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domenica 28 novembre 2021

Pier Paolo Pasolini, La poesia popolare - Il Contemporaneo, 23 giugno 1956

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pier Paolo Pasolini
La poesia popolare

Il Contemporaneo
Anno III, numero25
pagina 4

Cari amici de «Il Contemporaneo», vi scrivo a proposito dell' articolone sulla Baronessa di Carini, che Vann'Antò vi ha dato e voi avete così vistosamente pubblicato sul n. 22 del vostro giornale: per ragioni di carattere giornalistico, meglio che culturale, lo capisco. Le stesse ragioni per cui avete accolto perfino la lettera di un untorello di cui non ricordo il nome, contro Moravia, accogliendone - con inammissibile oggettività di editori - le istanze razziste. La cosa, nei miei riguardi, non è così grave: l'accusa contro di me sarebbe di leggerezza filologica; e non mi offende, poiché non sono un filologo, e ho ripetuto varie volte nella mia antologia della poesia popolare, che, a questi studi, io sconfino dai campi limitrofi. Inoltre sono certo che non più di uno o due dei vostri lettori è giunto in fondo all'articolone, fermo, dopo le prime battute, alla rete di parentesi, di interiezioni, di puntini della delibazione. Badate non ipotizzo tale mancanza di interesse per la Baronessa di Vann'Antò a causa delle «inez.ie»· su cui l'articolo si presenta impiantato, ma del «gusto» che

