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Biografia, lavori in corso - a breve anche il 1974 e il 1975

sabato 5 aprile 2014

Dale Zaccaria legge Pasolini - Tratto da il pianto della scavatrice

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Dale Zaccaria legge Pasolini 
Tratto da  il pianto della scavatrice


Solo l'amare, solo il conoscere
    conta, non l'aver amato,
    non l'aver conosciuto. Dà angoscia
     
    il vivere di un consumato
    amore. L'anima non cresce più.
    Ecco nel calore incantato
     
    della notte che piena quaggiù
    tra le curve del fiume e le sopite
    visioni della città sparsa di luci,
     
    scheggia ancora di mille vite,
    disamore, mistero, e miseria
    dei sensi, mi rendono nemiche
    le forme del mondo, che fino a ieri
    erano la mia ragione d'esistere.
    Annoiato, stanco, rincaso, per neri
     
    piazzali di mercati, tristi
    strade intorno al porto fluviale,
    tra le baracche e i magazzini misti
     
    agli ultimi prati. Lì mortale
    è il silenzio: ma giù, a viale Marconi,
    alla stazione di Trastevere, appare
     
    ancora dolce la sera. Ai loro rioni,
    alle loro borgate, tornano su motori
    leggeri - in tuta o coi calzoni
     
    di lavoro, ma spinti da un festivo ardore
    i giovani, coi compagni sui sellini,
    ridenti, sporchi. Gli ultimi avventori
     
    chiacchierano in piedi con voci
    alte nella notte, qua e là, ai tavolini
    dei locali ancora lucenti e semivuoti.
     
    Stupenda e misera città,
    che m'hai insegnato ciò che allegri e
    feroci
    gli uomini imparano bambini,
     
    le piccole cose in cui la grandezza
    della vita in pace si scopre, come
    andare duri e pronti nella ressa
     
    delle strade, rivolgersi a un altro uomo
    senza tremare, non vergognarsi
    di guardare il denaro contato
     
    con pigre dita dal fattorino
    che suda contro le facciate in corsa
    in un colore eterno d'estate;
     
    a difendermi, a offendere, ad avere
    il mondo davanti agli occhi e non
    soltanto in cuore, a capire
     
    che pochi conoscono le passioni
    in cui io sono vissuto:
    che non mi sono fraterni, eppure sono
     
    fratelli proprio nell'avere
    passioni di uomini
    che allegri, inconsci, interi
     
    vivono di esperienze
    ignote a me. Stupenda e misera
    città che mi hai fatto fare
     
    esperienza di quella vita
    ignota: fino a farmi scoprire
    ciò che, in ognun, era il mondo.
     
    Una luna morente nel silenzio,
    che di lei vive, sbianca tra violenti
    ardori, che miseramente sulla terra
     
    muta di vita, coi bei viali, le vecchie
    viuzze, senza dar luce abbagliano
    e, in tutto il mondo, le riflette
     
    lassù, un po' di calda nuvolaglia.
    È la notte più bella dell'estate.
    Trastevere, in un odore di paglia
     
    di vecchie stalle, di svuotate
    osterie, non dorme ancora.
    Gli angoli bui, le pareti placide
     
    risuonano d'incantati rumori.
    Uomini e ragazzi se ne tornano a casa
    - sotto festoni di luci ormai sole -
     
    verso i loro vicoli, che intasano
    buio e immondizia, con quel passo blando
    da cui più l'anima era invasa
     
    quando veramente amavo, quando
    veramente volevo capire.
    E, come allora, scompaiono cantando.

    II
     
    Povero come un gatto del Colosseo,
    vivevo in una borgata tutta calce
    e polverone, lontano dalla città
     
    e dalla campagna, stretto ogni giorno
    in un autobus rantolante:
    e ogni andata, ogni ritorno
     
    era un calvario di sudore e di ansie.
    Lunghe camminate in una calda caligine,
    lunghi crepuscoli davanti alle carte
     
    ammucchiate sul tavolo, tra strade di
    fango,
    muriccioli, casette bagnate di calce
    e senza infissi, con tende per porte...
     
    Passano l'olivaio, lo straccivendolo,
    venendo da qualche altra borgata,
    con l'impolverata merce che pareva
     
    frutto di furto, e una faccia crudele
    di giovani invecchiati tra i vizi
    di chi ha una madre dura e affamata.
     
    Rinnovato dal mondo nuovo,
    libero - una vampa, un fiato
    che non so dire, alla realtà
     
    che umile e sporca, confusa e immensa,
    brulicava nella meridionale periferia,
    dava un senso di serena pietà.
     
