"Le pagine corsare " dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Serata finale Premio Strega 1968
QUANDO PASOLINI CI DISSE CHE IL PREMIO STREGA
“è un campo d’operazioni del più brutale consumismo.”
di DALE ZACCARIA
"II mondo della cultura - in cui vivo per una vocazione letteraria, che si rivela ogni giorno più estranea a tale società e a tale mondo - è il luogo deputato della stupidità, della viltà e della meschinità."
(«Paese sera», venerdì 18 novembre 1966
- Oggi in Empirismo Eretico, pag. 161)
Correva l’anno 1968 , siamo “ negli anni della contestazione a tutto campo, la "cultura per tutti" era uno slogan che veniva usato proprio per indicare un cambiamento rispetto ad una cultura logorata dalle mediocri "èlite culturali" "clientelari”, afferma Bruno Esposito, studioso pasoliniano.
Sono gli anni delle rivolte studentesche, le più eclatanti a Roma: Valle Giulia, l’Università di Architettura ecc.. dove studenti e polizia si scontrano anche in modo feroce. Gli anni della guerra in Vietnam, dell’eccidio di Avola dove le forze dell’ordine sparano sui braccianti in rivolta, uccidendo due manifestanti e ferendone a decine. L’Italia è governata da Aldo Moro Presidente del Consiglio che si dimetterà il 5 Giugno del 1968 per passare i poteri a Giovanni Leone futuro Presidente della Repubblica...
Pier Paolo Pasolini era approdato a Roma nel 1950, segnando così il suo passaggio poetico umano e letterario, dalla lingua-terra madre friulana a quella romana delle borgate e del sottoproletariato. La sua produzione è intensa e febbrile, libri, film, teatro, giornalismo. Il 1968 per Pasolini
"Le pagine corsare " dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Dale Zaccaria legge Pasolini Essi ti insegneranno a non splendere... Gennariello
DA Lettere luterane di Pier Paolo Pasolini Einaudi, Torino 1976 Siamo belli, dunque
deturpiamoci (Gennariello)
Se è giusta la
mia ipotesi che nella categoria dei tuoi coetanei «obbedienti» trovino posto, e
per primi, «coloro che erano destinati a morire» - cioè coloro che la scienza
medica ha salvato dalla «mortalità infantile», e sono quindi dei «sopravvissuti»
- quale è la loro funzione pedagogica nei tuoi riguardi? Che cosa ti insegnano
col semplice loro essere e comportarsi?
La loro
caratteristica prima - ti ho detto - è il sentimento inconscio che il loro
essere venuti al mondo sia stato particolarmente indesiderato. Il sentimento
"Le pagine corsare " dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
L’anima e la notte, della poesia ed altri versi di Dale Zaccaria
Dedicato a Pier Paolo Pasolini
Immediato alla lettura, autobiografico nei contenuti, L’anima e la notte, della poesia ed altri versi di Dale Zaccaria, ci parla d’ amore, passione, desiderio, gioia, sofferenza, rabbia e voglia di reagire.
Il tema dominante è l'amore nelle sue pieghe più visibili e descritto con immagini chiare ed immediate, lo stile schietto e pulito dei versi, dettati da un cuore che ama veramente, non lasciano al lettore il compito d’ interpretare, seducono, coinvolgono e trascinano lungo un percorso fatto di sensazioni e stati d'animo, che come un breve riflesso identificativo, conducono nell'intimo animo della scrittrice.
Molto bella e molto gradita la dedica a Pier Paolo Pasolini e la presentazione di Angela Molteni.
B.E.
Dale Zaccaria è nata a Subiaco (Roma) il 9 Gennaio 1976. E’ giornalista pubblicista e operatrice interculturale. Lavora in progetti sociali ed educativi presso scuole pubbliche tenendo corsi di teatro e poesia e presso associazioni che si occupano di disabilità. Ha studiato Arti e Scienze dello Spettacolo presso l’Università degli Studi di Roma La Sapienza. Da più di dieci anni è impegnata in performance dal vivo con musicisti, pittori, danzatrici e cantanti, in una ricerca mirata di contaminazione tra la poesia e le varie arti.
Tra le sue pubblicazioni Di ridicola bellezza (Sovera 2004) Non per l’amore a dire (Manni 2006) Inedito per una passante (Manni 2008) Epilogo di una poesia civile nell’Antologia Pro-Testo (Fara Edizioni 2009) L’anima e la notte, della poesia ed altri versi (Galassia Arte 2012) Il manicomio della bella folla (Onirica Edizioni 2014) Nel suo amore. Ventidue poesie. (micrulia /youcanprint 2014) Favole per tutti i bambini che sono fiori. (micrulia /youcanprint 2015)
L’anima è la notte, della poesia ed altri versi è una silloge poetica dedicata a Pier Paolo Pasolini. Con due poesie dedicate a Franca Rame ed una ad Alda Merini. Il tema amoroso non è rivolto soltanto al tu o al voi amato ma ha un respiro più ampio come nella poesia dedicata alle Madres De Plaza de Mayo o di fratellanza universale come nella lirica "Canzone per un bambino zingaro". Questa nuova edizione si arricchisce di dodici poesie inedite rispetto alle precedenti pubblicazioni, in una sinergia poetica e pittorica con I Camalioni, laboratori sperimentali di attività creative Bisceglie Puglia, la cui opera in copertina ben rappresenta l’intero testo poetico. L’introduzione al testo è di Angela Molteni studiosa pasoliniana e a chiusa del libro una breve ma intensa nota di Bruno Esposito Qui si può ordinare il volume: http://www.youcanprint.it/youcanprint-libreria/narrativa/lanima-e-la-notte.html
* http://www.ibs.it/code/9788891184184/zaccaria-dale/l-anima-e-la.html?gclid=CI213PPu98QCFQTnwgodzRgA7Q
*
"Le pagine corsare " dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Dale Zaccaria legge Pasolini Che cosa sono le nuvole
Che cosa sono le nuvole?
