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sabato 11 luglio 2026

Lettera di Moravia: Troppa fretta per il caso Pasolini - Paese sera, 16 novembre 1975

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Lettera di Moravia
Troppa fretta per il caso Pasolini


Paese sera
16 novembre 1975 

Tu mi chiedi di dire quello che so. Ti rispondo che non so nulla all'infuori di quello Che ormai sanno tutti. Ma ho tatto delle riflessioni sull'assassinio di Pasolini e non ho alcuna difficoltà a comunicarle. Che dire prima di tutto della trasmissione televisiva che accettava pienamente la versione dell'Ansa la quale a sua volta accettava quella della polizia che accettava completamente quella dell'assassino? Che dire se non che la nostra società rozza e incolta non si contenta di essere <<maschile>>, vuole essere anche <<virile>> e per dimostrare a se stesa di esserlo davvero ha trattato in questa orrenda occasione Pier Paolo Pasolini né più né meno come sono trattati i negri in certi stati del Sud, negli Stati Uniti? Cioè, che. una volta di più. il pregiudizio contro l'omosessualità, fatto dl totale ignoranza, di odio del diverso e di senso di colpa ha funzionato con deplorevole automatismo?

domenica 13 aprile 2025

Una lettera di Pasolini : «opinioni» sull'aborto (Thalassa) - Paese sera, 25 gennaio 1975

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Una lettera di Pasolini: 
«opinioni» sull'aborto

Paese sera

25 gennaio 1975

(In Scritti corsari con il titolo Thalassa )


Caro direttore

   Le invio a parte, con una dedica che è segno di sincera amicizia -anche se nella fattispecie non è priva di polivalenze e di lunghe vibrazioni allusive - Thalassa di Ferenczi. Non è un testo sacro.

   Però son certo che per esempio Marcuse, Barthes, Jakobson o Lacan lo amano. E' un libro delle «origini» della psicanalisi, non si può non amarlo. Lo legga. Preghi di leggerlo anche qualche suo collaboratore. Non c'è da imbarazzarsi: il non averlo letto non è poi così grave lacuna. Mi riferisco a un articolo uscito sul «Paese sera», del 21 gennaio 1975. «Le ceneri di Solgenitzin», che sarebbero poi le mie: a quanto pare, mi si vuole decisamente incenerito, se si tien conto anche dell'articolo di Eco sul «Manifesto» dello stesso giorno, «Le ceneri di Malthus», anch'esso riferentesi per interposta persona, alle mie ceneri. Son qui per cercar di risorgere ancora una volta, appunto dalle ceneri. Che, com'è noto, sono il resto di un rogo in cui generalmente si bruciano le idee. A questo proposito, vorrei anticipare che una delle lotte più piene di tensione degli uomini di sinistra è contro quella serie di commi del codice Rocco (su cui scrivevo qui, sul «Paese sera» almeno una quindicina di anni fa, e per primo, delle frasi «estremistiche» che allora non venivano nemmeno percepite), che vertono il «reato di opinione».

martedì 5 dicembre 2023

Guerra civile . Pier Paolo Pasolini

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Guerra civile 


Da “Paese sera”, venerdì 18 novembre 1966, in risposta alla lettera di un lettore
Ora in Empirismo eretico (Appendice), Garzanti, Milano 1995



