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Biografia, lavori in corso - a breve anche il 1974 e il 1975

martedì 19 aprile 2016

Pier Paolo Pasolini, La religione del mio tempo - Prefazione di Franco Marcoaldi.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Pier Paolo Pasolini, La religione del mio tempo 
Prefazione di Franco Marcoaldi.
Garzanti Editore
Prima edizione digitale 2014.

  Nel 1961, lo stesso anno di pubblicazione de La religione del mio tempo, Pier Paolo Pasolini compie un viaggio in India assieme ad Alberto Moravia ed Elsa Morante. A un certo punto si trova a riflettere sui “borghesi indiani”, che, sostiene, appaiono privi di speranza, perché chi si è formato «una coscienza culturale moderna» uscendo dall’inferno, sa comunque «che dovrà restare all’inferno». Ecco perché quei borghesi, che pure hanno un altissimo senso civico (come dimostrano i loro numi tutelari, Gandhi e Nehru) e introiettano come pochi altri al mondo la qualità della tolleranza, si richiudono poi nell’ambito familiare: «ma tale angustia, per ora, è indefinitamente più commovente che irritante. E questo è certo: che non è mai volgare. Benché l’India sia un inferno di miseria è meraviglioso viverci, perché essa manca quasi totalmente di volgarità».
  Tenete a mente questa parola, volgarità; una parola centrale nel libro che state per leggere. Perché l’Italia che si sta affacciando sul decennio del suo boom modernizzatore, si presenta agli occhi di Pasolini in assetto diametralmente opposto a quanto ha appena visto in India: sta infatti conoscendo benessere e ricchezza e conseguentemente (nell’ideologia pasoliniana) volgarità. Una volgarità che va intesa come sinonimo di inautentico, contaminato, colonizzato, posticcio; con tutte le conseguenze che ne discendono: fragilità, violenza, ferocia.
  Quanto all’altro termine dell’endiadi, ricchezza, essa non a caso offre il titolo al primo poemetto del libro. Ma la sua valenza è doppia, ambigua. Da un lato segnala una brama furiosa, una passione cieca e devastatrice che sta lentamente permeando l’intero paese. Mentre dall’altro lato, compare nei versi un’idea di ricchezza del tutto differente: la ricchezza del pensiero e della conoscenza, di cui il poeta va (legittimamente) fiero.
  In passato, egli ha conosciuto giorni molto grami. I giorni in cui era costretto a percorrere quotidianamente un lungo e faticoso tragitto dalla borgata di Ponte Mammolo, dove risiedeva, a una scuola altrettanto periferica di Ciampino, dove aveva trovato un primo impiego come insegnante. Ma anche allora si sentiva comunque ricco di pensiero e conoscenza; ricco perché possedeva «biblioteche, gallerie, strumenti d’ogni studio». E tutto questo, neanche a dirlo, fa un’enorme differenza nella vita di ciascuno, come indica il folgorante attacco de «La ricchezza» in cui viene raffigurato un povero diavolo che non sa come godere della bellezza degli affreschi di Piero ad Arezzo: «Fa qualche passo, alzando il mento, / ma come se una mano gli calcasse / in basso il capo. E in quell’ingenuo / e stento gesto, resta fermo, ammesso / tra queste pareti, in questa luce, / di cui egli ha timore, quasi, indegno, / ne avesse turbato la purezza…».
  Pasolini, e non sono certo il primo a osservarlo, dimostra qui di aver assorbito alla perfezione la lezione longhiana, restituendo il cuore segreto di quegli affreschi con una precisione e un vigore dagli echi “ariosteschi”: «Quelle braccia d’indemoniati, quelle scure / schiene, quel caos di verdi soldati / e cavalli violetti, e quella pura / luce che tutto vela / di toni di pulviscolo: ed è bufera, / è strage. Distingue l’umiliato sguardo / briglia da sciarpa, frangia da criniera; / il braccio azzurrino che sgozzando / si alza, da quello che marrone ripara / ripiegato, il cavallo che rincula testardo / dal cavallo che, supino, spara / calci nella torma dei dissanguati».
  È davvero formidabile l’occhio “cinetico” di Pasolini, e la potente puntualità del suo sguardo incentrato sull’arte si raddoppia nell’osservazione del paesaggio: «Dio, cos’è quella coltre silenziosa / che fiammeggia sopra l’orizzonte… / quel nevaio di muffa – rosa / di sangue – qui, da sotto i monti / fino alle cieche increspature del mare… / quella cavalcata di fiamme sepolte / nella nebbia, che fa sembrare il piano / da Vetralla al Circeo, una palude / africana, che esali in un mortale / arancio…».
  Questi versi, che fanno sbalzare sulla pagina lo scenario campestre laziale con la stessa vividezza con cui in precedenza la battaglia di Piero della Francesca si faceva racconto animato, in diretta, potrebbero fuorviare l’attenzione di un lettore che non abbia sufficiente dimestichezza con Pasolini, inducendolo a credere che lo stesso Pasolini sia un poeta solo e soltanto “visivo”: capace perciò stesso di chiamarsi fuori da sé e di trasformarsi in mero occhio che guarda. Un occhio appagato nel registrare lo spettacolo del mondo, colto in ogni suo dettaglio rivelatore.
  Viceversa in lui l’ansia della testimonianza prende decisamente il sopravvento. Con un duplice esito, positivo e negativo assieme. Intanto, assistiamo stupefatti allo straordinario epos di un libro capace di raccontare in versi un’intera società in subbuglio: le trascorse bellezze e le recenti ferite di Roma, i nuovi tipi umani che la abitano, la frenetica caccia al denaro che spazza via in un sol colpo ideologie, sentimenti e religione.
  A tal fine, Pasolini mette in azione tutta la sua incontenibile passione civile, un’insaziabile fame di vita, un irresistibile desiderio di capire e sentire. Usando la frusta, quando lo ritiene necessario – ovvero, molto spesso: gli individui che lo attorniano, per esempio, gli appaiono mossi dalla viltà, quella stessa che «fa l’uomo irreligioso»; che «toglie forza al cuore, / calore al ragionamento, / che lo fa ragionare di bontà / come di un puro comportamento, / di pietà come di una pura norma». Ecco perché nessuno prova una passione autentica, mentre tutti cercano di contenere la propria atavica angoscia, nel possesso. E siccome «ogni possesso è uguale: dall’industria / al campicello, dalla nave al carretto», tutti sono invariabilmente volgari ed empi.
  L’immagine è forte e la connessione paura-viltà-possesso-nichilismo, quanto mai efficace. Meno convincente, semmai, è che il poeta risulti in qualche modo avulso da questo processo degenerativo. Quasi che la sua postura sacrificale lo renda alieno, altro, da quanto lo circonda: «Non c’è più niente / oltre la natura – in cui del resto è effuso / solo il fascino della morte – niente / di questo mondo umano che io ami. / Tutto mi dà dolore».
  Il vero paradosso della poesia pasoliniana, d’altronde, è proprio questo: tanto più il mondo umano viene indagato e sottoposto a giudizio, tanto più l’io straborda, occupando progressivamente ogni recesso della realtà. Illuminata con il suo doloroso ardore. Già, perché quell’io arde, brucia. «Brucia il cuore», che resta impotente nel vedere come alta l’idea di Storia vagheggiata grazie al mito della Resistenza abbia lasciato il campo alla nuova corruzione; una corruzione delle anime e dei corpi («in tutti / c’è come l’aria d’un buttero che dorma / armato di coltello»), che non solo rende vano qualunque richiamo al sogno comune e trascorso di una diversa, più luminosa Politica, ma anche di una diversa, più autentica Religione. Né potrebbe essere altrimenti, visto che è la stessa lingua ormai a finire sotto scacco, come dimostra l’erosione costante del neorealismo, progressivamente offuscato dalla marea montante dei neopuristi.
  Di questo traumatico passaggio Pasolini intende, poeticamente, dare conto. Senza recedere di fronte a nulla. E utilizzando ogni tipo possibile di materiale argomentativo: metafisico, polemico-giornalistico, profetico, lirico, cronachistico, elegiaco, naturalistico, storico-saggistico. Secondo una logica talmente inclusiva dell’ambito poetico da comprendere, di fatto, l’intera espressività letteraria. Nella convinzione, come bene ha scritto Ferdinando Bandini, che la poesia sia «il luogo dell’assoluto, dove ogni asserzione diventa verità e il privato può presentarsi come universale», dal momento che il poeta «offre la sua vita, le sue credenze e le sue passioni, come il certificato della sua poesia».
  Ma di fronte all’assunto apodittico che muove Pasolini, il lettore – via via che si inoltra nella lettura – comincia per contro a chiedersi se non sia proprio quell’indiscusso a fortiori (l’ostensione del corpo mistico del poeta come garanzia di verità) a rivelarsi quale fattore di maggiore problematicità dei suoi versi.
  Innanzitutto perché li priva del timbro ironico, di una possibile presa di distanza da parte di un io onnipervasivo. In secondo luogo, perché procedendo in tal modo viene a decadere qualunque oggettivazione delle categorie pure considerate centrali nel discorso poetico (la storia, la resistenza, la religione, la nuova borghesia), immancabilmente ricondotte a un ipersoggettivismo teatrale e drammatico, a una trascinante mitopoiesi psichica. Infine, perché la mancata selezione e distinzione del materiale magmatico offerto dalla realtà, sempre e comunque utilizzabile per la composizione dei versi, induce a una sorta di eterogenesi dei fini: se tutto può essere inglobato nella poesia, non è più chiaro, infatti, che cosa la distingua dalla prosa. Né è chiaro come mai nel mondo vi sia tanto deficit di poesia, contro cui il poeta – giustamente – combatte.
  Nei confronti di una personalità così forte e prepotente, bisogna stare molto accorti. Perché c’è il rischio di soccombere. Di essere soggiogati dal suo aut aut: prendere o lasciare. Prendere o lasciare quella sua tipica idea guida, puntualmente individuata da Walter Siti, secondo cui «letteratura e vita sembrano stare sullo stesso livello. Il gesto e la riflessione sul gesto (o l’espressione del gesto) si confondono; la letteratura come struttura conoscitiva si sovrappone alla letteratura come atto vitale di colui che scrive».
  È proprio da questo oltranzismo che bisogna difendersi. Bisogna cioè separare e distinguere l’intenzione del gesto dalla sua effettiva presa sulla pagina. Solo così si potranno valutare le luci e le ombre del testo; gli elementi di fascinazione e di irritazione che procura; il tratto caduco e quello più autenticamente “classico” della poesia pasoliniana, cercando di capire come e perché essi convivano nella medesima macchina verbale.
  Come si muove nel mondo Pasolini? Sospinto da «nudo amore, senza futuro». È lui a rammentarci che giunse «ai giorni della Resistenza / senza saperne nulla se non lo stile:/fu stile tutta luce, memorabile coscienza / di sole». Ebbene, non sarà proprio questo approccio romanticamente disperato, questo mancato riconoscimento della dimensione porosa e prosastica della storia, a suggerire poi il lamento per quegli adolescenti di un tempo che «sono adulti, ora: hanno vissuto / quel loro sgomentante dopoguerra / di corruzione assorbita dalla luce, / e sono intorno a me, poveri uomini / a cui ogni martirio è stato inutile»? Se così fosse, sarebbe da interpretare in modo ben diverso il giudizio verso i «servi del tempo, in questi giorni / in cui si desta il doloroso stupore / di sapere che tutta quella luce, / per cui vivemmo, fu soltanto un sogno / ingiustificato, inoggettivo, fonte / ora di solitarie, vergognose lacrime».
  E quanto vale per la storia, non vale fors’anche per la religione? Aiutiamoci, di nuovo, con le sue parole: «la mia religione era un profumo», «io davo a Cristo / tutta la mia ingenuità e il mio sangue». È vero, poco dopo un Pasolini già in qualche modo “luterano” ci ammonisce: «Guai a chi non sa che è borghese / questa fede cristiana, nel segno // di ogni privilegio, di ogni resa, / di ogni servitù; che il peccato / altro non è che reato di lesa // certezza quotidiana, odiato / per paura e aridità; che la Chiesa / è lo spietato cuore dello Stato».
  Sulle prime, questo tipico tono da invettiva, da dura critica sociale, accende il nostro animo. Perché sentiamo tornare potente la parola dell’uomo che sa dare scandalo. Che si immola per noi tutti, tenendo alto il vessillo della verità.
  Eppure, qualcosa non torna. Proprio il trascorrere del tempo (dalla data della pubblicazione sono trascorsi ormai quasi cinquant’anni), invita infatti a una lettura più calma, ponderata. E alla luce di questa seconda lettura si avverte un certo stridore. Come se questa parola non avesse centrato il bersaglio.
  Quanto più sincero e toccante è invece il Pasolini che riconosce la natura tutta estetica, stilistica, del suo accostarsi e poi far proprio il mito della Resistenza: una questione di luce, afferma, così come fu «un profumo» a fargli scegliere, ancor prima, la strada della religione.
  Questo riconoscimento, va da sé, è lacerante, doloroso. Indica una debolezza e impedisce i facili proclami: «Rinuncio a ogni atto… So soltanto / che in questa rosa resto a respirare, / in un solo misero istante, / l’odore della mia vita: l’odore di mia madre…».
  È nel tragitto à rebours, dunque, che va cercata la possibile risposta. Va cercata nell’origine, in un immemore passato che trionfa su un’età adulta la quale procura confusione, desolazione, rabbia. E chi altri, se non la madre, può offrire «una luce di bene», che redime? Chi se non quella donna mite che non reclama e non pretende nulla, facendo naturalmente sua la massima virtus ipsa premium est?
  Memore di quella lezione materna, mai a sufficienza metabolizzata, il poeta può ora scrivere una delle poesie più significative della raccolta, «Il glicine», che rifiorisce, come un “calco funereo”, segno della «religiosa caducità» della vita. Vederlo rinascere ogni stagione, procura «una gioia dolorosa», un sentimento – in chi l’osserva – di congenita sconfitta. «Ma è ridicolo», osserva il poeta, «straziarmi qui su questa pallida ombra / sia pure stracarica di spasimi, / questa leggera onda / lilla che trapunge il muraglione rosso / con l’impudica ingenuità, l’afasica / festa degli eventi selvaggi!».
  Che senso ha sentirsi sconfitti alla vista di un misero glicine? Dimenticare, ridicolizzare una «lunga passione di verità e ragione»? Eppure «tra il corpo e la storia, c’è questa / musicalità che stona, / stupenda, in cui ciò ch’è finito / e ciò che comincia è uguale, e resta / tale nei secoli: dato dell’esistenza».
  Poche altre poesie come «Il glicine» raccolgono e portano a implosione l’impressionante grumo esistenziale e ideologico pasoliniano: io e storia, ragione e non ragione, corpo e passione, estasi e rabbia, cronaca e metafisica, religione e rivoluzione. Finché il poeta sembra arrendersi al disperato tentativo di tenere tutto assieme e tutto controllare: ma proprio esplicitando la sua impotenza, scopre il senso più profondo della poesia. E lo offre, intatto, al lettore di cinquant’anni dopo.
  Franco Marcoaldi
Garzanti Editore
Prima edizione digitale 2014.


