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venerdì 6 marzo 2026

Pier Paolo Pasolini: Le critiche del Papa - Tempo, numero 40, 28 settembre 1968, pag. 68

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Pier Paolo Pasolini
Le critiche del Papa

Tempo

numero 40

28 settembre 1968

pag. 68

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Le critiche del Papa

In un giornale di Roma, che oggi è espressione del cattolicesimo pregiovanneo (per usare un eufemismo) è apparso un misterioso articolo (il 15 settembre), che nessun altro giornale, che io sappia, almeno fino al momento in cui scrivo, ha più ripreso. Il titolo di questo articolo, su tre colonne, in prima pagina, era: "Critiche di Paolo VI allo Stato e ai partiti", il sottotitolo: "Il Papa scrive: la Costituzione può e deve essere riformata". L'articolo era accompagnato da un commento: "Stato estraneo".

Di cosa si tratta? Di una lettera di Paolo VI al Cardinale Giuseppe Siri, a proposito della 39a Settimana sociale dei cattolici, che si terrà in questi giorni a Catania. Il giornale romano precisa però: "Il documento reca la firma del Cardinal Segretario di Stato Amleto Giovanni Cicognani, ma i principî, le indicazioni e gli orientamenti che vi sono delineati rispecchiano fedelmente i più recenti sviluppi del pensiero politico-sociale di Paolo VI".

Pasolini: Il Vietnam è passato di moda? - Tempo, numero 43, 19 ottobre 1968, pag. 30

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Pasolini
Il Vietnam è passato di moda?

Tempo

numero 43

19 ottobre 1968

pag. 30

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Il Vietnam è passato di moda?

Da qualche settimana la parola Vietnam sembra scomparsa dai titoli dei giornali. L'urgenza, l'ostinazione, la ostentazione con cui tale parola "faceva notizia" fino a qualche tempo fa, hanno lasciato il posto a una distratta "routine", o almeno a una sorta di sospensione. Se a qualche pazzo venisse in mente di fare una ricerca filologica sul numero delle volte in cui la parola Vietnam è stata adoperata nella cronaca di questi anni, compilando delle liste sotto le diverse voci: partiti politici, giornali, persone ecc., si troverebbe davanti a una statistica che a suo modo darebbe perfettamente l'idea del clima politico e morale in cui siamo vissuti: e peccato che a tale indagine verrebbe a mancare l'apporto dell'uso orale che si è fatto di questa parola.

Posso dire con assoluta certezza che io sarei l'ultimo nella lista delle persone che hanno usato questa parola (per scritto e anche oralmente: per scritto non l'ho usata certamente più di tre volte). Me ne faccio un vanto. Infatti la parola Vietnam è stata nella maggior parte dei casi usata demagogicamente, ricattatoriamente, per obbligo, per moda, per moralismo, per necessità: al fine di strumentalizzare o di farsi strumentalizzare; con vanità, con superbia, con conformismo. Era un generale cupio dissolvi in un sentimento divenuto comune: insieme indifferenziato e discriminato, maggioritario ed elettivo.

venerdì 27 febbraio 2026

Pier Paolo Pasolini: Il mondo salvato dai ragazzini - Tempo, numero 35, 27 agosto 1968, pag. 12

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Pier Paolo Pasolini
Il mondo salvato dai ragazzini

Tempo

numero 35

27 agosto 1968

pag. 12

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Si può parlare di ingiustizia a proposito del mancato "grande" successo, di critica e di vendita, del Mondo salvato dai ragazzini di Elsa Morante?

