Benvenuto/a nel mio blog

Benvenuto nel blog

Questo blog non ha alcuna finalità di "lucro".
Viene aggiornato di frequente e arricchito sempre di nuovi contenuti, anche se non in forma periodica.
Sono certo che navigando al suo interno potrai trovare ciò che cerchi.
Al momento sono presenti oltre 1700 post e molti altri ne verranno aggiunti.
Ti ringrazio per aver visitato il mio blog e di condividere con me la voglia di conoscere uno dei più grandi intellettuali del trascorso secolo.
Visualizzazione post con etichetta Vie Nuove. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Vie Nuove. Mostra tutti i post

venerdì 10 aprile 2026

Pier Paolo Pasolini: Una dimostrazione di stupidità - Vie nuove, numero 34, 27 agosto 1960, pag. 6

 "Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Pier Paolo Pasolini
Una dimostrazione di stupidità

Vie nuove

numero 34

27 agosto 1960

pag. 6

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Caro Pasolini, ho letto sui giornali – e credo lo abbia letto anche lei – che dopo una vivace azione dei parlamentari antifascisti, il governo s’è deciso a cancellare le scritte mussoliniane al Foro Italico. Però, dopo le prime cancellazioni, l’azione governativa s’è fermata. La reazione che ne è seguita ha tutta la mia comprensione: anche a me, soprattutto quando vado in provincia, capita sovente di irritarmi per il permanere di scritte sui muri e di fasci littori sui monumenti e sugli edifici. Ciò che mi infastidisce di più è il fatto che non si ritenga opportuno di cancellare finalmente le manifestazioni più ridicole di una demagogia e di una retorica che hanno mostrato tutto il vuoto che c’era dietro e che il tempo ha colmato di tragedia. In un certo senso, questi residui di un costume condannato dalla storia dovrebbero farmi piacere: le scritte rimaste dimostrano così chiaramente la loro stupidità che finiscono per essere controproducenti. 

martedì 7 aprile 2026

Pier Paolo Pasolini: Realismo e neo-purismo - Vie nuove, numero 30, 23 luglio 1960, pag. 6

 "Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Pier Paolo Pasolini
Realismo e neo-purismo

Vie nuove

numero 30

23 luglio 1960

pag. 6

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Mi permetta di sottoporle due questioni (collegate fra loro) che riguardano da vicino la sua attività di scrittore e di teorico di certe tesi che poi nei suoi romanzi trovano la realizzazione pratica più probante.

Mi riferisco alla questione del linguaggio nell’opera d’arte in relazione al «realismo» e alla «obbligatoria» utilizzazione del dialetto – anzi dei dialetti – scrivendo di persone o gruppi sociali che nella realtà si esprimono appunto in dialetto o gergo. 

1) rapporto realismo-linguaggio: non le sembra che dare per pugnalato il realismo per mano di uno o più neo-puristi (mi riferisco al suo discorso «alla maniera di Antonio») sia un insistere su aspetti formali, polivalenti, e trascurare la sostanza che sta, per quanto riguarda la possibilità di definire realista uno scrittore, in altre questioni? Non è più giusto cioè esaminare se egli – come scrittore – è più o meno radicato nel reale, quale è il suo atteggiamento critico verso di esso, il suo giudizio del mondo, e quale è la sua posizione «ideologica» cioè la capacità o meno di tener presenti le linee generali di sviluppo della società che rappresenta, i «sentimenti di massa»? Misurati con questo metro – che non significa affatto interessarsi di quale partito essi preferiscono – alcuni degli scrittori che lei ha positivamente citato nella sua Orazione contro Cassola potrebbero rivelarsi non abbastanza «alti» da essere arruolati nelle file dell’esercito realista. Può essere invece che altri – che potrebbero fare… il soldato (magari in sussistenza) – finiscano con l’essere dal suo criterio lasciati in abito borghese. 

martedì 31 marzo 2026

Pasolini: Due righe sulla lingua di Gramsci - Vie nuove, numero 9, 4 marzo 1965, pag. 32

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Pasolini:
Due righe sulla lingua di Gramsci

Vie nuove

numero 9

4 marzo 1965

pag. 32

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Caro Pasolini, ho letto le sue affermazioni sul contenuto di classe della nostra lingua. Mi pare però che anche le classi subalterne abbiano portato un notevole contributo al farsi della lingua colta. Cito tra tutti il contributo di Gramsci nei suoi articoli, nelle sue lettere, nei suoi saggi. Lei che ne pensa?

