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giovedì 29 gennaio 2026

Pier Paolo Pasolini: Da versi introduttivi al «Rio della Grana» - Vie nuove, numero 6, 11 febbraio 1965, pag. 32

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Pier Paolo Pasolini
Da versi introduttivi al «Rio della Grana»

Vie nuove

numero 6

11 febbraio 1965

pag. 32

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )


Barbarolessi?

Sì, ma irlandese.

(Gli altri sono i Franceschi Colonna).

(Comunque a questa fase dell’italianizzazione dell’Italia,

non comporrei mai dei finti esametri con parolacce tedesche).

E perciò ripropongo questi testi

non classicistici,

al nuovo spirito monoclasse:

e li dedico agli operai torinesi che parlano l’Italiese.


Quivi (in questi testi)

l’urbanizzazione era quella classica di italici profughi;

non si era avuto ancora il poema delle migrazioni interne.

(Né scriverei mai il romanzo di un Puzzilli che s’inurba a Torino:

ma se mai a Liegi, a Lilla, a Liverpool).

Un mio protagonista potrebbe essere un poeta ceco.

. . . . . .

lunedì 21 febbraio 2022

Ali dagli occhi azzurri, Profezia di Pier Paolo Pasolini

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Profezia


A Jean-Paul Sartre, che mi ha raccontato 

la storia di Alì dagli Occhi Azzurri.


Era nel mondo un figlio e 

un giorno andò in Calabria:

era estate, ed erano 

vuote le Casupole, 

nuove, a pandizucchero, 

da fiabe di fate color 

della fame. Vuote.

Come porcili senza porci, nel centro di orti senza insalata, di campi senza terra, di greti senza acqua. Coltivate dalla luna, le campagne. Le spighe cresciute per bocche di scheletri. Il vento dallo Jonio

mercoledì 5 gennaio 2022

Visioni del Maghreb: Alì dagli occhi azzurri e il Mediterraneo di Pasolini

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Visioni del Maghreb: Alì dagli occhi azzurri e il Mediterraneo di Pasolini

di  Sara Alianelli
(Si ringrazia la gradita segnalazione di Sara Tislit Tintlellí)

Alì dagli Occhi Azzurri
uno dei tanti figli di figli,
scenderà da Algeri, su navi
a vela e a remi.Saranno
con lui migliaia di uomini
coi corpicini e gli occhi
di poveri cani dei padri
sulle barche varate nei Regni della Fame. Porteranno con sè i bambini,
e il pane e il formaggio, nelle carte gialle del Lunedì di Pasqua.
Porteranno le nonne e gli asini, sulle triremi rubate ai porti coloniali.
Sbarcheranno a Crotone o a Palmi,
a milioni, vestiti di stracci
asiatici,e di camicie americane.
Subito i Calabresi diranno,
come da malandrini a malandrini:
” Ecco i vecchi fratelli,
coi figli e il pane e formaggio!”
Da Crotone o Palmi saliranno
a Napoli, e da lì a Barcellona,
a Salonicco e a Marsiglia,
nelle Città della Malavita.
Anime e angeli, topi e pidocchi,
col germe della Storia Antica
voleranno davanti alle willaye.
(…)
 
 
Pasolini attore nell'Edipo Re (1967)Un sole accecante e un gracchiare incessante di cicale. Orizzonti sconfinati di terre rosse o di sabbia, città dalle misteriose architetture di feconde, antiche civiltà, sullo sfondo delle quali appaiono popolazioni vestite dei colori primari, verde, blu, bianco, nero: questo è lo scenario dei film che Pier Paolo Pasolini girò tra gli anni sessanta e settanta, viaggiando nel Mediterraneo, in Africa, in Medio Oriente, in India.

mercoledì 10 febbraio 2021

Pier Paolo Pasolini - DAL VERO

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


DAL VERO 
Pier Paolo Pasolini

E quella fronte c'ha 'l pel così nero
… … … … ; e quell'altro ch'è biondo…
suo cimitero da questa parte hanno
con Epicuro tutt'i suoi seguaci,
che l'anima col corpo morto fanno.
E l'altro, cui pareva tardar troppo,
gridava: "Lano, si non furo a corte
le gambe tue alle giostre del Toppo!"
Luogo è in Inferno detto Malebolge,
tutto di pietra di color ferigno…
di qua, di là, su per lo sasso tetro
vidi demon cornuti…
…come che suoni la sconcia novella.
I' m'accostai con tutta la persona
Lungo 'l mio duca, e non torceva li occhi
Dalla sembianza lor ch'era non bona.
…e vidivi dentro terribile stipa
di serpenti, e di sì diversa mena
che la memoria il sangue ancor mi scipa.
Più non si vanti Libia con sua rena;
che se chelidri iaculi e faree
produce, e cencri con anfisibena,
né tante pestilenze né sì ree
mostrò già mai con tutta l'Etiopia
né con ciò che di sopra al Mar Rosso èe.
Al fine delle sua parole il ladro
le mani alzò con amendue le fiche…
Con sei occhi piangea, e per tre menti
gocciava 'l pianto e sanguinosa bava…
…mentre che la speranza ha fior del verde.

Collage da Dante 

La gran facciata del penitenziario si staccò e cominciò lentamente a spostarsi indietro. Gialla, nuda, giganteggiava, retrocedendo, tra i muraglioni, gialli, nudi anch'essi, in fondo a cui cominciò ad emergere l'altra ala, come un enorme scatolone. Man mano che quei due edifici, bucherellati da centinaia di finestre restavano indietro, si isolavano sempre più contro il cielo lattiginoso, e contro l'agro lì intorno spelacchiato: senza un albero per quanto potesse spaziare lo sguardo.
A destra comparve e restò subito indietro, ruotando, la garitta vuota e scrostata come una latrina: col gesto di due carabinieri sbragati sulla polvere, il fucile tra le gambe, e sopra sulla breve ascesa, anch'essa ruotante, un quadro ronzante di vita popolare, con ragazzi, stracci, cani: che sparirono tra le case da arabi, a un piano e di calce.
Il Penitenziario continuò a rimpicciolirsi, giallognolo, e dopo che furono passati radendo gli argini impolverati, comparve di faccia, sulla grande pressione dell'Aniene, un vasto digradare di prati formicolanti come cimiteri, di fiori, un cavallo marrone col lunghissimo collo teso su quei fiori, e, in fondo, spalmata su tutto l'orizzonte, quant'era lungo, Roma.
Su quella visione di Roma, o piuttosto dei quartieri tiburtini, da Monte Sacro, Pietralata, giù giù fino a Tor de' Schiavi, il Predestino, Cento Celle, con migliaia di case come scatole di scarpe, e baracche, e torracce, l'autobus si inchiodò.

"A fattorì," disse Claudio il liberante, "che ce 'o fai er bijetto?"
"Come, no," fece il fattorino.
"Vedemo un po' qqua a quanto ce'o metti?"
"Famo venti lire, va'."
"Che te va de scherzà? E quanno 'e rimedio io, venti lire"
"Aòh, ame me 'o venghi addì?"
"A me nun me va de pagà!".
"Fa' un po' come te pare, a morè, dopo so' affari tua, dopo."
"E paga, daje a Clà," fece allora Sergio il compare del liberante.
"E famme contrattà un pochetto, no?", fece Claudio. "Mbè, famo na tredicina de lire, a fattorì?"
"Ammappete, fijo bello, te 'a passi male, si nun me sbajio!" pagaiò il fattorino.
Sergio si stufò: "Auffa, già me so stufato, ssa, a Cla'. Caccia 'ste quaranta lire, 'namo."
"Ahio, quant'è cattivo questo, disse il fattorino. "Che, le hai lassate a casa 'e pistole,a pischè?"
"Stamo aggravati, fattorì," confessò Claudio. "Questo è du'anni che nun lavora, e io sorto adesso de bottega!".

Dato ch'era appena sortito da bottega, Claudio era tutto felice, e si stava godendo la prime dolcezze della vita in libertà, tanto che avrebbe preso di petto alla malandrina pure un sasso, per mettersi a chiacchierare, se non avesse incontrato un fattorino dell'ATAC o qualche altro dritto. Cacciò magnanimo dalla saccoccia le quaranta lire, prese i biglietti, e si spinse con l'aria d'un bocchissiere un po' suonato tra i sedili, seguito pigramente da Sergio, che si guardava stanco intorno con la sua faccia di maomettano.

"Sbragàmise qqua, a Sé," fece Claudio.
"Sbragàmise qqua," fece Sergio.
Dal fondo dell'autobus il fattorino si intromise: "Tutta festa oggi, eh?"
"Come, no," ammise Claudio.
"Quale festa, quale festa, ma si nun pagano manco li ciechi!" disse Sergio con l'occhio perso.
"E lèvate, a Sè," ribattè il compare, "che tu dichi così perché nun ce sei stato llà dentro! Ma mmejio n'anno ssenza na lira e magnà da li frati, stacce, che un ciorno ssolo llà dentro…".
"E' regolare," concluse il filosofo laggiù, col berrettino paragulo sugli occhi, contando gli spiccioli.

Tutt'a un botto Claudio e Sergio zomparono in piedi, e gettandosi sui vetri della cabina del conducente, cominciarono a picchiarvi con le nocche. Il conducente che con la matita sull'orecchio stava consultando alteramente il listino degli orari, e facendo a mente i suoi calcoli, voltò di sguincio la faccia gialla e nera, e fissò con freddezza quei due sciamannati. Ma essi eran troppo di buon umore per capire che tra la gente libera ci fosse qualcuno che non gliene importasse un cavolo della libertà e anzi c'avesse i nervi. Senza badare all'espressione scura del conducente, gli fecero allegramente cenno di partire, di mettere in moto l'autobus, di accendere il motore.
Il conducente, dietro i vetri come un'immagine sacra sotto la campana, li riguardò ancora un poco: poi alzò di scatto l'avambraccio fino a portare la mano con le dita serrate all'altezza della bocca e del naso, e agitandola qui con un gesto secco e insolente d'interrogazione.
Neanche al gran gesto napoletano della dritteria nazionale, i due pivelli s'arresero.
Claudio gridò: 

"Dàje, a conduce', fai finta che metti in moto er motore".
"E dàje, che te possino ammaitte!" insistette Sergio.

E il fattorino, dal fondo dell'auto: 

"See, quello ve manna ormi tutt'è ddue!"

