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sabato 11 luglio 2026

Lettera di Moravia: Troppa fretta per il caso Pasolini - Paese sera, 16 novembre 1975

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Lettera di Moravia
Troppa fretta per il caso Pasolini


Paese sera
16 novembre 1975 

Tu mi chiedi di dire quello che so. Ti rispondo che non so nulla all'infuori di quello Che ormai sanno tutti. Ma ho tatto delle riflessioni sull'assassinio di Pasolini e non ho alcuna difficoltà a comunicarle. Che dire prima di tutto della trasmissione televisiva che accettava pienamente la versione dell'Ansa la quale a sua volta accettava quella della polizia che accettava completamente quella dell'assassino? Che dire se non che la nostra società rozza e incolta non si contenta di essere <<maschile>>, vuole essere anche <<virile>> e per dimostrare a se stesa di esserlo davvero ha trattato in questa orrenda occasione Pier Paolo Pasolini né più né meno come sono trattati i negri in certi stati del Sud, negli Stati Uniti? Cioè, che. una volta di più. il pregiudizio contro l'omosessualità, fatto dl totale ignoranza, di odio del diverso e di senso di colpa ha funzionato con deplorevole automatismo?

mercoledì 4 febbraio 2026

Pier Paolo Pasolini, Biografia breve - 1975, Pasolini ultimo atto: Perchè siamo tutti in pericolo"

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Foto Pierre Putelli Eden © www giornaledibrescia it 

Pier Paolo Pasolini
Biografia breve
1975
Pasolini ultimo atto
Perchè siamo tutti in pericolo"


A questo link, trovi la Biografia breve completa: Biografia Breve-Le Pagine Corsare



Il 9 gennaio 1975, Pier Paolo Pasolini rilascia a Luisella Re un’intervista pubblicata su Stampa Sera dal titolo: "Il nudo e la rabbia". Pasolini si trova a Torino per una breve visita, durante la quale incontra i dirigenti della casa editrice Einaudi e partecipa alla proiezione del suo film Accattone.

Pasolini descrive la nudità non come mera provocazione estetica ma come evento simbolico che mette a nudo ipocrisie sociali. La nudità assoluta toglie mediazioni e costringe lo spettatore a confrontarsi con la realtà corporea e con il proprio senso di colpa o di esclusione. L’intervista scorre anche in una più ampia critica alla trasformazione della cultura italiana: omologazione, perdita di vitalità politica e anestetizzazione dei sensi, che per Pasolini sono segnali di decadenza.

L’idea del “nudo” come rivelazione e come atto che rompe artifici sociali. 

L’associazione tra nudità visibile e verità storica, cioè la capacità dell’arte di testimoniare condizioni umane scomode.

La rabbia come sintomo: non solo emozione individuale ma reazione collettiva a una verità che mette in crisi identità e ruoli.

Tono polemico e tagliente, con formule concise e immagini forti.

Uso frequente di contrasti (nudo/velato, verità/ipocrisia, vita/morte) per enfatizzare la frattura tra realtà e rappresentazione.

giovedì 15 gennaio 2026

Pasolini, "È stato un massacro" - Oriana Fallaci L'Europeo del 21 novembre 1975

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Oriana Fallaci al processo contro Pelosi per l'omicidio Pasolini

Pasolini, "È stato un massacro"

Oriana Fallaci 
L'Europeo 
21 novembre 1975 


Questa è, parola per parola, la ricostruzione del dialogo avvenuto a più riprese tra il nostro collaboratore Mauro Volterra e il ragazzo che sa come morì Pasolini, o meglio chi (oltre al Pelosi) uccise Pasolini. Ho ritenuto giusto lasciare le frasi del ragazzo così come furono dette da lui, e cioè in dialetto romanesco, per non alterarne in nessun modo la spontaneità e l’autenticità. Ho ritenuto opportuno rispettare rigorosamente la successione cronologica dei colloqui avvenuti tra Volterra e il ragazzo per non manipolare in nessun modo la loro importanza e la loro utilità. Le notizie contenute dentro le parentesi che interrompono il dialogo spiegano come avvennero i drammatici incontri e sino a che punto il ragazzo fosse terrorizzato dalla paura d’essere ucciso. 

Te ne devi annà, capito? Te ne devi annà! Io so’ riuscito a uscinne da questa storia, ne so’ uscito fori. Perché me voj rimette in mezzo ar casino? Perché me voj rovinà? Va via, va via! 

E in quale modo sei riuscito a uscirne? 

Mo te lo vengo a dire a te! Perché te lo dovrei dire a te? 

Perché ci potresti guadagnare un po’ di soldi. Io te le pago queste informazioni.

Nun li vojo li sordi tua! Che ci faccio con li sordi tua? Mannaggia, è facile parlà per te che nun rischi gnente. Tu con questa storia ce fai carriera. Ma io me becco ’na pistolettata in bocca, capito? La pelle è mia, mica è tua, capito? 

Ti assicuro che non dirò mai a nessuno d’avere avuto certe informazioni da te. C’è il segreto professionale. 

sabato 20 dicembre 2025

La nuova gioventù di Pier Paolo Pasolini: La forma che parla - versi come fotografie che il tempo ha ingiallito.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


La nuova gioventù di Pier Paolo Pasolini
La forma che parla
versi come fotografie che il tempo ha ingiallito.

È un libro che lavora come una ferita riaperta e riscritta: una memoria dialettale che diventa autocritica, elegia, poi controcanto politico. 

Il volume raccoglie le poesie friulane di Pasolini in tre momenti: “La meglio gioventù” (1941–1953), “La seconda forma de ‘La meglio gioventù’” (1974) come riscrittura/controtesto, e “Tetro entusiasmo” (1973–1974).

La nuova gioventù arriva in libreria nel 1975, è un libro di risposte a se stesso. Il montaggio tra vecchio e nuovo produce una dialettica interna — non un semplice volume di poesie, ma l’ultimo porto in cui la sua voce inquieta decide di fermarsi un momento, prima di riprendere il cammino.