Pier Paolo Pasolini photographed
by Richard Avedon,
New York, Sept. 24, 1966.
© The Richard Avedon Foundation.
A proposito della vita e della lotta politica negli Stati Uniti, le citazioni, che io citavo a memoria e riassumendole, sono dovute ad autori americani della Nuova Sinistra, e precisamente a due ideologi dello SNCC (Student Nonviolent Coordinating Committee), Tom Hayden e Jimmy Garrett. Del primo sono le osservazioni sul fatto che la collettivizzazione comunista non porta necessariamente (storicamente) l’operaio alla completa partecipazione al potere, ossia alla decisione sul proprio destino, e che, se mai, è vero il contrario, cioè che la creazione di un’«anticomunità» in cui il lavoratore giunga all’esasperata coscienza democratica del dovere e del diritto dalla completa partecipazione al potere, può condurre, come conseguenza, alla collettivizzazione dei beni. L’osservazione sul comunista come «uomo vuoto», è dovuta a Jimmy Garrett. La cito: «Amico, i comunisti sono vuoti, sono uomini vuoti. Hanno le stesse idee stantie, la stessa burocrazia... Quando si mescola fra noi, un <Commy> muore, e una persona si sviluppa.»
Queste osservazioni non sono mie, ma io le ho, in qualche modo, adottate.
In Cecoslovacchia, in Ungheria e in Romania, ho vissuto il mio soggiorno in mezzo agli intellettuali, ed è quindi attraverso loro, attraverso la loro inquietudine, il loro malessere, che ho sentito l’inquietudine e il malessere di quei paesi: di cui credo si possa schematicamente e sommariamente indicare la causa nel fatto che «la rivoluzione non è continuata», ossia che lo Stato non si è decentrato, non è scomparso, egli operai nelle fabbriche non sono veramente partecipi e responsabili del potere politico, e sono invece dominati - chi non lo sa, ormai, e non lo ammette? - da una burocrazia che di rivoluzionario ha solo il nome. E che naturalmente, dà dei «rivoluzionaristi piccolo-borghesi» a coloro che invece credono ancora che la «rivoluzione debba continuare».

mercoledì 4 ottobre 2023

Pier Paolo Pasolini, 8 luglio 1974, Paese Sera - Lettera aperta a Italo Calvino. Pasolini: quello che rimpiango

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Lettera aperta a Italo Calvino. Pasolini: quello che rimpiango

8 luglio 1974 - "Paese Sera" 

.


Caro Calvino,

Maurizio Ferrara dice che io rimpiango un'«età del­l'oro», tu dici che rimpiango l'«Italietta»: tutti dicono che rimpiango qualcosa, facendo di questo rimpianto un valore negativo e quindi un facile bersaglio. Ciò che io rimpiango (se si può parlare di rimpianto) l'ho detto chiaramente, sia pure in versi 

(«Paese Sera», 5 gennaio 1974). 

Che degli altri abbiano fatto finta di non capire è naturale. Ma mi meraviglio che non abbia voluto capire tu (che non hai ragioni per farlo). 

Io rimpiangere l'«Italietta»? 

mercoledì 16 febbraio 2022

Pier Paolo Pasolini, Io difendo padre Arpa «Paese Sera», 6 febbraio 1968

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Pier Paolo Pasolini 
Io difendo padre Arpa

«Paese Sera», 6 febbraio 1968


( Nell'immagine sotto, L'Unità del 7 febbraio 1968)


I lettori di «Paese Sera» hanno letto qualche giorno fa una notizia di cronaca abbastanza lunga — e articolata, commentata «scritta» — non puramente e meccanicamente informativa, voglio dire. Serpeggiava in quella notizia, resa «oggettiva» dal fatto di comparire nella pagina della cronaca, un certo spiritello divertito, non privo di non saprei dire che compiacenza (quella forse che dà la conferma di essere dalla parte della ragione?).

Come tutti i lettori di giornali, anche i lettori di «Paese Sera» non hanno buona memoria (suppongo). Quindi certamente non si ricordano che il padre Arpa della cui cattura e della cui traduzione a Regina Coeli si parlava in quella notizia, è lo stesso padre Arpa di cui «Paese Sera» si era occupato in altre occasioni: per esempio quando si parlava della difesa della Dolce vita (e io ho anche la presunzione di aggiungere la difesa di Accattone), oppure quando si parlava del festival del Cinema Sud Americano (quello stesso che ora viene delibato come se il saporino della truffa desse un certo piacere di vittoria).

Padre Arpa è un uomo piccolo come una formica, in uno stato perpetuo di raptus che può far anche sorridere i laici cattivi, che parla sempre come se non avesse incertezze; con una pronuncia alto-italiana che sanno avere (chissà perché) solo i preti, e aggredisce qualsiasi argomento come se a ordinare la sintassi e a concludere con la reggente giusta una serie imprevedibile di subordinate, ci pensasse uno spiritello serafico sempre pronto e sempre pacifico, (e padre Arpa considererebbe offensivo non affidarglisi ciecamente).

