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sabato 28 giugno 2025

Il Boccaccio di Pasolini senza << messaggi >> - Bavid Grieco, intervista Pier Paolo Pasolini - L'Unità del 23 settembre 1970, pag.9

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Il Boccaccio di Pasolini senza << messaggi >>
Bavid Grieco, intervista Pier Paolo Pasolini sul set del Decamerone

L'Unità del 23 settembre 1970

pag.9

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )

Nostro servizio

Caserta 22

<< Ve lo dico subito a scanso di equivoci in questo film non ci sono attori è tutta gente presa dallo stracciarolo >>

<< e tu allora che cosa sei? >>

<< Io n'attore?  Me voi offenne che so n'attore io? >>

(cosi ha esordito il simpatico Ninetto Davoli alla vista del curioso giornalista arrivato chissà come sul set dell' ultimo film di Pier Paolo Pasolini, II Decamerone. A dir la verità, c'era proprio da chiedersi come fare per raggiungere la troupe impegnata in un fantastico quanto remoto paesino. Si tratta di Caserta vecchia,  una cittadina medioevale arroccata sul cocuzzolo di collina abbastanza alta sopra l'altra Caserta, ed è qui che è stato dato il primo giro di manovella al Decamerone. Uno dei soliti grandi problemi del Sud.

martedì 4 marzo 2025

Pasolini: ora io mi sento un uomo antico, dirò anche un po' superato - Giovanni Di Giovanni intervista Pier Paolo Pasolini per Tempo del 24 ottobre 1970

 "Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pier Paolo Pasolini
ora io mi sento un uomo antico, dirò anche un po' superato
e vivo il mio momento gaio

Giovanni Di Giovanni intervista Pier Paolo Pasolini

Tempo, numero 43

24 ottobre 1970 

pag. 86 e 87

( Questa trascrizione da cartaceo, è curata da Bruno Esposito )

Caserta, ottobre

Pasolini è un eretico e, in tempi di livellamenti culturali come quello in cui viviamo, l'arte può essere salvata soltanto da nuovi tipi di eresie. Naturalmente Pasolini è anche un nemico perché pensa diversamente da come, in base alla sua origine e alla sua funzione, ci si aspetterebbe che pensasse. E non ha importanza che abbia sempre opinioni giuste, quanto piuttosto che sia staccato dalle istituzioni e dall'ufficialità, nella fortuna e nell'insuccesso. In questo senso il suo Accattone (opera proposta quando un certo tipo di ricerca sociologica sul sottoproletariato urbano sembrava illanguidita) fu una sfida. E sembrò un controsenso, negli anni Sessanta, che un regista "impegnato" si occupasse in senso populistico di Cristo e degli Apostoli. Ma Pasolini non desidera essere utile a nessuno, se non a se stesso nella sua furia di prigioniero che usa la fantasia per liberarsi dalle incrostazioni delle abitudini e dai vincoli del luogo comune. 

Quindi, non deve sembrare una bizzarria l'ultima scelta del regista di "Porcile e di Medea" il quale, dopo nove film difficili, rigorosi, ambigui anche quanto bastava perché portassero le stimmate del loro autore, prende improvvisamente la scorciatoia del film di rievocazione storica, del film di affresco e mette in lavorazione il "Decamerone" di Boccaccio. Lo stesso autore ce lo conferma con una rigorosa argomentazione: 

<< Questa non è un'opera spuria, e non è esatto dire che non possa iscriversi nel solco dei mie consolidati interessi. Se si esaminano con attenzione le mie poesie, i miei libri, i miei film, si vedrà che, sia pure con incertezze e cedimenti comprensibili, io ho continuato a fare un discorso preciso, anticonvenzionale, di rottura con l'establishment culturale italiano. >>

martedì 13 giugno 2023

Per il «Decamerone» di Pasolini, 80 denunce - LA STAMPA Anno 106 - Numero 34 - Venerdì 11 Febbraio 1972

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Liliana Madeo 
Per il «Decamerone» di Pasolini, 80 denunce.

LA STAMPA Anno 106

Numero 34

Venerdì 11 Febbraio 1972 

Tanti "moralizzatori,, fra il pubblico del cinema.  

L'opera di Pasolini ha ottenuto il record degli incassi e quello delle proteste - Gli italiani che si scandalizzano per i film sono gli spettatori più zelanti: le lettere alla Procura partono il giorno della « prima ». 

(Nostro servizio particolare) 

Roma. 10 febbraio 1972. 



Record degli incassi e delle frequenze, il Decameron di Pasolini detiene fino ad oggi anche il record delle sdegnate proteste. Oltre ottanta sono le denunce sporte contro questo film. Sono ancora in corso un paio di procedimenti giudiziari, che la Procura competente a giudicare — quella di Trento, dove il film era uscito il 25 agosto — aveva già archiviato: a Sulmona si sta preparando un'istruttoria formale e da Ancona sono stati inviati gli atti alla Corte di Cassazione dopo una movimentata altalena di sequestri e dissequestri. In queste denunce c'è un campionario di un possibile «Esercito della salvezza» nostrano. Sono denunce dettate a voce al più vicino commissariato, o consegnate a mano, o inviate per posta. Alcuni usano carta da bollo, altri semplici fogli bianchi o la carta intestata che li qualifica. C'è un medico-chirurgo di Venezia, il comitato romano del fronte monarchico giovanile, il comitato nazionale per la pubblica moralità di Napoli, l'ispettore generale del Corpo forestale di Ancona, ben due suore missionarie del S. Cuore di Milano. 

lunedì 7 novembre 2022

Pasolini ha copiato Giotto per il Giudizio Universale - La Stampa, 7 novembre 1970.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Il regista conclude il "Decamerone,, 

Pasolini ha copiato Giotto per il Giudizio Universale 

Manichini impiccati, diavoli pelosi, beati e gerarchie: tutto «alla napoletana» 

La Stampa, 7 novembre 1970.

Pag. 7

(Trascrizione dal cartaceo curata da Bruno Esposito)

(Nostro servizio particolare) 

Roma, 6 novembre. 

(l.m.)  All'ultimo giro di manovella del Decamerone di Pier Paolo Pasolini l'operatore Tonino Delli Colli e tutti i tecnici della troupe hanno un'aria stravolta, sfiniti come sono dalle sei settimane di riprese in esterni fra Napoli, Caserta, Ravello, Amalfi, Bolzano, Viterbo, Roma e persino lo Yemen. Il regista conserva la consueta calma e gentilezza. Si gira, oggi, all'aperto; è stato ricostruito un Giudizio Universale sulla base di quello, famosissimo, di Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova, con manichini a grandezza naturale impiccati ed appesi ad uncini di ferro, diavoli pelosi, beati paludati in ampi manti, gerarchie celesti disposte in scala ed un enorme manichino raffigurante una Madonna severa, che sostituisce Dio padre.

 « E' un giudizio universale alla napoletana — spiega Pasolini — perché le novelle di Boccaccio che ho portato sullo schermo sono state calate nell'ambiente napoletano, napoletano è il linguaggio usato per quasi tutto il film, e a Napoli — si sa — si invoca sempre la Madonna, non Dio ». 

Il viso più scavato del solito, l'occhio inquieto e febbrile, Pasolini definisce questo suo Decamerone 

« il più lieto e solare fra ì film prima fatti », 

ricollegandolo per il lato realistico ad Accattone e Mamma Roma, per la vena onirica e surreale a Uccellacci e uccellini. Teorema, La ricotta. 

La fatica sembra che non pesi su di lui. Parla già del prossimo film che girerà, una vita di San Paolo riportata fra i grattacieli di New York e i boulevards di Parigi, mettendo l'accento sul momento in cui nasce la Chiesa come organismo burocratico e potenza temporale, 

« e San Paolo quindi fallisce al suo compito di organizzatore». 