Il volume sembra portare con sé un presagio. Pasolini cammina per Roma, osserva il suo paese trasformarsi, e intanto questo libro gli nasce tra le mani come un oggetto inquieto, un frammento di memoria che non vuole restare fermo. È il suo ultimo approdo poetico, ma lui non lo sa. 

giovedì 18 dicembre 2025

Pasolini: Il mio Accattone in Tv dopo il genocidio - Corriere della Sera, 8 ottobre 1975, pag. 13

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Pasolini
Il mio Accattone in Tv dopo il genocidio

Corriere della Sera

8 ottobre 1975

pag. 13

Accattone può essere visto anche, in laboratorio, come il prelievo di un modo di vita, cioè di una cultura. Se visto così, può essere un fenomeno interessante per un ricercatore, ma è un fenomeno tragico per chi ne è direttamente interessato: per esempio per me, che ne sono l'autore.

Quando Accattone è uscito, benché fossimo agli inizi di quello che veniva chiamato boom (parola che ci fa già sorridere come belle époque o «stile aerodinamico»), eravamo in un'altra età.

Un'età repressiva. Niente era in realtà cambiato — attraverso tutti gli anni Cinquanta — di ciò che aveva caratterizzato l'Italia negli anni Quaranta e prima. La continuità tra il Regime fascista e il Regime democristiano era ancora perfetta. In Accattone due fenomeni di tale continuità sono impressionanti: primo, la segregazione del sottoproletariato in una marginalità dove tutto era diverso; secondo, la spietata, criminaloide, insindacabile violenza della polizia.

mercoledì 17 dicembre 2025

Pasolini contro Bertolucci: Novecento contro Centoventi - Tratto da: Valerio Curcio "Il calcio secondo Pasolini", Compagnia Editoriale Aliberti

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Pasolini contro Bertolucci
Novecento contro Centoventi

Tratto da:

Valerio Curcio
Il calcio secondo Pasolini

Prefazione di Antonio Padellaro 

Con un’intervista a Dacia Maraini

Compagnia Editoriale Aliberti


C’è una partita giocata da Pasolini che, più delle altre, è rimasta nella storia. Si è giocata il 16 marzo 1975 a Parma, sul campo della “Cittadella”, sede degli allenamenti della squadra cittadina. L’occasione fu il trentaquattresimo compleanno di Bernardo Bertolucci, ormai regista affermato, peraltro lanciato da Pasolini come aiuto-regia in Accattone. È stata di certo la partita più famosa mai giocata da Pasolini, sia per i significati di cui si caricò sin dall’inizio, sia per le dispute “filologiche” che suscitò.

Pasolini si trovava a Mantova per le riprese di Salò o le 120 giornate di Sodoma, la sua ultima opera cinematografica. Bernardo Bertolucci era invece sul set di Novecento, nei dintorni della sua Parma. Laura Betti, che recitava in Novecento nelle vesti di Regina (cugina del protagonista Alfredo, interpretato da Robert De Niro), fece da madrina all’atipica festa di compleanno organizzata per rompere la tensione provocata, nei mesi precedenti, da alcune critiche di Pasolini a Ultimo tango a Parigi. La partita è rimasta negli annali come “Novecento contro Centoventi” e vide sfidarsi i cast dei due film. I registi però non si affrontarono in campo: Pasolini giocò con la fascia di capitano al braccio, ma Bertolucci si limitò a sostenere da fuori campo i suoi, guidati per l’occasione dal microfonista Decio Trani.

Ugo De Rossi, montatore di Centoventi, ricorda così la tensione anche “classista” che, nonostante le finalità della partita, aleggiava tra i due cast: 

«I due film erano della stessa produzione, la pea. C’era rivalità, perché avevano due tipi diversi di budget e produzione. Erano soprannominati “Novelento”, perché non finiva mai, e “Salò bleve”. Il nostro era un film di proletari, l’altro era di personaggi col cappello, quelli che chiamavamo i “cappelloni”. Pier Paolo ci teneva molto a vincere, perché era la partita contro il film ricco» (31)

martedì 16 dicembre 2025

Il furto di “Salò” di Pasolini e di “Il Casanova di Fellini” - di Giovanni Giovannetti

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

l furto di “Salò” di Pasolini e di “Il Casanova di Fellini”

di Giovanni Giovannetti

Giovanni Giovannetti: Nato a Lucca nel 1955, è fotografo-giornalista, scrittore e editore; ha lavorato come fotogiornalista per testate italiane e nel 1988 ha fondato a Milano l’agenzia fotografica Effigie, che dal 2004 ha sviluppato anche attività editoriale. È editore presso Effigie Edizioni e autore di saggi e inchieste; nel 2025 ha pubblicato Pasolini giornalista, un ritratto/contro-inchiesta sul ruolo giornalistico e sulla morte di Pier Paolo Pasolini. Ha scritto reportage e volumi su temi di società, fotografia e storia (tra cui Belfast. Appunti sulla realtà nord irlandese, Diario polacco, Ritorno a Danzica, oltre a titoli più recenti come Malastoria) ed è presente con diversi titoli nel catalogo librario italiano. Coniuga lavoro fotografico e saggistica, privilegiando inchiesta, documentazione visiva e attenzione ai fatti storici e culturali; la sua casa editrice cura testi legati a letteratura, fotografia e critica.

l furto di “Salò” di Pasolini e di “Il Casanova di Fellini”


Da quella triste notte son passati più di quarantasette anni, ma tuttora l’assassinio di Pier Paolo Pasolini non smette di suscitare accesi dibattiti. Se ne torna a parlare anche perché l’avvocato Stefano Maccioni ha lanciato in rete una raccolta firme per chiedere la riapertura delle indagini sui numerosi aspetti mai chiariti del massacro di Pasolini, tanta è la distanza che ormai separa la “verità” giudiziaria (Pino Pelosi unico responsabile) da quella “storico-giornalistica” (al delitto concorsero più persone). Obbiettivo dichiarato dell’appello erano le cinquecento adesioni; in poche settimane se ne sono avute quasi ottocento. Serviranno a sostenere la nuova istanza inoltrata il 3 marzo scorso alla Procura romana per dare finalmente un nome ai responsabili materiali e ai possibili mandanti di questo barbaro delitto compiuto la notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 all’Idroscalo di Ostia.