Perché scrivo queste cose? Perché mi lascio andare a questa aneddotica tra ironica e affettuosa? Perché questa captatio benevolentiae sorniona e appena mormorata?

È semplice, perché io difendo padre Arpa. E non intendo affatto — come fanno i galantuomini e le persone corrette — aspettare il giudizio della magistratura. Che uomo sarei se per giudicare aspettassi il giudizio della magistratura? Non sono stato vicino a padre Arpa? Non ho parlato con lui? Non l’ho sentito parlare? Non ho osservato la sua presenza fisica e il suo comportamento (con cui talvolta si parla più che con le parole?). E allora? Un uomo è forse un miracolo? E il nostro giudizio su lui è casuale? Può cambiare col cambiare delle cose, come se l’avessimo formulato non con la nostra testa, ma in una specie di sogno?

E noto: gli italiani sono poco psicologi. Demandano le proprie definizioni psicologiche al caso e al soccorso degli altri. Chiunque potrebbe essere un altro. Qualunque buono potrebbe essere cattivo e qualunque cattivo potrebbe essere buono. Gli italiani son pronti ad accettare tutto, su un loro concittadino, fuorché quello che può pensare la loro testa. Evidentemente mancano molto di fiducia nella propria testa.

giovedì 24 dicembre 2020

Pasolini contro Cassola - "In morte del realismo" - 29 giugno 1960

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Fonte: Biblioteca nazionale centrale Roma
"In morte del realismo"
Pasolini contro Cassola
Paese Sera
29 giugno 1960
Biblioteca nazionale centrale Roma

(Trascrizione curata da Bruno Esposito)

«Sono qui a seppellire il neorealismo italiano
 non a farne l'elogio»

Fonte: Biblioteca nazionale centrale Roma
1960, "La ragazza di Bube" di Carlo Cassola, vince il Premio Strega. I concorrenti sono:


  • Alberto Arbasino, L’anonimo lombardo (Feltrinelli)
  • Giovanni Arpino, La suora giovane (Einaudi)
  • Laudamia Bonanni, L’imputata (Bompiani)
  • Raffaello Brignetti, La riva di Charleston (Einaudi)
  • Italo Calvino, Il cavaliere inesistente (Einaudi)
  • Manlio Cancogni, Una parigina (Feltrinelli)
  • Carlo Cassola, La ragazza di Bube (Einaudi)
  • Laura Di Falco, Una donna disponibile (Salvatore Siascia)
  • Ettore Lo Gatto,  Puškin. Storia di un poeta e del suo eroe (Mursia)
  • Claudia Patrizi, Stanotte cambia vento (Rizzoli)
  • Mario Picchi, Roma di giorno (Lerici)
  • Renzo Rosso, L’adescamento (Feltrinelli)
  • Furio Sampoli, Lo specchio nero (Vallecchi)
  • Sergio Saviane, Festa di laurea (Parenti)
  • Vittorio Sermonti, Giorni travestiti da giorni (Feltrinelli)
Prima votazione Casa Bellonci, 19 giugno ( Prima dell'intervento di Pier Paolo Pasolini )
  • Cassola 63
  • Bonanni 46
  • Calvino 38
  • Arpino 23
  • Di Falco 22
  • Picchi 22
Seconda votazione Villa Giulia, 7 luglio ( Dopo dell'intervento di Pier Paolo Pasolini )
  • Cassola 151
  • Calvino 70
  • Bonanni 38
  • Arpino 27
  • Picchi 24
  • Di Falco 11
Premio: lire 1.000.000    ( Siamo nel 1960 e un milione era una bella cifra )                
Fonte: Biblioteca nazionale centrale Roma


Pasolini è il testimone, l'avvocato letterario di Italo Calvino in concorso con il suo " Il cavaliere inesistente", prende la parola ed in modo quasi inaspettato, attacca Cassola accusandolo di aver decretato la morte del Realismo. Pasolini non sarà l'unico, a questo suo intervento seguiranno anni di polemiche letterarie che nell'immediato vedranno Sanguineti, in occasione del convegno del Gruppo 63, alzare la polemica ed anche un politico come Togliatti, esprimersi negativamente:


Togliatti definì lo scrittore come “un diffamatore della Resistenza”.

