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giovedì 18 dicembre 2025

Pasolini: Il mio Accattone in Tv dopo il genocidio - Corriere della Sera, 8 ottobre 1975, pag. 13

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Pasolini
Il mio Accattone in Tv dopo il genocidio

Corriere della Sera

8 ottobre 1975

pag. 13

Accattone può essere visto anche, in laboratorio, come il prelievo di un modo di vita, cioè di una cultura. Se visto così, può essere un fenomeno interessante per un ricercatore, ma è un fenomeno tragico per chi ne è direttamente interessato: per esempio per me, che ne sono l'autore.

Quando Accattone è uscito, benché fossimo agli inizi di quello che veniva chiamato boom (parola che ci fa già sorridere come belle époque o «stile aerodinamico»), eravamo in un'altra età.

Un'età repressiva. Niente era in realtà cambiato — attraverso tutti gli anni Cinquanta — di ciò che aveva caratterizzato l'Italia negli anni Quaranta e prima. La continuità tra il Regime fascista e il Regime democristiano era ancora perfetta. In Accattone due fenomeni di tale continuità sono impressionanti: primo, la segregazione del sottoproletariato in una marginalità dove tutto era diverso; secondo, la spietata, criminaloide, insindacabile violenza della polizia.

mercoledì 17 settembre 2025

Le lucciole e i potenti Giulio Andreotti risponde a Pier Paolo Pasolini, sul suo articolo: Gli insostituibili Nixon italiani - Corriere della serra, 18 febbraio 1975

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Le lucciole e i potenti
Giulio Andreotti risponde a Pier Paolo Pasolini
sul suo articolo
Gli insostituibili Nixon italiani

Corriere della serra

18 febbraio 1975 

( © Questa trascrizione da cartaceo è stata curata da Bruno Esposito )


Qui trovi Il vuoto del poter in Italia di P.P.Pasolimi

Qui trovi la risposta di Giulio Andreotti - Andreotti replica a Pasolini

Qui travi la risposta di Pier Paolo Pasolini - Gli insostituibili Nixon italiani - Continua il dibattito tra Pasolini e Andreotti

Qui trovi Le lucciole e i potenti Giulio Andreotti risponde a Pier Paolo Pasolini, sul suo articolo: Gli insostituibili Nixon italiani 

Qui trovi Giulio Andreotti, Caro Pasolini ti chiedo ora le scuse per allora


Pasolini replica alle mie note al suo precedente articolo in termini che spero non rendano inutile qualche ulteriore osservazione.

Tralascio i commenti sulle cronache televisive del nostro ultimo consiglio nazionale. Per quel che mi riguarda, non mi andava e non ho parlato (libertà nei non regimi) ed in quanto ad esser pallido lo sono da cinquantasei anni e sopravvivo.

In termini più generali, Pasolini non contesta una serie di fatti da me elencati. Ritiene che qualunque altro raggruppamento (egli continua a chiamarlo regime) fosse stato al potere, avrebbe ugualmente dovuto fare opere di una certa carica positiva. Anzi, la Democrazia cristiana sarebbe stata solo inebriata dall'espansione economica dei padroni, non avendo alcun merito nella costruzione di << miriadi di case >> e nella creazione di alcuni milioni di posti di lavoro industriale e terziario.

martedì 16 settembre 2025

Pier Paolo Pasolini, Gli insostituibili Nixon italiani - Continua il dibattito tra Pasolini e Andreotti - Corriere della sera, 18 febbraio 1975.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pier Paolo Pasolini
Gli insostituibili Nixon italiani

Corriere della sera, 18 febbraio 1975. 

(In Scritti Corsari Editore Garzanti, 1975: I Nixon italiani)

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Qui trovi la risposta di Giulio Andreotti - Andreotti replica a Pasolini

Qui travi la risposta di Pier Paolo Pasolini - Gli insostituibili Nixon italiani - Continua il dibattito tra Pasolini e Andreotti

Qui trovi Le lucciole e i potenti Giulio Andreotti risponde a Pier Paolo Pasolini, sul suo articolo: Gli insostituibili Nixon italiani 

Qui trovi Giulio Andreotti, Caro Pasolini ti chiedo ora le scuse per allora




Ho visto alla televisione per qualche istante la sala in cui erano riuniti in consiglio i potenti democristiani che da circa trent'anni ci governano. Dalle bocche di quei vecchi uomini, ossessivamente uguali a se stessi, non usciva una sola parola che avesse qualche relazione con ciò che noi viviamo e conosciamo. Sembravano dei ricoverati che da trent'anni abitassero un universo concentrazionario: c'era qualcosa di morto anche nella loro stessa autorità, il cui sentimento, comunque, spirava ancora dai loro corpi.


richiami di Fanfani all'ancien regime, pieni di ampollosa spregiudicatezza, erano talmente insinceri da rasentare il delirio; i giovani descritti da Moro erano fantasmi quali possono essere immaginati solo dal fondo di una fossa dei serpenti; il silenzio di Andreotti era intriso di un cereo sorriso di astuzia terribilmente insicura e ormai timida senza riparo...