lunedì 20 ottobre 2025

La Divina Mimesis, viaggio nella Selva della Modernità - L’Inferno Incompiuto di Pasolini

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


La Divina Mimesis
viaggio nella Selva della Modernità
L’Inferno Incompiuto di Pasolini




La strategia dell’incompiutezza: 

  • La realtà moderna, post-ideologica, è essa stessa frantumata, polifonica, priva di centro e di teleologia. L’opera letteraria, se vuole essere specchio del mondo, deve quindi rinunciare a ogni chiusura armonica.
  • L’incompiutezza permette la coesistenza di passato e presente, di versioni alternative, di riscritture continue e di livelli di lettura diversi. Il testo diventa archivio in progress, diario e documento, trasmissione di una memoria che non si lascia dominare dal tempo cronologico.
  • L’incompiutezza è anche gesto di resistenza nei confronti della tradizione e della cultura “classica” della letteratura europea, in particolare di quella italiana: il grande poema epico è ormai irraggiungibile, il racconto della salvezza non più credibile. A rimanere è il frammento, l’abbozzo, la testimonianza.
  • Rifiutare la conclusione equivale anche a rifiutare il compiacimento del potere, la rassicurazione della sintesi finale, la tentazione dell’ordine: l’incompiutezza è un modo per mantenere aperto il conflitto, sia interiore che sociale, per lasciare spazio alla domanda e al dissenso, per abitare la crisi senza volerne negare la durezza.

domenica 12 ottobre 2025

Pier Paolo Pasolini, “Ho abiurato la Trilogia della vita” - La crisi antropologica dell’Italia contemporanea

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



 Pier Paolo Pasolini
“Ho abiurato la Trilogia della vita”

-
La crisi antropologica dell’Italia contemporanea


Il 15 giugno 1975, Pier Paolo Pasolini scrive un testo destinato a imprimere una svolta radicale non solo nella propria poetica, ma nel dibattito culturale italiano: l’«Abiura dalla Trilogia della vita». Pubblicato postumo sul «Corriere della Sera» il 9 novembre 1975, pochi giorni dopo la sua tragica uccisione, questo scritto scandisce una crisi personale e collettiva, attraverso la quale l’intellettuale non solo riflette sulle ragioni politiche, estetiche e ideologiche dei suoi ultimi film, ma dichiara il proprio rifiuto di una stagione e di un’intera visione della realtà. Al centro della riflessione pasoliniana si staglia una critica virulenta alla mutazione antropologica e culturale dell’Italia degli anni Settanta: la strumentalizzazione del potere, la trasformazione dei corpi e della sessualità, la falsificazione dei valori progressisti, la crisi della gioventù e un doloroso concetto di adattamento alla degradazione. Questi temi, densi e profetici, trovano il loro tragico compimento nel film 'Salò o le 120 giornate di Sodoma', che diventa manifesto visivo di una sconfitta antropologica e di una denuncia feroce al nuovo potere. Questo saggio intende portare alla luce le tensioni, le aporie, e la drammatica lucidità del pensiero pasoliniano in quella fase finale e cruciale, collocando il testo nell’orizzonte storico e culturalmente stratificato dell’Italia del 1975 e analizzando le sue ripercussioni filosofiche, letterarie e cinematografiche.

L’Italia del 1975 è un paese in profonda trasformazione, attraversato da tensioni sociali, economiche e politiche che segnano la fine del “miracolo economico” e l’avvento di una modernità contraddittoria. Gli anni Settanta sono spesso etichettati come “Anni di Piombo”, segnati da terrorismo di destra e di sinistra, violenza politica e instabilità governativa. Tuttavia, ridurre il decennio a un perimetro di conflittualità sarebbe fuorviante: la stagione è altresì quella di grandi conquiste sociali e riforme civili (la legge sul divorzio nel 1970, la riforma del diritto di famiglia nel 1975, i primi movimenti femministi, l’approvazione della legge Basaglia, la discussione sull’aborto e il dibattito sulla riforma della scuola).
La fine del sistema produttivo agricolo e la massiccia industrializzazione, già avviata nel dopoguerra, avevano ormai trasformato il tessuto sociale italiano: masse di ex-contadini e sottoproletariato urbano erano stati risucchiati dalla metropoli industriale, abbandonando modi di vita millenari. Il cosiddetto “boom economico” degli anni Cinquanta e Sessanta aveva portato a nuove forme di consumo, stili di vita, massificazione dei modelli culturali, uniformazione linguistica e la definitiva consacrazione della televisione come medium dominante.

giovedì 9 ottobre 2025

Pasolini la performance "Intellettuale" (una “radiografia dello spirito”) - Fabio Mauri alla Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna, 31 maggio 1975

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Pier Paolo Pasolini
la performance "Intellettuale"
(una “radiografia dello spirito”)

Fabio Mauri

Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna

31 maggio 1975

(Le Immagini sono di Antonio Masotti )

Negli anni Settanta, Mauri è protagonista e teorico dell’“arte del comportamento”, movimento che in Italia assume tratti specifici rispetto alla performance internazionale. Le sue azioni – tra cui “Che cos’è il fascismo” (1971), “Ebrea” (1971), “Ideologia e Natura” (1973), “Oscuramento” (1975) – vanno lette come atti di interrogazione radicale sulla storia, sulla società, sui meccanismi di responsabilità individuale e collettiva. Lontano dal narcisismo dell’artista-performer, Mauri preferisce orchestrare la scena dall’esterno, usando altri individui come interpreti, accentuando il ruolo del “regista” o del “testimone”.

La sua collaborazione con Pasolini, e la comune partecipazione a riviste d’avanguardia come “Il Setaccio”, testimoniano un sodalizio intellettuale che trova nella performance “Intellettuale” uno dei suoi punti più alti e paradigmatici.

mercoledì 8 ottobre 2025

Pier Paolo Pasolini, Scritti Corsari - Con commento

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pier Paolo Pasolini
Scritti Corsari

Nota introduttiva dell'autore

(Pier Paolo Pasolini)


   "La ricostruzione di questo libro è affidata al lettore. E' lui che deve rimettere insieme i frammenti di un'opera dispersa e incompleta. E' lui che deve ricongiungere passi lontani che però si integrano. E' lui che deve organizzare i momenti contraddittori ricercandone la sostanziale unitarietà. E' lui che deve eliminare le eventuali incoerenze (ossia ricerche o ipotesi abbandonate). E' lui che deve sostituire le ripetizioni con le eventuali varianti (o altrimenti accepire le ripetizioni come delle appassionate anafore).