Pasolini intervenne il 28 giugno alla presentazione dei finalisti del premio Strega 1960, con un attacco di una violenza letteraria inaudito, un intervento in versi che ironicamente definiva l'operazione effettuata da Cassola, "La morte del realismo". Prende la parola e invece di difende il lavoro di Calvino, estrae un fascicolo di versi dalla tasca e dice:


Sono qui a seppellire il neorealismo italiano non a farne l'elogio.

I versi che seguono sono quelli letti dal Poeta il 28 giugno del 1960:

Fonte: Biblioteca nazionale centrale Roma

IN MORTE DEL REALISMO
  (1960)


Friends, Romans, countrymen, lend me your ears!
  Sono qui a seppellire il realismo italiano
  non a farne l’elogio. Il male di uno stile
  gli sopravvive, spesso, ma il bene resta,
  spesso, sepolto insieme al suo ricordo.
  E così sarà dello stile realistico.
  L’eletto Cassola vivacemente attesta
  ch’esso era ambizioso: se così fosse
  sarebbe, questo, un gran demerito, ed equa
  quindi, la sua fine. S’egli lo concede
  – e Cassola è un rispettabile scrittore:
  tutti i neo-puristi son rispettabili scrittori –
  son venuto qui io a parlare della morte
  del realismo italiano: il suo stile era misto,
  difficile, volgare... Ma Cassola pensa
  che esso era ambizioso: e, Cassola,
  è un rispettabile scrittore... Diede, quello stile,
  alla lingua un numero infinito di parole,
  che di nuovi apporti di realtà riempirono
  il vuoto senile dell’Erario: fu questa,
  forse, nel realismo italiano, ambizione?
  Esso esprimeva il dolore del proletario,
  piangendo col suo pianto: io direi
  ch’è ambizioso, al contrario,
  chi si smorza e si umilia nel lirismo
  della prosa interiore, del socialismo bianco...
  Ma Cassola dice ch’esso era ambizioso:
  e Cassola è un rispettabile scrittore.
  Tutti sapete come quello stile
  nato per esprimere il reale
  si rifiutasse a ogni onore ufficiale:
  era ambizione questa? Ma Cassola lo dice:
  e certo Cassola è un rispettabile scrittore.
  Ah, io non parlo per disapprovare
  ciò che dice Cassola, ma per dire ciò ch’io so.
  Tutti l’avete amato, quello stile, ai giorni
  della speranza: e non senza motivo.
  Che motivo ora v’impedisce di rimpiangerlo?
  Ah, Ragione! perduta di nuovo negli oscuri
  meandri dell’irrazionalità! Elusione,
  riduzione, elezione stilistica: atti,
  tutti, della resa davanti alla reazione!
  Scusate... il mio cuore è là, dentro la bara,
  con quello stile... Vorrei tacere, e basta.
  Ancora ieri il discorso volgare
  dello stile mimetico e oggettivo
  – la grande ideologia del reale –
  vi sbigottiva... E ora eccolo là,
  per terra: e nessuno, ora, si sente
  così indegno da dovergli rispetto.
  Se io tentassi di farvi indignare,
  signori, farei un torto a Cassola
  e agli altri neo-puristi, che, si sa,
  sono tutti rispettabili scrittori.
  No, io non voglio fargli torto: meglio,
  allora, far torto a questo ucciso, a me,
  a voi, piuttosto che spiacere
  a tutti questi rispettabili scrittori.
  Ma ho qui qualche appunto sopra quello stile:
  consideratelo pure un testamento.
  Se voi lo conosceste – e lo voleste
  finalmente capire – vi buttereste tutti
  a baciare questo morto, piaga dopo piaga,
  a bagnare i fazzoletti nel suo sangue!
  Ma temo a dirvene il valore riposto:
  non è bene, forse, che sappiate
  quanto quello stile vi esprimesse!
  Voi non siete legno, voi non siete pietre:
  voi siete uomini: e da uomini,
  capendo finalmente cosa era,
  cosa voleva essere il Realismo
  sia pur babelico o mimetico,
  potreste indignarvi, potreste volere
  la rivoluzione... Meglio non sappiate
  che quello stile voleva darvi alla storia:
  perché, se lo sapeste, incendiereste
  il vostro Stato e la vostra Chiesa...
  Ah, forse non dovevo cedere, e parlarvene!
  È un torto ch’io faccio ai rispettabili scrittori
  che con articoli, conferenze, inchieste
  hanno finito col restaurare la lingua
  e ottenere quello che volevano:
  ridurla al grigiore dello Stato.
  Ma se volete raccogliervi, qui, intorno
  a questa salma, io oserei descriverla,
  ai vostri occhi che non hanno veduto...
  E, se avete lacrime, spandetele!
  Voi conoscete tutti quale fu la forma
  di quella grande, sebbene ancora incerta,
  ideologia. Ricordo i primi giorni
  del suo uso, ancora nella luce
  della Resistenza. Il fascismo era vinto,
  pareva vinto il Capitale. Ecco, invece,
  qui lo strappo, in questa forma, del pugnale
  di Tomasi, ecco la rabbiosa sdrucitura
  dei neosperimentali, ecco il colpo
  tagliente di Cassola – ch’era amico.
  Quando egli estrasse la punta sacrilega,
  guardate come il sangue la seguì,
  quasi per verificare ch’era lui, Cassola,
  a colpire così, senza vergogna...
  Perché Cassola, lo sapete, è socialista:
  ha agito dentro il cuore dell’idea
  realista; e il suo è il colpo più brutale.
  A quella ingratitudine, più che alla ferita,
  il Realismo chinò il capo, arreso.
  E, involuta negli stanchi stilemi,
  la grande ipotesi vacillò, esaurita.
  Ah, cittadini, che caduta fu quella!
  Io, e voi, e tutti noi, siamo caduti:
  e la reazione stilistica ora livella
  ogni cosa... Impallidite (o sogno) adesso:
  vi sentite, nella coscienza, il peso
  della correità: non siete privi, certo,
  di grazia, anche se borghesi, o coi borghesi...
  Così, anime sensibili, tremate:
  e avete visto solo le ferite della forma:
  guardate qui, lui, il Realismo – il corpo
  ideologico – ferito fino dentro
  il cuore, il suo grande cuore strutturale.
  Cari amici, dolci amici... non voglio
  spingervi contro l’ideologia ufficiale:
  coloro che ne servono la restaurazione
  nello stile, sono rispettabili scrittori.
  Non so che privati rancori li sospingano
  a questa azione... So che sono a modo,
  e rispettabili: e avranno certamente
  una risposta, per voi, che li giustifichi.
  Io non sono venuto, cari amici,
  con la pretesa di rapirvi il cuore.
  Non sono oratore, come, pare, Cassola:
  ma sono – tutti lo sanno – compromesso,
  per passione, con quello stile massacrato:
  e lo sa bene chi mi ha dato modo,
  pubblicamente, di parlar di lui...
  Io non sono toscano, e non riscaldo
  con la parola il sangue di chi ascolta:
  io parlo come so: e vi mostro le parole
  straziate dell’Ideologia realista
  – povere, povere bocche ammutolite! –
  lasciando che loro parlino per me:
  ma se io fossi Cassola, e Cassola Pasolini,
  qui ci sarebbe ora un Pasolini
  capace a trascinarvi con la sua parola,
  e di commuovere anche le pietre,
  di questa Roma che il Papa si è ripresa,
  contro uno Stato ch’è pura ipocrisia.
  Eppure benché pugnalato a tradimento
  e ormai defunto, l’impuro Realismo
  – sigillato col sangue partigiano
  e la passione dei marxisti –
  lascia a ciascuno, individualmente,
  «settantacinque lire» di rinnovato
  senso della storia: sono poche, nulla,
  in confronto ai milioni della metastoria
  e del capitale: ma qualcosa sono.
  Vi lascia inoltre il Pasticciaccio di Gadda,
  stupenda prefigurazione d’ogni
  creante mimetismo: vi lascia insieme
  le diagnosi buone e spietate di Moravia,
  la dolcezza sociologica di Levi,
  la storia d’oro di Bassani, le creature
  dell’Isola di Arturo, qualche giovane
  che spera in un futuro non servile,
  e una piccola Officina bolognese...
  E vi lascia Calvino. La sua prosa
  piuttosto francese che toscana,
  il suo estro più volterriano che
  strapaesano: la sua semplicità
  non grigia, la sua misura non tediosa,
  la sua chiarezza non presuntuosa.
  Il suo splendido amore per il mondo
  lievitato e contorto dalla favola.
  I neo-puristi, i socialisti bianchi
  – benvisti in Vaticano – non potranno
  mai più privarvi di tale eredità.
  Le opere e gli atti che il Realismo vi lascia
  gli sopravvivono. Tale è la sua forza...
  Ma voglia il Cielo che questo mio non sia
  che un amaro scherzo shakespeariano...

