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )



Cara Silvana, 

è tanto che ti devo una lettera. Una lettera, se non un "mazzo di magnifiche rose". Invece di scrivertela privatamente, te la scrivo pubblicamente. Ciò pone dei limiti alla confidenza e all'affetto; ma le conferisce, forse, un maggior valore.   

É una lettera piena di amarezza. Un'amarezza confusa e imprecisabile - un disgusto leggero e immenso: che però non ti voglio comunicare. Si tratta forse del processo a "Teorema" (12), che la gente crede sia per me un fatto di comune amministrazione, preventivato e giocato come in una specie di scommessa con la vita: e invece è un avvenimento drammatico. Se così non fosse mi sarebbe troppo facile (la mia lotta). Se non ci fosse in me - ineliminabile, coagulato nei giorni infantili - un conformismo che produce drammi, sarebbe troppo facile il mio anti-conformismo. Non ti pare?

Pier Paolo Pasolini: Diario per un condannato a morte (Panagulis) - Tempo, numero 50, 7 dicembre 1968, pag. 17

"Le pagine corsare " 

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Eretico e Corsaro


Pier Paolo Pasolini
Diario per un condannato a morte
(Panagulis)

Tempo

numero 50

7 dicembre 1968

pag. 17

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Diario per un condannato a morte


Torino, 20 novembre 1968 - Panagulis sta per essere fucilato; e io non riesco a tollerare questa idea.

 Chiuso dentro la camera di un albergo; prigioniero dei miei obblighi, del mio futuro ecc., mi trovo pieno di un curioso sentimento di insofferenza verso il mio essere impotente. É vero, in tutti questi decenni in cui mi è capitato di trovarmi al mondo, e di "decidere", fra grida come queste che, violente e fioche, si alzano nel cielo di Torino, davanti alle tante notizie di condanne a morte come questa, ho sofferto, mi sono sentito torcere le viscere di rabbia e di angoscia: ma non mi è mai successo, tuttavia, di soffrire come oggi.

Cos'ha di "speciale" questa condanna a morte? Non lo so dire. Ho in mente solo una banalità: è la goccia che fa traboccare il vaso. Non capisco però perché il vaso si riveli adesso improvvisamente colmo, fino all'orlo, fino a traboccare. Ho sempre pensato che questo vaso della nostra rassegnazione, avesse una capienza infinita. Mi trovo invece con un vaso colmo; e sono assolutamente privo di quell'esperienza che serve a chi è giunto ai limiti della sopportazione. Non c'è nulla di più semplice del caso di Panagulis. In questa stessa pagina, l'altra settimana, ho scritto una poesia su di lui: probabilmente, anzi certamente, una brutta poesia, come tutte le cose che si scrivono con le lacrime agli occhi: in quella poesia citavo i tanti eroi di Euripide, che, con la meccanicità del deus ex machina, al momento opportuno, sapendo che un oracolo vuole, dalla città, per la sua salvezza, un sacrificio umano, accettano - recitando un solo stereotipo monologo - e subito uscendo di scena - di morire sgozzati. Il caso di Panagulis ha questa semplicità un po' meccanica e disumana. Ricordo ancora, qui, quella frase di una ricoverata nel manicomio di Basaglia: gli eroi sono prodotti delle società repressive. In Grecia ci sono i tiranni; come nella Tebe o nell'Argo di Euripide. Ma, ecco, è questo che furibondo mi chiedo, dov'è Atene? Allora c'era un'Atene, democratica, che, sempre con la meccanicità del deus ex machina, interveniva contro i tiranni delle città vicine, o a salvare o a vendicare gli eroi. Dov'è Teseo, l'eroe dell'ufficialità democratica, che interviene, pur riluttando contro la violenza? Tesei non ne vedo, intorno. Vedo solo dei fiacchi capi di governo, dei prudenti ministri che mandano telegrammi a gente che non è degna di riceverli. Panagulis non chiede la grazia. Egli rifiuta questo rapporto coi tiranni. Poiché i "potenti" delle false città di Atene, che si dicono democratiche, si prendono a cuore la sorte di questo eroe, facciano qualcosa sul serio; e intanto comincino col non considerare degni i colonnelli greci di ricevere posta da loro. Coi colonnelli non si parla, per prima cosa. Ci sono molti modi per far loro paura, per ricattarli, per metterli con le spalle al muro. Ma evidentemente il potere non ha confini nazionali; tutto il potere è dappertutto uguale, e tutti coloro che lo detengono sono legati fra loro, fraternamente: perciò si inviano telegrammi. Restano degli intellettuali, dei buffoni di corte, come me, per esempio, che mi sfogo in queste tristi pagine di impotente, incapace di fare vera esperienza, e capace solo di vegliare sulla sua coscienza.

venerdì 31 ottobre 2025

Pier Paolo Pasolini, inizia la rubrica "Il Caos" su "Tempo".