Appunto Andreotti. E' alla sua risposta che dovrei replicare.
Naturalmente non senza esitazioni. Ciò che temo è che egli mi abbia a bella posta - con l'abilità ch'è naturale al potere - trascinato nella sua palude. Dunque, se in tale palude - in tale grigiore - io gli rispondo, faccio il suo gioco.

Se non rispondo, però, non faccio il mio gioco.

In cosa consisterebbe l'abilità di Andreotti (se c'è)? Nell'avere risposto a un articolo che io non ho scritto. Infatti a me non potrebbe mai nemmeno venire in mente di scrivere qualcosa che concerna il malgoverno o il sottogoverno. Ci sono centinaia di giornalisti e di politici, molto più informati di me, che scrivono appunto, e da trent'anni, sul malgoverno e il sottogoverno democristiano. Andreotti, secondo l'ipotesi che sto qui formulando, avrebbe finto di annoverarmi tra coloro che scrivono del malgoverno e del sottogoverno democristiano, e di conseguenza avrebbe scritto una finta difesa d'ufficio. In questo «gioco di finzioni» io non avrei potuto che perdermi.

Invece voglio escludere - almeno per ora - questa attendibilissima ipotesi del «gioco delle finzioni» in cui Andreotti mi avrebbe, non senza cortesia, impantanato: voglio accettare la lettera della sua risposta, voglio credere nella sua sincerità. Voglio credere che, anche parlando con lui a quattr'occhi - e con l'ipotetica certezza della massima sua buonafede - egli mi avrebbe dato la risposta che mi ha dato pubblicamente sul «Corriere».

In tal caso egli non avrebbe finto di non aver capito ciò che io ho scritto a proposito della Democrazia cristiana: egli non avrebbe realmente capito ciò che io ho scritto.

In cosa consiste infatti, onestamente, la sua difesa della Democrazia cristiana (contro chi, in questo senso, non si è mai sognato di attaccarla)? Consiste in un lungo, prevedibile e diligente elenco dei meriti, appunto della Democrazia cristiana. Tale elenco non è privo, tecnicamente, di una certa allure liturgica: si sa che tutte le religioni hanno un debole per gli elenchi, il cui schema è il comandamento, la litania, il rosario. Ciò depone in un certa senso a favore di Andreotti, perché dimostra inequivocabilmente - come ogni prova linguistica - che la sua buonafede cattolica, risalendo all'infanzia, ha qualcosa di sincero.

Tuttavia, per quanto ci riguarda, tale elenco andreottiano dei meriti della Democrazia cristiana ci si presenta essenzialmente, e fatalmente, come un elenco di Opere del Regime. Non lo dico tanto per polemica (c'è anche questa, s'intende, visto che io ho sinceramente voluto accettare la sincerità della risposta di Andreotti), ma lo dico soprattutto per rilevare un fenomeno che è oggettivamente comune a tutte le Opere del Regime, e che è il seguente: le Opere del Regime non sono Opere del Regime. Sono soltanto Opere che il Regime non può non fare. Le fa, naturalmente, nel modo peggiore (e in questo la Democrazia cristiana non si distingue dagli altri Regimi) ma, ripeto, non può non farle. Qualsiasi governo in Italia verso la fine degli anni trenta avrebbe bonificato le Paludi Pontine: il Regime Fascista ha elencato tale bonifica, di comune amministrazione, tra le proprie Opere. Di tutte le Opere che Andreotti liturgicamente elenca come meritevoli Opere del Regime Democristiano, si potrebbe ripetere la stessa cosa: il Regime Democristiano non poteva non farle. E, ripeto, le ha fatte malissimo. Ma io non mi occupo di malgoverno o di sottogoverno. Solo se io mi occupassi di malgoverno o di sottogoverno potrei notare come nell'elenco di Andreotti manca ogni accenno agli ospedali e alle scuole (si accenna alla «popolazione scolastica» facendone una petizione di principio: come se cioè gli italiani fossero migliorati dalle scuole italiane e non invece peggiorati).

Prendo due delle più rilevanti delle Opere elencate da Andreotti, cioè la costruzione di case («gli italiani che abitano una casa di cui sono proprietari hanno superato il cinquanta per cento») e lo spostamento di grandi masse dalle campagne alla città («milioni di contadini sono passati al lavoro industriale o a quello autonomo»).

