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Biografia, lavori in corso - a breve anche il 1974 e il 1975

giovedì 25 novembre 2021

Pier Paolo Pasolini, La Baronessa di Carini

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



La Baronessa di Carini

tratta da:
PIER PAOLO PASOLINI 
IL CANZONIERE ITALIANO
Antologia della poesia popolare
1955

Un volume che raccoglie oltre 800 testi di vario genere:  dai canti narrativi piemontesi alle «biojghe» romagnole, dalle «vilote» venete e friulane ai rispetti toscani, dalle «canzune» abruzzesi ai canti funebri calabresi, dai «mutos» sardi agli stornelli, agli strambotti, alle ninne nanne, fino ai canti popolari delle due guerre e alle canzoni fasciste e partigiane ecc... Nel volume troviamo anche un'ampia introduzione analitica fatta da Pier Paolo Pasolini e all'interno della quale, troviamo una analisi critica molto dettagliata dei versi di La Baronessa di Carini.

  • Il 2 giugno del 1956, sulle pagine del "Il Contemporaneo", rivista letteraria del Partito Comunista Italiano, a pagina 8, viene pubblicato un articolo di Vann' Antò intitolato "La Baronessa di Carini":  in sostanza una critica molto forte al volume "Il canzoniere italiano di Pasolini". 
 
  • Il 9 giugno del 1956, sempre dalle pagine de "Il Contemporaneo" nella rubrica Il caffè, appare un'articolo intitolato Maramaldi e Ferrucci che secondo Enno Siciliano, in Vita di Pier Paolo Pasolini, è attribuibile a Carlo Salinari. Questo scritto è una critica molto forte a Pier Paolo Pasolini.

  • Il 16 giugno 1956,  sempre dalle pagine de "Il Contemporaneo" nella rubrica Lettere al direttore, pagina 4, troviamo un articolo firmato Vincenzo Talarico dal titolo "Dialetti meridionali. In questo scritto, il Talarico, riprende e ripropone le critiche già fatte da Vann' Antò.

  • 1l 23 giugno,  sempre dalle pagine de "Il Contemporaneo" nella rubrica Lettere al direttore, pagina 4, troviamo un articolo firmato Pier Paolo Pasolini. Si tratta di una risposta molto ben articolata a Vann' Antò, a Vincenzo Talarico e a "Il Contemporaneo" dal titolo "La poesia contemporanea". Un sagggio che viene riproposto oggi anche in "Saggi sulla letteratura e sull'arte" a cura di Walter Siti. 

  • Il 30 giugno del,  sempre dalle pagine de "Il Contemporaneo", a pagina 8 con il titolo "La poesia e il dialetto", troviamo una lettera di Italo Calvino inviata al direttore della rivista, una lettera di Pier Paolo Pasolini e la risposta di Carlo Salinari. Un'intera pagina della rivista dedicata ad una polemica che appare da subito strumentale e che riprende quella già mossa contro Pasolini, da Carlo Salinari sulla rivista Il Contemporaneo, il 9 luglio del 1955, in occasione della partecipazione del romanzo di Pasolini, Ragazzi di vita, al premio Strega. 

  • Ma la polemica non si ferma ancora, il 14 luglio 1956, sempre dalle pagine de "Il Contemporaneo" nella rubrica Lettere al direttore, pagina 4,  Vann' Antò replica con uno scritto dal titolo Le "inerzie".

La strumentale natura di questa vicenda va inquadrata all'interno di una polemica più ampia che si trascina da tempo, come già detto. Nel numero di "Officina" dell'aprile del 1956, Pasolini critica quelli del " Contemporaneo" (Salinari e Trombadori) con un articolo di sei pagine " Bozzetti e scherme. La Posizione" , "cioè all'atteggiamento critico ingenuo dei comunisti che fondano la loro nozione grezza di realismo su quello che Lukacs ha definito «prospettivismo»." A novembre del 1956, sulle pagine di "Officina", Pasolini pubblica dei versi intitolati " Una Polemica in versi", una forte critica ai dirigenti comunisti - Immediata la risposta di Salinari e Trombadori...

A corredo di questa "polemica", troviamo anche della corrispondenza (lettere) che  rendono meglio l'idea dell'accaduto:
  • 1 marzo 1956, lettera di Italo Calvino a Pier Paolo Pasolini
  • 6 marzo 1956, lettera di Pier Poalo Pasolini a Italo Calvino
  • 2 giugno 1956, lettera di Pier Paolo Pasolini a Franco Fortini
  • 7 giugno 1956, lettera di Pier Paolo Pasolini a Trombadori 

Pubblicheremo su questo blog tutti gli articoli e le lettere sopra citate, per ricostruire in modo chiaro l'accaduto...

Iniziamo questo post con "Fenesta ca lucive" perchè questa canzone la ritroviamo prima nel film Accattone e successivamente, nei film  Il Decameron e I racconti di Canterbury di Pier Paolo Pasolini.
Fenesta ca lucive è una canzone napoletana del 1842, circa - pare che sia attribuita per i testi a Giulio Genoino e per la musica a Vincenzo Bellini. La canzone è tratta dalla tradizione orale napoletana e, sembra, ispirata alla storia della Baronessa di Carini.



Fenesta ca lucive e mo nun luce...
sign'è ca nénna mia stace malata...
S'affaccia la surella e che me dice?
Nennélla toja è morta e s'è atterrata... 
Chiagneva sempe ca durmeva sola,
mo dorme co' li muorte accompagnata...

