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lunedì 9 febbraio 2026

Pasolini - La passione del '45 - L'Avanti, 25 aprile 1957, pag. 3

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Pasolini
La passione del '45

L'Avanti

25 aprile 1957

pag. 3

(Questa poesia P.P.Pasolini la dedicò al fratello Guido (Ermes) partigiano delle Brigate Osoppo fucilato a Porzus (Friuli) dai gappisti. )

La passione del '45

(da Epigrafi»)


Nel tuoi ritratti,

le tue vesti, i tuoi libri,

non sentiremo più la tua vita.

La tua giovinezza

non splende per noi chinata

sulla terra dell'orto

non splendono i tuoi capelli.

Fu un vento ignoto a spirare

sul tuo mondo, su te,

e vi ha tutto sconvolto.

Libertà, la tua bocca ridente,

Libertà, la tua fronte pallida,

Libertà, le tue spalle leggere.

Poi il vento è caduto.

***

Disperse la tua vita,

stringi nel pugno la tua fede.

Dai silenzi della tua vita

torna solo la voce

della tua fede silenziosa.

PIER PAOLO PASOLINI

Curatore, Bruno Esposito

Grazie per aver visitato il mio blog

mercoledì 26 novembre 2025

Le ceneri di Gramsci: Pasolini e il dialogo impossibile tra marxismo, spiritualità e conflitto interiore

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Le ceneri di Gramsci
Pasolini e il dialogo impossibile


tra marxismo, spiritualità
e conflitto interiore

Nel panorama della letteratura italiana del Novecento, 'Le ceneri di Gramsci' di Pier Paolo Pasolini rappresenta una delle opere poetiche più complesse, innovative e discusse. Pubblicata nel 1957 da Garzanti, la raccolta segna un punto di svolta nella poesia civile italiana, proponendo un dialogo serrato tra tradizione e modernità, tra impegno politico e vocazione lirica, tra memoria personale e storia collettiva. L'opera, composta da undici poemetti scritti tra il 1951 e il 1956 e già apparsi in riviste letterarie, si impone come manifesto di una nuova poesia civile, capace di interrogare la realtà sociale e politica dell'Italia del dopoguerra, ma anche di riflettere sulle contraddizioni intime dell'autore e del suo tempo.

La pubblicazione di 'Le ceneri di Gramsci' avviene in un momento cruciale per la storia italiana ed europea. Gli anni Cinquanta sono segnati dalla ricostruzione postbellica, dal boom economico incipiente, ma anche da profonde tensioni politiche e culturali. L'Italia, uscita dalla Seconda guerra mondiale e dalla dittatura fascista, si trova a ridefinire la propria identità nazionale e sociale, tra la spinta verso la modernizzazione e il permanere di forti diseguaglianze sociali e regionali.

Nel 1957, anno di pubblicazione della raccolta, l'Italia è attraversata da eventi di grande rilievo: la firma dei Trattati di Roma che danno vita alla Comunità Economica Europea, la crisi del Partito Comunista Italiano dopo la condanna dei crimini di Stalin al XX Congresso del PCUS e la repressione sovietica della rivolta ungherese del 1956, che scuote profondamente la coscienza della sinistra europea. Sul piano culturale, si assiste a una vivace stagione di rinnovamento: il neorealismo cinematografico e letterario lascia il posto a nuove forme di sperimentazione, mentre la poesia italiana cerca di superare l'ermetismo e il neorealismo, interrogandosi sul ruolo dell'intellettuale nella società di massa.

domenica 6 luglio 2025

Alberto Asor Rosa: Le scelte di Pasolini - Le ceneri di Gramsci - Mondo operaio, n. 12, dicembre 1957, pag. 55-56-57

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Alberto Asor Rosa: Le scelte di Pasolini
Le ceneri di Gramsci

Mondo operaio

n. 12

dicembre 1957 

pag. 55-56-57

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Pier Paolo Pasolini, Le ceneri di

Gramsci, Poemetti Milano, Garzanti

1957, pp. 144.

Pasolini raccoglie in questo volume undici poemetti composti fra il 1951 e il '56, e Io intitola da quello  fra essi che, poeticamente e idealmente, è il più complesso e compiuto. La disposizione dei poemetti è cronologica (salvo una posposizione delle Ceneri Gramsci, che sono del '54, ai Quadri friulani, del '55); ma questo non esclude che il libro non abbia una sua interna struttura, un filo logico e quindi di sviluppo, che è Io stesso delle esperienze dell'autore in questi anni, e della sua maturazione, del suo progressivo farsi cosciente. La cerniera del libro, che divide due diversi periodi — due atteggiamenti poetici — e nello stesso tempo li collega e li spiega, è appunto il poemetto Le ceneri di Gramsci; e i Quadri friulani lo precedono, a nostro avviso, proprio perchè, pur venendo dopo nel tempo, non partecipano pienamente di quella problematica ideologico-politica che esso ha instaurato; e sono perciò più vicini al populismo istintivo e panico dell'Appennino, Il canto popolare, ecc. 

