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Biografia, lavori in corso - a breve anche il 1974 e il 1975

mercoledì 11 novembre 2015

Pasolini - Poesia in forma di rosa - Di Massimiliano Valenti

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Poesia in forma di rosa

I. LA REALTA'

Ballata delle madri
La Guinea
Poesie mondane:
Una coltre di primule...
Scheletri col vestito...
Quando una troupe...
Vedo la troupe in ozio...
Un solo rudere...
Ci vediamo in proiezione...
Lavoro tutto il giorno...
Supplica a mia madre
La ricerca di una casa
La realta'



II. POESIA IN FORMA DI ROSA

Poesia in forma di rosa
La persecuzione

III. PIETRO II

La tramontana...
Era l'inzio del giorno
Per misteriosa elezione...
...ma quando, a notte...
I Santi? Non sono...
Il sole, il sole...
Non so che amarezza...
Scommettitori, puntate...
Ecco, sono stato condannato
APPENDICE: La mancanza di richiesta di poesia


IV. IL LIBRO DELLE CROCI

La nuova storia
Profezia
V. UNA DISPERATA VITALITA'

Poema per un verso di Shakespeare
Le belle bandiere
Una disperata vitalita'
Nuova poesia in forma di rosa
Il sogno della ragione
Frammento epistolare, al ragazzo Codignola


VI. ISRAELE
Un lungomare...
Un alberghetto sonoro...
...Kafka poi avra' supposto...
Giro in un Kibutz...
Lungo gli 85 km...
Indi, a testimoniare...
Mentre..."I nostri...
Una giornata a Tel Aviv..
.
 
VII. L'ALBA MERIDIONALE

I
Come in un velo giallo...
Camminavo nei dintorni...
Un areoplano...
Manca sempre qualcosa...
Un biancore di calce...
L'idea di venir meno...
Il film l'ho gia' girato...
Credendomi inaridito...
Cosi' mi salvo...

II
Torno, ritrovo il fenomeno...
Torno... e una sera...
Torno, e mi trovo...

VIII. PROGETTO DI OPERE FUTURE

Progetto di opere future

APPENDICE 1964

Vittoria

*****


La raccolta di pometti Poesia in forma di rosa esce nel 1964 e rappresenta dopo La religione del mio tempo un evidente mutamento. Il tono pacato e uniformemente elevato de Le ceneri Gramsci viene abbandonato per una lettura atuobiografica e polemica della sua poesia. E' facile trovare in questa raccolta di pometti il Pasolini corsare degli anni 70. Pasolini pone, in questa raccolta, il proprio io al centro della poesia: dalla persecuzione giudiziaria, all'attivita' di regista (sono gli anni di Accattone, Mamma Roma, Il vangelo secondo Matteo), i viaggi africani e asiatici, la polemica ideologico-politica. In tutti questi conflitti interni Pasolini si muove in una societa' segnata dal nascente neocapitalismo visto dal poeta come una nuova preistoria. La poesia di Pasolini risente di questo clima opprimente, di questa sensazione di impotenza di fronte alla realta', e cerca nell'impegno civile attivo una difesa dei propri valori.


 
"... Tuttavia
(scriva, scriva!) la mia confusione
attuale e' la conseguenza
di una vittoria fascista.

[nuovi, incontrollabili, fedeli
impeti di morte]
 
Una piccola, secondaria vittoria.
Facile, poi. Io ero solo:
con le mie ossa, una timida madre
spaventata, e la mia volonta'.

L'obbiettivo era umiliare un umiliato.
Devo dirle che ci sono riusciti,
e senza neanche troppa fatica. Forse
se avessero saputo che era cosi' semplice
si sarebbero scomodati di meno, e in meno!
[....]
Una vittoria fascita!
Scriva, scriva: sappiano (essi!) che lo so:

con la coscienza di un uccello ferito
che mietamente morendo non perdona."[2]