@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare

Curatore, Bruno Esposito

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Pasolini, Attacco al Potere - MOTIVAZIONI - Sviluppo e Progresso

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro






PROCESSO ALLA DC
MOTIVAZIONI
Sviluppo e Progresso

Indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la Cia, uso illecito di enti come il Sid, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna (almeno in quanto colpevole incapacità di punirne gli esecutori), distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani (responsabilità, questa, aggravata dalla sua totale inconsapevolezza), responsabilità della condizione, come suol dirsi, paurosa, delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell’abbandono «selvaggio» delle campagne, responsabilità dell‘esplosione «selvaggia» della cultura di massa e dei mass media, responsabilità della stupidità delittuosa della televisione, responsabilità del decadimento della Chiesa, e infine, oltre a tutto il resto, magari, distribuzione borbonica di cariche pubbliche ad adulatori. (Pier Paolo Pasolini - Lettere luterane)

Ecco le ragioni dello sfacelo dell’Italia secondo Pasolini, scritte sulle colonne del "Corriere della Sera" nell’estate del ’75, puntualmente e ossessivamente ripetute, sì da ritenersi un vero e proprio atto d’accusa contro la classe politica di allora, nella fattispecie la Democrazia Cristiana, che si stava preparando ad un altro vuoto di potere, consapevole che l’attuale, frutto del binomio Chiesa DC, si era totalmente esaurito, soppiantato da quello Economico, diverso, perverso ma pur sempre vuoto e dalle infinite configurazioni possibili.
Il suo Processo, non soltanto metaforico, ispirato a quello kafkiano, coinvolgeva i maggiori notabili della DC da Andreotti a Fanfani, Zaccagnini Gava...morti viventi, colpevoli di quel vuoto che avvalendosi del boom economico scoppiato dentro e fuori i confini, sull’onda di spinte transnazionali, andavano imponendo un nuovo regime, quello del Potere consumistico, aprendo il varco a quel processo di corruzione delle coscienze con l’imposizione di modelli e stili estranei alla nostra cultura. Non sapeva allora Pasolini che il Processo da lui ideato e vagheggiato si sarebbe realizzato veramente da lì a poco, tra terrorismo e stragi ma non sapeva neppure che forse gli italiani non erano così preoccupati e né consapevoli di quello che realmente era avvenuto prima e avveniva ora, presi dal godimento a "piene mani" di quello che ritenevano il "vero miracolo", quella cultura massmediologica che attraverso le televisioni commerciali si sarebbe consolidata proprio grazie al Processo, imponendo un altro tipo di dittatura consumistica ancora più strisciante, subdola, imbonitrice targata Berlusconi, che avrebbe sedotto l’Italia per oltre vent’anni.
A quella dichiarazione d’intenti fece seguire il 14 settembre una lettera alla "Stampa" rispondendo a quel e poi? provocatorio con una chiarificazione particolareggiata dei capi d’accusa che la roboante anafora I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere li contiene tutti, a partire dall’uso e lo sperpero fatto con i soldi dei cittadini ai disastri edilizi, urbanistici, paesaggistici, ecologici, dalla divisione sempre più netta tra nord e sud all’opera di diseducazione perpetrata attraverso la televisione e la scuola...
Insiste sulla responsabilità di chi si è assunto l’onere di traghettare l’Italia verso il benessere conducendola alla distruttività per alimentare la propria cupidigia e sete di potere e questa responsabilità l’individua principalmente nella classe dirigente al comando, la DC che non ha saputo e voluto individuare la nuova cultura della produzione emergente ma conclude che se tutto è fermo e immobile come in un "cimitero" c’è una ragione ancora più inquietante, la paura dell’altro Potere, quello indiscusso della Magistratura e del suo colore politico.
I vari intellettuali dell’epoca, soprattutto quelli di sinistra stentarono a capire la sua posizione in merito a fascismo e antifascismo tanto da essere sfiorati più volte dal dubbio che lo scrittore in realtà fosse vicino alla destra. Emblematico l’episodio di "Villa Giulia" da cui scaturì una poesia che non piacque alla sinistra disorientata dalla difesa di Pasolini in favore dei poliziotti invece che degli studenti, in netta contraddizione con quello che fu il suo credo di sempre.
Gli scritti diretti a Calvino, Petruccioli, Zanetti, Branca che aveva invitato ad intervenire su quanto andava dicendo rimasero inascoltati ma in una lettera a Calvino non nascose il rammarico per il suo "silenzio" o il dire senza spiegare, cosa che per lui era inammissibile dato il bisogno di "gettare il suo corpo nella lotta"

Perciò io vorrei soltanto vivere
pur essendo poeta
perché la vita si esprime anche solo con se' stessa.
Vorrei esprimermi con gli esempi.
Gettare il mio corpo nella lotta.
Ma se le azioni della vita sono espressive,
anche l'espressione è azione.