Si tratta di due fenomeni che Andreotti vede da un punto di vista strettamente pragmatico, fattuale, materiale, quasi direi nomenclatorio. Essi si presentano nell'elenco come freddamente privi di significato al di fuori del loro mero esserci (od essere attuali).

Puro nominalismo amministrativo. Andreotti non si cura, quasi non fosse affar suo, degli effetti umani, culturali, politici di tali fenomeni. Pare non aver sentito neanche mai parlare della degradazione antropologica derivante da uno «sviluppo senza progresso», qual è stato quello italiano con le sue case e il suo urbanesimo. A parte il fatto che le case costruite in Italia negli anni del Trentennio democristiano sono una vergogna, e che le condizioni di vita a cui sono costretti i contadini emigrati nel Nord o in Germania sono atroci. (Ma io non sono uno che si occupa di malgoverno o di sottogoverno.) Per restare dunque al gioco che in realtà non dovrei accettare, farò a proposito dei due fenomeni assunti ad esempio, le seguenti osservazioni.

A proposito della costruzione di case e dell'abbandono delle campagne, si possono verificare con particolare precisione e pertinenza - credo anche statisticamente - le due «fasi delle lucciole» di cui parlavo nel mio vero articolo.

Infatti, durante la «fase della presenza delle lucciole» (anni cinquanta) le case, che attraverso una serie di scandali edilizi memorabili, la Democrazia cristiana ha tuttavia costruito, sono un'opera a cui la Democrazia cristiana è stata costretta dalla più normale e tradizionale lotta di classe. E lo stesso vale per la politica agraria. La Democrazia cristiana vi ha messo di proprio, di originale, appunto, le speculazioni, e gli spari della polizia.

Durante la «fase della scomparsa delle lucciole» (anni sessanta e settanta) si ha un completo rovesciamento della situazione: si ha cioè quella «soluzione di continuità» che io non ho esitato, e non esito ora, a dichiarare millenaristica: il passaggio da un'epoca umana a un'altra, dovuta all'avvento del consumismo e del suo edonismo di massa: evento che ha costituito, soprattutto in Italia, una vera e propria rivoluzione antropologica. In questa «fase» a spingere la Democrazia cristiana alle Opere non è stata (se non relativamente, all'inizio) la classe operaia guidata dal pci: sono stati, al contrario, i padroni, con la loro inarrestabile «espansione economica». La quale ha appunto costruito - attraverso un'inebbriata Democrazia cristiana - miriadi di case e ha risucchiato dalla campagna milioni di contadini.

Anche in questo la Democrazia cristiana non c'entra. Tanto non c'entra che (pare) non si è nemmeno accorta di nulla. Non si è accorta di essere divenuta, quasi di colpo, nient'altro che uno strumento di potere formale sopravvissuto, attraverso cui un nuovo potere reale ha distrutto un paese. Andreotti non spende naturalmente che due parole, rispondendomi, a proposito della Chiesa. Ma la Chiesa è appunto uno di quei valori che il nuovo potere reale ha distrutto, compiendo un vero e proprio genocidio di preti, che rientra nel quadro di un ben più imponente e drammatico genocidio di contadini. Non voglio passare io dalla parte della Chiesa e degli analoghi valori, cancellati pragmaticamente dallo «sviluppo». Ma Andreotti non può certo venirmi ad accusare che io non me ne faccia un problema.

Lui infatti ride delle lucciole io no.

Ma, fatto il mio grigio dovere, ecco che è giunto il momento ch'io torni sulla prima ipotesi che ho formulato: l'assai più divertente ipotesi, cioè, che Andreotti abbia finto di non avermi capito, dandomi quindi una risposta che ha fuorviato e seppellito tutto. Che tale ipotesi abbia serie probabilità di essere quella giusta può essere dimostrato dal fatto che Andreotti - verso la fine del suo intervento - nel punto più retoricamente delicato, quello che precede la perorazione, abbia fatto una oscura allusione alla sorte di Nixon. Il senso diplomatico di tale oscura allusione è tuttavia chiaro, ed è il seguente: qui in Italia, miei cari, non si può fare come si è fatto in America con Nixon, cioè cacciare via chi si è reso responsabile di gravi violazioni al patto democratico: qui in Italia i potenti democristiani sono insostituibili.

C'è una sfida quasi luciferina in questa oscura allusione di Andreotti dal senso così chiaro. I potenti democristiani sono paragonabili (anzi, sono paragonati) a Nixon: e con ciò?