Intendiamoci: successo di vendita e critica c'è stato, ma normale. Mentre il libro della Morante rappresenta un avvenimento eccezionale. É vero che non è un caso raro che un avvenimento poetico eccezionale passi sotto silenzio oppure sia accolto in un clima di normale amministrazione. Ma io ho davanti a me un "caso" particolare, e non ho voglia di generalizzare, e fare pianti greci sulle ingiustizie umane e sulla loro fatalità. La fatalità non esiste, o esiste nella misura in cui un autore (nel caso di un libro) la provochi. La critica italiana, insomma, non è mai brillata per particolare genialità: in questi ultimi anni, poi, si può addirittura dire che è letteralmente "finita". I giovani corrono dietro a stupide chimere, imposte terroristicamente e tutto ciò che non "sa" di queste intimidatorie novità, viene lasciato da parte, addirittura non accepito. Gli anziani, in parte a causa dello stesso terrorismo, un po' seguono i giovani, un po' sono completamente nelle mani dell'industria culturale. Anche la minoranza di spiriti liberi, la cui presenza va pure registrata in Italia, ha un'aria equivoca: cioè non è la "vera" minoranza di spiriti liberi, ma ne ha solo l'aspetto, le caratteristiche, il codice; in realtà è anch'essa automatica, e fa tutto ciò che una minoranza di spiriti liberi deve fare; gli scandali sono tutti, come dire?, preordinati, accadono sotto la benedizione del ghetto, anziché sotto la benedizione del potere; ecco tutto. Il libro della Morante si presenta al di fuori di tutti questi schemi culturali; nessuno è, così, pronto ad accoglierlo; ed esso suscita ammirazioni ovvie, anche adorazioni ovvie.

giovedì 26 febbraio 2026

Pier Paolo Pasolini: Risposta al Presidente Leone - Tempo, numero 41, 5 ottobre 1968, pag. 14

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Pier Paolo Pasolini
Risposta al Presidente Leone

Tempo

numero 41

5 ottobre 1968

pag. 14


( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Qui la Lettera di Pasolini al Presidente del Consiglio Giovanni Leone 

Qui il Presidente Leone, risponde a Pasolini

Qui Pasolini risponde al presidente Leone


Di solito, per una risposta come la Sua, si esordisce ringraziando. É dunque ringraziando che qui esordisco: ma non formalmente. Anzi, aggiungo subito che la Sua risposta - in un Paese come il nostro, che Lei meglio di me conosce - è straordinaria: perché esce, anzi contraddice alle abitudini malamente democratiche che regolano la nostra vita. É chiaro: conoscendola io di persona, non ne sono molto sorpreso: ma so quanto facilmente in Italia le Persone possono scomparire nelle Istituzioni.

É dunque con uno spirito rallegrato dal Suo atto di democrazia "reale" - che è sempre "personale" - che rispondo alle Sue argomentazioni.

Il punto numero uno è, per me, il più misterioso - tecnicamente misterioso - della Sua lettera. Vede, io non ho una formazione né politica, né giuridica, né burocratica: mi è difficile dunque accettare quanto di necessariamente formale c'è nella discussione e nell'azione politica, giuridica e burocratica. Comprendo solo esteriormente che tale momento formale ci deve essere (è vero: anche sul piano dell'espressione letteraria c'è un momento formale; ma di esso ho diretta esperienza, e mi è divenuto abitudinario).

Il momento formale della Sua prima argomentazione è questo: i due alti funzionari presenti a Venezia erano presenti a Venezia in funzione di componenti il consiglio di amministrazione dell'ente veneziano. Ma perché sono componenti del consiglio di amministrazione veneziano? Lo dice Lei stesso: perché sono direttori generali dei Ministeri del Turismo e della Pubblica Istruzione.

mercoledì 25 febbraio 2026

Il Presidente Leone risponde a Pasolini - Tempo, numero 40, 28 settembre 1968, pag, 4

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Il Presidente Leone risponde a Pasolini

Tempo

numero 40

28 settembre 1968

pag, 4

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Qui la Lettera di Pasolini al Presidente del Consiglio Giovanni Leone 

Qui il Presidente Leone, risponde a Pasolini

Qui Pasolini risponde al presidente Leone



Nel numero 39 di Tempo, a pagina 18, Pier Paolo Pasolini, nella rubrica "Il caos", indirizzò una lettera aperta al Presidente del Consiglio. Pubblichiamo ora la risposta del senatore Leone, sulla quale il nostro collaboratore P. P. Pasolini si riserva di tornare nella sua prossima rubrica.