 
"Questa raccolta poetica si articola intorno ad alcuni nuclei fondamentali, tra 'amore-nostalgia' e polemica, riesame impietoso e 'progetto', cupo sarcasmo e strazio: l'Africa come reincarnazione estetico-viscerale (ancora una volta) del mito 'popolare', e al tempo stesso come nuova 'ragione' nascente contrapposta al 'patto industriale' corruttore della vecchia Europa; l'affermazione del mondo del 'Passato' e della 'tradizione' come vero 'moderno' rispetto (e contro) alla mostruosa 'Dopostoria' neocapitalistica; la ricerca di un rapporto solidale tra la propria condizione (privata e storica) di 'diverso' e di eretico della Chiesa cattolica e di intellettuale borghese 'traditore' della propria classe, da un lato, e 'gli Ebrei... i Negri... ongi umanita' bandita', dall'altro: la metafora della 'Nuova preistoria', come punto di trapasso tra l'estrema fase della 'irrealta'' capitalistica e borghese, e l'avvento di una nuova 'aurora'; e infine, la 'alternativa', l'approdo al 'magma' poetico e alla 'disperata vitalita'', e quindi la presa di coscienza lucidamente autocritica del fallimento di un'esperienza 'vitale' che si sente 'disperatamente' esclusa dalla storia. La simbolica 'morte' e il preannunciato 'silenzio' poetico della parte finale della raccolta, significano anche questo.
E' chiaro percio' come a questa intera fase del curriculum pasoliniano, presieda una crisi di fondo: l'avvento del neocapitalismo come processo di disumanizzazione e corruzione e distruzione di ogni civilta' e tradizione e valore, come fine di ogni possibile opposizione e lotta e 'alternativa'. Pasolini si muove tra tentazioni regressive e punte di rivolta, tra una carica anticapitalistica e un abbandonato ritorno alle mitologie originarie (reincarnate o meno); e anticipa in sostanza alcune linee del suo futuro discorso sullo 'Sviluppo' negli anni settanta, con i suoi momenti attivi e passivi".[1]


""Quanto al futuro, ascolti:
i suoi figli fascisti
veleggeranno
verso i mondi della Nuova Preistoria.
Io me ne staro' la',
come colui che
sulle rive del mare
in cui ricomincia la vita.
Solo, o quasi, sul vecchio litorale
tra ruderi di antiche civilta',
Ravenna
Ostia, o Bombay - e' uguale -
con Dei che si scrostano, problemi vecchi
- quale la lotta di classe -
che
si dissolvono...
Come un partigiano
morto prima del maggio del '45,
comincero' piano piano a decompormi,
nella luce straziante di quel mare,
poeta e cittadino dimenticato"



"Dio mio, ma allora cos'ha
lei all'attivo?..."
"Io? - [un balbettio, nefando

non ho preso l'optalidon, mi trema la voce
di ragazzo malato] -
Io? Una disperata vitalita'.""[2]

Massimiliano Valente
 giugno 1997
 

[1] Gian Carlo Ferretti - dalla prefazione a Le belle bandiere - Editori Riuniti
[2] Pier Paolo Pasolini - Una disperata vitalita' da Poesia in forma di rosa - Einaudi


Fonte:
http://pigi.unipv.it/_PPP/Poesia.html



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La Rabbia di Pasolini - Gagarin.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro





La conquista delle spazio. Gagarin. 


Salgo nel cielo con un semplice cuore

Grande perché è grande la mia nazione.
Addio mondo di incerti padri e figli certi.
Volo a occidente, e il mio volo assorbe nel mio cuore buono
Il male che domina nel mondo.
Roma si libera, vista dall’altezza che è giudizio morale
Dal buio degli incensi
Come un gas disperso dalla brezza
Di uno spirito di puri sentimenti.
Volo a occidente
E il mio passaggio è come quello di una semplice rondine
Che annuncia che irrimediabile è il maggio.
Una civiltà laggiù trionfava.
Improvviso io ne annuncio l’agonia
A Parigi, a Londra frana una favola umana
Una grande storia col suo pensiero e la sua poesia.
Volo a occidente.
E alla mia vita il nemico che invade in pace il cielo
Washington trattiene il suo furore
Contro il popolo che avanza.
Ritrova un impeto di amore
Sotto il mio volo purificatore
Anche quel mondo senza speranza.
Riscendo a terra, tra i semplici cuori dei miei compagni,
grandi perché è grande la nostra nazione.
E con me porta la coscienza di un nuovo sole
Fino a oggi perduto nel futuro
E ora conquistato, vecchia speranza di imprevisto amore.



