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lunedì 31 maggio 2021

LA LUNGA STRADA DI SABBIA - Pasolini, giro d’Italia in Fiat 1100

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




LA LUNGA STRADA DI SABBIA
Pasolini, Giro d’Italia in Fiat 1100
Di Massimiliano Sardina
Letto e recensito da Amedit


   Quando s’incammina sulla lunga strada di sabbia Pasolini ha da poco compiuto trentasette anni. Siamo alla vigilia dei mitici anni Sessanta, precisamente tra il giugno e l’agosto del 1959, e al volante di un’agile e scattante Fiat 1100 lo scrittore si lancia in un avventuroso tour lungo le coste della penisola italiana, dal confine con la Francia fino a Trieste. Una U che arriva ad abbracciare anche la Sicilia (e che per ragioni logistiche lascia fuori la Sardegna), un’ellisse che risalendo il suo tracciato sulla via del ritorno – quando Pier Paolo rivisita i luoghi e le sabbie della sua infanzia – sembra virare nella geometria simbolica di un cerchio che si chiude. Scopo dell’insolito viaggio è la realizzazione di un ampio reportage per la rivista Successo, un documentario sull’estate degli italiani (dal nord borghese dei moderni stabilimenti attrezzati al sud preumano, incantevole e primitivo); Pasolini ai testi e Paolo di Paolo alle

Pasolini a Ravello

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Pasolini a Ravello

E' il 1959, ha appena pubblicato "Una vita violenta" e, con una Millecento, gira l’Italia per il settimanale “Successo” (diretto da Tofanelli) che, dal 4 luglio 1959, pubblicherà a puntate "La lunga strada di sabbia". Partito dalla Liguria, traccia nel suo viaggio una linea continua: scende l’Italia e arrivato a Napoli (“che ebbrezza partire da Napoli”), gira in semicerchio alle falde del Vesuvio

giovedì 1 aprile 2021

Pasolini - Inchiesta sulla santità

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



 
Inchiesta sulla santità
Tratto da teorema libro, Garzanti 1969
 
Il lettore dovrà a questo punto compiere un difficile e forse non gradevole ripiegamento, dal corso della storia, al suo fondo: cosa che comporta una interruzione, naturalmente arida e prosaica, come ogni consuntivo.
E com'è brutto, banale e inutile il significato di ogni parabola, senza la parabola!
Ciò che il miracolo della santa ha portato intorno al casolare, non è nient'altro, del resto, in conclusione, che una grande e variopinta folla contadina: la stessa che si vede, la domenica, nei santuari. I cortili ne sono così gremiti che si scorge a

Pasolini - «Ah, miei piedi nudi...»

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

 
 
 
 «Ah, miei piedi nudi...»
Tratto da teorema libro, Garzanti 1968
 
 
 Ah, miei piedi nudi, che camminate
sopra la sabbia del deserto!
Miei piedi nudi, che mi portate
là dove c'è un' unica presenza
e dove non c'è nulla che mi ripari da nessuno sguardo!
Miei piedi nudi
che avete deciso un cammino

domenica 7 marzo 2021

Mattei, De Mauro, Pasolini/Cefis - Carla Benedetti e Giovanni Giovannetti, Frocio e basta.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro






Mattei, De Mauro, Pasolini/Cefis
Carla Benedetti e Giovanni Giovannetti



Il massacro di Pasolini resta uno dei buchi neri della notte repubblicana. Il nostro nuovo libro, nei “fiammiferi del primo amore”, fa il punto su ciò che oggi sappiamo del delitto, su cosa lo lega all’omicidio di Mattei (1962) e di De Mauro (1969), svolgendo un lavoro preciso e ragionato di controinformazione.

“Frocio e basta” si riferisce a come quel delitto è stato invece rubricato, allo scenario omosessuale che gli ha fatto da copertura, e a tutti i ricami estetici con cui una parte della cultura italiana lo ha reso credibile (la “bella morte” omosessuale, la “morte sacrificale” del poeta, la “sacra follia” che lo portò nelle braccia dell’assassino) facendosi complice di un depistaggio durato quasi quarant’anni.

Qui di seguito l’indice e le pagine iniziali del libro.

Indice

 Il “capolavoro” di Pasolini
Come la cultura italiana reagì all’assassinio
Le “fonti” di Petrolio
Tra filologi e magistratura
Note



Il “capolavoro” di Pasolini

Come la cultura italiana reagì all’assassinio

Molti anni fa sentii dire da un critico letterario che il capolavoro di Pasolini è la sua morte. Poiché i capolavori stanno di solito tra le opere e non nella biografia dei loro autori, egli stava evidentemente enunciando un paradosso, del quale era ben consapevole. Forse in quella affermazione arguta c’era anche un pizzico di malizia, quasi un’implicita svalutazione dell’opera dello scrittore. Come dire: Pasolini è riuscito a fare morendo quel che non gli è riuscito con i versi. Ma ciò la renderebbe ancor più significativa, se persino chi non apprezzava lo scrittore non poté fare a meno di scorgere in quella morte un segno di grandezza. L’omicidio di Pasolini, nella sua tragica anomalia, in effetti colpì profondamente i contemporanei. Per molti letterati esso diventò un “segno” da interpretare, quasi fosse un testo poetico. Quasi fosse un’opera di Pasolini, l’ultima e la più singolare: il suo capolavoro, appunto.

venerdì 18 dicembre 2020

Pasolini, non accetto intimidazioni...

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




"Non accetto intimidazioni…". Pasolini inedito
Gideon Bachmann e Pier Paolo Pasolini.
Tratto da:
a cura di Riccardo Costantini
Chiarelettere


 Bachmann

Vorrei sapere se lei è conscio, quando gira, di quanto sta producendo e di come ciò poi agirà sullo spettatore.


Pasolini
È sempre imprevedibile. Anche nei momenti di maggiore intimità, cioè quando scrivo dei versi, momenti in cui domino meglio la materia perché sono da solo con una macchina da scrivere, è sempre impossibile prevedere fino in fondo quello che sarà la poesia oggettivamente, al di fuori della mia intenzione, della mia ispirazione, della mia critica. Sia ben chiara una cosa fin dall’inizio: quando faccio cinema è esattamente come se stessi scrivendo dei versi. Purtroppo sono rimasto molto infantile e molto simile a come mia madre ha voluto che fossi quando ero bambino, quindi non riesco mai veramente a credere nella cattiveria, nel male degli altri. Penso sempre al prossimo come se fosse un prossimo che giudichi in pura buona fede. E ogni volta rimango… deluso.
[…]

Bachmann
Il suo lavoro ha sempre provocato grandi polemiche e le ha procurato molti rancori da parte di un largo segmento della popolazione. Immagino ne sia conscio, ma mi chiedo se ogni tanto si rimproveri di aver fatto degli errori o se ritiene sia sempre la società a sbagliare… Mi piacerebbe sapere se queste reazioni del pubblico ostacolino il raggiungimento dei suoi obiettivi.


Pasolini
A dire il vero, non tutti i settori della vita italiana sono contrari alla mia opera. Lo sono i settori dell’estrema destra, invero molto potenti. Nel fare un lavoro, che si tratti di un romanzo, di poesie o di film, io non posso che preventivare una reazione violenta e contraria così come effettivamente accade. Naturalmente nella mia sincerità non riesco mai a prevenire quanto di feroce, di avverso, c’è nella reazione. Però la prevedo come un fatto ideologico, e avendola prevista evito che interferisca col mio lavoro.

