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Biografia, lavori in corso - a breve anche il 1974 e il 1975

sabato 1 luglio 2017

Pasolini, Passione e Ideologia.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Biblioteca nazionale centrale di Roma
Biblioteca nazionale centrale di Roma


Passione e ideologia è un saggio scritto da Pier Paolo Pasolini e pubblicato da Garzanti nel 1960.
Il saggio, del quale vi è un precedente progetto per l'editore Lerici del 1957 con il titolo Dal Pascoli ai neo-sperimentali che passerà nella seconda parte di Passione e ideologia, è dedicato allo scrittore Alberto Moravia.
L'aspetto altamente autobiografico dell'opera saggistica viene indicato da Pasolini in un frammento introduttivo, dattiloscritto e non inserito nel volume dove si legge: "Ho cercato di dare con gli insicuri mezzi offerti da quella educazione a me, ineducabile per definizione, una certe veste di normalità ai tentativi più puerili e gratuiti di conoscere degli stati, delle irresoluzioni, negli altri, che mi pareva di aver sperimentato".

Prima Parte:

L'opera è divisa in due parti. La prima parte è intitolata "Due studi panoramici" ed è a sua volta divisa in due sezioni: la prima sezione, intitolata La poesia dialettale del Novecento, riprende, con qualche leggera variante, l'introduzione all'antologia del 1952, Poesia dialettale del Novecento, mentre la seconda sezione, che deriva dall'introduzione al Canzoniere italiano. Antologia della poesia popolare del 1955, è intitolata La poesia popolare italiana.

Nella prima sezione l'autore, nel tratteggiare l'universo poetico dialettale, inizia dall'Italia meridionale con Di Giacomo e percorre la Sicilia, la Sardegna, la Calabria, le Puglie per giungere a Roma e a Milano, facendo notare il distacco di Pascarella e di Trilussa dal mondo poetico di Belli e l'allontanamento di Tessa dal Porta.
Il passaggio alle regioni del Nord vede molti personaggi del Piemonte, della Liguria (soprattutto Edoardo Firpo), dell'Emilia, della Romagna, del Veneto. Nel passare poi alla Trieste del Giotti e alla Grado di Marin, Pasolini compie un excursus nel quale mette in evidenza la mancanza di una poesia dialettale antifascista.
La prima sezione termina con il capitolo Il Friuli, dedicato alla regione e al dialetto dell'autore.

La seconda sezione si apre con il capitolo di discussione sulla letteratura critica intitolato Un secolo di studi sulla poesia popolare che vede come protagonisti Tommaseo, D'Ancona, Nigra, Croce, Gramsci.
Nel secondo capitolo, intitolato Il problema, Pasolini dà la definizione della poesia popolare che egli intende come prodotto del rapporto tra la classe dominante e quella dominata, tra la cultura del ceto alto a quella arcaica del popolo. L'autore prosegue poi il suo percorso geografico partendo questa volta dall'Italia settentrionale, attraversando l'Italia centrale per arrivare nell'Italia meridionale. I problemi che affronta sono, tra i tanti, quelli del "realismo" della poesia popolare, della "semi-popolarità" per i canti toscani, della natura "collettiva" del poeta popolare. Pasolini si sofferma su testi particolari, come la Baronessa di Carini siciliana e Fenesta ch'a lucive partenopea che gli ispirano pagine molto belle come quelle sul mondo friulano.
L'ultimo capitolo si occupa di Poesia folclorica e canti militari e si conclude sulla metà degli anni Cinquanta dove l'autore denuncia la tendenza del canto popolare a scomparire a causa del "mutato" rapporto sociale-letterario delle due classi, per "la forte diminuzione dell'analfabetismo, la stampa, il cinema, la radio" e per "la recente formazione di una lingua italiana, che non è più il semplice italiano letterario per élite, ma una diffusissima koinè: una seconda lingua parlata dopo il dialetto".

Seconda Parte:

La seconda parte dell'opera intitolata Dal Pascoli ai neo-sperimentali parte dal saggio di Giovanni Pascoli del 1955 scritto per inaugurare la rivista Officina al quale segue una panoramica su tutto il Novecento. Il saggio seguente sarà su Montale, una recensione a La bufera e altro del 1956, a cui seguiranno Un poeta in genovese del 1957 su Edoardo Firpo, Un poeta in abruzzese del 1952 su Vittorio Clemente e Un poeta molisano del 1957 su Eugenio Cirese. Seguono due saggi su Gadda, la recensione alle Novelle del Ducato in fiamme del 1953 e uno scritto sul Pasticciaccio del 1958.
Nel procedere nella lettura di questa seconda parte si incontra un lungo saggio, che era già apparso nel 1956, dal titolo La confusione degli stili, sintesi della situazione letteraria italiana. Segue una sezione "Sui testi" che è articolata in recensioni dedicati a Carducci, a Ungaretti, a Rebora, a Sbarbaro, a Saba, a Barile, a Penna, a Bertolucci, a Bassani, ai poeti di Luciano Anceschi, a Paolo Volponi poeta, a Francesco Leonetti, a Sergio Solmi, a Mario Luzi, a Parronchi, a Matacotta, a Zanzotto, a Fortini.
L'opera si conclude con due saggi importanti, quello su Il neo-realismo del 1956 e La libertà stilistica del 1957. Nel primo viene individuato il paesaggio letterario italiano con i giovani Elio Pagliarani, Leonetti, Giuliani e altri, mentre nel secondo, che era già apparso su Officina come introduzione a una silloge di poeti neosperimentali, come Arbasino e Sanguineti, Pasolini colloca i poeti che appartengono al periodo della "libertà stilistica".