Pasquale Lenner – Arezzo


Tutte le pagine giovanili di Gramsci sono scritte in un «italiano» impossibile. Non è precoce, come quasi tutti i veri inventori. Egli passa attraverso tutte le fasi aberranti tipiche di un giovane meridionale che si italianizzi a Torino. Gli apporti materni erano quelli strettamente particolaristici della Sardegna, quelli paterni erano una italianizzazione, dal ciociaro, di un padre statale; l’infanzia e la prima adolescenza sono di ambiente contadino, e l’italiano doveva suonare come una lingua estranea ai sardi di Ghilarza non italofoni (e probabilmente in rapporto più con l’America che con l’Italia); il primo italiano, Gramsci, lo avrà sentito risuonare nelle bocche di alcuni «sedicenti» professori di lettere a un ginnasio privato di Santu Lussurgiu. Se l’italiano dei professori medi dei primi anni del secolo doveva essere incredibile quello dei «sedicenti» professori di Santu Lussurgiu, dato che si sentivano tenuti a esibire la loro patente anche se irrichiesti, doveva essere un continuo e caricaturale tentativo di purismo e umanesimo enfatico, da non riuscir a immaginarlo. Gramsci, povero ragazzino segnato, ha vissuto e interiorizzato profondamente ogni evento della sua infanzia; tanto che per tutta la vita ha dovuto subire come un’onta e una difficoltà la sua dedizione; avrà assorbito perciò profondamente anche quel primo italiano ufficiale, che rappresentava la cultura, la liberazione. Infatti tutti i suoi scritti, fino a «Ordine nuovo» in parte compreso, portano come un marchio quella prima acquisizione assurda, quella falsa liberazione. Sembra impossibile che un uomo come Gramsci non sia stato in grado di scuotersi di dosso quella lingua incapace di esprimere altro che dei sentimenti (veri, quand’erano veri, e, naturalmente, lo erano raramente). Ci sembra insomma, che un uomo votato alla razionalità com’era Gramsci, avrebbe dovuto far cadere di colpo l’espressività enfatica dell’italiano letterario, per la presenza stessa della sua vocazione. Ma dal ’14 al ’19, in parte compreso, la sua lingua non è capace di cogliere, delle idee, che il momento sentimentale o appassionato: con qualche pregnanza del tipico irrazionalismo vociano, nei casi migliori, che son molto rari; per il resto, quella lingua è tutta umanistica sul «côté» romantico, probabilmente perché l’umanesimo veniva direttamente e tumultuosamente mutato dall’umanitarismo proto-socialista, che era la più immediata ascendenza linguistica cui Gramsci poteva ragionevolmente guardare (e che non avrebbe mai più dimenticato: perché è probabilmente ad essa, mitizzata ed epurata, che Gramsci forse inconsciamente si riferiva quando pensava a una possibile lingua dell’egemonia comunista; e comunque è a tale lingua dell’umanesimo marxista, rinforzata dallo spirito della Resistenza, che si riferiscono ancora come a una possibile lingua egemonica del comunismo, molti politici di oggi). Bisogna munirsi della pazienza dei filologi, e ricorrere a tutto l’amore che una figura come quella di Gramsci ispira, per poter leggere le sue pagine di quei cinque anni.

venerdì 27 febbraio 2026

Pier Paolo Pasolini: Un discorso sbagliato - Vie nuove, numero 37, 23 settembre 1961

 "Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Pier Paolo Pasolini
Un discorso sbagliato

Vie nuove

numero 37

23 settembre 1961

pag.

