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giovedì 4 dicembre 2025

La meglio gioventù di Pier Paolo Pasolini - La lingua “naturaliter poetica”, come codice estetico e simbolico.

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


La meglio gioventù di Pier Paolo Pasolini
La lingua “naturaliter poetica”
come codice estetico e simbolico.

La raccolta poetica La meglio gioventù di Pier Paolo Pasolini rappresenta uno dei vertici della poesia dialettale italiana del Novecento. Pubblicata nel 1954, essa raccoglie testi composti tra il 1941 e il 1953, prevalentemente in friulano, e si configura come un canzoniere che intreccia autobiografia, mito, memoria collettiva e riflessione politica. L’opera, dedicata a Gianfranco Contini, si colloca all’incrocio tra la crisi della lingua poetica italiana, la riscoperta delle radici popolari e la tensione verso una lingua “vergine”, capace di restituire la realtà nella sua immediatezza e autenticità.

La meglio gioventù nasce in un periodo di profonde trasformazioni per l’Italia: la fine della Seconda guerra mondiale, la caduta del fascismo, la ricostruzione, l’avvento della Repubblica e l’inizio del boom economico. In questo scenario, la questione della lingua assume un ruolo centrale: il fascismo aveva tentato di imporre l’italiano standard, reprimendo i dialetti e le identità locali. Nel dopoguerra, la riscoperta delle culture regionali e delle lingue minoritarie diventa anche una forma di resistenza e di rivendicazione identitaria. Pasolini si inserisce in questa dinamica scegliendo il friulano come lingua poetica, in polemica con la tradizione letteraria italiana e con la cultura borghese dominante. La sua operazione si pone in continuità con la stagione della poesia dialettale novecentesca, che da Salvatore Di Giacomo a Virgilio Giotti aveva progressivamente emancipato il dialetto dal ruolo di lingua subalterna, comica o folclorica, per farne strumento di espressione lirica e di esplorazione dell’io.

Il Friuli, e in particolare Casarsa della Delizia, paese natale della madre di Pasolini, diventa per il poeta un luogo mitico, simbolo di un’umanità arcaica, di una società pre-capitalistica e di una religiosità primitiva, in opposizione alla devastazione della storia e della modernità. La scelta di ambientare le poesie in Friuli e di utilizzare il friulano occidentale (casarsese) risponde a un’esigenza di autenticità, di ritorno alle origini e di ricerca di una lingua pura, non corrotta dalle mediazioni letterarie e intellettuali.

sabato 6 settembre 2025

Pier PaoloPasolini, La poesia in vernacolo come fenomeno di gusto - La fiera letteraria, anno IX, numero 23, 6 giugno 1954, pag. 3

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pier PaoloPasolini
La poesia in vernacolo come fenomeno di gusto

La fiera letteraria

anno IX

numero 23

6 giugno 1954

pag. 3

( © Questa trascrizione da cartaceo è stata curata da Bruno Esposito )


I testi dialettali che sono qui presentati, lo sono secondo un dato criterio: appartengono cioè a un gruppo di quei poeti che, nell'<<Antologia della poesia dialettale del '900>> da noi curata con Dell'Arco (Guanda, 1953), vengono citati nel panorama introduttivo, e sia pure con poche parole, críticamente circostanziati, nelle sezioni pertinenti: ma loro versi, per varie ragioni, non

mercoledì 13 agosto 2025

LIED, un racconto di Pier Paolo Pasolini - L'approdo, anno III, numero 2, aprile/giugno 1954 - da pag. 6 a pag. 9

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


LIED
un racconto di Pier Paolo Pasolini


L'approdo
anno III
numero 2
aprile/giugno 1954
da pag. 6 a pag. 9

( © trascrizione da cartaceo curata da Bruno Esposito )

Premessa di "Le pagine corsare" 

(di seguito, il racconto)

Se si pensa ormai di conoscere tutto o quasi dell'immensa produzione letteraria di Pasolini, si cade facilmente in errore: ecco un racconto non inedito, perché è già stato pubblicato dalla rivista di lettere ed arti "L'Approdo" nel 1954, ma sconosciuto ai più, considerato che non fa parte di alcun volume dedicato alla narrativa del Poeta, né di alcuna antologia. È un gioiellino incastonato nella realtà contadina friulana con i suoi suoni, colori, sapori, che acquista consistenza in un humus letterario in cui si alimenta uno stile di scrittura perfettamente aderente alle situazioni di vita vissuta, mai avulse dalla storia intima, semplice, cadenzata dai rituali consueti che scandiscono le stagioni naturali come l'esistenza dei protagonisti del racconto.