La sua visione sulla matrice delinquenziale di stampo borghese o popolare, senza distinzioni e uguale a Milano, come a Roma e in qualsiasi altra città del suolo italico lo allontanavano dalle deduzioni opposte di Calvino, interessato alla criminalità di stampo borghese, spunto fornitogli dal delitto del Circeo, come fosse un fenomeno raro da analizzare slegato dalla radice del male che Pasolini individuava nel genocidio del passato, nella nuova cultura della produzione che in mano alle categorie privilegiate borghesi diventava un modello da spalmare e imporre con la forza della superiorità economica, una colonizzazione a tutti gli effetti.
Si sentiva solo Pasolini, disperatamente solo quando doveva replicare non soltanto ai suoi nemici e detrattori ma a quelli che riteneva suoi simili, che spesso cercarono di metterlo in difficoltà per le sue apparenti contraddizioni ma le sue erano le contraddizioni dell’uomo libero, persino disarmante nel suo essere fuori da ogni recinto. La morte del fratello partigiano per mano dei suoi stessi compagni avrebbe dovuto allontanarlo dal PC invece lo rinsaldò nella fede comunista ma aveva una vera e propria idiosincrasia per tutto ciò che riguardava l’ordine precostituito, il potere fintamente democratico e tollerante di una DC ipocrita e servile. A differenza dei suoi amici intellettuali, Bocca, Moravia, Calvino per i quali il fascismo si era trasformato nei tanti volti del terrorismo nero, Pasolini seguiva una sua personalissima pista ed era sempre ed unicamente quella della DC perché secondo lui il vero fascismo risiedeva nel Palazzo e vestiva i panni di una deflagrante strisciante "modernizzazione" una vera e propria dittatura di pensiero che spazzò via l’anima del popolo per trasformarlo in una massa omologata, dando il via a quella che lui definì mutazione antropologica.
Pasolini era consapevole del fatto che lo sgomento e l’orrore che provava nei confronti del presente era estremo, eccessivo, si sentiva condannato all’incomprensione, ed era anche consapevole che la realtà che lui vedeva e interpretava era diversa da quella di qualsiasi sociologo avveduto. Nessuno si era accorto che le "lucciole erano scomparse" una potente metafora per affermare l’immane tragedia che aveva trasformato gli esseri umani in macchine che sbattevano impazzite l’una contro l’altra. Non era quindi nostalgia del "passato" come gli veniva imputato da più parti ma visione di una cultura possibile, non da recuperare. Lo sfrenato edonismo che stava caratterizzando e livellando la società, l’aveva in realtà imbarbarita e impoverita instaurando la morte del desiderio.

" [...] Altre mode, altri idoli,
la massa, non il popolo, la massa
decisa a farsi corrompere
al mondo ora si affaccia,
e lo trasforma, a ogni schermo, a ogni video
si abbevera, orda pura che irrompe
con pura avidità, informe
desiderio di partecipare alla festa.
E s'assesta là dove il Nuovo Capitale vuole.
Muta il il senso delle parole:
chi finora ha parlato, con speranza, resta
indietro, invecchiato.
Non serve, per ringiovanire, questo
offeso angosciarsi, questo disperato
arrendersi! Chi non parla è dimenticato" [...]

Da "Il Glicine" - La religione del mio tempo - 1961


Ma Perchè il Processo? 
Qual era secondo Pasolini la principale colpa della DC?


[...]che senso ha pretendere o sperare qualcosa da parte dei democristiani? O addirittura chiedere loro qualcosa?
Non si può non solo governare, ma nemmeno amministrare senza dei principi. E il partito democristiano non ha mai avuto dei principi. Li ha identificati, e brutalmente, con quelli morali e religiosi della Chiesa in grazia della quale deteneva il potere. Una massa ignorante (e lo dico col più grande amore per questa massa) e una oligarchia di volgari demagoghi dalla fame insaziabile, non possono costituire un partito con un’anima. Ciò l’abbiamo sempre saputo, e l’abbiamo anche sempre detto: ma non l’abbiamo saputo e detto fino in fondo: per una ragione molto semplice: perché la Chiesa cattolica era una realtà, e la maggioranza degli italiani erano cattolici. […]
Dalle sue parole si evince che le responsabilità sono più morali che penali perché il Processo renderebbe chiaro folgorante, definitivo che governare e amministrare bene non significa più governare e amministrare bene in relazione al vecchio potere, bensì in relazione al nuovo potere.
Per esempio: i beni superflui in quantità enorme, ecco qualcosa di assolutamente nuovo rispetto a tutta la storia italiana, fatta di puro pane e miseria. Aver governato male significa dunque non aver saputo far sì che i beni superflui fossero un fatto (come oggettivamente dovrebbe essere) positivo: ma che, al contrario, fossero un fatto corruttore, di selvaggia distruzione di valori, di deterioramento antropologico, ecologico, civile.
Altro esempio: la democratizzazione derivante dal consumo estremamente esteso dei beni (compresi, perché no?, i beni superflui), ecco un’altra grande novità. Ebbene, l’aver governato male significa non aver fatto sì che tale democratizzazione fosse reale, viva: ma che, al contrario, fosse un orribile appiattimento o un decentramento puramente enfatico (gestito in genere da illusi progressisti.
Nasce tutto da un grande equivoco, l’aver confuso, o meglio voluto confondere deliberatamente il termine progresso con sviluppo, cercando di fonderli insieme per dare ad entrambi la stessa legittimità e valore pur essendo due fenomeni diversi che solo apparentemente coincidono e pur essendo usati indifferentemente, quali fossero sinonimi, appartengono a scelte politiche diametralmente opposte, da lui contestualizzate con acume e ragionamenti ineccepibili in "Scritti corsari" in cui sviscera tutte le contraddizioni, le differenze, gli effetti e le conseguenze di uno sviluppo selvaggio a scapito del progresso che il neocapitalismo ha ridotto a mera nozione ideale svuotandolo di significato.
Un fenomeno allarmante mai come oggi evidente osservando l’enorme massa globalizzata che servendosi di strumenti e mezzi altamente tecnologizzati va ad incrementare lo sviluppo senza che vi sia alcuna progressione culturale, sociale ed economica.

Autore:
Loretta Fusco

Fonti:
Scritti Corsari P. Pasolini
Lettere Luterane P.P.Pasolini


Curatore, Bruno Esposito

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domenica 17 aprile 2016

Pasolini, Attacco al Potere - Ancora introduzione - 14 novembre 1974, Io so.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro





14 novembre 1974
Io so.


-Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe" (e che in realtà è una serie di "golpe" istituitasi a sistema di protezione del potere).

-Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.

-Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.

-Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di "golpe", sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti.

-Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).

-Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il '68, e in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del "referendum".

-Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.

-Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.

-Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.

-Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.

-Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.

Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere.

Credo che sia difficile che il mio "progetto di romanzo", sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti.

Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il '68 non è poi così difficile.

Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre 1974.

Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.

Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.

A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.

Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.

Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi.

Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.

Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.

Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
[...]
(P.P.Pasolini, sul Corriere della Sera del 14 novembre 1974)


Pasolini dice di sapere fatti, motivazioni, intrecci, nomi degli esecutori e dei mandanti e non lo dice in forma confidenziale ad un amico o in modo vago e tra le righe, come può essere una semplice supposizione, Pasolini lo dice dalle pagine di uno dei maggiori quotidiani del tempo, in modo chiaro e diretto, e lo fa indirizzando le sue affermazioni non solo ai suoi lettori, ma anche a chi sa come lui e forse sa anche più di lui, ma tace. Un tentativo, questo suo, di smuovere coscienze. 

E a quale progetto di romanzo si riferisce Pasolini, se non al volume a cui sta lavorando dal 1972, Petrolio, e del quale da ampiamente notizia in un articolo rilasciato alla giornalista Luisella Re, pubblicata su Stampa Sera del 9 gennaio 1975? 


(« Ho iniziato un libro che mi impegnerà per anni, forse per il resto della mia vita. Non voglio parlarne, però: basti sapere che è una specie di "summa" di tutte le mie esperienze, di tutte le mie memorie. ») 


Quindi, per Pasolini quest'articolo serve ad anticipare i contenuti del suo progetto di romanzo? E non solo, è anche il tentativo di informare chi sa ma non ha il coraggio di dire, che lui ha il necessario coraggio per farlo? Ma chi può sapere e non può parlare liberamente perchè compromesso con il potere e quindi ha qualcosa da perdere? Un invito, dunque, una richiesta di ulteriori e più dettagliate informazioni per realizzare il suo progetto di romanzo, magari fatte pervenire in forma anonima, senza farsi scoprire? Peccato che Petrolio sia stato pubblicato postumo 17 anni dopo la morte del Poeta, incompleto sia nella sua realizzazione che in quella che doveva essere la sua forza e la sua capacità di impatto sull'opinione pubblica del tempo - e non si sa quanto incompleto e di cosa incompleto: si parla solo di un capitolo mancante. 


Un vero e proprio "Attacco al Potere" che Pasolini pensa di sferrare con tutti i mezzi che ha a disposizione e che di volta in volta intende utilizzare a tal fine: attraverso la narrativa, le pagine dei giornali, attraverso il cinema ecc.... Pasolini invita chi sa ma non può parlare, perchè compromesso con il potere, a utilizzare lui per farlo e lo fa in modo molto esplicito, dicendo che lui non ha niente da perdere. In Pasolini c'è la speranza che un popolo, quello italiano, se sa, può ancora indignarsi e reagire. Pasolini trova la morte all'idroscalo di Ostia, barbaramente massacrato, la notte tra l'1 e il 2 novembre 1975, 12 mesi dopo quest'articolo. Le indagini e i processi che ne derivano, sono l'esempio della capacità del potere di insabbiare, depistare e negare la verità, tipica di quegli anni (e non solo). Ma chi poteva volere la morte del Poeta? I vertici che hanno manovrato, come lui dice sopra, gli esecutori materiali o altri? Forse si tratta solo di coincidenze casuali?
 