Non solo - sembra dire Andreotti - i successori di Nixon seguono la stessa politica di Nixon e continuano dunque a sostenere per quanto riguarda almeno l'Italia, gli equivalenti di Nixon; non solo, qui in Italia, non ci sarebbe un mediocre Ford pronto eventualmente a sostituire i nostri Nixon (tutti sanno cosa sia divenuta una carriera politica in Italia, e come gli avvocatucci provinciali e volgari eletti deputati fino a una diecina di anni fa, siano dei giganti rispetto ai loro possibili successori di oggi), non solo, ma i nostri Nixon sono infinitamente più potenti del Nixon americano: essi hanno trovato appunto, a quanto pare, il modo di rendersi insostituibili. Il legame che unisce infatti questa allusione di Andreotti a una sua altrettanto significativa omissione è di una perfetta logicità.

Voglio dire che - pur accennando alla criminalità, comune e politica, che, quasi caduta dal cielo, caratterizza l'odierna vita italiana - Andreotti ha omesso nel suo articolo di parlare della «strategia della tensione» e delle stragi.

Dunque gli uomini che decidono la politica italiana - e in definitiva la nostra vita - primo: non sanno nulla, o fingono di non saper nulla, di ciò che è radicalmente cambiato nel «potere» che essi servono, praticamente detenendolo e gestendolo, secondo, non sanno nulla, o fingono di non saper nulla, sull'unica «continuità» di tale potere, cioè sulla serie di stragi. Ciò è scandaloso. E io sono scandalizzato: a rischio di essere anche ingeneroso e conformista (come è sempre chi è scandalizzato, e si fa, quindi, portavoce di un sentimento comune e maggioritario, non privo di qualunquismo). E' chiaro comunque che fin che i potenti democristiani taceranno sul cambiamento traumatico del mondo avvenuto sotto i loro occhi, un dialogo con loro è impossibile.

Ed è altrettanto chiaro che fin che i potenti democristiani taceranno su ciò che invece, in tale cambiamento, costituisce la continuità cioè la criminalità di Stato, non solo un dialogo con loro è impossibile, ma è inammissibile il loro permanere alla guida del paese. Del resto c'è da chiedersi cos'è più scandaloso: se la provocatoria ostinazione dei potenti a restare al potere, o l'apolitica passività del paese ad accettare la loro stessa fisica presenza («...quando il potere ha osato oltre ogni limite, non lo si può mutare, bisogna accettarlo così com'è», Editoriale del «Corriere della sera», 9-2-1975).




Curatore, Bruno Esposito

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lunedì 15 settembre 2025

Giulio Andreotti, replica a Pier Paolo Pasolini sul suo articolo: «Il vuoto del potere in Italia » - Non è mai esistito un regime democristiano - Corriere della sera, Tribuna aperta del 2 Febbraio 1975

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Giulio Andreotti
replica a Pier Paolo Pasolini sul suo articolo:
«Il vuoto del potere in Italia » 
- Non è mai  esistito  un regime  democristiano - 

Corriere della sera

Tribuna aperta 

del 2 Febbraio 1975

( © Questa trascrizione da cartaceo è stata curata da Bruno Esposito )


di GIULIO ANDREOTTI


Ieri i «Corriere» ha pubblicato un articolo di Pier Paolo Pasolini: «Il vuoto del potere in Italia ». Ad esso replica Giulio Andreotti.


Qui trovi Il vuoto del poter in Italia di P.P.Pasolimi

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Qui trovi Giulio Andreotti, Caro Pasolini ti chiedo ora le scuse per allora


Rendo omaggio al suggestivo stile letterario di P. P. Pasolini anche se non condivido la sua dura e disperante critica della situazione politica attuale, con l'accento sopra una specifica accusa di << lucciolicidio >> rivolta alla democrazia cristiana.

Mi guardo bene dal considerare pregiudizialmente infondate le censure rivolte al mondo politico e dal sottovalutare la pericolosità dei vuoti di potere che effettivamente esistono, per cause che vanno però analizzate in maggiore profondità.