Che succedeva? Tre ragazze, vestite dei più accesi colori che si possano stampare negli abiti in vendita, bell'e fatti, alle bancherelle di Piazza Vittorio, stavano correndo su dalla strada del Penitenziario, tutte affannate per paura di perdere l'autobus, con le facce rosse come cocomeri.
Visto che il conducente non gli dava retta, i due misero testa, spalle e braccia fuori dal finestrino, guardando tutto quel ben di Dio che veniva avanti ballonzolando sotto il sole dolce come l'olio.

"Forza, amorette," si accorò Claudio, "daje che mo l'auto parte!"
E Sergio: "Ammappele, quanto corono, daje che famo la bella!"
Il fattorino, invece si mise a cantare:
Io stongo carcerato emamma more…
Vojo morì pur io prima 'e 'sta sera,
oi carceriere mio, oi carceriere …
"A fattorì," gridò Claudio, "che te va de sfotte?..."
"Io stongo carcerato…" ricominciò il fattorino.
"E ariocace!"

Le tre ragazze salirono, scottanti e sospirose dentro l'autobus, tutte felici d'averlo preso. Si guardavano e ridevano: poi un po' alla volta gli passò l'affanno e il prurito del riso, e andarono a mettersi a sedere sui sedili sgangherati, facendosi aria con le mani.
Claudio e Sergio andarono a mettersi seduti appresso a loro, e cominciarono a darsi ai madrigali; e non si sarebbe potuto dargli torto, se, con in gran poeta di Roma, si sarebbe potuto dir delle pischelle:

Uh, bene mio, che brodo de pollanche.
Je metterebbe addosso un par de branche
Da nun faje restà manco la pelle.

Ma l'autobus fece davvero la bella, si scrollò tutt'a un botto, ebbe un rumore di ferrivecchi molto in contrasto con l'aria ufficiale del suo conducente: e si lasciò, radendo le grandi praterie con frane di papaveri e margherite, giù per la strada di Casale dei Pazzi.
Volarono a destra e a sinistra i pezzi di agro pinguentemente nutriti dall'Aniene, scuri e caldi, ronzanti al sole; volarono le casette costruite a metà e già abitate, volarono le villette e i vecchi casali…

"A Sé," fece Claudio, "dimme un po', come se comporta la Intesse?"
"Che, me lo domandi, a Cla'," rispose Sergio. "Er zolito, che si la vedo me viè voja da dàje na pignata in faccia."
"Mo con chi se la fa?"
"Cor palletta, llà."
"Chi Palletta?"
"Er Fijo de sora Anita, llà, quella che c'ha er banco a Piazza Vittorio…
Quer roscietto, un po' fusto, che te posso ddì…"
"Ah, ho ccapito…Bè, con quer brutto lì s'è messa?"
"Che vòi fa? Ma mo cambia…"
"Che, stacca ancora tutta 'e sere a 'e sei"?
"Come no?"
"Stasera 'a vado a trova…"
"Me fai rabbia, me fai. Ma che c'ha che te sfagiola tanto, me 'o vòi ddì"?
"Aòh, me sfagiola."

Claudio si mise a pensare con una faccia beata all'incontro di quella sera con la Ines, e se non era lei, qualche altra ragazza di San Lorenzo, di quelle che conosceva da pischello, che era uguale. Si sbragò meglio sul sedile, e come se stesse solo, si mise a cantare…

Io stongo carcerato e mamma more…
Vojo morì pur io prima 'e 'sta sera,
oi carceriere mio, oi carceriere.

Teneva la testa ritratta fra le spalle, le corde del collo gli si erano tirate, e le narici gli si aprivano e gli si chiudevano sulla bocca che mostrava la sua intera dentiera di cavallo: e scuoteva leggermente il capo, come per secernere meglio la passione che ci metteva a cantare.
Alla fermata di Ponte mammolo l'autobus si riempì di gente. Poi imboccò la Tiburtina, passò sopra l'Aniena, e puntò dritto verso Roma.
Presso i due malandri s'era venuto a mettere all'impiedi, leggendo superbamente il Corriere dello Sport, un giovanotto pettinato alla Rudi, con le scarpe bianche di quelle bucherellata, un vestito a righe bianche e nere e l'argentina gialla. Claudio lo sbirciò per un pezzo senza farsi capire, guardando le novità che andavano di moda quell'estate. Poi, dopo aver ben bene allumato, si ricosse e diede una gomitata a Sergio, che se ne stava, canticchiando, sul sedile, col fazzoletto annodato alla malandrina, e la faccia negra e lucente, come ce l'avesse dipinto Caravaggio.

"A Sé," fece Cleudio, "me vojo fa una de quelle camicie a buchi che vanno de moda'st'anno, e un paro de scarpine bianche llà…"
"Ammappete, vòi fa proprio l'acchittone, vòi fa, beato tte!"
"Quale beato, quale beato see…Tengo na fame addietrata…"
Si morse le nocche delle dita, facendo "mmh", gettò uno sguardo affamato alle due rose de fuego che gli stavano accanto, e l'occhio guardandole gli si puntò fuori dal finestrino…
"Te ricordi, a Sé?" sia ccorò.
"De che?" "Qquà quanno ch'eramio ragazzini…"
"Mbè?"
"Che ce stava er circo, giù a Pietralata… che noi eramioscappati de casa…"

Si era parato davanti, dalla sinistra, tra Montarozzi e Spianate, il Forte di Pietralata, brulicante davanti dei fez rossi dei bersaglieri, con una tromba in mezzo al cortile che suonava il rancio.
Sergio e Claudio, piccoletti, scappati di casa, se n'erano venuti da quelle parti, come magnanimamente ricoradava Claudio, e se n'erano stati un par di settimane, digiunando o magnando qualche cipolla o qualche persica grattata ai mercatini, oppure un po' di cotiche fregate dalla borsa di qualche commare…Se n'erano iti di casa così, perché gli piaceva di divertirsi…Dai bersaglieri rimediavano da fumare… Poi trovarono da dormire sotto la tenda di un cocomeraio, sopra i cocomeri, il cocomeraio aveva un maiale, dalle parti di Bagni di Tivoli, e visto che facevano buona guardia ai cocomeri, li mandò a sorvegliare il maiale, anzi, il maiale e un coniglio… Che tremarella la notte nella campagna disabitata, dentro la capanna…Dormivano con una mazza sotto al testa… Una mattina la madre del cocomeraio era venuta lì, li aveva mandata Bagni a comprare del pane, e intanto, approfittando che non c'erano s'era pappata il coniglio…Trovarono gli ossicini interrati davanti alla baracca…
A Pietralata, che il cocomeraio li aveva cacciati via a causa del coniglio, avevano lavorato in un circo…coi leoni…litigando coi maschietti concorrenti della borgata… Una sera scappata Rondella, la cavalla maremmana, e via per prati e mucchi di immondezza, lungo le rive dell'Aniene…
L'autobus arrivò in fondo alla Tiburtina, passò sopra il cavalcavia tra fischi di treni, e andò a ormeggiare, nella gran caciara, al capolinea del Portonaccio. Bianchicci, nel biancore del giorno, brillavano i lumini del Verano. L'11 era pronto. Claudio e Sergio zomparono giù dall'auto, tagliarono gridando e ridendo tra la ressa, balzarono sul tram già in corsa, e restarono attaccati al predellino, cioccando sempre più, mentre la vecchia vettura risaliva sferragliando il lungo viale che sotto i muraglioni del cimitero portava a San Lorenzo.
Tutti smandrappati, con l'aria del quartiere che gli scapigliava la chioma, appresi in fondo al grappolo che gli si accalcava al predellino, volavano verso casa. Ammazza, quant'è bella la vita, mica pei micchi, ma per quelli che le soddisfazioni se le sanno pigliare…come loro due… Mentre alzavano moina Claudio pensava a se stesso con la camicia a buchi e le scarpine bianche, all'Ambra Jovinelli o nella rotonda di ostia, con la Intesse o qualche altra ragazza che gli veniva appresso: a completare il quadro della sua bellezza…
Intanto, sotto i muraglioni del Verano, passava nella luce invetrita, qualche coppia, un vecchio, o un garzone in piedi sul sellino spingeva allaccato il suo triciclo su per la salita…E loro due, con al mano a imbuto contro la bocca, li sfottevano…

"A nennaccio, nannaccio, a pampuzzo…"
"Fra du' anni sei bona pure subito!"
"A dondolina…"
"Nun je dà retta, e dopo dì che so stato io…"
"Se seguiti così quando lo piji marito?"
"Che, stai a sputà li pormoni, a pischè?"
"Daje, che mo' arivi…"
"See, quanno affitta quello…"

Intanto ecco venire avanti le prime case brune di San Lorenzo, le prime strade rossicce, ecco profilarsi in fondo e ingrandirsi sempre più, biancheggiando. L'arco di santa Bibiana, e poi il vecchio giardinetto in mezzo al quale sfilavano, gesticolando, le più allegre compagnie della gioventù sanlorenzina, acchittata per la sera, le panchine e le aiuole col verde della vecchie estati.



1953-54

(da Alì dagli occhi azzurri, Milano, Garzanti, 1975)


Fonte:
http://www.sagarana.it/rivista/numero7/narrativa3.html






Curatore, Bruno Esposito

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Pier Paolo Pasolini - Storia burina

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Storia burina
Pier Paolo Pasolini
(da Alì dagli occhi azzurri, Milano, Garzanti, 1975)



PROLOGO. 

Un terzo della carne che si mangia a Roma ogni giorno, entra in città, come dice il termine d'uso, clandestina mente. Per una bestia uccisa e venduta, clandestinamente, il guadagno è di circa duecentomila lire (tra il '56 e il '59) Secondo le carte di Cid Burete  a cui abbiamo attinto per il nostro racconto - gli stessi mercanti di carne che si servono di solito al macello, pagando regolarmente quello che va pagato (macellazione, dazio, ecc.), hanno quasi sempre un'attività il legale.

Una cricca di questi mercanti - associati nella macellazione clandestina...

TUSCANIA, GREMBI DI PIETRA, BESTIAME, RE ROMANICI, FAMIGLI NEOREALISTI:... 
una cricca di questi mercanti, battono un giorno l'agro. Cercano pure un garzone; lo trovano, si mettono d'accordo. Famiglio nella razza umana, re in quella dei famigli: una madre profetica gli ha messo nome Romano.