Roma, 18 settembre 1968

Caro Pasolini,

poichè lei mi ricorda - nella sua consueta rubrica pubblicata sul numero 39 di "Tempo" - il nostro incontro in occasione di una visione privata del film "Uccellacci, uccellini" e di essere in grado perciò di rivolgersi a me come amico, è con la stessa franchezza di quell' incontro che rispondo alla sua lettera aperta:

1) In primo luogo devo dirle che il governo non è intervenuto affatto nella vicenda della Mostra del Cinema di Venezia, avendo lasciato - com'era suo dovere - che ogni decisione fosse assunta nella propria autonomia dagli organi responsabili dell'Ente autonomo. Non mi occuperò dello svolgimento dei fatti; mi sarebbe solo facile a tal proposito dirle che non è stato possibile - e non solo a me - comprendere il suo atteggiamento nei confronti della Mostra (può dirsi, senza offenderla, che fu per lo meno contraddittorio o perplesso).

A Venezia non fu inviato alcun rappresentante o portavoce di organi ministeriali. La presenza a Venezia di due alti funzionari era - come lei sa e sanno tutti - in funzione della loro posizione (quali direttori generali dei Ministeri del Turismo e della Pubblica Istruzione) di componenti il consiglio di amministrazione dell'Ente.

Quando ricevetti la delegazione del Consiglio comunale di Venezia accompagnata dal Sindaco, ripetei l'assoluta estraneità del governo alle decisioni relative alla Mostra. In quell'occasione dichiarai - e confermo - che il governo era pronto a presentare un disegno di legge che disciplinasse in maniera nuova e democratica l'Ente. Fui pregato di attendere i risultati del convegno indetto per i primi di ottobre. Non appena saremo in possesso di tali dati, presenteremo al Parlamento l'esame - il disegno di legge, nell'intento di rimuovere per il settembre 1969 le cause della contestazione.

Pier Paolo Pasolini: Lettera al Presidente del Consiglio Giovanni Leone - Tempo numero 39, 21 settembre 1968, pag. 18

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Lettera al Presidente del Consiglio Giovanni Leone 
di Pier Paolo Pasolini 
(Sulla contestazione alla Mostra del Cinema di Venezia e sulla repressione del Movimento Studentesco)
“Tempo”
numero 39
21 settembre 1968
pag. 18

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )

Lettera al Presidente del Consiglio


Ci siamo conosciuti - se lo ricorda onorevole Leone? - a una proiezione privata di "Uccellacci e uccellini" (Lei, come si sono riaccese le luci, mi ha dato sul film il primo giudizio: sospeso ma cordiale); Le posso dunque scrivere non come a un remoto Capo del Governo, ma come a uomo in carne e ossa, come a un amico. 
Vorrei porle una domanda precisa (una "interrogazione"?), seguita da altre domande nascenti da una curiosità puramente intellettuale, non implicanti una risposta.
La prima domanda è: per quale ragione il governo da Lei presieduto, e che, appunto perché provvisorio, rappresenta in modo più funzionale e trasparente il potere statale, ne è emanazione diretta e impretestuale, si è dimostrato violentemente ostile a una richiesta così "squisitamente" democratica, com'era quella delle forze di contestazione contro la Mostra di Venezia (dopo un primo momento, diciamo, eversivo: l'occupazione, del resto solo minacciata)? 

martedì 24 febbraio 2026

Pier Paolo Pasolini: Una lettera sgradevole - Tempo, numero 36, 3 settembre 1968, pag. 68

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Pie Paolo Pasolini
Una lettera sgradevole

Tempo

numero 36

3 settembre 1968

pag. 68

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Naturalmente comincio a ricevere delle lettere dai lettori di "Tempo". Non lo vorrei, perché ogni lettera costituisce un peccato di omissione, cioè una mancata risposta. In genere, devo dire, si tratta di lettere gradevoli: qualcuna di esse mi dà anche una profonda gioia (benché breve come un lampo). A scrivere sono quasi sempre delle persone "ingenue": la categoria di persone che più amo. E talvolta questa ingenuità ha la goffaggine e la chiarezza della grazia.

