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lunedì 3 novembre 2025

La recessione di Pier Paolo Pasolini - "La meglio gioventù" (Einaudi, 1974) - Con commento e video.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Commento


 La poesia descrive una recessione immaginata come catastrofe sociale e culturale: paesaggi urbani e rurali impoveriti, giovani che tornano sconfitti, famiglie che vivono la privazione, un senso di deserto umano e la memoria di un passato più pieno. La scena è intensa e visiva, contaminata da nostalgia e minaccia, con elementi simbolici (mandolino, zoccolo del cavallo, vecchi palazzi) che trasformano la crisi economica in una fine del mondo intima e mitica.

Pier Paolo Pasolini non propone una semplice critica economica: lo «sviluppo» diventa un giudice morale, un dispositivo simbolico che rimodella desideri, rapporti sociali e forme di vita. Lungi dall’essere un inevitabile progresso tecnico, lo sviluppo capitalistico è per Pasolini un modello culturale da respingere radicalmente, non da migliorare o adattare.

Negli anni del boom economico Pasolini osserva la trasformazione dell’Italia con occhio antropologico e polemico. L’autore contesta l’idea che la sinistra debba limitarsi a correggere gli effetti collaterali della crescita: proporre nuovi modelli di sviluppo equivale ad accettare il paradigma dominante. La sua provocazione oggi risuona nel dibattito su decrescita, sostenibilità e senso della politica.

Pasolini distingue tre atteggiamenti possibili verso lo sviluppo:

accettarlo e provare a risolverne le conseguenze con politiche tecniche;
restare nel suo orizzonte proponendo varianti o «nuovi modelli»;
rifiutarlo radicalmente come categoria normativa della vita sociale.

La sua scelta è netta: non basta rifiutare alcuni aspetti dello sviluppo, bisogna rifiutare lo sviluppo stesso. Non si tratta di errori tecnici o di cattiva gestione, ma di principi «maledetti» che fondano una società borghese come ideale e che trasformano ogni ambito della vita in merce o funzione produttiva.

Per Pasolini lo sviluppo non è solo crescita di PIL o industrializzazione: è una trasformazione che ridefinisce gusti, linguaggi, rapporti familiari e ruoli sociali. Il risultato è una perdita di spessore umano:

la socialità si assottiglia in consumo e massa;
la cultura popolare viene omologata a standard produttivi;
le forme di vita contadine o comunitarie vengono cancellate come «arretrate».

Pasolini parla di una sostituzione di valori: il successo economico diventa il metro dell’esistenza, mentre relazioni, cura e senso vengono declassati o resi funzionali all’accumulazione.

Proporre «nuovi modelli di sviluppo» significa, secondo Pasolini, confermare la legittimità del paradigma capitalistico. Anche una sinistra che mira a correggere gli effetti sociali e ambientali dello sviluppo conserva la logica dello stesso: migliorare il motore invece di cambiare direzione. Questa forma di riformismo si trasforma spesso in managerialismo: la politica si occupa di ottimizzare processi produttivi piuttosto che di interrogare finalità e senso. Pasolini avverte un paradosso: i comunisti che collaborano alla modernizzazione totale rischiano di diventare realistici alla peggior maniera, amministratori di una trasformazione che spoglia la società della sua umanità.

Pasolini non accetta l’idea di uno sviluppo lineare e irreversibile. Anzi, ipotizza che crisi e recessioni possano riportare la società a condizioni in cui siano possibili ripartenze diverse. In questo senso la crisi non è solo calamità da evitare, ma occasione per ripensare radicalmente priorità e strumenti. Se si dovrà «ricominciare daccapo», lo sviluppo ripartito deve avere principi totalmente diversi da quelli del passato. Questa prospettiva non è nostalgica: non vuole tornare a un passato ideale, ma pretende che la politica si assuma il compito di immaginare forme di vita non funzionali all’accumulazione.