Curatore, Bruno Esposito

Grazie per aver visitato il mio blog

sabato 9 aprile 2016

Pasolini - Il caos e l’entropia

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro









UNIVERSITÀ DEGLI STUDI "ROMA TRE" ROMA 
DOTTORATO DI RICERCA 
IN 
STUDI DI STORIA LETTERARIA E LINGUISTICA ITALIANA 
XXII CICLO 
TESI DI DOTTORATO 
1968-1975:
l’ultima stagione pasoliniana, corsara e luterana


Candidato:                                                                                        Docente tutor: 

Andrea Di Berardino                                                 Chiar.Mo Prof. Giuseppe Leonelli 


ANNO ACCADEMICO 2008 / 2009  
ANDREA DBERARDINO 



Il caos e l’entropia





Il 27 maggio, da Firenze, Carlo Betocchi scrive:



Caro Pasolini,
mi arriva con mia grande festa la tua letterina di consenso al mio ultimo libro [Un passo, un altro passo, Milano, Mondadori, 1967]. Grazie di avermelo detto con tanta affettuosa schiettezza: torno a dirti, mi ha fatto un piacere grandissimo. Del resto, anche se tu non mi avevi ancora scritto, io pensavo soltanto che tu hai sempre e tanto da fare: tutto qui. E stamattina mi arrivò Teorema: ho letto subito qualche pagina, vi ho trovato una splendente libertà, e scorrendo le due pagine degli Allegati, m‟è apparsa subito evidente la sua relazione con i passi citati da Rimbaud, dal libro di Geremia e dal Genesi. E grazie, intanto, di avermelo fatto avere.255


La lettera si compone di due parti: la prima sostanzialmente rientra nell‟usanza dello scambio di elogi per via epistolare, per quanto le osservazioni del mittente su Teorema denotino una competente sincerità; il resto del messaggio – che qui non si riporta – raccomanda all‟attenzione del destinatario il pietoso caso di un uomo di mezza età, residente a Roma, senza lavoro fisso e con una difficile situazione familiare alle spalle. È interessante, però, la risposta pasoliniana, che si fa attendere per due mesi esatti e che arriva alla fine di luglio (il timbro postale sulla busta è del giorno 26):

Caro Betocchi,
ti ringrazio per la tua carissima lettera, e scusa il ritardo con cui ti rispondo. Non ho potuto far niente per quell‟uomo di cui mi parlavi: e non ho potuto farlo perché ho stabilito di non farlo: io mi trovo davanti a casi simili almeno due o tre volte alla settimana: presentano tutti gli stessi caratteri, mi fanno soffrire selvaggiamente, ma la loro quantità mi ha reso impotente: ho dovuto decidere di commettere un enorme peccato di omissione. Non scandalizzarti e non condannarmi. Ma il mio lavoro (che è in realtà una malattia) non mi lascia tregua. Ho accettato anche di sostituire su Tempo la rubrica tenuta da Quasimodo: in uno dei prossimi numeri parlerò, anche giornalisticamente, del tuo libro.256

Dopo i ringraziamenti e le scuse di prammatica, mentre si giustifica di non aver potuto né voluto far nulla per il disoccupato di cui gli aveva parlato Betocchi, il messaggio pasoliniano lascia filtrare soprattutto la notizia della nuova collaborazione a “Tempo” («senza ancora precisare il titolo che avrebbe scelto per il suo spazio»257). E si tratta di un‟anticipazione che segue di dieci giorni «la lettera-contratto firmata Giancarlo Palazzi [editore della rivista], con data 16 luglio 1968»258 e precede di altrettanti l‟esordio della rubrica sul settimanale, tra le cui colonne la firma di Pasolini debuttò il 6 agosto, in uno spazio riservato di dialogo e polemica con i lettori («“colloqui” o “battibecchi” col pubblico»259) significativamente denominato Il caos.
Era stato Davide Lajolo, giornalista e deputato comunista, a suggerire il nome dello scrittore ad Arturo Tofanelli, allora direttore del periodico; Lajolo aveva fatto anche da mediatore, come è testimoniato dal messaggio – datato 4 luglio – nel quale candidamente confessava: «Un colloquio nessuno lo può tenere meglio di te proprio perché sono in molti da ogni parte che ce l‟hanno con te»260. Al timone della rubrica, illustri predecessori pasoliniani erano stati, oltre e prima di Salvatore Quasimodo, anche Massimo Bontempelli e Curzio Malaparte261. Pasolini, d‟altra parte, aveva occupato una simile tribuna qualche tempo addietro, all‟epoca dei Dialoghi su “Vie nuove” (dal 28 maggio 1960 al 30 settembre 1965)262: questa è quindi «la seconda esperienza di contatto con il grande pubblico»263, con la differenza che cade in una congiuntura politica, sociale e culturale molto più tumultuosa della precedente, come ricorda anche Ferretti:

Sono passati tre anni dalla fine della precedente rubrica “Dialoghi con Pasolini”, e sono cambiate molte cose. La crisi profonda aperta in lui dal “nuovo” sviluppo capitalistico nei primi anni Sessanta si è intrecciata al “trauma” del Sessantotto, con implicazioni complesse e contraddittorie.264

Fu l‟editore della rivista – nella lettera-contratto – a dettare le linee del progetto, che peraltro bene si confacevano al coevo animus pugnandi del nuovo collaboratore: «la rubrica […] “sarà dedicata, suddivisa in 2, 3 o 4 pezzi, all‟interpretazione o al commento di avvenimenti politici, di cronaca, di cultura o di mondanità” a esclusiva scelta di Pasolini»265. Sul numero inaugurale del Caos, una breve presentazione di Giancarlo Vigorelli266 – all‟epoca critico letterario di “Tempo” – introduce ai lettori il prestigioso e famigerato ospite (e l‟operazione di “lancio” si estende fino alla copertina del settimanale, per metà dedicata al nuovo collaboratore267):

Pier Paolo Pasolini [...] farà di tutto, dentro di sé e verso gli altri, per provocare lo scandalo della verità; l‟unico che gli stia a cuore [...]. E da poeta vero, anche se in veste di giornalista, parlerà da oggi ai nostri lettori, che impareranno a conoscerlo, fuori d‟ogni leggenda, nella sua inesorabile, e pur così pietosa, trepidità ed intrepidità di vita.268

La parola passa poi direttamente al titolare della rubrica, il quale – attenendosi scrupolosamente alle direttive editoriali ricevute – apre il suo spazio con un intervento quadripartito, anche se, in realtà, i singoli brevi articoli sono complementari e naturale prosecuzione l‟uno dell‟altro (Il perché di questa rubrica, Nessun patto o patteggiamento, Una malattia molto contagiosa, Dov’è l'intellettuale?). In testa a questo primo gruppo di scritti campeggia inoltre una sorta di protasi senza titolo, meritevole di una citazione per intero visto che contiene il motto ispiratore dell‟intera serie del Caos:

Perché ho accettato di scrivere per “Tempo” la presente rubrica?
È una domanda che faccio a me stesso, più che per rispondere preventivamente a coloro, che con simpatia o con antipatia, me la porranno.
Ci sono molte ragioni: la prima è il mio bisogno di disobbedire a Budda. Budda insegna il distacco dalle cose (per dirla all'occidentale) e il disimpegno (per continuare con il grigio linguaggio occidentale): due cose che sono nella mia natura. Ma c‟è in me, appunto, un irresistibile bisogno di contraddire a questa mia natura.
Naturalmente, un tale bisogno di contraddirmi, ha bisogno anche di giustificazioni. Queste giustificazioni provvede a dettarmele tutto il mio conformismo, che è molto difficile, del resto, da definire, essendo fenomeno dal carattere maledettamente composito e ambiguo (esso ha forse i suoi punti di contatto più compatibili con un certo conformismo comunista, quale si è presentato nel dopoguerra: una cosa, dunque, quasi lontana come la infanzia).269

E così il paragrafo successivo – dal titolo Il perché di questa rubrica 270 – senza soluzione di continuità tematica, spiega in primis cosa sia e da dove provenga il viscerale «bisogno di disobbedire a Budda». Si tratta, più di ogni altra cosa, di una «necessità “civile” di intervenire, nella lotta spicciola e quotidiana, per conclamare quella che secondo me è una forma di verità»271; con la postilla immediata che questo modus operandi non vuole avere alcuna pretesa dogmatica, piuttosto intende concretizzarsi in un meccanismo dialettico dove, alla stregua di un cantiere sempre aperto, non mancano scelte sbagliate, correzioni di rotta o ripensamenti (con buona pace dei giornalisti “ufficiali”):

Dico subito che non si tratta di una verità affermativa: si tratta piuttosto di un atteggiamento, di un sentimento, di una dinamica, di una prassi, quasi di una gestualità: essa dunque non può non essere piena di errori, e magari anche di qualche stupidità (a questa ammissione, sento già il ghigno dei giornalisti divenuti da oggi in poi miei colleghi).272

Termine chiave del passo è, sopra ogni altro, «gestualità»: esso compendia infatti l‟attivismo critico pasoliniano in ambito socio-culturale, così esplicitamente perseguito nei mesi della contestazione globale, e insieme richiama la predilezione accordata al cinema, ovvero ad una lingua fatta in particolare di gesti e immagini, negli ultimi anni di attività. In questa ottica tutta “gestuale”, fondata sul continuo mettere e mettersi in discussione, il primo passo coincide con una vera e propria recusatio:

So vagamente che la mia opera, letteraria e cinematografica, mi pone, quasi d’ufficio, nell‟ordine delle persone pubbliche. Ebbene, ecco: io mi rifiuto, intanto, di comportarmi come persona pubblica. Se una qualche autorità ho ottenuto, malamente, attraverso quella mia opera, sono qui per rimetterla del tutto in discussione, come del resto ho sempre cercato di fare. 273