Fonte: Biblioteca nazionale centrale Roma




Curatore, Bruno Esposito

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giovedì 3 dicembre 2020

Pasolini, intervista: «C’è un abisso tra Nehru e gli indiani», «Paese Sera», 25-26 febbraio 1961- di Adolfo Chiesa

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Biblioteca nazionale centrale Roma


Pasolini: «C’è un abisso tra Nehru e gli indiani»

di Adolfo Chiesa
Paese Sera
25-26 febbraio 1961.

Biblioteca nazionale centrale Roma

(Trascrizione curata da Bruno Esposito)



Un particolare interesse ci ha spinto ad intervistare Pier Paolo Pasolini, tornato in questi giorni a Roma, dopo un breve soggiorno in India e in Africa, come ha reagito l’autore di << Ragazzi di vita >>, il poeta delle << Ceneri di Gramsci >>, alle suggestioni umane e sociali dell’India, al dramma della miseria, dell’analfabetismo, della disoccupazione? Lo scrittore è riuscito a vedere in tanta degradazione collettiva lo spiraglio di una luce, il filo di una speranza per i quattrocento milioni di individui travolti dalla fame? << Nehru, dico più o meno a Pasolini, parla di una linea della speranza all’altezza della quale mantenere il popolo indiano durante questi anni, in attesa di riforme e di concreti miglioramenti…>> ma lo scrittore mi interrompe:
<< Se la linea della speranza è quella che ho visto io nel mio viaggio, Nehru ha una ben disperata visione del suo paese. A me pare che gli indiani vivano non solo molto sotto la linea della speranza, ma addirittura molto sotto la linea della sopportabilità umana. Ora, io non so quali siano le ricchezze dell’India, ho solo visto che l’agricoltura nel Sud è abbastanza fiorente, e così la pastorizia. Ma industrie praticamente non ce n’è. L’India consiste in un enorme sottoproletariato agricolo di tipo feudale, con una borghesia che si sta appena formando, ed ha l’aria atterrita e quasi istupidita per il caos che le vortica intorno e di cui non è possibile stabilire proporzioni umane. I piccoli, poveri, miserandi, dolcissimi
indiani si moltiplicano a ritmo disperato. Moravia, con rapida coordinazione dice che "crescono di un Belgio all’anno". Il disastro è tutto qui: è da questa crescita mostruosa della popolazione che nasce la mancanza di proporzioni, l’impossibilità a fare preventivi.
L’intelligentissimo socialdemocratico empirico che è Nehru non può fare nulla. Tra lui e il suo paese si ha l’impressione che ci sia un abisso. Del resto, che cosa fare? Io scherzando dicevo a Moravia che ci sarebbe un rimedio, tassare i figli dal terzo in poi. La idealistica propaganda antidemografica cade nel nulla, in un paese che del resto non ha su questo punto una casistica cattolica, ed è quindi ricettivo: ma è enorme. con l’ottanta per cento di analfabeti: non è certo in grado di percepire un motivo così moderno, così scomodo e così antisentimentale. Gli indiani adorano i bambini. Sono tutti un po’ "mammaroli". E in fondo, millenni di miseria li hanno abituati alla miseria: ne sono vaccinati, come contro l’ameba. Non pare per loro un problema così urgente. Bisogna vedere la dolcezza, la naturalezza, la pace con cui muoiono. L’unica cosa consolante e rassicurante nell’atroce vita indiana sono i roghi dei morti >>.