L'odierna crisi nascerebbe secondo Pasolini dal profondo cambiamento intervenuto nella società italiana, che avrebbe fatto saltare il << regime >> senza  che lo si sia sostituito - o lo si sia potuto sostituire con altro valido sistema di conduzione civile.

domenica 14 settembre 2025

Il vuoto del potere in Italia - ovvero, L'articolo delle lucciole di Pier Paolo Pasolini - "Corriere della sera" del 1° febbraio 1975

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Eretico e Corsaro




Il vuoto del potere in Italia 

ovvero

L'articolo delle lucciole


di Pier Paolo Pasolini
dal "Corriere della sera" del 1° febbraio 1975 

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Qui trovi Giulio Andreotti, Caro Pasolini ti chiedo ora le scuse per allora


La distinzione tra fascismo aggettivo e fascismo sostantivo risale niente meno che al giornale "Il Politecnico", cioè all'immediato dopoguerra..." Così comincia un intervento di Franco Fortini sul fascismo ("L'Europeo, 26-12-1974): intervento che, come si dice, io sottoscrivo tutto, e pienamente. Non posso però sottoscrivere il tendenzioso esordio. Infatti la distinzione tra "fascismi" fatta sul "Politecnico" non è né pertinente né attuale. Essa poteva valere ancora fino a circa una decina di anni fa: quando il regime democristiano era ancora la pura e semplice continuazione del regime fascista. Ma una decina di anni fa, è successo "qualcosa". "Qualcosa" che non c'era e non era prevedibile non solo ai tempi del "Politecnico", ma nemmeno un anno prima che accadesse (o addirittura, come vedremo, mentre accadeva).

venerdì 13 giugno 2025

Pier Paolo Pasolini, Il sesso come metafora del potere - (autointervista) Corriere della Sera, 25 marzo 1975

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pier Paolo Pasolini
Il sesso come metafora del potere
(autointervista)

Corriere della Sera

25 marzo 1975

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )

Il regista, che ha incominciato a girare «Salò o le 120 giornate di Sodoma chiarisce l'intento della sua opera dove quattro «potenti» strumentalizzano alcune vittime in un continuo confronto dialettico, che è fisico oltre che economico, tra chi detiene il comando e chi invece è asservito - La scelta degli attori... 

Pochi giorni or sono abbiamo registrato su queste colonne l'inizio delle riprese, a Mantova, del nuovo film di Pier Paolo Pasolini << Salò o le centoventi giornate di Sodoma >>. Ora l'autore stesso ha voluto scrivere per il << Corriere >> dal << set >> dove lavora, questo articolo in forma di << auto-intervista >>, per chiarire il significato e i propositi della sua nuova opera che, come è noto, trasferisce i personaggi del racconto di De Sade all'epoca della Repubblica di Salo. 


D. - Questo film ha dei precedenti nella sua opera?

R. - Sì. Le ricordo Porcile. Le ricordo anche Orgia, un’opera teatrale di cui ho curato io stesso la regia (a Torino, nel ’68). L’avevo pensata nel 1965, e scritta tra il ’65 e il ’68 come del resto Porcile, che era anch’esso un’opera teatrale. Originariamente doveva essere un’opera teatrale anche Teorema (uscito nel ’68). De Sade c’entrava attraverso il teatro della «crudeltà», Artaud, e, per quanto sembri strano, anche attraverso Brecht, autore che fino a quel momento avevo poco amato, e per cui ho avuto un improvviso, anche se non travolgente amore appunto in quegli anni antecedenti alla contestazione. Non sono contento né di Porcile né di Orgia: lo straniamento e il distacco non fanno per me, come del resto la «crudeltà».

sabato 17 maggio 2025

Pasolini, Non aver paura di avere un cuore - Corriere della sera, 10 marzo 1975

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dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pasolini  -, Non aver paura di avere un cuore 

Corriere della sera

10 marzo 1975  

(In Scritti corsari con il titolo: Cuore)


Clicca sul link qui sotto,

1975, Pasolini e la polemica sull'aborto - Cronologia di fatti, misfatti e banalità 


   Il  lettore mi perdoni, ma voglio tornare ancora sul problema dell'aborto, o meglio sui problemi che il discutere dell'aborto ha suscitato. Infatti quelli che veramente contano sono i problemi del coito, non quelli dell'aborto.

   L'aborto contiene in sé qualcosa, tuttavia, che evidentemente scatena in noi forze «oscure» ancora anteriori al coito stesso: è il nostro eros nella sua illimitatezza che esso mette in discussione - o su cui impone la discussione. Per quanto mi riguarda, e come ho detto chiaramente - l'aborto mi rimanda oscuramente all'offensiva naturalezza con cui viene sentito in generale il coito. Tanta offensiva naturalezza rende così ontologico il coito da annullarlo.

martedì 15 aprile 2025

Lettera di Italo Calvino a Claudio Magris (sull'aborto) - Corriere della sera del 9 febbraio 1975

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dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Lettera di Italo Calvino a Claudio Magris 
(sull'aborto) 

Corriere della sera 

9 febbraio 1975


Clicca sul link qui sotto,

1975, Pasolini e la polemica sull'aborto - Cronologia di fatti, misfatti e banalità 


Caro Magris

con grande dispiacere leggo il tuo articolo Gli sbagliati. Sono molto addolorato non solo che tu l’abbia scritto, ma soprattutto che tu pensi in questo modo.