di Domenico Modugno e
Pier Paolo Pasolini
Che io possa esser dannato
se non ti amo
e se così non fosse
non capirei più
niente. Tutto il mio
folle amore lo soffia
il cielo lo soffia il
cielo... così.
Ah, ma l'erba soavemente delicata
di un profumo che dà
gli spasimi! Ah, ah,
tu non fossi mai nata! Tutto il mio folle amore lo soffia il cielo lo soffia il cielo... così.
Il derubato che sorride
ruba qualcosa al
ladro ma il derubato
che piange ruba
qualcosa a se stesso. Perciò io vi dico finché sorriderò tu non sarai perduta.
Ma queste son parole
e non ho mai sentito
che un cuore, un
cuore affranto si
cura con l'udito. E
tutto il mio folle amore lo soffia il cielo lo soffia il cielo... così.
"Le pagine corsare " dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Dale Zaccaria legge Pasolini
Tratto da il pianto della scavatrice
Solo l'amare, solo il conoscere
conta, non l'aver amato,
non l'aver conosciuto. Dà angoscia
il vivere di un consumato
amore. L'anima non cresce più.
Ecco nel calore incantato
della notte che piena quaggiù
tra le curve del fiume e le sopite
visioni della città sparsa di luci,
scheggia ancora di mille vite,
disamore, mistero, e miseria
dei sensi, mi rendono nemiche
le forme del mondo, che fino a ieri
erano la mia ragione d'esistere.
Annoiato, stanco, rincaso, per neri
piazzali di mercati, tristi
strade intorno al porto fluviale,
tra le baracche e i magazzini misti
agli ultimi prati. Lì mortale
è il silenzio: ma giù, a viale Marconi,
alla stazione di Trastevere, appare
ancora dolce la sera. Ai loro rioni,
alle loro borgate, tornano su motori
leggeri - in tuta o coi calzoni
di lavoro, ma spinti da un festivo ardore
i giovani, coi compagni sui sellini,
ridenti, sporchi. Gli ultimi avventori
chiacchierano in piedi con voci
alte nella notte, qua e là, ai tavolini
dei locali ancora lucenti e semivuoti.
Stupenda e misera città,
che m'hai insegnato ciò che allegri e
feroci
gli uomini imparano bambini,
le piccole cose in cui la grandezza
della vita in pace si scopre, come
andare duri e pronti nella ressa
delle strade, rivolgersi a un altro uomo
senza tremare, non vergognarsi
di guardare il denaro contato
con pigre dita dal fattorino
che suda contro le facciate in corsa
in un colore eterno d'estate;
a difendermi, a offendere, ad avere
il mondo davanti agli occhi e non
soltanto in cuore, a capire
che pochi conoscono le passioni
in cui io sono vissuto:
che non mi sono fraterni, eppure sono
fratelli proprio nell'avere
passioni di uomini
che allegri, inconsci, interi
vivono di esperienze
ignote a me. Stupenda e misera
città che mi hai fatto fare
esperienza di quella vita
ignota: fino a farmi scoprire
ciò che, in ognun, era il mondo.
Una luna morente nel silenzio,
che di lei vive, sbianca tra violenti
ardori, che miseramente sulla terra
muta di vita, coi bei viali, le vecchie
viuzze, senza dar luce abbagliano
e, in tutto il mondo, le riflette
lassù, un po' di calda nuvolaglia.
È la notte più bella dell'estate.
Trastevere, in un odore di paglia
di vecchie stalle, di svuotate
osterie, non dorme ancora.
Gli angoli bui, le pareti placide
risuonano d'incantati rumori.
Uomini e ragazzi se ne tornano a casa
- sotto festoni di luci ormai sole -
verso i loro vicoli, che intasano
buio e immondizia, con quel passo blando
da cui più l'anima era invasa
quando veramente amavo, quando
veramente volevo capire.
E, come allora, scompaiono cantando.
II
Povero come un gatto del Colosseo,
vivevo in una borgata tutta calce
e polverone, lontano dalla città
e dalla campagna, stretto ogni giorno
in un autobus rantolante:
e ogni andata, ogni ritorno
era un calvario di sudore e di ansie.
Lunghe camminate in una calda caligine,
lunghi crepuscoli davanti alle carte
ammucchiate sul tavolo, tra strade di
fango,
muriccioli, casette bagnate di calce
e senza infissi, con tende per porte...