É una sola la lettera sgradevole che ho ricevuto. Viene da un paese del Napoletano, ed è firmata da un comunista: egli mi rimprovera di essere passato da "Vie nuove" a "Tempo", traendo da questo la conclusione che finirò prima o poi al "Corriere della Sera", secondo il destino di tutti gli scrittori arrivisti (si dice così?). Nella sua amarezza, offensiva e, appunto, sgradevole, tale lettera di per sé è tuttavia "ingenua": quindi non ce l'ho col suo autore. L'essere comunisti non è palingenetico. C'è un destino "italiano" che è inevitabile: esso resta nei sentimenti, nel corpo, nell'essere, anche quando si appartiene a un partito che supera, nelle idee, la nazionalità, in quanto tale nazionalità, come fatto storico, è determinata nei suoi caratteri dalla grande borghesia al potere e dalla piccola borghesia conservatrice.

mercoledì 5 novembre 2025

Pier Paolo Pasolini: Lettera aperta a Silvana Mangano - Tempo, numero 47, 16 novembre 1968, pag. 14

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Pier Paolo Pasolini
Lettera aperta a Silvana Mangano

Tempo

numero 47

16 novembre 1968

pag. 14

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )



Cara Silvana, 

è tanto che ti devo una lettera. Una lettera, se non un "mazzo di magnifiche rose". Invece di scrivertela privatamente, te la scrivo pubblicamente. Ciò pone dei limiti alla confidenza e all'affetto; ma le conferisce, forse, un maggior valore.   

É una lettera piena di amarezza. Un'amarezza confusa e imprecisabile - un disgusto leggero e immenso: che però non ti voglio comunicare. Si tratta forse del processo a "Teorema" (12), che la gente crede sia per me un fatto di comune amministrazione, preventivato e giocato come in una specie di scommessa con la vita: e invece è un avvenimento drammatico. Se così non fosse mi sarebbe troppo facile (la mia lotta). Se non ci fosse in me - ineliminabile, coagulato nei giorni infantili - un conformismo che produce drammi, sarebbe troppo facile il mio anti-conformismo. Non ti pare?

Pier Paolo Pasolini: Diario per un condannato a morte (Panagulis) - Tempo, numero 50, 7 dicembre 1968, pag. 17

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Pier Paolo Pasolini
Diario per un condannato a morte
(Panagulis)

Tempo

numero 50

7 dicembre 1968

pag. 17

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Diario per un condannato a morte


Torino, 20 novembre 1968 - Panagulis sta per essere fucilato; e io non riesco a tollerare questa idea.

 Chiuso dentro la camera di un albergo; prigioniero dei miei obblighi, del mio futuro ecc., mi trovo pieno di un curioso sentimento di insofferenza verso il mio essere impotente. É vero, in tutti questi decenni in cui mi è capitato di trovarmi al mondo, e di "decidere", fra grida come queste che, violente e fioche, si alzano nel cielo di Torino, davanti alle tante notizie di condanne a morte come questa, ho sofferto, mi sono sentito torcere le viscere di rabbia e di angoscia: ma non mi è mai successo, tuttavia, di soffrire come oggi.

Cos'ha di "speciale" questa condanna a morte? Non lo so dire. Ho in mente solo una banalità: è la goccia che fa traboccare il vaso. Non capisco però perché il vaso si riveli adesso improvvisamente colmo, fino all'orlo, fino a traboccare. Ho sempre pensato che questo vaso della nostra rassegnazione, avesse una capienza infinita. Mi trovo invece con un vaso colmo; e sono assolutamente privo di quell'esperienza che serve a chi è giunto ai limiti della sopportazione. Non c'è nulla di più semplice del caso di Panagulis. In questa stessa pagina, l'altra settimana, ho scritto una poesia su di lui: probabilmente, anzi certamente, una brutta poesia, come tutte le cose che si scrivono con le lacrime agli occhi: in quella poesia citavo i tanti eroi di Euripide, che, con la meccanicità del deus ex machina, al momento opportuno, sapendo che un oracolo vuole, dalla città, per la sua salvezza, un sacrificio umano, accettano - recitando un solo stereotipo monologo - e subito uscendo di scena - di morire sgozzati. Il caso di Panagulis ha questa semplicità un po' meccanica e disumana. Ricordo ancora, qui, quella frase di una ricoverata nel manicomio di Basaglia: gli eroi sono prodotti delle società repressive. In Grecia ci sono i tiranni; come nella Tebe o nell'Argo di Euripide. Ma, ecco, è questo che furibondo mi chiedo, dov'è Atene? Allora c'era un'Atene, democratica, che, sempre con la meccanicità del deus ex machina, interveniva contro i tiranni delle città vicine, o a salvare o a vendicare gli eroi. Dov'è Teseo, l'eroe dell'ufficialità democratica, che interviene, pur riluttando contro la violenza? Tesei non ne vedo, intorno. Vedo solo dei fiacchi capi di governo, dei prudenti ministri che mandano telegrammi a gente che non è degna di riceverli. Panagulis non chiede la grazia. Egli rifiuta questo rapporto coi tiranni. Poiché i "potenti" delle false città di Atene, che si dicono democratiche, si prendono a cuore la sorte di questo eroe, facciano qualcosa sul serio; e intanto comincino col non considerare degni i colonnelli greci di ricevere posta da loro. Coi colonnelli non si parla, per prima cosa. Ci sono molti modi per far loro paura, per ricattarli, per metterli con le spalle al muro. Ma evidentemente il potere non ha confini nazionali; tutto il potere è dappertutto uguale, e tutti coloro che lo detengono sono legati fra loro, fraternamente: perciò si inviano telegrammi. Restano degli intellettuali, dei buffoni di corte, come me, per esempio, che mi sfogo in queste tristi pagine di impotente, incapace di fare vera esperienza, e capace solo di vegliare sulla sua coscienza.