sabato 3 maggio 2025

Pier Paolo Pasolini, La libertà stilistica - Officina, numero 9- 10, del 1957

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro





Pier Paolo Pasolini
La libertà stilistica

Officina

numero 9- 10

1957



   Sul n. 5 di «Officina», un anno fa, usciva un nostro scritto, Il neo-sperimentalismo, che, forse ancora informe e troppo nuovo, si è prestato a interpretazioni incerte. Chi lo ha discusso, appoggiato o soltanto citato non ha avuto ben presente questo: che il nostro scritto non era affatto parenetico, ma solo descrittivo. Sì che quel nuovo cartellino di neo-sperimentalismo ha finito con l’essere identificato con una specie di programma poetico di «Officina»; o almeno con una definizione fiancheggiatrice del lavoro della rivista. Nel migliore dei casi (vedi una noterella di Cusatelli su «Palatina», n. I) si è pensato a quell’articolo come a una sistemazione, terminologica almeno, della poesia del dopoguerra: ma non è giusto nemmeno questo, perché non ci sembra che si possa negare l’esistenza oggettiva e quindi anche nominale di neo-realisti e post-ermetici. Il neo-sperimentalismo si definisce insomma – lo ripetiamo – come una zona franca, in cui neo-realismo e post-ermetismo coesistono fondendo le loro aree

sabato 8 marzo 2025

1957 «Roma così non l'avevo mai vista». Pasolini racconta i funerali di Giuseppe Di Vittorio «Vie nuove», n. 45, 16 novembre 1957

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



"Non ho mai visto gente così, a Roma. 
Mi sembra di essere in un’altra città."

1957 «Roma così non l'avevo mai vista». 
Pasolini racconta i funerali di 

Giuseppe Di Vittorio   

«Vie nuove», n. 45 
16 novembre 1957
pag.21

( © Questa trascrizione integrale da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )

.
Pasolini il 16 novembre del 1957, su Vie nuove, scrive quest'articolo sui funerali di Giuseppe Di Vittorio, segretario della Cgil e leader comunista, morto il 3 novembre del 1957:  

"Salgo da Porta Pia, piano e un poco svogliato. L’atmosfera è com’è ai margini degli avvenimenti pubblici: tempestosa, senza colore e quasi senza suono. Cominciano a fermarsi i primi autobus, le automobili, isteriche, qua e là, protestano con angosciosi e brevi suoni di clacson. Guardo la gente, che va verso il Corso d’Italia, come me, o che resta lì, a Porta Pia: dei giovani che non distinguo bene si sono arrampicati sul monumento al bersagliere, lasciando sotto il piedistallo una frotta di motori. Ci sono soprattutto uomini anziani, operai e impiegati, e molte donne, umili e non giovani.

martedì 4 marzo 2025

Pasolini a Mosca, come inviato speciale di Vie nuove, al VI Festival Internazionale della Gioventù e degli Studenti -

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pasolini a Mosca
come inviato speciale di Vie nuove
al VI Festival Internazionale della Gioventù e degli Studenti

Via nove numero 32

10 agosto 1957

( © Trascrizione integrale da cartaceo, curata da Bruno Esposito )


Mosca, agosto

dal nostro inviato Pier Paolo Pasolini 

Festa di paese per trentamila 

FINISCE il Baltico. L'aeroplano gira su Riga che è un 'enorme distesa di sobborghi di fabbriche, su una specie di canale o fiordo. Atterrato, corre a lungo su un prato, dove, sotto il bel solicello, dei contadini stanno raccogliendo il fieno. Davanti alia stazione dell'aeroporto sono ad aspettarci. E' il primo saluto dell'URSS. Tre ragazze di cui una in costume, in fila tra le aiuole: hanno rose rosse in mano. Una  donna anziana, in divisa, dal sorriso confortevole delle hostess, fa gli onori di casa. Con noi dal bimotore, è sceso un gruppo di giovanetti islandesi che vanno al Festival. Sono suonatori. Ascoltano il discorsetto di un tipo comparso anche lui tra le aiuole, sotto il bel sole. Tutti siamo gratificati di fiori. La cosa è semplice e gentile, Anche perchè avviene nell'aria dell'ultime Thule. Ma dietro quelle tre povere ragazze, respira già, seppure con fiato leggero, il nuovo mondo. Cosi nell'Hotel dell'aeroporto di Riga, i primi sapori della Russia: caviale rosso, idromele, sciroppo di ciliegie.  Tutto è estremamente delicato. La Russia, sotto l'aeroplano da Riga a Mosca, è un deserto. Non una casa. Temporali, schiarite, sole; e non una casa sotto l'aeroplano che se ne va tranquillo.