Passano l'olivaio, lo straccivendolo,
venendo da qualche altra borgata,
con l'impolverata merce che pareva
frutto di furto, e una faccia crudele
di giovani invecchiati tra i vizi
di chi ha una madre dura e affamata.
Rinnovato dal mondo nuovo,
libero - una vampa, un fiato
che non so dire, alla realtà
che umile e sporca, confusa e immensa,
brulicava nella meridionale periferia,
dava un senso di serena pietà.
Un'anima in me, che non era solo mia,
una piccola anima in quel mondo
sconfinato,
cresceva, nutrita dall'allegria
di chi amava, anche se non riamato.
E tutto si illuminava, a questo amore.
Forse ancora di ragazzo, eroicamente,
e però maturato dall'esperienza
che nasceva ai piedi della storia.
Ero al centro del mondo, in quel mondo
di borgate tristi, beduine,
di gialle praterie sfregate
da un vento sempre senza pace,
venisse dal caldo mare di Fiumicino,
o dall'agro, dove si perdeva
la città fra i tuguri; in quel mondo
che poteva soltanto dominare,
quadrato spettro giallognolo
nella giallognola foschia,
bucato da mille file uguali
di finestre sbarrate, il Penitenziario
tra vecchi campi e sopiti casali.
Le cartacce e la polvere che cieco
il venticello trascinava qua e là,
le povere voci senza eco
di donnette venute dai monti
Sabini, dall'Adriatico, e qua
accampate, ormai con torme
di deperiti e duri ragazzini
stridenti nelle canottiere a pezzi,
nei grigi, bruciati calzoncini,
i soli africani, le piogge agitate
che rendevano torrenti di fango
le strade, gli autobus ai capolinea
affondati nel loro angolo
tra un'ultima striscia d'erba bianca
e qualche acido, ardente immondezzaio...
era il centro del mondo, com'era
al centro della storia il mio amore
per esso: e in questa
maturità che per essere nascente
era ancora amore, tutto era
per divenire chiaro - era,
chiaro! Quel borgo nudo al vento,
non romano, non meridionale,
non operaio, era la vita
nella sua luce più attuale:
vita, e luce della vita, piena
nel caos non ancora proletario,
come la vuole il rozzo giornale
della cellula, l'ultimo
sventolio del rotocalco: osso
dell'esistenza quotidiana,
pura, per essere fin troppo
prossima, assoluta per essere
fin troppo miseramente umana.
III
E ora rincaso, ricco di quegli anni
così nuovi che non avrei mai pensato
di saperli vecchi in un'anima
a essi lontana, come a ogni passato.
Salgo i viali del Gianicolo, fermo
da un bivio liberty, a un largo alberato,
a un troncone di mura - ormai al termine
della città sull'ondulata pianura
che si apre sul mare. E mi rigermina
nell'anima - inerte e scura
come la notte abbandonata al profumo
una semenza ormai troppo matura
per dare ancora frutto, nel cumulo
di una vita tornata stanca e acerba...
Ecco Villa Pamphili, e nel lume
che tranquillo riverbera
sui nuovi muri, la via dove abito.
Presso la mia casa, su un'erba
ridotta a un'oscura bava,
una traccia sulle voragini scavate
di fresco, nel tufo - caduta ogni rabbia
di distruzione - rampa contro radi palazzi
e pezzi di cielo, inanimata,
una scavatrice...
Che pena m'invade, davanti a questi
attrezzi
supini, sparsi qua e là nel fango,
davanti a questo canovaccio rosso
che pende a un cavalletto, nell'angolo
dove la notte sembra più triste?
Perché, a questa spenta tinta di sangue,
la mia coscienza così ciecamente resiste,
si nasconde, quasi per un ossesso
rimorso che tutta, nel fondo, la contrista?
Perché dentro in me è lo stesso senso
di giornate per sempre inadempite
che è nel morto firmamento
in cui sbianca questa scavatrice?
Mi spoglio in una delle mille stanze
dove a via Fonteiana si dorme.
Su tutto puoi scavare, tempo: speranze
passioni. Ma non su queste forme
pure della vita... Si riduce
ad esse l'uomo, quando colme
siano esperienza e fiducia
nel mondo... Ah, giorni di Rebibbia,
che io credevo persi in una luce
di necessità, e che ora so così liberi!
Insieme al cuore, allora, pei difficili
casi che ne avevano sperduto
il corso verso un destino umano,
guadagnando in ardore la chiarezza
negata, e in ingenuità
il negato equilibrio - alla chiarezza
all'equilibrio giungeva anche,
in quei giorni, la mente. E il cieco
rimpianto, segno di ogni mia
lotta col mondo, respingevano, ecco,
adulte benché inesperte ideologie...
Si faceva, il mondo, soggetto
non più di mistero ma di storia.
Si moltiplicava per mille la gioia
del conoscerlo - come
ogni uomo, umilmente, conosce.
Marx o Gobetti, Gramsci o Croce,
furono vivi nelle vive esperienze.