Il titolo è sicuramente di natura sonora, "Lied", che dal tedesco significa "canzone" : e il racconto è pervaso da un continuo vociare, dai rintocchi delle campane che sembrano richiamarsi da un paese all'altro, dal coro finale cantato in chiesa.
Eppure è un racconto che ha lasciato perplessi me e l'amico Bruno Esposito, perché non emergeva subito il suo contesto, a parte che fosse di argomento friulano, per collegarlo ad una fase della produzione narrativa pasoliniana.
Ne è nato un simpatico "dialoghetto" contemporaneamente ad una ricerca immediata, in seguito a nostre intuizioni, che speriamo abbia sortito dei risultati positivi. I nostri amici lettori possono naturalmente esprimere le loro opinioni a tal proposito:

Maria Vittoria Chiarelli

 

Bruno: "Sai qualcosa del suo racconto Lied"?
Maria Vittoria Chiarelli: "Ho letto qualcosa di simile, non mi è nuovo nuovo il titolo, può darsi che l'ho visto da qualche parte...ora controllo, Bruno!"
( Vedo l'anteprima del post ).
 
Maria Vittoria Chiarelli"Periodo friulano, quindi!
Bruno: "1954"
Maria Vittoria Chiarelli: "Come argomento, intendevo"
Bruno: "Sì. Tra un po' lo posto".
Maria Vittoria Chiarelli: "Allora , Bruno: tra i testi che ho attualmente non ho trovato questo racconto.
La data di pubblicazione è del 1954: non si trova nei volumi dei Romanzi e Racconti curati da Siti, ho controllato.
Può darsi che sia citato in qualche saggio...Volevi notizie per una maggiore contestualizzazione?
Maria Vittoria Chiarelli: " La famiglia dei Faedis è de "Il sogno di una cosa": non è che è un racconto interno al romanzo?"
Bruno: "Vedo".
Bruno: "No"
Maria Vittoria Chiarelli: "C'è la presenza di Nisiuti e potrebbe far parte di Atti Impuri!"
Bruno: "Vedo"
Bruno: "No"
Maria Vittoria Chiarelli: "Bruno, c'è la figlia dei Faedis, Ilde, che è presente in "Il sogno di una cosa"!"
Bruno: "Controllo tutte le parole".
Maria Vittoria Chiarelli: "Se troviamo pure Leonina, allora può darsi che sia un racconto che Pasolini aveva conservato e che per il romanzo ha rimaneggiato. Può darsi che i personaggi siano quelli, ma i racconti diversi: tipico di Pier Paolo fare di questi travasi!"
Bruno: " La parola Lied nel Sogno non c'è".
Maria Vittoria Chiarelli: " Ne "Il sogno di una cosa" compare anche Nisiuti, che si era fatto ormai giovincello!"
Bruno: "Mah, sarà un racconto dimenticato".
Bruno: "Se lui ha dato questo titolo, ( Lied ) significa qualcosa... ma adesso faccio un'analisi di tutte le parole".
Maria Vittoria Chiarelli: Sarebbe il caso di rileggere Il sogno: sono convinta che il periodo è quello della composizione del romanzo. Può darsi che il racconto a sé stante, faccia parte dello stesso materiale del romanzo, ma Pasolini ha ritenuto opportuno non inserirlo. Ma lo stile e i personaggi sono quelli..."
Bruno: "Leonina nel Sogno non c'è".
Bruno: "La località Arzene, non c'è.
Che lo spunto sia simile, sembra evidente..."
Bruno: "Ho un formato digitale un po' speciale del Sogno e con "trova parole", faccio in fretta a fare ricerche".
Maria Vittoria Chiarelli: Infatti...quindi solo Ilde e Nisiuti...Lo stile è quello del romanzo, però. Credo che il racconto sia stato scritto con l'intento di inserirlo nel romanzo, ma poi Pasolini si è accorto che lo scopo comunicativo del romanzo era indirizzato verso un'altra direzione e così non l'ha più considerato. L'ha poi pubblicato come racconto autonomo sull'Approdo".
Bruno: "E pare che nessuno se ne sia accorto".
Maria Vittoria Chiarelli: "Sull'Approdo non c'è nessuna introduzione, vero?"
Bruno: "No, sono tre racconti di tre autori diversi".
Maria Vittoria Chiarelli: " Voglio dire: non c'è alcuna introduzione al racconto di Pasolini?"
Bruno: "No! A mio avviso gli è stato richiesto e lo ha buttato giù in fretta..."
Maria Vittoria Chiarelli: " No, Bruno! Era meticoloso Pier Paolo! Se non era convinto della perfezione formale, non dava nulla! Ne sanno qualcosa gli intervistatori!
Per la questione della parola Lied: è un canto, infatti il racconto termina con un canto corale!"
Bruno: "Non parlo della forma..."
Maria Vittoria Chiarelli: "Del contenuto? È da leggerlo con attenzione, ma io respiro la stessa aria del Sogno!
Possiamo anche porre la questione agli amici lettori : secondo voi a quale periodo può essere ricollegato questo racconto? Rimanda ad altre opere per caratteristiche stilistiche, scelte lessicali...e soprattutto perché Pasolini avrebbe scelto di non inserirlo in un'opera più ampia?
Quale compiutezza esprime, se si può definire qualcosa di compiuto?"
Bruno: "A me viene in mente una poesia che ha lo stesso titolo":

Lied


Sotto i pioppi una vecchina
si muove nell'ultima luce,
lontana dal paese,
a raccogliere sterpi.
Che Domenica tranquilla!

