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giovedì 15 giugno 2023

CON IL NUOVO FILM TRATTO DA CHAUCER Pasolini ci svelerà il mondo delle allegre comari inglesi - STAMPA SERA Giovedì 13 - Venerdì 14 Gennaio 1972

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



 CON IL NUOVO FILM TRATTO DA CHAUCER 
Pasolini ci svelerà il mondo delle allegre comari inglesi 

Diavoli, carnefici e penitenti in una scena fantastica del film «I racconti di Canterbury» 

STAMPA SERA 

Giovedì 13 - Venerdì 14 Gennaio 

1972

nostro servizio Roma, 

giovedì sera. 

Pier Paolo Pasolini è sempre in prima fila. Dopo il successo incontrato dal Decameron (e mentre si stanno producendo in Italia altri quattro o cinque film, del filone boccaccesco, un filone che si annuncia più prolifico del western all'italiana) Pasolini ha riscoperto Geoffrey Chaucer, il grande poeta inglese contemporaneo del Boccaccio, più volte accusato dai critici letterari di aver plagiato qua e là il narratore italiano. The Tales of Canterbury («I racconti di Canterbury»), comunemente indicati come il Decameron inglese, forniscono al regista italiano una materia altrettanto gustosa: beffe, allegre comari, mariti traditi, monaci libertini e monache vogliose. 

mercoledì 7 settembre 2016

Lettera AL DIRETTORE - Pasolini e la televisione

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Lettera AL DIRETTORE
Pasolini e la televisione
STAMPA SERA
Anno 99 • Numero 292


Lunedi 11 - Martedì 12 Dicembre 1967

L'intervista di cui parla Pasolini nella sua lettera, la trovi 
QUI


Signor Direttore,

spero che lei accetti di pubblicare questa mia lettera aperta, a proposito di una intervista che ho rilasciato alla signora Madeo, e pubblicata su « Stampa Sera » del 5 dicembre, Col titolo, pressapoco, La Tv è peggio del Vietnam.

Non è una lettera di ritrattazione, ma di precisazione.
E il caso, inoltre, mi pare di per sé abbastanza interessante: infatti io, proprio nei giorni in cui ho rilasciato questa intervista, mi accingevo a fare un lavoro per la Tv, e precisamente un breve documentario per «Tv 7», sotto forma di sopralluogo per un film da girarsi in India. Ero dunque pronto a prendere l'aereo per Bombay con la mia piccola troupe e con in cuore un grande programma. In seguito alla pubblicazione della mia intervista su « Stampa Sera », sapendo la giusta costernazione che essa aveva portato tra i miei datori di lavoro, ho creduto opportuno scrivere una lettera di rinuncia, per lo stesso lealismo, per cui, se avessi occupato un posto di responsabilità, avrei considerato mio dovere dare le dimissioni.

Il film che avrei dovuto fare per la Tv — in una combinazione, di recente formula, per cui il film sarebbe stato in parte consumato da spettatori normali del cinema e in parte dai telespettatori — era un film sul problema della .fame. La storia di una famiglia indiana i cui membri a uno a uno muoiono di fame. Il momento storico di tale vicenda — per rispetto all'India attuale, che soffre questo problema e lotta con tanta' dignità per risolverlo — sarebbe stato quello degli anni immediatamente antecedenti e immediatamente successivi alla liberazione dell'India. Cioè, il film si sarebbe svolto, in parte, prima della partenza degli inglesi, in parte dopo. Una prima parte preistorica, una seconda storica.

Nella parte preistorica, o introduttiva, si sarebbe vista in realtà un'India ideale: l'India della religione e basta. Il capo della famiglia — che sarebbe divenuta protagonista della mia storia — avrebbe dovuto essere un « maraja » e si sarebbe dato in pasto a dei. tigrotti morenti di fame in una landa coperta dalla neve, per pietà e per sublime disprezzo per la propria carne. Nell'India storica, successiva a questo episodio introduttivo, la famiglia del « maraja », impoverita durante una carestia, appunto, < storica », avrebbe vissuto la tragica vicenda che ho detto, scandita dalla morte per stenti e fame di tutti i suoi componenti.

Perché le ho raccontato la trama di questo mio film? Perchè risultasse chiaro questo: che si trattava del progetto di un film assolutamente non commerciale, assolutamente puro e privo di ogni compromesso. Tale rigore, stabilito in partenza, e condizione del film, mi sarebbe stato reso possibile solo se la « produzione » fosse stata della Tv: l'unica organizzazione in grado di trovare un pubblico per tale film (io non credo che si possa fare un film senza pensare a un pubblico, qualitativamente e numericamente da film) e magari di imporlo.