martedì 1 febbraio 2022

Che cosa fanno gli scrittori italiani? Dieci domande a Pier Paolo Pasolini - Di Elio Filippo Accrocca - La Fiera Letteraria, domenica 30 giugno 1957

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Che cosa fanno gli scrittori italiani? Dieci domande a Pier Paolo Pasolini

Di Elio Filippo Accrocca

[La Fiera Letteraria, domenica 30 giugno 1957 pp.1-2]


Due sono i posti più «pasoliniani» di Roma (così come ad altri appartengono Portonaccio o Trastevere, San Lorenzo o Tormarancio), entrati nella letteratura attraverso la via diretta del documento, della passione umana che da essi deriva per motivi diversi e per diverse suggestioni: Rebibbia, la zona cioè del carcere modello che sorge al di là dell’Aniene sulla Tiburtina, oltre Ponte Mammolo; e il Ciriola, il galleggiante sul Tevere sotto Ponte di Sant’Angelo, dove i «ragazzi di vita» si bagnano per intere stagioni, fino a quando cioè – divenuti adulti quel tanto da apparire «poveri ma belli» – prenderanno altre strade.

martedì 9 novembre 2021

Pier Paolo Pasolini, Quattro frammenti di un poema - Il Contemporaneo settimanale di cultura - 31 agosto 1957

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Pier Paolo Pasolini
Quattro frammenti di un poema

Il Contemporaneo
settimanale di cultura

 Anno IV, serie II
 Roma, 31 agosto 1957
Pag. 4  

Direttore: Antonello Trombadori




Caro Antonello, 
la prima parte è la descrizione della mia privata miseria e della mia privata voglia d'esser ricco (il mio possesso — simboleggiato di Piero della Francesca è solo intellettuale); la seconda parte è la descrizione della miseria di una popolazione (di tipo sottoproletario), quella romana, e la sua voglia disperata, qualunquista, influenzata dalla ideologia borghese (Rai, TV, rotocalchi, ecc.) di essere ricca; la terza parte è il rimpianto della mancata soluzione (mia interiore), e detta mancata soluzione sociale, possibile alla nazione nell'immediato dopoguerra. Finisce con le lacrime che vengono agli occhi . rivedendo Roma città aperta. Scegli tu stesso i passi che, allo stato attuale del lavoro, ti sembrano meglio antologizzabili, 
Ciao 
Pier Paolo 
P.S. - Ciascuna parte de La ricchezza si compone in -media di 5-10 capitoli. 

lunedì 8 febbraio 2021

Le ceneri di Gramsci, di Pier Paolo Pasolini.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Le ceneri di Gramsci,

di Pier Paolo Pasolini.



  « Mi chiederai tu, morto disadorno,

d'abbandonare questa disperata
passione di essere nel mondo? »


Le ceneri di Gramsci è un libro di poesie nel quale Pasolini raccoglie in un unico volume 11 poemetti che lo stesso poeta aveva scritto e pubblicato in varie riviste tra il 1951 e il 1956 revisionati e pubblicati nel 1957 nelle edizioni Garzanti.

La poesia originariamente uscì sulla rivista “Nuovi Argomenti” del novembre-febbraio del ‘55’, ma la composizione risale al 1954. La poesia è divisa in sei parti.
Il poeta si trova davanti alla tomba di Antonio Gramsci, presso il cimitero degli inglesi a Roma, e dialoga con le sue spoglie, descrivendo un maggio autunnale, che sembra rappresentare “il grigiore del mondo, la fine del decennio in cui ci appare | tra le macerie finito il profondo | e ingenuo sforzo di rifare la vita”
Gli undici poemetti delle "Ceneri di Gramsci" vennero raccolti in volume per la prima volta nel 1957, in un momento particolarmente delicato per la cultura di sinistra, a un anno di distanza dalla condanna di Stalin al XX Congresso del Partito Comunista Sovietico e dalla drammatica invasione dell'Ungheria. Ebbero un successo di vendite insolito per un libro di poesia e provocarono accese discussioni tra i critici. Con la prefazione di Giuseppe Leonelli:

«la divaricazione tra io e mondo, tra l’intellettuale borghese raffinato e il popolo, si risolve e si sublima sul piano estetico. Tra l’immagine della "vita proletaria" elaborata nella mente, rappresentata dalla figura di Gramsci, e l’altra depositata nelle "buie viscere", si crea una differenza di potenziale che produce un incessante passaggio di energia poetica».