"Cara sorella mia, che me dicite?
Cara sorella mia che me contate?"
"Guarde 'ncielo si nun me credite.
Purzi' li stelle stanno appassiunate.
E' morta nenna vosta, ah, si chiagnite,
Ca quanto v'aggio ditto e' beritate!"

"Jate a la Chiesia e la vedite pure,
Aprite lo tavuto e che trovate?
Da chella vocca ca n'ascéano sciure,
mo n'esceno li vierme...Oh! che piatate!
Zi' parrocchiano mio, ábbece cura:
na lampa sempe tienece allummata..."

Ah! nenna mia, si' morta, puvurella!
Chill'uocchie chiuse nun l'arape maje!
Ma ancora all'uocchie mieje tu para bella
Ca sempe t'aggio amata e mmo cchiu' assaje
Potesse a lo mmacaro mori' priesto
E m'atterrasse a lato a tte, nennella!

Addio fenesta, rèstate 'nzerrata
ca nénna mia mo nun se pò affacciare...
Io cchiù nun passarraggio pe' 'sta strata:
vaco a lo camposanto a passíare!
'Nzino a lo juorno ca la morte 'ngrata,
mme face nénna mia ire a trovare!...

Traduzione

Finestra che luccicavi e ora non luccichi,
è segno che l’amore mio è malata.
Si affaccia la sorella e me lo dice:
"L’amore tuo è morta ed è stata seppellita".
Piangeva sempre perchè dormiva sola,
ora dorme in compagnia dei morti.
Vai nella chiesa, e scopri la bara:
vedi com'è ritornata l’amore tuo.
Da quella bocca da cui uscivano fiori,
ora ne escono vermi.. Oh, che pietà.
Sacerdote mio, abbine cura,
una candela tienile sempre accesa.
Addio finestra, restate chiusa
che ora l’amore mio non si può affacciare.
Io non passerò più per questa strada.
Vado al cimitero a passeggiare.
Fino al giorno che la morte ingrata,
mi farà l’amore mio andare a trovare.



LA BARONESSA DI CARINI

 
Chianci Palermu, chianci Siragusa,
Carini cc’è lu luttu ad ogni casa;
Cu’ la purtau sta nova dulurusa
Mai paci pozz’aviri a la sò casa.
Haju la menti mia tanta cunfusa,
Lu cori abbunna, lu sangu stravasa;
Vurria ’na canzunedda rispittusa,
Chiancissi la culonna a la mè casa;
La megghiu stidda chi rideva ’n celu,
Arma senza cappottu e senza velu;
La megghiu stidda di li Sarafini,
Povira Barunissa di Carini!
Ucchiuzzi fini di vermi manciati,
Ca sutta terra vurvicati siti,
D’amici e di parenti abbannunati,
Di lu mè amuri parrati e diciti.
Pinsati ad idda, e cchiù nun la turbati,
Ca un jornu com’è idda cci sariti;
Limosina faciti e caritati,
Ca un jornu avanti vi la truviriti.

Piange Palermo, piange Siracusa, a Carini c’è lutto in ogni casa; chi portò questa nuova dolorosa, non possa aver mai pace nella sua casa. La mia mente è tanto confusa, il cuore si gonfia, il sangue trabocca: vorrei una canzonetta rispettosa, che piangesse la colonna nella mia casa; la meglio stella che rideva nel cielo, anima senza vesti e senza veli, la meglio stella dei Serafini, povera Baronessa di Carini!
Gentili occhietti mangiati dai vermi, che siete sepolti sotto terra, da amici e da parenti abbandonati, del mio amore parlate e raccontate. Pensate a lei, e più non la turbate, ché un giorno sarete come lei: elemosina fate e carità, ché un giorno innanzi ve la troverete…

Ciumi, muntagni, arvuli, chianciti;
Suli cu Luna, cchiù nun affacciati;
La bella Barunissa chi pirditi
Vi li dava li räj ’nnamurati:
Acidduzzi di l’aria, chi vuliti?
La vostra gioja ’nùtuli circati:
Varcuzzi, chi a sti praj lenti viniti,
Li viliddi spincìtili alluttati!
Ed alluttati cu li lutti scuri,
Cà morsi la Signura di l’amuri!
Amuri, amuri, chiànciti la sditta.
Ddu gran curuzzu cchiù nun t’arrisetta;
Dd’ucchiuzzi, dda vuccuzza biniditta,
Oh Ddiu! ca mancu l’ùmmira nni resta!
Ma cc’è lu sangu chi grida vinnitta
Russu a lu mura, e vinnitta nn’aspetta!
E cc’è Cu’ veni su pedi di chiummu,
Chiddu chi sulu cuverna lu munnu;
E cc’è Cu’ veni cu lentu caminu,
Ti junci sempri, arma di Cainu!

Fiumi, montagne, alberi, piangete; Sole e Luna, non v’affacciate più; la bella Baronessa ch’avete perduto, ve li dava i raggi innamorati! Uccelletti dell’aria, che volete? La vostra gioia invano cercate: barchette, che lente venite a queste spiagge, alzate abbrunate le piccole vele! E abbrunate con il lutto oscuro, ché morì la Signora dell’amore.
Amore, amore, piangi la disdetta! Del gran cuoricino più non ti adorni. Degli occhietti, della boccuccia benedetta, oh Dio, più nemmeno l’ombra resta!
Ma c’è il sangue che grida vendetta, rosso sul muro, e vendetta ci attende!
E c’è Chi viene su piedi di fumo, quello che solo il mondo governa, e c’è Chi viene con lento cammino, e sempre ti raggiunge, anima di Caino!