Il regista annunzia anche la prossima pubblicazione di un suo volume di versi, per lo più inediti. 

« Sono stato fermo due anni — egli ha detto —. Ho scritto solo "versi su commissione" o versi molto brutti. Poi sono tornato a cercare questo mezzo di espressione, ma il perché non saprei spiegarlo. Anche alla stesura di alcune tragedie sto lavorando alacremente. Tre sono terminate. Altre tre sono ancora incomplete ». 

Queste forme di cinema collettivo che si stanno tentando — gli chiediamo — crede che abbiano una validità? Pensa di dargli il suo contributo? 

« Io sono in un certo senso all'antica — risponde —. Per me la paternità di un'opera spetta solo al suo creatore. A meno che non si tratti di documenti, testimonianze, interpretazioni storiche. In questo caso il lavoro di équipe è utile e positivo. Ad un filmato di questo tipo sto già lavorando da tempo con un gruppo di giovani di "Potere Operaio". Intendiamo raccontare, interpretandolo e giudicandolo con partecipazione e passione civili, questo ultimo anno della storia italiana. C'è il problema della diffusione. Di far arrivare cioè il prodotto ad un pubblico il più vasto possibile. Ebbene: noi gireremo per le città, le università, ovunque sarà possibile allestire proiezioni di questo filmato. Se ci saranno dall'alto divieti ed opposizioni, noi li affronteremo, direttamente ».


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Curatore, Bruno Esposito

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lunedì 18 aprile 2022

I luoghi campani del Decameron di Pier Paolo Pasolini

"Le pagine corsare " 
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Eretico e Corsaro







I luoghi campani del Decameron di Pier Paolo Pasolini
di Luigi Fusco

Pasolini riuscì a combinare arte figurativa e cinema, svelando paesaggi ed edifici storici della Campania, luoghi ai limiti della storia, e in un certo senso fuori dalla storia.

Basilica di Santa Chiara
Lo scrittore e regista Pier Paolo Pasolini durante gli anni dei suoi studi universitari, svoltisi presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna, si dedicò con particolare interesse non solo alle varie tematiche della letteratura italiana, ma anche alle questioni convenzionali delle indagini stilistiche e filologiche della Storia dell’Arte.
Tale approccio avvenne attraverso le lezioni di Storia dell’Arte medioevale e moderna tenute, al tempo, da Roberto Longhi: Storico dell’Arte di fama internazionale ed il primo studioso ad introdurre in Italia i nuovi metodi di critica storico-artistica di tipo formale.
L’incontro fra Pasolini e Longhi avvenne nel 1941, in occasione dei corsi, tenuti da quest’ultimo, incentrati Sui fatti di Masolino e Masaccio. A margine delle suddette lezioni, il giovane scrittore pensò di conseguire la laurea in lettere scrivendo una tesi sulla Pittura Italiana del Novecento, ma, nonostante vi avesse cominciato a metter mano, non portò a termine il progetto.

martedì 28 dicembre 2021

Pier Paolo Pasolini, 1971 - IL DECAMERON

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


“È stata una gran voglia di ridere che ha ispirato Il Decameron... non sono io che ho scelto Il Decameron, è Il Decameron che ha scelto me.”

( Pasolini: c’est le Décameron qui m’a choisi, 
“La Galérie”, 111, 
dicembre 1971)


Decameron è un’opera che vuole essere
completamente gioiosa, in maniera astratta (...). L’ottimismo del Boccaccio era un ottimismo storico. Cioè, nel momento in cui lui viveva, esplodeva quella meravigliosa e grandiosa novità, che era la rivoluzione borghese: cioè nasceva la borghesia. E, in quel momento, intorno al Boccaccio, la borghesia aveva la grandezza, che avrebbe raggiunto solo in certi momenti, e in certi stadi, e in certe, diciamo così, aree marginali della sua storia. [...] Quindi il Boccaccio ha vissuto in questi momenti di esplosione, di nascita, di inizio e di principio di una nuova era. E questo ottimismo suo, che è razionale e logico (perché la ragione è il segno della borghesia), fa sì che l’opera del Boccaccio sia una grande opera gioiosa. 

 (Pier Paolo Pasolini).

lunedì 22 marzo 2021

Il mio Pasolini, di Maria Vittoria Chiarelli. video

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro





Il mio Pasolini, 
di Maria Vittoria Chiarelli.

A volte penso a parole semplici con cui potrei comunicare qualcosa della personalità e dell'opera di Pier Paolo Pasolini. Se dovessi iniziare un racconto conversando con qualcuno che non lo conoscesse, o magari ne abbia solo sentito parlare confusamente in giro, come potrei catturare la sua attenzione? Esiste un'immagine che lo rappresenta, che possa concentrare in sé l'essenza di un uomo, il suo sentire, la sua intelligenza, i suoi atteggiamenti, la sua emotività, anche pochi gesti o sguardi che possano esprimere quel "quid" che è il senso di un'intera vita? Le foto catturano l'anima , raccontano più delle parole, fissano attimi che diventano preziosi sedimenti che il tempo incastona nella nostra immaginazione che si trasforma in memoria, un moto vitale che fa lievitare la comprensione delle cose e delle persone, immortalandone il respiro in un patrimonio ideale che appartiene a tutti. 

martedì 16 marzo 2021

Il Decameron di Pasolini: commento-recensione di Alberto Moravia

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dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Il Decameron di Pasolini: commento-recensione di Alberto Moravia