Mutò la materia di un decennio d'oscura
vocazione, se mi spesi a far chiaro ciò
che più pareva essere ideale figura
a una ideale generazione;
in ogni pagina, in ogni riga
che scrivevo, nell'esilio di Rebibbia,
c'era quel fervore, quella presunzione,
quella gratitudine. Nuovo
nella mia nuova condizione
di vecchio lavoro e di vecchia miseria,
i pochi amici che venivano
da me, nelle mattine o nelle sere
dimenticate sul Penitenziario,
mi videro dentro una luce viva:
mite, violento rivoluzionario
nel cuore e nella lingua. Un uomo fioriva
IV
Mi stringe contro il suo vecchio vello,
che profuma di bosco, e mi posa
il muso con le sue zanne di verro
o errante orso dal fiato di rosa,
sulla bocca: e intorno a me la stanza
è una radura, la coltre corrosa
dagli ultimi sudori giovanili, danza
come un velame di pollini... E infatti
cammino per una strada che avanza
tra i primi prati primaverili, sfatti
in una luce di paradiso...
Trasportato dall'onda dei passi,
questa che lascio alle spalle, lieve e
misero,
non è la periferia di Roma: "Viva
Mexico!" è scritto a calce o inciso
sui ruderi dei templi, sui muretti ai bivii,
decrepiti, leggeri come osso, ai confini
di un bruciante cielo senza un brivido.
Ecco, in cima a una collina
fra le ondulazioni, miste alle nubi,
di una vecchia catena appenninica,
la città, mezza vuota, benché sia l'ora
della mattina, quando vanno le donne
alla spesa - o del vespro che indora
i bambini che corrono con le mamme
fuori dai cortili della scuola.
Da un gran silenzio le strade sono invase:
si perdono i selciati un po' sconnessi,
vecchi come il tempo, grigi come il
tempo,
e due lunghi listoni di pietra
corrono lungo le strade, lucidi e spenti.
Qualcuno, in quel silenzio, si muove:
qualche vecchia, qualche ragazzetto
perduto nei suoi giuochi, dove
i portali di un dolce Cinquecento
s'aprano sereni, o un pozzetto
con bestioline intarsiate sui bordi
posi sopra la povera erba,
in qualche bivio o canto dimenticato.
Si apre sulla cima del colle l'erma
piazza del comune, e fra casa
e casa, oltre un muretto, e il verde
d'un grande castagno, si vede
lo spazio della valle: ma non la valle.
Uno spazio che tremola celeste
o appena cereo... Ma il Corso continua,
oltre quella familiare piazzetta
sospesa nel cielo appenninico:
s'interna fra case più strette, scende
un po' a mezza costa: e più in basso
- quando le barocche casette diradano
ecco apparire la valle - e il deserto.
Ancora solo qualche passo
verso la svolta, dove la strada
è già tra nudi praticelli erti
e ricciuti. A manca, contro il pendio,
quasi fosse crollata la chiesa,
si alza gremita di affreschi, azzurri,
rossi, un'abside, pesta di volute
lungo le cancellate cicatrici
del crollo - da cui soltanto essa,
l'immensa conchiglia, sia rimasta
a spalancarsi contro il cielo.
È lì, da oltre la valle, dal deserto,
che prende a soffiare un'aria, lieve,
disperata,
che incendia la pelle di dolcezza...
È come quegli odori che, dai campi
bagnati di fresco, o dalle rive di un
fiume,
soffiano sulla città nei primi
giorni di bel tempo: e tu
non li riconosci, ma impazzito
quasi di rimpianto, cerchi di capire
se siano di un fuoco acceso sulla brina,
oppure di uve o nespole perdute
in qualche granaio intiepidito
dal sole della stupenda mattina.
Io grido di gioia, così ferito
in fondo ai polmoni da quell'aria
che come un tepore o una luce
respiro guardando la vallata
V
Un po' di pace basta a rivelare
dentro il cuore l'angoscia,
limpida, come il fondo del mare
in un giorno di sole. Ne riconosci,
senza provarlo, il male
lì, nel tuo letto, petto, cosce
e piedi abbandonati, quale
un crocifisso - o quale Noè
ubriaco, che sogna, ingenuamente ignaro
dell'allegria dei figli, che
su lui, i forti, i puri, si divertono...
il giorno è ormai su di te,
nella stanza come un leone dormente.
Per quali strade il cuore
si trova pieno, perfetto anche in questa
mescolanza di beatitudine e dolore?
Un po' di pace... E in te ridesta
è la guerra, è Dio. Si distendono
appena le passioni, si chiude la fresca
ferita appena, che già tu spendi
l'anima, che pareva tutta spesa,
in azioni di sogno che non rendono
niente... Ecco, se acceso
alla speranza - che, vecchio leone
puzzolente di vodka, dall'offesa
sua Russia giura Krusciov al mondo -
ecco che tu ti accorgi che sogni.
Sembra bruciare nel felice agosto
di pace, ogni tua passione, ogni
tuo interiore tormento,
ogni tua ingenua vergogna
di non essere - nel sentimento -
al punto in cui il mondo si rinnova.
Anzi, quel nuovo soffio di vento
ti ricaccia indietro, dove
ogni vento cade: e lì, tumore
che si ricrea, ritrovi
il vecchio crogiolo d'amore,
il senso, lo spavento, la gioia.