Vicinu a lu Casteddu di Carini
Girìa di longu un bellu Cavaleri,
Lu Vernagallu di sangu gintili,
Chi di la giuvintù l’onuri teni;
Girìa comu l’apuzza di l’aprili
’Ntunnu a li ciuri a sùrbiri lu meli;
Di comu annarba finu a ’ntrabbuniri
Sempri di vista li finestri teni:
Ed ora pri lu chiami vi cumpari
Supra d’un baju, chi vola senz’ali;
Ora dintra la chiesa lu truvati,
Chi sfaiddìa cu l’occhi ’nnamurati;
Ora di notti cu lu minnulinu
Sintiti la sò vuci a lu jardinu.
Lu gigghiu finu, chi l’oduri spanni
Ammugghiateddu a li so’ stissi frunni,
Voli cansari l’amurusi affanni
E a tutti sti primuri nun rispunni:
Ma dintra adduma di putenti ciammi,
Va strasinnata, e tutta si cunfunni;
E sempri chi lu sènziu cci smacedda,
Ch’havi davanti ’na figura bedda;
E sempri chi lu sènziu cci macina,
E dici: «Comu arreggi, Catarina?»
E sempri chi lu sènziu ’un ha valuri,
Cà tutti cosi domina l’Amuri.

Vicino al Castello di Carini, girava alla lontana un bel Cavaliere, il Vernagallo di sangue gentile, che tiene la palma della gioventù; girava come l’ape dell’Aprile intorno al fiore a sorbire il miele: dal primo albore fino all’imbrunire, tiene sempre di vista le finestre… Ed ora per il piano egli compare, sopra un baio che vola senza ali; ora dentro la chiesa lo trovate, che sfavilla con gli occhi innamorati; ora di notte con il mandolino, sentite nel giardino la sua voce.
Il fine Giglio, che il profumo spande, tutto ravvolto nelle sue stesse fronde, vuol fuggire gli affanni amorosi, e a tutte queste premure non risponde: ma dentro brucia di fiamme potenti, va dissennata, e tutta si confonde; e sempre il senno si tortura, ché ha davanti un’immagine bella, e sempre il senno si tortura, e dice: «Come resisti, Caterina?», e sempre il senno perde la sua forza, ché ogni cosa domina l’Amore…

Stu ciuriddu nascìu cu l’àutri ciuri,
Spampinava di marzu a pocu a pocu;
Aprili e maju nni gudìu l’oduri,
Cu lu Suli di giugnu pigghiau focu:
E di tutt’uri stu gran focu adduma,
Adduma di tutt’uri e nun cunsuma;
Stu gran focu a du’ cori duna vita,
Li tira appressu comu calamita.
Chi vita duci, ca nudda la vinci,
Gudìrila a lu culmu di la rota!
Lu Suli di lu celu passa e ’mpinci,
Li räj a li du’ amanti fannu rota;
’Na catinedda li curuzzi strinci,
Bàttinu tuttidui supra ’na nota;
E la filicità chi li dipinci
Attornu attornu di ora e di rosa.
Ma l’oru fa la ’nvidia di centu,
La rosa è bella e frisca pr’un mumentu;
L’oru, a stu munnu, è ’na scuma di mari,
Sicca la rosa e spampinata cari.
Lu Baruni di càccia avia turnatu:
«Mi sentu straccu, vògghiu ripusari.»
Quannu a la porta si cci ha prisintatu
Un munacheddu, e cci voli parrari.

Questo fiorellino nacque con gli altri fiori, di marzo sbocciava piano piano, aprile e maggio ne godettero l’odore, con il sole di giugno prese fuoco. E in ogni ora questo gran fuoco brucia, brucia in ogni ora e non consuma; questo gran fuoco a due cuori dona vita, come una calamita li trascina.
Che dolce vita – che nessuna la vince – goderla sul colmo della ruota! Il sole del cielo passa e si riposa, i raggi ai due amanti fan corona; una catenina stringe i due cuori, battono tutt’e due sopra una nota: e la felicità che li dipinge intorno intorno di oro e di rosa… Ma l’oro fa invidia a tanta gente, e la rosa è fresca e bella per un momento: l’oro, a questo mondo, è una schiuma di mare, la rosa secca ed avvizzita cade!
Il Barone era tornato dalla caccia: «Mi sento stanco, mi voglio riposare». Quando alla porta gli s’è presentato un fraticello, che gli volle parlare.
 
Tutta la notti ’nsèmmula hannu statu;
La cunfidenza, longa l’hannu a fari.
Gesù-Maria! chi àriu ’nfuscatu!
Chistu di la timpesta è lu signali…
Lu munacheddu nisceva e ridìa,
E lu Baruni susu sdillinìa:
Di nùvuli la Luna s’ammugghiau,
Lu jacobbu cucula e sbulazzau.
Afferra lu Baruni spata ed ermu:
«Vola, cavaddu, fora di Palermu!
Prestu, fidili, binchì notti sia,
Viniti a la mè spadda ’n cumpagnia.»
’Ncarnatedda calava la chiarìa
Supra la schina d’Ustrica a lu mari;
La rinninedda vola e ciuciulìa,
E s’àusa pri lu Suli salutari;
Ma lu spriveri cci rumpi la via,
L’ugnidda si li voli pilliccari!
Timida a lui sò nidu s’agnunìa,
A mala pena ca si pò sarvari:
E d’affacciari nun azzarda tantu,
E cchiù nun pensa a lu filici cantu.
Simili scanto e simili tirruri
Appi la Barunissa di Carini:
Era affacciata nni lu sò barcuni
Chi si pigghiava li spassi e piaciri;
L’occhi a lu celu e la menti a l’Amuri
Termini ’stremu di li sò disij.