Bachmann
Non è la risposta esatta alla mia domanda. Mi spiego meglio: queste reazioni hanno provocato nel suo intimo un sentimento che influenza il suo lavoro? Per esempio, quando l’abbiamo incontrata a Venezia per la presentazione di Mamma Roma lei in pubblico è stato feroce, anche nei modi, mentre adesso è più calmo, forse perché siamo a Roma nel suo appartamento… Se queste sono domande troppo intime me lo dica… Ma, sa, credo che questa sia la cosa più importante nella sua vita artistica: un poeta può scrivere un poema per sé, ma un poeta polemico, come lei, dipende in una certa maniera da ciò che provoca il poema una volta diventato pubblico…


Pasolini
È un problema molto complesso. Non ho avuto particolari intimidazioni. Prova ne sia un fatto che è successo in tribunale per il film La ricotta. Quando sono stato interrogato, la prima domanda del giudice è stata sulla possibile cattiva interpretazione del mio film. Io ho detto che «sì, si potevano dare delle interpretazioni non giuste, ma in malafede». Questo ha scatenato il pubblico ministero, che si è sentito accusato, e ho rischiato l’arresto in aula. Nel film avevo premesso una dichiarazione in cui prevedevo che la pellicola sarebbe stata interpretata in malafede, e in tribunale l’ho ricordato riconfermando quanto avevo detto. Perciò ho rischiato di essere arrestato. Sono stato meno feroce di quando ho presentato il film a Venezia, però sostanzialmente non sono receduto di un passo, né intendo recedere. Non accetto intimidazioni.
Allo stesso modo, le reazioni scomposte e violente, incivili, di parte del pubblico italiano, non mi hanno turbato.

18 marzo 1963


Fonte:
http://www.illibraio.it/pasolini-ineditogideon-bachmann-260414/



Curatore, Bruno Esposito

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mercoledì 9 dicembre 2020

Moravia e Pasolini, "Due viaggi in India - Tempo 31 marzo 1962 - Di Giancarlo Vigorelli

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Moravia e Pasolini, "Due viaggi in India

Tempo 31 marzo 1962
pag. 72

Di Giancarlo Vigorelli








Curatore, Bruno Esposito

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lunedì 31 agosto 2020

MALASTORIA - L’Italia ai tempi di Cefis e Pasolini Pier Paolo - di Giovanni Giovannetti

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

 



LA STORIA D’ITALIA E PASOLINI. DALLA MORTE NEL 1945 DEL FRATELLO PARTIGIANO A PORZÛS ALLE STRAGI DEGLI ANNI SESSANTA E SETTANTA, NELL’OMBRA DEL NEOFASCISMO E DELLA P2.

 MALASTORIA 

L’Italia ai tempi di Cefis e Pasolini Pier Paolo. 

GIOVANNI GIOVANNETTI

Pasolini da Casarsa e Eugenio Cefis da Cividale. Lo scrittore corsaro e il grintoso manager pubblico dall’oscuro passato militare, prima come fucilatore di partigiani in Jugoslavia, poi in veste di partigiano in Val d’Ossola. Cefis, il massone confratello nella loggia segreta Giustizia e Libertà di Piazza del Gesù, omologa alla P2 del Grande Oriente d’Italia e di Licio Gelli. Cefis, quel grande elemosiniere della politica intento a coltivare progetti autoritari intrecciando la sua trama sull’ordito delle lobbies politico-finanziarie, della Massoneria occulta e degli ambienti militari. Siamo negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, anni di minacce di golpe e vere bombe di Stato, spacciate per anarchiche. E sono bombe messe da coloro che mirano a ripristinare l’ordine a fronte del disordine da loro stessi procurato. Pasolini scrive di politica e società sulla prima pagina del “Corriere della Sera”, un giornale che dall’agosto 1975 (poco prima che lo scrittore venga ucciso) cade in mano proprio al presidente di Montedison Eugenio Cefis, finanziatore occulto dei Rizzoli, che formalmente ne sono i proprietari. Pasolini sta anche scrivendo Petrolio, un romanzo sul nuovo Potere (con la maiuscola) di cui Cefis, chiamato Troya, è uno dei principali protagonisti: il vicepresidente dell’Ente nazionale idrocarburi (Eni) coinvolto nell’uccisione del presidente Enrico Mattei. Quindi Pasolini sta inconsapevolmente raccogliendo notizie, foto e altri documenti su colui che nel frattempo è diventato un suo editore. Malastoria prova a immergere la vita e l’opera di Pasolini nelle profondità della penombra storica e antropologica del Paese: negli eventi che l’hanno toccato personalmente (come, ad esempio, l’omicidio del fratello Guido a Porzûs del febbraio 1945) e in quelli che hanno poi catturato la sua attenzione di cittadino e di intellettuale poiché, lo ha scritto Franco Fortini, la sua vita e la sua opera sono da mettere in relazione alle «stagioni della sua attività».

• Cefis, il partigiano fucilatore di partigiani. La poco lusinghiera pagina slovena del sottotenente dell’Esercito italiano Eugenio Cefis, quell’«esatto esecutore di ordini» impartiti nel 1942 da un manipolo di “criminali di guerra”. 

• L’onorevole proto-gladiatore. L’intrepida figura dell’onorevole Giovan Battista Carron (l’ex partigiano osovano Vico) che funge da cerniera tra l’Ufficio zone di confine di De Gasperi e Andreotti e i gruppi paramilitari nell’Est del Paese. Per tramite di Carron, l’Ufficio paga anche le parcelle agli avvocati del processo per i fatti di Porzûs, ma solo a quelli dell’accusa. 

• Carron aiuta Pasolini... a lasciare il Friuli. «Caro Pasolini, se non la smette con la propaganda comunista dovrà affrontare perniciose reazioni», parola dell’onorevole proto-gladiatore. Più precisamente, fa sapere Carron, o Pasolini «la smette di militare nel Partito comunista o gli sarebbe stato tolto l’incarico di insegnante di scuola pubblica». Ciò che avverrà sul finire del 1949; e Pasolini, rimasto senza lavoro, dovrà fuggire a Roma. 

• Il raccomandato. Dovendo ripartire da zero, nella capitale Pasolini vive una disperante condizione economica. In quell’Italia delle raccomandazioni e dell’esercizio clientelare del potere lo scrittore si rivolge allora ai democristiani e conterranei Tiziano Tessitori (il “padre” dell’’autonomia regionale del Friuli) e... Giovan Battista Carron (sì, il proto-gladiatore), per ottenere un lavoro in Rai o alla Enciclopedia italiana. Ma un posto come insegnante alla scuola parificata di Ciampino, Pasolini lo avrà solo grazie al fascista ferrarese Casimiro Fabbri, poeta e funzionario della Pubblica istruzione. 

