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sabato 9 aprile 2016

Pasolini - Il caos e l’entropia

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro









UNIVERSITÀ DEGLI STUDI "ROMA TRE" ROMA 
DOTTORATO DI RICERCA 
IN 
STUDI DI STORIA LETTERARIA E LINGUISTICA ITALIANA 
XXII CICLO 
TESI DI DOTTORATO 
1968-1975:
l’ultima stagione pasoliniana, corsara e luterana


Candidato:                                                                                        Docente tutor: 

Andrea Di Berardino                                                 Chiar.Mo Prof. Giuseppe Leonelli 


ANNO ACCADEMICO 2008 / 2009  
ANDREA DBERARDINO 



Il caos e l’entropia





Il 27 maggio, da Firenze, Carlo Betocchi scrive:



Caro Pasolini,
mi arriva con mia grande festa la tua letterina di consenso al mio ultimo libro [Un passo, un altro passo, Milano, Mondadori, 1967]. Grazie di avermelo detto con tanta affettuosa schiettezza: torno a dirti, mi ha fatto un piacere grandissimo. Del resto, anche se tu non mi avevi ancora scritto, io pensavo soltanto che tu hai sempre e tanto da fare: tutto qui. E stamattina mi arrivò Teorema: ho letto subito qualche pagina, vi ho trovato una splendente libertà, e scorrendo le due pagine degli Allegati, m‟è apparsa subito evidente la sua relazione con i passi citati da Rimbaud, dal libro di Geremia e dal Genesi. E grazie, intanto, di avermelo fatto avere.255


La lettera si compone di due parti: la prima sostanzialmente rientra nell‟usanza dello scambio di elogi per via epistolare, per quanto le osservazioni del mittente su Teorema denotino una competente sincerità; il resto del messaggio – che qui non si riporta – raccomanda all‟attenzione del destinatario il pietoso caso di un uomo di mezza età, residente a Roma, senza lavoro fisso e con una difficile situazione familiare alle spalle. È interessante, però, la risposta pasoliniana, che si fa attendere per due mesi esatti e che arriva alla fine di luglio (il timbro postale sulla busta è del giorno 26):

Caro Betocchi,
ti ringrazio per la tua carissima lettera, e scusa il ritardo con cui ti rispondo. Non ho potuto far niente per quell‟uomo di cui mi parlavi: e non ho potuto farlo perché ho stabilito di non farlo: io mi trovo davanti a casi simili almeno due o tre volte alla settimana: presentano tutti gli stessi caratteri, mi fanno soffrire selvaggiamente, ma la loro quantità mi ha reso impotente: ho dovuto decidere di commettere un enorme peccato di omissione. Non scandalizzarti e non condannarmi. Ma il mio lavoro (che è in realtà una malattia) non mi lascia tregua. Ho accettato anche di sostituire su Tempo la rubrica tenuta da Quasimodo: in uno dei prossimi numeri parlerò, anche giornalisticamente, del tuo libro.256

Dopo i ringraziamenti e le scuse di prammatica, mentre si giustifica di non aver potuto né voluto far nulla per il disoccupato di cui gli aveva parlato Betocchi, il messaggio pasoliniano lascia filtrare soprattutto la notizia della nuova collaborazione a “Tempo” («senza ancora precisare il titolo che avrebbe scelto per il suo spazio»257). E si tratta di un‟anticipazione che segue di dieci giorni «la lettera-contratto firmata Giancarlo Palazzi [editore della rivista], con data 16 luglio 1968»258 e precede di altrettanti l‟esordio della rubrica sul settimanale, tra le cui colonne la firma di Pasolini debuttò il 6 agosto, in uno spazio riservato di dialogo e polemica con i lettori («“colloqui” o “battibecchi” col pubblico»259) significativamente denominato Il caos.
Era stato Davide Lajolo, giornalista e deputato comunista, a suggerire il nome dello scrittore ad Arturo Tofanelli, allora direttore del periodico; Lajolo aveva fatto anche da mediatore, come è testimoniato dal messaggio – datato 4 luglio – nel quale candidamente confessava: «Un colloquio nessuno lo può tenere meglio di te proprio perché sono in molti da ogni parte che ce l‟hanno con te»260. Al timone della rubrica, illustri predecessori pasoliniani erano stati, oltre e prima di Salvatore Quasimodo, anche Massimo Bontempelli e Curzio Malaparte261. Pasolini, d‟altra parte, aveva occupato una simile tribuna qualche tempo addietro, all‟epoca dei Dialoghi su “Vie nuove” (dal 28 maggio 1960 al 30 settembre 1965)262: questa è quindi «la seconda esperienza di contatto con il grande pubblico»263, con la differenza che cade in una congiuntura politica, sociale e culturale molto più tumultuosa della precedente, come ricorda anche Ferretti:

Sono passati tre anni dalla fine della precedente rubrica “Dialoghi con Pasolini”, e sono cambiate molte cose. La crisi profonda aperta in lui dal “nuovo” sviluppo capitalistico nei primi anni Sessanta si è intrecciata al “trauma” del Sessantotto, con implicazioni complesse e contraddittorie.264

Fu l‟editore della rivista – nella lettera-contratto – a dettare le linee del progetto, che peraltro bene si confacevano al coevo animus pugnandi del nuovo collaboratore: «la rubrica […] “sarà dedicata, suddivisa in 2, 3 o 4 pezzi, all‟interpretazione o al commento di avvenimenti politici, di cronaca, di cultura o di mondanità” a esclusiva scelta di Pasolini»265. Sul numero inaugurale del Caos, una breve presentazione di Giancarlo Vigorelli266 – all‟epoca critico letterario di “Tempo” – introduce ai lettori il prestigioso e famigerato ospite (e l‟operazione di “lancio” si estende fino alla copertina del settimanale, per metà dedicata al nuovo collaboratore267):

Pier Paolo Pasolini [...] farà di tutto, dentro di sé e verso gli altri, per provocare lo scandalo della verità; l‟unico che gli stia a cuore [...]. E da poeta vero, anche se in veste di giornalista, parlerà da oggi ai nostri lettori, che impareranno a conoscerlo, fuori d‟ogni leggenda, nella sua inesorabile, e pur così pietosa, trepidità ed intrepidità di vita.268

La parola passa poi direttamente al titolare della rubrica, il quale – attenendosi scrupolosamente alle direttive editoriali ricevute – apre il suo spazio con un intervento quadripartito, anche se, in realtà, i singoli brevi articoli sono complementari e naturale prosecuzione l‟uno dell‟altro (Il perché di questa rubrica, Nessun patto o patteggiamento, Una malattia molto contagiosa, Dov’è l'intellettuale?). In testa a questo primo gruppo di scritti campeggia inoltre una sorta di protasi senza titolo, meritevole di una citazione per intero visto che contiene il motto ispiratore dell‟intera serie del Caos:

Perché ho accettato di scrivere per “Tempo” la presente rubrica?
È una domanda che faccio a me stesso, più che per rispondere preventivamente a coloro, che con simpatia o con antipatia, me la porranno.
Ci sono molte ragioni: la prima è il mio bisogno di disobbedire a Budda. Budda insegna il distacco dalle cose (per dirla all'occidentale) e il disimpegno (per continuare con il grigio linguaggio occidentale): due cose che sono nella mia natura. Ma c‟è in me, appunto, un irresistibile bisogno di contraddire a questa mia natura.
Naturalmente, un tale bisogno di contraddirmi, ha bisogno anche di giustificazioni. Queste giustificazioni provvede a dettarmele tutto il mio conformismo, che è molto difficile, del resto, da definire, essendo fenomeno dal carattere maledettamente composito e ambiguo (esso ha forse i suoi punti di contatto più compatibili con un certo conformismo comunista, quale si è presentato nel dopoguerra: una cosa, dunque, quasi lontana come la infanzia).269

E così il paragrafo successivo – dal titolo Il perché di questa rubrica 270 – senza soluzione di continuità tematica, spiega in primis cosa sia e da dove provenga il viscerale «bisogno di disobbedire a Budda». Si tratta, più di ogni altra cosa, di una «necessità “civile” di intervenire, nella lotta spicciola e quotidiana, per conclamare quella che secondo me è una forma di verità»271; con la postilla immediata che questo modus operandi non vuole avere alcuna pretesa dogmatica, piuttosto intende concretizzarsi in un meccanismo dialettico dove, alla stregua di un cantiere sempre aperto, non mancano scelte sbagliate, correzioni di rotta o ripensamenti (con buona pace dei giornalisti “ufficiali”):

Dico subito che non si tratta di una verità affermativa: si tratta piuttosto di un atteggiamento, di un sentimento, di una dinamica, di una prassi, quasi di una gestualità: essa dunque non può non essere piena di errori, e magari anche di qualche stupidità (a questa ammissione, sento già il ghigno dei giornalisti divenuti da oggi in poi miei colleghi).272

Termine chiave del passo è, sopra ogni altro, «gestualità»: esso compendia infatti l‟attivismo critico pasoliniano in ambito socio-culturale, così esplicitamente perseguito nei mesi della contestazione globale, e insieme richiama la predilezione accordata al cinema, ovvero ad una lingua fatta in particolare di gesti e immagini, negli ultimi anni di attività. In questa ottica tutta “gestuale”, fondata sul continuo mettere e mettersi in discussione, il primo passo coincide con una vera e propria recusatio:

So vagamente che la mia opera, letteraria e cinematografica, mi pone, quasi d’ufficio, nell‟ordine delle persone pubbliche. Ebbene, ecco: io mi rifiuto, intanto, di comportarmi come persona pubblica. Se una qualche autorità ho ottenuto, malamente, attraverso quella mia opera, sono qui per rimetterla del tutto in discussione, come del resto ho sempre cercato di fare. 273

Il rifiuto così dichiarato cozza tuttavia con un dato oggettivo, in base al quale essere un personaggio pubblico comporta automaticamente, nel giudizio comune, l‟appartenenza al novero delle “autorità”:

Si potrà dire che il mio è uno sforzo inutile; che ci sono certi poteri che, una volta raggiunti, bisogna tenerseli; che non c‟è possibilità di dimissioni; e che io, dunque, avendo ottenuto un certo, sia pur minimo e discusso, potere di prestigio – attraverso poesie, romanzi, film e volonterosi saggi linguistici e semiologici – appartengo fatalmente ad una indifferenziata “AUTORITÀ”: né più né meno che come chi l‟ha cercata di proposito: un burocrate, un uomo politico, un generale dei carabinieri, un professore, un industriale. Un giovane che apra gli occhi oggi alla luce (culturale) non può vedermi non inserito in questa sorta di AUTORITÀ paterna che lo sovrasta. Ebbene, io non voglio ammetterlo.274

C‟è qui, in una forma più che embrionale, il preannuncio di un‟altra e più ampia dichiarazione ricusitoria che apparirà sulla stessa rubrica tre mesi dopo (9 novembre) nell‟articoletto dal titolo La volontà di non essere padre275, ulteriore tappa nel confronto sempre aperto con il Movimento Studentesco. Per ora, il desiderio di privarsi di qualsiasi ostentata autorevolezza è l‟obiettivo principale di Pasolini, il quale ad esso si appoggia anche per chiarire al lettore il senso del nome scelto per questo spazio su “Tempo” (e il piccolo exemplum nelle righe seguenti ribadisce la riflessione sul concetto di “paternità” intesa come “autorità” dai connotati opprimenti):

A questo punto credo che sia chiara anche la ragione per cui ho voluto intitolare queste mie pagine settimanali “Il caos”, il cui sottotitolo ideale potrebbe essere “Contro il terrore”: l‟autorità, infatti, è sempre terrore, anche quando è dolce. Un padre dice dolcemente, cameratescamente, a un figlio piccolo: «Non calpestare la aiuole»: ebbene, questo comandamento negativo entrerà a far parte di un insieme di comandamenti negativi che regoleranno il comportamento di quel bambino; sicché la buona educazione, essendo in gran parte fondata su una serie di regole negative, è, per sua natura, terroristica: infatti essa, quasi a risarcire i sacrifici dell‟obbedienza, diventa immediatamente un diritto, e, in nome di tale diritto, il bambino, ben educato, divenuto grande, eserciterà i suoi ricatti morali.276

Dopo una breve precisazione sull‟onnipresenza del “terrore” nella società moderna (oltre a quello tipicamente borghese citato nell‟esempio, «ci sono terrorismi alla destra, clerico-fascista, di questo mondo; e terrorismi alla sinistra»277), il successivo paragrafo – Nessun patto o patteggiamento 278 – ragiona su aspetti ugualmente interessanti, che coinvolgono da vicino i rapporti tra scrittore, lettore e potere. L‟apertura è occupata da una constatazione non priva di amarezza, per quanto mitigata dall‟orgoglio abituale:

Io non sono un qualunquista, e non amo neanche quella che (ipocritamente) si chiama posizione indipendente. Se sono indipendente, lo sono con rabbia, dolore e umiliazione: non aprioristicamente, con la calma dei forti, ma per forza. E se dunque mi preparo – in questa rubrica, frangia della mia attività di scrittore – a lottare, come posso, e con tutta la mia energia, contro ogni forma di terrore, è, in realtà, perché sono solo. Il mio non è qualunquismo né indipendenza: è solitudine. Ed è questo, del resto, che mi garantisce una certa, magari folle e contraddittoria, oggettività. Non ho alle spalle nessuno che mi appoggi, e con cui io abbia interessi comuni da difendere.279

La confessione del proprio isolamento – peraltro destinato ad acuirsi con il trascorrere degli anni – introduce una sorta di rapido autoritratto che Pasolini consegna al pubblico della rubrica. Anche nelle predilezioni politiche la nota dominante resta il tenersi in disparte, pur se non mancano dichiarate e variegate consonanze ideologiche:

Il lettore certamente sa che io sono comunista: ma sa anche che i miei rapporti di compagno di strada col Pci non implicano nessun impegno reciproco (e anzi, sono abbastanza tesi: ho tanti avversari tra i comunisti quanti tra i borghesi ecc.). Se provo delle simpatie politiche (certo radicalismo – ma non tanto quello dell‟“Espresso” – da una parte, e certa Nuova Sinistra cattolica, che si va delineando, molto più sotto il segno di Don Milani che di Giovanni XXIII) sono simpatie che non comportano nessun patto o patteggiamento.280

La natura eslege della testimonianza critica pasoliniana agisce insomma a tutto campo, tanto da venire rivendicata perfino alla base della stessa collaborazione a “Tempo”, nell‟ambito del contratto stipulato con il datore di lavoro (fatti salvi i vincoli di amicizia):

Resta l‟editore di questa rivista che, evidentemente, è un capitalista. Ma alla buonora, proprio ieri, uno studente marocchino, uno dei capi del movimento “22 Maggio” mi ha detto che bisogna approfittare del tipo di produzione attuale, finché non ce ne sarà un‟altra. E noi del resto leggiamo Marx e Lenin perché pubblicati da editori capitalisti borghesi.
Personalmente io, dunque, mi comporto con Tofanelli, il direttore di questa rivista, e Palazzi, l‟editore, come ci si comporta con degli amici: al di fuori del rapporto personale, però, io mi riservo di comportarmi con loro cinicamente.281

L‟avverbio in corsivo che conclude il brano – destinato a trasformarsi in architrave linguistico nell‟articolo Perché allo Strega no e al Festival sì – fa da trait d’union con Una malattia molto contagiosa 282, penultimo scritto della serie d‟esordio del Caos. Recuperando le parole del giovane marocchino, Pasolini chiosa il valore di un‟espressione dai toni insolitamente perentori («che non ha nulla a che fare con quanto ho detto finora»283):

Ma quest‟avverbio “cinicamente” si riferisce al mio comportamento pubblico, non personale: è un‟affermazione ideologica: io approfitto delle strutture capitalistiche per esprimermi: e lo faccio, perciò, cinicamente (verso le figure pubbliche dei miei “datori di lavoro”, non verso la loro identità personale).284

Tuttavia, il fulcro di questo paragrafo è piuttosto l‟esposizione della principale materia che sarà oggetto della trattazione pasoliniana, o meglio il bersaglio della sua vis polemica:

Un‟altra cosa che vorrei dire come prefazione a questa mia serie di interventi, è la seguente: spesso parlerò con violenza contro la borghesia: anzi sarà questo il tema centrale del mio discorso settimanale. E so benissimo che il lettore resterà “sconcertato” (si dice così?) da questa mia furia: ebbene, la cosa sarà chiara quando avrò specificato che io per borghesia non intendo tanto una classe sociale quanto una vera e propria malattia.285

Il grande nemico ha gli infidi connotati di un morbo endemico e sottile, quei sintomi che il poeta del PCI ai giovani!! aveva diagnosticato in versi pungenti, controcorrente, per certi aspetti addirittura profetici. Una specie di melting pot interno alla struttura delle classi sociali le sta scombinando e in ultima analisi omologando; ed è una metafora, di gusto spiccatamente cinematografico, a metà strada tra il caricaturale e il granguignolesco, a riassumere il pericolo della indistinta mescolanza:



Una malattia molto contagiosa: tanto è vero che essa ha contagiato quasi tutti coloro che la combattono: dagli operai settentrionali, agli operai immigrati dal Sud, ai borghesi all‟opposizione, ai “soli” (come son io). Il borghese – diciamolo spiritosamente – è un vampiro, che non sta in pace finché non morde sul collo la sua vittima per il puro, semplice e naturale gusto di vederla diventar pallida, triste, brutta, devitalizzata, contorta, corrotta, inquieta, piena di senso di colpa, calcolatrice, aggressiva, terroristica, come lui.286



Sulla falsariga del medesimo humour noir, stavolta disteso lungo una frase esclamativa, principia il quarto, conclusivo intervento del gruppo 287 (il nucleo del quale risiede però in una domanda, racchiusa nello spazio del titolo – Dov’è l’intellettuale?, – che alla fine sarà lasciata strategicamente in sospeso):

«Quanti operai, quanti intellettuali, quanti studenti sono stati morsi, nottetempo, dal vampiro, e, senza saperlo, stanno diventando vampiri anche loro!»288.