"È giunto forse il momento di parlare del modo con il quale Pier Paolo Pasolini affronta e risolve il problema  dell'illustrazione cinematografica di quei testi di cui è convenuto dire che appartengono al patrimonio culturale dell'umanità.
Al tempo del Vangelo secondo Matteo Pier Paolo Pasolini spiegò che per l'interpretazione aveva voluto evitare le ipotesi particolari e aggiornate e tenersi invece al senso comune. Cosa intendeva Pasolini per senso comune? Evidentemente, la fruizione del testo, attraverso i secoli, "fuori della storia", da parte di infiniti lettori, nei luoghi e nelle situazioni più diverse. Il senso comune: cioè il senso di tutto ciò che sfugge alla moda, alla storia, al tempo.
Pasolini, d'altra parte, come è noto, è un manierista, forse il maggiore della nostra letteratura dopo D'Annunzio. Così fin dal Vangelo secondo Matteo abbiamo avuto questo curioso e raffinato connubio: la visione "inattuale" del senso comune accoppiata coi mezzi espressivi "attuali" del manierismo decadente.
Per Il Decameron, Pasolini ha proceduto in maniera non dissimile che per Il Vangelo. Ha accettato e fatta sua la visione del senso comune di tutti i tempi la quale considera Il Decameron come un libro non solo privo di tabù ma anche privo del compiacimento di non averne; un libro, cioè, in cui letteratura e realtà si identificano perfettamente per una rappresentazione totale dell'uomo. Accettata questa visione in fondo scandalosa (rispetto alla morale repressivamente permissiva di oggi) Pasolini è passato a lavorare sui racconti del Boccaccio con tutte le risorse del suo estetismo critico e virtuosistico.
Per prima cosa ha notato che nel Decameron la rappresentazione realistica della civiltà contadina è chiusa in una cornice umanistica e raffinata. Indubbiamente questa cornice ha una grande importanza; essa crea quel rapporto tra gentilezza e rusticità, tra realismo e letteratura, tra immaginazione e verità che è uno degli aspetti più affascinanti del Decameron. Gettando via questa cornice illustre ed elegante, Pasolini sapeva di modificare profondamente il testo boccaccesco; ma dimostrava al tempo stesso di essere un regista irresistibilmente originale ossia fatalmente infedele.
Pasolini non soltanto ha gettato via la cornice umanistica ma ha anche sostituito la "favella" toscana con il dialetto napoletano. Si comprende anche facilmente perché. Una volta distrutta la finzione della villa deliziosa in cui, in tempi di pestilenza, si ritira una brigata di gentiluomini e di gentildonne per godersi la vita e raccontarsi dilettose vicende immaginarie, alla rappresentazione del mondo boccaccesco conveniva meglio il napoletano ancora oggi vivo ed aggressivo che il toscano così estenuato persino in bocca ai contadini e agli artigiani. L'operazione linguistica è perfettamente riuscita ed è uno dei caratteri più originali del film. Ne è venuto fuori un Decameron in cui gli umidi e sordidi vicoli di Napoli sostituiscono le pulite rughe di Firenze e la rozza e rigogliosa campagna campana il pettinato contado toscano. Questa sostituzione topografica a ben guardare è resa visibile soprattutto dalla sostituzione linguistica. A conferma una volta di più dell'importanza della parola nel cinema.
Altra soluzione felice è quella del problema dell'erotismo boccaccesco altrettanto proverbiale quanto, in fondo, incompreso. Pasolini ha eliminato ogni tentazione di scollacciatura e ha fuso arditamente la serenità rinascimentale con l'oggettualità fenomenologica moderna. Nel film di Pasolini c'è più nudo che nel "musical" Oh! Calcutta!; ma senza il compiacimento di infrangere tabù, semmai con l'idea di spingere la rappresentazione fin dove è necessaria e dunque lecita. Crediamo che sotto questo aspetto Il Decameron pasoliniano segnerà una data importante. Forse è la prima volta che l'atto della copula viene presentato al cinema come puro e semplice gesto dei corpi, privo di significato e di valore, anzi visto come qualche cosa di difficile, di goffo e di scomodo che richiede la cooperazione di ambedue gli amanti.
Adesso bisognerebbe parlare di ogni singola novella e vedere dove Pasolini ha espresso meglio il suo sentimento del Decameron. Ci pare che tre novelle si levino al di sopra delle altre: quella dell'Isabetta e della pianta di basilico (qui la lezione di Mizoguchi e del cinema giapponese è messa a frutto); quella cosiddetta dell'usignolo (un po' leziosa ma è leziosa anche nel Boccaccio); quella di Masetto da Lamporecchio (la più importante per quanto riguarda il trattamento "oggettuale" dell'erotismo). A queste tre pensiamo che bisogna aggiungere i due aneddoti di Peronella e di compar Pietro nei quali è recuperata l'antica rusticità della Campania. Nella novella celebre di Andreuccio preferiamo la parte della cattedrale a quella della casa della cortigiana.
Gli interpreti sono tutti bravi per merito loro e di Pasolini che ha saputo sceglierli e dirigerli. Ma essi valgono soprattutto come volti inventati e rappresentati con estraniata immediatezza da encausto pompeiano."

[L'Espresso, 11 luglio 1971]

Fonte:
http://gioboccaccio.altervista.org/Cinema.html



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mercoledì 10 marzo 2021

Pasolini il Decameron - La novella di Andreuccio tra erudizione, critica d’arte e cinema - di ROSSANO DE LAURENTIIS

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro





La novella di Andreuccio tra erudizione, critica d’arte e cinema
ROSSANO DE LAURENTIIS
Università degli Studi di Firenze


Introduzione

La novella di Andreuccio è forse la pagina più napoletana che ci resti di quello scrittore che a Napoli visse i suoi anni più lieti, che qui amò, qui coltivò prima gli studi, qui si aprì alle ispirazioni della poesia, e questa città ricordò sempre con la tenerezza con cui si ricordano i luoghi dove trascorse la nostra gioventù e che si estende a tutte le loro parti e circostanze, ai monumenti, ai costumi, alle persone, e perfino, forse, ai bricconi e imbroglioni che in quel tempo e in quei luoghi (dolce nella memoria!) si sono incontrati [Croce 1911, 23-24]. Boccaccio fa finta di polemizzare col suo tempo, ma la sua non è polemica, egli è in piena simbiosi con la società in cui aleggiavano il clericalismo e i residui medievali. In fondo la mia, ora, è un’opera di rimpianto del passato, rimpianto di una società ingiusta ma a suo modo reale: oggi le ingiustizie ci sono ancora, anche se c’è più benessere, ma quel che è più atroce si è perduto un rapporto reale con la realtà [Pasolini 1970].

1. Boccaccio secondo Pasolini

La storia di Andreuccio da Perugia al cinema trova una prima trasposizione nel 1910 con il cortometraggio di poco meno di dieci minuti di Enrico Guazzoni (poi noto come regista di Quo vadis? del 1913) [Bogliari 2013]. Con l’intermezzo della lettura crociana, nel 1912 esce un film muto tratto dal Decamerone, diretto da Gennaro Righelli, che sviluppava solo

domenica 26 luglio 2020

Pasolini come Giotto - Epoca, 18 ottobre 1970

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Pasolini come Giotto

Epoca, 18 ottobre 1970
Numero 1047

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Roma, ottobre

« L'idea di fare un film sul Decamerone mi è proprio piovuta dal cielo », dice Pier Paolo Pasolini, «Stavo volando verso la Turchia per girare alcune scene di Medea con Maria Callas. E lassù, tra le nuvole, mi sentivo allegro, straordinariamente allegro. Sarà che sono invecchiato, e invecchiando si diventa più allegri. Non so. Provavo una specie di rimorso per avere fatto tanti film tristi, e ho sentito il desiderio di fare finalmente un film allegro, con personaggi semplici, realistici, immediati. Un film divertente, per fare ridere la gente. Un film felice, insomma, completamente diverso da Teorema, Porcile o Medea. Così mi è venuto in mente il libro del Boccaccio. Ma giuro che era lontanissima da me l'idea di fare anche l'attore e addirittura di impersonare Giotto. »

Invece, ecco Pier Paolo Pasolini nei panni di Giotto. Arrampicato su una scala, nella celebre abbazia dugentesca di Fossanova, in provincia di Latina, il regista passa e ripassa il pennello su un affresco. Alle sue spalle, dopo i secchi colpi del ciak, la macchina da presa ronza sotto le mani dell'operatore Tonino Delli Colli. Di tanto in tanto, Pasolini salta giù dalla scala, strappa l'arriflex dalle mani dell'operatore, controlla l'inquadratura, modifica la scena, dà disposizioni a destra e a sinistra, e con un salto acrobatico si trasforma nuovamente in Giotto.

martedì 6 dicembre 2016

Il Decameron di Pier Paolo Pasolini, di Claudio Oddi.

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dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Il Decameron di Pier Paolo Pasolini,  
di Claudio Oddi.

Le novelle scelte da Pasolini per Il Decameron (1971) sono nove. Il regista, autore del soggetto e della sceneggiatura, ne riduce la composita geografia (Borgogna, Napoli, Toscana, Romagna, Barletta, Messina, Siena) al solo contesto campano. L'episodio di Ciappelletto ha valore eccezionale, avendo nella parte principale, come nel testo originario, un'ambientazione non campana. L'omogeneo corpo linguistico boccacesco, il volgare letterario del trecento, tuttavia socialmente articolato nel registro, diventa espressione vernacolare dominante: i personaggi rilevanti che non parlano il dialetto sono soltanto la giovane siciliana, la badessa, il confessore di Ciappelletto e l'uomo che accompagna Giotto ("l'avvocato"), esponenti di ceti sociali non proletari. 