• Pasolini, Petrolio e Piazza Fontana. «Uno di questi cade davanti ai suoi piedi di notte dal quarto piano di una clinica (D’Ambrosio). Uno muore cadendo nella tromba dell’ascensore». Lo scrive Pasolini in Petrolio,e sembra sapere che il giudice milanese Gerardo D’Ambrosio, indagando su piazza Fontana, ha dovuto giocoforza inciampare sulla morte non proprio accidentale di Vittorio Ambrosini (ex collaboratore del generale dell’Arma e dei Servizi Giuseppe Pièche). Ambrosini partecipa a una riunione nella sede romana del gruppo neonazista di Ordine nuovo, là dove, presente un deputato del Msi, era stata presa la decisione di «andare a Milano e buttare per aria tutto». Ambrosini verrà “suicidato” a Roma il 20 settembre 1971, precipitando dal quarto piano del policlinico Gemelli, la clinica presso cui è ricoverato, proprio come si legge in Petrolio. Sappiamo nome e cognome anche di colui che in Petrolio «muore cadendo nella tromba dell’ascensore»:si tratta di Alberto Muraro, un ex carabiniere, portinaio dello stabile padovano in cui abita il terrorista nero Massimiliano Fachini, protetto dai Servizi: Muraro si accingeva a confermare al giudice istruttore Carmelo Ruberto la responsabilità del gruppo di Freda e Ventura in alcuni attentati compiuti a Padova poco prima della strage di Milano. 

• Cefis capo della P2? Secondo una informativa Sismi del 1983, Eugenio Cefis sarebbe stato il vero capo della loggia massonica P2. Non resta che fidarsi, poiché a sostegno di questa ipotesi abbiamo solo indizi. Cefis era massone. Viene iniziato il 15 settembre 1961 dalla Gran loggia di Piazza del Gesù, gli scismatici “gesuiti”, così chiamati per distinguerli dai “giustinianei” del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani (le due maggiori chiese della Massoneria italiana): era il confratello “OHN - 05371 / S. 15” della esclusiva loggia “coperta” Giustizia e Libertà, retta dal venerabile Giorgio Ciarrocca e riservata ai nomi più in vista, l’equivalente “gesuita” della Propaganda 2 “giustinianea”. Nel 1973 la riunificazione delle due chiese pare a un passo. Il Gran maestro di piazza del Gesù Francesco Bellantonio – un ex funzionario dell’Eni – firma un protocollo d’intesa, ma il tentativo fallirà miseramente. E tuttavia Licio Gelli era stato lesto a muoversi cooptando quasi tutti gli iscritti alla Giustizia e Libertà di Piazza del Gesù. Cosa ha fatto Cefis?aderisce?(come ha aderito il banchiere della Mafia Michele Sindona o il procuratore generale di Roma Carmelo Spagnuolo o il popolare comico e imitatore Alighiero Noschese) si è messo “in sonno”? ne è divenuto il vertice occulto? L’informativa Sismi parrebbe accreditare quest’ultima ipotesi, ma nell’incompleto elenco dei 962 piduisti sequestrato a Gelli nel marzo 1981 il suo nome non figura, né si incontrano quelli degli altri confratelli della loggia Giustizia e Libertà. E tuttavia non si dimentichi che lo stesso venerabile, intervistato da “l’Espresso” il 10 luglio 1976, dice che la P2 sommava 2.400 aderenti. 

• Cefis e il “Corriere”. Dal 1974 il “Corriere della Sera” passa progressivamente sotto controllo piduista: formalmente, i proprietari (Crespi, Agnelli, Moratti) lo cedono al gruppo Rizzoli; in realtà i soldi li mette la Montedison presieduta da Cefis, garantendo un finanziamento senza interessi con una fidejussione ai Rizzoli della Montedison International Holding di Zurigo (che raccoglie tutte le principali partecipazioni industriali e commerciali estere del gruppo) e la promessa – poi disattesa – di ripianare il 50 per cento dell’assai elevato debito del quotidiano. L’accordo tra Montedison International Establishment con sede a Vaduze Rizzoli International, discretamente sottoscritto a Lugano il 6 agosto 1975 (attenzione alle date: tre mesi dopo ammazzano Pasolini), promette un finanziamento di 10 miliardi e 650 milioni di lire per l’acquisto dell’intera proprietà, nonché prestazioni pubblicitarie garantite per almeno 2 miliardi e mezzo l’anno, suddivise in comode rate trimestrali di 650 milioni. Ma il patto svizzero subordina altresì al gradimento di Cefis la scelta del capo redattore delle pagine economiche del “Corriere”; e impone anche a tutte le pubblicazioni del Gruppo editoriale “Corriere della Sera” di svolgere, a decorrere dal 1° luglio 1975, «una intensa costante azione volta a sostenere, con ogni più opportuno intervento ed iniziativa, l’attività industriale e commerciale di Montedison Spa e dell’intero suo gruppo», e in particolare di minimizzare le ricadute ambientali e sulla salute di cittadini e lavoratori provocate da questo gigante della chimica. Cefis ambirebbe anche a dettare la linea editoriale al principale quotidiano italiano: come si legge al punto “2.d” dell’accordo, Rizzoli si impegna «a garantire l’appoggio del l’intero suo Gruppo editoriale all’atteggiamento di Montedison sui grandi temi della politica economica nazionale». Dal 1973 Pasolini è tra i più letti e discussi collaboratori del “Corriere”, di cui è ormai un polemista di punta. Pasolini descrive un nuovo Potere violento e totalizzante, del tutto esemplificabile nel timoniere di Montedison. Va anche raccogliendo notizie su di lui, il neo-padrone segreto del quotidiano, nonché figura-chiave del romanzo che sta scrivendo: Petrolio. Quindi Pasolini sta inconsapevolmente raccogliendo notizie, foto e altri documenti su colui che nel frattempo è diventato un suo editore. 

• Il colonnello Santoro e l'autista dei Marsigliesi. Tra i protagonisti più defilati della stagione stragista andrà ricordato il colonnello dei Carabinieri e agente dei Servizi segreti Michele Santoro. Santoro è amico fraterno del criminologo Aldo Semerari (il teorico della santa alleanza tra malavita organizzata e destra eversiva) nonché uomo di collegamento tra l’Arma e i Nuclei in difesa dello Stato. Santoro è anche il fornitore di tritolo, proveniente dal Genio militare, di cui dispone il gruppo terroristico della Fenice (l’articolazione milanese di Ordine nuovo) per alcuni attentati sui treni da compiere nell’estate 1974. Per il giudice Guido Salvini è lecito «ritenere che Santoro fosse uno stabile punto di riferimento per i gruppi di estrema destra». Ebbene, nel marzo 1976 sarà Santoro a far espatriare l’autista dei “Marsigliesi” Antonio Pinna, uno dei componenti del “misto” di neofascisti e criminali comuni (almeno sette persone) che la notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 massacrano Pasolini. 

Indice:


Da Porzûs a Gladio
Nel nome Di Dio, 4 - Tra pianti e pianti e pianti, 6 - La Evelina va a morire, 16 - Alberto e Marconi, 18 - Fratelli coltelli, 25 - I monarchici, i repubblicani e gli indifferenti, 27 - Delitti sul lago, 30 - Alla fiera dell'Est, 36 - Fronte unico antislavo, 41 - Intorno a Porzûs, 49 - Bolla, 53 - «Pier Paolo carissimo...», 60 - La croce e il fucile, 72 - Noi vogliam Dio Patria Famiglia, 76 - Guerra non ortodossa, 79 - Il grande fratello, 87 - L’onorevole protogladiatore, 97 - «Il mio corpo nella lotta», 103 - Paramilitari di Stato, 105 - Che cos’è la verità?, 112 - Le due chiese, 115 - I fatti di Ramuscello, 120.