Le parole di Pasolini tornano oggi in molte discussioni:

il movimento per la decrescita critica l’idea che la crescita illimitata sia desiderabile o sostenibile;
la crisi climatica rende evidente l’insostenibilità del modello produttivista;
le forme di precarietà lavorativa e l’alienazione da performatività riproducono le denunce pasoliniane sulla perdita di senso.

Il testo va letto nella doppia chiave di documento sociale e poema visivo. La scelta di immagini popolari — «calzoni coi rattoppi», «pezzo di pane», «mandolino» — avvicina il lettore alla concretezza della privazione, mentre la lingua elevata e simbolica trasforma la descrizione in un’evocazione quasi escatologica: «La sera sarà nera come la fine del mondo». Anche se la voce è traduttiva, lo spirito pasoliniano resta riconoscibile nella tensione fra critica sociale e lirismo: la denuncia delle disuguaglianze si fa scena, teatro di memorie e di timori collettivi.

Il cuore del testo è la rappresentazione della povertà come fatto collettivo e duraturo. Le fabbriche che «crolleranno un poco per sera, muretto per muretto, lamiera per lamiera» non sono solo edifici che chiudono: sono simboli di un modello produttivo che si sfalda. Il ritorno dei lavoratori — i giovani «tornati da Torino o dalla Germania» — segnala l’illusione migratoria e il fallimento delle promesse di riscatto economico. La minestra scarsa e il pane misurato diventano misure quotidiane di una recessione che tocca il corpo. La descrizione dei giovani è ambivalente: «pieni di giovani straccioni» e più avanti «i banditi avranno i visi di una volta» raccontano di individui che rientrano cambiati, talvolta disillusi e pericolosi. La violenza è minima ma rivelatrice: armati «solo di un coltello», questi giovani incarnano una tensione sociale che non esplode in grandi rivolte ma in microaggressioni e insicurezze quotidiane. I vecchi, «padroni dei loro muretti come di poltrone di senatori», riacquistano autorità domestica ma in un quadro di miseria che rende la loro padronanza effimera. Il testo consegna forti immagini di memoria: i «palazzi ... come montagne di pietra» e lo zoccolo del cavallo che «ricorderà ciò che è stato» trasformano il passato in una presenza palpabile nel presente. La natura — il prato, il fiume, le querce — non resiste alla decadenza ma resta a osservare, testimone silenziosa di ciò che si perde. Il mandolino che qualcuno «tirerà fuori» parla di una nostalgia che è al tempo stesso conforto e rimpianto.

Il linguaggio alterna realismo popolare e lirismo simbolico. Le immagini sensoriali sono ricorrenti: odori («aria saprà di stracci bagnati»), suoni («grilli», «tuoni», «zoccolo del cavallo»), colori («tramonti rossi», «sera nera»). Questo repertorio sensoriale non serve solo ad abbellire il testo, ma a rendere la recessione qualcosa di percepibile, tangibile. L’uso di accostamenti ossimorici — città «grandi come mondi» ma «piene di gente che va a piedi» — mostra la contraddizione tra grandezza formale e decadenza fattuale. Le scelte lessicali, semplici e popolari, garantiscono immedesimazione: il lettore non è chiamato a interpretare metafore astratte, ma a riconoscere la concretezza di una vita ridotta.

Bruno Esposito

La recessione

di Pier Paolo Pasolini
 

La poesia La recessione di Pasolini nella sua versione originale, pubblicata in "La nuova gioventù" che è la è seconda forma de "La meglio gioventù" (Einaudi, 1974), è' una poesia in friulano, poi tradotta in italiano dallo stesso Pasolini e adattata a testo musicale.


La canzone La recessione, cantata da Alice su testo di Pier Paolo Pasolini e musicata da Mino De Martino, è contenuta nel suo album "Mezzogiorno sulle Alpi" (1992).


