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martedì 23 aprile 2013

“Teorema” di Pasolini e il dramma della Rivelazione

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



“Teorema” di Pasolini e il dramma della Rivelazione


Cosa succederebbe se Dio si presentasse ora, in tutta la sua potenza, tra gli uomini? Questo è il postulato su cui Pasolini costruì il suo Teorema – film nel 1968 e libro nel 1969 – cioè sull’ipotesi di una rivelazione divina nella storia. E Dio è rappresentato come un bellissimo giovane dagli occhi azzurri, ospite di una famiglia ricchissima ma piccolo borghese («in senso ideologico») di Milano.

L’ospite irrompe nella vuota ritualità da ceto medio
della famiglia concedendosi materialmente (metafora della sua rivelazione) a tutti i membri: prima alla serva Emilia («un’alto-italiana povera, un’esclusa di razza bianca»), poi a Pietro («studente del Parini»), alla madre Lucia («donna annoiata»), all’altra figlia Odetta («dolcissima e inquietante […] vecchia della vecchiezza della sua classe») e infine al padre Paolo («uomo che per tutta la sua vita non si è occupato che di affari», proprietario della fabbrica di Lainate o di Arese). Ma dopo averli posseduti uno per uno, l’ospite riparte improvvisamente lasciandoli soli e radicalmente cambiati, in uno stato di crisi e disperazione. Dice Pietro all’ospite in procinto di partire:

«io, prima che tu entrassi nella mia vita –
rimettendola in discussione
e trasformandola in un cumulo di macerie –
ero come tutti i miei compagni.
[…]
Il dolore dell’addio sconfina
con questo senso tragico di un futuro
da passarsi in compagnia di un nuovo Pietro,
completamente diverso da me»
Ecco che l’ospite è Dio che dopo essersi rivelato all’uomo, infondendogli il suo logos, paradossalmente lo lascia in uno stato di totale smarrimento. Oppure, come scrisse Zanzotto, l’ospite rappresenterebbe «l’irruzione dello sguardo poetico», cioè della poesia che produce «un salto di qualità nell’esistenza» ma che, spezzettandosi dentro la realtà, causa «più dolore o danno che gioia, o disordine non seguito da più alta armonizzazione».

La vicenda-teorema prosegue
a questo punto per corollari e ci sono mostrate in maniera frammentaria le conseguenze nei vari personaggi. Ogni corollario sviluppa un discorso che si lega in maniera compatta ma complicatissima con gli altri. Quello di Emilia, cui l’ospite aveva detto: «Tu sarai l’unica a sapere, quando sarò partito, / che non tornerò mai più, e mi cercherai / dove dovrai cercarmi», è la sua fuga dalla villa borghese e prosegue in un cammino di santità ascetica che culmina nell’auto-seppellimento, cioè nella preservazione sotterranea e invisibile della purezza divina. A questo s’intreccia il tragico corollario di Odetta, ormai incapace di qualsiasi azione, persino vitale, trasportata in una grande e luminosa clinica privata che rappresenta la sua passiva adesione al Potere, il suo tradimento di Dio. Nel corollario di Pietro è sviluppata una straordinaria riflessione sul ruolo dell’artista e sul fare arte. Pasolini pone l’accento sull’esperienza di umiliazione, di grandissimo tormento che sta dietro la creazione artistica, definita come un tentativo di esprimere qualcosa di più grande dell’uomo:

«Nessuno deve sapere che un segno riesce bene per caso. Per caso e tremando […]. L’autore è un povero tremante idiota […]. Vive nel caso e nel rischio, disonorato come un bambino. Ha ridotto la sua vita a una malinconia ridicola di chi vive degradato dall’impressione di qualcosa perduto per sempre».
Ma Pietro rappresenta anche il borghese che aderisce alla contestazione giovanile e il Pasolini anti-sessantottino polemizza:
«Solo noi borghesi sappiamo essere teppisti,
e i giovani estremisti, scavalcando Marx e vestendosi
al mercato delle Pulci, non fanno altro che urlare
da generali e ingegneri contro generali e ingegneri.
E’ una lotta intestina.
Chi veramente morisse di consunzione,
vestito da mugik, non ancora sedicenne,
sarebbe il solo forse ad avere ragione.
Gli altri si scannano fra loro».
C’è poi il corollario di Lucia, che tenta invano di ritrovare la rivelazione dell’Ospite procurandosi rapporti con ragazzi giovanissimi. La sua vicenda termina sull’uscio di una vecchia e abbandonata chiesa di campagna, attratta da un Cristo che appare nell’abside. L’ultimo personaggio è quello del padre, Paolo. La partenza dell’Ospite ha provocato in lui una grave crisi che lo porta a donare la fabbrica agli operai dopo aver compiuto una simbolica vestizione alla Stazione Centrale. Paolo rappresenta la nuova borghesia della società dei consumi che supera le sue crisi di classe e il rischio della lotta proletaria attuando l’omologazione di tutti gli uomini in piccolo-borghesi. Il teorema di Pasolini si dissolve in un urlo nel deserto, «destinato a durare oltre ogni possibile fine» che sembra adempiere la funzione di un testamento poetico, un urlo di cui non si conosce il significato ma che chiede, domanda a Dio ancora una rivelazione:
«IO SONO PIENO DI UNA DOMANDA A CUI NON SO RISPONDERE».

Fonte:
 http://www.artandfacts.org/teorema-di-pasolini-e-il-dramma-della-rivelazione/


@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare

Curatore, Bruno Esposito

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