Pier Paolo Pasolini: Un piccolo Werther, Enrico Fracassi (1902-24)
Caso Fracassi: il contagio di un romanzo di dieci minuti
Il “caso Fracassi” si regge su tre intuizioni critiche che definiscono la sua singolarità nel primo Novecento.
di Maria Vittoria Chiarelli
Riuscirà il domatore di animali del suo circo, Monsieur Courneau, a convincere l'aquila reale a comportarsi come gli altri, ciascuno inserito con un proprio ruolo in un sistema codificato, ad "accettare il mondo anche solo per rifiutarlo"?
Questa volta il domatore - Totò non è "innocente" e "poetico" e sbraita inutili minacce naziste contro l'aquila che impassibile, ostinata, distante , assiste alle sue disperate convulsioni, e sembra che irrida alle crudeli invettive.
L'episodio del Pensiero selvaggio avrebbe dovuto essere inserito da Pasolini prima dell'episodio dei frati in Uccellacci e uccellini, ma il non più innocente Totò, divenuto "personaggio cosciente" , in "possesso di privilegi culturali", si ritrova ad imitare i movimenti dell'aquila in un "ghirigoro simmetrico in molto bianco e molto nero". In effetti la sua figura, dismesso l'abito di scena, si staglia sul nudo biancore della parete ricoperta appunto da un bianco lenzuolo, dove le sue parole coscienti e prosaiche perdevano la loro "abbondanza epressiva".
Pian piano il domatore divenuto aquila, con sguardo "mistico di rapace" , si avvicina all'uscita e fra lo sconcerto del suo giovane assistente e della moglie si libra alto nel cielo, verso le vette scintillanti.
Libertà
30 giugno 1946
pag.3
(Trascrizione dal cartaceo curata da Bruno Esposito)
Mi sono chiesto più volte se sia possibile, o almeno ammissibile guardare a Leopardi come a un precursore dell'esistenzialismo.
Naturalmente in tal caso sarebbe necessario leggere sotto quella sua prosa perfetta, patinata d'antico, dimenticare un momento il suo linguaggio, che è la sintesi della nostra lingua tradizionale e un’apertura improvvisa verso commoventi modernità; così potremmo forse distaccare, con la gratuità di simili operazioni, quello che chiamiamo il contenuto, o, nel caso di Leopardi, il pessimismo.
È evidente che il pessimismo leopardiano è uno stato d’animo altamente intellettuale, privo di sentimentalismo, antiromantico. Ma dimentichiamo, ripeto, il modo con cui si esprime (quell’accoratezza, quella tenerezza virile, quell’ironia marmorea) e ci
Quaderno romanzo 3
giugno 1947
... pretz e valor
sai plora Guiana e Peitaus.
I. Retroscena poetico
Se i personaggi di questo ambiguo aneddoto che è l’autonomia friulana fossero in dimestichezza col Diavolo, non avrebbero timore di confessare certi loro argomenti convincentissimi, ma condannati ahimè, a un onesto silenzio. Intendiamo parlare di quegli interessi che impongono un’insincerità aprioristica, da cui il Diavolo è escluso, addirittura ignorato. Restando sul terreno pratico che tanto piace ai buoni insinceri, hanno forse, non diciamo un autentico, ma un probabile valore certi tabù delle discussioni pro e contro l'autonomia, quali «il focolare», «Zorutti», «le industrie pordenonesi» ecc. ecc.?
Libertà, domenica 26 gennaio 1947
pag.1
(Trascrizione dal cartaceo curata da Bruno Esposito)
Nuovi argomenti agli autonomisti per sostenere tout court il loro programma sono suggeriti da Pietro Pascoli («Libertà» del 23 gennaio 1947). Accogliamo infatti con assoluta condiscendenza il suo invito a dibattere il problema «al di sopra di ogni sentimentalismo e di ogni tradizionalismo». (Ma anche al di sopra, allora, di ogni prevenzione di partito, perché in tal caso si tratterebbe di un nuovo «sentimentalismo», forse meno ridicolo, certo non meno illecito.) Su che piano dunque si deve trasferire la discussione? Su quello critico, diremmo. Ma i nostri richiami in questo senso sono caduti nel vuoto. E sì che in un articolo apparso su «Libertà» del 31 dicembre 1946 ero esplicito: niente storia «antiquaria» o «monumentale» (tradizionalismi, falso folclore ecc.), ma storia «critica», cioè coscienza. È il futuro insomma, che ci importa, non il passato. Non fatichiamo del resto a riconoscere nello scritto del Pascoli quelle che sono le autentiche istanze sue e del suo partito (una sincera avversione a ciò che sa di vernacolo e quindi di borghese — che noi condividiamo in pieno) e quelle che invece sono argomentazioni aprioristiche, non prive di ingenuità. Queste sono due: Libertà, domenica 26 gennaio 1947
1) il puntare sull’abolizione della Provincia, che non è meno demagogico del puntare sulla sua conservazione (l’accusa di demagogia è del Pascoli stesso contro chi, nel comizio udinese di domenica, cercava di avere dalla sua parte Pordenone e Gorizia);
2) il mettere arbitrariamente e precocemente il Friuli fra Trieste e Venezia.