Cade la notte, sui colli e i castelli di Tuscania.

Qualche bestia è ammazzata subito, alla chiarina, dietro la rovina di una chiesa. Romano è sporco di sangue fino ai gomiti. Sangue e mercia. Fino alla prima luce del giorno. Alla prima luce del giorno, le altre bestie vengono caricate sul camion - alla prima luce del giorno d'estate. Le vitelle cioccano. Per far tacere le più di sperate, Romano gli infila un dito in bocca, come un ciuccio. Non c'è una nuvola insin'a Roma.

ROMA. SANGUE. GIOCO DI SOCIETÀ. 

E’ la prima volta che viene a Roma. Ma non è Roma, è Testaccio, che brucia sotto il sole: con le fogne, sotto la terra, intasate di sangue e merda. Le vie perpendicolari - il monte nudo e spelato in mezzo - la riva del Tevere, un immondezzaio tra il bianco dei muretti e il giallo del fiume - l'Ammazzatore; tutto per Romano, che è lì dopo diciott'anni di vita tra i fiori.
I casoni dove vengono portate le bestie per la « soluzione finale »; i recinti dove aspettano per giorni e giorni il loro turno, dimagrendo e piangendo. I secondini paraguli o nati stanchi.

(NOTA. Questa gente è stretta  come ci testimonia Cid Burete - da una specie di senso corporativo e insieme di omertà. Non entra a lavorare al macello chi non è figlio o nipote di chi già ci lavora. È gente « cattiva »: e tutti hanno abbastanza moneta, perché, per tradizione non scritta, tutti possono rubare ogni giorno un po' di carne. E a questo va aggiunta la lotta clandestina, fuori dal Macello, in cui tutti sono implicati. Adesso pure Romano è nel Gioco. È legato a Zenobi, che è l'organizzatore della macellazione che l'ha assoldato; e Zenobi è legato a lui, che, del suo lavoro, è testimone, oltre che complice).

Romano arriva a Roma a testa bassa, cieco e testone come un figlio di toro. Ha sogni limitati, non ha paura di nessuno. 

(Il sole che arrostisce Testaccio rende tutti uguali, tra i casoni della morte. Come il terrore di una bestia portata a morire è solo supposto, così lo è la timidezza di Romano.)

Ma la Roma così conosciuta è proprio oggettivamente cattiva. Cinque minuti, a spingere giù le vitelline piangenti: e intorno c'è già « quello che è Roma ». Che Romano però mica vede; con le tempie, l'attaccatura dei capelli, la bocca feroce di un toro giovane: non vede per non esserci. Per esserci solo come cosa. Come pianta ripiantata su altra terra, che succhia ciecamente. Nella nausea che dà l'odore del sangue, Roma è un ragazzo dell'età di Romano - per ora. Che gli altri ragazzi chiamano Romano. È nudo, tiene solo un po' di azzurro striato di bianco, con qualche frittella di sangue, al posto della foglia di fico; una cova, un abitacolo, che solo per eleganza, poi, sotto, fascia anche la gamba, fino al piede feroce e scalcagnato. E anche la testa è vestita. Da ricci polverosi. Il resto, nudo, è soltanto forza: ma non inconscia, come quella del primo Romano e dei tori. Anzi, la coscienza di quella forza è la maschera di Roma, che si finge altra nel disprezzo, nell'ironia, nella paciosità, nella buffoneria, nella crudeltà, nella finta sventatezza, nello sguardo « clinico » per le cose, nel non impicciarsi nella recita o moina della distrazione, nel « sapere tutto », nel la discrezione d'onore, nel canto solitario della propria disponibilità. Un leone sonnacchioso al sole, con la pupilla sveglia come uno spadino. Pugile? Come no? La palestra è giusto dal l'altra parte dei casoni della soluzione finale, una casetta sul l'antichissima strada del '6oo o dell'8oo miserabile, che stringe in un anello di baracche e muriccioli sbrecciati il monte dei Cocci, lungo l'Ammazzatore. Da lì sono usciti i campioni di Roma. A Romano la stella del campione brilla in fronte.

(N.B. Chiameremo per chiarezza Romano il Burino il primo, Romano il Paino il secondo.)

Il Romano Burino che spinge giù dal camion per il culo le vitelline entra nella grammatica. E fa da soggetto. Viene messo in mezzo. La sfottitura è così sottile, così impalpabile e raffi nata, si vale di tali reticenze, silenzi e finezze, che il Romano nuovo manco se n'accorge, e continua il suo dialogo con le vitelle. Non viene dalla Sicilia né dall'Arabia. E neanche dalla Toscana ma da Tuscania. Pesante e nero sabino; quando s'accorge d'essere preso per il culo, si butta come un cane, dolce dolce, e morde con l'innocenza dei forti. Due poveri ragazzi coi calzoni americani rotolano sulla terra battuta del macello lorda di sangue e budella ma pulita da un sole così forte che macera e secca tutto come il gelo: e la sporcizia macerata e leggera come paglia trita, vola intorno, davanti alle bocche de gli altri che urlano come lupi con le fauci ben disegnate della gioventù. Li divide Zenobi, con le mani del padre. 

(N.B. Il suo occhio « clinico » ha allumato in Romano il Burino un altro con la stella in fronte. Una nuova buona ragione, oltre l'omertà nel reato delle vitelle, per tenerlo sotto la sua ala.)

ANCORA SOLE, INIZIAZIONE, LA MODA DI QUEST'ANNO. 

La pianta ha messo radici. La terra fetente e purificata dal sole come da una tremenda medicina, non è quella di Roma, ma di Testaccio. Zenobi sistema come un cane nella cuccia Romano il Buro dentro uno sgabuzzino della palestra (senza nemmeno una finestrella), e lo fa imboccare al Macello come una guardia svizzera, con tutto che sia senza il tesserino. Lo allena, la sera, come una madre che non fa tanti complimenti.

L'iniziazione di Romano il Burino alla nuova vita è rapida. Passano le settimane, i mesi. Egli si trasforma. Impara il romanesco; perde presto la calata campagnola. Impara la grammatica, le reticenze, i silenzi, le finezze; le belle iperboli. Riconosce la bellezza di una maglietta e di un paio di scarpini a punta. Cambia capello.

Modello di questa trasformazione è Romano il Paino. Romano il Burino, insomma, si ricostruisce pezzo per pezzo, sostituendo i vecchi pezzi con quelli di Romano il Paino. Lo sanno tutti che quando due cominciano col fare a botte poi diventano amici. Diventano amici e si rassomigliano perfino di faccia. Ma la faccia di Romano il P. ha qualcosa di ineguagliabile: la mancanza di ogni fede. La mancanza di cre dito che il mondo ha in lui. Il mondo che gli si presenta, corrompendogli gli occhi, come una specie di nulla. Infatti davanti agli impressionanti progressi di Romano il B. nel pugilato, Ro mano il P. non è geloso, non gliene frega niente.

I VANTAGGI DI UN CASALE A CIAMPINO. LA NATURALEZZA DELLA GRANA. 

Zenobi allarga la sua impresa. Affitta in un posto qualunque, che potrebbe essere in Tunisia, un casale mezzo diroccato (si riconosce, da lontano, Ciampino, oltre mandracce di casette costruite a mano, bianche, tra i vigneti tramortiti). Lo maschera da osteria, e, dentro le cantine, fa un piccolo ammazzatore. Anziché’ ammazzarle dove si trovano, alla chiarina, ora le bestie le portano lì, nel casale, dove non solo le ammazzano, ma le squartano e le preparano per il trasporto in città, dai compari compratori. L'oste - e il cantiniere - lo fa una vecchia zimara, uno zoppaccio, vecchio amico di Zenobi, vissuto da sempre accanto a lui, ruga su ruga, zella su zella; colica su colica, cotica su cotica; i due Romani, loro, giovani come il mondo, sono i razziatori; ammazzano; squartano.
Molta grana in berta. Ma proprio tanta. Romano il B. ci compra, a rate, una Harley Davidson. Romano il P., invece, e questo è il punto, spende e spande, butta tutto quello che ha, con gli amici e con le mignotte, come se ricco fosse stato sempre.

Vanno sempre in palestra. Il primo è ai suoi primi incontri, che sono tutte vittorie. Il secondo, che di vittorie vecchie è pie no come di ricci, sta per portarsi via il campionato laziale, ma si sa che chi non ha carità non ha né fede né speranza; e chi non ha né fede né speranza non ha vittoria (ma le vittorie con la fede passano, le vittorie senza fede restano, e costituiscono l'intera vita).

NADIA, E TUTTO QUELLO CHE NADIA, AMMUSATA, RAPPRE SENTA. 

Quindi è il disordine, che è il profondo ordine della vita, a guidare i gesti e le azioni del Paino. Ha una ragazza, è vero, di nome Nadia, sua vicina di casa a Via Zabaglia, che conosce da tanti anni. La tiene per pigrizia. Lui sta sempre con gli amici. Le donne va a rimorchiarle con una macchina a nolo piena di amici a Caracalla, o a Viale Tiziano, o, se è giorno, sul raccordo anulare. Con la famiglia ha poco da spartire. La madre urla sempre come una sciammannata, e dice, urlando, quello che dice Nadia, stando zitta. Il padre, ch'è stato alle elementari con Zenobi, e è stato con lui balilla e poi un fedele della DICAT, scrive una lettera anonima al commissariato, dove si viene così a sapere del casale di Ciampino. Zenobi è a sua volta informato da qualche anima buona, carnivora, del commissariato stesso, e si dà da fare. Si salva, ma il casale col suo zoppaccio diventa quello che era la sua apparenza una vecchia osteria micragnosa per neni e zampognari. Così i due Ro mani tornano alla legalità e allo stipendio dell'Ammazzatore.

Romano il Burino si salvicchia, perché ha messo da parte cento sacchi. Ma Romano il Paino è a terra - e ha fatto ormai troppo l'abitudine alla libidine. A casa sua è un casino. Una sera fa quasi a coltellate col padre, e se ne va fuori casa.

Va da Nadia, ma manda aff... pure lei. Va al baretto della Pugnalata, con quattro alcolizzella e due malandrini tubercolosi. S'ubbriaca di Stock e di Vecchia Romagna. A dormire va nella cuccia della palestra di Romano il Burino, che lo ospita senza tanto gonfiarsi, come l'altro avrebbe certamente fatto al posto suo sotto traccia. Il bello è che da lì a qualche giorno Romano il Burino e Romano il Paino avrebbero dovuto incontrarsi alla Romana Gas, in un match decisivo, in fondo, per tutti due: perderlo, per il Burino, voleva dire addio al diritto di considerarsi un vero Dio, per il Paino voleva dire compro mettere i campionati, screditarsi come Dio.