   Ci sono davanti a lui due «serie» di scritti, le cui date, incolonnate, più o meno corrispondono: una «serie» di scritti primi, e una più umile «serie» di scritti integrativi, corroboranti, documentari. L'occhio deve evidentemente correre dall'una all'altra «serie». Mai mi è capitato nei miei libri, più che in questo di scritti giornalistici, di pretendere dal lettore un così necessario fervore filologico. Il fervore meno diffuso del momento.

   Naturalmente, il lettore è rimandato anche altrove che alle «serie» di scritti contenuti nel libro. Per esempio, ai testi degli interlocutori con cui polemizzo o a cui con tanta ostinazione replico o rispondo. Inoltre, all'opera che il lettore deve ricostruire, mancano del tutto dei materiali, che sono peraltro fondamentali. Mi riferisco soprattutto a un gruppo di poesie italo-friulane. Circa nel periodo che comprende, nella prima «serie», l'articolo sul discorso dei «blue-jeans» Jesus (17-5-1973) e quello sul mutamento antropologico degli italiani (10-6-1974), e, nella «serie» parallela, la recensione a Un po' di febbre di Sandro Penna (10-6-1973), e quella a Io faccio il poeta di Ignazio Buttitta (11-1-1974) - è uscito sul «Paese sera» (5-1-1974) - seguendo una nuova mia tradizione appunto italo-friulana, inaugurata sulla «Stampa» (16-12-1973) - un certo gruppo di testi poetici che costituiscono un nesso essenziale non solo tra le due «serie» ma anche all'interno della stessa «serie» prima, cioè del discorso più attualistico di questo libro. Non potevo raccogliere qui quei versi, che non sono «corsari» (o lo sono molto di più). Dunque il lettore è rimandato ad essi, sia nelle sedi già citate, sia nella nuova sede in cui hanno trovato collocazione definitiva, ossia La nuova gioventù"

 

(Einaudi Editore, 1975)


Commento

(O breve saggio)

  Scritti corsari è una raccolta di interventi (a cura dello stesso autore) su politica, società e cultura – apparsi tra il 1973 e il 1975 in quotidiani e riviste (Corriere della SeraTempoDrammaPaese SeraIl MondoEpoca ecc..) – insieme a recensioni, interviste e lettere già pubblicate in altri periodici e libri (con qualche inedito). La raccolta, revisionata e data a Garzandi, dal suo autore, nel maggio del 1975, fu finita di stampare il 6 novembre 1975, più di un mese dalla morte di Pasolini.

Le principali edizioni (in ordine cronologico):

1975: Prima edizione Garzanti, maggio-novembre

1976: Seconda edizione Garzanti

1988: Con introduzione di Piero Ottone

1997-2014: Collana “Gli Elefanti. Saggi” Garzanti

2001: Prefazione di Alfonso Berardinelli

2007: Collana “Nuova Biblioteca”, Garzanti

2008: Collana “Novecento”, Garzanti

2015: Prefazione di Paolo Di Stefano, allegato a «Corriere della Sera»

2015: Collana Elefanti bestseller, Garzanti

   Gli Scritti corsari rappresentano un esempio eccellente dello stile pasoliniano maturo. Dal punto di vista linguistico, gli articoli presentano uno stile spesso nominale, basato su affermazioni dirette, paratassi e ricorso a figure ossimoriche per accentuare il tono polemico e apocalittico. La scrittura di Pasolini si muove tra una “prosa livida, inquisitoria, chiara, mai manieristica” e una retorica della reiterazione che funge da grido d’allarme, da “scandalo” espressivo.

   Il volume, si presenta come una raccolta eterogenea di testi – articoli, lettere aperte, recensioni, interviste – attraversati però da una singolare unità di tono e di intenti, che Pasolini stesso definisce “libro che il lettore deve ricostruire”. La non linearità degli scritti, nati dall’occasione ma fortemente coesi dalla visione pasoliniana, obbliga l’interprete a ricomporre i frantumi di una riflessione sempre in tensione tra presente e futuro, tra denuncia e profezia.

   La raccolta si struttura come un viaggio attraverso i nodi cruciali della società italiana: dal fenomeno giovanile dei capelli lunghi all’analisi della pubblicità, dall’aborto e la sessualità alle rivoluzioni sociali e culturali, dall’omologazione linguistica all’impatto della televisione, dalla crisi della Chiesa alla mutazione antropologica dell’Italia.

lunedì 6 ottobre 2025

Pasolini ricomincia - Lorenzo Mondo intervista Pier Paolo Pasolini - "La Stampa", 10 gennaio 1975 - numero 8, pagina 3

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Pasolini ricomincia
Lorenzo Mondo intervista Pier Paolo Pasolini

"La Stampa"

10 gennaio 1975

numero 8

pagina 3

( © Questa trascrizione da cartaceo è stata curata da Bruno Esposito )


Pier Paolo Pasolini ha appena rivisto il suo primo film, Accattone, in una sala torinese stipata di gente. Spiega che l'effetto è stato, per lui, traumatizzante, come davanti a un film dimezzato. In Accattone, che è del 1961, risulta oggi appannato lo stile comico a vantaggio di quello tragico: perchè il dialetto romanesco in cui si esprimono i personaggi, la sua inventività, non esistono più. sono scomparsi insieme con il sottoproletariato delle borgate. Era un mondo degradato e atroce, ma conservava un suo codice di vita e di lingua al quale nulla si è sostituito. Oggi i ragazzi delle borgate vanno in moto e guardano la televisione, ma non sanno più parlare, sogghignano appena. E' il problema di tutto il mondo contadino, almeno nel Centro-Sud. Sicché nel film, quello che a suo tempo apparve come denuncia si muta ora in interrogativo storico. 

giovedì 2 ottobre 2025

Pier Paolo Pasolini, Non ti fidare, è un rivoluzionario. - Il Mondo», 13 marzo 1975 ( Con commento al testo )