E proprio in quel sopore
è la luce... in quella incoscienza
d'infante, d'animale o ingenuo libertino
è la purezza... i più eroici
furori in quella fuga, il più divino
sentimento in quel basso atto umano
consumato nel sonno mattutino.
VI
Nella vampa abbandonata
del sole mattutino - che riarde,
ormai, radendo i cantieri, sugli infissi
riscaldati - disperate
vibrazioni raschiano il silenzio
che perdutamente sa di vecchio latte,
di piazzette vuote, d'innocenza.
Già almeno dalle sette, quel vibrare
cresce col sole. Povera presenza
d'una dozzina d'anziani operai,
con gli stracci e le canottiere arsi
dal sudore, le cui voci rare,
le cui lotte contro gli sparsi
blocchi di fango, le colate di terra,
sembrano in quel tremito disfarsi.
Ma tra gli scoppi testardi della
benna, che cieca sembra, cieca
sgretola, cieca afferra,
quasi non avesse meta,
un urlo improvviso, umano,
nasce, e a tratti si ripete,
così pazzo di dolore, che, umano,
subito non sembra più, e ridiventa
morto stridore. Poi, piano,
rinasce, nella luce violenta,
tra i palazzi accecati, nuovo, uguale,
urlo che solo chi è morente,
nell'ultimo istante, può gettare
in questo sole che crudele ancora splende
già addolcito da un po' d'aria di mare...
A gridare è, straziata
da mesi e anni di mattutini
sudori - accompagnata
dal muto stuolo dei suoi scalpellini,
la vecchia scavatrice: ma, insieme, il
fresco
sterro sconvolto, o, nel breve confine
dell'orizzonte novecentesco,
tutto il quartiere... È la città,
sprofondata in un chiarore di festa,
- è il mondo. Piange ciò che ha
fine e ricomincia. Ciò che era
area erbosa, aperto spiazzo, e si fa
cortile, bianco come cera,
chiuso in un decoro ch'è rancore;
ciò che era quasi una vecchia fiera
di freschi intonachi sghembi al sole,
e si fa nuovo isolato, brulicante
in un ordine ch'è spento dolore.
Piange ciò che muta, anche
per farsi migliore. La luce
del futuro non cessa un solo istante
di ferirci: è qui, che brucia
in ogni nostro atto quotidiano,
angoscia anche nella fiducia
che ci dà vita, nell'impeto gobettiano
verso questi operai, che muti innalzano,
nel rione dell'altro fronte umano,
il loro rosso straccio di speranza.
1956
"Le pagine corsare " dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Dale Zaccaria legge Pasolini I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere...?
Saggi sulla politica e
sulla società, Meridiani Mondadori, Milano 1999 (“Corriere della Sera”, 8 ottobre 1975; poi in Lettere luterane)
I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci
anni di cosiddetto benessere si è speso in tutto fuorché nei servizi pubblici
di prima necessità: ospedali, scuole, asili, ospizi, verde pubblico, beni
naturali cioè culturali. I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in
questi dieci anni di cosiddetta tolleranza si è fatta ancora più profonda la
divisione tra Italia Settentrionale e Italia Meridionale, rendendo sempre più, i
meridionali, cittadini di seconda qualità. I cittadini italiani vogliono
consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta civiltà
tecnologica si siano compiuti così selvaggi disastri edilizi, urbanistici,
paesaggistici, ecologici, abbandonando, sempre selvaggiamente, a se stessa la
campagna. I
cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni
di cosiddetto progresso la «massa», dal punto di vista umano, si sia così
depauperata e degradata. I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in
questi dieci anni di cosiddetto laicismo l’unico discorso laico sia stato
quello, laido, della televisione (che si è unita alla scuola in una forse
irriducibile opera di diseducazione della gente). I cittadini italiani vogliono
consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta
democratizzazione (è quasi comico il dirlo: se mai «cultura» è stata più
accentatrice che la «cultura» di questi dieci anni) i decentramenti siano
serviti unicamente come cinica copertura alle manovre di un vecchio sottogoverno
clerico-fascista divenuto meramente mafioso. Ho detto e ripetuto la parola «perché»:
gli italiani non vogliono infatti consapevolmente sapere che questi fenomeni
oggettivamente esistono, e quali siano gli eventuali rimedi: ma vogliono sapere,
appunto, e prima di tutto, perché esistono. Voi dite, cari colleghi della «Stampa»,
che a far sapere tutte queste cose agli italiani provvede il gioco democratico,
ossia le critiche che i partiti si muovono a vicenda - anche violentemente - e,
in specie, le critiche che tutti i partiti muovono alla Democrazia cristiana.
No. Non è così. E proprio per la ragione che voi stessi (contraddicendovi)
sostenete: e cioè per la ragione che, ognuno in diversa misura e in diverso
modo, tutti gli uomini politici e tutti i partiti condividono con
la Democrazia cristiana cecità e responsabilità. Dunque, prima di tutto, gli altri
partiti non possono muovere critiche oggettive e convincenti alla Democrazia
cristiana, dal momento che anch’essi non hanno capito certi problemi o, peggio
ancora, anch’essi hanno condiviso certe decisioni. Inoltre su tutta la vita democratica
italiana incombe il sospetto di omertà da una parte e di ignoranza dall’altra,
per cui nasce - quasi da se stesso - un naturale patto col potere: una tacita
diplomazia del silenzio. Un elenco, anche sommario, ma, per quanto é possibile, completo
e ragionato, dei fenomeni, cioè delle colpe, non è mai stato fatto. Forse la
cosa è considerata insostenibile. Perché, ai capi di imputazione che ho
qui sopra elencato, c’è molto altro da aggiungere - sempre a proposito di ciò
che gli italiani vogliono consapevolmente sapere.