Tutta la notte insieme sono stati: una lunga confidenza avevan da fare. Gesù Maria, che aria ottenebrata! Questo della tempesta è il segnale… Il fraticello usciva e rideva, e il Barone di sopra delirava: di nuvole la luna si ravvolse, svolazzò cantando l’assiuolo. Afferra il Barone spada ed elmo: «Vola, cavallo, fuori di Palermo! Presto, fedeli, benché sia notte, venite in compagnia con la mia spada».
Incarnata moriva la luce sopra la schiena d’Ustica sul mare; la rondinella vola e cinguetta, e s’alza in alto a salutare il sole: ma lo sparviero le taglia la strada, i suoi artigli se li vuol leccare! Timida nel nido essa si nasconde, e a mala pena riesce a salvarsi: e d’affacciarsi non s’azzarda tanto, e al felice canto ormai non pensa più.
Simile spavento e simile terrore ha la Baronessa di Carini: al suo balcone se ne stava affacciata, per pigliarsi spasso e piacere, gli occhi al cielo e il pensiero all’amore, supremo scopo dei suoi desideri.
 
«Viju viniri ’na cavallaria;
Chistu è mè patri chi veni pri mia!
Viju viniri ’na cavallarizza;
Forsi è mè patri chi mi veni a ’mmazza.»
«Signuri patri, chi vinistu a fari?»
«Signura figghia, vi vegnu a ’mmazzari.»
«Signuri patri, accurdàtimi un pocu
Quantu mi chiamu lu mè confissuri.»
«Havi tant’anni chi la pigghi a jocu,
Ed ora vai circannu cunfissuri?!
Chista ’un è ura di cunfissioni
E manco di riciviri Signuri.»
E comu dici st’amari palori,
Tira la spata e càssacci lu cori.
«Tira, cumpagnu miu, nun la garrari
L’appressu corpu chi cci hai di tirari!»
Lu primu corpu la donna cadìu,
L’appressu corpu la donna murìu,
Lu primu corpu l’appi ’ntra li rini,
L’appressu cci spaccau curuzzu e vini!

«Vedo venire una cavalleria: questo è mio padre che viene per me! Vedo venire una cavalcata: forse è mio padre che viene e mi ammazza!»
«Signor padre, che veniste a fare?» «Signora figlia, ti vengo a ammazzare». «Signor padre, datemi un po’ di tempo, che possa chiamare il mio confessore». «Sono tanti anni che la prendi alla leggera, e adesso vai cercando un confessore? Questa non è ora di confessione, e neanche di ricevere il Signore!» E come dice queste amare parole, vibra la spada e le spacca il cuore. «Vibra, compagno mio, non lo sbagliare, il colpo appresso che hai da vibrare!» Al primo colpo la donna cadette, al colpo appresso la donna morì. Il primo colpo l’ebbe tra le reni, il colpo appresso le spaccò cuore e vene.

Curriti tutti, genti di Carini,
Ora ch’è morta la vostra Signura,
Mortu lu gigghiu chi ciurìu a Carini,
Nn’havi curpanza un cani tradituri!
Curriti tutti, monaci e parrini,
Purtativilla ’nsemi ’n sepurtura;
Curriti tutti, pirsuneddi boni,
Purtativilla in gran priccisioni;
Curriti tutti cu ’na tuvagghiedda
E cci stujati la facciuzza bedda;
Curriti tutti cu ’na tuvagghiola
E cci stujati la facciuzza azzola!
La nova allura a lu Palazzu jiu:
La nunna cadìu ’n terra e strangusciau,
Li sò suruzzi capiddi ’un avìanu,
La sò matruzza di l’occhi annurvau.
Siccaru li garofari e li grasti,
Sùlitu ch’arristaru li finestri;
Lu gaddu chi cantava ’un canta cchiui,
Va sbattennu l’aluzzi e si nni fuj.
A dui, a tri s’arrotanu le genti;
Fannu cuncùmiu cu pettu trimanti;
Pri la citati un lapuni si senti
Ammiscatu di rùccuh e di chianti:
«Chi mala morti! Chi morti dulenti!
Luntana di la matri e di l’amanti!»

Correte tutti, gente di Carini, ora che è morta la vostra Signora, morto il giglio che fiorì a Carini, e ne ha la colpa un cane traditore! Correte tutti, monaci e preti, portatela insieme alla sepoltura; correte tutti, o persone pie, portatela in grande processione; correte tutti con una tovaglina e le asciugate la faccina bella, correte tutti con una tovaglietta, e le asciugate la faccia azzurrina!
La nuova allora arrivò al Palazzo: la nonna in deliquio cadde a terra, le sorelline non avevano capelli da strapparsi, alla madre gli occhi s’oscurarono. Si seccarono i garofani ed i testi, come le finestre furono serrate; il gallo che cantava non canta più, ma fugge via sbattendo le ali.
A due, a tre s’incontrano le persone, fanno treppio col petto tremante: per la città si sente un ronzio, misto di pianti e di lamenti: «Che mala morte! Che morte dolente! Lontana dalla madre e dall’amante!»
 