Mettere al mondo un figlio ha un senso solo se questo figlio è voluto, coscientemente e liberamente dai due genitori. Se no è un atto animalesco e criminoso. Un essere umano diventa tale non per il casuale verificarsi di certe condizioni biologiche, ma per un atto di volontà e d’amore da parte degli altri. Se no, l’umanità diventa – come in larga parte già è – una stalla di conigli. Ma non si tratta più della stalla «agreste», ma d’un allevamento «in batteria» nelle condizioni d’artificialità in cui vive a luce artificiale e con mangime chimico.

Natalia Ginzburg, Aborto: la donna è sola - Corriere della Sera, Il 7 febbraio 1975

"Le pagine corsare " 
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Eretico e Corsaro



Natalia Ginzburg
Aborto: la donna è sola

Corriere della Sera
7 febbraio 1975

Giorni fa c’è stata una persona che ha parlato dell’aborto con parole serie e vere, ed è Franco Rodano, in un articolo uscito su un quotidiano il 28 gennaio. Questo articolo si chiama Aborto e clericalismo. È un articolo molto bello e civile; fra i piú belli e civili che mi sia successo di leggere negli ultimi tempi.

 Penso che la questione dell’aborto è forse la questione piú complicata, piú delicata, piú triste che esista; una zona dove muoversi è ben difficile. Quando Franco Rodano parla dell’aborto, in questo articolo, ci sembra di respirare aria pura; perché egli ne parla con estremo rispetto umano e con una estrema serietà.

 Io sono per la legalizzazione dell’aborto. Con Franco Rodano, penso che ha ragione l’Unione delle Donne Italiane, «il solo organismo popolare, e perciò serio, realista e autentico dell’emancipazione femminile nel nostro paese», quando «avanza la proposta d’una depenalizzazione dell’aborto, ove e purché si verifichi in istituti sanitari pubblici».

lunedì 14 aprile 2025

Claudio Magris “Gli sbagliati” apparso la prima volta sul Corriere della Sera del 3 febbraio 1975.

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Claudio Magris “Gli sbagliati” 

apparso la prima volta sul Corriere della Sera 

del 3 febbraio 1975.


Dittatore mite e bonario, Cesare cercò di perdonare e di graziare i propri avversari politici, ma fece strangolare Vercingetorige. Non si può fargliene colpa, perché non sapeva, e forse non poteva capire, che anche Vercingetorige era un uomo, pur non essendo un romano. Questa difficoltà di riconoscere gli uomini sembra ripresentarsi di continuo. In un recente articolo sul «Corriere» Giuseppe Montalenti si sofferma, nell’ambito della discussione sull’aborto, sui casi nei quali si ha la certezza che la persona concepita sia affetta da minorazioni gravissime e incurabili. Non ho, ovviamente, nulla da obiettare alle precise argomentazioni scientifiche di Montalenti, che fa un elenco dettagliato delle malformazioni accertabili già nelle primissime fasi dell’esistenza di un individuo. Mi sembra tuttavia sorprendente il tono col quale vengono presentati questi casi clinici, i conflitti di coscienza che essi instaurano e la tragedia che essi rappresentano. Montalenti parla della nascita di un «individuo gravemente tarato» come di una «iattura, talvolta per l’individuo stesso, sempre per i genitori e gli altri familiari, nonché per la comunità, alla quale in ultima analisi risalgono le responsabilità morali e materiali della cura e del mantenimento di questi individui incapaci di provvedere a se stessi e bisognosi di cure» (i corsivi sono miei).

sabato 12 aprile 2025

Pasolini: non dileggiare i cattolici - Leonardo Sciascia, Corriere della sera di domenica 26 gennaio 1975

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Eretico e Corsaro

Pier Paolo Pasolini e Leonardo Sciascia (dal volume Pasolini e la Calabria)-THR, 2025

Pasolini: non dileggiare i cattolici
Leonardo Sciascia

Corriere della sera

domenica 26 gennaio 1975


Sono, per tante ragioni, favorevole alla legalizzazione dell'aborto. 

Lo sono, come tutti gli uomini che pronunciano un sì o un no sulla questione, da una posizione che direi di illegittimità. Il diritto mi pare si dica che è in difetto di legittimazione colui che si arroga posizione di parte in una causa in cui non ha reali interessi da difendere o da negare. Di fronte al problema della legalizzazione dell'aborto la vera parte in causa è la donna: l'uomo vi assume un ruolo che, appunto, difetta di legittimità, e specialmente quando si dichiara contrario. Perché è come per il divorzio: i voti contrari alla legge venivano a conculcare il bisogno e la libertà di chi voleva divorziare; i voti favorevoli non obbligavano a divorziare chi non ne sentiva il bisogno o voleva continuare a credere nel matrimonio sacramentale, indissolubile. 