È un dato di fatto, quindi, che «la storia della borghesia – attraverso una civiltà tecnologica che né Marx né Lenin potevano prevedere – si accinge, ora, in concreto, a coincidere con l‟intera storia del mondo»289. Siccome compito primario di uno scrittore – ed in senso lato di un intellettuale – deve essere il tentativo di comprendere e di giudicare i fenomeni culturali, Pasolini anticipa ai lettori che si porrà, dinanzi ad una simile rivoluzione copernicana, con uno sguardo attento e critico, ma quanto più possibile equanime e costruttivo:

Ciò è male, o è bene? Né l‟una cosa né l‟altra, credo; non voglio pronunciare degli oracoli. È semplicemente un fatto. Tuttavia penso che sia necessario avere la coscienza del male borghese, per intervenire efficacemente su questo fatto, e contribuire a far sì che sia un po‟ più positivo che negativo.290

Ma si tratterà di un cimento in piena regola, vista la congiuntura dei tempi moderni così poco propizia a valutare le «sudate carte» e, per converso, così facile a lasciarsi abbagliare dalle azioni rumorosamente pubblicizzate:



Mi caccio con questo, lo so, in un‟impresa ingrata e disperata; ma è naturale, è fatale, del resto, che, in una civiltà in cui conta più un gesto, un‟accusa, una presa di posizione, che un lavoro letterario di anni, uno scrittore scelga di comportarsi in questo modo. Deve pur cercare di essere presente, almeno pragmaticamente e esistenzialmente, se in linea teorica la sua presenza sembra indimostrabile!291

Su questo sfondo, una figura storicamente di riferimento nella tradizione umanistica non trova più alcuna sicura collocazione sociale; indicativa, a riguardo, è la testimonianza di un libro coevo alla disamina pasoliniana:



In un bellissimo saggio di Rossana Rossanda (L’anno degli studenti, De Donato editore), mi trovo infatti davanti a una immagine dell‟intellettuale che mi mozza il fiato. Descrivendo la differenza che, nell‟atto di prender coscienza dell‟ingiustizia borghese divide l‟intellettuale classico (cioè l‟umanista che ha fatto la Resistenza) dagli studenti, la Rossanda osserva come gli studenti esperimentino nella propria persona e nella propria condizione la miseria della mercificazione e l‟alienazione: mentre l‟intellettuale no: egli si limita ad esserne testimone: in esso, semplicemente, «si tratta del risveglio d‟una coscienza alle ragioni di una classe non sua, e ne deriva la collocazione di compagno di strada, con i suoi margini di libertà e i suoi conflitti, la sua irriducibile alterità di testimone esterno». 292

L‟analisi, distaccata e un po‟ impietosa, frutto per giunta della penna di una studiosa di formazione marxista, concede pochi margini di intervento diretto e attivo nella quotidianità per gli intellettuali dell‟epoca contemporanea. Dalla posizione della Rossanda Pasolini trae così lo spunto per lasciar inarcare il quesito che suggella, alla maniera del capitolo di un «romanzo giallo»293, la prima puntata della rubrica Il caos: «Cacciato, come traditore dai centri della borghesia, testimone esterno al mondo operaio: dov‟è l‟intellettuale, perché e come esiste?»294. La risposta arriva nel primo paragrafo della settimana successiva (13 agosto) – intitolato Il caso di un intellettuale 295 – e viene inquadrata in un‟ottica dialettica “presente vs. passato”, cioè nel più ampio contesto dei cambiamenti che avevano subitaneamente mutato il volto dell‟Italia:



Una decina e meno di anni fa, la risposta sarebbe stata semplice e immediata: «L‟intellettuale è una guida spirituale dell‟aristocrazia operaia e anche della borghesia colta». Egli era, insomma, un‟autorità: un‟autorità dell‟opposizione. Era infatti il Pci – quello florido e ancora inattaccabile del dopoguerra, appena uscito dalla Resistenza – che determinava e decretava il successo letterario di un autore. L‟Italia era allora un paese povero (paleocapitalistico): e il letterato vi poteva facilmente assumere, come ancor oggi nei Paesi poveri e incolti, la funzione “nazionale” della guida, del vate, sia pur modernissimo, e magari cittadino onorario di Parigi. Ora, l‟egemonia culturale, che per circa un ventennio è stata detenuta dal Pci, è passata nelle mani dell‟industria.
Così che la risposta a quella mia domanda potrebbe essere, oggi, la seguente: «L‟intellettuale è dove l‟industria culturale lo colloca: perché e come il mercato lo vuole».296

Come si può vedere, torna a farsi sentire nel passo il leitmotiv degli articoli sul “Giorno” che annunciavano e insieme motivavano il ritiro dal Premio “Strega”: in particolare, nota dominante è qui la verifica dello spazio angusto che un vero scrittore è costretto a ritagliarsi nell‟era dell‟egemonia dell‟industria culturale. Il quadro che si delinea viene esaminato da Pasolini con una preoccupazione angosciosa: «è una immagine dell‟intellettuale che mi mozza il fiato», dice a proposito delle osservazioni della Rossanda. Lo scrittore, in cuor suo, aborre dalla rappresentazione dell‟intellettuale come un ectoplasma dalla larvale inconsistenza, ma avverte che, con la fine di un‟epoca, crollano tutte le certezze acquisite: un senso di spaesamento e di conseguente horror vacui tende allora a manifestarglisi nell‟animo, dapprima sottilmente poi sempre più prepotentemente.
In questo contesto va inquadrato il dialogo con Moravia, disteso lungo l‟intero spazio della rubrica datata 12 ottobre, nel quale Pasolini – recitando la parte dell‟intervistatore – discute con il sodale sui compiti e le funzioni della letteratura nell‟era della contestazione. Il paragrafo iniziale, che individua i protagonisti e la tipologia testuale, Botta e risposta con Moravia297, è seguito da altri tre (Quando la letteratura è azione298, Quale senso hanno le barricate299 e Intellettuali senza scelta300), ciascuno dei quali introdotto da un titolo che rafforza l‟impressione di trovarsi dinanzi ad uno scritto, nel complesso, dalla spiccata valenza militante. L‟intervista viene esplicitamente tenuta nel catanese, a Zafferana, dove il libro di Elsa Morante Il mondo salvato dai ragazzini si era appena aggiudicato il locale premio letterario, tra i cui giurati figuravano sia Moravia che Pasolini. Dopo alcune righe che ricostruiscono brevemente gli antefatti – in particolare il dibattito, sorto in seno alla commissione, sull‟opportunità di «mettere in crisi»301 la manifestazione assegnando il riconoscimento al filosofo Aldo Braibanti oppure ai terremotati siciliani302 – la discussione entra nel vivo nel secondo paragrafo (il primo si conclude con l‟autore degli Indifferenti che, motivando la propria scelta di appoggiare soltanto una delle due ipotesi contestatorie avanzate dalla giuria, sostiene: «non esiste, secondo me, una distinzione netta tra l‟istituzione dei premi letterari e la letteratura. Sono la stessa cosa. A fil di logica, rinunziare ai premi significa dover rinunziare anche a scrivere libri. E passare all‟azione»303):

Io: Passare all‟azione? Ma in che cosa consiste l‟“azione”, oggi?
Moravia: L‟azione, teoricamente, è la contestazione, l‟occupazione dei luoghi pubblici, la manifestazione di piazza, su su fino alla guerriglia e all‟eventuale rivolta armata. Questa è l‟azione, secondo gli intellettuali che si occupano dell‟azione. Ma io credo che anche la letteratura sia qualche volta azione e qualche volta non lo sia. Esistono azioni che sono altrettanto inerti che la più inerte letteratura; ed esistono libri che assolvono alla stessa funzione di rottura che l‟azione rivoluzionaria. Non ho bisogno di dire, per esempio, come il Capitale di Marx sia azione. Evidentemente non ci si rende mai abbastanza conto che agire vuol dire cambiare la realtà: ora, ci sono libri che hanno cambiato la realtà più profondamente di qualsiasi sommossa, rivolta o contestazione. Il problema è saperli scrivere.304

«Il problema è saperli scrivere»: fatte le debite differenze, le parole di Moravia sembrano costituire un po‟ il rovescio della medaglia di quanto Pasolini aveva dichiarato nell‟inchiesta sul romanzo promossa nel 1959 dalla rivista “Nuovi Argomenti”. Lì, infatti, il narratore dei “ragazzi di vita” aveva sentenziato: «per “lasciar parlare le cose”, occorre “essere scrittori, e anche, perfino vistosamente scrittori”»305. La conversazione prosegue poi con l‟intervistatore che, ripresa e schematizzata questa risposta, rilancia una nuova domanda sul significato del bivio al quale si trova di fronte l‟homme de lettres contemporaneo:

Io: Se “letteratura” e “azione” sono in realtà due azioni, allora diciamo che la scelta non è tra letteratura e azione, ma, appunto, tra due azioni. Ora, si sa che ci sono momenti in cui tra due azioni bisogna scegliere. Viviamo uno di questi momenti?
Moravia: Come ho già detto altrove, ci sono tre stadi attraverso cui può passare un uomo di lettere. Cioè: esistono condizioni sociali e politiche in cui si può fare buona letteratura, ossia letteratura creativa, che è “ambigua”, come tutto ciò che è creativo; e, ovviamente, l‟ambiguità propria dell‟arte non può essere utile alla politica. Nel caso che la situazione si radicalizzi, la letteratura non sembra più necessaria. L‟intellettuale è allora costretto a servirsi dei mezzi tradizionali che la letteratura gli fornisce per esprimere il suo non ambiguo pensiero politico: il saggio, il pamphlet, il libello, l‟orazione politica…306