 
 

La recessione
(testo per la canzone da P.P. Pasolini)

Vedremo calzoni coi rattoppi;
rossi tramonti su borghi vuoti di macchine
pieni di povera gente
che sarà tornata da Torino o dalla Germania.
I vecchi saranno padroni dei loro muretti
come poltrone di senatori;
e i bambini sapranno che la minestra è poca,
e cosa significa un pezzo di pane.
E la sera sarà più nera della fine del mondo,
e di notte sentiremo solo i grilli o i tuoni;
e forse qualche giovane
tra quei pochi tornati al nido
tirerà fuori un mandolino.
L'aria saprà di stracci bagnati.
Tutto sarà lontano.
Treni e corriere passeranno ogni tanto
come in un sogno.

Le città grandi come mondi
saranno piene di gente che va a piedi,
con i vestiti grigi e dentro agli occhi una domanda
che non è di soldi ma è solo d'amore,
soltanto d'amore.
Le piccole fabbriche
sul più bello di un prato verde
della curva di un fiume
dal cuore di un vecchio bosco di querce
crolleranno un poco per sera,
muretto per muretto,
lamiera per lamiera.
E gli antichi palazzi
saranno come montagne di pietra
soli e chiusi come erano una volta.
E la sera sarà più nera della fine del mondo,
e di notte sentiremo i grilli e i tuoni
e forse qualche giovane
tra quei pochi tornati al nido
tirerà fuori un mandolino.
L'aria saprà di stracci bagnati.
Tutto sarà lontano.
Treni e corriere passeranno ogni tanto
come in un sogno.

I banditi avranno i visi di una volta
coi capelli corti sul collo
e gli occhi di loro madre,
pieni del nero delle notti di luna
e saranno armati solo di un coltello.
Lo zoccolo del cavallo toccherà la terra,
leggero come una farfalla,
e ricorderà ciò che è stato,
in silenzio, il mondo
e ciò che sarà.

La recessione (poesia in friulano di P.P. Pasolini)

I jodarìn borghèssis cui tacòns;
tramòns ros su borcsvuèis di motòurs
e plens de zòvinsstrassòns
tornàas da Turin o li Germàniis.

I vecius a saràn paròns dai so murès
coma di poltronis di senatòurs;
i frus a savaràn che la minestra a è pucia,
e se c'ha val un toc di pan.

La sera a sarà nera coma la fin dal mond,
di not si sentiràn doma che i gris
o i tons; e forsi, forsi, qualchi zòvin
- un dai pus zòvins bons turnàas al nit -

a tirarà fours un mandulìn. L'aria
a savarà di stras bagnàs. Dut
a sarà lontàn. Trenos e corieris
a passaràn di tant in tant coma ta un siun.

Li sitàs grandis coma monds
a saràn plenis di zent ch'a vas a piè
cui vistìs gris, e drenti tai vuj
'na domanda, 'na domanda ch'a è,

magari , di un puc di bès, di un pàssul plasèir,
ma invessi a è doma di amòur. I antics palàs
a saràn coma montaglia di piera
soj e sieràs, coma ch'a erin ièir.

Li pìssulis fabrichis tal pì bièl
di un prt verd ta la curva
di un flun, tal còur di un veciu
bosc di roris, a si sdrumaràn.

un puc par sera, murèt par murèt
lamiera par lamiera. I bandìs
(i zòvin tornàs a ciasa dal mond
cussì divièrs da coma ch'a èrin partìs)

a varàn li musis di 'na volta,
cui ciaviej curs e i vuj di so mari
plens dal neri da li nos di luna -
e a saràn armàs doma che di un curtìa.

Il sòcul dal ciavàl al tociarà
la ciera, lizèir coma 'na pavèa,
e al recuardarà se ch'al è stat,
in silensiu, il mond e chel ch’al sarà.

Ma basta con questo film neorealistico.
Abbiamo abiurato da ciò che esso rappresenta.
Rifarne esperienza val la pena solo
se si lotterà per un mondo davvero comunista.

La recessione (traduzione in italiano di P.P. Pasolini)

Vedremo calzoni coi rattoppi; tramonti rossi su borghi vuoti di motori e pieni di giovani straccioni tornati da Torino o dalla Germania.

I vecchi saranno padroni dei loro muretti come di poltrone di senatori; i bambini sapranno che la minestra è poca, e quanto vale un pezzo di pane.