Il rifiuto così dichiarato cozza tuttavia con un dato oggettivo, in base al quale essere un personaggio pubblico comporta automaticamente, nel giudizio comune, l‟appartenenza al novero delle “autorità”:

Si potrà dire che il mio è uno sforzo inutile; che ci sono certi poteri che, una volta raggiunti, bisogna tenerseli; che non c‟è possibilità di dimissioni; e che io, dunque, avendo ottenuto un certo, sia pur minimo e discusso, potere di prestigio – attraverso poesie, romanzi, film e volonterosi saggi linguistici e semiologici – appartengo fatalmente ad una indifferenziata “AUTORITÀ”: né più né meno che come chi l‟ha cercata di proposito: un burocrate, un uomo politico, un generale dei carabinieri, un professore, un industriale. Un giovane che apra gli occhi oggi alla luce (culturale) non può vedermi non inserito in questa sorta di AUTORITÀ paterna che lo sovrasta. Ebbene, io non voglio ammetterlo.274

C‟è qui, in una forma più che embrionale, il preannuncio di un‟altra e più ampia dichiarazione ricusitoria che apparirà sulla stessa rubrica tre mesi dopo (9 novembre) nell‟articoletto dal titolo La volontà di non essere padre275, ulteriore tappa nel confronto sempre aperto con il Movimento Studentesco. Per ora, il desiderio di privarsi di qualsiasi ostentata autorevolezza è l‟obiettivo principale di Pasolini, il quale ad esso si appoggia anche per chiarire al lettore il senso del nome scelto per questo spazio su “Tempo” (e il piccolo exemplum nelle righe seguenti ribadisce la riflessione sul concetto di “paternità” intesa come “autorità” dai connotati opprimenti):

A questo punto credo che sia chiara anche la ragione per cui ho voluto intitolare queste mie pagine settimanali “Il caos”, il cui sottotitolo ideale potrebbe essere “Contro il terrore”: l‟autorità, infatti, è sempre terrore, anche quando è dolce. Un padre dice dolcemente, cameratescamente, a un figlio piccolo: «Non calpestare la aiuole»: ebbene, questo comandamento negativo entrerà a far parte di un insieme di comandamenti negativi che regoleranno il comportamento di quel bambino; sicché la buona educazione, essendo in gran parte fondata su una serie di regole negative, è, per sua natura, terroristica: infatti essa, quasi a risarcire i sacrifici dell‟obbedienza, diventa immediatamente un diritto, e, in nome di tale diritto, il bambino, ben educato, divenuto grande, eserciterà i suoi ricatti morali.276

Dopo una breve precisazione sull‟onnipresenza del “terrore” nella società moderna (oltre a quello tipicamente borghese citato nell‟esempio, «ci sono terrorismi alla destra, clerico-fascista, di questo mondo; e terrorismi alla sinistra»277), il successivo paragrafo – Nessun patto o patteggiamento 278 – ragiona su aspetti ugualmente interessanti, che coinvolgono da vicino i rapporti tra scrittore, lettore e potere. L‟apertura è occupata da una constatazione non priva di amarezza, per quanto mitigata dall‟orgoglio abituale:

Io non sono un qualunquista, e non amo neanche quella che (ipocritamente) si chiama posizione indipendente. Se sono indipendente, lo sono con rabbia, dolore e umiliazione: non aprioristicamente, con la calma dei forti, ma per forza. E se dunque mi preparo – in questa rubrica, frangia della mia attività di scrittore – a lottare, come posso, e con tutta la mia energia, contro ogni forma di terrore, è, in realtà, perché sono solo. Il mio non è qualunquismo né indipendenza: è solitudine. Ed è questo, del resto, che mi garantisce una certa, magari folle e contraddittoria, oggettività. Non ho alle spalle nessuno che mi appoggi, e con cui io abbia interessi comuni da difendere.279

La confessione del proprio isolamento – peraltro destinato ad acuirsi con il trascorrere degli anni – introduce una sorta di rapido autoritratto che Pasolini consegna al pubblico della rubrica. Anche nelle predilezioni politiche la nota dominante resta il tenersi in disparte, pur se non mancano dichiarate e variegate consonanze ideologiche:

Il lettore certamente sa che io sono comunista: ma sa anche che i miei rapporti di compagno di strada col Pci non implicano nessun impegno reciproco (e anzi, sono abbastanza tesi: ho tanti avversari tra i comunisti quanti tra i borghesi ecc.). Se provo delle simpatie politiche (certo radicalismo – ma non tanto quello dell‟“Espresso” – da una parte, e certa Nuova Sinistra cattolica, che si va delineando, molto più sotto il segno di Don Milani che di Giovanni XXIII) sono simpatie che non comportano nessun patto o patteggiamento.280

La natura eslege della testimonianza critica pasoliniana agisce insomma a tutto campo, tanto da venire rivendicata perfino alla base della stessa collaborazione a “Tempo”, nell‟ambito del contratto stipulato con il datore di lavoro (fatti salvi i vincoli di amicizia):

Resta l‟editore di questa rivista che, evidentemente, è un capitalista. Ma alla buonora, proprio ieri, uno studente marocchino, uno dei capi del movimento “22 Maggio” mi ha detto che bisogna approfittare del tipo di produzione attuale, finché non ce ne sarà un‟altra. E noi del resto leggiamo Marx e Lenin perché pubblicati da editori capitalisti borghesi.
Personalmente io, dunque, mi comporto con Tofanelli, il direttore di questa rivista, e Palazzi, l‟editore, come ci si comporta con degli amici: al di fuori del rapporto personale, però, io mi riservo di comportarmi con loro cinicamente.281

L‟avverbio in corsivo che conclude il brano – destinato a trasformarsi in architrave linguistico nell‟articolo Perché allo Strega no e al Festival sì – fa da trait d’union con Una malattia molto contagiosa 282, penultimo scritto della serie d‟esordio del Caos. Recuperando le parole del giovane marocchino, Pasolini chiosa il valore di un‟espressione dai toni insolitamente perentori («che non ha nulla a che fare con quanto ho detto finora»283):

Ma quest‟avverbio “cinicamente” si riferisce al mio comportamento pubblico, non personale: è un‟affermazione ideologica: io approfitto delle strutture capitalistiche per esprimermi: e lo faccio, perciò, cinicamente (verso le figure pubbliche dei miei “datori di lavoro”, non verso la loro identità personale).284

Tuttavia, il fulcro di questo paragrafo è piuttosto l‟esposizione della principale materia che sarà oggetto della trattazione pasoliniana, o meglio il bersaglio della sua vis polemica:

Un‟altra cosa che vorrei dire come prefazione a questa mia serie di interventi, è la seguente: spesso parlerò con violenza contro la borghesia: anzi sarà questo il tema centrale del mio discorso settimanale. E so benissimo che il lettore resterà “sconcertato” (si dice così?) da questa mia furia: ebbene, la cosa sarà chiara quando avrò specificato che io per borghesia non intendo tanto una classe sociale quanto una vera e propria malattia.285

Il grande nemico ha gli infidi connotati di un morbo endemico e sottile, quei sintomi che il poeta del PCI ai giovani!! aveva diagnosticato in versi pungenti, controcorrente, per certi aspetti addirittura profetici. Una specie di melting pot interno alla struttura delle classi sociali le sta scombinando e in ultima analisi omologando; ed è una metafora, di gusto spiccatamente cinematografico, a metà strada tra il caricaturale e il granguignolesco, a riassumere il pericolo della indistinta mescolanza:



Una malattia molto contagiosa: tanto è vero che essa ha contagiato quasi tutti coloro che la combattono: dagli operai settentrionali, agli operai immigrati dal Sud, ai borghesi all‟opposizione, ai “soli” (come son io). Il borghese – diciamolo spiritosamente – è un vampiro, che non sta in pace finché non morde sul collo la sua vittima per il puro, semplice e naturale gusto di vederla diventar pallida, triste, brutta, devitalizzata, contorta, corrotta, inquieta, piena di senso di colpa, calcolatrice, aggressiva, terroristica, come lui.286



Sulla falsariga del medesimo humour noir, stavolta disteso lungo una frase esclamativa, principia il quarto, conclusivo intervento del gruppo 287 (il nucleo del quale risiede però in una domanda, racchiusa nello spazio del titolo – Dov’è l’intellettuale?, – che alla fine sarà lasciata strategicamente in sospeso):

«Quanti operai, quanti intellettuali, quanti studenti sono stati morsi, nottetempo, dal vampiro, e, senza saperlo, stanno diventando vampiri anche loro!»288.

È un dato di fatto, quindi, che «la storia della borghesia – attraverso una civiltà tecnologica che né Marx né Lenin potevano prevedere – si accinge, ora, in concreto, a coincidere con l‟intera storia del mondo»289. Siccome compito primario di uno scrittore – ed in senso lato di un intellettuale – deve essere il tentativo di comprendere e di giudicare i fenomeni culturali, Pasolini anticipa ai lettori che si porrà, dinanzi ad una simile rivoluzione copernicana, con uno sguardo attento e critico, ma quanto più possibile equanime e costruttivo:

Ciò è male, o è bene? Né l‟una cosa né l‟altra, credo; non voglio pronunciare degli oracoli. È semplicemente un fatto. Tuttavia penso che sia necessario avere la coscienza del male borghese, per intervenire efficacemente su questo fatto, e contribuire a far sì che sia un po‟ più positivo che negativo.290

Ma si tratterà di un cimento in piena regola, vista la congiuntura dei tempi moderni così poco propizia a valutare le «sudate carte» e, per converso, così facile a lasciarsi abbagliare dalle azioni rumorosamente pubblicizzate:



Mi caccio con questo, lo so, in un‟impresa ingrata e disperata; ma è naturale, è fatale, del resto, che, in una civiltà in cui conta più un gesto, un‟accusa, una presa di posizione, che un lavoro letterario di anni, uno scrittore scelga di comportarsi in questo modo. Deve pur cercare di essere presente, almeno pragmaticamente e esistenzialmente, se in linea teorica la sua presenza sembra indimostrabile!291

