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Biografia, lavori in corso - a breve anche il 1974 e il 1975

mercoledì 31 ottobre 2012

Pasolini ed Ezra Pound: un incontro di poesia e di amicizia

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




A trentasette anni dalla morte il segno che Pier Paolo Pasolini ha impresso nella cultura e nella società è ancora vivo e bruciante, così come la brutalità dell'omicidio che all'alba del 2 novembre 1975 lo strappò alla vita – in circostanze mai del tutto chiarite fino in fondo – nello squallido scenario dell'Idroscalo di Ostia.

La ricorrenza non può passare inosservata, men che meno se ci si chiede quanto altro avrebbe avuto da raccontare e da dire, con la versatilità artistica e umana che lo ha reso una delle figure più incisive del panorama della cultura internazionale. Non etichettabile, in nessun modo inquadrabile, Pasolini è stato poeta, romanziere, drammaturgo, linguista, giornalista e cineasta, ma soprattutto finissimo e originale osservatore, narratore e testimone della società italiana, delle sue trasformazioni e dei suoi mutamenti.
Oggi avrebbe novant'anni, eppure il peso della sua assenza non si è mai alleggerito.
Il ricordo che oggi scegliamo di proporre, dagli archivi delle Teche Rai, per celebrarne l'immagine e la figura è legato a un evento che precede di quasi un decennio la sua tragica scomparsa.
E' infatti un Pier Paolo Pasolini ancora giovane e visibilmente emozionato quello che nell'autunno del 1968 incontra per la prima volta, a Venezia, il poeta americano Ezra Pound.
L'occasione è molto più che una semplice intervista, ma un evento di portata storica: non soltanto per il mondo della letteratura e della poesia, ma anche nella vita dei due intellettuali.
Da una parte Ezra Pound, ormai anziano e affaticato, apparentemente indifferente al peso della vita e delle vicissitudini attraversate, dall'esperienza di detenzione nel manicomio criminale di St. Elizabeths di Washington, dalle accuse di tradimento nei confronti del proprio Paese, l'America, per appoggiare il regime fascista. Dall'altra, sulla poltrona accanto, il Pasolini scrittore e regista che proprio in quegli anni iniziava finalmente a godere i frutti di un lavoro a lungo criticato, bistrattato, se non apertamente schernito dai benpensanti di un'Italia fino a poco prima del tutto impreparata a cogliere la sensibilità, il coraggio, la lucidità della sua ricerca epressiva e stilistica di narratore.

Ma quello fra Pasolini e Pound non è solo l'incontro fra due figure rivoluzionarie, sebbene idealmente antitetiche. E' il confronto fra due poeti e fra due uomini legati a doppio filo da un rapporto di amore e odio, di pesanti eredità intellettuali, di conflitto e contatto, giunto al punto di doversi tradurre in una riconciliazione formale che ha il sapore di un simbolico passaggio di testimone. Due irregolari, due outsider, due anticonvenzionali accomunati dalla scelta di mettersi in gioco in prima persona senza risparmiarsi. Un filo riannodato sulla traccia dei versi di Pound, che Pasolini ridisegna e fa propri in una rilettura di rara e toccante intensità.  



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Pier Paolo Pasolini, il futuro dell'intellettuale

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Pier Paolo Pasolini, il futuro dell'intellettuale


Il compito dell’intellettuale è capire il mondo. Né più né meno. Il suo mestiere, se qualcuno lo paga, è spiegarlo a un pubblico. Il pubblico c’è, chi è disposto a pagare anche. Mancano gli intellettuali. Esistono scrittori, giornalisti, filosofi, scienziati ma sono tutti opinionisti. Con modestia riconoscono di non avere la verità in tasca, e il frammento di certezza che si sono conquistati devono centellinarlo per vivere.
Pasolini era un intellettuale e il mondo lo aveva capito, come anche altri suoi contemporanei amici e nemici, ma lui fu diverso nel raccontarlo. A cominciare dal pubblico che si era scelto: la gente che lavorava dalla mattina alla sera e stava ricostruendo l’Italia. Questa gente nei momenti di svago ballava il twist, leggeva rotocalchi e fotoromanzi, andava allo stadio, giocava al calcio, alle carte, correva in bicicletta oppure andava al cinema. E Pasolini scelse il cinema per parlare a questo pubblico.