Il volume:

1) L’Appennino; 
2) Il canto popolare; 
3) Picasso; 
4) Comizio; 
5) L’umile Italia; 
6) Quadri friulani; 
7) Le ceneri di Gramsci; 
8) Recit; 
9) Il pianto della scavatrice; 
10) Una polemica in versi; 
11) La Terra di lavoro.




Le ceneri di Gramsci


Non è di maggio questa impura aria
che il buio giardino straniero
fa ancora più buio, o l'abbaglia
 
con cieche schiarite... questo cielo
di bave sopra gli attici giallini
che in semicerchi immensi fanno velo
 
alle curve del Tevere, ai turchini
monti del Lazio... Spande una mortale
pace, disamorata come i nostri destini,
 
tra le vecchie muraglie l'autunnale
maggio. In esso c'è il grigiore del mondo,
la fine del decennio in cui ci appare
 
tra le macerie finito il profondo
e ingenuo sforzo di rifare la vita;
il silenzio, fradicio e infecondo...
 
Tu giovane, in quel maggio in cui l'errore
era ancora vita, in quel maggio italiano
che alla vita aggiungeva almeno ardore,
 
quanto meno sventato e impuramente
sano
dei nostri padri - non padre, ma umile
fratello - già con la tua magra mano
 
delineavi l'ideale che illumina
 
(ma non per noi: tu morto, e noi
morti ugualmente, con te, nell'umido
 
giardino) questo silenzio. Non puoi,
lo vedi?, che riposare in questo sito
estraneo, ancora confinato. Noia
 
patrizia ti è intorno. E, sbiadito,
solo ti giunge qualche colpo d'incudine
dalle officine di Testaccio, sopito
 
nel vespro: tra misere tettoie, nudi
mucchi di latta, ferrivecchi, dove
cantando vizioso un garzone già chiude
 
la sua giornata, mentre intorno spiove.
II
 
Tra i due mondi, la tregua, in cui non
siamo.
Scelte, dedizioni... altro suono non hanno
ormai che questo del giardino gramo
 
e nobile, in cui caparbio l'inganno
che attutiva la vita resta nella morte.
Nei cerchi dei sarcofaghi non fanno
 
che mostrare la superstite sorte
di gente laica le laiche iscrizioni
in queste grigie pietre, corte
 
e imponenti. Ancora di passioni
sfrenate senza scandalo son arse
le ossa dei miliardari di nazioni
 
più grandi; ronzano, quasi mai
scomparse,
le ironie dei principi, dei pederasti,
i cui corpi sono nell'urne sparse
 
inceneriti e non ancora casti.
Qui il silenzio della morte è fede
di un civile silenzio di uomini rimasti
 
uomini, di un tedio che nel tedio
del Parco, discreto muta: e la città
che, indifferente, lo confina in mezzo
 
a tuguri e a chiese, empia nella pietà,
vi perde il suo splendore. La sua terra
grassa di ortiche e di legumi dà
 
questi magri cipressi, questa nera
umidità che chiazza i muri intorno
a smotti ghirigori di bosso, che la sera
 
rasserenando spegne in disadorni
sentori d'alga... quest'erbetta stenta
e inodora, dove violetta si sprofonda
 
l'atmosfera, con un brivido di menta,
o fieno marcio, e quieta vi prelude
con diurna malinconia, la spenta
 
trepidazione della notte. Rude
di clima, dolcissimo di storia, è
tra questi muri il suolo in cui trasuda
 
altro suolo; questo umido che
ricorda altro umido; e risuonano
- familiari da latitudini e
 
orizzonti dove inglesi selve coronano
laghi spersi nel cielo, tra praterie
verdi come fosforici biliardi o come
 
smeraldi: "And O ye Fountains..." - le pie
invocazioni...
III
 
Uno straccetto rosso, come quello
arrotolato al collo ai partigiani
e, presso l'urna, sul terreno cereo,
 
diversamente rossi, due gerani.
Lì tu stai, bandito e con dura eleganza
non cattolica, elencato tra estranei
 
morti: Le ceneri di Gramsci... Tra
speranza
e vecchia sfiducia, ti accosto, capitato
per caso in questa magra serra, innanzi
 
alla tua tomba, al tuo spirito restato
quaggiù tra questi liberi. (O è qualcosa
di diverso, forse, di più estasiato
 
e anche di più umile, ebbra simbiosi
d'adolescente di sesso con morte...)
E, da questo paese in cui non ebbe posa
 
la tua tensione, sento quale torto
- qui nella quiete delle tombe - e insieme
quale ragione - nell'inquieta sorte
 
nostra - tu avessi stilando le supreme
pagine nei giorni del tuo assassinio.
Ecco qui ad attestare il seme
 
non ancora disperso dell'antico dominio,
questi morti attaccati a un possesso
che affonda nei secoli il suo abominio
 
e la sua grandezza: e insieme, ossesso,
quel vibrare d'incudini, in sordina,
soffocato e accorante - dal dimesso
 
rione - ad attestarne la fine.
Ed ecco qui me stesso... povero, vestito
dei panni che i poveri adocchiano in
vetrine
 
dal rozzo splendore, e che ha smarrito
la sporcizia delle più sperdute strade,
delle panche dei tram, da cui stranito
 