Le giornate dalle quali l'autore trae materiale narrativo da rielaborare sono I, II, III, IV, V, VI, XIX (una novella) e VII (due novelle; il tema è la beffa). Sono interamente trascurate l'ottava (a tema libero) e la decima (fatti magnanimi, d'amore e non). 
Relativamente all'ordine, alla frequenza, al modo e alla voce narrante delle novelle scelte, Pasolini non adotta soluzioni che si discostano dal testo letterario. La durata degli episodi filmici è invece caratterizzata dall'avvicinamento diegesi/narrazione, dovuto all'omissione delle parti prologiche delle novelle, le quali sempre comprendono un ampio periodo diegetico. Andreuccio L'ordine, ossia il rapporto tra la successione diegetica degli avvenimenti e la loro disposizione narrativa, non presenta anacronie: sono assenti analessi (flash-back) e prolessi (flash-forward). Il racconto della giovane siciliana è riferito ad un passato che mai è realmente stato, e quindi non è propriamente prolettico. La soluzione della linearità cronologica concerne l'intera opera. La narrazione ha una durata di 19' 47'', relativi ad un tempo diegetico di alcune ore: dalla mattina alla notte seguente. Sono presenti otto ellissi, tutte indeterminate, riguardanti elisioni di minuti o secondi. La terza costituisce eccezione, comportando un salto di ore; non è connessa con una variazione locale: lo spazio rappresentato è sempre la casa della siciliana. Ogni cambiamento spaziale implica, invece, un procedimento ellittico.
Le scene, coincidenza di diegesi e racconto, sono tre: la siciliana narra ad Andreuccio la sua falsa biografia; Andreuccio incontra i due ladri; il sagrestano dirige il fallito furto sacrilego. La frequenza, cioè le relazioni di ripetizione tra diegesi e racconto, è come negli episodi che seguono singolativa (quanto è accaduto una volta, è narrato una volta).
 
Il racconto non è focalizzato: all'istanza narrante e al narratario (lo spettatore) è attribuito un livello cognitivo superiore rispetto a quello del protagonista. Andreuccio non conosce l'inganno ordito, mostratoci anticipatamente; crede vere le vicissitudini della giovane. Come negli altri episodi, la voce narrante è extradiegetica-eterodiegetica,
corrispondendo ad una istanza anonima non identificabile con un personaggio. 
Vi è, tuttavia, una narrazione interna (di secondo grado): la siciliana che riferisce il proprio passato ad Andreuccio (racconto intradiegetico di forma omodiegetica, riferendosi ad eventi, fittizi, ai quali chi narra avrebbe partecipato). 
In Decameron II, 5 la vicenda è preceduta da un antefatto, la decisione della partenza e l'arrivo di Andreuccio, omesso da Pasolini. La durata diegetica è equiparabile a quella dell'episodio filmico. Le determinazioni temporali non sono infrequenti: "la mattina" il protagonista è al mercato, "in sul vespro" la donna lo fa invitare per parlargli, "essendo già mezzanotte" il giovane mercante e i due ladri entrano nella chiesa. Le pause descrittive sono assenti; è presente una scena: il racconto della giovane. 

Nell'incontro tra il protagonista e i ladri e nel secondo tentativo di furto vi sono modeste ellissi ("E detto questo, consigliatisi alquanto, gli dissero..."; "...dopo una lunga tencione, un prete disse..."). La narrazione non è focalizzata. La voce, di terzo grado (narra Fiammetta), è come in ogni novella intradiegetica/eterodiegetica. Il racconto della siciliana è di quarto grado. Masetto La narrazione ha una durata di 11' 30'', la diegesi riguarda alcuni giorni. 

Le ellissi particolarmente rilevanti, quelle relative ad un tempo superiore all'ora, sono soltanto tre e coincidono sempre con una variazione del luogo e dell'azione. Alla prima, come le altre indeterminata, segue la seconda scena dell'episodio, il dialogo tra le due suore che precede l'amplesso con il giovane ortolano. 
Le inquadrature iniziali del convento, descrittive, hanno una funzione prologica narrativamente marginale. Segue ad esse la scena della zappatura, durante la quale il vecchio ortolano racconta la sua esperienza nel monastero. Il racconto non è focalizzato: tutti i personaggi ignorano che il giovane finge di essere sordomuto (l'istanza narrante mostra al narratario che non lo è); le due suore trasgreditrici (seducono il giovane) non sanno di essere osservate da una consorella. Il racconto del vecchio ortolano è una narrazione intradiegetica- omodiegetica di secondo grado, modesta infrazione alla linearità cronologica. La novella letteraria ha una diegesi di molti anni: il racconto di Filostrato termina con la vecchiaia del protagonista ("... essendo già Masetto presso che vecchio..."); l'explicit segue, quindi, un'ellissi molto ampia (non vi corrisponde un mutamento spaziale), mentre le precedenti non superano la durata di alcuni giorni. Dall'inizio alla fine, lo scarto diegesi-racconto cresce notevolmente e in maniera non graduale (allontanamento assai rilevante dal modello ideale dell'isocronia). 

L'unica scena è costituita dal dialogo tra le due suore desiderose di conoscere i piaceri sessuali. Non è assente una forma assimilabile al sommario ("...prendendo a convenevoli ore tempo, col mutolo s'andavano a trastullare"), che qui indica l'iterazione di un atto (racconto iterativo). 
La soluzione del terzo grado, 
intradiegetica/omodiegetica, è presente: Nuto, il vecchio ortolano, narra la sua esperienza come salariato nel monastero. Peronella La differenza temporale tra diegesi e narrazione è minima: la durata di entrambe è di pochi minuti (il racconto dura 5' 13''). Le ellissi riguardano omissioni presumibilmente inferiori al minuto. Le unità di azione, la consumazione dell'adulterio in assenza e in presenza del marito, e di spazio, l'interno e l'esterno della casa di Peronella (l'adultera), rendono ulteriormente omogeneo l'episodio. Il livello cognitivo dell'istanza narrante e del narratario è superiore rispetto a quello dei personaggi: il marito non sa di essere tradito né lo scopre entrando in casa; lo spettatore sa del suo arrivo anticipatamente. La diegesi della novella, indeterminata, ha un'estensione superiore, inizialmente riferita ad un tempo che antecede la vicenda raccontata ("Avvenne che un giovane de' leggiadri, veggendo un giorno questa Peronella...si innamorò di lei..."), dalla sceneggiatura omesso. 

La narrazione della beffa subita dal marito, quasi coincide con la diegesi: le ellissi, assai modeste, sono limitate alla parte conclusiva. Ciappelletto Il soggiorno del protagonista nella residenza dei fratelli usurai, è la vicenda principale dell'episodio, diviso in parti. 

La durata diegetica di essa è 10' 32'', quella narrativa alcuni giorni (presumibilmente due). Alla scena iniziale, il colloquio tra Ciappelletto e i fratelli, seguono dapprima una seconda scena (preceduta da una ellissi indeterminata), poi la sequenza della convocazione del confessore, caratterizzata da una rilevante serie di modeste ellissi; infine vi è una terza scena, la parodica confessione. Una nuova elisione, maggiore, conduce alla rappresentazione della predica che esorta alla venerazione di San Ciappelletto. Il racconto non è focalizzato: il confessore e i fedeli che ne ascoltano le parole esortative non conoscono il carattere mendace della confessione. 
In Decameron I, 1, che ha una costruzione del racconto maggiormente articolata, vi è un'evidente antinomia temporale tra l'estesissima scena della confessione (è predominante il discorso diretto) e le restanti unità narrative, fortemente ellittiche ("...riparandosi in casa di due fratelli fiorentini...avvenne che egli infermò"; "Ser Ciappelletto poco appresso si comunicò..."). 

Il colloquio tra i due usurai, ascoltato dall'infermo, come nel film costituisce una scena. Giotto La narrazione (2' 12'') e la diegesi (alcuni minuti) quasi coincidono, in un esile episodio incentrato sul "soliloquio" dell'avvocato che accompagna il pittore. Le ellissi non hanno particolare rilievo temporale o qualitativo. La focalizzazione è zero: Gennarino, l'uomo che offre ricovero ai viandanti durante il temporale, non conosce la reale identità di Giotto, causa dell'ilarità dell'avvocato, il quale pone in contrasto la grandezza artistica del personaggio con la sua vile apparenza. La parte propriamente narrativa della novella, la quinta della sesta giornata, consta di appena tre capoversi. L'incontro con il "lavoratore" che dà rifugio ai due protagonisti è preceduto da quello degli stessi. Il presunto dialogo dei personaggi è eliso ("...fuggirono in casa di un lavoratore amico...