I film di Pasolini sono piaciuti a tanti critici, studiosi e scrittori ma non alla gente a cui Pasolini voleva parlare. Fu questa la sua tristezza, che divenne feroce a poco a poco. La gente che lavorava li conosceva fin troppo bene i "ragazzi di vita": erano quelli che li rapinavano, i prepotenti che non stavano alle regole, questa era la loro quotidiana e diretta esperienza: prenderli e riempirli di mazzate, altro che capire le ragioni della loro esistenza.
Pasolini era perfettamente cosciente di questo ma fece lo stesso i suoi film sui disperati della società, sulla spazzatura e i rifiuti, su quello che la gente non ama e non vuole vedere. Era il suo compito e il suo mestiere di intellettuale. Lui la verità la conosceva e la diceva. E che fosse la verità intorno a quel mondo e a quella storia non è da dubitarne: una cosa è vera quando ne sai l’orrore e la grazia.
Pasolini sapeva la verità e la diceva con l’arroganza di chi non può essere smentito, come nella famosa dichiarazione del 14 novembre 1974 ("Io so..."). In un famoso film del 1999, Matrix dei fratelli Wachowski, c’è un dialogo che avrebbe potuto scrivere lui: "Matrix è ovunque. E’ intorno a noi. Anche adesso, nella stanza in cui siamo. E’ quello che vedi quando ti affacci alla finestra, o quando accendi il televisore. L’avverti quando vai a lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. E’ il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la verità" (Morpheus a Neo).



A una realtà che continuamente si sdoppia, a una dimensione sociale in cui i dominati sono i primi sostenitori dei loro dominatori, a una cultura sempre più estranea alla vita e al pensiero e sempre più omologata all’efficienza e allo sviluppo tecnologico, Pasolini a un certo punto oppone la realtà irriducibile del corpo. Nel corpo si mantiene in vita la contraddizione, dal corpo l’umanità non può essere bandita. Per quanto ottuso, alienato, disperato, il corpo grida la verità.
Il film Salò o le Centoventi giornate di Sodoma fu l’ultima provocazione e il tema era l’avvilimento dei corpi. Avvilimento perpetrato nel solenne rispetto dei regolamenti e nella affermazione della superiorità dell’intelletto. Forse mai in un film la finzione e la vita furono tanto vicine, al punto che gli attori si rifiutavano di eseguire certe scene. Pasolini voleva fare del male a quel pubblico che si ostinava a non capire, che viveva come se la morte e il dolore non esistessero. Quel pubblico che non si accorgeva, stordito dalla possibilità di consumare, che a poco a poco in cambio di una subcultura gli si voleva portare via il pensiero.




Oggi noi vediamo la realtà della scuola. L’esclusione delle classi popolari e medie dalla cultura, dalla consapevolezza della propria storia, sta avvenendo in Italia con la progressiva trasformazione della scuola pubblica in area di parcheggio per i futuri lavoratori e disoccupati. L’intellettuale del futuro sarà il prodotto confezionato di pochissime scuole private, come è già avvenuto, per esempio, in America e in Inghilterra. Come Pasolini aveva previsto, le subculture hanno preso il posto lasciato vuoto dalla scuola, non sappiamo se migliori o peggiori. Pasolini si sentiva "una forza del passato" perché nel passato, nella cultura che vi si esprime, sono conservate tutta la complessità e le contraddizioni della vita contro ogni semplificazione e riduzione a formula. La grande e terribile "mutazione antropologica" comincia proprio dalla sottrazione di questa ricchezza.
Pasolini è stato ucciso da un ragazzo. Si vuol vedere in questo una rappresaglia del potere con la p maiuscola o l’effetto di un destino tragico. Della morte si fece e si fa un teatrino dove si dibatte e si scontrano tesi. Nell’opinare, nei servizi esclusivi, nelle clamorose rivelazioni, nella spartizione di ogni capello emerge l’orrenda irrealtà. Però la morte che è toccata a Pasolini sta nella possibilità stessa di odiare la vita, nel fatto che una vita possa essere invivibile, che non sia più degna e importante di tutti i valori, le morali e le religioni del mondo.

Paolo Tonini

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