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Caro Pasolini, leggo in una recensione: «“Ragazzi di vita”» e «“Una vita violenta”» sono apparentemente dei drammi della povertà e del vizio, in realtà sono una esaltazione confusa della vita al di là del bene e del male, un inno dannunziano alla grandezza del biologico, un appello caldo di febbre alle forze le più primitive e selvagge… Si può sostenere che Pasolini ha del talento. Ma i suoi libri suonano falsi. Vi manca la dimensione dell’angoscia, dell’amore, della morte ed anche, piuttosto che un senso vero della vita, vi si trova un culto primario di vitalità». Io ho trovato tali osservazioni non del tutto infondate. Tu cosa ne pensi?

Bapilù pittore – Genova

È vero esattamente il contrario. E vedi la risposta alla lettera precedente. Di tutto mi si può accusare fuori che di mancare della «dimensione dell’angoscia, dell’amore, della morte». Semmai mi si può accusare di un eccesso, di tale dimensione: ed è una accusa che mi è stata mossa infatti recentemente da critici di sinistra. Mi pare che tu confonda i miei personaggi con me. In loro la vitalità esclude l’angoscia e la morte: che d’altra parte, cacciate dalla porta, rientrano dalla finestra, come si dice, e come rientrano. Da Ragazzi di vita a Accattone, l’angoscia è lì, plumbea, fatale, dietro ogni risata, ogni versaccio, ogni atto di vita. Insomma tu – e coloro che tu citi – fate a un livello più alto quello che fanno a un livello infimo, e magari in malafede, le centinaia di servi di fascisti o di preti nei giornaletti italiani: del contenutismo. Tu dici: i personaggi di Pasolini non pensano alla morte: quindi Pasolini non pensa alla morte. E quegli altri, i servi, dicono: i personaggi di Pasolini usano le parolacce, quindi Pasolini usa le parolacce. Bel ragionamento, come vedi.

Pier Paolo Pasolini


Curatore, Bruno Esposito

Grazie per aver visitato il mio blog

martedì 24 febbraio 2026

Pier Paolo Pasolini: Il settarismo rende disumani - Vie nuove, numero 37, 23 settembre 1961, pag. 20

 "Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Pier Paolo Pasolini
Il settarismo rende disumani

Vie nuove

numero 37

23 settembre 1961

pag. 20

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Ho avuto una discussione con un compagno iscritto al PCI dal 1921. Sostiene che Gesù Cristo lottava per l’uguaglianza e la libertà dei popoli e aggiunge che nel ’21 il PCI stampava ritratti di Gesù. Mi è capitato «Il pioniere». Vi ho letto: anche Gesù Cristo infatti morì sulla croce perché tutti gli uomini fossero uguali e tutti avessero giustizia (sulla storia di Spartaco). Nel Vangelo degli Apostoli, nella parabola del Seminatore, vi è scritto: «Infatti, a chi ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. Beato quel servo che il padrone tornando troverà a fare il suo dovere». Cortesemente chiedo una spiegazione anche di questa frase evangelica: «Quando sentirete guerre e rumori di guerre, non temete, è necessario che ciò avvenga». 

L. F. – Terni

È quasi un luogo comune dire che la dinamica morale del socialismo è profondamente cristiana. Tanto è vero che alcuni uomini di sinistra, un po’ schizzinosi, se ne vergognano, e torcono il naso davanti all’«umanitarismo», al «populismo» ecc. come fossero malattie infettive. Non bisogna più parlare di lealtà, amore, generosità, innocenza, perché altrimenti gli Asor Rosa decretano che si è reazionari e cristiani. Il settarismo rende disumani, questa è la verità. O altrimenti, chi è per traumi suoi, per sue ragioni private, disumano, o poco umano, tende al settarismo, alla miopia dell’eccesso ideologico-moralistico. In realtà, per conto mio, penso che alla radice o alla preistoria di ogni autentica posizione socialista, ci sia un sentimento cristiano, evangelico. E ciò, direi, per lunga tradizione storica. Proprio in questi giorni, durante la lunga corsa in macchina da Venezia a Roma, mi sono divertito a pensare a un dramma «brechtiano», in cui Dio fonda, direttamente, la Chiesa, e poi il Diavolo, piano piano, indirettamente, se la piglia.

sabato 21 febbraio 2026

Dramma sul filo: Pasolini alle Olimpiadi di Roma 1960 - Vie nuove, numero 37, 17 settembre 1960, pag. 20-21

 "Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Dramma sul filo
Pasolini alle Olimpiadi di Roma 1960

Vie nuove

numero 37

17 settembre 1960

pag. 20-21

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Vedi anche:

Dramma sul filo 

Tradisce i pattini per la bicicletta

Un mondo pieno di futuro


Pier Paolo Pasolini ha seguito per Vie Nuove i Giochi Olimpici ed è stato costretto di conseguenza a sospendere per alcuni numeri la sua rubrica "Dialoghi con Pasolini". 