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La Rabbia di Pasolini - Il mito di Marylin Monroe

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Il mito di Marylin Monroe


Del mondo antico e del mondo futuro

Era rimasta solo la bellezza

E tu, povera sorellina minore,

quella che corre dietro i fratelli più grandi
e ride e piange con loro per imitarli,
tu sorellina più piccola
quella bellezza l’avevi addosso umilmente
e la tua anima di figlia di piccola gente
non ha mai saputo di averla
perché altrimenti non sarebbe stata bellezza.
Il mondo te l’ha insegnata
Così la tua bellezza divenne sua.
Del pauroso mondo antico
E del pauroso mondo futuro
Era rimasta solo la bellezza
E tu te la sei portata dietro
Come un sorriso obbediente.
L’obbedienza richiede troppe lacrime inghiottite.
Il darsi agli altri troppi allegri sguardi che chiedono la loro pietà.
Così ti sei portata via la tua bellezza.
Sparì come un pulviscolo d’oro.
Dello stupido mondo antico
E del feroce mondo futuro
Era rimasta una bellezza
che non si vergognava di alludere
ai piccoli seni di sorellina,
al piccolo ventre così facilmente nudo.
E per questo era bellezza.
La stessa che hanno le dolci ragazze del tuo mondo
Le figlie dei commercianti
vincitrici ai concorsi a Miami o a Londra.
Sparì come una colombella d’oro.
Il mondo te l’ha insegnata
E così la tua bellezza
Non fu più bellezza.
Ma tu continuavi a essere bambina
Sciocca come l’antichità,
crudele come il futuro.
E fra te e la tua bellezza
Posseduta dal potere
Si mise tutta la stupidità e la crudeltà del presente.
La portavi sempre dietro
Come un sorriso tra le lacrime
Impudica per passività
Indecente per obbedienza.
Sparì, come una bianca colomba d’oro.
La tua bellezza sopravvissuta dal mondo antico,
richiesta dal mondo futuro,
posseduta dal mondo presente
divenne un male mortale.
Ora i fratelli maggiori finalmente si voltano
smettono per un momento i loro maledetti giochi
Escono dalla loro inesorabile distrazione,
e ti chiedono: è possibile che Marylin
la piccola Marylin ci abbia indicato la strada?
Ora sei tu, quella che non conta nulla, poverina,
col suo sorriso,
e tu la prima, oltre le porte del mondo
abbandonato al suo destino di morte.

Sogni di morte
Ah! Figli! Erano mostri le madri
Lente fatalità che si compiono fuori dal mondo
Noi non siamo mai esistiti.
La realtà sono queste forme nella sommità dei cieli

La classe padrona della bellezza
Fortificata dall’uso della bellezza
Giunta ai supremi confini della bellezza
Dove la bellezza è soltanto bellezza.

La classe padrona della ricchezza
Giunta tanta confidenza con la ricchezza
Da confondere la natura con la ricchezza.
Così perduta nel mondo della ricchezza
Da confondere la storia con la ricchezza.
Così addolcita dalla ricchezza
Da riferire a Dio l’idea della ricchezza.
La classe della bellezza e della ricchezza
Un mondo che lascia fuori dalla sua porta
E la classe degli scialli neri di lana
Dei grembiuli neri da poche lire
Dei fazzoletti che avvolgono le facce bianche delle sorelle
Delle attese cristiane
Dei silenzi fratelli del fango e del grigiore dei giorni del pianto
La classe che dà supremo valore alle sue povere 1000 lire
E su questo fonda una vita
pena capace di illuminare
La fatalità del morire


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La Rabbia di Pasolini - L’Algeria

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




L’Algeria e la lotta di liberazione. 