Non sono dunque d'accordo con Pasolini.

venerdì 11 aprile 2025

Giorgio Manganelli, Risposta a Pasolini ( aborto) - «Corriere della sera», 22 gennaio 1975.

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Eretico e Corsaro



Giorgio Manganelli
Risposta a Pasolini

Corriere della sera
22 gennaio 1975.

Da qualche tempo mi accade di leggere le prose teoretiche di Pier Paolo Pasolini con una sorta di devozionale raccapriccio; non oserò dire che scrive male, tenuto conto anche della media nazionale, ma che scrive, all’incirca, come un sociologo che, dopo passionali e discontinui studi giuridici, abbia scoperto e incautamente amato una letteratura, degli autori non indiscriminatamente consigliabili, tanto per fare un esempio, Giovanni Papini, Luigi Russo e l’ultimo Pier Paolo Pasolini. Mi rendo conto di esser caduto in un errore di logica, ma di un genere così squisitamente pasoliniano, da non trovar cuore per emendarlo. Quello che si nota, in questi ultimi scritti, è una tale quantità di superiorità morale nei confronti dell’universo, da essere difficilmente compatibile con una prosa comprensibile. Era già successo al tempo del divorzio, succede di nuovo oggi sul tema dell’aborto. Il lettore ha l’impressione di tentare l’autostop durante gli ultimi tre giri sulla pista di Indianapolis: estremamente frustrante. Non sono assolutamente certo di aver capito tutto, ma quel che ho cercato ha provocato in me una varietà di emozioni di cui cercherò di render conto, supponendole comuni ad altri mortali.

martedì 8 aprile 2025

Moravia, il 24 gennaio 1975, dalle pagine del Corriere, risponde a Pasolini sull'aborto, con un art. dal titolo "Lo scandalo Pasolini

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Eretico e Corsaro


Moravia risponde a Pasolini sull'aborto

sul Corriere della sera, del 24 gennaio 1975

con un art. dal titolo 

"Lo scandalo Pasolini"

Emma Bonino a sostegno della legge per l'aborto legalizzato

Il 24 gennaio del 1975, Alberto Moravia risponde ad un articolo di Pier Paolo Pasolini, apparso sulle colonne del Corriere della sera, il 15 gennaio del 1975, con il titolo "Sono contro l'aborto". 

Di seguito alcuni passaggi significativi della sua risposta.


Alberto Moravia:  

Da qualche tempo Pier Paolo Pasolini, per motivi certamente seri e profondi che non mi curo di definire, cerca lo scandalo. La peculiarità distintiva di questo suo atteggiamento è, però, che egli non mira a scandalizzare i conservatori ma gli intellettuali. 

Perché questo?

sabato 5 aprile 2025

Pasolini, Sono contro l'aborto - Corriere della sera, 15 gennaio 1975

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Eretico e Corsaro



Pasolini
Sono contro l'aborto

Corriere della sera

15 gennaio 1975       

( In Scritti corsari con il titolo: "19 gennaio 1975. Il coito, l'aborto, la falsa tolleranza del potere, il conformismo dei progressisti")



 Io sono per gli otto referendum del partito radicale, e sarei disposto a una campagna anche immediata in loro favore. Condivido col partito radicale l'ansia della ratificazione, l'ansia cioè del dar corpo formale a realtà esistenti: che è il primo principio della democrazia.

   Sono però traumatizzato dalla legalizzazione dell'aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell'omicidio. Nei sogni, e nel comportamento quotidiano - cosa comune a tutti gli uomini - io vivo la mia vita prenatale, la mia felice immersione nelle acque materne: so che là io ero esistente. Mi limito a dir questo, perché, a proposito dell'aborto, ho cose più urgenti da dire. Che la vita sia sacra è ovvio: è un principio più forte ancora che ogni principio della democrazia, ed è inutile ripeterlo.

   La prima cosa che vorrei invece dire è questa: a proposito dell'aborto, è il primo, e l'unico, caso in cui i radicali e tutti gli abortisti democratici più puri e rigorosi, si appellano alla Realpolitik e quindi ricorrono alla prevaricazione «cinica» dei dati di fatto e del buon senso.