L’hannu urvicatu di notti a lu scuru;
Lu beccamortu si spantava puru!
«Poviru amuri! quantu mi sa forti,
Morta ’nnuccenti, urvicata di notti!
Eu nun ti potti di duri parari.
Eu nun a vitti cchiù la tò fazzumi;
Mi nesci l’arma, nun pozzu ciatari
Supra la tò balata addinucchiuni.
Poviru ’ncegnu miu, mèttiti l’ali,
Dipincimi stu niuru duluri;
Pri li me’ larmi scriviri e nutari
Vurria la menti di re Salamuni.
E comu Salamuni la vurria,
Ca a funnu mi purtau la Sorti mia;
La mè varcuzza fora portu resta
Senza pilotu ’mmenzu la timpesta;
La mè varcuzza resta fora portu,
La vila rutta e lu pilota mortu.»
Oh chi scunfortu pri dd’arma ’nfilici
Quann’ ’un si vitti di nuddu ajutari!
Abbauttuta circava l’amici,
Di sala in sala si vulia sarvari:
Gridava forti: «Ajutu, Carinisi!
Ajutu, ajutu, mi voli scannari!»
Dissi arraggiata: «Cani Carinisi!»
L’ultima vuci chi putissi fari.

L’hanno sepolta di notte al buio, il becchino tremava a stare solo! «Povero amore! quanto mi addolora! Morta innocente e di notte sepolta!
Non ho potuto coprirti di fiori, le tue fattezze non l’ho più vedute: mi esce l’anima, non posso fiatare, in ginocchioni sopra la tua pietra. Povero ingegno mio, mettiti l’ali, dipingi questo nero mio dolore: per poter scrivere e notare le mie lacrime, vorrei la mente di Re Salomone! E come Salomone la vorrei, ché la mia sorte mi portò nel fondo, la mia barchetta fuori porto resta, senza pilota in mezzo alla tempesta; la mia barchetta resta fuori porto, la vela rotta e il pilota morto».
Oh che sconforto per l’anima infelice, quando non si vide da nessuno aiutata! Sbigottita gli amici cercava, di sala in sala correva per salvarsi. Gridava forte. «Aiuto, Carinesi! Aiuto, aiuto, mi vuole scannare!» Disse infuriata: «Cani Carinesi!», l’ultima voce che potesse fare.
 
L’ultima vuci cu l’ultimu ciatu,
Ca già lu sò curuzzu è trapassatu;
L’ultima vuci e l’ultimu duluri,
Ca già persi lu sangu e lu culuri.
Tutta Cicìlia s’ha misu a rumuri,
Stu casu pri lu Regnu batti l’ali;
’Na vôta quannu vidi a Don Asturi:
«Stu corpu ’n pettu cu’ cci l’havi a dari?»
Iddu, ca l’assicuta lu Baruni,
A Lattarini s’ha jutu a sarvari:
Filìa di notti, e l’occhi a lu barcuni…
Cci vinni lu silenziu ad abitari!
«Cci vinni lu silenziu scurusu,
E lu mè cori va com’ un marusu;
Cci vinni lu silenziu e la scurìa,
Com’ un marusu va lu cori a mia.
Su’ chiusi li finiestri, amara mia!
Dunni affacciava la mè Ddia adurata;
Cchiù nun s’affaccia no comu sulia,
Vol diri chi ’ntra lu letta è malata.
’Ffaccia sò mamma e dici: – Amaru a tia!
La bella chi tu cerchi è suttirrata! –
Sipultura, chi attassi, oh sipultura,
Comu attassasti tu la mè pirsuna!

L’ultima voce con l’ultimo fiato, ché già il suo cuoricino è trapassato; l’ultima voce e l’ultimo dolore, ché ha già perso il sangue e il colore.
Tutta Sicilia s’è messa a rumore, il Caso per il Regno batte l’ali. Una volta quando vede Don Asturi: «Questo colpo nel petto chi gliel’ha da dare?» Egli, che è inseguito dal Barone, a Lattarini è andato a salvarsi. Girava di notte, gli occhi al balcone, dove il silenzio è venuto ad abitare. «C’è venuto il silenzio oscuro, e il mio cuore va come un maroso; c’è venuto il silenzio con il buio, come un maroso ci va il cuore mio.
Son chiuse le finestre, o me infelice, dove s’affacciava la mia Dea adorata; più non s’affaccia come soleva, vuol dire che nel suo letto sta ammalata. S’affaccia sua mamma e dice: ‘Ah infelice, la bella che tu cerchi è sotterrata’. Sepoltura, che tu rovinassi, oh sepoltura, come hai rovinato la mia persona!
 
Vaju di notti comu va la Luna,
Vaju circannu la galanti mia;
Pri strata mi scuntrau la Morti scura,
Senz’occhi e vucca parrava e vidia,
E mi dissi: – Unni vai, bella figura? –
– Cercu a cu’ tantu beni mi vulia,
Vaju circannu la mè ’nnamurata.
– Nun la circari cchiù, ch’è suttirrata!
E si nun cridi a mia, bella figura,
Vattinni a la Matrici a la Biata,
Spinci la cciàppa di la sepultura,
Ddà la trovi di vermi arrusicata;
Lu surci si manciau la bella gula,
Dunni luceva la bella cinnaca;
Lu surci si manciau li nichi mani,
Dd’ucchiuzzi nìuri ca nun cc’era aguali. –
’Nsignatimi unni su’ li sagristani
E di la chiesa aprissiru li porti;
Oh Ddiu chi mi dàssiru li chiavi,
O cu li manu scassirìa li porti!
Vinissi l’Avicàriu ginirali,
Quantu cci cuntu la mè ’ngrata sorti;
Ca vogghiu la mè Ddia risuscitali
Ca nun è digna stari cu li morti.