Eh, ma non bisogna dirle, queste cose. Scherzarci, fingere di niente; scherzare con quelli che attizzano o sfottono. Una dolce, tenera, tramortita luna viene a visitare la palestra, stendendosi qua e là, sul pavimento acido di polvere, su un po' di corda arrotolata, lungo l'orlo delle porticelle delle docce, sventrate. Prima di dormire i due rivali si mettono in slip, zozzi, e fanno un po' a guanti, con un occhio allo specchio; sudano; vanno a pisciare insieme nella doccia; fumano una svampa; vanno a dormire, nello sgabuzzino senza luna.

Passa una mezzoretta, e Romano il Burino dorme come un cavallo. Mentre lui dorme, l'altro riapre gli occhi. Sta con gli occhi aperti un pezzo, a pensarci. Poi si alza, e va a smucinare nel giaccone di cuoio, nei calzoni di Romano il Burino; non trova niente. Cerca sotto il guanciale. I cento sacchi stanno lì. Li preleva. Si rinfila i calzoni americani, la maglietta; va fuori a prendere l'Harley Davidson, buona buona lì dove il suo padrone l'ha trascinata, dietro la palestra; la spinge a mano per un centinaio di metri con da una parte l'ombra del Monte dei Cocci, e le bicocche, dall'altra lo sbarbaglio della luna nella sperduta del cielo. Poi zompa sul sellino, e parte sparato, cioccando come un trimotore.

L'ONTOLOGIA DEL COMPORTAMENTO DI VITA. MECCHE. SPA RATE. LOCALI. 

Va dritto, oltre la Via Ostiense (con la luna), per l'Aventino (senza luna), a Caracalla (con la luna), fino a Por la San Sebastiano (senza luna). Trova Maria Domenica, occhialuta (con la luna), la carica sul sellino e la porta a bere un Stock a San Giovanni (senza luna). Poi vanno a mangiare a Termini (con la luna). Poi a ballare alla Pighetti, che sta per chiudere (senza luna). Sono ubbriachi, lei con la cosa al vento (con la luna), lui col coso agghiacciato (senza luna), e vanno Luna Park dell'Eur (con la luna). Una bottiglia di veleno vinta al tirassegno poco prima che chiuda (senza luna); e via sulla rombante agli Orti di Cesare tra catacombe e catapecchie (con la luna). Lusso e portieri che fiutano come cani zozzeria e miseria (senza luna), Romano si inginocchia sotto la luna e tappezza di fogli da diecimila i gradini dell'ingresso (con la luna) Entra nel locale con la mecca e spende tutto (senza luna). La mattina (con il sole), lo trovano mezzo morto a pancia sotto s'una fratta (senza sole), in un immondezzaro all'Acqua Santa (con il sole, con il sole.)

ANCORA NADIA CHE, AMMUSATA, RAPPRESENTA IL DOVERE COME SOGNO DELLA VITA PERBENE DISPREZZATA. 

Romano il Burino ha per la ragazza dell'amico, Nadia, una oscura simpatia, che gli si manifesta soltanto perché, quando le è accanto, Giggetto sotto si risente: ma non è ammessa.
È Nadia che si presenta a lui, la mattina dopo la notte brava del Paino.
Cattiva per il nuovo dolore come per un raffreddore, col moccio e lo sguardo nemico dei trasporti funebri, viene a raccomandarsi di non denunciare il Paino (e chi ci pensava?) e di perdonarlo (che? è roba che se magna?): promettendogli che lei stessa avrebbe fatto in modo che un po' alla volta gli restituisse i cento sacchi.
Romano dice: « Vabbè, vabbè. » È la prima volta che parla con la ragazza. Anzi, è la prima volta a Roma che parla con una ragazza  che non sia Maria Domenica l'Occhialuta o Burganda la Sconosciuta. Assicura (come facesse un contratto al mercato del paese) che lascerà perdere Romano. (Tanto, il giorno dopo c'era il match alla Romana Gas, e gliel'avrebbe fatta fare piccola la magra, rompendogli il grugno davanti a tutta la cricca dell'Ammazzatore.) Lei lo ringrazia, cogli oc chi immalinconiti e lontani, persi nel suo lutto (lui è li vicino, col fratello piccolo, sotto, che gli s'è svegliato, come a un cavallo, e fortuna che tiene il sospensorio).

LA GLORIA E' NUDA. 

Suonano i cessati allarmi, piano piano, un mese, quindici giorni, una settimana. La vita riprende. Il fu turo torna a sorridere. E’ passato il momento delle vacche vegetariane, e torna quello delle vacche cannibali. Zenobiri prende i due mori, che, tra di loro, c'è sangue cattivo, e hanno occhi, pugni, calzoni pieni di dinamite, e una specie di malattia addosso che si attacca  e ripartono per la grande razzia.
Travagliano tutta notte, a caricare e scaricare vitelle, tra i monti della Sabina, neri e teneri e ognuno col suo Sabino e la sua stalla; all'alba sgozzano e squartano, dentro un grottone coperto da un muraglione e da una baracca, sulla Prenestina, do ve lo zoppaccio s'è fatto la tana come un barbone; col sole alto della mattina vanno a dormire; dormono tutto il giorno - e la sera si incontrano nella concalla della Romana Gas.
Nudi di fronte ai compagni e ai maestri, nel fumo ardente e nell'odor di stracci bagnati, ché fuori piove; nel chiasso degli incontri precedenti della riunione, passata nell'attesa del loro. Tutta la gioventù dell’Ammazzatore, quella brutta e quella bel la, quella di primo pelo e quella già stagionatella, coi primi peli bianchi, i fanelli e i vecchi scarpari; quattro mogli dei capoccia, e del resto tutti maschi; con un odore di panni bagnati cotti dal fumo delle sigarette, che accora.
La loro nudità è il loro vestito. In fondo, di sé e degli altri non sanno nulla, se non ciò che fa essere il comportamento sociale: il comportamento è l'unica pianta cresciuta e perfetta in un orto dove tutte le altre piante sono secche, l'amore, le idee ecc. ecc. Anche l'onore non è nulla se non uno dei rami di quella pianta folta e completa. Solo per un estraneo, quell'odore ha odore di canfora e di sangue.
Contrariamente alla violenza del combattimento che è il combattimento di due nemici che si odiano per ragioni che sanno solo loro due, la vittoria è ai punti. Questi punti sono per Romano il Paino, che si batte con una eleganza che fa rabbia: il serpente vince il toro. Tiene alta la sua vecchia stella, offusca quella dell'avversario, nascente.

GIORNO DI MACELLAZIONE, GIORNI DI MACELLAZIONE. 

Venerdì fiesta all'Ammazzatore. Passano, passano, vacche magre trasparenti, passano vacche secche come alici, passano in fila trasparenti come l'osso, buone buone, con la morte negli occhi, come ubriachi che tornano la mattina accecati dal sole bianche come uccelli della neve, e con le croste dello sterco sull’ossa che bucano la pelle tirata come la seta, passano masticando, masticando come per fare le indifferenti, ma sapendo bene quello che le aspetta, passano, passano come ombre cinesi bianche, come grandi pipistrelli bianchi che hanno preso la strada dell'inferno, mentre il sole non passa mai, nero come un toro sopra il monte di Testaccio.
E i cavalli vecchi? E i pulledri, che non hanno mai avuto gioventù?
I due Romani son dentro un casone della morte. Con le punte degli scarpini su uno scolatoio dove passano sangue e zella, e i tacchi tra le teste e gli zoccoli ancora freschi. I sanguinari; i tripparoli; i facchini; la caciara, la fiesta. Cochi, Zella e il Guillone hanno cantato: all'orecchio del Paino - una cantata de core  col core della fiesta - Nadia e il Buri no si sono visti - la sera - quando la luna spunta - e Roma non fa la stupida.
(Al Paino non gliene importa niente. Il suo destino è così segnato che non c'è alternativa. Nadia è superata, come una canzonetta dell'anno prima, che nessuno, mai, in nessun luogo, a nessuna ora, canta veramente più, nessuno, mai, in nessun luogo, a nessuna ora. Ci sono dei cuori che non possono più tornare indietro. Ma che cosa fa un ragazzo - non importa chi  - se la sua ragazza  non importa quale - va con un altro ragazzo - non importa come? Tutto ciò fa parte della vera vita, che, si sa, si serve della vita non vera per i suoi pretesti.)
I due Romani si attaccano, rotolando sugli scolatoi: in un minuto, dal ciuffo ai pedalini, son rossi di sangue, due fiammate calde, strette. Gli schizzi di sangue merdoso, giungono fin dentro le bocche aperte, le fauci belle di gioventù, dei mandruconi e dei mini che li attizzano come cani. L'incontro non era finito la sera prima! Il sangue di Romano il Paino, quello del naso e delle gengive, e del sopracciglio, brilla fresco sul sangue vecchio delle bestie, una goccia di sangue rosso, su una bandiera di sangue nero, senza guantoni, senza gong, è il Burino che fa la rapina, come Caino. (Così cominciano i giorni della macellazione. Romano il Paino resta disteso accanto a uno scolatoio, con le gambe divaricate, i calzoni americani celeste-fumo, bianchi sul grembo, sono una bandiera di sangue nero. Romano il Burino è in piedi sopra di lui, come il pistolero, con la pistola a frecce che ha trapassato un testone innocente da tempia e tempia, come il pistolero che sta sul corpaccio della bestia ancora caldo, divenuto, con la morte, bambino.)

NOTA. 