venerdì 24 ottobre 2025

Pier Paolo Pasolini, Un odio difficile da immaginare - Tempo, 20 agosto 1968, numero 34, pag. 20 - (Con commento)

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Pier Paolo Pasolini
Un odio difficile da immaginare

Tempo

20 agosto 1968

numero 34

pag. 20

© Questa trascrizione da cartaceo è stata curata da Bruno Esposito )


Un odio difficile da immaginare


Nei "Cani del Sinai" (De Donato editore) Fortini fa, nel corpo del suo discorso personale e non molto limpido, sulla guerra tra Israele e gli arabi, una osservazione: nel futuro il razzismo aumenterà di intensità e di frequenza, anziché diminuire: e ciò a causa della pressione di un potere, che essendo meno visibile e personale, non sarà però meno schiacciante: anzi, sarà così schiacciante, da frantumare e polverizzare la collettività che fa da tessuto connettivo al processo di produzione e consumo; tale polverizzazione della società in tante forme diverse, ugualmente oppresse, farà appunto moltiplicare il razzismo, perché tutte le piccole parti separate, in cui si frantumerà il mondo schiacciato, si odieranno razzialmente fra loro.

É un odio razziale difficile da immaginare.

É, in generale, difficile, anche adesso che vige con tanto furore, e noi ne siamo appena sopravvissuti, immaginare che cosa sia l'odio razziale. Esso è, in realtà, costituito da molti odi razziali, differenti e qualche volta anche contraddittori.  

C'è un primo livello storico - che è rimasto quello popolare - in cui l'odio razziale è magico: e, come tale, sopravvive in ognuno di noi (che, nei nostri strati profondi, rimaniamo preistorici e popolari). Questo tipo di odio razziale è l'unico che sia abbastanza possibile immaginare, e che sia anche, in qualche modo, giustificabile, dato che precede la fase della ragione.

Le nostre "antipatie" per certi tipi di persone, il fastidio violento che ci danno certi "corpi", sono archetipi di un tale odio razziale, che proviamo, in modo sia pure monco o embrionale, e che cade quindi sotto il dominio della nostra esperienza.

martedì 30 settembre 2025

Pie Paolo Pasolini, La paura di essere mangiati - Tempo, numero 36, 3 settembre 1968, pag. 68

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Pie Paolo Pasolini
La paura di essere mangiati

Tempo

numero 36

3 settembre 1968, 

pag. 68

( © Questa trascrizione da cartaceo è stata curata da Bruno Esposito )

     

 Al lettore medio, cioè di cultura media - o che perlomeno abbia scarse nozioni di psicanalisi - sembrerà molto strana la seguente affermazione: noi siamo ancora determinati nel nostro destino, dalla paura di essere "mangiati". Ancora più strana sembrerà quest'altra affermazione: quando la paura di essere mangiati è eccessiva o ossessiva allora significa che noi "desideriamo" essere mangiati (si sa, per esempio, che la tanatofobia è in realtà ansia di autodistruzione; e non per niente anche nel parlare comune si dà per scontato che chi dice con troppa insistenza di odiare, in realtà ama, e magari viceversa).