L'alba la vedrà,
piegata con quella fascina,
sul suo sperduto fuocherello:
ultimi giorni incantati
di un vivere sconosciuto.

Bruno: "Lied, una poesia in friulano tratta da "La meglio gioventù" (1954)".
"Quindi, il racconto è ispirato alla poesia".
Maria Vittoria Chiarelli: "Sì, la rileggerò attentamente! Volevo chiarire meglio il significato di Lied! "
Bruno: "Canzone".
Maria Vittoria Chiarelli: "Spesso le vicende contadine sono accompagnate da canti...
C'è anche un suo dipinto Campagna casarsese ,del 1947 , che rimanda moltissimo al racconto, come tutti gli altri paesaggi campestri, e come anche le fotografie di Elio Ciol, che aveva compreso perfettamente l'essenza estetica di Casarsa e il mondo poetico di Pasolini : evocativa la foto che ritrae una vecchina in fondo ad una stradina di campagna, alle prime luci dell'alba o al tramonto...È indefinibile!"
Ecco perché parlo di arte totale in Pasolini: si rileva una fortissima impronta figurativa nei suoi scritti.
È un suono...una lingua...una luce..."
Bruno: "È una parola tedesca, che si diffuse in Friuli a partire dal XV secolo - canzone".
Maria Vittoria Chiarelli: "Perfetto. Anche "Il sogno di una cosa" è pieno di suoni...di canti..."


PIER PAOLO PASOLINI
 
Lied 


   Era stato segato l'ultimo fieno, erano stati raccolti i cartocci di granoturco e arati
i campi. Ormai non restava che tagliare le canne, o fare qualche piccolo lavoro 
per cui c'era tempo. Cosi nell'aria spoglia, ormai gelida in qualche ora, la casa 
risuonava di voci sgolate o scontente, di frasi rimandate dagli stanzoni della cantina ai solai pieni di mucchi arancione di granoturco, di foglie di tabacco appese ai fili di ferrò, di pomi allineati nei graticci dei bachi e uva distesa ad appassire.
 
   Ognuno, nella famiglia, aveva la sua frutta da parte: su cui i giovani esercitavano una sospettosa sorveglianza, contando il numero dei pomi o dei grappoli quasi ogni sera, ma mentre Leonina, la più bella dei Faedis, e soprattutto Ilde, durante il conto, sapevano resistere alla tentazione, magari morendo dalla voglia di mangiare almeno un grappolo d'uva, i maschi ai primi di novembre avevano già finito tutto: ed era molto se per il giorno dei morti avevano avanzato una mela ruggine e gelata. 

giovedì 19 giugno 2025

Pier Paolo Pasolini, Poesia in forma di rosa - Massimiliano Valente - 1954, Garzanti.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



""Quanto al futuro, ascolti:
i suoi figli fascisti
veleggeranno
verso i mondi della Nuova Preistoria.
Io me ne staro' la',
come colui che
sulle rive del mare
in cui ricomincia la vita.
Solo, o quasi, sul vecchio litorale
tra ruderi di antiche civilta',
Ravenna
Ostia, o Bombay - e' uguale -
con Dei che si scrostano, problemi vecchi
- quale la lotta di classe -
che
si dissolvono...
Come un partigiano
morto prima del maggio del '45,
comincero' piano piano a decompormi,
nella luce straziante di quel mare,

poeta e cittadino dimenticato"

Poesia in forma di rosa, che esce, sempre da Garzanti, nel 1964 è composta da componimenti che vanno dal '61 al '63, più un lungo poemetto in appendice intitolato Vittoria ed è la più ampia delle raccolte di Pasolini.