Ma dopo alquanto...presi dal lavoratore in prestanza due mantellacci...e due cappelli...cominciarono a camminare."). Mediante una serie avverbiale, l'autore elide il tempo che precede il dialogo tra Giotto e Forese: "...essendo al quanto andati...rischiarandosi alquanto il tempo, essi, che lungamente erano venuti taciti...". L'istanza narrante, Panfilo, conosce quanto i personaggi ed i narratari. La focalizzazione zero è superata. Riccardo e Caterina Alla durata della narrazione, 8' 19'', corrisponde una durata diegetica inferiore alla giornata. Alle ellissi iniziali, definibili implicite, seguono due scene dialogiche separate da un'elisione modesta. 

La successiva è la più consistente: il tempo omesso è di alcune ore (dal dialogo tra Caterina e la madre, all'arrampicata di Riccardo che raggiunge la fidanzata nel suo balcone). Una nuova serie ellittica anticipa la scena dialogica conclusiva (il padre di lei che impone il matrimonio).. La presenza di una pausa descrittiva è rilevante per il suo valore eccezionale: la cinecamera fissa inquadra per alcuni secondi un paesaggio urbano aurorale, non necessario allo sviluppo narrativo. La focalizzazione rimane interna (i genitori di Caterina non conoscono il vero motivo che la spinge a dormire nel balcone). Le variazioni spaziali, come nei due episodi precedenti, sono poco rilevanti. Gli ambienti (contigui) nei quali è svolta l'azione sono tre: un giardino, una camera nuziale, un balcone. La costruzione della novella è omologa: dopo l'apertura prologica nella quale sono fornite informazioni sul passato dei personaggi, si hanno due scene, divise da un'ellissi di molte ore ("Il dì seguente..."). La narrazione della notte d'amore è estesa, culminante nel dialogo tra Riccardo e il prossimo suocero. Lisabetta La diegesi, che dura tre giorni circa, è raccontata in 13' 52''. Alla sequenza iniziale, debolmente ellittica, è connessa un'elissi che omette il tempo notturno ed è seguita da una scena (i fratelli di Lisabetta che invitano l'amante di lei a seguirli). La sequenza che antecede l'omicidio del giovane è resa attraverso l'alternanza di concisi dialoghi ed ellissi di minuti, seguite da due salti temporali rilevanti (diventa notte; ridiventa giorno). 

Dopo una breve scena dialogica, c'è una nuova coppia ellittica (notte/giorno), seguita da una più ampia scena (il ritrovamento del corpo). Il racconto non è focalizzato ed i livelli cognitivi sono fortemente differenziati. Lisabetta e Lorenzo non sanno di essere stati scoperti dal fratello; Lisabetta, che pure sospetta, non conosce la tragica fine dell'amante, se non dopo, oniricamente; i fratelli non sanno che lei ha saputo il luogo nel quale è stato sotterrato il cadavere. L'immagine onirica del giovane diventa un narratore interno con prevalente funzione di informazione, e per la giovane e per lo spettatore, al quale l'omicidio non è mostrato. La quinta novella della giornata IV ha una diegesi ampia, di giorni o forse mesi, sviluppata in una narrazione non estesa. Le ellissi sono frequenti e mai determinate. Il discorso diretto e quello indiretto sono utilizzati raramente, a conferma del notevole divario temporale storia/racconto. 

Don Gianni L'episodio dura 10' 37'' e comprende un tempo diegetico inferiore alla giornata. Le ellissi, che progressivamente si ampliano, sono alternate alle scene dialogiche (il dialogo tra compare Pietro e don Gianni; l'incontro con la giovane moglie del vecchio Pietro; la richiesta dell'incantesimo da parte dei coniugi; il falso incantesimo che dovrebbe trasformare la moglie in cavalla). La focalizzazione è esterna: l'istanza narrante e i coniugi non conoscono le autentiche intenzioni di don Gianni, che mira a soddisfare il suo istinto sessuale attraverso l'inganno dell'incantesimo. (Allo spettatore queste si rivelano nella scena conclusiva). 

La novella corrispondente è l'ultima della nona giornata. La parte prologica, che è riferita al ripetersi delle situazioni ("...quante volte in Barletta arrivava, sempre alla chiesa sua nel menava..."; "...quante volte donno Gianni in Tresanti capitava, tante sel menava a casa..."), determina la notevole ampiezza del tempo diegetico, nella vicenda principale limitato ad alcune ore. Il fallace incantesimo è risolto in una scena. Tingoccio e Meuccio L'episodio è bipartito dalle immagini della visione notturna di Giotto e dura 8' 35''; la diegesi non è determinabile, dato che l'elissi che separa le due parti potrebbe comprendere ore come giorni. 

La vicenda consta di cinque scene (la promessa dei due amici; il dialogo tra Tingoccio e la comare; la conversazione tra questi e Meuccio; il funerale di Tingoccio; l'apparizione del fantasma di lui) e di una parte conclusiva con frequenti elisioni. La focalizzazione è interna e il punto di vista assunto è quello di Tingoccio. La descrizione dell'oltremondo assume una valenza di narrazione intradiegetica., con Meuccio come narratario interno. La novella che chiude la settima giornata ha un'estensione diegetica non determinabile. Il racconto non presenta scene: la lunga conversazione finaletra i due protagonisti contiene una breve ellissi, inserita nella forma del discorso indiretto.

Di Claudio Oddi
 RHY.MA. – Rhymers’ Magazine – N. 2 ottobre 2005
Speciale Pier Paolo Pasolini 1975 - 2005

@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare

Curatore, Bruno Esposito

Grazie per aver visitato il mio blog

giovedì 9 maggio 2013

PIER PAOLO PASOLINI, DECAMERON. ANALISI DI VARIAZIONE DIAMESICA

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro





PIER PAOLO PASOLINI, DECAMERON. ANALISI DI VARIAZIONE DIAMESICA


Pasolini e il Decameron

Non sono io che ho scelto il Decameron, è il Decameron che ha scelto me.
... Il mio stile, sempre eccessivo, ha trovato il modo di diventare medio.
(C’est le Décameron qui m’a choisi, « La Galerie », 111, dic. 1971, p. 88)

(nel Decameron) ... il narrare è ontologico: si narra per il gusto di narrare, o si rappresenta per il gusto di rappresentare. Cosa si narra e si rappresenta? Qualcosa che non c’è più: uomini, sentimenti, cose. Non c’è, dico, storicamente; esistenzialmente sopravvive (il popolo di Napoli).
(Con Pier Paolo Pasolini, a cura di E. Magrelli, Roma, Bulzoni, 1977, p. 99)

Ho scelto in Boccaccio i racconti che amavo di più, quelli che rileggevo con sempre più vivo piacere, in cui si trova una sorta di equilibrio naturale tra il tragico e il comico-burlesco.
(Rencontre avec Pasolini, “Cinéma”, 164, marzo 1972, p. 58)

Nel Decameron gioco una realtà che mi piace ancora ma che nella storia non c’è più. Ho scelto Napoli per il Decameron perché Napoli è una sacca storica: i napoletani hanno deciso di restare quello che erano, e, così, di lasciarsi morire.
(Io e Boccaccio, Intervista di Dario Bellezza, “L’Espresso”, 22 nov. 1970)