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Pier Paolo Pasolini
Non ti fidare, è un rivoluzionario

Il Mondo, 13 marzo 1975 
( Con commento al testo )

( In Lettere Luterane col titolo Paragrafo secondo: come devi immaginarmi)


Potrei dirti tante cose che è necessario che tu, Gennariello, sappia del tuo pedagogo.
Non voglio fare un elenco di particolari, che verranno certamente fuori un po' alla volta, necessitati dalle occasioni (infatti il nostro discorso pedagogico sarà pieno di parentesi e di divagazioni: appena qualcosa di attuale sarà così urgente e significativo da interrompere il nostro discorso, noi lo interromperemo).
(1)

Vorrei scegliere un solo punto: cioè ciò che la gente dice di me, e attraverso cui tu mi hai dunque finora conosciuto (ammesso che tu sappia della mia esistenza). Ciò che attraverso la gente hai saputo di me si riassume eufemisticamente in poche parole: uno scrittore-regista, molto «discusso e discutibile», un comunista «poco ortodosso e che guadagna dei soldi col cinema», un uomo «poco di buono, un po' come D'Annunzio».(2)

mercoledì 1 ottobre 2025

Pier Paolo Pasolini, A un ragazzo borghese venuto da Napoli. - «Il Mondo», 6 marzo 1975 ( Con commento al testo )

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Eretico e Corsaro


Pier Paolo Pasolini

A un ragazzo borghese venuto da Napoli

Il Mondo, 6 marzo 1975 

( In Lettere Luterane col titolo  Paragrafo primo: come ti immagino )



Poiché tu sei il destinatario di questo mio trattatello pedagogico (1), che qui esce a puntate - rischiando naturalmente di sacrificare l'attualità all'esecuzione progressiva del suo progetto - è bene, prima di tutto, che io ti descriva come ti immagino.

È molto importante, perché è sempre necessario che si parli e si agisca in concreto.

Come il tuo nome immediatamente suggerisce, sei napoletano (2). Dunque, prima di andare avanti con la tua descrizione, poiché la domanda sorge impellente, dovrò spiegarti in poche parole perché ti ho voluto napoletano.

Io sto scrivendo nei primi mesi del 1975: e, in questo periodo, benché sia ormai un po' di tempo che non vengo a Napoli, i napoletani rappresentano per me una categoria di persone che mi sono appunto, in concreto, e, per di più, ideologicamente, simpatici. Essi infatti in questi anni - e, per la precisione, in questo decennio - non sono molto cambiati. Sono rimasti gli stessi napoletani di tutta la storia. E questo per me è molto importante, anche se so che posso essere sospettato, per questo, delle cose più terribili, fino ad apparire un traditore, un reietto, un poco di buono. Ma cosa vuoi farci, preferisco la povertà dei napoletani al benessere della repubblica italiana (3), preferisco l'ignoranza dei napoletani alle scuole della repubblica italiana, preferisco le scenette, sia pure un po' naturalistiche, cui si può ancora assistere nei bassi napoletani, alle scenette della televisione della repubblica italiana. Coi napoletani mi sento in estrema confidenza (4), perché siamo costretti a capirci a vicenda. Coi napoletani non ho ritegno fisico, perché essi, innocentemente, non ce l'hanno con me.

venerdì 26 settembre 2025

Pier Paolo Pasolini, Come polli da allevamento.

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Pier Paolo Pasolini
Come polli da allevamento

Un piccolo saggio di 

© Bruno Esposito

« Non è affatto vero che io non credo nel progresso, io credo nel progresso. Non credo nello sviluppo. E nella fattispecie in questo sviluppo. Ed è questo sviluppo che da alla mia natura gaia una svolta tremendamente triste, quasi tragica. »

Pier Paolo Pasolini, figura centrale del panorama culturale italiano del Novecento, ha elaborato una critica radicale alla modernità intesa come semplice "sviluppo" commerciale, solo economico, senza alcun "progresso" sociale e culturale (attraverso una serie di interventi giornalistici e saggi, molti dei quali, raccolti in opere come Scritti corsari (1975) e Lettere luterane (1976). Tra le immagini più emblematiche ed immediate della sua riflessione vi è quella dei “polli di allevamento”, utilizzata per descrivere la condizione degli italiani nella società consumistica e mediatica. Tale metafora, apparentemente semplice, racchiude una visione complessa e profonda della trasformazione antropologica in atto nel nostro paese, che Pasolini interpreta come una forma di omologazione culturale e perdita dell’identità.

mercoledì 24 settembre 2025

Pier Paolo Pasolini, Saluto e augurio, un testamento didattico - La nuova gioventù, Einaudi, 17 maggio 1975

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro





Pier Paolo Pasolini
Saluto e augurio

La nuova gioventù
Einaudi
17 maggio 1975"


Saluto e augurio conclude la raccolta "La nuova gioventù" (1975), pubblicata pochi mesi prima della morte di Pasolini, ed è posizionata come testo di commiato, vero testamento poetico e civile. La raccolta fu pensata come rielaborazione e attualizzazione della sua primissima stagione: la Mejô jovuêt (La meglio gioventù, 1954), esordio poetico in dialetto friulano, luogo delle sue radici affettive e linguistiche.

Il titolo riecheggia la canzone alpina “La meglio gioventù che va sot’tera”, evocando insieme la perdita, la sconfitta e la memoria della gioventù sacrificata prima dalla guerra e ora dal neocapitalismo e dall’omologazione sociale.
Saluto e augurio si presenta come una dichiarata “ultima poesia in friulano”, indirizzata, paradossalmente, non ai compagni, ai giovani di sinistra, ma a un “fascista giovane”, scelto come interlocutore del suo discorso testamentario. Il testo si apre con una forte dichiarazione autobiografica ed epigonica: “È quasi sicuro che questa è la mia ultima poesia in friulano; e voglio parlare a un fascista, prima che io, o lui, siamo troppo lontani”.