Poesia in forma di rosa

I. LA REALTA'

Ballata delle madri
La Guinea
Poesie mondane:
Una coltre di primule...
Scheletri col vestito...
Quando una troupe...
Vedo la troupe in ozio...
Un solo rudere...
Ci vediamo in proiezione...
Lavoro tutto il giorno...Supplica a mia madre
La ricerca di una casa
La realta'

venerdì 16 aprile 2021

Pasolini, La pittura dialettale dai macchiaioli ai napoletani - La Fiera letteraria, Domenica 6 giugno 1954

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Biblioteca Gino Bianco



La pittura «dialettale»

Domenica 6 giugno 1954
Biblioteca Gino Bianco


   Come fenomeno generale, la poesia in dialetto è fenomeno della provincia: e, s'intende, provincia non in senso semplicemente giurisdizionale, se vi si possono includere una data Roma e un dato Milano, che contemporaneamente, nei loro ambienti non tradizionalistici e dialettali, sono, se mai, provincia europea. Il che

lunedì 22 febbraio 2021

Pier Paolo Pasolini, La padroncina impaziente - Il Mondo, 27 gennaio 1954

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Pier Paolo Pasolini, La padroncina impaziente

Il Mondo, 27 gennaio 1954
Biblioteca nazionale centrale Roma


Biblioteca nazionale centrale Roma

domenica 7 febbraio 2021

Pier Paolo Pasolini, da La nuova gioventù - Saluto e augurio

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pier Paolo Pasolini, da La nuova gioventù
Saluto e augurio 


A è quasi sigùr che chista

a è la me ultima poesia par furlàn;

e i vuèj parlàighi a un fassista
prima di essi (o ch’al sedi) massa lontàn.


È quasi sicuro che questa è la mia ultima poesia in friulano: e voglio parlare a un fascista, prima che io, o lui, siamo troppo lontani.


Al è un fassista zòvin,

al varà vincia un, vincia doi àins:
al è nassùt ta un paìs,
e al è zut a scuela in sitàt.

È un fascista giovane, avrà ventuno, ventidue anni: è nato in un paese ed è andato a scuola in città.


Al è alt, cui ociàj, il vistìt

gris, i ciavièj curs:
quand ch’al scumìnsia a parlàmi
i crot ch’a no’l savedi nuja di politica

È alto, con gli occhiali, il vestito grigio, i capelli corti: quando comincia a parlarmi, penso che non sappia niente di politica


e ch’al serci doma di difindi il latìn

e il grec, cuntra di me; no savìnt
se ch’i ami il latin, il grec - e i ciavièj curs.
Lu vuardi, al è alt e gris coma un alpìn.

e che cerchi solo di difendere il latino e il greco contro di me; non sapendo quanto io ami il latino, il greco - e i capelli corti. Lo guardo, è alto e grigio come un alpino.


"Ven cà, ven cà, Fedro.

Scolta. I vuèj fati un discors
ch’al somèa un testamìnt.
Ma recuàrditi, i no mi fai ilusiòns

"Vieni qua, vieni qua, Fedro. Ascolta. Voglio farti un discorso che sembra un testamento. Ma ricordati, io non mi faccio illusioni


su di te: jo i sai ben, i lu sai,

ch’i no ti às, e no ti vòus vèilu,
un còur libar, e i no ti pos essi sinsèir:
ma encia si ti sos un muàrt, ti parlarài.

su di te: io so, io so bene, che tu non hai, e non vuoi averlo, un cuore libero, e non puoi essere sincero: ma anche se sei un morto, io ti parlerò.


Difìnt i palès di moràr o aunàr,

in nomp dai Dius, grecs o sinèis.
Moùr di amòur par li vignis.
E i fics tai ors. I socs, i stecs.

Difendi i paletti di gelso, di ontano, in nome degli Dei, greci o cinesi. Muori d’amore per le vigne. Per i fichi negli orti. I ceppi, gli stecchi.


Il ciaf dai to cunpàins, tosàt.

Difìnt i ciamps tra il paìs
e la campagna, cu li so panolis,
li vas’cis dal ledàn. Difìnt il prat

Per il capo tosato dei tuoi compagni. Difendi i campi tra il paese e la campagna, con le loro pannocchie abbandonate. Difendi il prato


tra l’ultima ciasa dal paìs e la roja.

I ciasàj a somèjn a Glìsiis:
giolt di chista idea, tènla tal còur.
La confidensa cu’l soreli e cu’ la ploja,

tra l’ultima casa del paese e la roggia. I casali assomigliano a Chiese: godi di questa idea, tienla nel cuore. La confidenza col sole e con la pioggia, 


ti lu sas, a è sapiensa santa.