Qui la voce di Pasolini – in coincidenza con lo stacco determinato dal passaggio al successivo paragrafo – interrompe per un attimo l‟intervistato, quasi a prevenirlo su un argomento di riflessione che, per tutto il 1968, è stato costantemente centro di gravità della propria attività di saggista e di pubblicista:

Io: Magari il comizio…
Moravia: Finalmente, se la situazione si fa estrema, la parola scritta, così ambigua come precisa, è impossibile… e allora l‟intellettuale o tace del tutto, oppure fa la guerriglia: come per esempio in Guatemala, dove per la maggior parte i guerriglieri sono studenti e intellettuali. Queste situazioni sembrano dipingere tre diverse specie di uomini: e invece non è vero: è sempre lo stesso intellettuale che compie tre azioni diverse.307

Nel giudizio di Moravia pare quindi profilarsi un‟apertura all‟azione concreta, sostitutiva dell‟espressione scritta e a conti fatti equivalente al pasoliniano «gettare il proprio corpo nella lotta». Tuttavia – mentre apprendiamo che dietro il motto mutuato dalla Nuova Sinistra americana cova pure la reazione inconscia ad una sorta di ricatto morale – l‟intervistato si affretta ad aggiungere che “agire” per un intellettuale spesso non è il risultato di una libera scelta, bensì una costrizione a tutti gli effetti:

Io: Forse ti senti un po‟ ricattato (come me) dagli apostoli del suicidio dell‟intellettuale?
Moravia: Forse. Comunque è certo che non ci si rende conto abbastanza – soprattutto in un Paese di dilettanti come l‟Italia – che il più delle volte l‟intellettuale non sceglie di agire praticamente, ma è costretto ad agire praticamente. Che vuol dire questo? Vuol dire che non si può contrapporre il libro all‟azione, e fare dell‟uomo che scrive un vile e un inerte, e dell‟uomo che agisce un coraggioso e un attivo.308

Raccogliendo l‟inciso tagliente dell‟interlocutore, Pasolini lo invita allora ad una più esplicita disamina della temperie socio-culturale italiana:

Io: In Italia quale delle tre situazioni che hai descritto viviamo oggi?
Moravia: L‟Italia non è il Guatemala. […] Il fatto stesso che si sia parlato molto più di contestazione che di rivoluzione, distingue l‟Italia dai Paesi disperati dove si parla molto più di rivoluzione che di contestazione.309

Tocca dunque ancora all‟intervistatore il compito di esplicitare l‟affermazione moraviana, con un ragionamento deduttivo – che, nella fictio letteraria, resta volutamente nel limbo tra il pensato e lo scritto – dal quale germoglia subito un ulteriore quesito:

Io (fra me e me): Mi sembra dunque che viviamo la situazione numero 2: incomberebbe di conseguenza su noi il dovere di abbandonare l‟ambiguità creatrice, e di passare alla chiarezza rivoluzionaria. Ma non si potrebbe ottenere lo stesso scopo accentuando in modo abnorme e scandaloso l'ambiguità?310

La risposta non esaudisce pienamente la domanda, piuttosto istituisce una distinzione all‟interno della categoria delle opere letterarie per così dire “di opposizione”:

Moravia: Ma a questo punto vorrei dire che è molto raro che un libro sia rivoluzionario (diciamo: il Vangelo, il Capitale), ma molto spesso, invece, i libri sono contestativi. La contestazione sta infatti a metà strada tra la critica e la rivoluzione: è più radicale della prima in quanto mette in dubbio la validità delle istituzioni, ma conserva anche un carattere “dimostrativo” che le vere rivoluzioni non posseggono. Le barricate degli studenti francesi a Parigi erano simboliche: sia gli studenti sia la polizia sapevano che le barricate non avrebbero resistito ai carri armati (mentre nei moti rivoluzionari del secolo passato erano reali: erano cioè realmente degli strumenti di guerriglia urbana). Ora non credo che sia azzardato dire che una azione “dimostrativa” (ossia di contestazione) equivalga, come effetto, a un libro altrettanto “dimostrativo”.311

Pasolini incalza allora con una nuova richiesta di chiarimento, facendo leva su una precedente definizione che adesso Moravia dà quasi l‟impressione di aver trascurato:

Io: Ma non hai parlato di fondamentale “ambiguità” del libro?
Moravia: Sì, infatti: anche la contestazione è ambigua, e lo è principalmente per una ragione abbastanza singolare: per la sua diffidenza verso la ragione e per la sua fiducia nel dato emotivo e pratico. L‟affermazione ben nota di Fidel Castro: «l‟azione prima della coscienza», fa pensare molto a un‟enunciazione di carattere estetico. Mi diceva Antonioni che i film gli si presentano sempre prima di tutto come storie, e che egli ne comprende il tema molto dopo, a film finito. Ora cos‟è questo se non «l‟azione prima della coscienza»? Ecco dunque il punto di contatto tra arte e contestazione. Secondo il marxismo ortodosso e scientifico la coscienza dovrebbe essere prima dell‟azione. Nell‟affermazione di Castro c‟è quasi un‟ultima eco (è stato già detto) delle teorie decadentistiche sulla violenza e l‟azione, alla fine del secolo.312

La conferma di questo carattere di “ambiguità” connaturato alla contestazione offre l‟occasione per parlare di un‟altra emergenza sociale, già diagnosticata dalle analisi sessantottesche pasoliniane ed alla quale lo scrittore aveva scelto di contrapporsi come si fa con un nemico in carne ed ossa:

Io: È da questo irrazionalismo e da questo pragmatismo piccolo-borghese che nasce il “fascismo di sinistra”?
Moravia: Io lo chiamerei piuttosto “sorelismo” di sinistra. Tuttavia bisogna ricordare che il castrismo nasce da una situazione sociale che non consente la preparazione lunga del marxismo ortodosso, in vista della formazione di una coscienza politica.
Io (fra me): Ma dove mai ciò è avvenuto?
Moravia: Ho già detto che qualche volta non si sceglie di agire ma si è costretti ad agire: questo è il caso degli intellettuali dell‟America Latina. Comunque non c‟è dubbio che il rovesciamento completo della prassi marxista potrebbe portare domani a profonde modificazioni del marxismo stesso.313

La conclusiva richiesta dell‟intervistatore verte invece su un aspetto non ancora toccato dal dialogo:



Io: Ma dimmi: qual è il carattere più originale di contestazione?
Moravia: È il carattere che ha sempre avuto la letteratura anti-letteraria: “l‟attualità”. Ma chiariamo questa parola così logora: io considero attuali tutti i drammi di Shakespeare che trattano della regalità, perché a quei tempi il re e il problema del regnare erano ciò che c‟era di più attuale. Oggi, in questo senso profondo e organico, sono ugualmente attuali le situazioni che riguardano il “sistema” e il “dissenso dal sistema”.
Io (fra me): È dunque l‟ambiguità che dà all‟attualità assolutezza?314

Il quid di intrinsecamente problematico dell‟intera discussione si concretizza nell‟ultima battuta, pronunciata sottovoce da Pasolini, che sigilla l‟intervista con un‟interrogativa, anziché con un punto fermo. Resta il fatto, comunque, che le parole di Moravia sull‟equivalenza tra “contestazione” e “attualità” di un libro possono leggersi anche come un segno di concordanza ideologica con l‟interlocutore, nell‟animo del quale l‟anno delle rivolte studentesche aveva risvegliato appunto la passione per il presente. Pur non essendo d‟accordo con le forme della protesta – e pur denunciandone senza compromessi aporie ed ipocrisie – Pasolini è convinto infatti che un avvenimento del genere non possa passare inosservato sotto gli occhi dell‟uomo di cultura. Ciò che lascia dubbi e domande aperte nella mente pasoliniana è pertanto il modo in cui rapportarsi alla contestazione: detto in altri termini, l‟atteggiamento che il letterato deve assumere – di reciso rifiuto? di critica costruttiva? di adesione incondizionata? e come “aderire”, come “sabotare”? – dinanzi a queste manifestazioni di dissenso verso il sistema, in assoluto tra le più partecipate, massive e scenografiche che la storia contemporanea ricordi.
Tracce di questo intimo rovello pasoliniano, talvolta in superficie tal altra carsiche, si trovano inoltre in due articoli della rubrica apparentemente incentrati su altri argomenti: una recensione letteraria e una riflessione sul dilagante fenomeno della droga.
Esce in data 16 novembre il pezzo Bassani: storia di un delirio315, dedicato al quinto volume del Romanzo di Ferrara:

La nuova stagione letteraria italiana è cominciata con un libro che ho letto, purtroppo con profonda «corrispondenza d‟amorosi sensi»: L’airone di Giorgio Bassani. È la storia di un delirio – di cui il protagonista si rende conto improvvisamente, e non in un momento “in battere”, ma in un momento “in levare” – secondo la diabolica abilità narrativa dell‟autore: nel momento, cioè, stilisticamente più vuoto, narrativamente più grigio. Il “disgusto inconscio” per la propria vita di piccolo-borghese ferrarese, volgare ma non del tutto insensibile, se non per la ferita ebraica che, rendendolo vulnerabile, l‟ha strappato brutalmente dalla volgarità fatale della sua classe sociale – diviene “disgusto conscio” di botto e senza nessuna ragione: forse per saturazione. Un‟entropia che esplode.316

Il sintagma foscoliano connota la partecipazione emotiva del recensore nell‟atto della lettura, anche se non si tratta affatto di empatia per il protagonista della grigia tragedia piccolo-borghese: «Edgardo [...] è per me un uomo se non odioso, repellente»317. È significativo, del resto, il simbolico ed epigrammatico sottotitolo che Pasolini conia per la triste vicenda raccontata nel romanzo: «Un‟entropia che esplode». Nel giudizio pasoliniano, ribadito a più riprese già nelle postille alla poesia contro gli studenti, un senso di irreversibile e insensato sciupìo è connaturato all‟omologazione borghese che appiattisce la società contemporanea. Le pagine dell‟Airone offrono poi un saggio di come un‟improvvisa esplosione, senza spinte catartiche ma solo sull‟ondata di un lucido cupio dissolvi, possa troncare un‟esistenza concludendo una giornata simile a tutte le altre. Per quanto l‟articolo non lo dica espressamente, si potrebbe sostenere che il colpo di fucile che attende Edgardo Limentani adombri la fine cui ogni uomo della borghesia rischia di andare incontro qualora venisse assalito, in un qualsiasi momento della propria vita, dalla nausea di sé, insieme tracimante e chiaroveggente. Ad inquietare Pasolini, inoltre, è l‟atteggiamento con cui Bassani si rapporta alla finzione romanzesca: «Io non avrei potuto scrivere una sola riga su questo Edgardo. Bassani ha scritto su di lui un intero libro, è vissuto dunque con lui per due anni. Come ha potuto?»318. Ma angosciante non è tanto la «nostalgia della borghesia» dello scrittore ferrarese, che ha d‟altronde una spiegazione biografica («Perché lui non ha potuto essere come loro [...]. E non ha potuto esserlo per ragioni esterne: perché è ebreo e [...] durante la sua giovinezza c‟era il fascismo»319), quanto l‟identificazione tra il ritmo della narrazione e la parabola del personaggio principale:

Non provando ripugnanza, ma nostalgia, per la loro vita, Bassani può dei borghesi non solo descrivere il mondo, ma descriverlo addirittura “rivivendo” i loro discorsi: cioè citando continuamente le loro frasi fatte, i loro luoghi comuni: tutti nascenti da un‟ideologia atroce: conservatorismo, benpensare, consumismo paleocapitalistico. Praticamente, intessendo la propria prosa del loro parlato, Bassani riesce a creare una analogia tra il piccolo mondo borghese e il suo stile. Che diventano due entità parallele. Edgardo decide di morire a causa della propria vita; Bassani, che ha rivissuto la vita di Edgardo attraverso il proprio stile, sembra voler morire con lui. Perciò la lettura di questo libro è così terribile.320

Droga e cultura321, uscito sul numero del 28 dicembre, è in ordine cronologico l‟ultimo degli scritti del Caos apparsi nel fatidico 1968. L‟incipit del testo istituisce senza preamboli una relazione tra i due termini del titolo:



Perché ci si droga? Non lo capisco, ma in qualche modo lo spiego. Ci si droga per mancanza di cultura. Parlo, s‟intende, della grande maggioranza o della media dei drogati. È chiaro che chi si droga lo fa per riempire un vuoto, un‟assenza di qualcosa, che dà smarrimento e angoscia.322

Esiste, è vero, anche una forma di “droga” tutta particolare, alla quale l‟essere umano giocoforza ricorre, quotidianamente o quasi: «In realtà, tutti ci droghiamo. Io (che io sappia) facendo il cinema, altri stordendosi in qualche altra attività. L‟azione ha sempre una funzione di droga»323. La vera e propria tossicodipendenza invece, di altra natura e ben più pericolosa, è un flagello che colpisce soprattutto il mondo giovanile, di cui fanno parte i soggetti che più risentono delle vertiginose mutazioni sociali:



Ciò che salva dalla droga vera e propria (cioè dal suicidio) è sempre una forma di sicurezza culturale. Tutti coloro che si drogano sono culturalmente insicuri. Il passaggio da una cultura umanistica a una cultura tecnica pone in crisi la nozione stessa di cultura. Vittime di questa crisi sono soprattutto i giovani. Ecco perché ci sono tanti giovani che si drogano.324
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D‟altra parte, le nuove generazioni non a caso rappresentano la categoria più a rischio, sprovviste, come spesso sono, dello scudo protettivo necessario a fronteggiare la minaccia:
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Mancare di certezze culturali, e quindi della possibilità di riempire il proprio vuoto di alienati, se non altro per mezzo dell‟autoanalisi e della coscienza (individuale e di classe), vuol dire, in termini banali, anche essere ignoranti. La crisi della cultura fa sì, infatti, che molti giovani siano letteralmente ignoranti. Insomma, che non leggano più, o che non leggano con amore.325
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La droga, dunque, trova fertile terreno presso coloro che sono privi degli strumenti culturali adatti a respingerne le ingannevoli lusinghe. E questa condizione di ignoranza, anticamera dell‟autodistruzione, è da stimare tutt‟altro che transitoria, poiché il «vuoto di alienati» discende da una profonda crisi della civiltà occidentale. Che l‟orizzonte appaia poco roseo, è provato infatti dal disorientato timore con cui, sullo scorcio conclusivo degli anni Sessanta, non soltanto i giovani bensì gli uomini di tutte le età guardano al domani:
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D‟altra parte (e questa è la conclusione disperante) liberarsi da questa “mancanza di cultura” o di “interesse culturale”, sembra impossibile; infatti essa proviene, probabilmente, da un più generale senso di “paura del futuro”.
Mai come in questi anni (in cui la “previsione” è divenuta scienza) il futuro è stato fonte di tanta incertezza, così simile a un incubo indecifrabile.326
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«La luce | del futuro non cessa un solo istante | di ferirci»: i versi finali del Pianto della scavatrice, a distanza di dodici anni, rimbalzano nelle ultime righe del Caos datate 1968. I contorni di uno scenario apocalittico prendono a delinearsi davanti allo sguardo, a metà tra l‟atterrito e il malinconico, di Pasolini: una società protesa verso la totale omologazione al farisaico stile di vita borghese; dei giovani alla deriva, aggressivi nelle loro rivendicazioni e proni alle mode consumistiche; una cultura irriconoscibile, completamente dimentica della nobile tradizione umanistica e imbarbarita in fredda tecnocrazia. Quale può essere il posto di uno scrittore, in senso lato di un intellettuale, in un panorama così desolato, su cui pendono minacciose le nubi di un avvenire ancora più fosco? Il settennio che chiuderà, con uno strappo violento e tuttora in buona parte avvolto nel mistero, l‟esistenza pasoliniana si apre dunque all‟insegna di una domanda dalla capitale importanza.
Sempre nel poemetto più ampio delle Ceneri di Gramsci, stavolta nelle folgoranti battute d‟avvio, si legge: «Solo l‟amare, solo il conoscere | conta, non l‟aver amato, | non l‟aver conosciuto. Dà angoscia | | il vivere di un consumato | amore. L‟anima non cresce più». Questa urgenza del presente è la molla che ha spinto continuamente Pasolini ad analizzare, a cercare di capire, a proporre di migliorare il mondo: in altri termini a re-interpretare il ruolo gramsciano dell‟«intellettuale organico». Varie forme espressive di carattere artistico, in base a questa concezione, vengono sperimentate dall‟autore: dalla letteratura al cinema, passando per il teatro; e, restringendo il campo alle humanae litterae, la prosa e la poesia s‟avvicendano e costantemente si scambiano la leadership. A partire dal 1968 si fa dunque strada un saggismo da pubblicista polemico, militante, civile: questo genere letterario, che culminerà nei testi poi confluiti negli Scritti corsari e nelle Lettere luterane, trova i suoi prodromi appunto negli articoli usciti nell‟annus mirabilis delle rivolte studentesche e della contestazione giovanile. Siccome nel fragoroso universo dei tardi anni Sessanta, già monopolizzato dai mass media, la “vecchia” parola scritta non basta più, Pasolini non esita a chiamare in causa anche il gesto, cioè a «gettare il proprio corpo nella lotta», in una compromissione della persona “fisica”, assoluta, che non ammette ripensamenti. E che infine condurrà, come estrema conseguenza, ad una sorta di tragico sacrificio di sé.