... il Decameron rappresenta la mia nostalgia di un popolo ideale, con la sua miseria, la sua assenza di coscienza politica ..., di un popolo che ho conosciuto quando ero bambino. Forse esiste ancora nel ventre di Napoli.
(intervista di Gérard Langlois, in Marc Gervais, Pier Paolo Pasolini, Seghers 1973, p. 148)



ESEMPI DI VARIAZIONE DIAMESICA

abbreviazioni
B: Boccaccio
T: trattamento
S: sceneggiatura
F: film



(titoli di testa; sottofondo musicale, banda popolare)

(scena iniziale: Ciappelletto nell’ombra notturna, scena di omicidio) (prima cornice: anche in T-S)


I (T: secondo racconto del I tempo / S: primo racconto)
Andreuccio da Perugia (B II,5: Napoli)
(ambientazione cittadina di Andreuccio) (sottofondo musicale: Canto delle lavandaie del Vomero)
(inizio: mercato di Caserta Vecchia, apparizione delle donne da dietro il torrione, scena corale) (Napoli, vicoli cittadini; interno di chiesa)


II (T: quarto racconto del I tempo / S: secondo racconto del I tempo)
Masetto da Lamporecchio (B III,1: Toscana)
(vicolo cittadino) (preceduto dal racconto del vecchio = B IX,2 / in T racconta la novella di Alatiel / situazione modificata in S) (riscrittura sintetica dall’originale, non dalla didascalia) (traduzione in napoletano, attuata consapevolmente dal parlante per adeguare il messaggio al pubblico) (il vecchio legge da un libro, seduto per terra, forte gestualità) (nella folla, Ciappelletto ruba, e adesca un ragazzo)

B: Sapere adunque dovete in Lombardia essere un famosissimo monistero di santità e religione, nel quale, tra l’altre donne monache che v’erano, v’era una giovane di sangue nobile e di maravigliosa bellezza dotata, la quale, Isabetta chiamata, essendo un dì a un suo parente alla grata venuta, d’un bel giovane che con lui era s’innamorò .....

S18: In un convento c’è una suora giovane, che si era trovata un amante giovane e bello,
e tutte le notti lo riceveva nella sua cella.
Ma le altre monache finirono per accorgersene, e decisero di fare la spia alla Madre Superiora.
Però vogliono cogliere la colpevole in flagrante! E aspettano la notte che scenda.
La notte scende, e la giovane suora riceve il suo amante.
Le altre suore li chiudono dentro la cella e vanno a chiamare la Madre Superiora che sta facendo l’amore nella sua cella con un prete.
Quando le suore precipitosamente battono all’uscio e la chiamano, la Madre Superiora, nell’orgasmo, anziché mettersi in testa il velo si mette in testa le mutande del prete.
E con le mutande del prete in testa, va a cogliere in flagrante la colpevole.
Ma costei, che da principio ascolta i terribili rimproveri a occhi bassi, infine alza gli occhi e vede le mutande del prete in testa alla Madre Superiora.
Glielo fa notare e tutto finisce bene: cioè da allora in poi in quel convento, se qualche suora voleva sollazzarsi lo poteva fare, e così sia.
F: saper dunque dovete in Lombardia, dove ce stanno quelle che parlano toscano, essere un famosissimo monastero di santità e di religione nel quale v’era una giovane di sangue nobile e di meravigliosa bellezza dotata
Signori miei, mo’ vo’ spiegherò in napoletano, dunch ch’è succiesso dint’a stu cunvento?
una suora, bella chiattuna, s’innamoraje e’ nu bello giuvinotto
e aspettavano che se faceva notte per so’ porta’ dint’ a cella e’ lu cunvento
ma una notte le altre suore invidiose se ne accorsero
e li videro che stavano tuzzuliando tutt’e duje
allora che pensarono e fa’? andarono a chiamare a’ madre superiora
la madre superiora siccome stava a letto co’ prevete allora che facette?
quanno bussaje a la porta essa si spaventaje
e arapette a porta
e invece e’ se mettere o’ velo ‘n casa se mettete a’ mutanda do’ prevete ‘n capa
quanno succedette che jetteno a bussà alla porta d’a’ suora
con tutte le altre suore che stevano a guarda’
spalancata la suora dicette: -addove la portate?-
-ah, ma tu pure stieve tuzzuliando dint’a cella toja
perché tiene a’ mutanda do’ prevete n’ capa.-
e accussì ‘n chillo cunvento tutte le suore tuzzuliavano pure lloro.



III (T : II racc. del III t. / S : nono racc., III cornice di Giotto)
Peronella (VII,2: ambientazione cittadina: Napoli) (T: trascrizione quasi fedele del testo originale)
(camera da letto di Peronella - ambientazione rurale, non cittadina: passaggi da dialetto di campagna a italiano regionale)

Giannello: viene, viene acca’
(torna il marito; da fuori)
Marito: Peronella, arape, song’o’marite, Peronella.
Peronella: Mamma mia. Ue’ Giannello, è arrivato mio marito, songo morta.
B: “Oimè! Giannel mio, io son morta”
T: Peronella, spaventata per questo inspiegabile ritorno del marito, alzò un alto, napoletano lamento di stupore e dolore
Giannello: Uff

Marito: Peronella, Peronella! Ue’ Perone’
Peronella: Aggio sentuto, mo’ vengo, mo ve’
Marito: Cumpa’, oi’ comme s’è chiusa a rinto da quando song’ asciuto a fatica’
per fare i fatti suoi?
sia lodato iddio che tengo na’ moglie cossì onesta.
B: “O Iddio, lodato sia tu sempre, ché, benché tu m'abbi fatto povero, almeno m'hai tu consolato di buona e d'onesta
giovane di moglie! Vedi come ella tosto serrò l'uscio
dentro, come io ci usci', acciò che alcuna persona entrar
non ci potesse che noia le desse.”
S: Iddio, tu sia sempre lodato, benché mi hai fatto povero, almeno mi hai dato una buona moglie, oltre che giovane! Tu lo vedi cumpà, come s’è chiusa dentro casa, appena io sono uscito per andare al lavoro, in modo che nessuno potesse entrare a darle fastidio...

Peronella: mamma mia, mo’ vengo, mo’ vengo.
(donna) scinne, fa ‘mpressa.
Peronella: sto venendo, sto venendo
va, va, trase dint’all’uorc, che mio marito è geloso pazzo, quello m’ammazza
statte cca dinto e nun te movere, che io vado a vedere perché è arrivato accussì presto stammatina
t’avesse visto mentre entravi madonna mia
eccomi eccomi
B: “Oimè! Giannel mio, io son morta, ché ecco
il marito mio, che tristo il faccia Iddio, che ci tornò: e
non so che questo si voglia dire, ché egli non ci tornò mai
più a questa otta: forse che ti vide egli quando tu
c'entrasti! Ma per l'amore di Dio, come che il fatto sia,
entra in cotesto doglio che tu vedi costì, e io gli andrò a
aprire, e veggiamo quello che questo vuol dire di tornare
stamane così tosto a casa.”
S: Oddio, Giannello mio, son morta, ecco mio marito che ritorna, che Dio lo maledica, che è la prima volta che ritorna a quest’ora, di primo mattino...
Per carità, entra in questo orcio, che quello è geloso fracico, n’ammazza. Sta qui dentro e io vado a vedere che cosa significa che è ritornato a casa così presto.
Giannello: stu’ sfaccimme e curnuto, avive quase fatta
S: sto sfaccimma cornuto! Avevo quasi fatto!