La sera sarà nera come la fine del mondo, di notte si sentiranno solo i grilli o i tuoni; e forse, forse, qualche giovane (uno dei pochi giovani buoni tornati al nido)

tirerà fuori un mandolino. L’aria saprà di stracci bagnati. Tutto sarà lontano. Treni e corriere passeranno di tanto in tanto come in un sonno.

Le città grandi come mondi saranno piene di gente che va a piedi, coi vestiti grigi e dentro gli occhi una domanda, una domanda che è,

magari, di un po’ di soldi, di un piccolo aiuto, e invece è solo di amore. Gli antichi palazzi saranno come montagne di pietra, soli e chiusi, com’erano una volta.

Le piccole fabbriche sul più bello di un prato verde, nella curva di un fiume, nel cuore di un vecchio bosco di querce, crolleranno

un poco per sera, muretto per muretto, lamiera per lamiera. I banditi (i giovani tornati a casa dal mondo così diversi da come erano partiti)

avranno i visi di una volta, coi capelli corti e gli occhi di loro madre, pieni del nero delle notti di luna - e saranno armati solo di un coltello.

Lo zoccolo del cavallo toccherà la terra, leggero come una farfalla, e ricorderà ciò che è stato, in silenzio, il mondo e ciò che sarà.

 


PIER PAOLO PASOLINI


Curatore, Bruno Esposito

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giovedì 29 maggio 2025

Pier Paolo Pasolini, Cosa sono le nuvole - Domenico Modugno, 1967 - Canzoni scritte da Pier Paolo Pasolini

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pier Paolo Pasolini
Cosa sono le nuvole

Domenico Modugno
1967


 1967 Cosa sono le nuvole 

Autori del testo - Pier Paolo Pasolini, Domenico Modugno 

Autore della musica - Domenico Modugno 

Interprete - Domenico Modugno


Che io possa esser dannato

Se non ti amo
E se così non fosse
Non capirei più niente
Tutto il mio folle amore
Lo soffia il cielo
Lo soffia il cielo, così
Ah, ma l'erba soavemente delicata
Di un profumo che dà gli spasimi
Ah, tu non fossi mai nata
Tutto il mio folle amore
Lo soffia il cielo
Lo soffia il cielo, così
Il derubato che sorride
Ruba qualcosa al ladro
Ma il derubato che piange
Ruba qualcosa a se stesso
Perciò io vi dico
Finché sorriderò
Tu non sarai perduta
Ma queste son parole
E non ho mai sentito
Che un cuore, un cuore affranto
Si cura con l'udito
Tutto il mio folle amore
Lo soffia il cielo
Lo soffia il cielo, così





@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare


Curatore, Bruno Esposito

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Pier Paolo Pasolini, I ragazzi giù nel campo - Daniela Davoli, 1974 - Canzoni scritte da Pier Paolo Pasolini

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pier Paolo Pasolini
I ragazzi giù nel campo

Daniela Davoli
1974


1974 I ragazzi giù nel campo 

Autori del testo  - Pier Paolo Pasolini, Dacia Maraini 

Autori della musica -  Hadjidakis 

Interprete - Daniela Davoli


I ragazzi giù nel campo
Non si curano del tempo
Ma si buttano dentro i fiumi
Per pescare la croce premio

I ragazzi giù nel campo
Dan la caccia ad un pazzo
Poi lo strozzano con le mani
E lo bruciano in riva al mare.

Vieni figlia della Luna
Della stella mattutina
Che regala a questi ragazzi
Le carezze del gran cielo !

I ragazzi giù nel campo
Dan la caccia ai borghesi
Tagliano a pezzi
A pezzi le teste
Dei nemici e dei fedeli

I ragazzi giù nel campo
Colgono rami e rosmarino
E camuffano buche e pozzi
Per acciuffare le ragazze

I ragazzi giù nel campo
Dan la caccia ad un ricco
Gli fan togliere i denti d’oro
E li portano al mercato.