è il mio giorno: mentre sempre più rade
ho di queste vacanze, nel tormento
del mantenermi in vita; e se mi accade
 
di amare il mondo non è che per violento
e ingenuo amore sensuale
così come, confuso adolescente, un tempo
 
l'odiai, se in esso mi feriva il male
borghese di me borghese: e ora, scisso
- con te - il mondo, oggetto non appare
 
di rancore e quasi di mistico
disprezzo, la parte che ne ha il potere?
Eppure senza il tuo rigore, sussisto
 
perché non scelgo. Vivo nel non volere
del tramontato dopoguerra: amando
il mondo che odio - nella sua miseria
 
sprezzante e perso - per un oscuro
scandalo
della coscienza...
  IV
 
Lo scandalo del contraddirmi,
dell'essere
con te e contro te; con te nel core,
in luce, contro te nelle buie viscere;
 
del mio paterno stato traditore
- nel pensiero, in un'ombra di azione -
mi so ad esso attaccato nel calore
 
degli istinti, dell'estetica passione;
attratto da una vita proletaria
a te anteriore, è per me religione
 
la sua allegria, non la millenaria
sua lotta: la sua natura, non la sua
coscienza: è la forza originaria
 
dell'uomo, che nell'atto s'è perduta,
a darle l'ebbrezza della nostalgia,
una luce poetica: ed altro più
 
io non so dirne, che non sia
giusto ma non sincero, astratto
amore, non accorante simpatia...
 
Come i poveri povero, mi attacco
come loro a umilianti speranze,
come loro per vivere mi batto
 
ogni giorno. Ma nella desolante
mia condizione di diseredato,
io possiedo: ed è il più esaltante
 
dei possessi borghesi, lo stato
più assoluto. Ma come io possiedo la
storia,
essa mi possiede; ne sono illuminato:
 
ma a che serve la luce?
  V
 
Non dico l'individuo, il fenomeno
dell'ardore sensuale e sentimentale...
altri vizi esso ha, altro è il nome
 
e la fatalità del suo peccare...
Ma in esso impastati quali comuni,
prenatali vizi, e quale
 
oggettivo peccato! Non sono immuni
gli interni e esterni atti, che lo fanno
incarnato alla vita, da nessuna
 
delle religioni che nella vita stanno,
ipoteca di morte, istituite
a ingannare la luce, a dar luce
all'inganno.
Destinate a esser seppellite
le sue spoglie al Verano, è cattolica
la sua lotta con esse: gesuitiche
 
le manie con cui dispone il cuore;
e ancor più dentro: ha bibliche astuzie
la sua coscienza... e ironico ardore
 
liberale... e rozza luce, tra i disgusti
di dandy provinciale, di provinciale
salute... Fino alle infime minuzie
 
in cui sfumano, nel fondo animale,
Autorità e Anarchia... Ben protetto
dall'impura virtù e dall'ebbro peccare,
 
difendendo una ingenuità di ossesso,
e con quale coscienza!, vive l'io: io,
vivo, eludendo la vita, con nel petto
 
il senso di una vita che sia oblio
accorante, violento... Ah come
capisco, muto nel fradicio brusio
 
del vento, qui dov'è muta Roma,
tra i cipressi stancamente sconvolti,
presso te, l'anima il cui graffito suona
 
Shelley... Come capisco il vortice
dei sentimenti, il capriccio (greco
nel cuore del patrizio, nordico
 
villeggiante) che lo inghiottì nel cieco
celeste del Tirreno; la carnale
gioia dell'avventura, estetica
 
e puerile: mentre prostrata l'Italia
come dentro il ventre di un'enorme
cicala, spalanca bianchi litorali,
 
sparsi nel Lazio di velate torme
di pini, barocchi, di giallognole
radure di ruchetta, dove dorme
 
col membro gonfio tra gli stracci un
sogno
goethiano, il giovincello ciociaro...
Nella Maremma, scuri, di stupende fogne
 
d'erbasaetta in cui si stampa chiaro
il nocciolo, pei viottoli che il buttero
della sua gioventù ricolma ignaro.
 