Vado di notte come va la luna, vado cercando la mia innamorata. Per la strada incontrai la Morte oscura, senz’occhi e bocca parlava e vedeva, e mi disse: ‘Dove vai, bella figura? ’ ‘Cerco chi tanto bene mi voleva, vado cercando la mia innamorata’. ‘Non la cercar più, ch’è sotterrata. E se non credi a me, bella figura, vattene alla Matrici a la Biata, alza la pietra della sepoltura, e lì la trovi dai vermi rosicchiata; si mangiano i sorci la bella gola, dove luceva la bella collana; si mangiano i sorci le mani gentili, gli occhi neri che uguali non ce n’era.’
Insegnatemi dove sono i sagrestani, che mi aprano le porte della chiesa. Oh Dio, che mi diano le chiavi, o con le mani scasserò le porte! Che venga il Vicario generale, che gli racconto la mia sorte ingrata: voglio risuscitare la mia Dea, che non è degna di stare con la morte.
 
O mala Sorti, chi mi sapi dura,
Mancu vidiri la mè ’manti amata!
Sagristanu, ti preju un quartu d’ura,
Quantu cci calli ’na tòrcia addumata;
Sagristaneddu, tenimilla a cura,
Nun cci lassari la lampada astutata,
Ca si spagnava di dòrmiri sula
Ed ora è di li morti accumpagnata!
Mèttici ’na balata marmurina
Cu quattru ancileddi, unu pri cima;
E tutti quattru ’na curuna tennu,
L’occhi a lu Celu e pregami chiancennu;
E a littri d’oru cci vogghiu nutata
La storia di sta morti dispirata.»
Comu la frasca a li venti purtata
Java sbattennu pri li rampi rampi:
– Caru patruni, mutati cuntrata,
Cà li livreri l’avemu a li cianchi. –
–’Ntra ciànnachi e sdiruppi la mè strata,
E già li gammi su’ laciri e stanchi. –
– Caru patruni, la vista è canciata,
Annuricaru li nuvuli bianchi. –
– Accussì lu mè cori annuricau,
E lu valuri sò l’abbannunau;
E lu distinu chi mi càccia arrassu
Chiudìu lu virdi di la spranza mia,
E amuri ancora m’ardi e mi pinìa!
Diavulu, ti preju in curtisia,
Fammi ’na grazia, ca ti la dumannu,
Fammi parrari cu l’amanti mia,
Ddoppu a lu ’nfernu mi restu cantannu. –

O mala sorte, come mi sembri dura, non rivedere neanche la mia amante amata! Sagrestano, ti prego un quarto d’ora, che ci calo una torcia illuminata; sagrestanino, abbine tu cura, non ci lasciare la lampada spenta, che aveva paura di dormire sola, e adesso è dai morti accompagnata. E mettici una lapide di marmo, con quattro angioletti, uno per cima; e tutti quanti hanno una corona, gli occhi al cielo e pregano piangendo; e a lettere d’oro ci vogliono segnata, la storia di questa morte disperata».
Come la frasca portata dai venti, andava sbattendo per erte ed erte. ‘Caro padrone prendete altra strada, ché i levrieri già ci sono ai fianchi’. ‘Tra burroni e dirupi è la mia strada, e già le gambe son lacere e stanche’. ‘Caro padrone, la vista è mutata, sono annerite le nuvole bianche’. ‘Così il mio cuore si è annerito, e l’ha abbandonato il suo valore; e il destino che mi caccia di lontano, spense il verde della speranza mia, e amore ancora arde e mi dà pena. Diavolo, ti prego in cortesia, fammi la grazia ch’io ti domando, fammi parlare con l’amante mia, e poi all’inferno ci resto cantando’.
 
Lu Serpi, chi passava e mi sentìa:
– Cavàrcami, ca sugnu a tò cumannu. –
Hâmu spiruto pri ’na scura via,
Nn sàcciu diri lu unni e lu quannu.
Jivi a lu ’nfernu, o mai cci avissi statu!
Quant’era chinu, mancu cci capìa!
E trovu a Giuda a ’na sèggia assittatu
Cu ün libru a li manu chi liggìa;
Era dintra un quadaru assai ’nfucato
E li carnuzzi fini s’arrustìa!
Quannu mi vitti la manu ha allungatu
E cu la facci cera mi facìa…
Eu cci haju ditto: – Lu tempu nun manca,
Ca senza la limosina ’un si campa;
Aspetta tempu, ca rota è lu munnu,
Sicca lu mari ed assurgi lu funnu… –
Ma ’ntunnu ’ntonnu lu focu è addumatu,
E ’mmenzu la mè amanti chi pinìa;
E nun cci abbasta ca mina lu ciato
E di cuntinu mazzamariddìa.

Il Serpe che passava e mi sentiva: ‘Cavalcami, che sono ai tuoi comandi’. Siamo scomparsi per una strada oscura, io non so dire né dove né quando.
Andai all’inferno, e mai ci fossi stato! Come era pieno, neanche mi conteneva! E trovo Giuda su una sedia seduto, con un libro tra le mani che leggeva. Era dentro una caldaia infuocata, e il corpicino gli s’arrostiva! Quando mi vide allungò la mano, e rivolgeva a me il suo viso… E io gli ho detto: ‘Il tempo non manca, ché senza elemosina non si campa: aspetta tempo, ché una ruota è il mondo, si secca il mare ed affiora il fondo’.
Ma intorno intorno il fuoco divampa, e in mezzo la mia amante che penava; e non le serve sfiatarsi a soffiare, come fa un turbine, senza mai posa.
 