Vieni figlia della Luna
Della stella mattutina
Che regala a questi ragazzi
Le carezze del gran cielo !

I ragazzi giù nel campo
Non posseggono memoria
Perciò vendono gli antenati
Poi son presi da tristezza.




@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare


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Pier Paolo Pasolini, C'è forse vita sulla terra? - Daniela Davoli, 1974 - Canzoni scritte da Pier Paolo Pasolini

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Pier Paolo Pasolini
C'è forse vita sulla terra?

Daniela Davoli
1974



1974 C'è forse vita sulla terra? 
Autori del testo  - Pier Paolo Pasolini, Dacia Maraini 
Autori della musica  Hadjidakis 
Interprete - Daniela Davoli


C'è forse vita sulla terra?
C'è forse vita nella guerra?
C'è forse vita sulla terra?
C'è forse vita nella guerra?

È una gioia essere vivi, è bello essere furtivi.
È bello sopravvivere, è dolce saper vivere.
È bello essere matti, non tenere fede ai fatti,
fare tutto tutti nudi e mangiare sassi crudi.

C'è forse vita sulla terra?
C'è forse vita nella guerra?
C'è forse vita sulla terra?
C'è forse vita nella guerra?

Prendi la libertà, la morte non ti avrà.
Prendi quello che vuoi, respira affondo e poi
è bello fare l'amore, è bello schiantare il cuore.
È dolce essere contenti, finché non te ne penti.

C'è forse vita sulla terra?
C'è forse vita nella guerra?
C'è forse vita sulla terra?
C'è forse vita nella guerra?

È una gioia essere tristi, fare il male senza esser visti.
È bello essere pigri, mordere come tigri.
È bello essere cattivi e nel vizio molto attivi.
Bello morire per uno scopo, bello vincere a gatto e topo.

C'è forse vita sulla terra?
C'è forse vita nella guerra?
C'è forse vita sulla terra?
C'è forse vita nella guerra?




@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare


Curatore, Bruno Esposito

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mercoledì 28 maggio 2025

Pier Paolo Pasolini, Il soldato di Napoleone - Sergio Endrigo, 1962 - Canzoni scritte da Pier Paolo Pasolini

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pier Paolo Pasolini
Il soldato di Napoleone

Sergio Endrigo
1962


 1962 - Il soldato di Napoleone 

Autori del testo - Pier Paolo Pasolini, Sergio Endrigo 

Autori della musica - Sergio Endrigo 

Interprete - Sergio Endrigo


Fu un’idea di Ennio Melis, il direttore artistico della RCA, quella di farmi collaborare con Pier Paolo Pasolini. Anzi lui voleva che Pasolini scrivesse i testi per delle ballate che parlassero del mondo che aveva descritto nei suoi romanzi, i ragazzi di vita, la Roma delle periferie, e che io le musicassi. Così ci incontrammo e io gli parlai di questa idea, ma lui in quel momento stava partendo per l’Africa, doveva fare dei sopralluoghi per un film che doveva girare, non aveva molto tempo e mi disse di guardare tra le sue poesie friulane, in una raccolta che si chiamava “La Meglio Gioventù”, e che prendessi pure quello che volevo. “La Meglio Gioventù” è la storia di una famiglia friulana, la famiglia Colussi, la famiglia della madre di Pasolini, dall’età di Napoleone alla Resistenza. Io presi la prima parte, c’era già la traduzione, mi limitai a togliere qualche sillaba e ad adattarla alla metrica della musica che avevo scritto e così registrai Il Soldato Di Napoleone.