    Un'anima in me, che non era solo mia,
    una piccola anima in quel mondo
    sconfinato,
    cresceva, nutrita dall'allegria
     
    di chi amava, anche se non riamato.
    E tutto si illuminava, a questo amore.
    Forse ancora di ragazzo, eroicamente,
     
    e però maturato dall'esperienza
    che nasceva ai piedi della storia.
    Ero al centro del mondo, in quel mondo
     
    di borgate tristi, beduine,
    di gialle praterie sfregate
    da un vento sempre senza pace,
     
    venisse dal caldo mare di Fiumicino,
    o dall'agro, dove si perdeva
    la città fra i tuguri; in quel mondo
     
    che poteva soltanto dominare,
    quadrato spettro giallognolo
    nella giallognola foschia,
     
    bucato da mille file uguali
    di finestre sbarrate, il Penitenziario
    tra vecchi campi e sopiti casali.
     
    Le cartacce e la polvere che cieco
    il venticello trascinava qua e là,
    le povere voci senza eco
     
    di donnette venute dai monti
    Sabini, dall'Adriatico, e qua
    accampate, ormai con torme
     
    di deperiti e duri ragazzini
    stridenti nelle canottiere a pezzi,
    nei grigi, bruciati calzoncini,
     
    i soli africani, le piogge agitate
    che rendevano torrenti di fango
    le strade, gli autobus ai capolinea
     
    affondati nel loro angolo
    tra un'ultima striscia d'erba bianca
    e qualche acido, ardente immondezzaio...
     
    era il centro del mondo, com'era
    al centro della storia il mio amore
    per esso: e in questa
     
    maturità che per essere nascente
    era ancora amore, tutto era
    per divenire chiaro - era,
     
    chiaro! Quel borgo nudo al vento,
    non romano, non meridionale,
    non operaio, era la vita
     
    nella sua luce più attuale:
    vita, e luce della vita, piena
    nel caos non ancora proletario,
     
    come la vuole il rozzo giornale
    della cellula, l'ultimo
    sventolio del rotocalco: osso
     
    dell'esistenza quotidiana,
    pura, per essere fin troppo
    prossima, assoluta per essere
     
    fin troppo miseramente umana.



    III
     
    E ora rincaso, ricco di quegli anni
    così nuovi che non avrei mai pensato
    di saperli vecchi in un'anima
     
    a essi lontana, come a ogni passato.
    Salgo i viali del Gianicolo, fermo
    da un bivio liberty, a un largo alberato,
     
    a un troncone di mura - ormai al termine
    della città sull'ondulata pianura
    che si apre sul mare. E mi rigermina
     
    nell'anima - inerte e scura
    come la notte abbandonata al profumo
    una semenza ormai troppo matura
     
    per dare ancora frutto, nel cumulo
    di una vita tornata stanca e acerba...
    Ecco Villa Pamphili, e nel lume
     
    che tranquillo riverbera
    sui nuovi muri, la via dove abito.
    Presso la mia casa, su un'erba
     
    ridotta a un'oscura bava,
    una traccia sulle voragini scavate
    di fresco, nel tufo - caduta ogni rabbia
     
    di distruzione - rampa contro radi palazzi
    e pezzi di cielo, inanimata,
    una scavatrice...
     
    Che pena m'invade, davanti a questi
    attrezzi
    supini, sparsi qua e là nel fango,
    davanti a questo canovaccio rosso
     
    che pende a un cavalletto, nell'angolo
    dove la notte sembra più triste?
    Perché, a questa spenta tinta di sangue,
     
    la mia coscienza così ciecamente resiste,
    si nasconde, quasi per un ossesso
    rimorso che tutta, nel fondo, la contrista?
     
    Perché dentro in me è lo stesso senso
    di giornate per sempre inadempite
    che è nel morto firmamento
     
    in cui sbianca questa scavatrice?
     
    Mi spoglio in una delle mille stanze
    dove a via Fonteiana si dorme.
    Su tutto puoi scavare, tempo: speranze
     
    passioni. Ma non su queste forme
    pure della vita... Si riduce
    ad esse l'uomo, quando colme
     
    siano esperienza e fiducia
    nel mondo... Ah, giorni di Rebibbia,
    che io credevo persi in una luce
     
    di necessità, e che ora so così liberi!
     