Su questo sfondo, una figura storicamente di riferimento nella tradizione umanistica non trova più alcuna sicura collocazione sociale; indicativa, a riguardo, è la testimonianza di un libro coevo alla disamina pasoliniana:



In un bellissimo saggio di Rossana Rossanda (L’anno degli studenti, De Donato editore), mi trovo infatti davanti a una immagine dell‟intellettuale che mi mozza il fiato. Descrivendo la differenza che, nell‟atto di prender coscienza dell‟ingiustizia borghese divide l‟intellettuale classico (cioè l‟umanista che ha fatto la Resistenza) dagli studenti, la Rossanda osserva come gli studenti esperimentino nella propria persona e nella propria condizione la miseria della mercificazione e l‟alienazione: mentre l‟intellettuale no: egli si limita ad esserne testimone: in esso, semplicemente, «si tratta del risveglio d‟una coscienza alle ragioni di una classe non sua, e ne deriva la collocazione di compagno di strada, con i suoi margini di libertà e i suoi conflitti, la sua irriducibile alterità di testimone esterno». 292

L‟analisi, distaccata e un po‟ impietosa, frutto per giunta della penna di una studiosa di formazione marxista, concede pochi margini di intervento diretto e attivo nella quotidianità per gli intellettuali dell‟epoca contemporanea. Dalla posizione della Rossanda Pasolini trae così lo spunto per lasciar inarcare il quesito che suggella, alla maniera del capitolo di un «romanzo giallo»293, la prima puntata della rubrica Il caos: «Cacciato, come traditore dai centri della borghesia, testimone esterno al mondo operaio: dov‟è l‟intellettuale, perché e come esiste?»294. La risposta arriva nel primo paragrafo della settimana successiva (13 agosto) – intitolato Il caso di un intellettuale 295 – e viene inquadrata in un‟ottica dialettica “presente vs. passato”, cioè nel più ampio contesto dei cambiamenti che avevano subitaneamente mutato il volto dell‟Italia:



Una decina e meno di anni fa, la risposta sarebbe stata semplice e immediata: «L‟intellettuale è una guida spirituale dell‟aristocrazia operaia e anche della borghesia colta». Egli era, insomma, un‟autorità: un‟autorità dell‟opposizione. Era infatti il Pci – quello florido e ancora inattaccabile del dopoguerra, appena uscito dalla Resistenza – che determinava e decretava il successo letterario di un autore. L‟Italia era allora un paese povero (paleocapitalistico): e il letterato vi poteva facilmente assumere, come ancor oggi nei Paesi poveri e incolti, la funzione “nazionale” della guida, del vate, sia pur modernissimo, e magari cittadino onorario di Parigi. Ora, l‟egemonia culturale, che per circa un ventennio è stata detenuta dal Pci, è passata nelle mani dell‟industria.
Così che la risposta a quella mia domanda potrebbe essere, oggi, la seguente: «L‟intellettuale è dove l‟industria culturale lo colloca: perché e come il mercato lo vuole».296

Come si può vedere, torna a farsi sentire nel passo il leitmotiv degli articoli sul “Giorno” che annunciavano e insieme motivavano il ritiro dal Premio “Strega”: in particolare, nota dominante è qui la verifica dello spazio angusto che un vero scrittore è costretto a ritagliarsi nell‟era dell‟egemonia dell‟industria culturale. Il quadro che si delinea viene esaminato da Pasolini con una preoccupazione angosciosa: «è una immagine dell‟intellettuale che mi mozza il fiato», dice a proposito delle osservazioni della Rossanda. Lo scrittore, in cuor suo, aborre dalla rappresentazione dell‟intellettuale come un ectoplasma dalla larvale inconsistenza, ma avverte che, con la fine di un‟epoca, crollano tutte le certezze acquisite: un senso di spaesamento e di conseguente horror vacui tende allora a manifestarglisi nell‟animo, dapprima sottilmente poi sempre più prepotentemente.
In questo contesto va inquadrato il dialogo con Moravia, disteso lungo l‟intero spazio della rubrica datata 12 ottobre, nel quale Pasolini – recitando la parte dell‟intervistatore – discute con il sodale sui compiti e le funzioni della letteratura nell‟era della contestazione. Il paragrafo iniziale, che individua i protagonisti e la tipologia testuale, Botta e risposta con Moravia297, è seguito da altri tre (Quando la letteratura è azione298, Quale senso hanno le barricate299 e Intellettuali senza scelta300), ciascuno dei quali introdotto da un titolo che rafforza l‟impressione di trovarsi dinanzi ad uno scritto, nel complesso, dalla spiccata valenza militante. L‟intervista viene esplicitamente tenuta nel catanese, a Zafferana, dove il libro di Elsa Morante Il mondo salvato dai ragazzini si era appena aggiudicato il locale premio letterario, tra i cui giurati figuravano sia Moravia che Pasolini. Dopo alcune righe che ricostruiscono brevemente gli antefatti – in particolare il dibattito, sorto in seno alla commissione, sull‟opportunità di «mettere in crisi»301 la manifestazione assegnando il riconoscimento al filosofo Aldo Braibanti oppure ai terremotati siciliani302 – la discussione entra nel vivo nel secondo paragrafo (il primo si conclude con l‟autore degli Indifferenti che, motivando la propria scelta di appoggiare soltanto una delle due ipotesi contestatorie avanzate dalla giuria, sostiene: «non esiste, secondo me, una distinzione netta tra l‟istituzione dei premi letterari e la letteratura. Sono la stessa cosa. A fil di logica, rinunziare ai premi significa dover rinunziare anche a scrivere libri. E passare all‟azione»303):

Io: Passare all‟azione? Ma in che cosa consiste l‟“azione”, oggi?
Moravia: L‟azione, teoricamente, è la contestazione, l‟occupazione dei luoghi pubblici, la manifestazione di piazza, su su fino alla guerriglia e all‟eventuale rivolta armata. Questa è l‟azione, secondo gli intellettuali che si occupano dell‟azione. Ma io credo che anche la letteratura sia qualche volta azione e qualche volta non lo sia. Esistono azioni che sono altrettanto inerti che la più inerte letteratura; ed esistono libri che assolvono alla stessa funzione di rottura che l‟azione rivoluzionaria. Non ho bisogno di dire, per esempio, come il Capitale di Marx sia azione. Evidentemente non ci si rende mai abbastanza conto che agire vuol dire cambiare la realtà: ora, ci sono libri che hanno cambiato la realtà più profondamente di qualsiasi sommossa, rivolta o contestazione. Il problema è saperli scrivere.304

«Il problema è saperli scrivere»: fatte le debite differenze, le parole di Moravia sembrano costituire un po‟ il rovescio della medaglia di quanto Pasolini aveva dichiarato nell‟inchiesta sul romanzo promossa nel 1959 dalla rivista “Nuovi Argomenti”. Lì, infatti, il narratore dei “ragazzi di vita” aveva sentenziato: «per “lasciar parlare le cose”, occorre “essere scrittori, e anche, perfino vistosamente scrittori”»305. La conversazione prosegue poi con l‟intervistatore che, ripresa e schematizzata questa risposta, rilancia una nuova domanda sul significato del bivio al quale si trova di fronte l‟homme de lettres contemporaneo:

Io: Se “letteratura” e “azione” sono in realtà due azioni, allora diciamo che la scelta non è tra letteratura e azione, ma, appunto, tra due azioni. Ora, si sa che ci sono momenti in cui tra due azioni bisogna scegliere. Viviamo uno di questi momenti?
Moravia: Come ho già detto altrove, ci sono tre stadi attraverso cui può passare un uomo di lettere. Cioè: esistono condizioni sociali e politiche in cui si può fare buona letteratura, ossia letteratura creativa, che è “ambigua”, come tutto ciò che è creativo; e, ovviamente, l‟ambiguità propria dell‟arte non può essere utile alla politica. Nel caso che la situazione si radicalizzi, la letteratura non sembra più necessaria. L‟intellettuale è allora costretto a servirsi dei mezzi tradizionali che la letteratura gli fornisce per esprimere il suo non ambiguo pensiero politico: il saggio, il pamphlet, il libello, l‟orazione politica…306



Qui la voce di Pasolini – in coincidenza con lo stacco determinato dal passaggio al successivo paragrafo – interrompe per un attimo l‟intervistato, quasi a prevenirlo su un argomento di riflessione che, per tutto il 1968, è stato costantemente centro di gravità della propria attività di saggista e di pubblicista:

Io: Magari il comizio…
Moravia: Finalmente, se la situazione si fa estrema, la parola scritta, così ambigua come precisa, è impossibile… e allora l‟intellettuale o tace del tutto, oppure fa la guerriglia: come per esempio in Guatemala, dove per la maggior parte i guerriglieri sono studenti e intellettuali. Queste situazioni sembrano dipingere tre diverse specie di uomini: e invece non è vero: è sempre lo stesso intellettuale che compie tre azioni diverse.307

Nel giudizio di Moravia pare quindi profilarsi un‟apertura all‟azione concreta, sostitutiva dell‟espressione scritta e a conti fatti equivalente al pasoliniano «gettare il proprio corpo nella lotta». Tuttavia – mentre apprendiamo che dietro il motto mutuato dalla Nuova Sinistra americana cova pure la reazione inconscia ad una sorta di ricatto morale – l‟intervistato si affretta ad aggiungere che “agire” per un intellettuale spesso non è il risultato di una libera scelta, bensì una costrizione a tutti gli effetti:

Io: Forse ti senti un po‟ ricattato (come me) dagli apostoli del suicidio dell‟intellettuale?
Moravia: Forse. Comunque è certo che non ci si rende conto abbastanza – soprattutto in un Paese di dilettanti come l‟Italia – che il più delle volte l‟intellettuale non sceglie di agire praticamente, ma è costretto ad agire praticamente. Che vuol dire questo? Vuol dire che non si può contrapporre il libro all‟azione, e fare dell‟uomo che scrive un vile e un inerte, e dell‟uomo che agisce un coraggioso e un attivo.308