Mi sono accorto di essere un pessimo spettatore di gare atletiche. So che questo può dispiacere. E dispiace anche a me stesso, del resto. Intendo dire che sono un pessimo spettatore di gare di atletica pura, quella ideale, quella per cui si fanno le Olimpiadi vere. Ieri sera, per televisione in una pizzeria della Marranella mi sono veramente divertito, agli incontri di boxe, e alla partita Italia-Jugoslavia: ma divertito fino a saltare sulla sedia e a gridare, come gli altri, intorno a me, ai tavolini unti, giovani operai o disoccupati, rauchi nell'odore di fritto.

Trovavo splendido Musso, i polacchi, lo straripante Cassius Clay: trovavo ottimo l'adolescente attacco della nazionale italiana, Rivera, Rossano... Ero insomma veramente partecipe. Oggi, all'Olimpico, battuto ora dal sole cocente, ora da un freddo che gelava, sono rimasto quasi sempre indifferente.

Ci sarà pure una ragione. Qual è? Io temo che sia poco lusinghiera, per quanto mi riguarda: ma sarà pur necessaria, e quindi al di là di ogni giudizio di valore. Da troppo tempo lo sport è spettacolo: e tutta l'organizzazione sportiva è per lo spettacolo. Il prato erboso degli stadi e il ring sono dei palcoscenici: che hanno addirittura sostituito i palcoscenici veri. E' inutile rimpiangere le cose che passano: bisogna coraggiosamente affrontare quelle che si presentano, nuove, portate da nuove necessità. Ci sono degli sport che, piano piano, hanno finito col non coincidere più con lo spettacolo. Solo per pochi reggerebbe uno spettacolo teatrale composto da letture di liriche: davanti a un pubblico medio, questo non è concepibile. La gara atletica pura è una lirica, più o meno breve: i cento metri un endecasillabo, i duecento un emistichio, i quattrocento una quartina... Già la maratona è spettacolo, perché è come un lungo monologo, disperato, drammatico... Insomma, mentre la corsa e il lancio erano nell'antichità dei fenomeni necessari anche fuori dallo sport, nella vita quotidiana, nella guerra, ecc., la loro purezza era relativa, e la loro bellezza si basava sulla necessità. Oggi, pian piano, nulla di ciò che è fisico è necessario, dato che tutto è stato sostituito dalla macchina: e lo sport è diventato lentamente, quanto a necessità, un puro fatto igienico: e sopravvive soltanto, direi, perché sfoga certi istinti aggressivi e competitivi, di predominio, che nell'uomo moderno non si sono ancora spenti. Ed è quindi divenuto spettacolo, per l'esigenza di masse enormi che senza dubbio non amano la brevità squisita di un endecasillabo...

Tradisce i pattini per la bicicletta: Pasolini intervista Kapitonov - Pasolini alle Olimpiadi di Roma 1960 - Vie nuove, numero 36, 10 settembre 1960, pag. 38-39

 "Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Tradisce i pattini per la bicicletta
Pasolini intervista Kapitonov
Pasolini alle Olimpiadi di Roma 1960

Vie nuove

numero 36

10 settembre 1960

pag. 38-39

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Vedi anche:

Dramma sul filo 

Tradisce i pattini per la bicicletta

Un mondo pieno di futuro


Pier Paolo Pasolini ha seguito per Vie Nuove i Giochi Olimpici ed è stato costretto di conseguenza a sospendere per alcuni numeri la sua rubrica "Dialoghi con Pasolini". 