    Insieme al cuore, allora, pei difficili
    casi che ne avevano sperduto
    il corso verso un destino umano,
     
    guadagnando in ardore la chiarezza
    negata, e in ingenuità
    il negato equilibrio - alla chiarezza
     
    all'equilibrio giungeva anche,
    in quei giorni, la mente. E il cieco
    rimpianto, segno di ogni mia
     
    lotta col mondo, respingevano, ecco,
    adulte benché inesperte ideologie...
    Si faceva, il mondo, soggetto
     
    non più di mistero ma di storia.
    Si moltiplicava per mille la gioia
    del conoscerlo - come
     
    ogni uomo, umilmente, conosce.
    Marx o Gobetti, Gramsci o Croce,
    furono vivi nelle vive esperienze.
     
    Mutò la materia di un decennio d'oscura
    vocazione, se mi spesi a far chiaro ciò
    che più pareva essere ideale figura
     
    a una ideale generazione;
    in ogni pagina, in ogni riga
    che scrivevo, nell'esilio di Rebibbia,
     
    c'era quel fervore, quella presunzione,
    quella gratitudine. Nuovo
    nella mia nuova condizione
     
    di vecchio lavoro e di vecchia miseria,
    i pochi amici che venivano
    da me, nelle mattine o nelle sere
     
    dimenticate sul Penitenziario,
    mi videro dentro una luce viva:
    mite, violento rivoluzionario
     
    nel cuore e nella lingua. Un uomo fioriva

    IV
     
    Mi stringe contro il suo vecchio vello,
    che profuma di bosco, e mi posa
    il muso con le sue zanne di verro
     
    o errante orso dal fiato di rosa,
    sulla bocca: e intorno a me la stanza
    è una radura, la coltre corrosa
     
    dagli ultimi sudori giovanili, danza
    come un velame di pollini... E infatti
    cammino per una strada che avanza
     
    tra i primi prati primaverili, sfatti
    in una luce di paradiso...
    Trasportato dall'onda dei passi,
     
    questa che lascio alle spalle, lieve e
    misero,
    non è la periferia di Roma: "Viva
    Mexico!" è scritto a calce o inciso
     
    sui ruderi dei templi, sui muretti ai bivii,
    decrepiti, leggeri come osso, ai confini
    di un bruciante cielo senza un brivido.
     
    Ecco, in cima a una collina
    fra le ondulazioni, miste alle nubi,
    di una vecchia catena appenninica,
     
    la città, mezza vuota, benché sia l'ora
    della mattina, quando vanno le donne
    alla spesa - o del vespro che indora
     
    i bambini che corrono con le mamme
    fuori dai cortili della scuola.
    Da un gran silenzio le strade sono invase:
     
    si perdono i selciati un po' sconnessi,
    vecchi come il tempo, grigi come il
    tempo,
    e due lunghi listoni di pietra
     
    corrono lungo le strade, lucidi e spenti.
    Qualcuno, in quel silenzio, si muove:
    qualche vecchia, qualche ragazzetto
     
    perduto nei suoi giuochi, dove
    i portali di un dolce Cinquecento
    s'aprano sereni, o un pozzetto
     
    con bestioline intarsiate sui bordi
    posi sopra la povera erba,
    in qualche bivio o canto dimenticato.
     
    Si apre sulla cima del colle l'erma
    piazza del comune, e fra casa
    e casa, oltre un muretto, e il verde
     
    d'un grande castagno, si vede
    lo spazio della valle: ma non la valle.
    Uno spazio che tremola celeste
     
    o appena cereo... Ma il Corso continua,
    oltre quella familiare piazzetta
    sospesa nel cielo appenninico:
     
    s'interna fra case più strette, scende
    un po' a mezza costa: e più in basso
    - quando le barocche casette diradano
     
    ecco apparire la valle - e il deserto.
    Ancora solo qualche passo
    verso la svolta, dove la strada
     
    è già tra nudi praticelli erti
    e ricciuti. A manca, contro il pendio,
    quasi fosse crollata la chiesa,
     
    si alza gremita di affreschi, azzurri,
    rossi, un'abside, pesta di volute
    lungo le cancellate cicatrici
     
    del crollo - da cui soltanto essa,
    l'immensa conchiglia, sia rimasta
    a spalancarsi contro il cielo.
     
    È lì, da oltre la valle, dal deserto,
    che prende a soffiare un'aria, lieve,
    disperata,
    che incendia la pelle di dolcezza...
     