(da “Sergio Endrigo. La Voce Dell’Uomo” -Edizioni Associate, 2002)


Addio, addio Casarsa vado via per il mondo

Lascio il padre e la madre vado via con Napoleone
Addio vecchio paese, addio giovani amici
Napoleone chiama la meglio gioventù
Quando si alza il sole al primo chiaro del giorno
Vincenzo col suo cavallo di nascosto se ne è partito
Correva lungo il Tagliamento e quando suona mezzodì
Vincenzo si presenta a Napoleone
Come furono passati sette mesi sono in mezzo al ghiaccio
A conquistare la Russia perduti e abbandonati
Come furono passati sette giorni sono in mezzo al gelo
Della grande colonia feriti e prigionieri
Spaventato il cavallo, fuggiva per la neve
E sopra aveva Vincenso che ferito delirava
Gridava fermati cavallo, ferma, fermati ti prego
Che è ora che ti dia un mannello di fieno
Il cavallo si ferma e con locchio quieto buono
Guarda il suo padrone che ormai muore di freddo
Lincenso gli squarcia il ventre, la sua baionetta
E dentro vi ripara la vita che gli avanza
Susanna con suo padre passa di lì sul carro
E vede il giovincello nei visceri del cavallo
Salviamolo padre mio questo povero soldato che muore nella colonia
Caduto e abbandonato
Chi siete bel soldato venuto da lontano
Sono Colussi Vincenzo un giovane italiano
E voglio portarti via appena sarò guarito
Perché nel petto con gli occhi mi hai ferito
No, no che non vengo via perché mi sposo questa pasqua
No, no che non vengo via perché a pasqua sarò già morta
La domenica degli ulivi piangevano tutti e due
E luno e laltra a piangere si vedevano di lontano
Il lunedì santo si vedono nellorto
E si danno un bacio come due colombi
Il giovedì santo che nascono rose e fiori
Scappano dalla colonia per saziare lamore
La domenica di pasqua che tutto il mondo canta
Arrivano innamorati in terra di Francia
La domenica di pasqua che tutto il mondo canta
Arrivano innamorati in terra di Francia




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Pier Paolo Pasolini, Teresa Macri detta pazzia - Laura Betti, 1960 - Canzoni scritte da Pier Paolo Pasolini

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Eretico e Corsaro



Pier Paolo Pasolini
Teresa Macri detta pazzia

Laura Betti
1960



1960 Teresa Macrì detta Pazzia
Autori del testo - Pier Paolo Pasolini 
Autori della musica - Piero Umiliani 
Interprete - Laura Betti


Fu Nazareno Annamè
Abito a Via der Mandrione
Alla baracca ventitré
Ci ho diciott'anni
Embè, è così
Che voi da me?

Me do alla vita
Da più de 'n'anno
Che altro ancora voi sapè?
Sò disgraziata
Ma ci ho un ragazzo
Che sa che, sarvo ognuno, pare un re
Je passo er grano
Embè, è così
Che voi da me?

Sì, lo vesto da testa ai piedi
La rasta, i bighi, la capezza
Er busciardello d'oro

Me s'è allumata che ero ciumaca
Mentre che stavo a lavorà
Lui è un danzone e me portava
Sulla Gilera a danzà
Tutto pastoso
Embè, è così
Che ce voi fà?

Pè più de 'n anno tutta moina:
"Io me te sposo" e qua e là
Poi è venuto per me er momento
Pè ripiegamme a camminà
A Caracalla
Embè, è così
Che ce voi fà?

E mo che te sei messo 'n testa?
N'à faccio 'sta cantata de core
Nun ce sò 'n'infamona!

Io sò de vita, sor commissario
Ormai sò fatta, eccallà
Un giorno o l'altro ce lo sapevo
Che me toccava annà a provà
Le mantellate
Aò! Per me
A tremà nun sta!

Solo me rode se me chiudete
Che s'arritrova senza argent
Ma a ogni modo per quarche tempo
Con l'oro mio camperà
Senza fà buffi
Aò! Per me
A tremà nun sta!

None! None! Nun lo dico er nome!
Er nome suo nun lo ricordo
Se chiama "amore" e basta!