Ho perduto una grande occasione. Spero di girare ugualmente questa mia storia. Ma mi sarà difficile, perché purtroppo, per mia natura, non sono capace di disprezzare il produttore — in nome della mia poesia! — ed è difficile appunto che io trovi un produttore in grado di sostituire la tv per dare corpo a questo mio progetto.

Vede, dunque, caro Direttore, che cosa è significato per me rilasciare una intervista al suo giornale' e che responsabilità si sono presi il titolista e l'autrice del pezzo. La mia storia di autore e di uomo può risultarne modificata. Certo il dolore che ne ho avuto è di quelli grandi, ma non le scrivo qui per sfogarmi.

Ho detto che non voglio ritrattare, ma solo fare delle precisazioni.

E' vero, poiché io ho sempre avuto molta stima per << La Stampa » (che si è' comportata sempre nei miei riguardi nel modo più corretto, obbedendo, direi con grazia e naturalezza, alle regole del fair-play, anche quando il disaccordo tra le mie idee e quelle da essa rappresentate fosse sostanziale) ho parlato con assoluta sincerità con la signora Madeo. Come si parla con un amico. Quindi senza misurare le parole, senza diplomazia, con totale confidenza. Credo, dunque, di aver detto tutte le frasi, le parole e le espressioni riportate dalla Madeo, ma — ed ecco quello che voglio precisare — in un altro contesto. Un contesto dove lo slogan « La televisione è peggio del Vietnam » è una figura retorica, che sta tra la « boutade » e la « sineddoche »: io parlavo cioè della televisione di Partitissima (ossia, magari dell'80 per cento della televisione).

Ora Partitissima e le mille altre trasmissioni dallo spìrito affine sono effettivamente peggio della guerra del Vietnam, perché distruggono lo spirito di una nazione e non soltanto alcune migliaia o centinaia di migliaia di corpi. Credo che tutti gli uomini di cultura siano d'accordo su questo: se vuole, provi a fare un'inchiesta. Su questo piano massimalistico, radicale, se vogliamo, anche un po' moralistico, la collaborazione di un uomo di cultura con la televisione è effettivamente impossibile.

Resta il venti per cento (sono cifre scherzose!) della televisione: ossia tutta la parte dell'autenticità documentaria (chiamiamolo lo « specifico televisivo»!) e le poche trasmissioni di carattere autenticamente culturale, anche se, naturalmente, divulgativo (ho partecipato recentemente, come intervistatore, a una trasmissione su Ezra Pound, per esempio). Il meglio di questo tipo di trasmissioni è « Tv 7 », è ben noto.

Dunque io credo che, a patto di dire, anche con violenza, e anche auspicando una marcia di protesta, ciò che della televisione è male — ed è il peggiore dei mali perché mortifica e nega lo spirito —, gli uomini di cultura non possano, se non col risultato di rendersi prigionieri di un rigore che maschera l'aridità e una specie di autopunizione, rifiutarsi al tentativo di chi crede in buona fede di migliorare il livello delle trasmissioni televisive. Ecco dunque in cosa consiste la mia precisazione. Collaborare alla televisione cosi come essa è, come « un tutto indistinto», come «idea», è impossibile: collaborare al di là di questa fatalità è possibile, e anzi doveroso.
Cordiali saluti dal suo
Pier Paolo Pasolini

Trascrizione da cartaceo a cura di B.Esposito.




Curatore, Bruno Esposito

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martedì 6 settembre 2016

Pasolini: «La TV è peggio della guerra in Vietnam» - Intervista pressappoco inedita.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Pasolini: «La TV è peggio della guerra in Vietnam» 

Anno 99 Numero 287 
STAMPA SERA 
Martedì 5 - Mercoledì 6 Dicembre 1967 
Di Liliana Madeo


Lo scrittori espone le sue idee sullo spettacolo 
Il suo prossimo film si intitola « Teorema » E narrerà la storia di un industriale milanese - Per il teatro ha già scritto cinque drammi, un sesto è in cantiere: in essi (egli dice) « non accade assolutamente nulla » - Un suo lavoro lo metterà egli stesso in scena allo Stabile di Torino


Roma, martedì sera.