Ora, lì, all’Ammazzatore, ormai il più forte è lui; ormai del burino non ha più niente. Ha imparato veramente lutto quello che doveva imparare, è diventato un ragazzo del Testaccio. Come il Paino, che è stato il modello del mondo che ha conquistato come in un romanzo, è incosciente, sprezzante, ironico, crudele, allegro, pigro, spietato, spiritoso, carogna, cattivo. Si è aggiunto al Paino, l'ha ripetuto e l'ha sostituito, come un figlio il padre. Parla come si deve il linguaggio dei dritti, sa fare il campione al momento giusto, ma sa anche fare il modesto; sa mettere in mezzo i soggetti, ma sa anche lasciar perdere, abbozzare; sa fare il balordo e l'umano.
Con la sua avanzata irregolare in graduatoria nella carriera di bocchissiere, e per la sua vecchia fedeltà di cane buro, è diventato il favorito di Zenobi e del suo CLN.
L'altro Romano invece piano piano scende la china delle ambizioni che è la scesa verso ambizioni più profonde. Perdendo ogni passione, realizza la vita senza passioni: una vita filosofica. Addio campionato laziale e addio boxe perde qualche incontro, e un po' alla volta rinuncia. Le sue mire sono quelle di una perdizione seria. Così come un buon borghese a un certo punto smette di fare dello sport per dedicarsi interamente alla sua carriera) allacciando e estendendo relazioni, eleggendo a vita intera una scelta della vita. Il buon borghese Romano il Paino comincia la sua vita « seria », superando il breve orizzonte della cricca dei macellari; le sue relazioni si sono allargate a donne e uomini meno barbari ma più realisti. Gioventù di altri rioni, vecchi coatti che la sanno lunga, che non fanno a stecca d'un pezzo di carne.
Se n'è andato da Testaccio. Nadia non l'ha neanche salutata. La sua vita vera si svolge con Burganda la Sconosciuta.
Tuttavia ha ancora una prima vita, che gli serve da alibi, e continua il lavoro, staccato come un Angelo, all'Ammazzatore grande e all'Ammazzatore piccolo, con l'altro Romano.

CONTINUA LA NOTA.

Tra i due Mori e Zenobi & Compari, il rapporto è leale in apparenza. Sotto c'è il ricatto reciproco. E naturalmente i mori, abituati a fregare la carne all'Ammazzatore Grande, la fregano pure, quando possono, all'Ammazzatore piccolo. La libidine... il polpastrello del pollice che soffrega ripetutamente e allusivamente i polpastrelli dell'indice e del medio, a mezz'aria... non manca, ma non è mai abbastanza.

STORIA D'AMORE. POESIA D' AUTORE. 

Nadia e la sua famiglia vanno ad abitare a San Basilio.
C'è un grande prato scintillante come una piscina, dove a splendere non sono acque ma cocci.
In fondo al mare di quel prato c'è una fila di case d'avorio contro i castelli.
A destra c'è un altro prato, con la sua schiuma ghiacciata o bruciata dal sole.
Intorno a questo prato si alzano, a spina di pesce, altri palazzi come astri.
Suonano come organi del chiasso della povera gente.
Un chiasso lontano lontano: e come piccoli rifiuti leggeri e strani lasciati dal mare sulla rena, quel chiasso d'altro mondo depone lungo i prati e le strade coperte d'erba, alcuni esemplari di quella povera gente, ragazzini incappottati, donne vecchie colpite dal vento della sera.
Dietro a quei due prati dove le ombre scendono per prime, e dove restano le luci per ultime, ci sono altri prati, con greche di palazzi d'avorio falso per sottoproletari, dove le luci dardeggiano come dolci nostalgiche spade, con la quiete delle notti estive sui lungomari delle città coloniali.
Nadia sta oltre il terzo o quarto prato, in fondo a una grande discesa, in una casa isolata con tutte le sue luci come un astro dimenticato (con le porte sul fango).

NOTA. 

Romano il Burino - adesso che Nadia, anche se non ufficialmente, è libera - si sente autorizzato a coltivarla. Una sera le dà appuntamento sotto il monte di Testaccio - dove lei continua a fare la camiciaia, partendo la mattina presto da San Basilio. E lei ci viene - prima di imbarcarsi sul primo dei quattro autobus che la portano laggiù, nella sua reggia rosa. La scusa per andare all'appuntamento è che c'è già stato, tra i due, un rapporto d'affari. Nadia insomma ha degli obblighi con Romano, non c'è niente da fare. Non ha potuto mantenere la parola di fargli restituire i cento corpi, e per questo è in svantaggio.
Camminano malinconici lungo il Monte dei Cocci.
La seta dopo camminano malinconici sul Prato dei Barattoli, sotto le ombre nere dei colli lontani.
La terza sera ancora lungo il Monte dei Cocci, coi suoi orinali e il suo odorino di sangue.
La quarta sera a San Basilio, con lontano il Supermarket che apre la bocca dentata e luminosa come una conchiglia di madreperla, indiana, sul prato pieno d'aria e di voci.
La quinta sera, sotto le falde del Monte dei Cocci, con quattro cavalli dentro una rovina, che aspettano la morte, mentre uno zingaro fuma.
La sesta sera da una catena di case in bilico su uno sprofondo verso una valle di fango, con tutte le luci accese in fila, rosa sul mondo turchino, verso il Leocine.
La settima sera, per la stradina che gira intorno al Monte dei Cocci, sotto una bella luna di carnevale. Ma stavolta piano piano Romano guida la mecca verso la palestra, dove ancora dorme. Piano piano, come tutti due stessero sognando, senza fretta, la fa entrare nello sgabuzzino privo di finestrelle: qui lei dà calci, pugni e morsi, ma non c'è niente da fare, lui le fa la festa e le rompe tutto.
L'ottava sera entrano insieme nell'ultima casa di San Basilio, coi belati delle pecorelle che dal fango della valle guardano lagrimose verso le luci di madreperla, e Romano fa lunghi discorsi col padre e la madre di Nadia, che fanno lunghi di scorsi anche loro, e nasce tutta un'attaccatezza.
Nadia, con tutte le mortificazioni della sua vita di poverella  - e l'amore sfortunato dell'altro Romano - che l'hanno fatta diventare dura e pallida come una mignotta, è, nel fondo del cuore, dolce come una di quelle pecorelle che belano laggiù dalla parte di Settecamini. E Romano torna all'ovile. Un ovile però, ha il valore pratico di Lit. 1.000.000 in contanti, più Lit. 8ooo mensili, e si presenta sotto forma di un appartamento a Ponte Mammolo, in una palazzina appena passata di calce, ancora senza intonaco e senza tetto, individuata dal padre di Nadia, che già ne parla col rispetto degli affari combinati, dei grandi miraggi realizzabili nella vita. Per rendere effettivo, in somma, il ritorno all'ovile, occorre procurarsi subito, se non altro, la somma in contanti. La strada c'è, il compare pure.

LA PUREZZA. 

A questo punto le carte di Cid Burete presentano una lacuna, e purtroppo fino alla fine. Non si sa poi che fine abbia fatto lui, Cid Burete, ma tutto lascia supporre che Franco l'abbia mandato alla garrota, in seguito allo sciopero dei sanguinari e dei tripparoli della Mancia. Noi conosciamo il resto della storia da testimonianze orali.
Dunque, pare che i due compari, abbiano accroccato da soli, liberi e indipendenti, una stragetta di vecchie vacche sa bine. Per farlo, avevano dovuto comprarsi prima con qualche millante, perché si tenesse la cica, lo Zoppetto agonizzante al grottone tra la Prenestina e la Casilina, tra la borgata Angela e le cave dove Attila aveva aspettato papa Leone, curandosi i calli e cantando vecchie canzoni cispadane. E poi avevano dovuto noleggiare un camioncino, pronto, in fila cogli altri, sotto la piramide Cestia, dipinto di verde come un cessetto ai bagni di Ostia: dentro ci stavano, come due perle dentro una stessa ostrica, un certo Ciro Lo Coco, detto Droga, e un certo Pippo Recchiabella, detto Spago - detto così non si capisce perché, poi, dato ch'era già abbastanza dirlo Recchiabella - secondo l'osservazione del testimone, ch'era un intenditore. Questi due erano il conducente del camioncino e il suo aiutante (che aveva una fortissima tendenza ad aiutarlo specialmente quando dormiva). Ecco come sono le fatalità. E’ stata proprio la scelta di quel camioncino che, per una serie di circostanze, anzi, per una circostanza sola, tradì le speranze dei due Romani.
Se ne tornavano, i quattro compari, dalla Sabina, col camioncino pieno di vacche, con la pelle colore del mattino ancora lontano, quando, puf, una gomma davanti del camioncino si sgonfiò, e il camioncino andiede a sbattere il grugno contro un cartello dove c'era scritto «Borgo Ciufega» o «Borgo della Fame Arretrata» o qualcosa così. E lì si sbragò. Droga e Spago, con tutta quella madama che girava la notte tra la Prenestina e la Casilina, e lì proprio che c'era un pratone dove sgommavano e smontavano le macchine picchiate, tra i canti delle allodole, dissero tutti tesi agli altri due, tagliate, andatevene, smammate, lasciatece qua soli, portateve via le vostre vacche, che qua sennò so' ca... nostra ecc. ecc. Per la grotta dello zoppo c'erano da lì un cinque sei chilometri. Il Burino e il Paino, presero, e a bastonate sulle chiappe da schiodarle, spinsero via per stradelli, viottoli e solchi di grano le loro vacche: che, davanti a loro, nel buio, erano tutto un palpitare di lombi, come un volo di farfalloni bianchi, come lenzuoli gonfiati dal vento della notte. Ma si sa che le vacche son deboli di budella, ciànno, si sa, la cagarella eterna! E chi poteva tenerle? Infatti aprivano ogni momento quel coso che avevano sotto la coda, largo come un secchio, li mortacci loro, e pluàf, bluàf, rovesciandolo come un guanto con gli orletti rossi di sangue, pluàf, bluàf, 'ste chiavicone, mo l'una mo l'altra, lasciavano sul prato il ricordo di quel loro passaggio.
Madama si fermò, che se ne sentiva proprio la mancanza, una mezzoretta dopo accanto al camioncino acciaccato sulla Prenestina. Nel millecento c'era un brigadiere, di quelli fini, nato e cresciuto, si vede, tra zappe, vanghe e gallinari, e fu forse per nostalgia, che smicciò subito il primo segno della prima vacca oltre il ciglio della strada sul prato. Restò un po' col naso su quel segno, ci pensò su un pochetto, e dedusse che ce ne doveva essere un altro un po' più avanti: camminò così gobbo sul prato, e infatti, dopo un po', lo puntò: eccolo là. Basta, seguito dal brigadiere e dalla sua compagnia picciola, di ricordo in ricordo, sparì nella notte.
Che intanto era turbata da qualcosa di tremendo: come un grande esercito misterioso che si presenti, ai terrorizzati guardiani notturni, sulle montagne, l'alba ammassava le sue forze piene di verginità lungo le colline, e, come una puzza meravigliosa, portata dal venticello che aveva cambiato rotta e velocità, annunciava che qualcosa di straordinario stava per succedere: fra poco i camion che salivano dal Sud, carichi di biete e carciofoli per i Mercati Generali, non sarebbero stati più i soli a percorrere la Prenestina e la Casilina.
Il Burino e il Paino se lo dovevano immaginare, che non era il caso d'insistere. Probabilmente, ognuno di noi, che pure non ha mai rubato, e non sa da che parte si cominci a macellare clandestinamente una vacca, avrebbe capito, con l'intelligenza e l'esperienza che si attribuiscono agli intenditori, che  sarebbe stato assurdo star lì a finire un'impresa che ormai aveva preso una così brutta piega. Nella faccia religiosa dello zoppo era ormai segnato tutto il prossimo destino: l'alba che va a male, il primo solicello cattivo, l'arrivo dei carubba, l'arresto, o il tentativo di fuga, o magari la sparatoria. Ma noi siamo borghesi, e quindi abbiamo innato il senso della prudenza, della preoccupazione per la nostra salute, della capacità a rimandare a domani quello che non possiamo fare oggi, del rispetto per ciò in cui la vita si consolida, si ordina e si fa opinione pubblica e buon senso. La nostra esistenza si svolge come una pagina di prosa: gli strappi e i momenti poetici che sovvertono il diabolico e meschino calcolo della grammatica, avvengono a nostra insaputa, e poi magari ci lavoriamo e ci ricamiamo sopra per anni, ne facciamo dei grandi casi con gli amici. Siamo, anche i più rivoluzionari di noi, conservatori di nascita, e in fondo non dimentichiamo mai quello che la madre innocentemente borghese ci ha insegnato da bambini: il rispetto per un mondo che è nostro, e quindi il senso del risparmio, del dovere, del sapere, e soprattutto l'idea che la vita è sicura e lunga. Ma Romano il Burino e Romano il Paino, erano incoscienti co me uccelli che la mattina si svegliano, storditamente e felice mente lontani dalla preoccupazione dei cacciatori o di altri pericoli, e cominciano di buona lena a volare e a cantare.
(1956-65)