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Pier Paolo Pasolini, Cristo al mandrione - Laura Betti, 1960 - Canzoni scritte da Pier Paolo Pasolini

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Eretico e Corsaro



Pier Paolo Pasolini
Cristo al Mandrione

Laura Betti
1960



1960 Cristo al mandrione 
Autori del testo  - Pier Paolo Pasolini 
Autori della musica P. Piccioni 
Interprete - Laura Betti

“Cristo al Mandrione” è una delle canzoni in dialetto romanesco scritte da Pasolini per Laura Betti (con la musica di Piero Piccioni) all’inizio degli anni 60. Il Mandrione era negli anni 50 una delle zone più povere di Roma. Il nome della borgata deriva da quello della strada che l’attraversa, via del Mandrione, dove un tempo passavano le greggi e le mandrie dirette ai pascoli. Subito dopo la seconda guerra mondiale è in quella borgata che si rifugiarono sfollati che avevano perso tutto sotto i bombardamenti (in particolare quello di San Lorenzo del 1943), zingari e tanta gente venuta dal Sud. Le loro baracche erano costruite sotto l’arco del grande acquedotto che attraversa la zona. Oggi, il quartiere popolare del Mandrione è tutto cambiato, in seguito ad una grande operazione di riqualificazione, e non assomiglia più per nulla a quello raccontato da Pasolini in questa canzone.

Ecchime, drentro qua, tutta ignuda

E fracica fino all'ossa de guazza
'Ntorno a me che c'è?
Quattro muri zozzi, un tavolo, un bidè

 
Filame, si ce sei, Gesù Cristo
Guardeme, tutta zozza de pianto
Abbi pietà de me, che nun sò gnente
E te er Re dei Re!
 
Lavorà senza mai rifiatà
Moro, ma l'anima nun sa
Filame, si ce sei, Gesù Cristo!



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Pier Paolo Pasolini, La recessione - Alice, 1992 - Canzoni scritte da Pier Paolo Pasolini

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Pier Paolo Pasolini
La recessione

Alice
1992



1992 La recessione 

Autori del testo  - Pier Paolo Pasolini, Francesco Messina 

Autori della musica Francesco Messina 

Interprete - Alice


La poesia La recessione di Pasolini nella sua versione originale, pubblicata in "La nuova gioventù" che è la è seconda forma de "La meglio gioventù" (Einaudi, 1974), è' una poesia in friulano, poi tradotta in italiano dallo stesso Pasolini e adattata a testo musicale.
La canzone La recessione, cantata da Alice su testo di Pier Paolo Pasolini e musicata da Mino De Martino, è contenuta nel suo album "Mezzogiorno sulle Alpi" (1992).
La recessione è contenuta anche nel CD "Luna di giorno", Micocci Dischitalia Editori, 1995 nel quale sono compresi 13 testi di Pier Paolo Pasolini, oltre al Lamento per la morte di Pasolini, di Giovanna Marini e Una storia sbagliata, di Fabrizio De Andrè. 
 
 
Rivedremo calzoni coi rattoppi
rossi tramonti sui borghi
vuoti di macchine
pieni di povera gente che sarà tornata da Torino o dalla Germania
I vecchi saranno padroni dei loro muretti come poltrone di senatori
e i bambini sapranno che la minestra è poca e che cosa significa un pezzo di pane
E la sera sarà più nera della fine del mondo e di notte sentiremmo i grilli o i tuoni
e forse qualche giovane tra quei pochi tornati al nido tirerà fuori un mandolino
L'aria saprà di stracci bagnati
tutto sarà lontano
treni e corriere passeranno ogni tanto come in un sogno
E città grandi come mondi saranno piene di gente che va a piedi
con i vestiti grigi
e dentro gli occhi una domanda che non è di soldi ma è solo d'amore
soltanto d'amore
Le piccole fabbriche sul più bello di un prato verde
nella curva di un fiume
nel cuore di un vecchio bosco di querce
crolleranno un poco per sera
muretto per muretto
lamiera per lamiera
E gli antichi palazzi
saranno come montagne di pietra
soli e chiusi com'erano una volta
E la sera sarà più nera della fine del mondo
e di notte sentiremmo i grilli o i tuoni
L'aria saprà di stracci bagnati
tutto sarà lontano
treni e corriere passeranno
ogni tanto come in un sogno
E i banditi avranno il viso di una volta
con i capelli corti sul collo
e gli occhi di loro madre pieni del nero delle notti di luna
e saranno armati solo di un coltello
Lo zoccolo del cavallo toccherà la terra leggero come una farfalla
e ricorderà ciò che è stato, in silenzio, il mondo
e ciò che sarà.