Clero
Il paradiso fiscale, 137 - Tu chiamale se vuoi, raccomandazioni, 140 - Lo stipendio
fisso, 145 - Viva la Rai, 146 - Il colpo dello Strega, 148 - La casa e la chiesa, 150 - Lo Ior tiene Banco, 160.

Stragi, atto primo
Come la santissima trinità, 169 - Chi spara a Portella?, 177 - Operazione malavita,
185 - A Pola come a Portella, come a piazza Fontana, 194 - Foibe?, 199 - Di nuovo canta la mitraglia, 212.

Boom
L’Italia del boom, 225 - Solo Carabinieri, o quasi, 241 - Il testimone, 246 - L’Amerikano, 259 - Venditore di materassi, 269 - L'interferenza Pasolini, 273 - Nasco, 284 - Uomini tutti d’un prezzo, 286 - L’Italia del boom: bombe e stragi, 289 - Legionari e infiltrati, 292 - Si ammazza troppo poco, 320 - Dodici dicembre, 323. 

Stragi, atto secondo
Piazza Fontana, trent’anni dopo, 333 - L’Antiquario, il Paracadutista e l’Anello, 341 - L’altra “verità”, 345 - E se le bombe fossero state due?, 348 - Tora tora, 355 - Poi ci sono i “tragici ragazzi”, 363 - Brescia, piazza della Loggia, 364 - Italicus, 376 - La piramide rovesciata, 390 - 2 agosto 1980, 393 - Le altre “verità”, 402 - Mafiocrazia, 406 - Un Paese di primule e cemento, 413.

L’onorato presidente
Tra la Sicilia e il West, 426 - Burattini e burattinai, 429 - Delitto senza castigo, 437 - Mattei, De Mauro, Pasolini, 448 - L’oro e il piombo, 454 - Cefis piduista?, 459 - Chi è il “vero” capo?, 465 - Il romanzo delle stragi, 468 - Pasolini come Pecorelli?, 478 - Il grande vecchio, 482 - «Se fate debiti, vi maledico», 486 - Pagine roventi, 492 - Come corsari sulla filibusta, 496 - Pagine mancanti, 503 - «Come qualcuno che mi spia di nascosto», 507 - Mattinali, 512 - Mortedison, 529.

Trasformismo
Retrobotteghe oscure, 538 - «Le verità stanno nella penombra», 539 - Opposizione al potere, 543 - Vi odio, cari poliziotti, 551 - Il Pci e il suo doppio, 565.

Il colore del sangue
Eroina di Stato, 569 - «Mistici della democrazia», 576 - Soccorso nero, 578 - Il criminologo, 580 - Rossi e neri, 584 - Attenti a quei tre, 588 - Siamo tutti in pericolo, 598 - Chi sono i Marsigliesi?, 611 - Le iene, 614 - Il colore del sangue, 624.

Fonti

Indice dei nomi e dei luoghi

GIOVANNI GIOVANNETTI (Lucca, 1955). Editore e giornalista. Tra i suoi libri: Belfast. Appunti sulla realtà nord-irlandese (1981), Diario polacco. Immagini di un anno di sindacato libero (1982), Ritorno a Danzica (con A. Sowa, 2004), Sprofondo nord (2011), Frocio e basta (con C. Benedetti, 2012 e 2016), Comprati e venduti (2013), Indagine su Leonardo (2015), Bananopoli (2019), Il tamburo di lotta (2020). 

 



Curatore, Bruno Esposito

Collaborano alla creazione di queste pagine corsare:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice
Simona Zecchi

giovedì 4 gennaio 2018

La Roma di Pasolini - Prefazione di Simona Zecchi

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


LA ROMA DI PASOLINI 
(Dizionario urbano) 
Dario Pontuale
Nova Delphi 2017



La lunga strada fra memoria  ed eredità
Prefazione di Simona Zecchi


   Un  unico comun denominatore a unire linguaggio, cinematografia, giornalismo, letteratura e poesia. E' lo stradario di Dario Pontuale che sciama, come solo a Roma si può fare, tra le lettere dell'alfabeto per ripercorrere in modo nuovo la vita romana e le opere di Pier Paolo Pasolini. Ecco, se dovesse il lettore cercare una definizione per comprendere che lavoro ha davanti e gli mancasse quel lampo che lo proietti tra queste pagine, questo andare raminghi senza puntute indicazioni accademiche per i luoghi pasoliniani è la definizione che subito posso trasferirgli. Se poi un lettore non particolarmente avvezzo ai termini romano-letterari volesse sapere cosa vuole dire sciama, allora potrà prendere in mano questo libro e cominciare a sfogliarlo partendo da qualsiasi lettera dell'alfabeto o lemma che più gli aggrada. Oppure il lettore potrà soltanto selezionare una lettera a caso e da essa sostare in periferia oppure bighellonare al centro, o tra i palazzi di zone-limbo fra popolo e borghesia. Può a esempio decidere di avviarsi lungo Donna Olimpia e poi correre fulmineo come un bambino per quelli che una volta erano solo pratoni, marane e calcinacci mentre gli anni della speculazione edilizia li hanno trasformati nuovamente in qualcosa di tutto apparentemente uguale. Troverà, alzando lo sguardo sui balconcini sporti in avanti come i curiosi, i panni stesi delle borgate in pieno centro e l'odore di pizza da forno. Mentre a un incrocio fra Via Ozenam e Via di Donna Olimpia potrà capitargli di incontrare (ma senza saperlo) la malavita in persona o l'artigiano da tutti amato. A Roma puoi dunque abbracciare le strade a qualsiasi ora del giorno e della notte e sentirti al contempo ospite, padrone di casa o straniero.

   Scriveva Pietro Citati sul Corriere della Sera, all'indomani del ritrovamento del corpo martoriato di Pier Paolo Pasolini tra monnezza, sterpaglie sabbia e sangue all'Idroscalo di Ostia che accompagnando talvolta  lo scrittore per le strade della capitale per motivi di lavoro proprio in quelle occasioni, proprio allora, lui Citati, aveva appreso da Pasolini come la letteratura fosse figlia della precisione. Ecco cosa ci lascia Pasolini ancora a 42 anni di distanza dal suo addio. Ricorda infatti a un certo punto l'autore di queste pagine una spiegazione che Pasolini tentò di dare del suo metodo di lavoro in "Ragazzi di Vita" (il romanzo che lo consacrerà come autore ma che al contempo lo respingerà ferocemente fra critiche soprattutto da parte del PCI e cause giudiziarie) ai lettori di Vie Nuove nel 1977:


«Quando sono giunto al capitolo del Forlanini, ho dovuto documentarmi, perché in tutta la mia vita non avevo visto un ospedale se non per qualche visita. Ho parlato con due ex ricoverati – che sarebbero poi diventati due personaggi del romanzo –, ho parlato con uno dei medici (fratello di un uomo politico comunista mio amico), e ho parlato, infine, con alcuni malati anonimi. Cinque o sei giorni di lavoro. Tutto qui».[...]