presiede a tale immersione estetica e filologica nei più preziosi e minimi particolari. Che io abbia tradotto «su piedi» anziché «con piedi», «artigli» anziché «unghiette», «si nasconde» anziché «si rincantuccia», «fanno treppio» (espressione popolare-gergale molto moderna) anziché «fanno capannelli» la rituale e antiquata espressione toscana), «rovinare» anziché «agghiacciare» ( usato metaforicamente), «la mia innamorata» anziché «la gentile mia», «rosicchiata» anziché «rosa», «torcia illuminata» anziché «accesa», «rama» anziché «pianta», l' ottativo «lasciassi » anziché il condizionale «lascerei» ecc. ecc. ecc. , sia che questi errori siano imputabili all'edizione nazionale del Pitrè, inesatta, incerta, o alla copia che ne ho fatta io, o alla mia ignoranza del siciliano: è chiaro che si tratta di imprecisioni minime sul piano filologico, e assolutamente opinabili sul piano estetico. In realtà La Baronessa di Carini ha costituito per me un problema pratico, che certamente (figurarsi se non sono disposto ad ammetterlo ! ) non ho potuto risolvere nel modo più brillante: e con la fretta non dell'autore ma dell'editore. E del resto ciò risulta nella stessa antologia: però non dalle imprecisioni di traduzione (le poche reali, che io ammetto d'aver perpetrato, che avevo preventivato nella fretta, grato ora al Vann' Antò d'avermele segnalate) ma dal fatto che nell'introduzione critica analizzo la Baronessa di Carini edita dal Salomone Marino, mentre nei testi pubblico la Baronessa del Pitrè. Lo scambio (per ragioni interne, come dirò) è avvenuto in extremis, quasi sulle bozze. Di qui la fretta. Ad ogni modo sia chiaro, che come per i testi delle altre regioni, mi sono rivolto, per questo, a un eminente studioso siciliano, che mi ha aiutato nei punti oscuri della variante Pitrè: non ne faccio il nome. Se riterrà opportuno, egli stesso potrà intervenire in questo «dibattito delle inezie». 
Potrei qui impiantare una discussione analitica: osservare le obiezioni a una a una, raccogliendole in tre distinti paragrafi: il primo riguardante gli errori derivati da errori di edizione e, in sottordine, di stampa. Il secondo riguardante gli errori derivati da una mia vera e propria incompetenza del siciliano (e sono i quattro o cinque su accennati ) ; il terzo riguardante gli errori «estetici». Su questi ultimi è indubbio che resterei della mia opinione, e che preferirei sempre «rosicchiata» a «rosa», «far treppio» a «far capannelli» ecc.: l'espressività popolare non può, nella traduzione livellante e riducente, non suggerire forme espressionistiche magari dell'espressionismo leggerissimo di cui è soavemente irto il purismo tommaseiano. Come è indubbio che resterei della mia opinione su errori che il Vann' Antò considera
di grammatica e che in realtà appartengono all'estetica (il caso: «Sagrestano, ti prego un quarto d'ora» con cui il Vann' Antò crede io volessi dire: «Sagrestano ti prego per un quarto d'ora» e non, come grammaticalmente significherebbe «Sagrestano, concedimi un quarto d'ora, ti prego»: ma egli non tiene conto che io, mimetizzando la costruzione dialettale, ho usato il verbo pregare come verbo transitivo, e che perciò «quarto di ora» è complemento oggetto non complemento di tempo continuato in connessione diretta. E il lettore può da questi argomenti prevedere cosa sarebbe un articolo in cui io discutessi analiticamente. Mancherei di ogni discrezione: non sospinto, e quindi in parte giustificato, com'è il Vann'Antò, dal piacere ingenuo e a suo modo onesto del minimo prezioso).
Andiamo più a fondo: cioè esaminiamo la contraddizione per cui voi, marxisti, avete accettato, e in parte, quindi, fatto vostro l'articolo di un socialista sentimentale (com'è il Vann'Antò). Forma apparente ed esterna della contraddizione sostanziale e interna della critica di Vann 'Antò alla mia traduzione.
La contraddizione è in questo: che mentre «Il Contemporaneo» vuol essere storicista, Vann' Antò è dogmatico, mentre «Il Contemporaneo», anche culturalmente, vuol essere democratico, Vann 'Antò è aristocratico.
L'antistoricismo di Vann'Antò corrisponde negli effetti a quello del Salomone Marino. il cui testo della Baronessa di Carini (come ho detto) ho rifiutato appunto perché prodotto di un interiore e radicale antistoricismo. Il Salomone Marino, infatti, positivista, filologo, sulla linea D'Ancona-Pitrè, porta questa sua posizione ideologica agli eccessi, ·ne fa un'illusione. L'illusione, nella fattispecie, consisteva nel credere di poter ricostruire a tavolino, attraverso pazienti ricerche storico-filologiche, il testo principe della «storia» popolare. A questo ha lavorato per molti anni, e infine s'è illuso d'esserci riuscito. E, quando ha avuto tra le mani il testo ch'egli riteneva primo e originale, ricostruito a mosaico tra mille varianti, ha ritenuto insieme di essere di fronte a un capolavoro compiuto e perfetto.
Quando ebbi, in ritardo, tra le mani il testo del Pitrè - che non avevo consultato prima ai fini della Baronessa, dati gli incontrastati richiami bibliografici sull'argomento al Salomone Marino - mi avvidi ch'era molto più autentico; e anche più bello, sia pure relativamente, se la Baronessa di Carini nel suo insieme ricorda, qualunque sia la variante, la sua origine semiletteraria, la discesa dall'alto, attraverso l'ideologia della classe dominante (e come dominante): ma su questo vorrei rimandare alle pagine che ho dedicato alla Baronessa sulla mia antologia.
L'errore di Vann'Antò è analogo a quello del Salomone Marino: ma mentre in quest'ultimo derivava da un'illusione positivistica, corredata da fiochi quanto altisonanti principi estetici, in Vann' Antò deriva piuttosto da una illusione estetica, piantata s'una già inerte metodologia scientifica. In ambedue gli studiosi siciliani resta comunque fermo che un testo «principe», il testo, di una «storia» popolare esiste: per il Salomone Marino tale testo era «il più scientifico» tra i testi possibili, per il Vann' Antò, invece, è «il più bello».