  

Curatore, Bruno Esposito

Grazie per aver visitato il mio blog

Pasolini, La Mortaccia

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




La Mortaccia
(frammenti)
Tratto da "Ali dagli occhi azzurri"
(1959)


Canto I


Il sonno! Mamma mia! Un sonno che proprio se la stava a fà sotto, pora Teresa: capirai, co' quella giornata ch'aveva passato, n'aveva fatti pochi d'impicci!
Robertino, il fijo della sora Lucia, ch'era appena risortito dal beverino, e a sedic'anni già faceva il pappa, se l'era caricata a San Sebastiano, verso l'una, e così l'aveva portata al Mandrio­ne, a casa sua.
Scese tutta sonno, coll'ossa rotte: imboccò il vicolo, che ci si vedevano dietro tutte le lucette della ferrovia, e più dietro quel­le del Quadraro, e più dietro quelle di Cecafumo, e più dietro quelle di Cinecittà: ma tutte sbattute, perse, perché era notte alta e, da quando Marzano aveva preso Roma, a mezza notte, da quelle bande, c'era il coprifuoco.
Passò sotto l'archi, con tutti i fregi e le fregne di pietra del tempo dei Papi, andò oltre il funtanone, addossato a quell'ar­chi come un altare, e imboccò il Mandrione, per una pista di fanga, incassata sotto la muraglia dell'Acquedotto Felice, al­to che non si vedeva il cielo, da una parte, e dall'altra i prati coperti dallo sterco dei cavalli degli zingari, e della loro zella, affumicata, perché più sotto, tra le fratte sventrate, passava il treno.
Sotto la muraglia, una addosso all'altra, c'erano le baracche, come tanti gallinari, con le finestrine e le porticelle di legno fracico, e i tetti di bandone.
Sotto, tutto lo sciroppo pasticciato dalle pedate dei clienti di quelle che battevano lì, dentro i tuguri - insieme a quelle pic­colette dei ragazzini, che ci avevano giocato rognosi e ignudi durante il giorno, schivando le sciacquate delle catinelle, che le zoccole svuotavano fuori dalle porte senza manco guardare chi c'era e chi non c'era.
La catapecchia di Teresa era una dell'ultime, quasi laggiù in fondo, poco prima dell'arco, verso i depositi della Coca Cola.

Era quel montarozzo che sta sulla Tiburtina, dopo il Forte, prima di Tiburtino III, dove stava a abitare Peppe il Folle.
Era un montarozzo che sotto i ragazzi ci giocano al pallone, e sulle coste è tutto pieno di puncicarelli e fratte, e, arrivati in pizzo, laggiù si vede l'Aniene, tra i canneti, e dall'altra parte Pietralata, e tutt'intorno le borgate più lontane, bianche come spuma al sole.
Ma mo, ragazzi non ce ne stavano: era notte alta: non sof­fiava un fiato di vento: non c'era neanche una luce, si vede c'era una interruzione alla centrale elettrica, non una luce, né sulla Tiburtina, né dietro la borgata, là in fondo dove ci sta­vano di solito i fari e i riflettori. Tutto scuro, morto. E nean­che una voce: neanche quei piccoli rumori che si sentono la notte: qualche cane che abbaia pei casali, o i grilli, le ranoc­chie. Niente, niente. E il montarozzo, detto il monte del Peco­raro, lì davanti, era alto che pareva una montagna, coi punci­carelli e le fratte che ciondolavano nell'oscurità, senza un filo di vita.
« Ma indò me trovo, qua, vaff...! » pensava Teresa, che già parlava da sola, con uno spagheggio che tremava. Camminò un po' lì nello spiazzo giallo, verso la gobba del monte: e si sarebbe messa a strillare, se non avesse avuto paura che fosse peggio.
Camminava camminava, tutta col culo stretto, pora creatura, senza sapere dove andare, quand'ecco che, daje!, da dietro una gobba del monte si pararono, colla bava alla bocca, tre canacc­i lupi, abbaiando da torcersi i polmoni, secchi allampanati, con le code dritte sulle cosce spelate e piene di rogna. S'affion­darono contro di lei abbaiando come se la volessero sbranare, si fermarono lì a pochi metri, guardandola e continuando a cioccare con quelle boccacce schifose, girando intorno intorno come coatti. Chissà, erano forse scappati da qualche casale, alle Messi d'Oro, dietro il monte, lungo l'Aniene: o avevano sen­tito qualche ladro morto di fame. Adesso ce l'avevano con Te­resa: e questa se ne stette lì ferma; coi capelli dritti in testa, e il sangue che gli s'era gelato. Strillare non poteva, tanta era la paura. Le usciva come una lagna dalla strozza, nemmeno quella.
Poi piano piano, facendo finta di niente, sempre coi capelli dritti, fece qualche passo verso il monte, guardando i cani, e, come quelli pareva che ancora sbranarla e divorarsela viva non ci pensassero, per il momento, cominciò a salire: ma non ce la faceva, perché la scesa del monte era tutta una melma, ci si poteva sciare, e come puntava il piede per arrembarsi, questo le scivolava e le tornava giù più in basso di prima. Stette lì un bel pezzo, a cercare di salire su per quello scivolo di fanga nera: e piangeva, piangeva, s'insozzava tutta.
Poi, verso sinistra, sentì una voce che la chiamava, che di­ceva: « Aòh. » Si voltò, con le mani a terra contro la fanga, a pecoroni come si trovava, e guardò da quella parte. C'era un'ombra, un'ombra che non si capiva bene chi era. Stava ferma, e guardava verso di lei.

Lì c'era la fermata degli autobus, il 109 che voltava giù ver­so il centro di Tiburtino, il 211, il 213 che seguitavano verso Ponte Mammolo e San Basilio, e pure i pulman che andavano a Tivoli: la fermata era sotto dei pali della luce elettrica, lungo la strada, in mezzo a uno spiazzale: dietro lo spiazzale cominciavano i lotti di Tiburtino, bassi e chiari, come magazzini, in fila, con la chiesetta, e, più in fondo, dei palazzi più alti di stile fascista. L'ombra stava proprio lì accanto alla fermata de­gli auti, contro il Bar Duemila, dove di solito Peppe il Folle faceva a fugge con le motociclette, scommettendo coi compari.
Adesso era tutto deserto: non si vedeva un'anima: pareva che fossero tutti morti, e che fossero scomparsi da questa terra pure i cadaveri.
L'ombra s'accostò al monte, attraversando la strada, passò il ciglio del prato, e venne verso Teresa.
Come s'accostò, a Teresa le parve di riconoscere chi era. « Sì, sì, ma io a questo lo conosco! » pensava, stando sempre così, a pecoroni.
Era infatti un uomo non tanto alto di statura, secco, con la fronte sporgente, un naso a becco, e le labbra strette, che, si capiva, non ridevano mai. « Sì, sì, lo conosco... ma chi è? » continuava a pensare Teresa, cominciando a sollevarsi, e ac­croccandosi i capelli col dorso della mano, ché il palmo era tutto impiastricciato di melma.
Non riusciva a svagare s'era un cliente, di quelli che arri­vano con la macchina, a San Sebastiano, e non vogliono farsi conoscere, o perché sono sposati, o perché sono viziosi: qual­cuno sadico, magari, che gli piace vedere il sangue, qualcuno che invece vuol fare tutta una messinscena, con la donna che deve far finta di non conoscerlo e farsi trovare ignuda col di dietro di fuori in qualche posto della casa, e via dicendo. Op­pure se si trattava invece di qualcuna di quelle persone impor­tanti che s'incontrano andando per gli uffici a fare le carte. Oppure un dottore di San Gallicano, o magara... un commis­sario di polizia!
Ma come fu vicino, quello là la prese per un braccio, e, aiutandola a sollevarsi, le fece: « Vieni! », allora a Teresa ven­ne una tremarella e una soggezione che quasi si sturbava, per­ché l'aveva riconosciuto.
Muta come una cella, guardandolo quasi piangendo per la timidezza, gli andò appresso.