Difìnt, conserva prea. La Repùblica
a è drenti, tal cuàrp da la mari.
I paris a àn serciàt, e tornàt a sercià

lo sai, è sapienza sacra. Difendi, conserva, prega! La Repubblica è dentro, nel corpo della madre. I padri hanno cercato e tornato a cercar


di cà e di là, nass’nt, murìnt,

cambiànt: ma son dutis robis dal passàt.
Vuei: difindi, conservà, preà. Tas:
la to ciamesa ch’a no sedi

di qua e di là, nascendo, morendo, cambiando: ma son tutte cose del passato. Oggi: difendere, conservare, pregare. Taci! Che la tua camicia non sia


nera, e nencia bruna. Tas! Ch’a sedi

’na ciamesa grisa. La ciamesa dal siun.
Odia chej ch’a volin dismòvisi
e dismintiàssi da li Paschis...

nera, e neanche bruna. Taci! che sia una camicia grigia. La camicia del sonno. Odia quelli che vogliono svegliarsi, e dimenticarsi delle Pasque...


Duncia, fantàt dai cialsìns di muàrt,

i ti ài dita se ch’a volin i Dius
dai ciamps. Là ch’i ti sos nassùt.
Là che da frut i ti às imparàt

Dunque, ragazzo dai calzetti di morto, ti ho detto ciò che vogliono gli Dei dei campi. Là dove sei nato. Là dove da bambino hai imparato 


i so Comandamìns. Ma in Sitàt?

Scolta. Là Crist a no’l basta.
A coventa la Gl’sia: ma ch’a sedi
moderna. E a coventin i puòrs.

i loro Comandamenti. Ma in Città? Là Cristo non basta. Occorre la Chiesa: ma che sia moderna. E occorrono i poveri


Tu difìnt, conserva, prea:

ma ama i puòrs: ama la so diversitàt.
Ama la so voja di vivi bessòj
tal so mond, tra pras e palàs

Tu difendi, conserva, prega: ma ama i poveri: ama la loro diversità. Ama la loro voglia di vivere soli nel loro mondo, tra prati e palazzi


là ch’a no rivi la peràula

dal nustri mond; ama il cunfìn
ch’a àn segnàt tra nu e lòur;
ama il so dialèt inventàt ogni matina,

dove non arrivi la parola del nostro mondo; ama il confine che hanno segnato tra noi e loro; ama il loro dialetto inventato ogni mattina,


par no fassi capì; par no spartì

cun nissùn la so ligria.
Ama il sorel di sitàt e la miseria
dai laris; ama la ciar da la mama tal fì.

per non farsi capire; per non condividere con nessuno la loro allegria. Ama il sole di città e la miseria dei ladri; ama la carne della mamma nel figlio


Drenti dal nustri mond, dis

di no essi borghèis, ma un sant
o un soldàt: un sant sensa ignoransa,
un soldàt sensa violensa.

Dentro il nostro mondo, dì di non essere borghese, ma un santo o un soldato: un santo senza ignoranza, o un soldato senza violenza.


Puarta cun mans di sant o soldàt

l’intimitàt cu’l Re, Destra divina
ch’a è drenti di nu, tal siùn.
Crot tal borghèis vuàrb di onestàt,

Porta con mani di santo o soldato l’intimità col Re, Destra divina che è dentro di noi, nel sonno. Credi nel borghese cieco di onestà,


encia s’a è ’na ilusiòn: parsè

che encia i parons, a àn
i so paròns, a son fis di paris
ch’a stan da qualchi banda dal momd.

anche se è un’illusione: perché anche i padroni hanno i loro padroni, e sono figli di padri che stanno da qualche parte nel mondo.


Basta che doma il sintimìnt

da la vita al sedi par diciu cunpàin:
il rest a no impuàrta, fantàt cun in man
il Libri sensa la Peràula.

È sufficiente che solo il sentimento della vita sia per tutti uguale: il resto non importa, giovane con in mano il Libro senza la Parola.


Hic desinit cantus. Ciàpiti

tu, su li spalis, chistu zèit plen.
Jo i no pos, nissun no capirès
il scàndul. Un veciu al à rispièt

Hic desinit cantus. Prenditi tu, sulle spalle, questo fardello. Io non posso: nessuno ne capirebbe lo scandalo. Un vecchio ha rispetto


dal judissi dal mond; encia

s’a no ghi impuarta nuja. E al à rispièt
di se che lui al è tal mond. A ghi tocia
difindi i so sgnerfs indebulìs,

del giudizio del mondo: anche se non gliene importa niente. E ha rispetto di ciò che egli è nel mondo. Deve difendere i suoi nervi, indeboliti,


e stà al zoùc ch’a no’l à mai vulùt.

Ciàpiti su chistu pèis, fantàt ch’i ti mi odiis:
puàrtilu tu. Al lus tal còur. E jo ciaminarai
lizèir, zint avant, sielzìnt par sempri

e stare al gioco a cui non è mai stato. Prenditi tu questo peso, ragazzo che mi odii: portalo tu. Risplende nel cuore. E io camminerò leggero, andando avanti, scegliendo per sempre 


la vita, la zoventùt.

la vita, la gioventù".