Biblioteca nazionale centrale di Roma


Passione e ideologia
1960
commento di Massimiliano Valente
Tratto da Pagine Corsare di Angela Molteni


    "Passione e ideologia": questo e non vuole costituire un'endiadi (passione ideologica o appassionata ideologia), se non come significato appena secondario. Né una concomitanza, ossia: "Passione e nel tempo stesso ideologia". Vuol essere invece, se non proprio avversativo, almeno disgiuntivo: nel senso che pone una graduazione cronologica: "Prima passione e poi ideologia", o meglio "Prima passione, ma poi ideologia". Il lettore potrà capire questo passaggio sia con l'imbattersi in dichiarazioni esplicite, sia col seguire le trasformazioni e le varie vicende di due gruppi tematici: la poesia regionale dialettale e Pascoli. Vedrà come nei saggi più vecchi l'individuazione dell'esistenza di questi due fatti si limiti a se stessa, quasi che il suo attuarsi fosse di per sé una ragione critica esauriente. E non nego che in qualche modo lo fosse, data la sovversione di certi valori e di certe abitudini ch'essa implicava. Ma il lettore vedrà poi come, invece, quei due gruppi tematici, pur ritornando, pressocché ossessivi, per tutto il libro, prevedano una visione storica in cui la loro semplice constatazione non è più sufficiente. La passione, per sua natura analitica, lascia il posto all'ideologia, per sua natura sintetica... (1)
In questa nota contenuta nel volume Pasolini spiega il suo atteggiamento culurale perennemente in bilico tra ricerca e studio appassionato seguito e integrato dall'ideologia.Passione e ideologia viene pubblicato nel 1960, anno cruciale per Pasolini, che vede pubblicata la raccolta di poesie La religione del mio tempo, e la lavorazione del suo primo film da regista, Accattone.
Gli scritti conenuti in questa raccolta saggistica riguardano l'attività letteraria svolta da Pasolini tra il 1948 e il 1958.
La parte centrale del volume è costituita da due lunghe e corpose introduzioni alle antologie realizzate per l'editore Guanda: La poesia dialettale del Novecento, curata con Mario Dell'Arco e pubblicata nel '52, e Canzoniere italiano, antologia della poesia popolare pubblicato nel '55.
In Passione e ideologia Pasolini volge il proprio sguardo a una elaborazione critica, che si focalizza in particolare sulle scelte stilistiche della sua narrativa, nonché le tensioni tipiche del primo periodo poetico dialettale.
Secondo Pasolini, la produzione letteraria è influenzata dallo sviluppo storico e, quindi, dai cambiamenti dei rapporti di forze tra le varie classi sociali e dall'influsso geografico. La prima parte di Passione e ideologia rappresenta per Pasolini un modo per affrontare le problematiche linguistiche che via via avrebbe ritrovato nei componimenti delle proprie opere successive. Come punti di riferimento prende il dialetto e la cultura popolare.
Nella seconda parte del volume, che ha per titolo Da Pascoli ai neosperimentali, Pasolini affronta alcuni autori che sente particolarmente vicini a sé, attraverso l'analisi delle strutture stilistiche. Da questo punto vista Pasolini vede in Giovanni Pascoli l'innovatore per eccellenza della poesia italiana del Novecento (Pasolini si laureò con un tesi su Pascoli). Scrive:
    "Il plurilinguismo pascoliano (il suo sperimentalismo antitradizionalistico, le sue prove di parlato e prosaico, le sue tonalità sentimentali e umanitarie al posto della casistica sensuale religiosa petrarchesca) è di tipo rivoluzionario, ma solo in senso linguistico, o, per intenderci meglio, verbale: la figura umana e letteraria del Pascoli risulta dunque soltanto una variante moderna, o borghese nel senso moderno, dell'archetipo italiano, con incompleta coscienza della propria forza, comunque innovativa". (1)
Nel tracciare un giudizio sugli autori presi in considerazione Pasolini si riferisce continuamente ai modelli letterari del Pascoli e alle prime esperienze del Novecento. Secondo Pasolini, infatti, i prodotti letterari moderni non sono altro che l'elaborazione delle opere del passato e non solo in funzione del pensiero morale, ma anche in relazione al mutamento della lingua. Questo non deve far pensare che la critica pasoliniana non sia altro che una sistematizzazione del passato in funzione di una revisione, ma una libera scelta critica. Scrive Pasolini:
"Al critico fin troppo appassionato, si mescola in me... l'ideologo. E la mia lotta ideologica si è svolta tutta contro l'ermetismo e il novecentismo, sotto il segno di Gramsci". (2)
(1) Pier Paolo Pasolini, Passione e ideologia, Garzanti, Milano 1960.
(2) Pier Paolo Pasolini, Il portico della morte, a cura di Cesare Segre, Fondo Pasolini 1988.





Curatore, Bruno Esposito

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