 A nessuno di noi che viva con curiosità questi anni, è sfuggito che è diventato ossessivo l'uso della parola "sistema" e della sua negazione (il "dissenso", la "contestazione"): è una situazione tipica delle società molto avanzate. E infatti le suddette parole hanno molto più senso in America o in Germania che in Italia (dove si ha ancora purtroppo, una contestazione all'italiana: dato che anche il sistema è all'italiana).

sabato 6 settembre 2025

Pier Paolo Pasolini - I contestatori cattolici - Tempo, numero 52, 21 dicembre 1968 - pag. 17

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Pier Paolo Pasolini
I contestatori cattolici

Tempo

numero 52

21 dicembre 1968

pag. 17

( © Questa trascrizione da cartaceo è stata curata da Bruno Esposito )


Mi ero proposto di non toccare mai più temi di carattere religioso "specifico". Cioè di interrompere il dialogo... Questo però, se implica sfiducia e senso di inutilità nei confronti della parte ufficiale del mondo cattolico, è sleale verso un'altra parte, molto più piccola, di quel mondo. Insomma è mio dovere continuare, sia pure nel modo più asciutto e... freddo, le "cronache del possibile scisma".

Nel quadro di queste cronache ci sono da registrare tre fatti: 

I) Alcuni cattolici americani (sulla rivista "Look") richiedono che il Papa si dimetta, che venga eletto al suo posto un Papa non italiano e che la sede del Papato possibilmente venga portata fuori dall'Italia; 

II) Una cinquantina di preti francesi rivolgono al Papa l'accusa di non seguire il Vangelo in quanto residente in Vaticano, il cui lusso è un insulto alla povertà: tanto è vero che « se la cattedrale di San Pietro venisse distrutta nessuno la rimpiangerebbe »; 

III) I parrocchiani operai dell'Isolotto fanno notare al Papa l'inopportunità di andare a celebrare la messa di Natale a Taranto, quando c'è il problema dell'Isolotto da risolvere (il problema dell'Isolotto - questa nota è mia - coincide con l'intero problema della Chiesa: mentre la messa di Natale a Taranto può essere folclore, evasività, populismo e consacrazione del potere industriale).

Ecco tutto. Questi tre fatti, forse, il lettore li conosce già: tuttavia essi diventano più significativi se elencati insieme.

Pier Paolo Pasolini

@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare


Curatore, Bruno Esposito


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Pier Paolo Pasolini - Lettera di una casalinga - Tempo, numero 52, 21 dicembre 1968 - pag. 17

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Pier Paolo Pasolini
Lettera di una casalinga

Tempo

numero 52

21 dicembre 1968

pag. 17

( © Questa trascrizione da cartaceo è stata curata da Bruno Esposito )


Tra le lettere che ho ricevuto in questi giorni, vorrei pubblicare questa, che mi arriva, firmata, da Savona: 

«Caro Pasolini, siamo assolti! Rallegriamoci in nome della poesia e della giustizia. E perdoni il plurale: ma se Lei fosse stato giudicato colpevole lo sarei stata anch'io che vidi il film nell'unica sera che fu proiettato a Savona e che trovai molto bello, anche se i personaggi sono spinti verso le più estreme conseguenze. E la cosa buffa è per me questa: io, casalinga di mezza età, così lontana da Lei come vita cultura e tutto, mi sentivo coinvolta nella sua vicenda giudiziaria solo per il semplice fatto che avevo capito il film e mi ero identificata in quei personaggi fino a sentirli "possibili" e migliori. Non mi so esprimere ma vorrei dire una cosa, molto semplice, in fondo: che la condanna - se vi fosse stata - avrebbe colpito il film ma non Lei o il suo coraggio di dire le cose o per averle dette in un dato modo; mentre con il film la condanna avrebbe raggiunto me, spettatrice consenziente e partecipe ma senza i meriti e le giustificazioni dell'autore e quindi scioccamente, gratuitamente colpevole! Ma le confesso che comunque non avrebbe cambiato niente. Perchè la verità ci può venire rivelata da chiunque e anche da molto lontano: l'importante è saperla riconoscere ».