| Libertà del 2 novembre 1946 |
Libertà, 6 novembre 1946
pag. 3
(Trascrizione dal cartaceo curata da Bruno Esposito)
| Libertà del 6 novembre 1946 |
La Fiera letteraria
anno VI
numero 22
3 giugno 1951
Bianco e Nero
fascicolo 3/4, marzo-aprile 1971
da pag. 36 a pag. 40
( Dal 1972, in Empirismo Eretico )
La «gag» e la «maschera» si muovono tra due poli (tra due usi diametralmente opposti); da una parte possono raggiungere il massimo dell’automatismo trasformando l’azione e il personaggio in un’astrazione che conta come elemento di una rappresentazione non-naturale; dall’altra parte, attraverso la sintesi che esse operano, necessariamente, direi tecnicamente, esse rendono essenziale l’umanità di un’azione o di un personaggio, presentandoli in un loro momento fulmineo e ispirato, che ne dà la realtà al suo culmine (e il contesto è dunque, sia pure senza alcuna punta naturalistica, realistico).
Generalmente le «gags» sono disseminate nei films, interrompendo un diverso tipo di tecnica narrativa. Solo i films comici muti sono costituiti soltanto di gags. Essi sono dunque un fenomeno tecnico e stilistico a sé. Il cinema di Chaplin non assomiglia ad alcun altro cinema: è un altro universo.
La Fiera letteraria», IX, 47
25 novembre 1956
L'uscita delle poesie di Noventa, finalmente raccolte in volume (ed. di «Comunità»), dopo anni di attesa da parte dei suoi privati ammiratori, e premiate con uno squillante Viareggio, ha rinnovato un certo interesse intorno alla poesia dialettale. Anzi per molti è stata una scoperta, in quanto problema di stile e fenomeno di cultura: e allora si è avuta una serie di interventi che, riguardo a quel problema e a quel fenomeno, si dichiaravano apertamente agnostici o lecitamente incerti. Ma bastava, almeno, che questi facitori di recensioni e notiziari leggessero qualche pagina degli scritti usciti in questi ultimi anni del Devoto, dello Schiaffini, del Contini, per rendersi conto, almeno, di come
Mondo operaio
14 aprile 1951
pag.12.
(Trascrizione dal cartaceo, curata da Bruno Esposito)
Questa del rapporto tra poesia dialettale e poetica << popolare >> è una questione che non è ancora stata posta, a meno che non si voglia considerare un primo implicito contributo all'argomento l'istituzione del << Premio Cattolica >>: il cui bando, l'anno passato, richiedeva ai versi dialettali concorrenti il tema della pace, che è appunto un tema della poetica popolare.
I risultati del Premio (che speriamo ripetuto nel '51) sono confortanti: una riprova, esplicita stavolta, della bontà dell'ipotesi critica. Astraendo naturalmente da chi firma questo scritto, c'è veramente da stupirsi della validità delle liriche dialettali premiate e segnalate a Cattolica: si pensa a cosa potrebbe essere una raccolta, anche solo di due dozzine, di liriche tutte all'altezza di << Su pizzinu mutiladu >>, di Giovanni Moi, il vincitore del concorso: quanti libri di poesia in lingua, rivelerebbero, al confronto, la loro impoeticità letteraria? La questione è grossa: del resto non è chi istintivamente non pensi a quanto di falso permanga a minacciare la lingua chiamata << italiano >>, non solo scritta (che in tal caso si conoscono bene i pericoli della tradizione) ma anche parlata. E a quanto,
Avevo però con me un libretto di versi, stampato da pochi mesi dalla «Libreria Antiquaria» a Bologna, e quel libretto era scritto in friulano: un curioso friulano che una appassionata lettura del Pirona, previe s'intende le mie predilezioni un po' estetizzanti per la lingua letterariamente assoluta dei provenzali e le delizie di una poesia popolare quale poteva essere quella dei Canti del popolo greco del Tommaseo, assolutezza e abbandono che insieme si prestavano a essere due componenti di un medesimo gusto letterario molto contemporaneo - aveva trasformato da casarsese in una specie di koinè un po' troppo raffinata da una parte un po' troppo candida dall'altra. Non si tratta ora di chiarire quale fosse (ed è ancora) la mia vocazione letteraria nei suoi rapporti con