   Se essi si sono posti sempre, anzitutto, e magari idealmente (com'è giusto), il problema di quali siano i «principi reali» da difendere, questa volta non l'hanno fatto.

martedì 1 aprile 2025

Inedito Pasolini, La mia eterna adolescenza è lieta malattia - Alcune pagine inedite di Pier Paolo Pasolini: gli anni di crisi e di fantasia in Friuli. - Corriere della sera del 30 marzo 1980

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Inedito Pasolini

La mia eterna adolescenza è lieta malattia

Corriere della sera del 30 marzo 1980

( © Questa trascrizione da cartaceo, anche un po faticosa, è stata curata da Bruno Esposito )

Alcune pagine inedite di Pier Paolo Pasolini:  
gli anni di crisi e di fantasia in Friuli.


In maggio tutte le sere andai a Rosano: furono momenti soavissimi. La chiesa spopolata, le rare candele, il pavimento che esalava fantasmi primaverili e il canto nudo delle  litanie che un po' alla volta mi stordiva. Appoggiati alla porta, o presso il fonte battesimale o diritti in pedi, intorno a me cantavano coloro per cui ero entrato in chiesa... nella notte ormai tiepida, corrotti dalla distanza giungevano concerti di trombe e fisarmoniche, erano Milio, Gigi, Rino, che tentavano i loro strumenti appoggiati chissà, a un salice, seduti contro un paracarro... 
La mia educazione non fu precisamente cattolica. Mio padre, ufficiale, era alquanto indifferente alla religione benchè ci conducesse a messa tutte le domeniche: egli non viveva e non vive di queste cose. Anch'egli come me (ma attraverso che diversi cammini!) ha ridotto la sua esistenza a se stessa. In lui coesistono, è vero, sovrastrutture, e ci crede: l'onore, la nazione, la pratica ecc... Mia madre, anch'essa è troppo nativa, ingenua. Naturalmente non può non credere: però la sua cultura, la sua fantasia le hanno fornito un'infinità di dubbi: senza che se ne rendesse conto la sua è diventata una 
religione naturale. Ma spirava un'aria cattolica nella mia casa; un'aria morale e spirituale, questo si. Ed elevatissima, non per nulla mio fratello è morto a neanche vent'anni offrendo la sua vita per un Ideale dl libertà. 

giovedì 23 maggio 2024

Ultima lettera a Pier Paolo Pasolini di Italo Calvino - Corriere della Sera, 4 novembre 1975

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Eretico e Corsaro

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Corriere della Sera, 4 novembre 1975

Ultima lettera a Pier Paolo Pasolini

di Italo Calvino

Corriere della Sera, 4 novembre 1975

Non farò più in tempo a rispondere a quella lettera. Sul “Mondo” del 30 ot­tobre, Pasolini mi indiriz­zava una lettera aperta sulla violenza nel mondo d’oggi, che resterà uno dei suoi ultimi scritti. Polemiz­zava col mio articolo del “Corriere” sul delitto del Circeo, perché io descrivevo un processo di degra­dazione della società sen­za darne spiegazioni e so­prattutto senza parlare del­la spiegazione che da tem­po ne dava lui: il «consu­mismo» che distrugge tut­ti i valori precedenti e al loro posto instaura un mondo senza principi e spietato.

lunedì 20 novembre 2023

Abrogare Pasolini? - Corriere della sera, 26 luglio 1974, pag. 2, rubrica tribuna aperta

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Abrogare Pasolini?

Corriere della sera

26 luglio 1974

pag. 2

rubrica tribuna aperta



Leggendo la risposta «ufficiale» di Maurizio Ferrara al mio intervento su Pannella, mi sono cascate le braccia. Dunque era vero. Tutta la polemica di Ferrara a nome del pci contro la mia persona, era fondata su niente altro che sull'estrapolazione di una frase dal mio testo («Corriere della sera», 10 giugno 1974), frase accepita letteralmente, e infantilmente semplificata. Tale frase è: «La vittoria del «no» è in realtà una sconfitta... Ma, in certo senso, anche di Berlinguer e del partito comunista.»

Ora, anche un bambino avrebbe capito la «relatività» di tale affermazione: e che mentre la parola «sconfitta», riferita alla DC e al Vaticano, suona nel suo pieno significato letterale e oggettivo, la stessa parola riferita al PCI, ha un significato infinitamente più sottile e composito. Anche un bambino avrebbe capito quanto c'è di paradossale nell'identificazione di due sconfitte in realtà così sostanzialmente differenti. Resta però il fatto che anche quella del PCI è comunque una «sconfitta», e questo non doveva essere detto. E se qualcuno lo avesse detto, non avrebbe dovuto venire in nessun modo ascoltato. Avrebbe dovuto - come dice Pannella - essere abrogato.