Chi direbbe che il sentimento così profondo della libertà

Abbia vita in cuori che hanno visi così umili

Umili come lo sono ai margini del mondo

Dove si lavora la terra o si ruba
Vestiti con gli stracci dei padri
Umili visi di figli venuti al mondo
Senza spiegabile necessità.
Eppure, dietro questi visi
Di affamati o predoni
Cova quel sentimento terribile
Che la Francia chiamò libertà.
Un figlio qualsiasi,
che non ha che un viso,
intorbidito dai secoli,
viso di giovane assassino
di facchino gentile
parte dalla città e
tratto da una necessità
di cui non sa nulla,
cammina, cammina coi compagni
giunge al bosco nella montagna,
e là si arma, si prepara, si battezza
per la nuova, per l’eterna lotta.
L’acidità delle boscaglie al sole,
l’odore della montagna bombardata,
la lotta partigiana ora è là.
Ora è là che le pattuglie sudano.
Ora è là che il ragazzo ha il languore della morte.
Ora è là che è un disonore la pietà.

Ah Francia, l’odio!
Ah Francia, la peste
Ah Francia, la viltà.
Un piccolo aeroplano
Li porta in cielo,
e in cielo ronzano, ronzano, ronzano
l’odio, la peste e la viltà.
È la vendetta che ronza nel cielo, Francia,
contro chi nulla sa
e in sé ha la coscienza dell’universo intero.
Ronza, ronza, ronza nel cielo, Francia, la tua confusione.
Ronza nel cielo di una nazione
Che ha la sua forza nella sua umiltà.
Ronza nel cielo d’Algeria
Una crisi che ricrea la morte
E nella ricerca di una nova libertà
Vuole vittime la cui vittoria è certa.
Ah Francia, l’odio!
Ah Francia, la peste
Ah Francia, la viltà.
Un ronzio terribile, idiota, inverecondo
Una musica che finisce nel trauma di un bambino,
in un singhiozzo che squassa il mondo.

Sui miei stracci sporchi
Sulla mia nudità scheletrita
Su mia madre zingara
Su mio padre pecoraio
Scrivo il tuo nome.
Sul mio primo fratello predone
Sul mio secondo fratello sciancato
Sul mio terzo fratello lustrascarpe
Sul mio quarto fratello mendicante
Scrivo il tuo nome.
Sui miei compagni della malavita
Sui miei compagni disoccupati
Sui miei compagni manovali
Scrivo il tuo nome.
Libertà

Sui nomadi del deserto
Sui braccianti di Medina
Sui salariati di Orano
Sui piccoli impiegati di Algeri
Scrivo il tuo nome.
Sulle misere genti di Algeria
Sulle popolazioni analfabete dell’Arabia
Sulle classi povere dell’Africa
Sui popoli schiavi del mondo sottoproletario
Scrivo il tuo nome.
Libertà.

Gioia dopo gioia
Vittoria dopo vittoria
Gente di colore
L’Algeria è restituita alla storia
Gente di colore vive i giorni più belli della vita
Mai luce negli occhi sarà più pura
Mai gesti di felicità più cari.
Gente di colore, sono i giorni della vittoria
Di tutti i partigiani del mondo
Gioia, ma quanto inestinguibile terrore.
In mille parti del mondo
E nella nostra memoria.
La guerra non è cessata
Anche se non vogliamo ricordare
La guerra è un terrore che non vuole finire
Nell’animo, nel mondo.


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La Rabbia di Paolini - La democrazia, la fede, l’URSS.

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Eretico e Corsaro


 
La democrazia: incoronazione di Elisabetta.



Eh dolce regina,
commuovente sposa borghese, timida anche,
col suo complesso d’inferiorità
e la sua buona educazione
che le impedisce di dimostrarsi viva.
Eh, le riforme, stupendamente civili, certo,
ma quale sarà il futuro di una classe operaia
che oggi sciopera per il diritto all’ora del tè?

Duro, disadorno, severo è l’idillio.
Non teme ironia di poeti
Né incredulità di democratici
Ma c’è qualcosa di terribile nella prigionia del tempo,
nel dominio liberale e il presidente della storia.