Gli italiani vogliono
consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del Sifar.
Gli italiani vogliono
consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del Sid.
Gli italiani vogliono
consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo della Cia.
Gli italiani vogliono
consapevolmente sapere fino a che punto la Mafia abbia partecipato alle
decisioni del governo di Roma o collaborato con esso. Gli italiani vogliono consapevolmente
sapere quale sia la realtà dei cosiddetti golpe fascisti.
Gli italiani vogliono
consapevolmente sapere da quali menti e in quale sede sia stato varato il
progetto della «strategia della tensione» (prima anticomunista e poi
antifascista, indifferentemente). Gli italiani vogliono consapevolmente
sapere chi ha creato il caso Valpreda. Gli italiani vogliono consapevolmente
sapere chi sono gli esecutori materiali e i mandanti, connazionali, delle stragi
di Milano, di Brescia, di Bologna. Ma gli italiani - e questo è il nodo
della questione - vogliono sapere tutte queste cose insieme: e
insieme agli altri potenziali reati col cui elenco ho esordito. Fin che
non si sapranno tutte queste cose insieme - e la logica che le connette e
le lega in un tutto unico non sarà lasciata alla sola fantasia dei moralisti -
la coscienza politica degli italiani non potrà produrre nuova coscienza. Cioè
l’Italia non potrà essere governata.
"Le pagine corsare " dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Dale Zaccaria legge Pasolini
Tratto da il "CAOS", 8 novembre 1969
La tosse dell'operaio
Come spesso capita quando si apre un vecchio libro già letto, magari diversi anni prima, ci si accorge che questi assume una nuova luce e un nuovo colore e, attraverso l'interpretazione dei fatti e della realtà contemporanea, diventa per certi versi attuale. ...
Sento tossire l'operaio che lavora qui sotto; la sua tosse arriva attraverso le grate che dal pianterreno danno nel mio giardino. Sicché essa pare risuonare tra le piante, toccate dal sole dell'ultima mattina di bel tempo. Egli, l'operaio, là sotto, intento al suo lavoro, tossisce ogni tanto, certamente sicuro che nessuno lo senta. E' un male di stagione ma la sua tosse non è bella; è qualcosa di peggio che influenza. Egli sopporta il male, e se lo cura, immagino, come noi da ragazzi. La vita per lui è rimasta decisamente scomoda; non l'aspetta nessun riposo, a casa, dopo il lavoro, come noi, appunto, ragazzi o poveri o quasi poveri. Guarda, la vita ci pareva consistere tutta in quella povertà, in cui non si ha diritto neanche, e con naturalezza, all'uso tranquillo di una latrina o alla solitudine di un letto; e quando viene il male, esso è accolto eroicamente: un operaio ha sempre diciotto anni, anche se ha figli più grandi di lui, nuovi agli eroismi. Insomma, a quei colpi di tosse mi si rivela il tragico senso di questo bel sole di ottobre.
"Le pagine corsare " dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Dale Zaccaria legge Pasolini
Tratto da Lettere Luterane
Frammento di Processo alla DC
Parlo proprio di un processo penale, dentro un tribunale. Andreotti, Fanfani,
Rumor, e almeno una dozzina di altri potenti democristiani (compreso forse per
correttezza qualche presidente della Repubblica) dovrebbero essere trascinati,
come Nixon, sul banco degli imputati. Anzi, no, non come Nixon, restiamo alle
giuste proporzioni: come Papadopulos. Visto fra l’altro che Nixon è stato
salvato da Ford dal processo vero e proprio. Nel banco degli imputati come
Papadopulos. E quivi accusati di una quantità sterminata di reati, che io
enuncio solo moralmente (sperando nell’eventualità che, almeno, venga prima o
poi celebrato un «processo Russell» finalmente impegnato e non conformistico e
trionfalistico com’è di solito):
indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del
denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i
banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione
straniera, collaborazione con la Cia, uso illecito di enti come il Sid,
responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna (almeno in quanto
colpevole incapacità di punirne gli esecutori), distruzione paesaggistica e
urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli
italiani (responsabilità, questa, aggravata dalla sua totale inconsapevolezza),
responsabilità della condizione, come suol dirsi, paurosa, delle scuole, degli
ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell’abbandono
«selvaggio» delle campagne, responsabilità dell‘esplosione «selvaggia» della
cultura di massa e dei mass media, responsabilità della stupidità delittuosa
della televisione, responsabilità del decadimento della Chiesa, e infine, oltre
a tutto il resto, magari, distribuzione borbonica di cariche pubbliche ad
adulatori.
Senza un simile processo penale, è
inutile sperare che ci sia qualcosa da fare per il nostro Paese. È chiaro
infatti che la rispettabilità di alcuni democristiani (Moro, Zaccagnini) o la
moralità dei comunisti non servono a nulla.