Raccogliendo l‟inciso tagliente dell‟interlocutore, Pasolini lo invita allora ad una più esplicita disamina della temperie socio-culturale italiana:

Io: In Italia quale delle tre situazioni che hai descritto viviamo oggi?
Moravia: L‟Italia non è il Guatemala. […] Il fatto stesso che si sia parlato molto più di contestazione che di rivoluzione, distingue l‟Italia dai Paesi disperati dove si parla molto più di rivoluzione che di contestazione.309

Tocca dunque ancora all‟intervistatore il compito di esplicitare l‟affermazione moraviana, con un ragionamento deduttivo – che, nella fictio letteraria, resta volutamente nel limbo tra il pensato e lo scritto – dal quale germoglia subito un ulteriore quesito:

Io (fra me e me): Mi sembra dunque che viviamo la situazione numero 2: incomberebbe di conseguenza su noi il dovere di abbandonare l‟ambiguità creatrice, e di passare alla chiarezza rivoluzionaria. Ma non si potrebbe ottenere lo stesso scopo accentuando in modo abnorme e scandaloso l'ambiguità?310

La risposta non esaudisce pienamente la domanda, piuttosto istituisce una distinzione all‟interno della categoria delle opere letterarie per così dire “di opposizione”:

Moravia: Ma a questo punto vorrei dire che è molto raro che un libro sia rivoluzionario (diciamo: il Vangelo, il Capitale), ma molto spesso, invece, i libri sono contestativi. La contestazione sta infatti a metà strada tra la critica e la rivoluzione: è più radicale della prima in quanto mette in dubbio la validità delle istituzioni, ma conserva anche un carattere “dimostrativo” che le vere rivoluzioni non posseggono. Le barricate degli studenti francesi a Parigi erano simboliche: sia gli studenti sia la polizia sapevano che le barricate non avrebbero resistito ai carri armati (mentre nei moti rivoluzionari del secolo passato erano reali: erano cioè realmente degli strumenti di guerriglia urbana). Ora non credo che sia azzardato dire che una azione “dimostrativa” (ossia di contestazione) equivalga, come effetto, a un libro altrettanto “dimostrativo”.311

Pasolini incalza allora con una nuova richiesta di chiarimento, facendo leva su una precedente definizione che adesso Moravia dà quasi l‟impressione di aver trascurato:

Io: Ma non hai parlato di fondamentale “ambiguità” del libro?
Moravia: Sì, infatti: anche la contestazione è ambigua, e lo è principalmente per una ragione abbastanza singolare: per la sua diffidenza verso la ragione e per la sua fiducia nel dato emotivo e pratico. L‟affermazione ben nota di Fidel Castro: «l‟azione prima della coscienza», fa pensare molto a un‟enunciazione di carattere estetico. Mi diceva Antonioni che i film gli si presentano sempre prima di tutto come storie, e che egli ne comprende il tema molto dopo, a film finito. Ora cos‟è questo se non «l‟azione prima della coscienza»? Ecco dunque il punto di contatto tra arte e contestazione. Secondo il marxismo ortodosso e scientifico la coscienza dovrebbe essere prima dell‟azione. Nell‟affermazione di Castro c‟è quasi un‟ultima eco (è stato già detto) delle teorie decadentistiche sulla violenza e l‟azione, alla fine del secolo.312

La conferma di questo carattere di “ambiguità” connaturato alla contestazione offre l‟occasione per parlare di un‟altra emergenza sociale, già diagnosticata dalle analisi sessantottesche pasoliniane ed alla quale lo scrittore aveva scelto di contrapporsi come si fa con un nemico in carne ed ossa:

Io: È da questo irrazionalismo e da questo pragmatismo piccolo-borghese che nasce il “fascismo di sinistra”?
Moravia: Io lo chiamerei piuttosto “sorelismo” di sinistra. Tuttavia bisogna ricordare che il castrismo nasce da una situazione sociale che non consente la preparazione lunga del marxismo ortodosso, in vista della formazione di una coscienza politica.
Io (fra me): Ma dove mai ciò è avvenuto?
Moravia: Ho già detto che qualche volta non si sceglie di agire ma si è costretti ad agire: questo è il caso degli intellettuali dell‟America Latina. Comunque non c‟è dubbio che il rovesciamento completo della prassi marxista potrebbe portare domani a profonde modificazioni del marxismo stesso.313

La conclusiva richiesta dell‟intervistatore verte invece su un aspetto non ancora toccato dal dialogo:



Io: Ma dimmi: qual è il carattere più originale di contestazione?
Moravia: È il carattere che ha sempre avuto la letteratura anti-letteraria: “l‟attualità”. Ma chiariamo questa parola così logora: io considero attuali tutti i drammi di Shakespeare che trattano della regalità, perché a quei tempi il re e il problema del regnare erano ciò che c‟era di più attuale. Oggi, in questo senso profondo e organico, sono ugualmente attuali le situazioni che riguardano il “sistema” e il “dissenso dal sistema”.
Io (fra me): È dunque l‟ambiguità che dà all‟attualità assolutezza?314

Il quid di intrinsecamente problematico dell‟intera discussione si concretizza nell‟ultima battuta, pronunciata sottovoce da Pasolini, che sigilla l‟intervista con un‟interrogativa, anziché con un punto fermo. Resta il fatto, comunque, che le parole di Moravia sull‟equivalenza tra “contestazione” e “attualità” di un libro possono leggersi anche come un segno di concordanza ideologica con l‟interlocutore, nell‟animo del quale l‟anno delle rivolte studentesche aveva risvegliato appunto la passione per il presente. Pur non essendo d‟accordo con le forme della protesta – e pur denunciandone senza compromessi aporie ed ipocrisie – Pasolini è convinto infatti che un avvenimento del genere non possa passare inosservato sotto gli occhi dell‟uomo di cultura. Ciò che lascia dubbi e domande aperte nella mente pasoliniana è pertanto il modo in cui rapportarsi alla contestazione: detto in altri termini, l‟atteggiamento che il letterato deve assumere – di reciso rifiuto? di critica costruttiva? di adesione incondizionata? e come “aderire”, come “sabotare”? – dinanzi a queste manifestazioni di dissenso verso il sistema, in assoluto tra le più partecipate, massive e scenografiche che la storia contemporanea ricordi.
Tracce di questo intimo rovello pasoliniano, talvolta in superficie tal altra carsiche, si trovano inoltre in due articoli della rubrica apparentemente incentrati su altri argomenti: una recensione letteraria e una riflessione sul dilagante fenomeno della droga.
Esce in data 16 novembre il pezzo Bassani: storia di un delirio315, dedicato al quinto volume del Romanzo di Ferrara:

La nuova stagione letteraria italiana è cominciata con un libro che ho letto, purtroppo con profonda «corrispondenza d‟amorosi sensi»: L’airone di Giorgio Bassani. È la storia di un delirio – di cui il protagonista si rende conto improvvisamente, e non in un momento “in battere”, ma in un momento “in levare” – secondo la diabolica abilità narrativa dell‟autore: nel momento, cioè, stilisticamente più vuoto, narrativamente più grigio. Il “disgusto inconscio” per la propria vita di piccolo-borghese ferrarese, volgare ma non del tutto insensibile, se non per la ferita ebraica che, rendendolo vulnerabile, l‟ha strappato brutalmente dalla volgarità fatale della sua classe sociale – diviene “disgusto conscio” di botto e senza nessuna ragione: forse per saturazione. Un‟entropia che esplode.316

Il sintagma foscoliano connota la partecipazione emotiva del recensore nell‟atto della lettura, anche se non si tratta affatto di empatia per il protagonista della grigia tragedia piccolo-borghese: «Edgardo [...] è per me un uomo se non odioso, repellente»317. È significativo, del resto, il simbolico ed epigrammatico sottotitolo che Pasolini conia per la triste vicenda raccontata nel romanzo: «Un‟entropia che esplode». Nel giudizio pasoliniano, ribadito a più riprese già nelle postille alla poesia contro gli studenti, un senso di irreversibile e insensato sciupìo è connaturato all‟omologazione borghese che appiattisce la società contemporanea. Le pagine dell‟Airone offrono poi un saggio di come un‟improvvisa esplosione, senza spinte catartiche ma solo sull‟ondata di un lucido cupio dissolvi, possa troncare un‟esistenza concludendo una giornata simile a tutte le altre. Per quanto l‟articolo non lo dica espressamente, si potrebbe sostenere che il colpo di fucile che attende Edgardo Limentani adombri la fine cui ogni uomo della borghesia rischia di andare incontro qualora venisse assalito, in un qualsiasi momento della propria vita, dalla nausea di sé, insieme tracimante e chiaroveggente. Ad inquietare Pasolini, inoltre, è l‟atteggiamento con cui Bassani si rapporta alla finzione romanzesca: «Io non avrei potuto scrivere una sola riga su questo Edgardo. Bassani ha scritto su di lui un intero libro, è vissuto dunque con lui per due anni. Come ha potuto?»318. Ma angosciante non è tanto la «nostalgia della borghesia» dello scrittore ferrarese, che ha d‟altronde una spiegazione biografica («Perché lui non ha potuto essere come loro [...]. E non ha potuto esserlo per ragioni esterne: perché è ebreo e [...] durante la sua giovinezza c‟era il fascismo»319), quanto l‟identificazione tra il ritmo della narrazione e la parabola del personaggio principale:

Non provando ripugnanza, ma nostalgia, per la loro vita, Bassani può dei borghesi non solo descrivere il mondo, ma descriverlo addirittura “rivivendo” i loro discorsi: cioè citando continuamente le loro frasi fatte, i loro luoghi comuni: tutti nascenti da un‟ideologia atroce: conservatorismo, benpensare, consumismo paleocapitalistico. Praticamente, intessendo la propria prosa del loro parlato, Bassani riesce a creare una analogia tra il piccolo mondo borghese e il suo stile. Che diventano due entità parallele. Edgardo decide di morire a causa della propria vita; Bassani, che ha rivissuto la vita di Edgardo attraverso il proprio stile, sembra voler morire con lui. Perciò la lettura di questo libro è così terribile.320