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Note:



255 P. P. PASOLINI, Lettere 1955-1975, cit., pp. 646-647.
256 Ivi, p. 646.
257 Note e notizie sui testi, cit., p. 1804.
258 Ibidem.
259 G. VIGORELLI, Ha messo sua madre nei panni della Madonna, in “Tempo”, n. 32, a. XXX, 6 agosto 1968, p. 18.
260 N. NALDINI, Pasolini, una vita, cit., p. 328.
261 Note e notizie sui testi, cit., p. 1804.
262 Per la raccolta completa di questi scritti cfr. P. P. PASOLINI, I dialoghi, a cura di G. FALASCHI, prefazione di G. C. FERRETTI, Roma, Editori Riuniti, 1992 (il volume raccoglie anche l‟intero corpus degli articoli appartenenti al Caos).
263 N. NALDINI, Pasolini, una vita, cit., p. 328.
264 P. P. PASOLINI, Il caos, cit., p. 5.
265 Note e notizie sui testi, cit., p. 1804.
266 G. VIGORELLI, Ha messo sua madre nei panni della Madonna, cit., p. 18.
267 Cfr. ancora l‟introduzione di G. C. FERRETTI in P. P. PASOLINI, Il caos, cit., p. 7.
268 G. VIGORELLI, Ha messo sua madre nei panni della Madonna, cit., pp. 18-19.
269 P. P. PASOLINI, Saggi sulla politica e sulla società, cit., p. 1093.
270 Ivi, pp. 1093-1095.
271 Ivi, pp. 1093-1094.
272 Ivi, p. 1094.
273 Ibidem.
274 Ibidem.
275 Cfr. ivi, pp. 1137-1138.
276 Ivi, p. 1095.
277 Ibidem.
278 Ivi, pp. 1095-1096.
279 Ibidem.
280 Ivi, p. 1096.
281 Ibidem.
282 Ivi, pp. 1096-1097.
283 Ivi, p. 1096.
284 Ivi, pp. 1096-1097.
285 Ivi, p. 1097.
286 Ibidem.
287 Ivi, pp. 1097-1099.
288 Ivi, p. 1097.
289 Ivi, pp. 1097-1098.
290 Ivi, p. 1098.
291 Ibidem.
292 Ivi, pp. 1098-1099.
293 Ivi, p. 1099.
294 Ibidem.
295 Ibidem.
296 Ibidem.
297 Ivi, pp. 1123-1124.
298 Ivi, pp. 1124-1125
299 Ivi, pp. 1125-1127.
300 Ivi, pp. 1127-1128.
301 Ivi, p. 1123.
302 Cfr. ivi, p. 1123-1124. Sul caso-Braibanti – a cui peraltro Pasolini aveva già prestato attenzione nelle pagine del Caos sulla rubrica del 13 agosto (cfr. ivi, pp. 1100-1103) – cfr. ivi, p. 1816 e cfr. anche F. GRATTAROLA, Pasolini. Una vita violentata, cit., pp. 226.
303 P. P. PASOLINI, Saggi sulla politica e sulla società, cit., p. 1124; subito prima del passo citato, Moravia afferma: «Il premio a Braibanti era un premio di protesta contro il processo che era stato fatto non soltanto a Braibanti ma alla cultura. In altri termini: col premio a Braibanti si restava nell‟ambito della letteratura. Non dando il premio per protestare a favore dei terremotati, si usciva dalla letteratura, anzi, se ne postulava la rinunzia totale» (cfr. ivi, pp. 1123-1124).
304 Ivi, p. 1124.
305 Nove domande sul romanzo, “Nuovi Argomenti”, n. 38-39, maggio-agosto 1959, p. 47.
306 Ivi, pp. 1124-1125.
307 Ivi, p. 1125.
308 Ibidem.
309 Ivi, p. 1126.
310 Ibidem.
311 Ibidem.
312 Ivi, pp. 1126-1127.
313 Ivi, p. 1127.
314 Ivi, pp. 1127-1128.
315 Ivi, pp. 1144-1145.
316 Ivi, p. 1144.
317 Ibidem.
318 Ibidem.
319 Ibidem.
320 Ivi, p. 1145.
321 Ivi, pp. 1167-1169.
322 Ivi, pp. 1167-1168.
323 Ivi, p. 1168.
324 Ibidem.
325 Ibidem.
326 Ibidem.




@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare

Curatore, Bruno Esposito

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mercoledì 30 luglio 2014

Pasolini - Perché allo Strega no e al Festival sì - l’ultima stagione pasoliniana, corsara e luterana - Seconda parte

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


 
 

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI "ROMA TRE" ROMA 
DOTTORATO DI RICERCA 
IN 
STUDI DI STORIA LETTERARIA E LINGUISTICA ITALIANA 
XXII CICLO 
TESI DI DOTTORATO 
1968-1975:
l’ultima stagione pasoliniana, corsara e luterana


Candidato:                                                                                        Docente tutor: 

Andrea Di Berardino                                                 Chiar.Mo Prof. Giuseppe Leonelli 


ANNO ACCADEMICO 2008 / 2009  
ANDREA DBERARDINO 



Nella circostanza, le allusioni polemiche ad una sospetta analogia si appuntano su un preciso bersaglio. Nel 1966 si era aggiudicato il riconoscimento Michele Prisco, con il romanzo Una spirale di nebbia, edito da Rizzoli; ora, a due anni di distanza, la casa editrice milanese si ripresentava, con il romanzo di Alberto Bevilacqua L’occhio del gatto, largamente in testa alla cinquina dei finalisti dopo la prima votazione. Come riporta anche Siciliano(136), già nel saggio La fine dell’avanguardia – composto nel 1966 e più tardi (1972) raccolto in volume(137) – Pasolini aveva bollato il new deal della letteratura italiana senza troppi giri di parole (l‟occasione era stata fornita da una sorta di bilancio dell‟attività neo-avanguardistica):

L‟azione – in certo modo necessaria – compiuta dall‟avanguardia per il ripensamento e il sovvertimento dei valori letterari che si andavano codificando – ha finito, naturalmente, col dare dei risultati controproducenti (di cui del resto a me non importa proprio nulla: è una constatazione che faccio): ossia la bomba di carta fatta esplodere dagli avanguardisti sotto il fortino codificato dei valori letterari, vi ha fatto sciamare dentro attraverso la breccia un bel gruppetto di letterati di second‟ordine (Berto, Bevilacqua, il buon Prisco ecc.): sicché la letteratura è retrocessa in serie B. Ma va benissimo, perché questa è la verità, e dunque bisognerà esser grati all‟avanguardia per averla a suo modo ristabilita.(138)

Le bordate scagliate sul chiacchierato fenomeno della neo-avanguardia – che nel nostro Paese aveva conosciuto un‟insorgenza effimera nel 1963 con la costituzione a Palermo del “Gruppo 63” –, mentre ridimensionavano al rango di tempesta in un bicchiere d‟acqua i nuovi furori sperimentali, lanciavano dunque stilettate contro il torpore della coeva letteratura italiana, tanto in crisi da consentire perfino a semplici, abili mestieranti della penna di assurgere agli onori delle cronache culturali e di occupare indebitamente il posto lasciato vacante dai veri grandi scrittori. Nella requisitoria – condotta comunque con oggettivo distacco – i nomi di Bevilacqua e Prisco figuravano quindi appaiati, quasi in una specie di profezia. Quali fossero poi i reali motivi che nei concorsi portavano alla ribalta questi «letterati di second‟ordine» viene esemplificato da Pasolini nel prosieguo dell‟articolo sul quotidiano milanese:

Perché il neocapitalismo non ha scrupoli: l‟America reazionaria lo insegna. Circolano parole d‟ordine e veline. Di questo libro si può parlare, di quest‟altro si taccia; questo libro vinca un premio, quest‟altro no. Guai a te, Direttore di rivista, se fai recensire favorevolmente questo libro. E se tu, Scrittore, non fai una recensione buona di quest‟altro libro, me la pagherai: infatti nessuno dei miei rotocalchi parlerà più di te. Ah, tu, Letterato, sei amico di quest‟altro letterato? Ebbene, tradiscilo, altrimenti non ti rinnovo il contratto con la mia casa. Sei il votante di un premio? Bene, dammi la scheda, o entri nella lista di proscrizione.(139)

La prassi d‟oltreoceano, mutatis mutandis, si riscontra anche in un piccolo mondo come quello della penisola italica, fresca di un reale processo di industrializzazione eppure avviata a dimenticare in fretta il passato – certo non estraneo alle meschinerie in campo culturale: ma in ogni sotterfugio era
comunque bandita la malafede – e prona ai diktat della nuova borghesia. In un contesto del genere si fa strada spontaneamente la laus temporis acti (peraltro aleggiante su alcuni dei precedenti passi dell‟intervento):

Ah, vecchi tempi, in cui una delegazione di votanti dello Strega andava da uno scrittore (buono) a pregarlo di ritirarsi dal premio perché la figlia di un altro scrittore (buono) doveva sposarsi, e quindi il milioncino del premio occorreva a lei! Ora l‟industria del libro tende a fare del libro un prodotto come un altro, di puro consumo: non ha bisogno dunque di buoni scrittori: cosa a cui fa perfetto riscontro la richiesta della nuova borghesia, che parrebbe completamente padrona della situazione, di opere di svago, di evasione e di falsa intelligenza.(140)

La situazione così delineatasi suscita un‟istintiva repulsione in Pasolini, che si affretta a chiamarsene fuori:

Devo rendermene complice? Un editore certamente ha il diritto di fare le pressioni che vuole: i suoi interessi sono di tipo industriale: e di fronte alla concorrenza, lo sappiamo, i “padroni”, sia pure addolciti dal nuovo corso, sono capaci di tutto. I miei interessi, invece, sono di tipo culturale: il mio esser capace di tutto può consistere dunque in una sola cosa: protestare. Così mi ritiro scorrettamente dalla seconda votazione del premio per protesta: protesta contro l‟ingerenza dell‟editore industriale in un campo che io considero ancora, arcaicamente, non industriale: cosa che si concretizza nella creazione di valori falsi e nella soppressione di quelli veri.(141)

E di posizione intransigente si tratta, dal momento che la volontà pasoliniana rimane salda nelle proprie decisioni anche dinanzi al tentativo operato dall‟organizzatrice del premio, la quale pure cerca di convincere lo scrittore a desistere:

Ripeto: non voglio rendermi complice in alcun modo di questo stato di cose. Ma come odio la complicità, odio anche il compromesso. Avrei potuto continuare, formalmente, a fingermi un concorrente democratico e, d‟accordo con Maria Bellonci, avallare, sia con una vittoria, sia con una sconfitta di misura, per l‟ultima volta, il Premio Strega così com‟è: cioè un campo d‟operazioni del più brutale consumismo. Infatti la signora Bellonci mi ha promesso che, per il prossimo anno, il premio sarebbe stato riformato, garantendo un miglior livello delle opere presentate eccetera.(142)

Siciliano conferma che, in quei giorni, nei salotti dell‟aristocrazia letteraria capitolina si vissero ore di frenetica attività diplomatica, nella speranza di tamponare una metaforica emorragia – come sopra ricordato, sulle orme di Pasolini si erano ritirati altri tre partecipanti – che certo non giovava al prestigio della manifestazione, la quale vedeva concretizzarsi il paradosso di una contestazione in piena regola partita dall‟interno della sua stessa struttura: «Riunioni, conciliaboli, telefonate – settimane caldissime nel piccolo mondo della letteratura romana. Giochi di schieramenti. Maria Bellonci desiderava ricucire lo strappo. Tutto fu inutile»(143). Del resto in ballo, per l‟autore di Teorema, c‟era soprattutto una questione di principio, ovvero la deontologia professionale da salvaguardare magari anche a prezzo di qualche manicheismo ideologico:

No. Non mi sono sentito di venire a un tale patteggiamento. Credo che soltanto una protesta, completa, rigorosa e senza compromessi, possa essere utile a far sì che il premio, se deve ricostituirsi, si ricostituisca da zero, rimettendosi integralmente in discussione. Sono convinto che solo così si potrà avere un “altro” Premio Strega: che garantisca davvero di essere tutto dalla parte degli interessi culturali “contro” gli interessi industriali. Se esso vuole arrivare a questo attraverso patteggiamenti, compromessi, silenzi, vuol dire che non ha una reale buona volontà.(144)

Il capoverso conclusivo dell‟articolo propone una risposta ad un‟ultima ipotetica domanda proveniente dal lettore:

Per finire, vorrei dire che so che, a questo punto, qualcuno mi potrebbe domandare perché sono solo, o con pochi amici – gli altri concorrenti al premio, per esempio – a combattere questa battaglia, e se per caso non esista un “sindacato scrittori” che intervenga, con forza e autorità (doppia: sindacale e letteraria) a difendere i suoi iscritti dalla vera e propria “servitù” a cui li sta cominciando a ridurre l‟industria culturale. Ebbene, è questa una domanda che mi faccio anch‟io senza saper rispondere, ma a cui si dovrà, prima o poi, dare una risposta.(145)

Nelle ore di immediata vigilia della votazione finale, Pasolini tornò a far sentire la propria voce sulle colonne del “Giorno”, tramite un appello redatto sotto forma di lettera aperta agli elettori del premio: Votate scheda bianca e vincerà la cultura(146). A partire dall‟incipit, si può considerare il pezzo una coda anomala alla «richiesta di suffragio» documentata nella corrispondenza privata pasoliniana di qualche settimana prima: «Cari amici, oggi andate a votare al Premio Strega. Non è una cosa di grande importanza – lo ammetto – benché non trovi che ci sia in questo nulla di “comico”, come trova un giornale romano della sera, incomprensibilmente»(147.) Segue l‟elenco delle tre ragioni che giustificano il peso specifico del voto: e si tratta di un‟analisi penetrante, che mette oggettivamente a nudo – e soggettivamente anche un po‟ alla berlina – la coeva situazione delle patrie lettere servendosi del paragone con il passato non troppo lontano. Innanzitutto, è andata perduta, nell‟Italia di fine anni Sessanta – cioè nell‟era del post-boom economico –, la tradizionale deferenza nei confronti della figura sociale dell‟intellettuale:

I letterati italiani godono presso l‟opinione pubblica una pessima fama: sono visti irreversibilmente sempre in chiave umoristica, come personaggi sedentari, pettegoli, mondani, pigri, acquiescenti, vanitosi, snob, mediocri e addirittura meschini: insomma, una specie di peso morto nella società italiana: una specie di reparto dello zoo e del folclore, sia pure non dei peggio (a causa della loro inoffensività).(148)

In secondo luogo, i motivi di questa sorta di “perdita d‟aureola” vanno ricercati in una reale incapacità, da parte dei letterati italiani, di mantenere fede alle promesse fatte balenare appena pochi anni addietro, all‟insegna del legame – allora ritenuto simbiotico – tra engagement e cultura:

Oggettivamente i letterati italiani hanno tradito certe illusioni, nate nello scorso decennio, quando a un certo punto ebbero l‟aria di sostituire addirittura i preti in qualità di guida spirituale: caduta la potenziale egemonia comunista – cui era allora dovuto il successo letterario – si è trattato in realtà di un nuovo ritorno all‟ordine. E non si può dire che lo spirito di humour, da cui è preso irrefrenabilmente qualsiasi giornalista medio nel parlare dei letterati in genere, sia del tutto ingiustificato.(149)

Infine, un vento dalle folate destabilizzanti soffia sull‟edificio già di per sé cadente della letteratura italiana, i cui pericolanti architravi scricchiolano sempre più sotto la sconosciuta minaccia:

Su questo ambiente familiare (provinciale) della letteratura italiana si comincia a profilare un nuovo momento storico, che riguarda il rapporto tra letterato e opinione pubblica, in cui – dopo un breve e confuso interregno – alla tendenza culturale egemonica del Pci (ossia la politica dell‟impegno, dal Pci stesso ora abbandonata) si va sostituendo una nuova egemonia, quella dell‟industria culturale.(150)

Diretta conseguenza di questo scenario che si va profilando è – per citare il titolo del noto saggio di Elémire Zolla pubblicato da Bompiani nel 1959 – l‟eclissi dell‟intellettuale di matrice umanistica, che nella nostra penisola degli anni Cinquanta (come del resto in buona parte dell‟Europa, uscita a pezzi dalla seconda guerra mondiale) aveva coinciso con il modello del politico-studioso di formazione marxista:

Alcuni manager hanno preso il posto di Togliatti o di Alicata. Ma Togliatti e Alicata per quanto cinici, per quanto diplomatici, per quanto pragmatici erano ancora uomini di cultura: erano gli ultimi rappresentanti di quel tipo di intellettuale (a cui del resto anche tutta la mia generazione appartiene) che era stato descritto da Čechov, e che Lenin aveva conosciuto e analizzato. L‟intellettuale umanista, di nascita o di origine provinciale e contadina: pre-industriale.(151)

Al posto del dirigente di partito subentra dunque una specie di tecnocrate, indebitamente prestato alla cultura da altri quadri direttivi, quelli del mondo industriale neocapitalista:

In genere, invece, i manager dell‟industria culturale non sono uomini di cultura. E appunto per questo – benché non più giovani di noi – appartengono a una nuova qualità di intellettuale: l‟intellettuale che né Čechov né Lenin hanno conosciuto, non più umanista, direi non più umano: tipico fenomeno di una civiltà tecnica, che sta mercificando la cultura. Insomma, l‟industria culturale può essere diretta soltanto da chi è fuori da quella che ancora è per noi storicamente la cultura.(152)

Le motivazioni così esposte inducono Pasolini a sollecitare nei votanti dello “Strega” un gesto di serriana memoria: «Per queste ragioni io vi dico, cari colleghi letterati, che è giunto il momento di fare un non novecentesco esame di coscienza»(153). Pertanto, la riconsiderazione dei propri compiti deve muovere dalle tre premesse sopraelencate ed approdare ad una precisa strategia:

È finita l‟egemonia culturale della sinistra, coi suoi miti e i suoi valori? Bene. Ne sta nascendo un‟altra, quella dell‟industria culturale coi suoi miti (del tutto cinici e materiali) e i suoi valori (inevitabilmente falsi)? Bene. Vuol dire che dovremo agire al di fuori di qualsiasi forma egemonica. Qui mi viene spontanea alle labbra una parola che detesto, perché divenuta senhal: autogestione. Il letterato italiano deve finalmente politicizzarsi attraverso la propria decisione: con ciò non dico che debba fare della politica: ma che deve inventarsi e portare avanti una politica culturale che rivendichi la sua autonomia e la sua libertà.(154)

