"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Pasolini, Il Friuli autonomo
Quaderno romanzo 3
giugno 1947
... pretz e valor
sai plora Guiana e Peitaus.
I. Retroscena poetico
Se i personaggi di questo ambiguo aneddoto che è l’autonomia friulana fossero in dimestichezza col Diavolo, non avrebbero timore di confessare certi loro argomenti convincentissimi, ma condannati ahimè, a un onesto silenzio. Intendiamo parlare di quegli interessi che impongono un’insincerità aprioristica, da cui il Diavolo è escluso, addirittura ignorato. Restando sul terreno pratico che tanto piace ai buoni insinceri, hanno forse, non diciamo un autentico, ma un probabile valore certi tabù delle discussioni pro e contro l'autonomia, quali «il focolare», «Zorutti», «le industrie pordenonesi» ecc. ecc.?
Noi abbiamo l’inopportuno candore di confessare qual è il nostro interesse, che è poi il nostro primo argomento per spalleggiare la causa dell’autonomia. Non denaro, né ambizione, ma una poetica (a coloro che già cominciano a sorridere in nome del buon senso, risponda magari Kant per noi: Prolegomeni, prefazione...). Una poetica della poesia dialettale come anti-dialetto, cioè come lingua; ecco che la natura del Friulano si attua nella nostra coscienza, in modo che i suoi plurali in -s, i suoi dittonghi ecc., ridivengono quelli del vecchio Ascoli, e non più quelli del Battisti. Lingua ladina, dunque, non dialetto alpino. Quanto di glottologicamente incerto ci sia in questa affermazione, non importa affatto a noi che l’abbiamo enunciata programmaticamente, sicuri, del resto, che in ogni dialetto ci sia la possibilità di una lingua. (Portiamo la questione alle origini. Fra il sentimento e l’espressione c'è bisogno di una specie di salto qualitativo, che è il linguaggio, inteso dunque come un’assoluta metafora — metà fero — e quindi come materia, estensione di suoni e tinte. Qualunque parlata umana può divenire lingua poetica, allora, se non amministrativa e giudiziaria, per cui occorre una secolare tettonica.) Sappiamo ad ogni modo che questi pretesti estetici contano nel cielo del Friuli, non nel Friuli; rimandiamo perciò l’ironico lettore alla lettura dell’Ascoli stesso e di coloro che in genere hanno trattato scientificamente il problema e hanno attribuito al friulano una natura di lingua; e potrà forse convincersi che plausibili ragioni linguistiche sono da affiancarsi a quelle storiche ed economiche. Ma a noi questo importa relativamente al realizzarsi o no di quella natura di lingua in lingua; ed è implicito nel nostro discorso che finora ciò non ci pare avvenuto, e anzi, se non fosse per qualche aspetto della poesia popolare, qualche barlume provenzaleggiarne alle origini, qualche quartina del Colloredo, ce ne sentiremmo disperatamente lontani.