Ciecamente fragranti nelle asciutte
curve della Versilia, che sul mare
aggrovigliato, cieco, i tersi stucchi,
 
le tarsie lievi della sua pasquale
campagna interamente umana,
espone, incupita sul Cinquale,
 
dipanata sotto le torride Apuane,
i blu vitrei sul rosa... Di scogli,
frane, sconvolti, come per un panico
 
di fragranza, nella Riviera, molle,
erta, dove il sole lotta con la brezza
a dar suprema soavità agli olii
 
del mare... E intorno ronza di lietezza
lo sterminato strumento a percussione
del sesso e della luce: così avvezza
 
ne è l'Italia che non ne trema, come
morta nella sua vita: gridano caldi
da centinaia di porti il nome
 
del compagno i giovinetti madidi
nel bruno della faccia, tra la gente
rivierasca, presso orti di cardi,
 
in luride spiaggette...
 
Mi chiederai tu, morto disadorno,
d'abbandonare questa disperata
passione di essere nel mondo?
VI
 
Me ne vado, ti lascio nella sera
che, benché triste, così dolce scende
per noi viventi, con la luce cerea
 
che al quartiere in penombra si
rapprende.
E lo sommuove. Lo fa più grande, vuoto,
intorno, e, più lontano, lo riaccende
 
di una vita smaniosa che del roco
rotolio dei tram, dei gridi umani,
dialettali, fa un concerto fioco
 
e assoluto. E senti come in quei lontani
esseri che, in vita, gridano, ridono,
in quei loro veicoli, in quei grami
 
caseggiati dove si consuma l'infido
ed espansivo dono dell'esistenza -
quella vita non è che un brivido;
 
corporea, collettiva presenza;
senti il mancare di ogni religione
vera; non vita, ma sopravvivenza
 
- forse più lieta della vita - come
d'un popolo di animali, nel cui arcano
orgasmo non ci sia altra passione
 
che per l'operare quotidiano:
umile fervore cui dà un senso di festa
l'umile corruzione. Quanto più è vano
 
- in questo vuoto della storia, in questa
ronzante pausa in cui la vita tace -
ogni ideale, meglio è manifesta
 
la stupenda, adusta sensualità
quasi alessandrina, che tutto minia
e impuramente accende, quando qua
 
nel mondo, qualcosa crolla, e si trascina
il mondo, nella penombra, rientrando
in vuote piazze, in scorate officine...
 
Già si accendono i lumi, costellando
Via Zabaglia, Via Franklin, l'intero
Testaccio, disadorno tra il suo grande
 
lurido monte, i lungoteveri, il nero
fondale, oltre il fiume, che Monteverde
ammassa o sfuma invisibile sul cielo.
 
Diademi di lumi che si perdono,
smaglianti, e freddi di tristezza
quasi marina... Manca poco alla cena;
 
brillano i rari autobus del quartiere,
con grappoli d'operai agli sportelli,
e gruppi di militari vanno, senza fretta,
 
verso il monte che cela in mezzo a sterri
fradici e mucchi secchi d'immondizia
nell'ombra, rintanate zoccolette
 
che aspettano irose sopra la sporcizia
afrodisiaca: e, non lontano, tra casette
abusive ai margini del monte, o in mezzo
 
a palazzi, quasi a mondi, dei ragazzi
leggeri come stracci giocano alla brezza
non più fredda, primaverile; ardenti
 
di sventatezza giovanile la romanesca
loro sera di maggio scuri adolescenti
fischiano pei marciapiedi, nella festa
 
vespertina; e scrosciano le
saracinesche
dei garages di schianto, gioiosamente,
se il buio ha resa serena la sera,
 
e in mezzo ai platani di Piazza Testaccio
il vento che cade in tremiti di bufera,
è ben dolce, benché radendo i capellacci
 
e i tufi del Macello, vi si imbeva
di sangue marcio, e per ogni dove
agiti rifiuti e odore di miseria.
 
È un brusio la vita, e questi persi
in essa, la perdono serenamente,
se il cuore ne hanno pieno: a godersi
 
eccoli, miseri, la sera: e potente
in essi, inermi, per essi, il mito
rinasce... Ma io, con il cuore cosciente
 
di chi soltanto nella storia ha vita,
potrò mai più con pura passione operare,
se so che la nostra storia è finita?
 
1954
Gramsci è sepolto in una piccola tomba del Cimitero degli Inglesi, tra Porta San Paolo e Testaccio, non lontano dalla tomba di Shelley. Sul cippo si leggono solo le parole: "Cinera Gramsci" con le date.



La vita e l’opera di Pier Paolo Pasolini, come la vita e l’opera di Percy Bisshe Shelley, furono scomode, senza momenti di remissione. Le loro morti si consumarono l’una nel fragore confuso di una tempesta nel mare e l’altra si compì nell’oscurità senza echi di una povera fredda periferia romana, sfruttata probabilmente da chi ordì l’attacco come trappola. 