Droga e cultura321, uscito sul numero del 28 dicembre, è in ordine cronologico l‟ultimo degli scritti del Caos apparsi nel fatidico 1968. L‟incipit del testo istituisce senza preamboli una relazione tra i due termini del titolo:



Perché ci si droga? Non lo capisco, ma in qualche modo lo spiego. Ci si droga per mancanza di cultura. Parlo, s‟intende, della grande maggioranza o della media dei drogati. È chiaro che chi si droga lo fa per riempire un vuoto, un‟assenza di qualcosa, che dà smarrimento e angoscia.322

Esiste, è vero, anche una forma di “droga” tutta particolare, alla quale l‟essere umano giocoforza ricorre, quotidianamente o quasi: «In realtà, tutti ci droghiamo. Io (che io sappia) facendo il cinema, altri stordendosi in qualche altra attività. L‟azione ha sempre una funzione di droga»323. La vera e propria tossicodipendenza invece, di altra natura e ben più pericolosa, è un flagello che colpisce soprattutto il mondo giovanile, di cui fanno parte i soggetti che più risentono delle vertiginose mutazioni sociali:



Ciò che salva dalla droga vera e propria (cioè dal suicidio) è sempre una forma di sicurezza culturale. Tutti coloro che si drogano sono culturalmente insicuri. Il passaggio da una cultura umanistica a una cultura tecnica pone in crisi la nozione stessa di cultura. Vittime di questa crisi sono soprattutto i giovani. Ecco perché ci sono tanti giovani che si drogano.324
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D‟altra parte, le nuove generazioni non a caso rappresentano la categoria più a rischio, sprovviste, come spesso sono, dello scudo protettivo necessario a fronteggiare la minaccia:
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Mancare di certezze culturali, e quindi della possibilità di riempire il proprio vuoto di alienati, se non altro per mezzo dell‟autoanalisi e della coscienza (individuale e di classe), vuol dire, in termini banali, anche essere ignoranti. La crisi della cultura fa sì, infatti, che molti giovani siano letteralmente ignoranti. Insomma, che non leggano più, o che non leggano con amore.325
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La droga, dunque, trova fertile terreno presso coloro che sono privi degli strumenti culturali adatti a respingerne le ingannevoli lusinghe. E questa condizione di ignoranza, anticamera dell‟autodistruzione, è da stimare tutt‟altro che transitoria, poiché il «vuoto di alienati» discende da una profonda crisi della civiltà occidentale. Che l‟orizzonte appaia poco roseo, è provato infatti dal disorientato timore con cui, sullo scorcio conclusivo degli anni Sessanta, non soltanto i giovani bensì gli uomini di tutte le età guardano al domani:
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D‟altra parte (e questa è la conclusione disperante) liberarsi da questa “mancanza di cultura” o di “interesse culturale”, sembra impossibile; infatti essa proviene, probabilmente, da un più generale senso di “paura del futuro”.
Mai come in questi anni (in cui la “previsione” è divenuta scienza) il futuro è stato fonte di tanta incertezza, così simile a un incubo indecifrabile.326
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«La luce | del futuro non cessa un solo istante | di ferirci»: i versi finali del Pianto della scavatrice, a distanza di dodici anni, rimbalzano nelle ultime righe del Caos datate 1968. I contorni di uno scenario apocalittico prendono a delinearsi davanti allo sguardo, a metà tra l‟atterrito e il malinconico, di Pasolini: una società protesa verso la totale omologazione al farisaico stile di vita borghese; dei giovani alla deriva, aggressivi nelle loro rivendicazioni e proni alle mode consumistiche; una cultura irriconoscibile, completamente dimentica della nobile tradizione umanistica e imbarbarita in fredda tecnocrazia. Quale può essere il posto di uno scrittore, in senso lato di un intellettuale, in un panorama così desolato, su cui pendono minacciose le nubi di un avvenire ancora più fosco? Il settennio che chiuderà, con uno strappo violento e tuttora in buona parte avvolto nel mistero, l‟esistenza pasoliniana si apre dunque all‟insegna di una domanda dalla capitale importanza.
Sempre nel poemetto più ampio delle Ceneri di Gramsci, stavolta nelle folgoranti battute d‟avvio, si legge: «Solo l‟amare, solo il conoscere | conta, non l‟aver amato, | non l‟aver conosciuto. Dà angoscia | | il vivere di un consumato | amore. L‟anima non cresce più». Questa urgenza del presente è la molla che ha spinto continuamente Pasolini ad analizzare, a cercare di capire, a proporre di migliorare il mondo: in altri termini a re-interpretare il ruolo gramsciano dell‟«intellettuale organico». Varie forme espressive di carattere artistico, in base a questa concezione, vengono sperimentate dall‟autore: dalla letteratura al cinema, passando per il teatro; e, restringendo il campo alle humanae litterae, la prosa e la poesia s‟avvicendano e costantemente si scambiano la leadership. A partire dal 1968 si fa dunque strada un saggismo da pubblicista polemico, militante, civile: questo genere letterario, che culminerà nei testi poi confluiti negli Scritti corsari e nelle Lettere luterane, trova i suoi prodromi appunto negli articoli usciti nell‟annus mirabilis delle rivolte studentesche e della contestazione giovanile. Siccome nel fragoroso universo dei tardi anni Sessanta, già monopolizzato dai mass media, la “vecchia” parola scritta non basta più, Pasolini non esita a chiamare in causa anche il gesto, cioè a «gettare il proprio corpo nella lotta», in una compromissione della persona “fisica”, assoluta, che non ammette ripensamenti. E che infine condurrà, come estrema conseguenza, ad una sorta di tragico sacrificio di sé.


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Note:



255 P. P. PASOLINI, Lettere 1955-1975, cit., pp. 646-647.
256 Ivi, p. 646.
257 Note e notizie sui testi, cit., p. 1804.
258 Ibidem.
259 G. VIGORELLI, Ha messo sua madre nei panni della Madonna, in “Tempo”, n. 32, a. XXX, 6 agosto 1968, p. 18.
260 N. NALDINI, Pasolini, una vita, cit., p. 328.
261 Note e notizie sui testi, cit., p. 1804.
262 Per la raccolta completa di questi scritti cfr. P. P. PASOLINI, I dialoghi, a cura di G. FALASCHI, prefazione di G. C. FERRETTI, Roma, Editori Riuniti, 1992 (il volume raccoglie anche l‟intero corpus degli articoli appartenenti al Caos).
263 N. NALDINI, Pasolini, una vita, cit., p. 328.
264 P. P. PASOLINI, Il caos, cit., p. 5.
265 Note e notizie sui testi, cit., p. 1804.
266 G. VIGORELLI, Ha messo sua madre nei panni della Madonna, cit., p. 18.
267 Cfr. ancora l‟introduzione di G. C. FERRETTI in P. P. PASOLINI, Il caos, cit., p. 7.
268 G. VIGORELLI, Ha messo sua madre nei panni della Madonna, cit., pp. 18-19.
269 P. P. PASOLINI, Saggi sulla politica e sulla società, cit., p. 1093.
270 Ivi, pp. 1093-1095.
271 Ivi, pp. 1093-1094.
272 Ivi, p. 1094.
273 Ibidem.
274 Ibidem.
275 Cfr. ivi, pp. 1137-1138.
276 Ivi, p. 1095.
277 Ibidem.
278 Ivi, pp. 1095-1096.
279 Ibidem.
280 Ivi, p. 1096.
281 Ibidem.
282 Ivi, pp. 1096-1097.
283 Ivi, p. 1096.
284 Ivi, pp. 1096-1097.
285 Ivi, p. 1097.
286 Ibidem.
287 Ivi, pp. 1097-1099.
288 Ivi, p. 1097.
289 Ivi, pp. 1097-1098.
290 Ivi, p. 1098.
291 Ibidem.
292 Ivi, pp. 1098-1099.
293 Ivi, p. 1099.
294 Ibidem.
295 Ibidem.
296 Ibidem.
297 Ivi, pp. 1123-1124.
298 Ivi, pp. 1124-1125
299 Ivi, pp. 1125-1127.
300 Ivi, pp. 1127-1128.
301 Ivi, p. 1123.
302 Cfr. ivi, p. 1123-1124. Sul caso-Braibanti – a cui peraltro Pasolini aveva già prestato attenzione nelle pagine del Caos sulla rubrica del 13 agosto (cfr. ivi, pp. 1100-1103) – cfr. ivi, p. 1816 e cfr. anche F. GRATTAROLA, Pasolini. Una vita violentata, cit., pp. 226.
303 P. P. PASOLINI, Saggi sulla politica e sulla società, cit., p. 1124; subito prima del passo citato, Moravia afferma: «Il premio a Braibanti era un premio di protesta contro il processo che era stato fatto non soltanto a Braibanti ma alla cultura. In altri termini: col premio a Braibanti si restava nell‟ambito della letteratura. Non dando il premio per protestare a favore dei terremotati, si usciva dalla letteratura, anzi, se ne postulava la rinunzia totale» (cfr. ivi, pp. 1123-1124).
304 Ivi, p. 1124.
305 Nove domande sul romanzo, “Nuovi Argomenti”, n. 38-39, maggio-agosto 1959, p. 47.
306 Ivi, pp. 1124-1125.
307 Ivi, p. 1125.
308 Ibidem.
309 Ivi, p. 1126.
310 Ibidem.
311 Ibidem.
312 Ivi, pp. 1126-1127.
313 Ivi, p. 1127.
314 Ivi, pp. 1127-1128.
315 Ivi, pp. 1144-1145.
316 Ivi, p. 1144.
317 Ibidem.
318 Ibidem.
319 Ibidem.
320 Ivi, p. 1145.
321 Ivi, pp. 1167-1169.
322 Ivi, pp. 1167-1168.
323 Ivi, p. 1168.
324 Ibidem.
325 Ibidem.
326 Ibidem.




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Curatore, Bruno Esposito

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