Come regista cinematografico, in questo momento, Pier Paolo Pasolini ha toccato quotazioni di mercato mai raggiunte prima. Il suo Edipo re, con buoni incassi, regge le programmazioni in prima visione da tre mesi. Nuovi produttori corteggiano il regista. Si è conclusa la sua collaborazione con Alfredo Bini che per primo gli affidò macchina da presa e credito. La parabola evangelica girata quest'estate per Vangelo 70, la sequenza del « flore di carta », è al montaggio. In febbraio avrà inizio la lavorazione di Teorema, storia di una « Visitazione divina » nella famiglia di un industriale milanese. Entro il '68 — il regista ha già firmato un'opzione — verrà girato un altro film, ambientato in India, con una tematica simile al precedente: anche qui c'è una presenza divina, ma la religiosità è quella tipica dalla gente povera, protagonista è una famiglia del terzo mondo i cui membri muoiono ad uno ad uno per la fame e gli stenti. 
Tuttavia Pasolini dichiara: 


« Può sembrare strano, ma in questo momento ciò che più mi interessa sono le tragedie che sto scrivendo o limando: cinque sono pronte, la sesta l'ho appena iniziata. In tre giorni ne ho scritta una, io che ad un testo lavoro anche due, tre anni ». 

Nella sua casa in cima all'Eur, cui si arriva da un viale deserto battuto dal vento, è possibile cogliere i segni di un'attività fervida e molteplice come la sua. Inviti a mostre di pittura, conferenze, dibattiti culturali, movimenti giovanili, sono sparsi ovunque insieme a riviste, libri, i più recenti dei quali recano titoli come  Cattolicesimo e libertà, Dio è morto? Il telefono squilla in continuazione: è il parroco che lo invita ad una proiezione nella sala parrocchiale, il suo produttore, un aspirante scrittore. A tutti egli risponde personalmente, paziente e gentile. 


« Soltanto ora — prosegue — mi sono posto il problema di rappresentare i miei drammi. Scrivendoli, non avevo pensato al loro futuro, per questo credo che alcuni non siano rappresentabili. In tutti c'è una trama, ma è trama di pensiero, conflitto in termini ideologici ». 

Pochi conoscono le sue tragedie. Pilade, la prima che viene pubblicata, uscirà fra quindici giorni sa «Nuovi Argomenti». Bestia da stile doveva essere allestita dallo Stabile di Torino, che però ha rimandato il progetto alla prossima stagione. Pensate e scritte nello stesso tempo, come spiega l'autore, esse offrono versioni diverse di una stessa tematica: sono in versi, costruite secondo lo schema delle tragedie greche: un prologo, un epilogo ed alcuni episodi inframmezzati dal coro. 
Pilade si svolge nel periodo che va dalla caduta del fascismo ad oggi. In un ordine cronologico né rigoroso né lincare, Oreste organizza una rivoluzione che si ricollega ai principi della rivoluzione liberale francese. E fallisce. L'amico Pilade, che crede nella rivoluzione socialista, l'organizza ma fallisce ugualmente. Avrà successo invece la rivoluzione che scaturisce dal seno stesso di Argo, quella del neocapitalismo. Bestia da stile è una trasposizione più poetica ed immaginata di vicende autobiografiche dell'autore. Protagonista è un poeta cecoslovacco che ha vent'anni quando scoppia la guerra. Di educazione cattolica e borghese, egli fa la Resistenza, diventa marxista e raggiunge il massimo delle sue possibilità creative, poi fa l'esperienza amara dello stalinismo ed oggi si trova ad affrontare problemi ancora nuovi.

« Sia questo sia gli altri personaggi — spiega Pasolini — hanno uno spessore, una psicologia, che però non sta in funzione individuale ma serve ad illuminare i problemi dibattuti.Come scrittore non mi interessa il teatro della chiacchiera — proiezione del mondo borghese, espressione allusiva e indiretta della realtà, i cui epigoni sono Cecov alla lontana e Ionesco nella versione più ammodernata — né quello rituale, fisico, mimetico, che il Living Theatre fa in modo insuperabile. Il teatro in cui credo è quello della parola, delle idee. Come nelle tragedie greche, i miei personaggi parlano per spiegare ciò che è accaduto prima o durante gli intervalli, per ripensare le azioni compiute o ricercare le ragioni di quelle che faranno. Sono affermazioni uguali a quelle che fa Moravia, ma io sono ancora più rigoroso. Nel Dio Kurt, ad esempio, ci sono due persone che muoiono. In scena, nei miei drammi, non accade assolutamente nulla ». 

Ora che si accinge a presentare il suo teatro, e dopo le polemiche sollevate da Visconti, Zeffirelli. Moravia, cosa pensa della critica e del pubblico? 