– Chisti su’ peni chi patu pri tia; –
Idda mi dissi: – Cori scihratu,
Tannu la porta l’avissi firmatu,
Quannu ti dissi: Trasi, armuzza mia! –
Ed eu rispusi: – S’ ’un t’avissi amatu,
Mortu nun fôra lu munnu pri mia!
Apri stu pettu e cci trovi stampatu
Lu bellu nnomi di Titidda mia! –»
. . . . . . . . . . .
Li guai sunnu assai, lu tempu è curtu;
Chi cci dimuri? Votati cu Cristu:
Li sònnura, ca scropinu lu tuttu,
Lu zoccu havi a succedili hannu dittu.
Lu beddu Vernagallu, com’è struttu!
A ’na gnuni di crèsia l’haju vistu.
L’haju visto cu ’na tònaca ’nfilici,
Ca scippa l’arma li cosi chi dici:
Sèntiri si lu voi lu sò lamentu,
Afflitto cori, ca nun havi abbentu.
Lu sò lamento si lu vô sintiri,
Afflittu cori, cu’ lu pò suffriri?
«Mi nni voggh’jiri a ddabbanna un disertu,
Erva manciari comu l’animali,
Spini puncenti fàrimi lu lettu,
Li petri di la via pri capizzali;
Pigghiu ’na cuti e mi battu lu pettu
Fina chi l’occhi mia fannu funtani;
E di piatati du’ fontani sunnu
E m’abbrazza lu Patri di lu munnu;
E di piatati sunnu du’ ciumari
E lu Celu m’avissi a pirdunari.

‘Queste son pene che soffro per te – ella mi disse – cuore scellerato, ah se la porta io l’avessi chiusa, quando ti dissi: passa, anima mia! ’ Ed io risposi: ‘S’io non t’avessi amato, per me il mondo non sarebbe morto! Apri questo petto e ci trovi stampato il bel nome di Caterina mia!’»
… Molti sono i mali, il tempo è breve: che cosa aspetti? Volgiti a Cristo: i sogni, che scoprono ogni cosa, ciò che deve succedere hanno detto. Il bel Vernagallo com’è distrutto! Al cantone d’una chiesa l’ho veduto. L’ho veduto con una tonaca infelice, e strappano l’anima le cose che dice. Se lo vuoi sentire il suo lamento, afflitto cuore, non avrai riposo. Se il suo lamento vuoi sentire, afflitto cuore, lo potrai sopportare?
«Me ne voglio andare in mezzo a un deserto, mangiare erba come gli animali, di spini pungenti fare il mio letto, le pietre della strada per cuscino: piglio una cote e mi batto il petto, fino che gli occhi miei sono fontane. E di pietà due fontane sono, e mi abbraccia il Padre del mondo: e di pietà sono due fiumare, e m’avesse il Cielo a perdonare!

Cu beni e mali lu Celu nn’arriva,
Di tutt’uri nn’angustia e nni cunsola:
Un’umbra ceca, nè morta nè viva,
L’afflitta mamma la canùsciu ancora!
Passanu l’uri, e sempri chi suspira,
Cchiù nun guttìa, cchiù nun ha palora;
Accanto d’idda si lamenta e grida
Donna Maria cu Donna Linora:
– O soru, ca pri vu’ ’un cci fôru missi,
Mancu cci fôru li sollenni offizii!
O soru, ca pri vu’ nuddu ha vinutu!
Mancu la manta supra lu tabbutu! –
Casteddu, ca lu nnomu l’ha’ pirdutu,
Ti viju d’arrassu e fuju spavintatu;
Si’ misu a lista di capu-sbannutu
Ca cci venu li spirdi e si’ muratu!
Chiancinu li to’ mura e fannu vutu,
Chianci e fa vutu ddu Turcu spiatatu!
Du Turcu spiatatu ’un dormi un’ura,
E gastima lu Celu e la natura:
– Apriti, Celu, ed agghiuttimi, terra:
Fulmini chi m’abbampa e chi m’atterra!
Scippàtimi stu cori di lu pettu,
Cutiddata di notti ’ntra lu lettu! –»

Col bene e il male il Cielo ci raggiunge, di continuo ci angustia e ci consola; un’ombra cieca, né morta né viva, l’afflitta madre ancora la conosco. Passano l’ore, e lei sempre sospira, più non ha lacrime, più non ha parole: accanto ad essa si lamenta e grida Donna Maria con Donna Leonora: ‘O sorella, che per te non ci furon Messe, e non ci furono manco i Solenni Uffizi! O sorella, che per te nessuno è venuto! Neppure le coperte sulla bara!’
Castello, che hai perduto il nome tuo, ti vedo di lontano e fuggo spaventato: sei messo al bando, che ci vengono gli spiriti e sei murato… piangono le tue mura e fanno voto, piange e fa voto quel Turco spietato. Il Turco spietato non dorme un’ora, e bestemmia il cielo e la natura: Apriti cielo, e inghiottimi, terra, fulmine che mi brucia e che mi abbatte! Strappate dal petto questo cuore, coltellata di notte dentro il letto!’»

Cu lu suspettu ’ntra l’occhi scasati,
Tampasiannu pri li morti rua,
Senti la notti cu l’ali agghilati
Ca dici – È a funnu la spiranza tua! –
Senti attornu li spiriti dannati
Cu li balletti e li scàccani sua.
E va e torna, e riposu nun trova,
Cà lu sò lettu è di spini e di chiova;
E va e torna, e lu caccia un lamentu
Chi va dicennu: – Turmentu! turmentu! –
L’abbattimentu all’ultimu lu junci,
Lu stissu sonnu l’abbrazza e l’abbinci,
Ma la sò fantasia turmenta e punci
Cu l’umbri e li fantàsimi chi pinci
Comu la negghia chi la negghia agghiunci,
E curri e vola e un atumu nu’ ’mpinci.
Vèninu e vannu li filici jorna,
La cara giovintù chi cchiù nun torna;
Vèninu e vannu li smarrii ardenti
D’amuri e pompi e di cumanni putenti,
E veni poi di figghi ’na curuna…
E gira gira, è rota di fortuna.