L’interlocutore è descritto minuziosamente: un giovane borghese di città, alto, con gli occhiali, vestito grigio, capelli corti, appassionato di studi classici, rifiutato dagli studenti contestatori di sinistra. È lui il destinatario di una serie di precetti sulla tradizione, la difesa della memoria contadina, il valore della ritualità e della preghiera, ma anche sull’amore per i poveri, l’esclusione sociale, la resistenza della diversità.

Il discorso è organizzato come una sorta di decalogo, una raccolta di precetti e ammonimenti rivolti a chi, pur avversario irriducibile, rappresenta comunque la gioventù futura.

La tecnica retorica impiegata da Pasolini è quella del discorso-socratico: il poeta si pone come Socrate rivolto a Fedro. La scelta di Fedro, il giovane colto ma ingenuo del dialogo platonico, intensifica la dimensione pedagogica e testamentaria. “Vieni qua, vieni qua, Fedro. Ascolta. Voglio farti un discorso che sembra un testamento…”.

La struttura del dialogo è, però, profondamente problematica: il poeta dichiara di non coltivare illusioni sulla sincerità o la libertà dell’interlocutore, “ma anche se sei morto, io ti parlerò”. Il discorso è così carico di consapevolezza della difficoltà, della quasi impossibilità del dialogo, ma la necessità di consegnare una lezione alle generazioni future, anche a chi non può o non vuole ascoltare, prevale sulla rassegnazione.

I precetti di Pasolini sono orientati dalla nostalgia di una comunità rurale e sacra: “Difendi i paletti di gelso, di ontano, in nome degli Dei, greci o cinesi. Muori d’amore per le vigne. Per i fichi negli orti… La confidenza col sole e con la pioggia, lo sai, è sapienza sacra. Difendi, conserva, prega!”.

Il poeta chiede al giovane di rimanere “nel sonno”, di non svegliarsi alla modernità (“che la tua camicia non sia nera, e neanche bruna. Taci! Che sia una camicia grigia, la camicia del sonno”), identificando la modernità come un processo di perdita e alienazione. Il grigio richiama la neutralità, ma anche uno stato intermedio tra morte e vita, tra sonno e veglia — la condizione necessaria per custodire la memoria.

Nel passaggio dalla campagna alla città, il discorso si trasforma: non basta più la sola devozione, occorre “la Chiesa”, ma che sia moderna, e soprattutto “occorrono i poveri”. La diversità, la resistenza popolare e dialettale, la volontà di restare esclusi dalla parola unificatrice (il “dialetto inventato ogni mattina per non farsi capire”), diventano valori universali.

Alla nuova gioventù viene chiesto di amare la marginalità, la diversità irriducibile di coloro che resistono alla scomparsa nella massa, difendendo i confini e la propria “allegria non spartita”.

Il bilancio finale del poeta è quello di chi si libera del peso del sapere per affidarlo alle nuove generazioni: “Prenditi tu questo peso, ragazzo che mi odi: portalo tu. Risplende nel cuore. E io camminerò leggero, andando avanti, scegliendo per sempre la vita, la gioventù”.

La trasmissione del sapere, il dono della rosa (come già in altre opere pasoliniane), la lezione di Socrate vecchio che affida la conoscenza a un allievo potenzialmente ostile, rappresentano l’ultimo gesto pedagogico, ma anche il compito doloroso di chi deve “stare al gioco a cui non è mai stato”, cioè accettare la legge imprevedibile del presente.

B.E.

Di seguito la poesia in friulano e la traduzione fatta da Pasolini, in italiano. 

mercoledì 17 settembre 2025

Le lucciole e i potenti Giulio Andreotti risponde a Pier Paolo Pasolini, sul suo articolo: Gli insostituibili Nixon italiani - Corriere della serra, 18 febbraio 1975

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Le lucciole e i potenti
Giulio Andreotti risponde a Pier Paolo Pasolini
sul suo articolo
Gli insostituibili Nixon italiani

Corriere della serra

18 febbraio 1975 

( © Questa trascrizione da cartaceo è stata curata da Bruno Esposito )


Qui trovi Il vuoto del poter in Italia di P.P.Pasolimi

Qui trovi la risposta di Giulio Andreotti - Andreotti replica a Pasolini

Qui travi la risposta di Pier Paolo Pasolini - Gli insostituibili Nixon italiani - Continua il dibattito tra Pasolini e Andreotti

Qui trovi Le lucciole e i potenti Giulio Andreotti risponde a Pier Paolo Pasolini, sul suo articolo: Gli insostituibili Nixon italiani 

Qui trovi Giulio Andreotti, Caro Pasolini ti chiedo ora le scuse per allora


Pasolini replica alle mie note al suo precedente articolo in termini che spero non rendano inutile qualche ulteriore osservazione.

Tralascio i commenti sulle cronache televisive del nostro ultimo consiglio nazionale. Per quel che mi riguarda, non mi andava e non ho parlato (libertà nei non regimi) ed in quanto ad esser pallido lo sono da cinquantasei anni e sopravvivo.

In termini più generali, Pasolini non contesta una serie di fatti da me elencati. Ritiene che qualunque altro raggruppamento (egli continua a chiamarlo regime) fosse stato al potere, avrebbe ugualmente dovuto fare opere di una certa carica positiva. Anzi, la Democrazia cristiana sarebbe stata solo inebriata dall'espansione economica dei padroni, non avendo alcun merito nella costruzione di << miriadi di case >> e nella creazione di alcuni milioni di posti di lavoro industriale e terziario.

martedì 16 settembre 2025

Pier Paolo Pasolini, Gli insostituibili Nixon italiani - Continua il dibattito tra Pasolini e Andreotti - Corriere della sera, 18 febbraio 1975.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pier Paolo Pasolini
Gli insostituibili Nixon italiani

Corriere della sera, 18 febbraio 1975. 