Ora è chiaro che un simile testo non esiste in nessuna edizione, non esiste in nessuna bocca. Ogni operazione restauratrice è un puro e semplice arbitrio: filologico o estetico che sia. Nel suo articolo il Vann'Antò ha modo di criticare, nei seguenti termini, il Pitrè: «Anche il Ptrè, il grande Pitrè, quando si tratta di poesia non cura abbastanza i suoi testi, forse perché non lo . . . interessano come poesia ! E abbiamo avuto occasione di mostrare le diecine e diecine di svarioni ed errori nel volume sugli Indovinelli (XX della biblioteca delle Tradizioni Popolari). La sua ingenua scrupolosità, dicono, gli faceva ... rispettare i testi inviatigli anche da corrispondenti ignoranti o poco, al contrario di lui, scrupolosi, o disattenti, almeno . . . ». Ora non c'è chi non veda come il metodo di raccolta del Pitrè sia invece l'unico valido. L'aggressione estetica, la corruzione (il prevalente interesse ai testi ... come poesia) sono operazioni antistoricistiche. Su un testo colto, una restaurazione critica è teoricamente possibile - e spesso si è dimostrata praticamente tale - col metodo storico-filologico usato dal Salomone Marino per la Baronessa: quando a tale intervento presieda una nozione storica definita sul periodo, il luogo, la scuola di cui l'ipotetico testo sia prodotto. Su un testo popolare il modo storicisticamente lecito di operare è del tutto diverso: ma ciò non significa che non esista, o che sia supplito dal gusto della restaurazione estetizzante. Sul problema, ancora una volta, sono costretto a rimandare all'introduzione della mia antologia. Ma sia chiaro che della Baronessa di Carini come di ogni altra «storia», o canto popolare, esistono tante varianti, e tutte ugualmente valide, quante sono le volte ch'essa viene cantata o ripetuta. Si tenga presente che Giovinezza, canto appartenente alla classe alta, culturalmente dannunziana, e disceso per coazione alle masse - per coazione, e non per semplice tradizionale influenza ideologica - è divenuto «canto popolare», almeno in un suo effimero e marginale momento, quando le masse, facendolo proprio per diffusione sia pur coatta, hanno cantato, anziché «Per Benito Mussolini», «E per Benito Mussolini>>.
In un canto popolare, per essere autenticamente tale (si badi, non sto scoprendo niente di nuovo: e rimando in  proposito il lettore ai bellissimi studi del Santoli) deve coesistere il momento dell'«invenzione» col momento della «ripetizione»: la presenza . di uno solo di questi due momenti esclude naturalmente che si tratti di un canto popolare . E infatti esempi di lezioni alla prima stesura, per così dire, o lezioni puramente «apprese», non solo non esistono, ma non sono nemmeno concepibili. Figurarsi se si può accettare come assoluto o reale uno qualsiasi dei testi restaurati attraverso la ricerca filologica o adottati e adattati per simpatia estetica.
Scusatemi se mi sono un po' dilungato, ma questo è il problema centrale della poesia popolare. Problema che dovrebbe interessare molto a voi comunisti. Se una volta tanto voleste avere un interesse disinteressato - per un problema che è del popolo passato, non del popolo moderno come proletariato cosciente: e quindi inutilizzabile, tatticamente, agli effetti della lotta politica attuale. Ad ogni modo, per riassumere: l'antistoricismo di Vann'Antò è prodotto della sua cultura aristocratica, e, come dite voi, decadente. Per accertarvene, leggete la sua lirica dialettale: le sue traduzioni in lingua da Mallarmé
e in dialetto da Eluard: leggete la sua lirica extravagante, popolano-preziosa, in lingua. Io non sono affatto contrario a tali prodotti: sono ancora abbastanza libero per credere che anche un decadente possa fare della buona poesia, scusate. Naturalmente però non sono d'accordo con Vann'Antò nei suoi elaborati ideologici e critici: ed è perciò che non posso accettare le sue delibazioni di poesia popolare eseguite col tono del buongustaio, la sua assunzione sul piano estetico della cultura provinciale e cosmopolitica alla quale egli appartiene, di prodotti culturalmente remotissimi da essa, e non certo comprensibili attraverso un'operazione di squisito che li gode come folclore.
Quindi, il superprodotto della allergia estetizzante del Vann'Antò, in quanto spulciatura di errori, è sostanzialmente inattendibile, se, concludendo:
l) Effetto di una metodologia antistoricistica e pseudo-ftlologica è la sua illazione di un testo assoluto. Non esistono quindi gli errori che egli mi attribuisce in quanto io abbia seguito l'edizione del Pitrè: un «su» invece di un «cu» (per cui ho tradotto «su piedi» invece che «con piedi ») ; un «e li grasti» invece che «a li grasti» (per cui ho tradotto «seccarono i garofani ed i testi», invece che «seccarono i garofani ai testi»: ed è strano come il poetizzante Vann'Antò non voglia in questo caso attribuire al suo cantore popolare una figura illogica, insieme raffinata e rozza, anziché il corrente sintagma): fino a giungere quasi al ridicolo lamentando nell'edizione Pitrè lo zoppicare dei versi, dovuto a un «u» anziché «lu>>, «a» per «la» ecc.
2 ) Effetto di una nozione classicistica e aristocratica della poesia popolare è la sua illazione di una coscienza creatrice, provvista di concetti estetici, metrici e stilistici appartenenti alla cultura superiore, cui attribuire, come a un autore personale, la «storia». Anche in questo senso si giunge a un tipo di «analisi estetica» assurda: per es. , il richiedere di tradurre «unghiette» anziché «artigli», «si rincantuccia» anziché «si nasconde», «rosa» anziché «rosicchiata», «la gentile mia» anziché «la mia innamorata» ecc. presuppone l'idea di una stabilità interna cosciente degli stilemi popolari, di un'espressività derivante da una «scelta facoltativa» di tipo letterario. Ecco per es., il complicato processo logico e estetico che il Vann' Antò presuppone nella «mente creatrice personale» della «storia», a proposito di una mia svista nei versi «Vogghiu la me' ldia risuscitari - ca non è digna stari ccu la morti»: «Corrige: la me Ddia. Voglio risuscitare la mia Dea, ché non è degna stare con la morte.
Non è degna ... cioè non merita: non dovrebbe, la mia Dea, stare con i morti (non già con la divina Morte: non è lo stesso!».
Ai due errori di fondo, però, del Vann'Antò, si aggiungono due coazioni critiche, assolutamente inoggettive e faziose:
l) Egli, isolando questa «storia» siciliana, ed esaminandola a sé, isola un particolare del vastissimo e complesso insieme dell'antologia, sproporzionatamente ingrandendolo, davanti all'ignaro lettore: senza dare la minima spiegazione. Una enorme «nota» al testo: a un testo di cui, bisognava presupporre, il lettore de «Il Contemporaneo» non sa nulla. Al microscopio non tutto si dilata: ma solo il pelo su cui si punta la lente. E questa è una cattiva azione: di Vann'Antò e vostra.
2) Egli, gratuitamente, si crea un bersaglio: la mia traduzione come traduzione letteraria. Mentre è chiaro che la mia prosa a piè di pagina voleva solo essere una traduzione letterale, a uso del lettore paziente, che leggesse anzitutto il testo. Certo la mia traduzione si muove tra due poli abbastanza ravvicinati: al basso, limitata al livello meno basso possibile (tale da non riuscire spiacevole con prosaicità deprimenti), in alto, limitata al livello meno alto possibile (pure citazioni di una possibile traduzione artistica, souplesse, un po' di archeologia tommaseiana). Dare giudizi di valore, come fa il Vann'Antò, su una simile traduzione, è evidentemente illecito. Restano le poche e del resto lievi imprecisioni (che non travisano mai il senso del verso) derivate dalla fretta editoriale cui accennavo e alla mia conoscenza puramente letteraria del siciliano. Ma c'era bisogno di avvertirmene su un paginone de «Il Contemporaneo» grande come un tappeto, quando era sufficiente un biglietto da visita?