*Simona Zecchi



NOTA D'AUTORE 
(DARIO PONTUALE)
L’ULTIMA COLONNA DI UN TEMPIO IN ROVINA



   L’ufficio anagrafico di Bologna registra il 5 marzo del 1922 la nascita di Pier Paolo Pasolini. Lo storico latino Varrone afferma che la città di Roma sia sorta il 21 aprile del 753 a. C. Pier Paolo Pasolini muore, per cause non del tutto accertate, a cinquantatrè anni. Roma resiste, per cause non del tutto accertate, da oltre duemila. Il poeta delle “ceneri” e l’Urbe, l’autore di “vita” e la sede dell’Impero, il regista degli “accattoni” e la dimora dei Papi sembrano abbiano poco da condividere, invece certi destini s’intrecciano quasi mai per caso. Il giovane friulano e la Città si incontrano il 28 gennaio del 1950, sui binari caotici della stazione Termini, durante il mite inverno dell’Anno Santo. L’intellettuale dissidente e la Capitale, si accomiatano in una notte autunnale tra il 1 e il 2 novembre del 1975, nel fango sanguinolento di un idroscalo, a pochi passi dalle antiche rive di Ostia. Venticinque anni, una specie di nozze d’argento terminate con un addio funesto, un quarto di secolo carico di viscerale empatia, nonostante alcuni screzi.

   Un lasso di tempo foriero di trasformazioni sociali e urbanistiche, economiche e politiche, storiche e culturali riguardanti non soltanto Roma, ma l’Italia intera. Son i decenni dopo la Guerra, il Fascismo, le macerie, il Piano Marshall, anni nei quali gli italiani scelgono la Repubblica, il vestito buono per la domenica in Chiesa, devotamente divisi tra Bianchi e Rossi. Un Paese rurale che, stanco di zappare, corre in città dove il lavoro appare sopportabile e i poveri possono scoprirsi ricchi, o se non altro, così promettono i portavoce del miracolo economico. Comincia la lunga stagione delle cambiali, salvacondotto essenziale per garantirsi: la Seicento, la Vespa, la lavatrice, il frullatore, la lucidatrice, il mangiadischi, la vacanza al mare. Le scarpe bucate, i pantaloni rattoppati perdono dignità, la miseria e la fame devono restare chiuse nelle pellicole di Rossellini, nei fotogrammi di De Sica, nelle scene di Visconti. Il Bel Paese dopo avere creduto, obbedito e combattuto, vuole ridere, sperare e guardare avanti; un precetto comprensibile se non nascondesse insidie pianificate. Gli italiani entrano nella società dei consumi così come sfilano tra gli scaffali dei nascenti supermercati, con imprudente candore passano dal mercato rionale, al mercato in scatola. Credono di compiere una scelta, senza accorgersi di essere loro stessi il prodotto di una scelta, di una volontà mossa da un Potere oscuro, che livella le esigenze, la lingua, i desideri, le ambizioni, insomma tendente al conformismo. Il Paese traboccante di realtà individuali, dialetti, gusti, abitudini; la povera Italia dei paesi arrampicati sulle montagne e sdraiati lungo le spiagge, si ritrova a cantare Canzonissima con le stesse facce, parole, intonazioni. Tutti seduti e ben composti davanti alla televisione, elettrodomestico pagato a colpi di cambiali, il nuovo focolare domestico, il più pericoloso comunicatore di massa, l’ipnosi capace di mutare il superfluo in necessario. [...] 

**Dario Pontuale

*Simona Zecchi giornalista d'inchiesta e autrice del libro "Pasolini Massacro di un Poeta. Collabora con quotidiani nazionali e siti, lavora per Euronews (Lione)

**Dario Pontuale (Roma, 1978) scrittore, saggista e studioso di letteratura otto-novecentesca. E' autore per Nutrimenti della biografia critica Il baule di Conrad tradotto in Francia



   Il 28 gennaio 1950  Pier Paolo Pasolini giunge a Roma e qui vivrà fino alla sua morte.Venticinque anni e nove mesi nei quali il rapporto tra la cittá, le sue periferie, i personaggi delle sue borgate e lo scrittore diventa strettissimo, questo mondo entra in romanzi, film,  poesie, abitudini , luoghi dell'intellettuale friulano. Un dizionario urbano, una mappa precisa, un alfabeto dettagliato che ordina nomi,  storie, legami,  volti. LA ROMA DI PASOLINI (Dizionario urbano),  una guida ragionata sulle tracce di Pier Paolo Pasolini, figlio elettivo di questa "stupenda e misera città".



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sabato 2 settembre 2017

«Dove vai mia gioventù? Dove vai mia vita?» - FRATELLO SELVAGGIO PIER PAOLO PASOLINI TRA GIOVENTÙ E NUOVA GIOVENTÙ - Introduzione di Gian Maria Annovi

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro





FRATELLO SELVAGGIO
PIER PAOLO PASOLINI TRA GIOVENTÙ E NUOVA GIOVENTÙ
a cura di Gian Maria Annovi 
Transeuropa, 2013


Introduzione di Gian Maria Annovi



«Dove vai mia gioventù? Dove vai mia vita?». 


   Sono le domande che l’Edipo interpretato da Franco Citti, dopo aver appreso il proprio tragico destino dall’oracolo di Delfi, rivolge a se stesso nella versione cinematografia di Pasolini, nella quale il mito si sovrappone apertamente alla biografia dell’autore. Anche per Pasolini, si potrebbe sostenere, la gioventù sembra aver sempre rappresentato un concetto in fuga, mobile, un’idea in cammino, i cui tragitti – proprio come quelli di Edipo nel film – non sono né lineari, né razionali, e anzi procedono spesso all’indietro, nelle zone regressive dell’inconscio. Questo volume, che raccoglie gli interventi di una giornata di studio internazionale promossa dal Comune di Scandiano, si propone di ripercorrere alcuni di questi complessi percorsi e di indagare verso quali conclusioni possa condurre l’analisi di un tema vasto come quello della gioventù nell’ormai studiatissima e commentatissima opera pasoliniana. 

   I giovani non sono solo i protagonisti di romanzi come Ragazzi di vita (1956), Una vita violenta (1959) e Il sogno di una cosa (1962), cui si deve gran parte dell’iniziale successo pasoliniano tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta, ma lo stesso termine “gioventù” compare con una certa importanza e frequenza in tutta l’opera di Pasolini. Il caso forse più eclatante resta ovviamente quello della raccolta poetica del 1954, La meglio gioventù, intitolata così prendendo a prestito il verso di un canto alpino che aveva fatto da ponte tra Prima e Seconda Guerra mondiale, e che curiosamente collega fra loro anche le prime poesie di Pasolini con il suo ultimo film, Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975), dove il canto risuona nelle lugubri stanze in cui proprio un gruppo di giovani costituisce il centro di un’atroce metafora del potere nella società neo-capitalista. Come per Edipo, anche nel caso del titolo della raccolta del ’54 la gioventù non è associata a un’epoca di leggera spensieratezza ma piuttosto al momento in cui la tragedia si manifesta sulla scena, al cambio di un paradigma. Se, tramite la citazione di quel titolo, sulla giovinezza si proietta infatti l’ombra funerea della storia, non è solo per le ragioni della personale mito-biografia pasoliniana, ma perché nei primi decenni del Novecento generazioni intere di giovani sono davvero state offerte in pasto al Moloch della guerra. D’altronde, è tutta la storia dei giovani nel secolo scorso ad essere segnata dal senso del conflitto: dalle guerre agli scontri degli anni Sessanta e alla lotta armata del decennio successivo. L’anno di nascita di Pasolini, ad esempio, coincide con l’inizio della storia del ventennio fascista, la cui ideologia ha fatto proprio della gioventù, usata come metafora di cambiamento sociale, uno dei centri focali della propria propaganda, tanto da eleggere il canto Giovinezza a proprio inno.(1)