"Le pagine corsare " 
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Eretico e Corsaro


Tempo, Milano 6 agosto 1968 - anno XXX, numero 32


Dall’agosto del 1968 al gennaio del 1970, Pasolini scrive per il periodico Tempo una rubrica che ha come oggetto tutti temi di attualità: politica, critica cinematografica e letteraria, costume, dialogo con i lettori ecc...

"II Caos è un fronte di piccole battaglie quotidiane"
(Tempo illustrato, 18 ottobre 1969)


Pasolini inizia la rubrica "Il Caos"

Tempo, Milano 6 agosto 1968
anno XXX, numero 32

Pagina 20 e pagina 73  

(Trascrizione curata da Bruno Esposito)



Tempo, Milano 6 agosto 1968 - pag. 20
Perché ho accettato di scrivere per "Tempo" la presente rubrica? 
     É una domanda che faccio a me stesso, più che per rispondere preventivamente a coloro, che con simpatia o con antipatia, me la porranno.
     Ci sono molte ragioni: la prima è il mio bisogno di disobbedire a Budda. Budda insegna il distacco dalle cose (per dirla all'occidentale) e il disimpegno (per continuare con il grigio linguaggio occidentale): due cose che sono nella mia natura. Ma c'è in me, appunto, un irresistibile bisogno di contraddire a questa mia natura.
     Naturalmente, un tale bisogno di contraddirmi, ha bisogno anche di giustificazioni. Queste giustificazioni provvede a dettarmele tutto il mio conformismo, che è molto difficile, del resto, da definire, essendo fenomeno dal carattere maledettamente composito e ambiguo (esso ha forse i suoi punti di contatto più compatibili con un certo conformismo comunista, quale si è presentato nel dopoguerra: una cosa, dunque, quasi lontana come la mia infanzia).

martedì 28 ottobre 2025

Pier Paolo Pasolini, Orgia - Il teatro dell’impossibile come esperimento di verità oltre la forma borghese

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Pier Paolo Pasolini
Orgia
Il teatro dell’impossibile
come esperimento di verità
oltre la forma borghese 

( Immagini e ritagli stampa, Teatro Stabile di Torino)


L'Italia degli anni Sessanta si configura come un periodo cardine di transizione e di profonde contraddizioni socio-politiche e culturali. Gli anni tra il boom economico e il Sessantotto sono attraversati da grandi speranze di modernizzazione, da ansie di rinnovamento e, simultaneamente, da inquietudini latenti. A livello politico, questo fu un decennio in cui si consolidarono sia il riformismo dei governi di centro-sinistra sia i primi segnali di contestazione della società tradizionale, specialmente dal movimento studentesco. In queste tensioni si alimentano nuove forme di espressione artistica e letteraria che si caratterizzano per una lucidità critica verso la società borghese e il capitalismo industriale emergente. Il periodo è caratterizzato dalla trasformazione della struttura economica – il cosiddetto "miracolo economico" che porta il Paese dalla povertà contadina a una nuova borghesia urbana –, ma anche da una crescente estraniazione, omologazione dei costumi e perdita di riferimenti identitari. Questo è il terreno sul quale si innesta l’ansia della modernità, già avvertita nelle opere di Pasolini: il suo sguardo funge da specchio inclemente, in grado di cogliere tanto la vitalità quanto la decomposizione morale e antropologica dell’Italia contemporanea.

Orgia, composta nel 1966 e rappresentata per la prima volta nel 1968, nasce quindi in un preciso clima di inquietudine sociale. Il rifiuto del teatro borghese, l’urgenza di una "parola" nuova, critica e scandalosa, sono motivi che Pasolini teorizza nel Manifesto per un nuovo teatro, pubblicato sempre nel 1968 su "Nuovi Argomenti", con cui programmaticamente prende le distanze sia dal teatro di intrattenimento che da quello d’avanguardia pura. Il "teatro di parola" pasoliniano esprime così la necessità di una ritualità laica, che esalti il potere dissacrante e rivelatore del linguaggio, chiamato a smascherare i rapporti veri tra individui e potere.