Con il sospetto negli occhi sbarrati, come uno spettro per le strade morte, sente la notte con le ali agghiacciate, che dice: «È nel fondo la tua sorte!» Sente intorno gli spiriti dannati, con i loro balletti e i loro ghigni. E va e torna, e riposo non trova, ché il suo letto è di spini e di chiodi. E va e torna, e lancia un lamento che va dicendo: «Tormento, tormento!»
Alla fine lo prende la stanchezza, lo stesso sonno l’abbraccia e l’avvince, ma la sua fantasia lo tormenta e lo punge, con l’ombra e i fantasmi che dipinge, come la nebbia che la nebbia aggiunge, e corre e vola e un attimo non posa. Vengono e vanno i giorni felici, la cara gioventù che più non torna. Vengono e vanno le ardenti smanie d’amore e pompe e comandi potenti. E viene poi una corona di figli, e gira e gira, è ruota di fortuna…

«Casteddu, chi la titulu mi duna,
Tornu a gudiri lu tisoru ’miu,
La figghia chi fa invidia a la luna
Ca ognunu dici: A lu suli vincìu.»
E li càmmari cerni ad una ad una,
E sulu ch’arrispunni lu licchìu
Sulu arrispunni di tutti l’agnuna
Comu dicissi ca tuttu finìu.
«Ah, ca ’na granfa m’accupa lu cori…
Unn’è la figghia mia di lu mè cori?
Ah, ca ’na granfa lu cori m’accupa…
Unn’è la figghia mia ch’era ccà supra?
Chist’aria muta li sensi m’attira…
Dicimi, vecchia, e levami di pena,
’Nsìgnami di truvari a Catarina,
Ca di li beddi porta la bannera.»
Dda stria giarna, ca nun pari viva,
Stenni la manu ca tutta cci trema,
E a chidda sala chi cc’era vicina
Ci fici ’nsinga di mala manera.
Vola, Baruni, la figghia è truvata,
Sutta la bianca cutra è cummigghiata;
Vola, Baruni, vidi la tò figghia,
Forsi chi dormi sutta la cutrigghia.

«Castello, che il titolo mi doni, torno a godere il tesoro mio, la figlia che fa invidia alla luna, e che fa dire: Ha vinto il sole». E le camere esplora a una a una, e gli risponde solamente l’eco, gli rispondono solo i cantoni come per dire che tutto è finito. «Ah, che una morsa mi opprime il cuore… Dov’è la figlia mia del mio cuore? Ah, che una morsa il cuore mi opprime… Dov’è la figlia mia ch’era qui dentro?
Quest’aria muta i sensi mi attira… Dimmi, o vecchia, e toglimi di pena, insegnami a trovare Caterina, che delle belle porta la bandiera». La vecchia serva, che non pare viva, stende la mano che le trema tutta, e a quella stanza ch’era vicino, gli fece un segno di mala maniera.
Vola, Barone, la figlia è trovata, dalla bianca coltre è ricoperta. Vola Barone, guarda la tua figlia, che forse dorme sotto la coltrina.

Pigghia ’na punta e dici: – Catarina! –
E lu stissu silenziu ’un cci arrispunni;
Trasi la manu, e russa la ritira,
L’occhi scasati e tuttu si cunfunni…
Sangu fumanti, chi la vència grida,
Adduma, chi la vència ti rispunni;
Ardi lu vrazzu, cunsumi la vina
E ’ntra lu nìuru cori ti sprofunni!
E ccä spirìu lu sonnu di duluri,
Lu sonnu funerali a lu Baruni.
L’ira fa scava la nostra ragiuni,
Nni metti all’occhi ’na manta di sangu;
Lu sùspicu strascina a valancuni;
L’onuri e la virtù cci damu bannu.
Lu sarilegiu di l’impiu Baruni
Tutti li rami soi lu chiancirannu:
Lu chiancirannu, pinsati, pinsati,
Cu’ fa lu mali cu l’occhi cicati.
E ’ntra la cara sua onuri ’un senti,
E la manu di Ddiu càlcula nenti:
Cala, manu di Ddiu ca tantu pisi,
Cala, manu di Ddiu, fatti palisi!

Ne prende un lembo e dice: «Caterina» e lo stesso silenzio non risponde. Vi infila la mano, e rossa ve la toglie, gli occhi sbarrati, e tutto si confonde… Sangue fumante, che la vendetta gridi, brucia ché la vendetta ti risponde; ardi il braccio, consuma la vena, e sprofonda dentro il nero cuore. Ed è sparito il sonno di dolore, il sonno funerale del Barone.
L’ira fa schiava la nostra ragione, ci mette sugli occhi un velo di sangue, il sospetto trascina nell’abisso; l’onore e la virtù mettiamo al bando. Il sacrilegio dell’empio Barone tutti i suoi discendenti piangeranno. Lo piangeranno, pensate, pensate, chi fa il male con gli occhi accecati. E nella sua faccia non si vede onore, e la mano di Dio egli ignora. Cala, mano di Dio, che tanto pesi, cala, mano di Dio, fatti palese!

Pier Paolo Pasolini

@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare

Curatore, Bruno Esposito

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