   Anche Pasolini, fino almeno ai primi anni Quaranta, attraversa una a una le esperienze con cui il regime controlla la gioventù: il GUF, il GIL, i Littoriali della cultura e le redazioni di riviste come «Architrave» e «Il setaccio», su cui pubblica alcuni dei suoi primi interventi.(2) Come testimonia un breve articolo del 1942, Pasolini compie persino un viaggio a Weimar, nella Germania nazista, per incontrare la gioventù universitaria di altri paesi fascisti. Cito l’episodio di questo viaggio giovanile non perché contenga particolari elementi per comprendere il Pasolini successivo, e il suo deciso antifascismo, ma per sottolineare che se l’opera pasoliniana rappresenta al meglio quello che da più parti è stato definito «il secolo dei giovani»(3) è anche perché egli ha davvero attraversato un’Italia in cui i giovani hanno avuto un ruolo di protagonisti, dai campi del Friuli, alle adunate del Ventennio, alle proteste di piazza dei movimenti. Queste realtà giovanili Pasolini le ha insomma conosciute, vissute direttamente e con esse si è anche scontrato e, più spesso, confrontato: basti pensare al film 12 Dicembre (dalla data della strage di Piazza Fontana), nato nel 1972 dalla collaborazione con Lotta Continua, al cui giornale Pasolini presterà – pur non senza criticarne la linea editoriale e politica – la sua firma di direttore responsabile finendo anche sotto processo.(4)


   Il viaggio della gioventù è, nel caso di questo volume, non solo un sintetico percorso nella storia dell’Italia del Novecento, ma anche un itinerario nella giovinezza pasoliniana, che accidentalmente è stata caratterizzata da frequenti spostamenti. Infatti, a causa della professione del padre, Carlo Alberto, un ufficiale di carriera, dopo la nascita di Pier Paolo la famiglia Pasolini si sposta per molti luoghi dell’Italia settentrionale, «da Bologna a Parma, da Parma a Belluno, da Belluno a Conegliano, a Sacile, a Idria, di nuovo a Sacile, a Cremona, a Scandiano…».(5) Proprio a Scandiano, la cittadina emiliana che ha dato i natali a letterati quali Matteo Maria Boiardo e scienziati come Lazzaro Spallanzani, Pasolini trascorre da adolescente circa due anni, dal 24 giugno del 1935 all’11 ottobre del 1937. Sarebbe eccessivo voler fare di questo breve periodo un momento fondamentale nella sua formazione, ma è importante ricordare che è proprio a Reggio Emilia, dove il giovane Pasolini frequenta il ginnasio, che nascono le sue prime amicizie importanti, in particolare quella con Luciano Serra,(6) ampiamente documentata dallo scambio epistolare che i due ragazzi intrattengono negli anni bolognesi dell’università.(7) Credo sia facile comprendere come, accogliendo l’invito dell’amministrazione del Comune di Scandiano a organizzare una giornata di studi su Pasolini in occasione del novantesimo anniversario della sua nascita, non abbia potuto che optare proprio per il tema della gioventù, anche alla luce di una pagina di prosa pasoliniana poco conosciuta, in cui lo scrittore rievoca proprio i giovanili anni scandianesi e l’immagine del «trenino buffo, col tetto rotondo e con delle civettuole terrazzine agli estremi dei vagoni, piccoli, tozzi, in stile liberty» che ogni mattina lo portava da Scandiano a Reggio Emilia: 


Partiva ch’era ormai giorno, e in poco tempo arrivava alla meta, la stazione in stile novecento fascista di Reggio. Inoltre era sempre pieno. Io ero ormai un giovinetto, nel periodo in cui i giovinetti, nell’Italia del Nord, sono brutti e timidi. Facevo la quarta ginnasio. Scrivevo ancora poesie, ma al tavolino, ormai: con una piccola biblioteca appesa al muro. Benché non avessi ancora compiuto quattordici anni, stavo leggendo, con una passione infinita, l’intero Carducci, in quell’edizione dalla copertina rossa e dalle pagine leggerissime e nel tempo stesso robuste, in cui una solida tipografia del principio del secolo aveva impresso i versi in caratteri che erano, per definizione, quelli delle poesie, della Poesia. Impazzivo per l’Italia agreste e Barbara, per la classicità dei bovi dalle corna lunate del Clitunno, umile e grandiose: provavo per quel mondo gli stessi spasimi che provavo per i primi corpi di cui mi innamoravo. Il trenino di Scandiano fu infatti teatro di amori e di relazioni sociali. Ricordo come al primo viaggio, al primo giorno di scuola, mio padre, accompagnandomi volle presentarmi a degli altri studenti, per introdurmi nell’ambiente. Io morivo di timidezza. Odiavo quella forma così scoperta, e quasi impudica, di rendere l’inizio di un episodio della mia vita simile all’inizio di un episodio da romanzo, precostituito e socializzato. Inoltre mi atterriva in quel gruppo di habitué la loro competenza su un fatto che per me era completamente nuovo: l’essere del posto, di Scandiano, e il conoscere quel treno, con tutte le sue abitudini.(8)

  Proprio in quanto ricordo, e non pagina di diario, queste righe non sono tanto la testimonianza del Pasolini «giovinetto», il cui ritratto psicologico-culturale non può più essere ricostruito direttamente (le sue prime lettere sopravvissute, ad esempio, risalgono al ’40-41), ma offrono piuttosto un’immagine abbastanza chiara del Pasolini già maturo, che ha ormai ben definito non solo i temi e problemi della propria opera, ma che è anche già divenuto espertissimo nell’orchestrare e costruire come un’opera letteraria la propria immagine di autore (ne è indice l’espressione «un episodio da romanzo», impiegata non a caso anche nell’autobiografia in versi intitolata Poeta delle ceneri),(9) in cui anche il rapporto con i giovani e la gioventù gioca un ruolo non trascurabile. 


   Nel brano che ho riportato ciò che colpisce è soprattutto la doppia dichiarazione d’amore per l’Italia rurale (filtrata dall’esperienza estetica della poesia di Carducci), e quella per i primi corpi di cui il giovane Pasolini s’innamora. Sappiamo bene, anche alla luce delle pagine dei diari,(10) che tali corpi sono quelli di ragazzetti «rozzi»,(11) in particolare quelli dei giovani contadini friulani, cui sono dedicati versi, pagine di prosa e persino ritratti. È su un aggettivo, però, che occorre brevemente soffermarsi: «umile». Impiegato qui per descrivere le corna degli armenti nelle poesie carducciane, e dunque metonimicamente l’idealizzato mondo contadino, proprio questo aggettivo rappresenta il senhal del complesso intreccio tra il mondo rurale e l’eros pasoliniano. Infatti, così come è «umile» l’Italia che – via Dante – dà il titolo a una delle poesie più celebri de Le ceneri di Gramsci (1957), lo stesso aggettivo serve, nelle poesie, nelle prose, ma anche nel cinema, come testimonia la descrizione di Ettore nella sceneggiatura di Mamma Roma («corpo di adolescente, bruno, umile e agile»),(12) a caratterizzare l’aspetto fisico e la vita degli adolescenti estranei al mondo piccolo borghese: «Borghi del settentrione, dove / dal ragazzo con fierezza / e allegra umiltà nasce il giovane, / e vive la sua giovinezza».(13) E ancora, è «umile» il fratello-Gramsci, nella poesia eponima della raccolta del 1957, nella quale Pasolini non solo dichiara il proprio irregolare marxismo, ma indirettamente rende esplicita anche la propria avversione per ogni figura paterna, in un celebre verso che definisce l’autore dei Quaderni, «non padre, ma umile fratello».(14) 