Non ho altro da dire che di una cena. Banale, direi: perché consumata in un locale dove io sono stato mille volte, con gli amici consueti, che non ha nulla di straordinario, di eccitante. Per di più, la conversazione, anziché fluire liberamente e disordinatamente è, per necessità arginata, compressa, incasellata dalla presenza dell'inappuntabile interprete.

Viktor Kapitonov è un giovanotto secco, alto, caldo di energia fisica, timido. Le sue grandi mani ossute toccano con la grazia della goffagine i piatti e i cibi del ristorante romano, e il suo sguardo è quello di un adolescente. Ogni volta che apre bocca mi pare che debba dire una frase friulana. Questa, del resto, è una impressione che avevo sempre a Mosca, benché Mosca sia una enorme capitale, e il Friuli, invece, sia tutto campagne e paesetti. Kapitonov mi pare un mio amico di quando stavo lassù: il biondo dei capelli è quello, e anche come sono pettinati, lisci alle tempie e gonfi al centro in un ciuffo ordinato e allegro. Mi sembra assurdo che per parlare con lui mi debba servire un interprete.

Un mondo pieno di futuro: Pasolini alle Olimpiadi di Roma 1960 - Vie nuove, numero 35, 3 settembre 1960, pag. 8-9

 "Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Un mondo pieno di futuro
Pasolini alle Olimpiadi di Roma 1960

Vie nuove

numero 35

3 settembre 1960

pag. 8-9

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Vedi anche:

Dramma sul filo 

Tradisce i pattini per la bicicletta

Un mondo pieno di futuro


Pier Paolo Pasolini ha seguito per Vie Nuove i Giochi Olimpici ed è stato costretto di conseguenza a sospendere per alcuni numeri la sua rubrica "Dialoghi con Pasolini". 

A dire il vero, mi aspettavo, lungo i viali che portano allo Stadio Olimpico, il caos delle partite di calcio, il solito colore delle domeniche calde, con la nota passione, vivace, convenzionale e plebea. Niente, invece intorno a me camminava con calma, e quasi in silenzio, una folla del tutto nuova: i vestiti insieme più vivaci e modesti dei nostri, le facce e i corpi meno belli ma più sani, i sorrisi senza ironia e senza volgarità, ma anche un po' senza vita. Erano quasi tutti stranieri: tra loro galleggiava la testa di qualche romano, sperduto, col sorriso un po' spento tra le labbra, come appunto deve essere un romano all'estero, con il suo estro come fossilizzato e fatto cosciente, e perciò falso, vecchio. I gelatari gridavano «Ice-cream!».

Così, con questa folla ordinata, entro nello stadio: il grande ovale è già tutto pieno, come, appunto, nei derbies, negli inesauribili incontri Roma-Lazio. Ma che pace! Che ordine! Che colore nuovo! Un colore come più secco, anestetizzato, lucido, pulito rossi laccati, marroncini, bianchi di bucato. Sì, l'enorme maggioranza è di stranieri. Intorno a me - punticino sperduto nel babelico ovale - sotto il sole disperato non si sentono che parole straniere, le più inafferrabili: finlandese, israeliano... Sembrano stridi di uccelli di rondini, come dicevano i greci, dei barbari: madri coi figli, gruppi di amici, vecchi signori. Come tutti gli stranieri, sono molto occupati a arrangiarsi, a fare del loro angoletto un piccolo accampamento: qui il cannocchiale, li la macchina da presa, e gli occhiali, e il copricapo, e il pacchetto dei baedeker e il mucchio dei programmi: tutto a posto.

Niente fusti, niente macchiette: sono tutti un po' anonimi, finlandesi, o israeliani, o statunitensi, o tunisini. Hanno un po' le facce dei deportati a Buchenwald o a Dakau: per questo mi sono molto simpatici, e non ho mai assistito a uno spettacolo in così rassicurante e fraterna compagnia.

venerdì 13 febbraio 2026

Pasolini: Ritorno alla rubrica - Vie nuove, numero 42, 15 ottobre 1964, pag. 30

 "Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Pasolini
Ritorno alla rubrica

Vie nuove
numero 42
15 ottobre 1964
pag. 30

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )

Dopo un anno

Riprendo questa pagina di corrispondenza dopo più di un anno, finito il lavoro troppo impegnativo, per fare qualcos’altro, del «Vangelo secondo Matteo». Un anno non passa mai, per fortuna, inutilmente, e quindi né io né i miei interlocutori, siamo più quelli di un anno fa. Non potrei assolutamente cominciare con un «heri dicebam». Che cosa sia cambiato, risulterà pian piano dal dialogo, dalle confessioni, dai contrasti ecc. Io, per ora, posso fare solo un’osservazione, che senz’altro può servire come discorso preliminare alla ripresa della corrispondenza: si tratta della sede, dell’atteggiamento, del tono, con cui io scambierò le mie opinioni: ed è lì che, forse, qualcosa è cambiato. Infatti: il rischio a cui non voglio neanche pensare – tanto è il disagio, quasi la vergogna che mi prende a pensarci – il rischio di questo mio parlare con degli ignoti lettori di «Vie nuove», per lo più uomini semplici, che fanno della cultura non la loro specializzazione, ma il loro nutrimento – era quello di una certa «ufficialità». Arrossisco nel prospettare la cosa sia pure solo come eventualità. Non dico «ufficialità» con tutti i suoi crismi, questo no («per la contraddizion che no’l consente», e tale «contraddizion» era nel mio animo, nel mio modo di essere): ma «ufficialità» in quanto autorità in qualche modo riconosciuta. Non voglio avere autorità, sappiatelo. Se ce l’avrò, l’avrò di volta in volta, per l’eventuale forza dei miei argomenti di quel dato momento, di quella data circostanza: e soprattutto per la sincerità. Il mostruoso dell’uomo autorevole è di usufruire di una sincerità, di un impegno e di un rischio totale di tutto sé stesso attraverso cui ha potuto raggiungere l’autorità, e che, una volta raggiunta, si sono riprodotti meccanicamente e aprioristicamente. Non voglio far parte della vostra mitologia, neanche per quel po’ che quel po’ di successo o di diffusione diffamatoria o celebratoria del mio nome, potrebbero consentirmelo. Vi prego il massimo di democraticità, non tanto da parte vostra, quanto nella pretesa che ci sia da parte mia. È difficile conservare non goffamente la propria democraticità, quando in qualche modo si è in cattedra: io qui, titolare di una rubrica, proposto, esposto, interrogato sulle mie opinioni ecc. ecc., rischio appunto la cattedra. In altri momenti posso forse aver avuto la inconscia debolezza di lasciarmi un po’ trascinare nel gioco (forse per impegni più importanti che mi tenevano piscologicamente e moralmente occupato, forse per immaturità, forse perché era fatale che ciò avvenisse, era uno scotto che si doveva pagare) comunque ora mi vergognerei selvaggiamente se dovessi prender in qualche modo atto del mio stato di influenza, del mio parlare con la protezione di meriti acquisiti nel campo della mia specializzazione.

giovedì 29 gennaio 2026

Pier Paolo Pasolini: Da versi introduttivi al «Rio della Grana» - Vie nuove, numero 6, 11 febbraio 1965, pag. 32

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Pier Paolo Pasolini
Da versi introduttivi al «Rio della Grana»

Vie nuove

numero 6

11 febbraio 1965

pag. 32

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Barbarolessi?

Sì, ma irlandese.

(Gli altri sono i Franceschi Colonna).

(Comunque a questa fase dell’italianizzazione dell’Italia,

non comporrei mai dei finti esametri con parolacce tedesche).

E perciò ripropongo questi testi

non classicistici,

al nuovo spirito monoclasse:

e li dedico agli operai torinesi che parlano l’Italiese.


Quivi (in questi testi)

l’urbanizzazione era quella classica di italici profughi;

non si era avuto ancora il poema delle migrazioni interne.

(Né scriverei mai il romanzo di un Puzzilli che s’inurba a Torino:

ma se mai a Liegi, a Lilla, a Liverpool).

Un mio protagonista potrebbe essere un poeta ceco.