@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare

Curatore, Bruno Esposito

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sabato 6 febbraio 2021

Le ceneri di Gramsci, dalla voce di Pier Paolo Pasolini.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro





Pier Paolo Pasolini
Le ceneri di Gramsci


I
Non è di maggio questa impura aria
che il buio giardino straniero
fa ancora più buio, o l'abbaglia
con cieche schiarite... questo cielo
di bave sopra gli attici giallini
che in semicerchi immensi fanno velo
alle curve del Tevere, ai turchini
monti del Lazio... Spande una mortale 
pace, disamorata come i nostri destini,
tra le vecchie muraglie l'autunnale 
maggio. In esso c'è il grigiore del mondo, 
la fine del decennio in cui ci appare 
tra le macerie finito il profondo 
e ingenuo sforzo di rifare la vita; 
il silenzio, fradicio e infecondo... 
Tu giovane, in quel maggio in cui l'errore 
era ancora vita, in quel maggio italiano 
che alla vita aggiungeva almeno ardore, 
quanto meno sventato e impuramente sano
dei nostri padri - non padre, ma umile 
fratello - già con la tua magra mano 
delineavi l'ideale che illumina 
(ma non per noi: tu morto, e noi 
morti ugualmente, con te, nell'umido 
giardino) questo silenzio. Non puoi, 
lo vedi?, che riposare in questo sito 
estraneo, ancora confinato. Noia 