Il giovanissimo Percy Bisshe Shelley amava le atmosfere create dalla luce della luna e da quella delle candele, si travestiva per interpretare i personaggi soprannaturali che la sua immaginazione evocava ai suoi occhi e a quelli delle sorelle, era affascinato dall’energia del fuoco che sprigionava con ripetuti esperimenti – anche a rischio di provocare pericolose conflagrazioni. 
Questa inestinguibile pulsione ad investigare il segreto delle cose, a misurarsi con le forze sorgive della vita, oltre la placida e falsa apparenza del quotidiano, caratterizzò tutta la breve vita del poeta, che costantemente impiegò la sua passione non solo per denunciare le catene delle istituzioni della società, ma per far vivere le virtù e i valori in cui la sua visione filosofica credeva con dedizione totale.
Figlio del tempo in cui si compirono le rivoluzioni di America e di Francia, Shelley fu appassionato difensore di ogni forma di libertà, quella politica che si incarna nel completo diritto di parola, anatema per ogni forma di governo, quella civile, religiosa, e quella privata che coltivò predicando e vivendo con mite fermezza il libero amore, scandalo tra i più imperdonabili non solo nel suo tempo. Si battè per l’indipendenza dell’Irlanda, professò il vegetarianismo per amore delle creature del mondo. Shelley non solo criticò ogni forma di abuso e di tirannìa contro l’individuo, ma difese i suoi ideali conducendo un’esistenza letteralmente “sulla strada”, esule volontario dalla terra che lo vide nascere e lo considerò nemico.

Shelley annegò poco prima di compiere il suo trentesimo anno, mentre si recava con la propria imbarcazione, l’Ariel, da Livorno a Lerici, a seguito di una tempesta improvvisa. Ombre e sospetti circondarono da subito la sua morte: furono le forze scatenate della natura a recidere il filo della sua vita o intervenne anche un oscuro complotto? Qualche amico, in particolare Edward John Trelawny, scrisse di inspiegabili rinvenimenti : pare che la barca rivelasse uno strano squarcio sul fianco, come di una speronata; un vecchio marinaio ligure, anni dopo sul letto di morte, forse confessò un attacco piratesco all’Ariel. Cosa può attendersi chi senza posa e a voce alta critica e condanna ingiustizie e prevaricazioni e vive secondo codici comportamentali non usuali?




Curatore, Bruno Esposito

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domenica 7 febbraio 2021

Pasolini, LA RESISTENZA E LA SUA LUCE - Con traduzione di Brandon Brown

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

I contributi dei visitatori

Salvatore Fittipaldi
 
 
 
Pasolini, LA RESISTENZA E LA SUA LUCE
Con traduzione di Brandon Brown
 

L’uomo non è niente altro che quello che progetta di essere.
Jean Paul Sartre


Questa «pura luce», irradiata dal gesto politico, riaccendeva il ricordo di un’altra luce intravista qualche anno prima sulle colline bolognesi di Paderno.È questa la luce originaria, la luminosità Re-esistente, che orienterà l’impegno artistico e civile del poeta, proteso a percorrere una vita che afferma la centralità di quella primigenia fonte luminosa, nella quale egli si era immerso, ancora giovane, per sortirne uomo:

Quella luce era speranza di giustizia:
non sapevo quale: la Giustizia.
La luce è sempre uguale ad altra luce.
Poi variò: da luce diventò incerta alba,
un’alba che cresceva, si allargava
sopra i campi friulani, sulle rogge.
Illuminava i braccianti che lottavano.
Così l’alba nascente fu una luce
fuori dall’eternità dello stile….
Nella storia la giustizia fu coscienza
d’una umana divisione di ricchezza,
e la speranza ebbe nuova luce.

LA RESISTENZA E LA SUA LUCE
da La religione del mio tempo, in Pier Paolo Pasolini, Bestemmia.
Tutte le poesie, vol. I, Garzanti, Milano 1993.