. . . . . .

giovedì 15 gennaio 2026

Pier Paolo Pasolini: Un brindisi denegato - Vie nuove, numero 6, 11 febbraio 1965, pag. 32

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Pier Paolo Pasolini:
Un brindisi denegato

Vie nuove

numero 6

11 febbraio 1965

pag. 32

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Nell’incontro con gli scrittori ceki e slovacchi a Praga, nel mio intervento, ho detto qualcosa che forse ha turbato, e forse ha anche un po’ offeso, alcuni di loro. Ho sinceramente espresso una mia impressione che registrava una certa «ossessività» dei loro argomenti: «ossessività» che ha buone ragioni di essere, s’intende. Essi stanno lottando per una «garanzia istituzionale» della libertà dello scrittore, contro i «controlli» politici sul suo lavoro. È un problema che per i marxisti dell’Occidente è inconcepibile. Ma che è uno dei problemi più gravi e

martedì 23 dicembre 2025

Pasolini: Non c'è più la luce di Natale - versi dedicati a S. M. Cassola e Giuliano Brambilla - Vie nuove, 21 gennaio 1961, pag. 6

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Pasolini
Non c'è più la luce di Natale

versi dedicati a S. M. Cassola e Giuliano Brambilla

Vie nuove

21 gennaio 1961

pag. 6

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )





Sono un giovane operaio di 17 anni. Data la mia età posso iscrivermi al Partito comunista? Voglio inoltre raccontarle un episodio. Ho visto in un cinema di Bassano del Grappa, il film «Rocco e i suoi fratelli». Ne sono rimasto entusiasta. Ho deciso allora di recarmi a Castelfranco Veneto a rivederlo. Ma quello non era più «Rocco e i suoi fratelli». Era mutilato delle sue parti più impegnative. Chi è che fa scempio delle opere d’arte: i censori del paese oppure i gestori delle sale cinematografiche? Le invio i più calorosi auguri. Continui così. 

S. M. Cassola

Se vuoi iscriverti al PCI, credo che la cosa sia molto semplice: comincia intanto con l’iscriverti alla Federazione Giovanile Comunista. Entri, chiedi di avere la tessera, paghi la piccolissima quota e la cosa è fatta.

Quanto a Rocco, condivido la tua indignazione. E quanto «a continuare così» prendo i tuoi auguri per i più cari che mi sian giunti per l’anno nuovo.

Pier Paolo Pasolini 





Sono uno studente di 17 anni. In classe ebbi un aspro scontro con un collega per motivi politici. Io persi la pazienza e lo insultai. Mi pentii sinceramente di ciò e fui contento allorché gli altri compagni ci fecero fare la pace. Continuammo a discutere di politica appassionatamente ma cordialmente. Io sono il solo ad avere idee comuniste. Tutti mi sono contrari. Ma io non disarmo. Mi batto con vigore e mi documento molto per tener testa alla totalità dei compagni di classe i quali, ripeto, sono di idee nettamente contrarie alle mie. Ultimamente, ho raccolto un po’ di frutti. Alcuni miei amici si stanno spostando sulle mie posizioni. Altri cominciano a nutrire forti dubbi sulla validità delle idee che hanno sostenuto fino ad ora. 

Giuliano Brambilla – Concesio (Brescia)

Dalla tua lettera mi sembra sinceramente che tu ragioni con molta lucidità e precisione: un po’ schematicamente, forse, data la tua giovanissima età: ma i tuoi schemi sono fondamentalmente giusti, e resi vivi dalla tua reale passione. Non scoraggiarti mai, davanti al grigiore in cui sono immersi i tuoi compagni di scuola; sono appena adolescenti, la colpa non è loro: gli adolescenti sentono una forte attrazione verso il conformismo. Cerca di capirli caso per caso, ma con amore: con l’amore di Gramsci.

Al giovane operaio S. M. Cassola, e al giovane studente Giuliano Brambilla, vorrei dedicare questi versi, che ho scritto nei giorni di Natale, e che hanno preceduto la poesia Luglio, pubblicata poi sull’Unità del 29 Dic. 1960. S. M. e Brambilla sono idealmente tra i protagonisti di quella «luce» di cui in questi versi si parla: mai dedica è stata dunque più interna all’argomento.