Peronella: sto venendo sto venendo
ah, tu stai ccà, a chest’ora viene a casa, ma io t’affogo, si nun vai a faticà comme magnammo?
ca te cride, ca su’ cuntenta e’ mpignura’ sti’ quattro stracci ca tengo?
io jette o’ sang tutt’o’ juorno a filà
..................... tutt’o’ juorno, capito?
marito, marito, nun ce sta vicino .......................
per tutt’a fatica che faccio
e tu torni a casa cu’ e’ mani ‘n mano,
mentre dovresti essere a lavorare
pover’a mme, maronna mia
B: “Ora questa che novella è, che tu così tosto torni a casa
stamane? Per quello che mi paia vedere, tu non vuogli oggi
far nulla, ché io ti veggio tornare co' ferri tuoi in mano:
e se tu fai così, di che viverem noi? onde avrem noi del
pane? Credi tu che io sofferi che tu m'impegni la
gonnelluccia e gli altri miei pannicelli, che non fo il dì e
la notte altro che filare, tanto che la carne mi s'è
spiccata dall'unghia, per potere almeno aver tanto olio, che
n'arda la nostra lucerna? Marito, marito, egli non ci ha
vicina che non se ne maravigli e che non facci beffe di me,
di tanta fatica quanta è quella che io duro: e tu mi torni a
casa colle mani spenzolate quando tu dovresti essere a lavorare.”
“Oimè, lassa me, dolente me, in che mal'ora nacqui,
in che mal punto ci venni! ché avrei potuto avere un giovane
così da bene e nol volli, per venire a costui che non pensa
cui egli s'ha menata a casa! L'altre si danno buon tempo
cogli amanti loro, e non ce n'ha niuna che non abbia chi due
o chi tre, e godono e mostrano a' mariti la luna per lo
sole; e io, misera me! perché son buona e non attendo a così
fatte novelle, ho male e mala ventura: io non so perché io
non mi pigli di questi amanti come fanno l'altre! Intendi
sanamente, marito mio, che se io volessi far male, io
troverrei ben con cui, ché egli ci son de' ben leggiadri che
m'amano e voglionmi bene e hannomi mandato proferendo
dimolti denari, o voglio io robe o gioie, né mai mel
sofferse il cuore, per ciò che io non fui figliuola di donna
da ciò: e tu mi torni a casa quando tu dei essere a
lavorare!”
T: andò ad aprire la porta, investendo malamente il marito, e accusandolo di essere un fannullone, di aver lasciato il lavoro, di farla vivere nella miseria, di renderla il bersaglio della malignità dei vicini ecc. ecc. e poi passando dalle accuse violente al pinato, comincia una lunga lamentela sulla sua miseria, da far venire le lacrime agli occhi anche al povero marito ...
S: Cos’è questa novità, che mi ritorni a casa così presto stamattina? Non ti va di lavorare neh, che ritorni con gli arnesi in mano: e allora di’, come tireremo avanti noi? Cosa ci mangeremo? Cosa credi, che sia contenta io a vedere che vai a impegnare la mia gonnelluccia buona e quei quattro pannicelli che ci ho... che non faccio altro notte e giorno che filare... che la carne mi s’è staccata dall’unghie... per poter avere quel po’ d’olio che serve a far ardere la nostra lucerna? Marito, marito, non c’è vicina che non si meravigli, e non mi sfotta, per tutta la fatica che faccio, e tu mi torni a casa con le mani penzoloni, mentre dovresti essere a lavorare.
Povera me, mannaggia, disgraziata me! Maledetto il giorno che son nata! Tutte le altre si danno il buon tempo coi loro amanti, e chi ne ha due, e chi ne ha tre... E io stupida, perché son buona e onesta, e non faccio queste cose, ecco come vengo ricompensata... Non so proprio perché non mi prendo anch’io qualche amante, come fanno le altre! Cosa credi, che non mi mancherebbero le occasioni? No, io sono onesta, figlia di donna onesta, e non lo so fare! E tu mi torni a casa quando dovresti essere a lavorare!

Marito: lo vi’ che brava moglie che tengo?
S: Lo vedi che moglie che ci ho?
Perone’, nun te piglia’ collera, ca io te crido
oggi è festa e’ san Galeone, nun se fatica
perciò so’ tornato a casa
e aggio truvato a vendere l’uorc grosso a stu’ cumpare
ride, ride, moglie mia, avremo pane per più di un mese
perché lo compra pe’ cinque denari
pensa pe’ cinque denari
B: “Deh! donna, non ti dar malinconia, per
Dio! egli è il vero che io andai per lavorare, ma egli
mostra che tu nol sappi, come io medesimo nol sapeva. Egli è
oggi la festa di santo Galeone e non si lavora, e per ciò mi
sono tornato a questa ora a casa; ma io ho nondimeno
proveduto e trovato modo che noi avremo del pane per più
d'un mese, ché io ho venduto a costui, che tu vedi qui con
meco, il doglio, il qual tu sai che già è cotanto ha tenuta
la casa impacciata; e dammene cinque gigliati.”
T: Oggi è la festa di san Galeone, e non si lavora, per questo son tornato indietro. ... Lo sai, ho venduto l’orcio a questo amico mio, e così avremo del pane per più di un mese, perché me lo paga cinque gigliati.
S: Su non prendertela, Peronella mia! Non devi credere ch’io non conosca chi tu sei. Io ero andato al lavoro, ma tutti e due ci siamo dimenticati che oggi è la festa di san Galeone, e non si lavora! Ecco perché sono ritornato a casa così presto! Ma non ti rattristare! Ho trovato modo che avremo pane per più di un mese, perché ho venduto a questo signore che tu vedi qui con me l’orcio grande, che, come tu sai, per noi è soltanto un ingombro dentro casa: e me lo paga cinque gigliati!

Peronella: ecco perché m’a’ piglio cu’ tte
tu ca si’ ommo e vai p’o’ munno
ai vennuto l’uorc pe’ cinque denari
e io ca so’ na’ femminella ca nun esce mai da casa
l’aggio vennuto pe’ sette a’ nu buonuomo che infatti
poco prima che tu tornassi è entrato dentro per vedere in che stato si trova.
B: “E tutto questo è del dolor mio:
tu, che se' uomo e vai attorno e dovresti sapere delle cose
del mondo, hai venduto un doglio cinque gigliati, il quale
io feminella che non fu' mai appena fuor dell'uscio,
veggendo lo 'mpaccio che in casa ci dava, l'ho venduto sette
a un buono uomo, il quale, come tu qui tornasti, v'entrò
dentro per vedere se saldo fosse.”
T.: (Peronella) gli dà dello scemo perché se lui ha venduto l’orcio per cinque gigliati, lei è d’accordo con un altro per venderlo a sette, e costui - aggiunge- era proprio in quel momento dentro l’orcio per “vedere se saldo fosse”.
S: Ecco perché me la prendo con te! Tu che sei uomo e te ne vai in giro per il mondo, hai venduto un orcio per cinque gigliati, e io che sono una femminella, che non esco mai fuori dall’uscio, lho venduto per sette... a un buon uomo che infatti, poco prima che tu tornmassi, c’è entrato dentro per vedere in che stato si trova!

Marito: cumpa’ vattenne cu’ dio ca mia moglie l’à vennuto pe’ sette.
B: “Buono uomo, vatti con Dio,
ché tu odi che mia mogliere l'ha venduto sette, dove tu non
me ne davi altro che cinque.”
S: Cumpà, vattene con Dio, che mogliema ha venduto per sette, mentre tu non me ne davi che cinque.