Il nostro retroscena poetico — il nostro interesse all’autonomia — consiste dunque nelle tentazioni di un Diavolo cordiale a denunciare i peccatucci del vernacolo e a proporre una nuova operazione sul vergine corpo della nostra favella — peccato semmai anche questo — peccato di introversione, di crisi, ma infinitamente meno incivile. Si pensi che, a parte certe sollecitazioni sonore e cromatiche, che a un lettore impaziente (o troppo esperto) potrebbero parere un mero duplicato della lingua e che sono invece solo un primo passo verso aperture di canto più piene e autonome, restano allo scrittore dialettale (come noi lo si definisce) una quantità di sentimenti che approssimativamente si potrebbero chiamare i sentimenti del simbolismo. Essi presuppongono, come dicevamo, una tradizione in lingua, e non in dialetto, ma, per la loro stessa natura sono, in qualsiasi lingua, inesprimibili. Sospesi tra il concetto e la musica, tra la più arida consapevolezza estetica e la più vaga suggestione irrazionale, essi sono quelli che hanno suggerito, venendo lentamente a galla e isolandosi, dapprima il concetto di poesia, dando la coscienza di questa, indi la terribile nozione di poesia pura con tutti i mezzi necessari per approssimarvisi. Le lingue maggiori si sono momentaneamente logorate nello sforzo troppo cosciente verso quell’estrema poesia preesistente ai poeta, perlomeno in quanto egli se l'era proposta come meta da avvicinare; da avvicinare, cioè, coi mezzi offertigli dalla sua lingua. Ma per un poeta dialettale la cosa è diversa, E leggiamo a proposito ne «La Revue de Belles-Lettres» (Fribourg, mars 1946) una affermazione del poeta catalano Carles Cardó: «Voilà un cas, s'il en faut un nouveau, pour démontrer que la poésie n’est que création de langue»... Ma questo argomento ci appassiona troppo per esporlo alla freddezza di certi lettori indigeni; ci limitiamo quindi a concludere questa confessione dicendo che un'innocente dignità regionale data al Friuli1 ci sarebbe quantomai benefica, nonché nell’incoraggiare, nel legalizzare la nostra poetica.
II) Il complesso di Edipo
In una Regione che sia una necessaria espressione storica, linguistica, etnica, è ovvio che aumentino le possibilità di una civiltà in quanto coscienza, cioè in quanto superamento di convenzioni e di sentimentalismi ritardatari. I comunisti temono nella Regione un rinfocolarsi del conservatorismo borghese e clericale? Ma no, si tratterebbe piuttosto di un suo indebolimento e dipenderebbe, in ogni caso, da essi il suggerire e l’instaurare una nuova mentalità capace di trasformare la preistoria in storia, la natura in coscienza. Per noi la questione della Piccola Patria non è una questione sentimentale! È vero che i suoi fautori democristiani puntano necessariamente sul sentimento dei friulani; e non saremo davvero così impazienti da affermare che questo non sia il punto di partenza richiesto. Il fisiologico sentimento dei Friulani che si sentono tali è indubbiamente la massiccia realtà contro cui si spuntano le lance degli avversari. Per i democristiani in fondo la questione finisce qui, in questo manifestarsi di una volontà che, essendo quella della maggioranza, ha da essere democraticamente rispettata; per noi, al contrario, questo è il punto di partenza. Citando un luogo del Flora, diremmo che «lo spirito friulano non deve essere imprigionato in un'immagine di geografia più o meno storica», ma che piuttosto quell’immagine storico-geografica deve divenire Friuli. Il Friuli è sul punto, ora, di passare dall'essere al dover essere; e questo senza tradire la sua naturalezza (la naturalezza, per intenderci, dei gelsi, delle acque), senza rifiutarsi alla sua imperfezione vitale. Non rida il lettore di queste istanze... esistenzialiste; giungiamo anzi a dire (forse per conciliare la nostra tesi con quella dei democristiani) che non è necessario che questa fase razionale distrugga i suoi moventi sentimentali, che il logico debelli l’illogico. Ci soccorra un esempio platonico. Nella Repubblica leggiamo: «la funzione (èrgon), sia del cavallo, sia di qualsiasi altro animale, è ciò che solamente può fare, e nel modo più perfetto, quel dato animale»; l'èrgon è postulato dunque da una aretè, essenza ideale, idea. Ma non è detto poi che questa risoluzione di funzione in razionalità richieda assolutamente che sia razionale colui che compie una data funzione, Il Paci così ne conclude: «Alla tripartizione (dell'anima