(In Scritti Corsari Editore Garzanti, 1975: I Nixon italiani)

Qui trovi Il vuoto del poter in Italia di P.P.Pasolimi

Qui trovi la risposta di Giulio Andreotti - Andreotti replica a Pasolini

Qui travi la risposta di Pier Paolo Pasolini - Gli insostituibili Nixon italiani - Continua il dibattito tra Pasolini e Andreotti

Qui trovi Le lucciole e i potenti Giulio Andreotti risponde a Pier Paolo Pasolini, sul suo articolo: Gli insostituibili Nixon italiani 

Qui trovi Giulio Andreotti, Caro Pasolini ti chiedo ora le scuse per allora




Ho visto alla televisione per qualche istante la sala in cui erano riuniti in consiglio i potenti democristiani che da circa trent'anni ci governano. Dalle bocche di quei vecchi uomini, ossessivamente uguali a se stessi, non usciva una sola parola che avesse qualche relazione con ciò che noi viviamo e conosciamo. Sembravano dei ricoverati che da trent'anni abitassero un universo concentrazionario: c'era qualcosa di morto anche nella loro stessa autorità, il cui sentimento, comunque, spirava ancora dai loro corpi.


richiami di Fanfani all'ancien regime, pieni di ampollosa spregiudicatezza, erano talmente insinceri da rasentare il delirio; i giovani descritti da Moro erano fantasmi quali possono essere immaginati solo dal fondo di una fossa dei serpenti; il silenzio di Andreotti era intriso di un cereo sorriso di astuzia terribilmente insicura e ormai timida senza riparo...

Appunto Andreotti. E' alla sua risposta che dovrei replicare.
Naturalmente non senza esitazioni. Ciò che temo è che egli mi abbia a bella posta - con l'abilità ch'è naturale al potere - trascinato nella sua palude. Dunque, se in tale palude - in tale grigiore - io gli rispondo, faccio il suo gioco.

Se non rispondo, però, non faccio il mio gioco.

In cosa consisterebbe l'abilità di Andreotti (se c'è)? Nell'avere risposto a un articolo che io non ho scritto. Infatti a me non potrebbe mai nemmeno venire in mente di scrivere qualcosa che concerna il malgoverno o il sottogoverno. Ci sono centinaia di giornalisti e di politici, molto più informati di me, che scrivono appunto, e da trent'anni, sul malgoverno e il sottogoverno democristiano. Andreotti, secondo l'ipotesi che sto qui formulando, avrebbe finto di annoverarmi tra coloro che scrivono del malgoverno e del sottogoverno democristiano, e di conseguenza avrebbe scritto una finta difesa d'ufficio. In questo «gioco di finzioni» io non avrei potuto che perdermi.

Invece voglio escludere - almeno per ora - questa attendibilissima ipotesi del «gioco delle finzioni» in cui Andreotti mi avrebbe, non senza cortesia, impantanato: voglio accettare la lettera della sua risposta, voglio credere nella sua sincerità. Voglio credere che, anche parlando con lui a quattr'occhi - e con l'ipotetica certezza della massima sua buonafede - egli mi avrebbe dato la risposta che mi ha dato pubblicamente sul «Corriere».

In tal caso egli non avrebbe finto di non aver capito ciò che io ho scritto a proposito della Democrazia cristiana: egli non avrebbe realmente capito ciò che io ho scritto.

In cosa consiste infatti, onestamente, la sua difesa della Democrazia cristiana (contro chi, in questo senso, non si è mai sognato di attaccarla)? Consiste in un lungo, prevedibile e diligente elenco dei meriti, appunto della Democrazia cristiana. Tale elenco non è privo, tecnicamente, di una certa allure liturgica: si sa che tutte le religioni hanno un debole per gli elenchi, il cui schema è il comandamento, la litania, il rosario. Ciò depone in un certa senso a favore di Andreotti, perché dimostra inequivocabilmente - come ogni prova linguistica - che la sua buonafede cattolica, risalendo all'infanzia, ha qualcosa di sincero.

Tuttavia, per quanto ci riguarda, tale elenco andreottiano dei meriti della Democrazia cristiana ci si presenta essenzialmente, e fatalmente, come un elenco di Opere del Regime. Non lo dico tanto per polemica (c'è anche questa, s'intende, visto che io ho sinceramente voluto accettare la sincerità della risposta di Andreotti), ma lo dico soprattutto per rilevare un fenomeno che è oggettivamente comune a tutte le Opere del Regime, e che è il seguente: le Opere del Regime non sono Opere del Regime. Sono soltanto Opere che il Regime non può non fare. Le fa, naturalmente, nel modo peggiore (e in questo la Democrazia cristiana non si distingue dagli altri Regimi) ma, ripeto, non può non farle. Qualsiasi governo in Italia verso la fine degli anni trenta avrebbe bonificato le Paludi Pontine: il Regime Fascista ha elencato tale bonifica, di comune amministrazione, tra le proprie Opere. Di tutte le Opere che Andreotti liturgicamente elenca come meritevoli Opere del Regime Democristiano, si potrebbe ripetere la stessa cosa: il Regime Democristiano non poteva non farle. E, ripeto, le ha fatte malissimo. Ma io non mi occupo di malgoverno o di sottogoverno. Solo se io mi occupassi di malgoverno o di sottogoverno potrei notare come nell'elenco di Andreotti manca ogni accenno agli ospedali e alle scuole (si accenna alla «popolazione scolastica» facendone una petizione di principio: come se cioè gli italiani fossero migliorati dalle scuole italiane e non invece peggiorati).

Prendo due delle più rilevanti delle Opere elencate da Andreotti, cioè la costruzione di case («gli italiani che abitano una casa di cui sono proprietari hanno superato il cinquanta per cento») e lo spostamento di grandi masse dalle campagne alla città («milioni di contadini sono passati al lavoro industriale o a quello autonomo»).

Si tratta di due fenomeni che Andreotti vede da un punto di vista strettamente pragmatico, fattuale, materiale, quasi direi nomenclatorio. Essi si presentano nell'elenco come freddamente privi di significato al di fuori del loro mero esserci (od essere attuali).

Puro nominalismo amministrativo. Andreotti non si cura, quasi non fosse affar suo, degli effetti umani, culturali, politici di tali fenomeni. Pare non aver sentito neanche mai parlare della degradazione antropologica derivante da uno «sviluppo senza progresso», qual è stato quello italiano con le sue case e il suo urbanesimo. A parte il fatto che le case costruite in Italia negli anni del Trentennio democristiano sono una vergogna, e che le condizioni di vita a cui sono costretti i contadini emigrati nel Nord o in Germania sono atroci. (Ma io non sono uno che si occupa di malgoverno o di sottogoverno.) Per restare dunque al gioco che in realtà non dovrei accettare, farò a proposito dei due fenomeni assunti ad esempio, le seguenti osservazioni.