patrizia ti è intorno. E, sbiadito,
solo ti giunge qualche colpo d'incudine 
dalle officine di Testaccio, sopito
nel vespro: tra misere tettoie, nudi 
mucchi di latta, ferrivecchi, dove 
cantando vizioso un garzone già chiude 
la sua giornata, mentre intorno spiove.
II
Tra i due mondi, la tregua, in cui non siamo.
Scelte, dedizioni... altro suono non hanno 
ormai che questo del giardino gramo 
e nobile, in cui caparbio l'inganno 
che attutiva la vita resta nella morte. 
Nei cerchi dei sarcofaghi non fanno 
che mostrare la superstite sorte 
di gente laica le laiche iscrizioni 
in queste grige pietre, corte 
e imponenti. Ancora di passioni 
sfrenate senza scandalo son arse 
le ossa dei miliardari di nazioni 
più grandi; ronzano, quasi mai scomparse,
le ironie dei principi, dei pederasti, 
i cui corpi sono nell'urne sparse 
inceneriti e non ancora casti. 
Qui il silenzio della morte è fede 
di un civile silenzio di uomini rimasti 
uomini, di un tedio che nel tedio 
del Parco, discreto muta: e la città 
che, indifferente, lo confina in mezzo 
a tuguri e a chiese, empia nella pietà, 
vi perde il suo splendore. La sua terra 
grassa di ortiche e di legumi dà 
questi magri cipressi, questa nera 
umidità che chiazza i muri intorno 
a smorti ghirigori di bosso, che la sera 
rasserenando spegne in disadorni 
sentori d'alga... quest'erbetta stenta 
e inodora, dove violetta si sprofonda 
l'atmosfera, con un brivido di menta, 
o fieno marcio, e quieta vi prelude 
con diurna malinconia, la spenta 
trepidazione della notte. Rude 
di clima, dolcissimo di storia, è 
tra questi muri il suolo in cui trasuda 
altro suolo; questo umido che 
ricorda altro umido; e risuonano 
- familiari da latitudini e 
orizzonti dove inglesi selve coronano 
laghi spersi nel cielo, tra praterie 
verdi come fosforici biliardi o come 
smeraldi: "And O ye Fountains..." - le pie 
invocazioni...
III
Uno straccetto rosso, come quello 
arrotolato al collo ai partigiani 
e, presso l'urna, sul terreno cereo, 
diversamente rossi, due gerani. 
Lì tu stai, bandito e con dura eleganza 
non cattolica, elencato tra estranei 
morti: Le ceneri di Gramsci... Tra speranza
e vecchia sfiducia, ti accosto, capitato 
per caso in questa magra serra, innanzi 
alla tua tomba, al tuo spirito restato 
quaggiù tra questi liberi. (O è qualcosa 
di diverso, forse, di più estasiato 
e anche di più umile, ebbra simbiosi 
d'adolescente di sesso con morte...) 
E, da questo paese in cui non ebbe posa 
la tua tensione, sento quale torto 
- qui nella quiete delle tombe - e insieme 
quale ragione - nell'inquieta sorte 
nostra - tu avessi stilando le supreme 
pagine nei giorni del tuo assassinio. 
Ecco qui ad attestare il seme 
non ancora disperso dell'antico dominio, 
questi morti attaccati a un possesso 
che affonda nei secoli il suo abominio 
e la sua grandezza: e insieme, ossesso, 
quel vibrare d'incudini, in sordina, 
soffocato e accorante - dal dimesso 
rione - ad attestarne la fine. 
Ed ecco qui me stesso... povero, vestito 
dei panni che i poveri adocchiano in vetrine
dal rozzo splendore, e che ha smarrito 
la sporcizia delle più sperdute strade, 
delle panche dei tram, da cui stranito 
è il mio giorno: mentre sempre più rade 
ho di queste vacanze, nel tormento 
del mantenermi in vita; e se mi accade 
di amare il mondo non è che per violento 
e ingenuo amore sensuale 
così come, confuso adolescente, un tempo 
l'odiai, se in esso mi feriva il male 
borghese di me borghese: e ora, scisso 
- con te - il mondo, oggetto non appare 
di rancore e quasi di mistico 
disprezzo, la parte che ne ha il potere? 
Eppure senza il tuo rigore, sussisto 
perché non scelgo. Vivo nel non volere 
del tramontato dopoguerra: amando 
il mondo che odio - nella sua miseria 
sprezzante e perso - per un oscuro scandalo
della coscienza...
IV
Lo scandalo del contraddirmi, dell'essere
con te e contro te; con te nel cuore, 
in luce, contro te nelle buie viscere; 
del mio paterno stato traditore 
- nel pensiero, in un'ombra di azione - 
mi so ad esso attaccato nel calore 
degli istinti, dell'estetica passione; 
attratto da una vita proletaria 
a te anteriore, è per me religione 
la sua allegria, non la millenaria 
sua lotta: la sua natura, non la sua 
coscienza; è la forza originaria 
dell'uomo, che nell'atto s'è perduta, 
a darle l'ebbrezza della nostalgia, 
una luce poetica: ed altro più 
io non so dirne, che non sia 
giusto ma non sincero, astratto 
amore, non accorante simpatia... 
Come i poveri povero, mi attacco 
come loro a umilianti speranze, 
come loro per vivere mi batto 
ogni giorno. Ma nella desolante 
mia condizione di diseredato, 
io possiedo: ed è il più esaltante 
dei possessi borghesi, lo stato 
più assoluto. Ma come io possiedo la storia,
essa mi possiede; ne sono illuminato: 
ma a che serve la luce?
V
Non dico l'individuo, il fenomeno 
dell'ardore sensuale e sentimentale... 
altri vizi esso ha, altro è il nome 
e la fatalità del suo peccare... 
Ma in esso impastati quali comuni, 
prenatali vizi, e quale 
oggettivo peccato! Non sono immuni 
gli interni e esterni atti, che lo fanno 
incarnato alla vita, da nessuna 
delle religioni che nella vita stanno, 
ipoteca di morte, istituite 
a ingannare la luce, a dar luce all'inganno. 
Destinate a esser seppellite 
le sue spoglie al Verano, è cattolica 
la sua lotta con esse: gesuitiche 
le manie con cui dispone il cuore; 
e ancor più dentro: ha bibliche astuzie 
la sua coscienza... e ironico ardore 
liberale... e rozza luce, tra i disgusti 
di dandy provinciale, di provinciale 