aristotelica) corrisponde in Platone, si sa, quella delle tre diverse classi dello stato ideale. Ora la determinazione della funzione particolare dei guerrieri, che corrisponde al thumòs, non è certo raggiunta negando ai guerrieri stessi le qualità derivanti dal thumòs che indica un movimento di reazione spontanea dell'animo che può indicarsi sia come ira che come collera. Il thumòs dunque, ed analogo ragionamento potrebbe ripetersi per l'epithumìa a proposito della terza classe (gli artigiani), compie la sua funzione razionale non negandosi nelle sue qualità a-razionali, ma facendo compiere a queste il loro compito, essenziale per l’ordine ideale di uno Stato perfetto». Con ciò vogliamo dire che i cosiddetti onesti (i cattolici, i poeti vernacoli, ecc.) potranno consentitamente obbedire alle reazioni spontanee dei loro animi, salvaguardando così quella «materia» che è il pretesto essenziale per la rivendicazione autonomista; ma che d’altra parte i cosiddetti rivoluzionari potranno con uguale diritto procedere alla loro razionalizzazione. Questo è un discorso in famiglia, lo sappiamo; ma agli altri (a un Rosso, per esempio) che cosa diremmo? L’on. Tessitori insiste già da tempo sulla naturalezza delle aspirazioni friulane, che costituiscono dunque un «fallo»; in seno al Comitato regionale per l’autonomia friulana si parla del Friuli come della tipica Provincia-Regione. E cos’è questa se non l’affermazione della coincidenza del Friuli con la propria natura? Nella nostra posizione teoretica troviamo tale affermazione veramente felice, probatoria: al di là di tutti i pretesti economici, geografici, storici, patriottici, ecc. ecc., qui si viene a parlare di civiltà. I fini pratici di un decentramento si rivelano infine come il mezzo per sfruttare non solo le risorse economiche di ogni regione ma anche il patrimonio di coscienza che ogni Regione coincidente con una propria civiltà possiede. Quale immenso contributo non hanno recato alla generica civiltà italiana le particolari civiltà toscana, lombarda, bolognese, ecc.?
Per questa strada, lo sappiamo, si potrebbe giungere al federalismo; solo, non è necessario. Certo, qui in Friuli, la «civiltà» nella sua particolare sfumatura di civiltà friulana è ancora in natura. C’è qualcosa che la vincola alle origini, ed è il suo complesso di Edipo nei confronti del padre romano e della madre tradizione. Bisognerà sventolare davanti agli occhi dei Friulani il loro peccato, perché se ne sbarazzino, infine.
III) Le opinioni valide
Da quanto si è detto è chiaro che noi siamo in grado di comprendere passabilmente la tipica sfumatura della parola «sentimentale» in bocca all’on. Terracini (se una breve nota del «Gazzettino», comparsa il giorno dopo delle famose votazioni sulla regione friulana corrisponde a verità). Il Terracini, secondo tale nota, si sarebbe dichiarato contrario alla nostra autonomia perché sostenuta da pretesti sentimentali.
«Sistemata» così la cosa, non si può non dar ragione all’ex presidente della seconda sottocommissione. Abbiamo letto inoltre, sulla rivista di Calamandrei, «Il Ponte», una recensione di Ettore Passerin d’Entrèves su L'autonomia Tridentina di B. Disertori, dove l’obiezione al regionalismo ha la stessa fisionomia di quella del Terracini; qui invece di «sentimentale» abbiamo «naturale», ma ambedue questi termini valgono in quanto sono posti antinomicamente a «logico» o «cosciente» (scrive il Passerin d’Entrèves: «... l'appartenenza a una determinata patria non è un fatto, ma un atto di coscienza»; e non c’è nulla da obiettare). Ma come Dio si serve del Diavolo, così spesso la logica si serve del sentimento; dunque il «fatto» di appartenere a una patria è natura, è sentimento, ma acquisterà validità solo nel caso che si muti in coscienza, cioè si volga al futuro, valorizzando il passato solo come esperienza, e non vezzeggiandolo alla maniera di coloro che il Nietzsche chiamerebbe cultori della storia «antiquaria» o «monumentale», non certo della storia «critica». Qui in Friuli, non lo negheremo, prevalgono le tesi autonomistiche a carattere storico-naturalistico, ahimè, e non storico-dinamico; e noi ci uniamo all’istanza scettica del Passerin sul regionalismo in genere («Questo preteso regionalismo storico — dove la storia diviene dogma, fanatismo, poiché manca la consapevolezza critica — costituisce in realtà un ostacolo per chi mira ad instaurare delle autonomie davvero aperte al progresso sociale e politico»).