   Come già aveva avuto modo di ricordare Gianfranco Contini, Pasolini è stato un «grande odiatore del padre»(15) e la sua difficoltà nel rapportarsi con la figura paterna emerge anche nel ricordo scandianese (dove è proprio «odiavo» il verbo riferito a Carlo Alberto). Il manifesto desiderio di aggirare, sostituendo “padre” con “fratello”, le complicazioni edipiche nel verso de Le ceneri di Gramsci ha ispirato anche il titolo di questo volume. Fratello selvaggio, infatti, attraverso una simile sostituzione operata sul titolo del trattamento cinematografico Il padre selvaggio (scritto intorno al 1962 ma mai sviluppato), si propone come un invito a non considerare Pasolini come un padre castrante, una rigida figura di cultura, ma piuttosto come un fratello con il quale confrontarsi. D’altra parte, e i saggi raccolti in questo volume ne danno particolare testimonianza, Pasolini ha sempre rigettato ogni ruolo di padre simbolico, esigendo un contatto fraterno,(16) seppur da irruento fratello maggiore, con le generazioni più giovani, anche quando negli anni Settanta i ragazzi gli apparivano come «infelici fantasmi»,(17) senza più alcun contatto con il vagheggiato umile mondo contadino. È proprio per sfuggire a questi fantasmi che Pasolini si lancia in una ben nota fuga contro il tempo, all’inseguimento del proprio ideale di gioventù, dal Friuli alle borgate romane dei vari Riccetti e da queste ai paesi del Terzo mondo, in particolare l’Africa, in cui, fino almeno all’Abiura dalla Trilogia della vita (1975), crede di poter ritrovare l’incarnazione del proprio mito popolare e dunque anche l’immagine di una gioventù non ancora omologata dal potere dei consumi. 

   Nel Padre selvaggio, l’insegnante bianco che giunge in una povera scuola del Congo (una figura dietro la quale non è difficile scorgere proprio il Pasolini pedagogo), sembra sin dall’inizio attirato da un istintivo senso di fratellanza, contrapposto all’ordine paterno che gli imporrebbe il suo ruolo di educatore. Ecco le prime righe di quel testo: 


Attraverso uno spiazzo di capanne, di mogani, l’insegnante arriva alla scuola. È il primo giorno. Tremore, voce interna che parla, ecc. Sente delle grida: «Fratello, fratello!», è così che si chiamano i ragazzi giocando a pallone in un prato funebremente rosa davanti alle baracche della scuola. L’insegnante sta ad ascoltare quei ragazzi che giocando con goffaggine di contadini, si chiedono il pallone gridandosi: «Fratello, fratello!».(18) 


   Il grido «Fratello, fratello!» fa da leitmotiv all’intera vicenda (una serrata critica al conformismo colonialista) e l’immagine dei ragazzi che giocano a calcio in un prato polveroso, non a caso paragonati a «contadini», si ritrovano anche nelle poesie romane, nei film, ma anche in alcune celebri fotografie di Federico Garolla che vedono un Pasolini calciatore insieme ai ragazzi delle borgate. Se credo non ci siano dubbi sul significato attribuito al termine “fratello” nel titolo di questa raccolta di saggi, è bene chiarirsi anche sull’aggettivo che lo connota: “selvaggio”. 

   In un’intervista a Luigi Biabonte, Pasolini ricorda che nel suo trattamento il termine selvaggio è usato nel senso nobile, a indicare qualcosa di «antico», di primitivo.(19) Ben lontani dal quel significato, con selvaggio s’intende qui qualcuno incapace di sottostare a regole condivise, fuori dagli schemi, perché ancora oggi, a quasi quarant’anni dalla sua morte, non è possibile avere un rapporto pacificato con Pasolini, fratello maggiore capace ancora di metterci in crisi, di pungolarci e dunque di farci pensare. D’altra parte l’immagine che Pasolini ha dei giovani è satura – come tutto nella sua vicenda umana e intellettuale – di contraddizioni, e oscilla tra la norma e la sua continua eversione. Lo prova anche questo breve brano in cui Pasolini si osserva, ragazzino, attraverso una fotografia ingiallita:


Rivedo una fotografia del ’29, in cui io con un vestito a righe marrone e bianche, compaio sul balcone della Canonica, insieme a una trentina di fanciulli, miei compagni di classe. […] so assai bene cos’era quel ragazzino: era, mitologicamente, qualcosa come un incrocio fra Catone e un piccolo Belzebù.(20)  

   Catone e Belzebù. Come a dire purezza e peccato. Ideologia e passione. La lista delle ben conosciute dicotomie pasoliniane che si presentano anche affrontando il tema della gioventù è pressoché infinita. Gli interventi raccolti in questo volume non hanno dunque alcuna pretesa di esaurire un tema tanto vasto, ma piuttosto di fornire una mappatura dei vari, possibili percorsi cui si accennava all’inizio e qui sommariamente accennati.


   Ad aprire la raccolta sono due saggi dedicati a figure di giovani che hanno segnato in maniera nettissima la vita e l’opera di Pasolini. Nel primo, Marco Antonio Bazzocchi dedica un’attenta analisi al ruolo di Ninetto Davoli, giovane non facilmente catalogabile nel  suo sistema erotico ed estetico. Secondo Bazzocchi ciò si deve al fatto che in tutti i film cui Ninetto prende parte, da Uccellacci e uccellini a Il fiore delle Mille e una notte, egli non raggiunge mai la compiutezza del personaggio ma resta sempre Ninetto. La sua funzione principale parrebbe infatti quella di togliere completezza alla finzione artistica mettendo in contatto i vari piani del reale. Se Ninetto rappresenta il nesso tra gioventù e vitalità, il fratello più giovane di Pasolini, Guido, ucciso appena ventenne durante la Resistenza in uno scontro tra gruppi partigiani, rappresenta il contatto con la morte. Per Hervé Joubert-Laurencin, che dedica il suo saggio proprio alla presenza del fantasma di Guido nell’opera pasoliniana, non basta considerare il fratello caduto come l’elemento di una mitologia personale che fissa in maniera definitiva il rapporto di Pasolini con la gioventù. Attraverso un serrato parallelo tra l’opera e l’esperienza biografica del filosofo Gilles Deleuze, lo studioso francese mostra invece come il fantasma di Guido costituisca solo uno dei molti elementi nel complesso processo d’individuazione dello scrittore. 

   Se i primi due interventi affrontano il tema della gioventù da una prospettiva parzialmente biografica, Franco Zabagli fornisce un’elegante quanto avvincente lettura stilistica dei motivi e delle figure della giovinezza nelle poesie friulane. In particolare, la sua riflessione si sofferma sulla fenomenologia narcisistica pasoliniana nel passaggio tra La meglio gioventù e la sua riscrittura in negativo del 1973, rintracciando anche inediti elementi di continuità tra le figure fanciullesche in Pasolini e Pascoli. Anche l’intervento di chi scrive questa introduzione prende avvio dagli anni friulani, tracciando però un parallelo tra le prose e le poesie di quel periodo e l’esperienza coeva della pittura, nello specifico la pratica del dell’autoritratto, tramite la quale Pasolini sembra fissare un’immagine di sé eternamente giovanile, che offre un’opportunità per ripercorre le tappe della sua relazione con la diverse generazioni di ragazzi. 