salute... Fino alle infime minuzie 
in cui sfumano, nel fondo animale, 
Autorità e Anarchia... Ben protetto 
dall'impura virtù e dall'ebbro peccare, 
difendendo una ingenuità di ossesso, 
e con quale coscienza!, vive l'io: io, 
vivo, eludendo la vita, con nel petto 
il senso di una vita che sia oblio 
accorante, violento... Ah come 
capisco, muto nel fradicio brusio 
del vento, qui dov'è muta Roma, 
tra i cipressi stancamente sconvolti, 
presso te, l'anima il cui graffito suona 
Shelley... Come capisco il vortice 
dei sentimenti, il capriccio (greco 
nel cuore del patrizio, nordico 
villeggiante) che lo inghiottì nel cieco 
celeste del Tirreno; la carnale 
gioia dell'avventura, estetica 
e puerile: mentre prostrata l'Italia 
come dentro il ventre di un'enorme 
cicala, spalanca bianchi litorali, 
sparsi nel Lazio di velate torme 
di pini, barocchi, di giallognole 
radure di ruchetta, dove dorme 
col membro gonfio tra gli stracci un sogno 
goethiano, il giovincello ciociaro... 
Nella Maremma, scuri, di stupende fogne 
d'erbasaetta in cui si stampa chiaro 
il nocciolo, pei viottoli che il buttero 
della sua gioventù ricolma ignaro. 
Ciecamente fragranti nelle asciutte 
curve della Versilia, che sul mare 
aggrovigliato, cieco, i tersi stucchi, 
le tarsie lievi della sua pasquale 
campagna interamente umana, 
espone, incupita sul Cinquale, 
dipanata sotto le torride Apuane, 
i blu vitrei sul rosa... Di scogli, 
frane, sconvolti, come per un panico 
di fragranza, nella Riviera, molle, 
erta, dove il sole lotta con la brezza 
a dar suprema soavità agli olii 
del mare... E intorno ronza di lietezza 
lo sterminato strumento a percussione 
del sesso e della luce: così avvezza 
ne è l'Italia che non ne trema, come 
morta nella sua vita: gridano caldi 
da centinaia di porti il nome 
del compagno i giovinetti madidi 
nel bruno della faccia, tra la gente 
rivierasca, presso orti di cardi, 
in luride spiaggette...
Mi chiederai tu, morto disadorno, 
d'abbandonare questa disperata 
passione di essere nel mondo?
      VI
Me ne vado, ti lascio nella sera 
che, benché triste, così dolce scende 
per noi viventi, con la luce cerea 
che al quartiere in penombra si rapprende. 
E lo sommuove. Lo fa più grande, vuoto, 
intorno, e, più lontano, lo riaccende 
di una vita smaniosa che del roco 
rotolìo dei tram, dei gridi umani, 
dialettali, fa un concerto fioco 
e assoluto. E senti come in quei lontani 
esseri che, in vita, gridano, ridono, 
in quei loro veicoli, in quei grami 
caseggiati dove si consuma l'infido 
ed espansivo dono dell'esistenza - 
quella vita non è che un brivido; 
corporea, collettiva presenza; 
senti il mancare di ogni religione 
vera; non vita, ma sopravvivenza 
- forse più lieta della vita - come 
d'un popolo di animali, nel cui arcano 
orgasmo non ci sia altra passione 
che per l'operare quotidiano: 
umile fervore cui dà un senso di festa 
l'umile corruzione. Quanto più è vano 
- in questo vuoto della storia, in questa 
ronzante pausa in cui la vita tace - 
ogni ideale, meglio è manifesta 
la stupenda, adusta sensualità 
quasi alessandrina, che tutto minia 
e impuramente accende, quando qua 
nel mondo, qualcosa crolla, e si trascina 
il mondo, nella penombra, rientrando 
in vuote piazze, in scorate officine... 
Già si accendono i lumi, costellando 
Via Zabaglia, Via Franklin, l'intero 
Testaccio, disadorno tra il suo grande 
lurido monte, i lungoteveri, il nero 
fondale, oltre il fiume, che Monteverde 
ammassa o sfuma invisibile sul cielo. 
Diademi di lumi che si perdono, 
smaglianti, e freddi di tristezza 
quasi marina... Manca poco alla cena; 
brillano i rari autobus del quartiere, 
con grappoli d'operai agli sportelli, 
e gruppi di militari vanno, senza fretta, 
verso il monte che cela in mezzo a sterri 
fradici e mucchi secchi d'immondizia 
nell'ombra, rintanate zoccolette 
che aspettano irose sopra la sporcizia 
afrodisiaca: e, non lontano, tra casette 
abusive ai margini del monte, o in mezzo 
a palazzi, quasi a mondi, dei ragazzi 
leggeri come stracci giocano alla brezza 
non più fredda, primaverile; ardenti 
di sventatezza giovanile la romanesca 
loro sera di maggio scuri adolescenti 
fischiano pei marciapiedi, nella festa 
vespertina; e scrosciano le saracinesche 
dei garages di schianto, gioiosamente, 
se il buio ha resa serena la sera, 
e in mezzo ai platani di Piazza Testaccio 
il vento che cade in tremiti di bufera, 
è ben dolce, benché radendo i capellacci 
e i tufi del Macello, vi si imbeva 
di sangue marcio, e per ogni dove 
agiti rifiuti e odore di miseria. 
È un brusio la vita, e questi persi 
in essa, la perdono serenamente, 
se il cuore ne hanno pieno: a godersi 
eccoli, miseri, la sera: e potente 
in essi, inermi, per essi, il mito 
rinasce... Ma io, con il cuore cosciente 
di chi soltanto nella storia ha vita, 
potrò mai più con pura passione operare, 
se so che la nostra storia è finita? 
1954
Le ceneri di Gramsci è una raccolta di poesie di Pier Paolo Pasolini pubblicata da Garzanti nel 1957.
Il volume, che riporta il sottotitolo "Poemetti", raccoglie undici poesie già pubblicate su riviste o in plaquette tra il 1951 e il 1956.
il poemetto che dà il titolo alla raccolta, Le ceneri di Gramsci, datato 1954 e pubblicato sul n. 17-18 di "Nuovi Argomenti" del novembre- febbraio ''55-'56.



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La voce di Pier Paolo Pasolini: Le ceneri di Gramsci








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Curatore, Bruno Esposito

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