Peronella: scennimmo abbascio, jamme a cumbina’ l’affare cu’ isso
B: “Vien sù tu, poscia che tu ci
se', e vedi con lui insieme i fatti nostri.”
S: Avanti vieni dato che sei tornato e va a combinare con lui l’affare...
ah, marito mio, avimme accendere nu’ cero a san Galeone ca t’a fatto turnà
Giannello: a’ ro’ stai bona femmena?
B: “Dove se', buona donna?”
T-S: Dove sei buona donna?
Peronella: eccomi vengo, avite visto quant’è bello l’uorc?
Marito: arrivederci cumpa’
(compare) stateme buone.
B: “In buona ora sia!”
Marito: voi me lo pagate pe’ cinque, e mia moglie l’à vennuto pe’ sette
stamme ccà, ué, ué, comme jamme?
B: “Eccomi, che domandi tu?”
S: Eccomi, che vuoi?
Giannello: oh, chi sì tu ? i’ aggie parlà c’a’ femmena c’aggie cumbinato l’affare e’ chist’uorc.
B: “Qual se' tu? Io vorrei la donna con la
quale io feci il mercato di questo doglio.”
S: Chi sei tu? Io parlavo alla donna con la quale ho combinato l’affare di questo orcio!
Marito: parlate cu’ mme, so’ o’ marite.
B: “Fate sicuramente meco, ché io son
suo marito.”
S: Potete parlare tranquillamente con me , che io sono il marito!

Giannello: l’uorc me pare ‘n buono stato, ma cca dinto me pare che ce sta a’ munnezza, ca ce stanno doje dita e’ fetenzia, è chino e’ munnezza, e nun se riesce a levà nemmeno cu’ ll’acqua (onghe?).
B: “Il doglio mi par ben saldo, ma
egli mi pare che voi ci abbiate tenuta entro feccia, ché
egli è tutto impastricciato di non so che cosa sì secca, che
io non ne posso levar con l'unghie, e però io nol torrei se
io nol vedessi prima netto.”
T: gli dice ch’egli comprerebbe l’orcio se per di dentro non fosse tutto sporco di feccia.
S: L’orcio mi pare in buono stato, ma mi pare che vi abbiate tenuto dentro della feccia, ch’è tutto impiastricciato di una roba così secca che non la posso togliere con l’unghia...

Peronella: eeh, e non per questo non combineremo l’affare
vui ascite e mio marito trase arinte e lo pulisce buono buono
B: “No, per quello non rimarrà il
mercato; mio marito il netterà tutto.”
T: Oh se è per questo ... mio marito ci penserà subito a pulirlo.
S: Uuuuuuuuh, non per questo non combineremo l’affare! Mio marito lo pulirà dalla parte di dentro come si deve!

Marito: sì, sì, come no
B: “Sì bene”
T: Ma certo!
S: Sì, sì!
o raschietto, mantiene
Peronella: ué, tiene o’ raschietto, e ride, ride, mariteme, che ai fatto nu’ buon’affare
non ce facimme scappa’ stu grosso affare, amore mio
dai dai scortica buono accussì me piace
B: “Radi quivi e quivi e anche colà” “Vedine qui
rimaso un micolino.”
T: Pulisci qua, pulisci là.
S: Gratta là, e là... e anche laggiù... Guarda qui, c’è rimasta della zozzeria...
e dove lo trovi un marito accussì, dove lo trovi?


IV (T: V racc. del I t. / S: III racc. del I t.)
Ciappelletto (B I,1: Nord Europa)
(variazione diastratica e diatopica: napoletano colto - italiano regionale, confrontato con l’italiano del confessore e il tedesco) (sottofondo musicale: Fenesta ca lucive, Kyrie eleison) (ambientazione ‘nordica’: esterni a Bolzano)

(da S a F: tagliata la cornice di Chichibio, e le novelle di Girolamo e Salvestra, e di Alibech)


V (T: racc. cornice del III tempo / S: III racc. cornice)
Giotto e Forese (B VI,5: Mugello)
(Pasolini = discepolo di Giotto, chiamato a dipingere un ciclo di affreschi a Santa Chiara) (campagna napoletana)
Forese (avvocato napoletano): Maestro, tu credi che se ci venisse incontro un forestiero che non ti conoscesse, e ti vedesse combinato così, potrebbe mai pensare che tu sia uno dei più bravi pittori del momento?
B: “Giotto, a che ora venendo di qua alla 'ncontro di noi un forestiere che mai veduto non t'avesse, credi tu che egli credesse che tu fossi il migliore dipintore del mondo, come tu se'?”
T: Di’ un po’, se qualche straniero ti vedesse, così buffo come sei, credi tu che egli crederebbe che tu sei Giotto, il miglior pittore del mondo?
S: Giotto... tu credi che se ci venisse incontro un forestiere che non ti conoscesse, e ti vedesse conciato in questo modo... potrebbe mai pensare che tu fossi Giotto, il più grande pittore del mondo?
(battuta responsiva in B-T-S; eliminata in F)


VI (T: V racc. del II t. / S: settimo racc., quarto della II cornice di Chichibio)
Ricciardo e Caterina (B V,4: Romagna)
(campagna napoletana)
......................................
Ricciardo: Cateri’, te prego, nun me fa’ muri’ d’ammore pe’ te
Caterina: O pateterno vulisse che tu nun me facisse muri’ a mme
Ricciardo: per me faccio chello ca vo’ tu, rice una sola parola, chesta ccà è a’ salvezza d’a vita mia e d’a vita toja
Caterina: Riccardo, tu o ssai io comme so’ survegliata, ca’ doppo tanto tiempo mo’ ce putimmo parlà
ma si tu vuo’ veni’ a durmi’ cu’ mme, m’a suggerì na cosa, na cosa ca io nun me faccio vergogna
dimmelo, ca io t’obbedisco
Ricciardo: Cateri’ dulcezza mia, nun saccio truva’ n’ata via
che vai a durmì ancoppa o’ barcone, chello che sta ‘ncoppa o’ giardino
e io m’arrangio a saglì quanto è auto o’ muro
Caterina: Si tu tene o curaggio e saglì là ‘ncoppa
io faccio in modo de durmì o’ barcone
B: “Caterina, io ti priego che tu non mi facci
morire amando.”
6 “Volesse Idio che tu non
facessi più morir me!”
7 “Per me non starà mai cosa che a
grado ti sia, ma a te sta il trovar modo allo scampo della
tua vita e della mia.”
8 “Ricciardo, tu vedi quanto io sia
guardata, e per ciò da me non so veder come tu a me ti possi
venire: ma se tu sai veder cosa che io possa senza mia
vergogna fare, dillami, e io la farò.”
9 “Caterina mia dolce, io non so alcuna via vedere, se tu già
non dormissi o potessi venire in sul verone che è presso al
giardino di tuo padre; dove se io sapessi che tu di notte
fossi, senza fallo io m'ingegnerei di venirvi quantunque
molto alto sia.”
10 “Se quivi ti dà il cuor di
venire, io mi credo ben far sì che fatto mi verrà di
dormirvi.”
........................................



VII (T: IV racc. del II t. / S : sesto racc., terzo della II cornice di Chichibio)
Lisabetta (B IV,5: Messina)
(Napoli e Sorrento)


VIII (T: IV racc. del III t., e ultimo del film / XI e ultimo racc.)
Donno Gianni e la Gemmata (B IX,10: Puglia)
(campagna napoletana)


IX (assente in T / S: X racc., secondo della III cornice, penultimo del film)
Tingoccio e Meuccio (B VII,10: Siena)
(Napoli)
..........................................
Meuccio: Ma e’ pene, song’ eguale pe’ tutte quante?
Tingoccio: Noo, chi brucia dint’ o’ fuoco, chi dint’ a’ l’acqua bollente, chi dint’o’ ghiaccio, e chi dint’ a mmerda
B: Domandò allora Meuccio particularmente Tingoccio che pene
si dessero di là per ciascun de' peccati che di qua si
commettono, e Tingoccio gliele disse tutte.


SCENA FINALE
(il pittore al completamento dell’opera)(battuta finale assente in S)
Ma io mi domando, perché realizzare un’opera quando è così bello sognarla soltanto?



TRILOGIA DELLA VITA
analisi comparativa dalle sceneggiature al film

DECAMERON

Fonte:
http://cta.unior.it/HomePages/cvecce/decameron.htm


@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare

Curatore, Bruno Esposito

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