« Io non credo che tutto il torto sia dei critici. In Italia, si sa, non c'è tradizione teatrale. Il teatro è una cerimonia sociale che coinvolge un pubblico ben determinato e differenziato: è un cerimoniale classista. A differenza del cinema, che arriva a spettatori di tutti gli strati sociali, lo spettacolo teatrale si rivolge ai piccoli borghesi. Chi, come i critici, è immerso fino in fondo in questo rapporto teatro-pubblico, non può che sbagliare. Ma la fisionomia dello spettacolo teatrale ha avuto una conseguenza ancora più grave: essa ha contribuito a tenere lontani dal teatro intellettuali e scrittori. Poteva il piccolo borghese — che in letteratura abbiamo ignorato, o aggredito, o maltrattato — essere lo stimolo a scrivere drammi o commedie? ».

Oggi tuttavia c'è almeno la promessa di un pubblico nuovo: ci sono i giovani e borghesi più illuminati che frequentano i cabaret, i teatrini di periferia. Cosa pensa di questo teatro di «irregolari»? 


« In linea di massima tutto il bene possibile. Però, Carmelo Bene è l'unico seriamente impegnato a rinnovarsi e a non scimmiottare nessuno. Tutti gli altri stanno facendo una falsa rottura. Non recitano come gli attori arrivati ma hanno dato vita ad una nuova accademia, ancora più fastidiosa e convenzionale. Invece di ragionare mitizzano. Invece di studiare raccolgono un po' di Artaud e di Sade, qualche suggerimento dal Living e da Grotowski. Continueranno così per chissà quanto tempo. Ma fra un anno saranno insopportabili ». 

Se i teatrini d'avanguardia gli provocano questa « rabbia intellettuale », qual è la sua posizione di fronte al teatro ufficiale? 


« Disturbo fisiologico: non riesco ad assistere ad uno spettacolo intero. Riconosco che registi come Strehler e Visconti hanno dei grandissimi meriti e si deve soprattutto a loro se nel dopoguerra il nostro teatro si è sprovincializzato, ha rimontato una corrente deficitaria raggiungendo livelli di indiscussa dignità. Ma oggi che possiamo specchiarci meglio con gli altri paesi d'Europa, ci accorgiamo che il lavoro fatto è insufficiente. In un momento in cui l'ansia di rinnovamento era cosi forte e generale in Italia, essi hanno istituito il teatro borghese ma non hanno affrontato la questione principale: la lingua. Perché sui nostri palcoscenici si parla un italiano che non è quello degli spettatori, una lingua artificiosa, retorica, accademica? ». 

Dopo queste dichiarazioni, non trova contraddittorio che per il suo debutto come autore e regista di teatro abbia scelto la sede di uno Stabile, e che Moravia si lamenti tanto perché Strehler non ha allestito il suo Dio Kurt? 


« Ho accettato la proposta dello Stabile di Torino perché mi si offriva un palcoscenico e la possibilità di dirigere il mio lavoro. Questo non significa che scenderò a compromessi. Se le strutture esistenti e gli attori disponibili saranno condizionati, me ne andrò. Per quanto riguarda Moravia, trovo giustissima l'osservazione. Penso che lui abbia preso un grosso abbaglio, di cui si è in parte reso conto. Adesso il nostro proposito è lavorare insieme, raccogliere intorno a noi altri giovani che scrivano per il teatro, formare un corpus di testi nuovi e — se Moravia continuerà a scrivere cose belle come Dio Kurt e i miei lavori si dimostreranno validi — fondare un nostro teatro, allargare l'iniziativa del Teatrino di via Belsiana. Io ho cominciato a girare film da cinquanta milioni. Oggi tutti noi, Moravia, la Maraini, Siciliano e gli altri che verranno, dovremmo metterci a lavorare come se avessimo vent'anni ». 

La situazione che lei ha tracciato è pessimistica. Una prospettiva positiva la vede nel lavoro condotto da un gruppo di autori. Non pensa che la tv potrebbe dare un contributo al rinnovamento dello spettacolo in Italia, se ad essa gli intellettuali apporteranno le loro energie? 


« Per carità. Penso impossibile una collaborazione con la tv a livello civile. Invece di fare le marce per la pace, io ne proporrei una per il rinnovamento della tv. Essa è più terribile della guerra nel Vietnam, della bomba atomica. E' pernicioso, ed irriducibile, il suo paternalismo, la falsa democrazia, il moralismo, il voler considerare tutti gli spettatori come piccolo-borghesi, di una misura media ed astratta, ignorando che in Italia ci sono anche i contadini, gli operai, gli intellettuali e, soprattutto, le persone intelligenti». 

Liliana Madeo 

Trascrizione da cartaceo a cura di B.Esposito.

Segue Lettera di precisazione al direttore 





Curatore, Bruno Esposito

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