Canto II

Dante Alighieri zitto, ma come chi ha tante cose da dire, ri­sortì dallo spiazzo del Monte del Pecoraro, con Teresa alle tac­che, e, giunto sulla Tiburtina, anziché andare verso Roma, pre­se a sinistra, verso l'Aniene: e cominciò a pedalare di buon passo, sempre con Teresa dietro come un cane.
Tutt'intorno la campagna fràcica di guazza, nera. C'era una specie di chiaro, nella notte, che chissà da dove veniva, come quando sta per spuntare la luna, o il sole non è proprio calato del tutto: ma luci accese non ce n'erano: laggiù i lotti di Tiburtino, tutti uguali, si scandagliavano appena perché erano intonacati di bianco: e così il Silver Cine, e la fabbrichetta di sapone costruita da poco.
Da li al ponte sull'Amene c'era almeno un chilometro di strada: Dante e Teresa la percorsero lesti lesti, allungando la pedivella. Ecco, anche l'osteria del ponte e la fabbrica di varec­china sopra i vivai sul fiume: tutto deserto, come disabitato da almeno mille anni.
Poi presero ancora a sinistra, per via Casal dei Pazzi: la borgata di Ponte Mammolo dormiva il sonno della morte. Neanche la lucetta della Madonnina lì all'angolo di Via Casal dei Pazzi e via Selmi, era accesa..
Dante camminava dritto per via Casal dei Pazzi, lungo una fila di casette bianche di calce, con tende per infissi, da una parte, e dall'altra l'avvallamento dell'Aniene, tutto zeppo d'or­taggi, marci d'umido. Ancora un chilometro, e ecco la bor­gatella di Rebibbia, appizzata s'un montarozzo, senza strade, con al posto delle strade come dei letti di torrenti, le case bian­che, a terrazza, come un villaggio beduino.
Ecco, tra la fanga, la garitta delle sentinelle, e ecco, dietro la borgatella di Rebibbia, dietro la strada militare deserta, il Car­cere.
Era come uno scatolone, grande grande, grande come tutto il cielo, giallo, bucato da miliara di finestre tutte uguali. Si al­zava in una radura di stoppie gialle, e di pianticine di finocchio selvatico sottili e invisibili come ragnatele, tra Ponte Mam­molo e San Basilio: ma le borgate non si vedevano, inghiottite dall'oscurità: in quel chiarore spugnoso appiccicato all'aria umida, si vedeva solo quello scatolone, in tutta la pianura, fino ai monti di Tivoli, ch'erano là, un po' più scuri contro il cielo scuro, lontani, lontani.
In tutta quella pianura non si vedeva una luce, non si sentiva una voce.
« Vieni, » rifece Dante, e andò verso il Carcere, attraverso la prateria secca, fràcica.
Arrivarono davanti a una porta, piccola, in tutta quella parete gialla e nuda, dove stava scritto: « Carcere Penitenziario ». Teresa si fermò, leggendo e rileggendo quelle parole: e subito la prese il mammatrone, tanto che cominciò a trema­re tutta, a non tenersi più, finché le vennero le convulsioni, e si buttò per terra, strappandosi le vesti, piangendo come una ra­gazzina, perché sentiva come nel cuore che, da quella pri­gione, non sarebbe risortita mai più.


(1959)




Curatore, Bruno Esposito

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mercoledì 23 dicembre 2020

Pasolini Pier Paolo - Testaccio - Fiera letteraria, ottobre 1951

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro





Pasolini Pier Paolo, Testaccio

(Fiera letteraria, ANNO VI/numero 38 - ottobre 1951, pagg. 3-7)

(Trascrizione curata da Bruno Esposito)
*****
(Successivamente inserito nel libro di narrativa "Alì dagli occhi azzurri", 1965)






I



I ragazzi che nelle prime ore del pomeriggio scavalcano il muretto e scendono sulla scarpata, vengono da Piazza Testaccio, lungo una delle larghe vie cimiteriali, perpendicolari alla piazza. Non insieme, o in ordine; se partono uniti, in quei cento metri di strada trovano mille occasioni per dividersi, disperdersi. Uno resta indietro, nascondendo certe sue intenzioni dietro una faccia chiusa, scostante; scompare per una via laterale, o torna verso i giardinetti. Due, ad un tratto, si mettono insieme e chiacchierano fra loro in modo da restare isolati nel loro discorso, anch'essi scostanti, offensivi; poi se ne vanno. Succede però che si ritrovino sulla scarpata. Anche li la loro convivenza pare di continuo per disgregarsi; si spargano qua e là, ognuno con la sua fionda (si sono fatti splendide fionde, foderando il manico con del nastro isolante rosso, giallo e verde); se si radunano è per qualche battifondo (colpire un pezzo di carta appeso a un cespuglio) che li rende come pazzi, incoerenti. Ma in ogni fatto o impresa c'è un fondo di ironia: niente deve essere fatto sul serio, perciò ogni loro passione (quella di uccidere lucertole, pescare) scivola su un fondo ironico; che li rende ambigui, nemici; ciò fa parte della lenzaggine del quartiere, dove è necessario non essere diversi. Essi si oppongono sempre a vicenda la noia, la possibilità di poter fare a meno degli altri, la capacità immediata di cogliere gli altri in fallo di credulità, di fede, di impegno: di ingenuità.
Appena scesi tutti sulla scarpata, si mettono subito ad accendere il fuoco. Franco si china in una zona senza erba, raduna un po di stecchi, di pezzetti di legno sporco della più infetta e nauseante delle polveri; manda gli altri (Carlino, Renato) a prendere dei pezzetti più grossi intorno. Tira fuori il fulminante - il fulminante che esce dalle tasche dei ragazzi, insieme a briciole e spaghi, un fulminante cattivo che sa di gabinetti il fuocherello è acceso. Lì presso era pronta una cocuma trovata tra l'immondezza, di una incredibile vecchiaia, pesta, ridicola; la mettono sul fuoco, e Franco vi getta sbadato i pezzetti di piombo usciti dalle sue tasche col fiammifero; tutti stanno chi ni sul fuocherello, agitati, dispettosi, a vedere il piombo che si fonde; intanto Franco arrotola una cartolina non meno lurida della cocuma, a forma di cono, e ne pianta la punta sul terriccio; quando il piombo è fuso lo versa dentro quella specie di imbuto, perché ne prenda la forma; aspettano che si raffreddi; Carlino va a riempire la cocuma d'acqua, e la versa sulla terra intorno alla cartolina per affrettare il raffreddamento: dopo poco il pezzetto di piombo a forma di cono è pronto e Franco se lo mette in tasca: adesso aspettano che si aprano le botteghe per andare a prendere un amo. Il fuocherello continua ad ardere, sui legni secchi come ossame. Romanino ha presa viva una lucertola; pensa di metterla sul fuoco, e tutti si stringono intorno a lui invasati e allegri: Sergio gliela strappa dalle mani e la lega a uno spago, e tenendola così
sospesa corre verso il fuoco, seguito da tutti gli altri. Le fa sfiorare la fiammella per farla arrostire lentamente; la pelle della lucertola annerisce, ribolle; essa muove davanti al muso le zampe anteriori, come braccia umane, in un atroce spasimo.



II



Su Testaccio si vedrà sempre un cielo caliginoso e allucinato. Tepore primaverile ancora gelido; vernice verde degli alberi macchiati dal viola o dall'indaco di alberelli da frutta, con grazia da paesaggio giapponese. Panoramica iniziale - dall'alto, come in qualche classico del cinema francese, René Clair: Porta Portese, Riformatorio dei minorenni   di uno stinto, solido barocco romano - lungoteveri alti, deserti. Ma questo di scorcio: l'obbiettivo si fermerà subito contro la riva di Testaccio. Ponte Testaccio. Argine verde spelacchiato, velenoso, sul l'acqua del Tevere ancora tumido per la piena invernale. Lungo blocco giallastro di case a cinque, sei piani del primo novecento, balneari, nordiche. Asfalto delle strade intorno al fiume.
Veduta lontana e nebbiosa della zona portuense, del gasometro.
Lotto; strada, muretto, scarpata, fiume. Cinquanta metri a destra, il ponte. Vengono spesso dei pescatori con l'amo, e anche con una piccola rete appesa ad una stanga, come in un posto abbandonato, mentre sul ponte passa con fragore afono la circolare. Lucertole sulla scarpata cotta dal sole; feci, immondizie; erba ancora abbastanza pulita e fresca.
Lungo la scarpata, fino al livello dell'acqua sono scavate delle buche molto lunghe (sei o sette metri; perpendicolari al fiume; forse per lo scolo) e larghe solo poco più di mezzo metro. Lì dentro Soncino e suo fratello hanno rinchiuso i loro tre gattini, costruendo una specie di recinto. Portano ogni giorno un po' di carne e un po' di latte. Li curano. Ma forse il man giare non basta. I tre gattini sono scheletrici, si coprono di croste. La prigionia li ha resi rabbiosi. Il gatto mezzano rode un orecchia e il collo al gatto più piccolo, e a sua volta ha divo rate le zampe dal più grande.



III



Sullo sfondo di Piazza Testaccio, coi giardinetti dalle aiuole tetramente rasate e i pisciatoi disinfettati e fetidi, sparsi qua e là a indurire l'aria povera e provinciale, si dispongono nei vuoti dell'anonimo più fitto e normale le famiglie dei ragazzi. Il padre di Sergio è disoccupato (alto, disossato anche moralmente - abbiezione « naturale » - occhi lucidi come quelli del figlio, non più però come quelli di un animale, di un uccello, ma piuttosto da ubriaco, un poco come lacrimosi, che ridono sempre con viltà agli altri). Il padre di Nando lavora ai Mercati Generali; il padre di Renato è un salernitano che fa il brigadiere; il padre di Carlino è disoccupato - di nascosto dalla famiglia va alla carità per bere - è gonfio, per qualche malattia ghiandolare, o mal di cuore - l'enfiagione del viso rossiccio - pelle lucida, da infezione, da foruncolo, con rada barba bianca e sporca - berretta...
Ma a presentarsi con più disprezzo e violenza saranno le figure dei fratelli maggiori: il fratello di Carlino - di cui si sa tra i ragazzini che è ben noto nei cinema e nei lungoteveri dei peccatori notturni, per le dimensioni del segreto affidato ai suoi minacciosi calzoni di ladro - compare nei vanti di Carlino, che ha una particolare affezione per lui. Benché sprezzantemente lontani, veduti di scorcio, i fratelli grandi, verranno a restare incisi con brutalità. Modelli assoluti di vita del Testaccio, dai Mercati Generali alla stazione di Ostia, dalle officine del lungotevere verso Porta Portese al cinema del rione.