La recessione (poesia in friulano di P.P. Pasolini)


I jodarìn borghèssis cui tacòns;
tramòns ros su borcsvuèis di motòurs
e plens de zòvinsstrassòns
tornàas da Turin o li Germàniis.

I vecius a saràn paròns dai so murès
coma di poltronis di senatòurs;
i frus a savaràn che la minestra a è pucia,
e se c'ha val un toc di pan.

La sera a sarà nera coma la fin dal mond,
di not si sentiràn doma che i gris
o i tons; e forsi, forsi, qualchi zòvin
- un dai pus zòvins bons turnàas al nit -

a tirarà fours un mandulìn. L'aria
a savarà di stras bagnàs. Dut
a sarà lontàn. Trenos e corieris
a passaràn di tant in tant coma ta un siun.

Li sitàs grandis coma monds
a saràn plenis di zent ch'a vas a piè
cui vistìs gris, e drenti tai vuj
'na domanda, 'na domanda ch'a è,

magari , di un puc di bès, di un pàssul plasèir,
ma invessi a è doma di amòur. I antics palàs
a saràn coma montaglia di piera
soj e sieràs, coma ch'a erin ièir.

Li pìssulis fabrichis tal pì bièl
di un prt verd ta la curva
di un flun, tal còur di un veciu
bosc di roris, a si sdrumaràn.

un puc par sera, murèt par murèt
lamiera par lamiera. I bandìs
(i zòvin tornàs a ciasa dal mond
cussì divièrs da coma ch'a èrin partìs)

a varàn li musis di 'na volta,
cui ciaviej curs e i vuj di so mari
plens dal neri da li nos di luna -
e a saràn armàs doma che di un curtìa.

Il sòcul dal ciavàl al tociarà
la ciera, lizèir coma 'na pavèa,
e al recuardarà se ch'al è stat,
in silensiu, il mond e chel ch’al sarà.


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Pier Paolo Pasolini, Il valzer della toppa - Laura Betti, 1960 - Canzoni scritte da Pasolini

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pier Paolo Pasolini
Il valzer della toppa

Laura Betti
1960



1960 Il Valzer della Toppa
Autori del testo  - Pier Paolo Pasolini 
Autori della musica - Piero Umiliani 
Interprete - Laura Betti

Me so' fatta un quartino

M'ha dato a la testa
Ammazza che toppa
A Nina, e Roscetta, e Modesta
Lassateme fa
An vedi le foje, an vedi la luna
An vedi le case, e chi l'ha mai viste co' st'occhi?
Me vie' da canta'
Lassame perde, e va da n'altra
Stasera, a cocco, niente da fa'
E poi so' vecchia, c'ho trent'anni
Er mondo ancora e l'ho da guardà
Mamma mia che luci
Che vedo qua attorno
Le vie de Testaccio
Me pareno come de giorno
De n'arta città, an vedi le porte
An vedi li bari, an vedi la gente
An vedi le fronne che st'aria
Se fa sfarfallà
Va via moretto, e fa' la tenda
Stasera godo la libertà
Spara er Guzzetto e torna a casa
Che mamma tua se sta a aspettà
Me sò presa la toppa
E mo so' felice
Me possi cecamme
Me sento tornata un fiore de verginità
Verginità, verginità
Me sento tutta verginità
Che sarà, che sarà
Chi lo sa, chi lo sa
Che sarà, chi lo sa
E che sarà, chi lo sa
Chi lo sa, chi lo sa, chi lo sa
Che sarà, che sarà
Chi lo sa, chi lo sa
Che sarà, che sarà
Chi lo sa, chi lo sa, chi lo sa
Che sarà, che sarà





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