Cordiali saluti dal vostro
Pier Paolo Pasolini.

P.S. Vedo che alla spulciatura di Vann'Antò, se ne aggiunge una - assai più interessante, mi pare - di Talarico, sulla Antologia dialettale uscita nel '52. Potrei ripetere, per Talarico, in parte ciò che ho detto, qui su, per Vann'Antò: specie per quel che riguarda il «falso bersaglio» della traduzione in quanto traduzione artistica (Talarico parla per certi passi di tale traduzione, di «sciattezza», «sciatteria ginnasiale» ecc.) . Potrei ripetere che non si tratta di traduzioni dal cinese, ma da dialetti italiani, che potevano lecitamente essere dati nei testi senza traduzione: e potrei infine ripetere che, stabilito di corredare per puro utile tali testi di una versione, ci siamo rivolti, per questa, a dei competenti, quando le difficoltà s'inasprivano. Potrei fare privatamente a Talarico i nomi di tali competenti per i testi napoletani: senza, per questo, mettere in dubbio la validità di certe sue osservazioni, molto sottili e interessanti, sia sui testi napoletani che, e specialmente, sul diseredato testo calabrese di Pane. So io soltanto quello che ho faticato nel mettere insieme quell'antologia di poeti introvabili, sconosciuti spesso, e quasi sempre totalmente privi di qualsiasi/orma di esegesi e di commento. Ritengo perciò di non aver altro da fare che prendere tranquillamente atto di qualche imprecisione o inesattezza - evitabile soltanto attraverso una lunghissima frequentazione regionale, cosa impossibile a attuarsi per ognuna delle regioni italiane - (Ma voi? Dove volete arrivare? Il fatto che eseguiate su «Il Contemporaneo» una così organizzata operazione di discredito nei miei confronti, mi fa pensare che non accettiate le mie idee o comunque il mio lavoro critico. Ma perché non ne discutete direttamente? Perché questa perifrasi ipocritamente oggettiva, attraverso la filologia?).



«Il Contemporaneo», 
Anno III, 
numero 25, 
del 23 giugno 1956




@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare

Curatore, Bruno Esposito

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