    È come quegli odori che, dai campi
    bagnati di fresco, o dalle rive di un
    fiume,
    soffiano sulla città nei primi
     
    giorni di bel tempo: e tu
    non li riconosci, ma impazzito
    quasi di rimpianto, cerchi di capire
     
    se siano di un fuoco acceso sulla brina,
    oppure di uve o nespole perdute
    in qualche granaio intiepidito
     
    dal sole della stupenda mattina.
    Io grido di gioia, così ferito
    in fondo ai polmoni da quell'aria
     
    che come un tepore o una luce
    respiro guardando la vallata

    V
     
    Un po' di pace basta a rivelare
    dentro il cuore l'angoscia,
    limpida, come il fondo del mare
     
    in un giorno di sole. Ne riconosci,
    senza provarlo, il male
    lì, nel tuo letto, petto, cosce
     
    e piedi abbandonati, quale
    un crocifisso - o quale Noè
    ubriaco, che sogna, ingenuamente ignaro
     
    dell'allegria dei figli, che
    su lui, i forti, i puri, si divertono...
    il giorno è ormai su di te,
     
    nella stanza come un leone dormente.
     
    Per quali strade il cuore
    si trova pieno, perfetto anche in questa
    mescolanza di beatitudine e dolore?
     
    Un po' di pace... E in te ridesta
    è la guerra, è Dio. Si distendono
    appena le passioni, si chiude la fresca
     
    ferita appena, che già tu spendi
    l'anima, che pareva tutta spesa,
    in azioni di sogno che non rendono
     
    niente... Ecco, se acceso
    alla speranza - che, vecchio leone
    puzzolente di vodka, dall'offesa
     
    sua Russia giura Krusciov al mondo -
    ecco che tu ti accorgi che sogni.
    Sembra bruciare nel felice agosto
     
    di pace, ogni tua passione, ogni
    tuo interiore tormento,
    ogni tua ingenua vergogna
     
    di non essere - nel sentimento -
    al punto in cui il mondo si rinnova.
    Anzi, quel nuovo soffio di vento
     
    ti ricaccia indietro, dove
    ogni vento cade: e lì, tumore
    che si ricrea, ritrovi
     
    il vecchio crogiolo d'amore,
    il senso, lo spavento, la gioia.
    E proprio in quel sopore
     
    è la luce... in quella incoscienza
    d'infante, d'animale o ingenuo libertino
    è la purezza... i più eroici
     
    furori in quella fuga, il più divino
    sentimento in quel basso atto umano
    consumato nel sonno mattutino.

    VI
     
    Nella vampa abbandonata
    del sole mattutino - che riarde,
    ormai, radendo i cantieri, sugli infissi
     
    riscaldati - disperate
    vibrazioni raschiano il silenzio
    che perdutamente sa di vecchio latte,
     
    di piazzette vuote, d'innocenza.
    Già almeno dalle sette, quel vibrare
    cresce col sole. Povera presenza
     
    d'una dozzina d'anziani operai,
    con gli stracci e le canottiere arsi
    dal sudore, le cui voci rare,
     
    le cui lotte contro gli sparsi
    blocchi di fango, le colate di terra,
    sembrano in quel tremito disfarsi.
     
    Ma tra gli scoppi testardi della
    benna, che cieca sembra, cieca
    sgretola, cieca afferra,
     
    quasi non avesse meta,
    un urlo improvviso, umano,
    nasce, e a tratti si ripete,
     
    così pazzo di dolore, che, umano,
    subito non sembra più, e ridiventa
    morto stridore. Poi, piano,
     
    rinasce, nella luce violenta,
    tra i palazzi accecati, nuovo, uguale,
    urlo che solo chi è morente,
     
    nell'ultimo istante, può gettare
    in questo sole che crudele ancora splende
    già addolcito da un po' d'aria di mare...
     
    A gridare è, straziata
    da mesi e anni di mattutini
    sudori - accompagnata
     
    dal muto stuolo dei suoi scalpellini,
    la vecchia scavatrice: ma, insieme, il
    fresco
    sterro sconvolto, o, nel breve confine
     
    dell'orizzonte novecentesco,
    tutto il quartiere... È la città,
    sprofondata in un chiarore di festa,
     
    - è il mondo. Piange ciò che ha
    fine e ricomincia. Ciò che era
    area erbosa, aperto spiazzo, e si fa
     
    cortile, bianco come cera,
    chiuso in un decoro ch'è rancore;
    ciò che era quasi una vecchia fiera
     
    di freschi intonachi sghembi al sole,
    e si fa nuovo isolato, brulicante
    in un ordine ch'è spento dolore.
     
    Piange ciò che muta, anche
    per farsi migliore. La luce
    del futuro non cessa un solo istante
     
    di ferirci: è qui, che brucia
    in ogni nostro atto quotidiano,
    angoscia anche nella fiducia
     
    che ci dà vita, nell'impeto gobettiano
    verso questi operai, che muti innalzano,
    nel rione dell'altro fronte umano,
     
    il loro rosso straccio di speranza.
     
    1956





@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare

Curatore, Bruno Esposito

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