Saggi sulla politica e sulla società, Meridiani Mondadori,
Milano 1999
(“Il Mondo, 28 agosto 1975; poi in Lettere
luterane)
"Le pagine corsare " dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Pier Paolo Pasolini : Langage et poésie. di Dale Zaccaria
“Sul vuoto che Pasolini ha lasciato permane la difficoltà di cancellarne l’ombra, e più si tenta di cancellarla e più si proietta nella realtà che stiamo vivendo” Enzo Golino
Itinerari Pasoliniani. La dissoluzione dei corpi.
L’omicidio di Pasolini segna i territori delle debolezze collettive, divenendo egli vittima sacrificale del cannibalismo dei linguaggi giornalistici e neo-televisivi;
l’evento luttuoso viene esteriorizzato, tolto dalla sua aura intima e dolorosa dagli apparati comunicazionali e della cultura di massa.
Lo stesso corpo martorizzato assunto ad icona dell’inconscio collettivo rappresenta i rischi della modernità: la dissoluzione dei corpi, mutazione e disgregazione sociale.
Pasolini nel suo ultimo atto vive e fa vivere paradossalmente la crisi, l’atonia di una destorificazione dell’individuo dove la stessa morte è spettacolarizzata.
Il pensiero postmoderno francese con Baudrillard, sottolinea come la logica della rappresentazione diventi prioritaria rispetto all’oggetto rappresentato: “non l’estasi della comunicazione dove tutto è sottoposto all’estroversione forzata di ogni interiorità e all’introiezione forzata di ogni esteriorità.”
A difendere il dolore dello scrittore che affermava “ sento la mia tensione verso un mondo che io rifiuto, che non ha ragione” interverrà l’urlo di Moravia a Campo dei Fiori: “il poeta dovrebbe essere sacro.”
Nel saggio Empirismo Eretico, l’autore si dibatte, nella prima parte sulla storia dei rapporti dello scrittore italiano con la lingua media, constatando le problematiche inerenti ad essa: la non esistenza di una lingua nazionale o “imperfettamente nazionale.” La koinè come entità dualistica, italiano letterario e italiano strumentale, il tutto intessuto in un modello borghese o piccolo borghese a cui soprattutto la letteratura alta e media s’intreccia All’orizzonte intanto “ si profila la lingua del futuro(…)quella voluta dai tecnocrati, dai neocapitalisti (…).”
Così il linguaggio giornalistico, anticreativo, che si deve completamente adeguare alla richiesta di massa, ritagliando dalla grammatica italiana solo gli elementi che concernono la comunicazione. O quello politico, segno evidente dell’omologazione della nuova società neocapitalistica.
La cultura tecnocratica-tecnologica si accinge ad espropriare afferma il poeta “tutto il passato classico e classicistico dell’uomo: ossia l’umanesimo.” Pasolini testimonia con il proprio corpo questo passaggio epocale fino a giungere a quel livellamento linguistico dovuto alla diffusione dei mezzi mass-mediali (radio, televisione).
Come annota Andrea Miconi “ relativamente precoce è dunque in Pasolini, la coscienza del ribaltamento globale delle culture, degli investimenti estetici ed effettivi e dei modi dell’esperienza vissuta, della de-erotizzazione dell’agire creativo e della meccanizzazione dei modi e delle tecniche di espressione.”
Stiamo assistendo alla formazione di un nuovo regime antropologico, una nuova cultura che sopprime quella popolare con istanze consumistiche e di mercificazione.
La polemica dell’ eretico antimoderno contro l’influenza e la manipolazione sociale dei mezzi di comunicazione di massa, la mercificazione estetica da essi compiuta e avvertita come l’erosione auratica dell’opera d’arte, la desacralizzazione dell’immagine ormai fruita quotidianamente, passivamente dallo spettatore non è più epifania delle radici mitiche dell’espressione. Quest’ultima sarà riscattata nell’innesto compiuto da Pasolini tra il dialetto romano e il suo italiano letterario, dove la lingua della borgata diviene il territorio di una “naturalità espressiva” come afferma De Benedectis, inscritta nei corpi e nei luoghi dei propri parlanti.
Esprimersi è esistere.
Pasolini è un infaticato sperimentatori di linguaggi. Egli può esistere solo esprimendosi, così la scrittura, così anche il cinema, sono i mezzi con i quali egli può liberarsi da questa ossessione, ma al contempo gli strumenti necessari per recuperare quel mondo primigenio ed innocente.
Tullio De Mauro in un suo saggio “Pasolini critico dei linguaggi” ripercorre questa iniziazione. Il poeta è legato essenzialmente ad un’ ambiente in cui si esprime l’altarità dialettale, da un lato della madre friulana e dall’altro del padre romagnolo, a fare da traid d’union a queste componenti eterogenee sarà l’obbligo d’apertura ad una strada verso l’italofonia. La figura paterna è legata a quel complesso edipico analizzato e superato nel film del 1967 Edipo Re, dove in un primo tempo il regista riscrive la tragedia sofoclea in chiave autobiografica, cercando il superamento necessario a questa condizione. Scrive Pasolini: “questo è ciò che Sofocle mi ha ispirato: il contrasto tra la totale innocenza e l’obbligo di sapere. Non tanto la crudeltà della vita che determina i crimini quanto il fatto che la gente che non tenta di comprendere la storia, la vita, la realtà.” Tra feticci metropolitani e la disgregazione di un unitario passato.