   I due saggi successivi rappresentano contributi importanti per comprendere appieno l’atteggiamento di Pasolini rispetto ai movimenti giovanili degli anni Sessanta e Settanta. La tesi sostenuta da Simona Bondavalli è che per Pasolini la forma perfetta di giovinezza si trova nell’intersezione tra innocenza astorica e ribellione storicamente determinata. Per dare corpo alla propria riflessione la studiosa si concentra principalmente sull’analisi di alcuni temi (la sagra, lo sciopero, la simbologia floreale) nel romanzo Il sogno di una cosa, ambientato negli anni quaranta ma pubblicato nel 1962, quando la cosiddetta “questione giovanile” inizia a occupare le pagine dei quotidiani italiani. Antonio Tricomi offre invece una serratissima critica della controversa posizione di Pasolini sul ’68 studentesco, attraverso la lettura incrociata di due scritti critici dei primi anni Settanta. Tricomi suggerisce di leggere quella di Pasolini come una lettura sostanzialmente gramsciana del movimento studentesco, una rivolta borghese che in quanto tale porta a compimento la distruzione dei codici culturali di origine popolare denunciata da Pasolini già dagli anni Cinquanta. 


   Al cinema pasoliniano sono dedicati gli ultimi interventi del volume. Tomaso Subini, ad esempio, riflette sul rapporto di Pasolini con i giovani registi della Nouvelle Vague francese. La sua analisi, mostra come tale rapporto, caratterizzato da un sentimento insieme di diffidenza e fascinazione, non sia meno problematico di quello stabilito con il mondo giovanile in genere. Se Subini si concentra su un aspetto specifico della cultura cinematografica pasoliniana, Roberto Chiesi presenta invece un ampio panorama delle immagini della giovinezza nell’ultimo Pasolini: dalla figura tragica del giovane fascista cui lo scrittore affida il proprio testamento in La nuova gioventù, all’immagine idealizzata di Gennariello, il protagonista immaginario dell’incompiuto trattatello pedagogico di Lettere luterane, per chiudere con un’approfondita lettura di Salò o le 120 giornate di Sodoma, dove Pasolini racconta anche la corruzione della gioventù del suo presente. 

    Il romanzo incompiuto Petrolio e una sua recente rilettura offrono infine qualche spunto di riflessione a Gianni Vattimo, che sigilla questo volume con una breve testimonianza in cui discute – non senza spirito polemico – Pasolini in quanto «figura di coscienza». Anche il filosofo conferma a suo modo che Pasolini non ha nulla dell’ingessata, intoccabile immagine del padre culturale, e che la naturale relazione tra lui e chi continua a misurarsi con la sua opera non può che essere quella che si ha con un fratello inquieto, che constantemente provoca, contraddice contraddicendosi, interroga, ma soprattutto spinge a metterlo in discussione, a pensarlo in maniera sempre nuova.

Note:

(1). Cfr. Luisa Passerini, Youth as a Metaphor of Social Change: Fascist Italy and America in the 1950s, in G. Levi and J.-C. Schmitt (a cura di), A History of Young People in the West, vol. 2, Cambridge, Mass.: Harvard University Press 1997, pp. 283-308.
(2). Cfr. Matteo Ricci, Pasolini e “Il Setaccio”, Bologna: Cappelli 1977 e Davide Ferrari e Gianni Scalia, Pasolini e Bologna, Bologna: Pendragon 1988.
(3). Cfr. Paolo Sorcinelli e Angela Varni (a cura di), Il secolo dei giovani. Le nuove generazioni e la storia del Novecento, Roma: Donzelli 2004.
(4). Lotta Continua e Pier Paolo Pasolini, 12 Dicembre, un film e un libro, Rimini: NdA Press 2011.
(5). Pier Paolo Pasolini, Il treno per Casarsa, in Poesie e pagine ritrovate, a cura di Andrea Zanzotto e Nico Naldini, Verona: Lato Side 25 1980, p. 163.
(6). Nato a Reggio Emilia nel 1920, Luciano Serra è stato docente di materie letterarie. Poeta e saggista, è considerato tra i maggiori studiosi del Boiardo e dell’Ariosto.
(7). Pier Paolo Pasolini, Lettere agli amici 1941-1945, a cura di Luciano Serra, Parma: Guanda 1976.
(8). Pier Paolo Pasolini, Il treno per Casarsa, cit., pp. 164-165.
(9). Pier Paolo Pasolini, Poeta delle ceneri, Milano: Archinto 2010.
(10). Pier Paolo Pasolini, Dai ‘Quaderni rossi’, in Romanzi e racconti, a cura di W. Siti e S. De Laude, vol. 1, Milano: Mondadori 1998.
(11). Così sono definiti anche i giovani scandianesi, incontrati su quel treno. Cfr. Pier Paolo Pasolini, Il treno per Casarsa, cit.. p. 165.
(12). Pier Paolo Pasolini, Mamma Roma, in Per il cinema, a cura di W. Siti e F. Zabagli, vol. 1, Milano: Mondadori 2001, p. 162.
(13). Pier Paolo Pasolini, L’umile Italia, in Le poesie, a cura di W. Siti, vol. 1, Milano: Mondadori 2003, p. 800.
(14). Pier Paolo Pasolini, Le ceneri di Gramsci, in Le poesie, cit., p. 815.
(15). Cfr. Pier Paolo Pasolini, Romanzi e racconti, 1946-1961, a cura di W. Siti e S. De Laude, Milano: Mondadori 2003, p. XIX.
(16). Secondo Franco Fortini, l’esigenza di «fraternità» è uno degli elementi «all’origine delle proteste contro la società dei consumi, eterodirezione e mondo repressivo degli adulti», Franco Fortini, Il dissenso e l’autorità, in Questioni di frontiera. Scritti di politica e letteratura 1965-1977, Torino: Einaudi 1977, p. 54.
(17). Pier Paolo Pasolini, Il mio Accattone in TV dopo il genocidio, «Corriere della Sera», 8 ottobre 1975, poi in Lettere luterane, Torino: Einaudi 1975, p. 155.
(18). Pier Paolo Pasolini, Il padre selvaggio, in Per il cinema, vol. 1, cit., p. 267.
(19). Ivi, p. 3052.
(20). Pier Paolo Pasolini, I dispetti, in Poesie e pagine ritrovate, cit., pp. 130-131.


Questo volume nasce dalla giornata di studio internazionale Fratello selvaggio: Pier Paolo Pasolini e i giovani tenutasi presso la Rocca dei Boiardo di Scandiano in data 9 giugno 2012. Desidero ringraziare il Sindaco del Comune di Scandiano, Alessio Mammi e l’Assessore alla Cultura, Giulia Iotti, per aver reso possibile questo evento, e Lorena Mammi dell’Ufficio Cultura per la preziosa assistenza logistica. Un ringraziamento speciale a Graziella Chiarcossi per aver acconsentito alla riproduzione del dipinto di Pasolini Autoritratto col fiore in bocca, conservato presso l’Archivio Contemporaneo del Gabinetto G. P. Vieusseux di Firenze. Questo volume non avrebbe visto la luce senza il generoso contributo di General Com Spa e Subeltek Energy Srl, che ringrazio sentitamente nelle persone di Luciano Panciroli e Lorenzo Bacci.



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