Così giunsi ai giorni della Resistenza
senza saperne nulla se non lo stile:
fu stile tutta luce, memorabile coscienza
di sole. Non poté mai sfiorire,
neanche per un istante, neanche quando
l’Europa tremò nella più morta vigilia.
Fuggimmo con le masserizie su un carro
da Casarsa a un villaggio perduto
tra rogge e viti: ed era pura luce.
Mio fratello partì, in un mattino muto
di marzo, su un treno, clandestino,
la pistola in un libro: ed era pura luce.
Nella soffitta del casolare mia madre
guardava sempre perdutamente quei monti,
già conscia del destino: ed era pura luce.
Coi pochi contadini intorno
vivevo una gloriosa vita di perseguitato
dagli atroci editti: ed era pura luce.
Venne il giorno della morte
e della libertà, il mondo martoriato
si riconobbe di nuovo nella luce…
Quella luce era speranza di giustizia:
non sapevo quale: la Giustizia.
La luce è sempre uguale ad altra luce.
Poi variò: da luce divenne incerta alba,
un’alba che cresceva, si allargava
sopra i campi friulani, sulle rogge.
Illuminava i braccianti che lottavano…
Così l’alba nascente fu una luce
fuori dell’eternità dello stile…
Nella storia la giustizia fu coscienza
d’una umana divisione di ricchezza,
e la speranza ebbe nuova luce.
Pier Paolo Pasolini

 
 
The Resistance and Its Light

Pier Paolo Pasolini
translated by Brandon Brown
 

so I came to the days of the Resistance
I didn’t know anything but style
it was a style made totally of light
memorable recognition
of sun. It could never fade
not even for an instant
even as Europe trembled
on its deadliest evening
we escaped from Casarsa
with our stuff in a cart
to a ruined village
among canals and vineyards it was pure light
my brother left, it was a mute morning
March, in a train, disguised
his pistol in a book it was pure light
he lived a long time in the mountains
which shone like paradise in the blue gloom
of Friulian plains it was pure light
in the attic of our farmhouse my mother
always stared at those mountains
hopeless, she saw the future it was pure light
with a few poor people I lived
a glorious life, persecuted
by despicable rhetoric it was pure light
the day of death came
Independence Day, the martyred world
knew itself again in the light…
the light was the thought of justice
I didn’t know what kind of justice
all light equal to all other light
then it changed, the light like an uncertain morning
a waxing dawn that spread all over
Friulian fields and canals
struggling workers in the light
the rising dawn was a light I mean
beyond the eternity of style
in history, justice has been
the realization of a humane
distribution of money, hope
maybe, brighter than that
new light

Fonte:http://www.poets.org/poetsorg/poem-day?utm_medium=email&utm_campaign=Poem-a-Day%20%20March%204%202015&utm_content=Poem-a-Day%20%20March%204%202015%20CID_05d7b32742832c9f3ff459fb32eef64a


Pier Paolo Pasolini rievoca in una lettera la morte del fratello Guido, iscritto a "Giustizia e libertà", ucciso in un agguato da un gruppo di partigiani di diverso orientamento ideale, comunisti vicini a Tito. Lo scrittore friulano si sente erede degli ideali civili libertari per i quali il fratello è morto.
Nel gennaio del ’45 era con Bolla e Enea a Porzùs, dove gli osovani si stavano riorganizzando dopo il disastroso rastrellamento del novembre. Frattanto Guido si era iscritto al Partito d’Azione. Il giorno in cui Bolla e Enea furono ammazzati egli si trovava a Musi con l’amico D’Orlandi per non so che missione; e stavano tornando insieme verso Porzùs. Ed ecco che alcuni loro compagni (i quali, dislocati in una malga sottostante, si erano accorti del tradimento, e si stavano ritirando), avvisarono i due ragazzi del pericolo. Ma essi non vollero saperne di tornare sui loro passi, e anzi si slanciarono di corsa verso Porzùs per portare aiuto agli amici! […] Spesso penso al tratto di strada tra Musi e Porzùs percorso da mio fratello in quel giorno tremendo; e la mia immaginazione è fatta radiosa da non so che candore ardente di nevi, da che purezza di cielo. E la persona di Guido è così viva. "

Il 21 agosto 1945 così scrisse a Luciano Serra:

"Bisognerebbe essere capaci di piangerlo sempre senza fine, perché solo questo potrebbe essere un poco pari all’ingiustizia che lo ha colpito. Eppure la nostra natura umana è tale che ci permette di vivere ancora, di risollevarci, perfino, in qualche momento. Perciò l’unico pensiero che mi conforta è che io non sono immortale; che Guido non ha fatto altro che precedermi generosamente di pochi anni in quel nulla verso il quale io mi avvio. E che ora mi è così famigliare; la terribile oscura lontananza o disumanità della morte mi si è così schiarita da quando Guido vi è entrato. Quell’infinito, quel nulla, quell’assoluto contrario ora hanno un aspetto domestico; c’è Guido, mio fratello, capisci, che è stato per vent’anni sempre vicino a me, a dormire nella stessa stanza, a mangiare nella stessa tavola. Non è dunque così innaturale entrare in quella dimensione così a noi inconcepibile. E Guido è stato così buono così generoso da dimostrarmelo, sacrificandosi pel suo fratello maggiore, forse a cui voleva troppo bene a cui credeva troppo."

Pier Paolo Pasolini
 
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