IV




Riflesso di quella vita sui fratelli minori: le scarpe di Franco e di Romano, di moda nelle vetrine rionali, senza lacci, oppure con lacci a fiocchetto; lisce, a punta. Accenno che fa Romano, ogni tanto, sulla scarpata, calzando un vecchio paio di quelle scarpe femminee e insolenti, a un passo di samba: proprio se condo il più nuovo modo di ballare la samba alla sala Brusco-lotti, o in qualche sala da ballo di Partito.




V



In uno studio per quel « passo di samba di Romanino »bisogna anzitutto osservare la sua iniziale distrazione: il mo mento in cui non esprime niente, benché, già inconsciamente cattivo, il pensiero gli corra per la mente senza lasciar tracce nel suo viso tenero di ragazzetto; dal colore bruno, appuntito; c'è qualcosa di tarato in quel viso, di volpino, di moralmente ma cabro, ma nella pura epidermide, nel disegno più superficiale dei lineamenti, nella voce femminile e un po' nasale. Vive dentro di lui una vita « doppia » di lenza, un patrimonio di convenzione rionale: una assoluta mancanza di pietà. L'istinto di difesa ha compiuto in lui, debole, un irrigidimento insolu bile; ormai non può più tornare indietro dalla sua immoralità, dal suo inconscio e tremendo pessimismo. Mentre è proprio un debole; gli altri potrebbero fare spietatamente presa sulla sua natura femminile, sulla sua possibilità di tradire vergognosamente la vita di Testaccio. Egli però ha trovato il modo di resistere ad essi, rendendosi imprendibile, chiudendosi in una provocante impassibilità: librato in uno stato d'animo indefinibile, fatto in fondo di felicità, e di malignità ancora fresca. Scompare sempre dal gruppo: come entrasse nel suo non esistere. Si volgono gli occhi a caso e lo si vede sull'argine a venti o quaranta metri lontano, occupato a scrutare tra l'erba in tiepido fetore con il manico della fionda stretto nella destra e l'elastico, allentato ma pronto a guizzare, nella sinistra. E senza espressione: se non quella sua abituale, volpina, assente. Ci mette un'attenzione fissa quanto priva di interesse.
Ha una testa un po' lunga, il ciuffo nero gli sporge sulla fronte; la pelle molle e nerastra; nella bocca e nell'attaccatura del naso c'è qualcosa di malato, di abbiettamente animalesco. Ha bellissimi occhi, invece, tagliati in modo capriccioso, lunghi e appuntiti, con le palpebre tenuamente ed elegantemente gonfie. Il flusso continuo di informe e naturale felicità che passa per lui - tenendolo sospeso a una gaiezza di gesti che è la sua ossessione - e la sua acutezza maligna, danno alle sue parole una chiarezza particolare, una tensione, una perfezione nel l'aderire ai modi della parlata, di cui i compagni sono dotati ma in modo più solido e meno appariscente. Certe sue frasi ironiche sono brevi e pulite come fucilate.
Nel caos della loro convivenza sulla scarpata egli rimane al margine - solo con improvvise puntate nel cuore della compagnia. Le sei o sette loro figure, scosse come da un vento pazzesco e ingrato, leggero e volgare, mancano di qualsiasi coesione: niente riuscirebbe più falso che comporle, basterebbe un solo attimo di immobilità per falsarle senza rimedio. Sono continua mente esposti all'imprevisto disordine: hanno l'uno per l'altro, l'inimicizia che devono provare i reclusi nella stessa cella, un inimicizia nevrotica. Diffidano senza interruzione, non sanno cosa sia simpatia, affetto e nemmeno omertà. Si deprimono con voltafaccia continui, con tradimenti inaspettati, con sordide esclusioni... Ecco perché il « passo di samba » di Romanino è labile, sfuggente come un'ombra, praticamente nullo.
Se ne viene e se ne va irrichiesto, inosservato e inutile. L'espressione di Romanino non cambia minimamente. E un attimo; in una discussione vivace - magari mentre Franco accende il fuoco per fondere il piombo, se ne sta chino sui pezzetti di legno lurido - Romanino canta una samba e contemporaneamente ne allude il passo; incrocia le gambe con un lieve scatto, mandando successivamente un piede dopo l'altro a colpire con un gesto sprezzante e appena abbozzato l'aria dietro di lui; mentre tutto il corpo sta proteso in avanti. In quel gesto c’è una interna aria di sfida verso gli altri, verso chi lo sta a guardare: l'esibizionismo è minaccioso, provocante, proprio come nel modello ideale dei fratelli grandi del Testaccio. La presunzione non consiste solo nel considerare se stesso fredda mente insuperabile nel modellare quel gesto dell'ultima moda, ma nel sentirsi partecipe di un mondo aggiornato fino all'infiammazione, di condividere con pochi privilegiati un primato irraggiungibile agli altri per definizione, per diritto. D'altra par te l'aria di sfida, necessaria per far tacere negli altri l'istinto a sfottere chi sia pure con l'ironica sufficienza del dritto ceda a una tentazione. « Ecchime, sto a ballà - dice l'espressione (se in lui ci fosse, ma appunto con la sua assenza) di Romanino - che? ve fa rabbia? ma quanto siete micchi. » Tuttavia l'accenno non dura che un attimo, deve essere una delibazione, una primizia, una pallida idea di quanto, in altre circostanze, con al tra gente, in altra atmosfera (nel centro ideale e inimitabile del Testaccio) egli sarebbe in grado di fare. Per ora del resto non è che l'imitazione del modello imposto dai fratelli maggiori, sanguinante di una soggezione che distrugge.



VI




Sarà Romanino, in una delle sue sparizioni, a scovare la buca dove è tenuto prigioniero il gatto.
Carlo sarà invece il primo ad avere l'idea di ucciderlo a fiondate. La buca è piccola: essi si mettono intorno, e tirano con furia, perché ognuno vorrebbe essere il primo a dare al gatto il colpo mortale, e per precedere gli altri, o lasciarsi precedere, è questione di un attimo. Perciò essi sono come impazziti dalla fretta, sbagliano i colpi, non trovano i sassi vicino. Il gatto dentro la buca è spaventevole.




VII



La luce delle quattro del pomeriggio è insana, impura... L'abituale cielo lattiginoso e accecante. Sul Tevere torbido, il ponte - rosso mattone e bianco - isolato nella vastità della luce. Sempre incise scialbamente contro il cielo le figure di Porta Portese, a sinistra, dell'Aventino, a destra in ombra, di un verde acido e marcio. Naturalmente, domina la parte del Tevere più a mare, col gasometro nebbioso, le scarpate miserabili, pie ne di immondizie (i canili, la baracche dei Battaglioni M.).
Cadavere del gatto: i suoi peli sono a mazzetti, per il sangue che li incolla, è pieno di lacerazioni, croste. La bocca rimane aperta, con le enormi gengive di un rosso pallido, e i dentini bianchi; le labbra, tenere e quasi infantili, restano aperte, rattrappite e ingommate sopra le gengive e i denti. La piccola te sta ammaccata e rossa di sangue quasi nero è tutta bocca. La coda è incollata sul fango asciutto.
Al ragazzi tutto questo esce subito di memoria: come un fatto necessitato, dovuto, tanto coesistente con loro da non poter essere colto, tanto incarnato nella loro distrazione da non distinguersene: insomma, non è un fatto ma una creazione della loro coscienza comune, in cui si agitano, corpi nel mondo (nel Testaccio) e ombre dentro di sè... E’ pari a loro, caso nel caso. Non lo vedono nella sua estensione oggettiva. Non possono restarne impressionati: lastre dove nemmeno un minimo del le loro azioni posteriori ritiene un'influenza di quell'azione. Non c'è interruzione. Passano esattamente come le ore. Del gatto si ricorderanno per caso, poco dopo, quando ripasseranno vicino alla sua carogna ancora fresca cacciando lucertole. Ma sarà una fase del tutto nuova. Qualcuno lo prenderà per la coda e lo getterà nel Tevere. Ma anche questa azione resterà alle loro spalle inattiva, casuale e volgare; essi fanno parte del tempo come l'acqua del Tevere fa parte della corrente. Il ricordo si farà immediatamente logico: una vaga nozione rispondente a precise parole.
Quando Soncino e suo fratello piccolo scenderanno, e si renderanno conto del martirio del loro gatto, gli altri avranno già perso coscienza della concretezza della cosa: ne parleranno come di dati di fatto reali solo per il loro aver fatto i dritti con degli altri ragazzini... Non essendoci in essi nessuna ragione per fare dei confronti, degli esami di coscienza ecc. ... finiranno naturalmente per bastonare i maschietti che protestano, a conclusione della lite...
Soncino e il fratello sono già abbastanza incalliti alla vita di Testaccio benché vi abitino ai margini nelle enormi tombe di fa miglia degli impiegati (appena scoperta la manomissione del rifugio del gatto non avevano detto niente; si erano messi in di sparte, intorno alla compagnia degli assassini, guardandoli con aria cupa, con un nodo alla gola. Con sufficiente viltà, però, per non recriminare se non col silenzio carico di risentimento); e la li te nasce un po' alla volta, per provocazione degli stessi colpevoli, più tardi. E’ già l'ora del crepuscolo, l'argine trasuda in una malsana freschezza, una velatura blu inacidisce le prospettive azzurre verso il gasometro, il caos dei baraccamenti lungo le scarpate...



VIII



La sera scende sul Testaccio come un temporale; per le strade squadrate intorno alla piazza dei giardini, si sentono le saracinesche abbassarsi con schianti improvvisi; ombre di ragazzi corrono con le bottiglie del latte, e i garzoni lanciano a tutta forza i loro tricicli in mezzo alla confusione di gente che rincasa svelta, come se, appunto, fuggisse un improvviso scro scio di pioggia; l’aria è più sporca, torbida, che buia, i fanali di una macchina, già accesi, aspri, bruciano a una curva, sul l'asfalto ancora chiaro e diurno: pare che un vento carico di odori e di umidità sbatta le finestre, le porte a vetri, agiti gli alberelli morti dei giardinetti, e metta in allarme tutto il rione; invece è la calmissima ora della cena che sta scendendo.
(1951)



Curatore, Bruno Esposito

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