La fede, Giovanni XXIII



Un guerriero se ne va armato di silenzio
Verso là, dove non c’è più storia
Ah, nessuno di questi dignitari in lacrime
Saprà o vorrà mai sapere
Per quali necessità e per quali ragioni
La cristianità è diventata
Da religione di re religione borghese.
Seguono ora il borghesi
Coi loro fratelli sottoproletari
Il feretro del papa aristocratico,
come nella piazza di un grande e funebre paese.
Bruni negozianti romani
Popolane dallo sguardo epilettico di zingare,
pallidi burocrati italici
è la folla degli anni Sessanta
la marea del nostro secolo
che ha bisogno della religione
ancora disperatamente
per dare un senso unico al suo panico,
alla sua colpa, alla sua speranza.
Ci saranno fumate bianche per papi
figli di contadini del Ghana o dell’Uganda
per papi figli di braccianti indiani morti di peste nel Gange,
per papi figli di pescatori gialli morti di freddo nella terra del fuoco.
La lenta morte del mondo contadino che sopravvive popolando continenti
Lungo migliaia di guadi, di coste formicolanti di pescicani,
di isole carbonizzate dai vulcani aliterà
in queste fumate bianche la lentezza arcaica
della sua esistenza, giù nel futuro, lungo i decenni e i secoli.
Uguale al padre furbo e al nonno,
bevitore di vinelli pregiati,
figura umana sconosciuta ai sottoproletari della terra,
ma anch’essa coltivatore di terra,
il nuovo papa, nel suo dolce misterioso sorriso di tartaruga,
pare aver capito di dover essere il pastore dei miserabili,
perché è loro il mondo antico e sono essi che lo trascineranno
avanti nei secoli con la storia della nostra grandezza.
Sorride il pastor paganus,
e Renzo e Lucia si sposano lietamente davanti ai suoi occhi
Ormai anche gli archi barocchi sono loro
E i saloni d’oro di Don Rodrigo, e le grandi cattedrali.
Lo spirito è retaggio del mondo contadino
E tu sii il pastore del mondo antico
Che in quello spirito avito.
Queste sono le parole che l’angelo ha soffiato
All’orecchio del dolce papa dal misterioso, paterno testone campagnolo

L’URSS.



Beati i figli i cui padri furono servi della gleba
Beati i figli che possono dire mio padre si è fatto grandi risate
Nel suo villaggio dove il padrone e i burocrati dello zar lo hanno fatto morire di fame per millenni.
La puritana violenza con cui rido,
la teatrale ingenuità con cui mi diverto nel mio villaggio, nella mia fabbrica è lui che me l’ha data
Beati i figli i cui padri furono eroi
Beati i figli che possono dire mio padre ha combattuto contro lo zar e il capitale
E la libertà che io ho me l‘ha data lui.
La terra che io semino e la fabbrica dove io lavoro me l’ha data lui.
I luoghi dove io godo la mia gioventù me li ha dati lui.
E io posso essere fiero di assomigliare a lui e pensare di assomigliargli per sempre.
Voglio godermi diligentemente la vita facendo le cose che mi sono state negate nei secoli
E che i giovani di provincia o di paese più ricchi di me per secoli hanno fatto
Voglio un po’ di danza, di mondanità, di spettacolo.
Tutto ciò che hanno avuto i padri ideali, non certo quelli carnali.
E sono fiero di rivestirmi poi dei miei poveri panni di operaio il mattino sotto il severo sole della mia provincia, del mio paese.
Tutto ciò che ebbero i iei padri ideali
E il mio padre carnale non ebbe e tanto desiderò, io lo voglio avere.
Voglio impadronirmi della cultura tradizionale,
voglio essere in possesso di ciò che è bello e nobile
e che per tanti secoli mi fu negato.
Voglio istruirmi con lo spirito di un volonteroso padre
Leggere come un padre giovane,
conoscere col cuore di un padre religioso
con obbedienza, perché sono il primo figlio istruito di una generazione che non ha avuto nulla
se non i calli nella mani e le pallottole del capitale nel petto.
E, ora che posso, per la prima volta nella storia della mia nazione
Io, giovane del popolo, voglio ascoltare la voce della cultura, della scienza, dell’arte.


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