L’arrivo di Pasolini a Roma è dettato più che da una scelta personale, dagl’eventi traumatici che si susseguirono nella vita del poeta: leggiamo nel saggio di Andrea Miconi, PPP, la poesia, il corpo e illinguaggio : “ a Roma era approdato rocambolescamente nel Dicembre del 1949, al termine da una vera fuga da Casarsa, in Friuli, il paesino della famiglia materna, dove egli viveva e lavorava. La fuga, un trasloco organizzato in fretta e furia con la madre Susanna Colussi, seguiva di un paio di mesi la prima traversa giudiziaria subita dal poeta: un processo per atti osceni in luogo pubblico e corruzione di minorenne che gli aveva fruttato l’espulsione dal PCI per “indegnità morale e politica” e il licenziamento dalla scuola media di Valvasone dove Pasolini insegnava italiano, e dove pare fosse avvenuto il fatto.”
L’incontro con Roma e soprattutto con la borgata corrisponde in Pasolini alla scoperta di nuovi linguaggi e di forme espressive alternative, dal romanzo al cinema; ma segna anche il passaggio dal modello Pascoliano assunto nel periodo friulano a un “linguaggio più spettacolare”.
Se nel processo letterario pasoliniano era già inscritto l’evento cinematografico esso diventa anche il modo di confrontarsi con un mondo che conosceva solo lateralmente e che gli permette così di riformulare il proprio ruolo d’intellettuale.
Come afferma lo studioso Serafino Murri “ confrontarsi con l’immediatezza di uno degli allori principali mezzi di comunicazione di massa, molto meno “aulico” e gravato dai cliché borghese della solipsistica inaccessibilità alle masse dell’espressione letteraria, significava, in qualche modo “scendere in campo”. Utilizzare quello che negl’ anni Sessanta era il mezzo di comunicazione dell’etica borghese per eccellenza significava accettare la sfida aperta da quella cultura.”
Certo Pasolini non era “un perfetto uomo di cinema”, le sue immagini non erano strutturate sulla maniacalità tecnica, erano spesso “sgrammaticate” e la logica della loro costruzione era più poetica che strettamente cinematografica. De Benedictis sintetizza l’immagine (cinematografica) pasoliniana in un termine “feticistica”, poiché l’autore preferisce spezzare l’andamento del film in inquadrature nette e distinte. Proponendo la sua teoria di un linguaggio cinematografico della vita, o meglio, della vita come cinema in “natura”.
Le prime esperienze cinematografiche di Accattone e Mamma Roma si formano “sulle dilatazioni di una poetica ancora sospesa tra la dimensione artigianale e locale dell’esperienza creativa e quella istituzionale della produzione della cultura di massa.” (cfr. Miconi)
Il cinema di Pier Paolo Pasolini consacrato da una vocazione regressiva non può che determinarsi in una frattura drammatica e lacerante, nell’annullamento individuale, nel decadimento di corpi e dell’esperienza sociale. Le inquadrature che isolano feticisticamente la realtà esprimono il transito di luoghi, oggetti, corpi, da un prima ad un dopo, ma anche il passaggio dello stesso autore, da una adesione passionale al rigetto furioso e indignato della realtà.
La conclusione sarà la distruzione dell’oggetto e l’autodistruzione dell’autore stesso: Salò o le centoventi giornate di Sodoma. Dietro questo film sembra disgregarsi il tempo storico, il passaggio epocale dei corpi, “umiliati e distrutti”. Metafora il film della decadenza del regime fascista e della repubblica di Salò simbolo per Pasolini di quella perversione – che trae il suo leitmotiv da De Sade- perversione che come afferma il poeta è già inscritta nella società attuale e che vede ovunque (1): trattandosi appunto di quel gioco perverso che compie il Potere nella mercificazione, manipolazione e distruzione dei corpi e quindi dell’individuo. E tutto questo non può che riflettersi nell’allegoria pregnante della dissoluzione-disintegrazione dell’uomo nella modernità, dell’antico sapere nei circuiti o meglio corto-circuiti della cultura massmediale. Note
1) Rispetto al suo ultimo lavoro cinematografico Salò o le 120 giornate di Sodoma, Pasolini afferma in una nota a questo lavoro “vedo perversione ovunque” in Salò o le 120 giornate di Sodoma versione dvd I grandi successi del cinema Italiano in contenuti.
Riferimenti Bibliografici
Tullio De Mauro, Pasolini critico dei linguaggi, in P.P. Pasolini, a cura di R. Tordi, «Galleria», XXXV (1985), 1-4, 7-20. Maurizio De Benedectis, Fellini e Pasolini linguaggi dell’aldilà, Edizioni Lithos. Andrea Miconi, P.P. Pasolini, la poesia, il corpo ed il linguaggio, Edizioni Costa e Nolan. Serafino Murri, Pier Paolo Pasolini, edizioni Castoro.