Le opinioni dei Friulani, del resto, sono varie, e gettate confusamente sulla bilancia; cerchiamo di catalogarle. La grande maggioranza è per l'autonomia; una minoranza che si identifica con la cittadina di Pordenone è per lo status quo; mettiamo che il D'Aronco rappresenti la prima, il Rosso la seconda; nel D'Aronco troviamo infatti quell’autonomismo sentimentale, storico-naturalistico, di cui si parlava, con delle tinte nazionalistiche: di questo punto debole approfitta il Rosso per polemizzare contro l’autonomismo («Libertà» del 27 dicembre) ma con delle ragioni talmente puerili e gratuite, da farsi rappresentante non di una mentalità più aperta e spregiudicata (diciamo di sinistra) ma di una mentalità provinciale, borghese, che qui in Friuli, generalmente si identifica con coloro che hanno abbandonato il linguaggio friulano per un veneto presuntuoso. Il fatto che Pordenone rappresenti in Friuli un lembo di territorio friulano che una diversa vicenda storica ha improntato fin dal Quattrocento di precoce venezianità unito al fatto che la forma mentis paesano-provinciale della sua popolazione è incline piuttosto al «nazionale» di Venezia che al «regionale» di Udine (ma quanto superficialmente!), giustificano la opposizione in questo paese. Che ne pensa la massa friulana (contadini e operai)? Come si vede dalla storia passiamo alla preistoria. Qui invece di «sentimento», thumòs, possiamo parlare di epithumìa. Posto a un popolano il problema, questi sarà favorevole all’autonomia (l’abbiamo ripetutamente sperimentato) per una sua semi-barbarica ostilità agli stranieri, soprattutto meridionali, per un suo atavico affetto al sentirsi friulano, infine per avere in sospetto Venezia non meno di Roma.
Ora, effettivamente, il Friuli non è Veneto; ci sono una storia, una lingua (quasi letteraria), una tradizione che lo testimoniano anche a chi le esamini privo di stimoli sentimentali (a questo doveva pensare l’on. Terracini); che poi una friulanità riattizzata corrisponda a un riattizzamento dell’italianità ai confini orientali è un fatto che non dovrebbe dispiacere nemmeno a chi non abbia tendenze nazionaliste.
Ad ogni modo questo non ci importa sostanzialmente; in noi «l'atto di coscienza» è avvenuto e non cerchiamo dei pretesti. Ma, a parte tutto, si pensi con quale accuratezza e quale tendenza alla profondità ci si potrebbe curare in genere delle istituzioni a carattere educativo, in una regione così cosciente di sé, come potrebbe divenire la friulana, per via della sua lingua e della sua tradizione. Del resto la mentalità dei suoi abitanti (sempre per restare in margine ai vantaggi troppo ovvii) è molto settentrionale, cioè nel tempo stesso positiva e romantica; molto adatta dunque a tramutarsi in «civiltà». È in queste «civiltà» che si progredisce, che si distrugge lo spirito nazionalistico, che si coltivano problemi superpolitici (come il federalismo europeo).
Ed ecco che anche noi ci lasciamo tentare dall’ottimismo, di cui il Passerin d’Entrèves accusa il Disertori; ma sì, noi non sappiamo disgiungere l’uno dall’altro i due problemi, quello del decentramento nazionale e quello dell’accentramento supernazionale. E sarà forse ardito ma non ingiustificabile pensare a questo proprio adesso, che, finiti i piccoli giri di valzer dell’Italia, cominciano forse i grandi giri di valzer dell’Europa,
Pier Paolo Pasolini
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