A proposito della costruzione di case e dell'abbandono delle campagne, si possono verificare con particolare precisione e pertinenza - credo anche statisticamente - le due «fasi delle lucciole» di cui parlavo nel mio vero articolo.

Infatti, durante la «fase della presenza delle lucciole» (anni cinquanta) le case, che attraverso una serie di scandali edilizi memorabili, la Democrazia cristiana ha tuttavia costruito, sono un'opera a cui la Democrazia cristiana è stata costretta dalla più normale e tradizionale lotta di classe. E lo stesso vale per la politica agraria. La Democrazia cristiana vi ha messo di proprio, di originale, appunto, le speculazioni, e gli spari della polizia.

Durante la «fase della scomparsa delle lucciole» (anni sessanta e settanta) si ha un completo rovesciamento della situazione: si ha cioè quella «soluzione di continuità» che io non ho esitato, e non esito ora, a dichiarare millenaristica: il passaggio da un'epoca umana a un'altra, dovuta all'avvento del consumismo e del suo edonismo di massa: evento che ha costituito, soprattutto in Italia, una vera e propria rivoluzione antropologica. In questa «fase» a spingere la Democrazia cristiana alle Opere non è stata (se non relativamente, all'inizio) la classe operaia guidata dal pci: sono stati, al contrario, i padroni, con la loro inarrestabile «espansione economica». La quale ha appunto costruito - attraverso un'inebbriata Democrazia cristiana - miriadi di case e ha risucchiato dalla campagna milioni di contadini.

Anche in questo la Democrazia cristiana non c'entra. Tanto non c'entra che (pare) non si è nemmeno accorta di nulla. Non si è accorta di essere divenuta, quasi di colpo, nient'altro che uno strumento di potere formale sopravvissuto, attraverso cui un nuovo potere reale ha distrutto un paese. Andreotti non spende naturalmente che due parole, rispondendomi, a proposito della Chiesa. Ma la Chiesa è appunto uno di quei valori che il nuovo potere reale ha distrutto, compiendo un vero e proprio genocidio di preti, che rientra nel quadro di un ben più imponente e drammatico genocidio di contadini. Non voglio passare io dalla parte della Chiesa e degli analoghi valori, cancellati pragmaticamente dallo «sviluppo». Ma Andreotti non può certo venirmi ad accusare che io non me ne faccia un problema.

Lui infatti ride delle lucciole io no.

Ma, fatto il mio grigio dovere, ecco che è giunto il momento ch'io torni sulla prima ipotesi che ho formulato: l'assai più divertente ipotesi, cioè, che Andreotti abbia finto di non avermi capito, dandomi quindi una risposta che ha fuorviato e seppellito tutto. Che tale ipotesi abbia serie probabilità di essere quella giusta può essere dimostrato dal fatto che Andreotti - verso la fine del suo intervento - nel punto più retoricamente delicato, quello che precede la perorazione, abbia fatto una oscura allusione alla sorte di Nixon. Il senso diplomatico di tale oscura allusione è tuttavia chiaro, ed è il seguente: qui in Italia, miei cari, non si può fare come si è fatto in America con Nixon, cioè cacciare via chi si è reso responsabile di gravi violazioni al patto democratico: qui in Italia i potenti democristiani sono insostituibili.

C'è una sfida quasi luciferina in questa oscura allusione di Andreotti dal senso così chiaro. I potenti democristiani sono paragonabili (anzi, sono paragonati) a Nixon: e con ciò?

Non solo - sembra dire Andreotti - i successori di Nixon seguono la stessa politica di Nixon e continuano dunque a sostenere per quanto riguarda almeno l'Italia, gli equivalenti di Nixon; non solo, qui in Italia, non ci sarebbe un mediocre Ford pronto eventualmente a sostituire i nostri Nixon (tutti sanno cosa sia divenuta una carriera politica in Italia, e come gli avvocatucci provinciali e volgari eletti deputati fino a una diecina di anni fa, siano dei giganti rispetto ai loro possibili successori di oggi), non solo, ma i nostri Nixon sono infinitamente più potenti del Nixon americano: essi hanno trovato appunto, a quanto pare, il modo di rendersi insostituibili. Il legame che unisce infatti questa allusione di Andreotti a una sua altrettanto significativa omissione è di una perfetta logicità.

Voglio dire che - pur accennando alla criminalità, comune e politica, che, quasi caduta dal cielo, caratterizza l'odierna vita italiana - Andreotti ha omesso nel suo articolo di parlare della «strategia della tensione» e delle stragi.

Dunque gli uomini che decidono la politica italiana - e in definitiva la nostra vita - primo: non sanno nulla, o fingono di non saper nulla, di ciò che è radicalmente cambiato nel «potere» che essi servono, praticamente detenendolo e gestendolo, secondo, non sanno nulla, o fingono di non saper nulla, sull'unica «continuità» di tale potere, cioè sulla serie di stragi. Ciò è scandaloso. E io sono scandalizzato: a rischio di essere anche ingeneroso e conformista (come è sempre chi è scandalizzato, e si fa, quindi, portavoce di un sentimento comune e maggioritario, non privo di qualunquismo). E' chiaro comunque che fin che i potenti democristiani taceranno sul cambiamento traumatico del mondo avvenuto sotto i loro occhi, un dialogo con loro è impossibile.

Ed è altrettanto chiaro che fin che i potenti democristiani taceranno su ciò che invece, in tale cambiamento, costituisce la continuità cioè la criminalità di Stato, non solo un dialogo con loro è impossibile, ma è inammissibile il loro permanere alla guida del paese. Del resto c'è da chiedersi cos'è più scandaloso: se la provocatoria ostinazione dei potenti a restare al potere, o l'apolitica passività del paese ad accettare la loro stessa fisica presenza («...quando il potere ha osato oltre ogni limite, non lo si può mutare, bisogna accettarlo così com'è», Editoriale del «Corriere della sera», 9-2-1975).




Curatore, Bruno Esposito

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