Da Serra a Vittorini: nel passo, specialmente nell‟ultima frase, vibra un certo tono d‟arringa nel quale – fatte le debite differenze – si percepisce l‟eco dell‟editoriale Una nuova cultura, il fondo introduttivo al primo numero del “Politecnico” (apparso quasi all‟indomani della Liberazione(155)). Dall‟autore di Conversazione in Sicilia, tra l‟altro, Pasolini sembra qui recuperare in particolare l‟atteggiamento battagliero nella strenua difesa dell‟autonomia dell‟arte, argomento sul quale nel biennio 1946-1947 avevano discusso – sempre sulle colonne della medesima rivista, incrociando le lame in un‟aspra polemica basata su uno scambio di lettere aperte – lo stesso Vittorini e Palmiro Togliatti, allora segretario del PCI. D‟altronde, se subito dopo il secondo conflitto mondiale era la politica ad insidiare l‟indipendenza della cultura, nello scorcio conclusivo degli anni Sessanta è la volta di un‟ipoteca ben più pericolosa:

Ciò che minaccia oggi tale autonomia e tale libertà e non in maniera indiretta e tutto sommato civile (la discussione ed il dibattito avvenivano su un piano umanistico comune) delle sinistre è la furia produttiva e consumistica di una cultura di altra natura, che finirà con lo svisare completamente i caratteri letterari, sia pur modesti, della nostra provinciale Nazione, e falserà tutti i suoi valori stabilendone nuove gerarchie.(156)

L‟ultima prova, in ordine cronologico, di quanto nel campo della letteratura sia divenuta invasiva la presenza di interessi allotri – come magari li avrebbe definiti Croce –, nella fattispecie di carattere meramente economico, arriva dalla classifica provvisoria della manifestazione romana:

Come tale minaccia sia grave e incombente – e non remota, e tale da guardarsi col solito scetticismo trovato così comico dall‟opinione pubblica – basti guardare alcuni dei casi letterari-umani creatisi durante la recente campagna elettorale del Premio Strega, avvenuta appunto sotto la brutale volontà di successo di una casa editrice. (Penso, esplicitamente, ad alcuni critici di rotocalco, miei amici, che tuttavia io voglio persistere ad amare.)(157)

L‟inciso tra parentesi tonde, con tutta probabilità, serve a togliersi qualche sassolino dalle scarpe, dato che chiama direttamente in causa i votanti rivelatisi franchi tiratori nel segreto dell‟urna. A costoro – ma in senso lato all‟intera classe intellettuale italiana – sono infatti indirizzati gli strali successivi:

Insomma, la brutalità dell‟industria culturale non deforma solo dei valori letterari, ma giunge a deformare le coscienze e a deteriorare l‟umanità. Altro che guide spirituali. Ci siamo ridotti, ancora una volta, al grado di buffoni: non di corte (dove almeno c‟era l‟alternativa dell‟altro, cioè della povertà e della realtà) ma del neocapitalismo (in cui l‟altro è costituito dal consumatore medio e dall‟irrealtà).(158)

Ecco dunque che, lungi dall‟essere un semplice «arengo di pura vanità»(159), lo “Strega” diviene un evento emblematico, o meglio «un caso di coscienza, e riguarda non solo il futuro personale di un singolo letterato in quanto letterato, ma anche il suo futuro di uomo, e la sua funzione pubblica di cittadino»(160). Si può insomma parlare di spartiacque, di una sorta di terminus post quem nella storia della cultura italiana del Novecento (e il cupo pessimismo che colora queste riflessioni, seppur in un altro campo d‟indagine, precorre gli accenti a tratti millenaristici del polemista corsaro e luterano):

La battaglia perduta del Premio Strega (e non posso essere ottimista in questo) sarà una battaglia perduta non dico dalla letteratura italiana, ma dalla cultura italiana. Vorrà dire che da ora in poi i libri saranno scritti da certi editori: vorrà dire che tutto ciò che una cultura letteraria può dare a una nazione, sarà totalmente negativo, in quanto sarà costituito da prodotti di consumo medi, dove tutto ciò che è la reale funzione del poeta, anche minore (protesta, contestazione, invenzione, innovazione, irriconoscibilità, problematica, scandalo, religiosità, dubbio, maledizione, vitalità) sarà scomparso.(161)

C‟è, tuttavia, ancora un margine di resistenza all‟invasione dei prodotti pseudo-culturali, preconfezionati in serie e calibrati sui gusti e le aspettative borghesi del pubblico. Nel caso specifico del premio, il fronte di opposizione può essere rappresentato dall‟arma di un consapevole e critico astensionismo:

Dunque, cari amici votanti, lasciate che la gente che non ha nulla a che fare con la letteratura, con la cultura e con una qualsiasi morale che abbia qualche accento di verità, voti per il libro che l‟editore e gli organizzatori del premio, ormai, evidentemente, dalla sua parte, vogliono che vinca. Ma voi, uomini di cultura, votate scheda bianca. Sarebbe, questa, la prima protesta collettiva della società letteraria italiana, sarebbe il suo primo titolo collettivo di merito.(162)

Optare, quindi, per la scheda bianca equivarrebbe ad una scelta dalla portata in qualche modo rivoluzionaria, al primo concreto tentativo, in Italia, di scuotere la repubblica delle lettere dal profondo torpore nel quale pare irreversibilmente piombata:

Infatti sarebbe sufficiente il cinquanta per cento più uno di schede bianche, perché la letteratura italiana – rappresentata, purtroppo parzialmente e arbitrariamente, nel corpo elettorale dello Strega – ottenesse la sua prima vittoria, esprimesse per la prima volta la sua decisione ad essere padrona di se stessa, e la sua scelta a lottare per una causa che è ancora così evidentemente la causa giusta.(163)

Se Vittorini – per continuare nell‟analogia con l‟editorialista del “Politecnico” – auspicava una cultura che riuscisse davvero a conquistare il potere (e di conseguenza fosse in grado di scongiurare il ripetersi degli orrori che avevano funestato la storia della prima metà del secolo), a distanza di poco più di vent‟anni Pasolini può solo incaricarsi di salvare la letteratura dal naufragio, ossia dal totale asservimento al potere della civiltà dei consumi. In questa ottica, per impedire che l‟arte di leggere e scrivere si trasformi nel relitto di se stessa, occorre una netta presa di posizione da parte dei letterati. Il salvataggio delle humanae litterae dall‟imbarbarimento passa innanzitutto attraverso l‟auto-riabilitazione degli scrittori, i quali – esortati alla maniera di sodali dall‟animus militante pasoliniano, cioè dal viscerale bisogno di denuncia e d‟intervento a 360° dell‟autore – sono chiamati a riappropriarsi del loro mestiere.
L‟autore di questo appello giornalistico aveva visto giusto nel preconizzare una «battaglia perduta» a proposito dell‟esito della votazione decisiva, durante la quale il primato del romanzo di Bevilacqua in effetti non venne scalfito, anzi finì con il rafforzarsi (forse raccogliendo anche qualche preferenza tra chi aveva inizialmente sostenuto la candidatura di uno dei concorrenti poi ritiratisi); d‟altra parte, però, l‟invito di Pasolini non può dirsi caduto completamente nel vuoto, considerata l‟alta percentuale di astenuti che fu registrata: «La sera del 4 luglio, al Ninfeo di Villa Giulia, ultima votazione, L’occhio del gatto di Alberto Bevilacqua vinceva con 127 voti: di contro, 117 schede bianche»(164). Come d‟abitudine, la presa di posizione pasoliniana sollevò voci di dissenso, talora espresse tutt‟altro che garbatamente («Alcuni elettori, intervistati alla televisione, indirizzarono a Pasolini insulti plateali»(165)), perché a molti – invero in maniera un po‟ troppo semplicistica – la ribellione dello scrittore parve una mossa studiata a tavolino, sulle orme del presunto stratagemma che aveva ispirato Teorema-libro: «Le polemiche ebbero fiato per qualche tempo. Il gossip voleva che Pasolini, per via della sua assenza dalla scena letteraria, avesse disegnato rientrarvi col chiasso della “contestazione globale alle istituzioni”»(166). In realtà, come ha fatto notare ancora Siciliano, «le ragioni della sfida erano tutt‟altro che contingenti»(167): «Pasolini sfidava, partecipando al premio e quindi ritirandosi da esso, la fragilità di una parte della critica letteraria italiana – quella che aveva accolto il romanzo di Bevilacqua con disattente quanto calorose esaltazioni»(168). Nel colpo di mano pasoliniano, insomma, si nascondeva ben più dell‟istintiva invidia per il vincitore o della banale ricerca del “rumore” mediatico: l‟urgenza, avvertita quale responsabilità connaturata al ruolo dell‟intellettuale, di «verificare, di nuovo, la “verità” di una letteratura»(169).
Il 4 settembre, a due mesi esatti dal giorno in cui Pasolini esortava i votanti a lasciare in bianco le schede e la giuria dello “Strega” assegnava invece il premio al discusso libro di Bevilacqua, la versione filmica di Teorema fu proiettata (in una prima visione riservata ai critici(170)) alla XXIX “Mostra internazionale d‟arte cinematografica” di Venezia. L‟onda lunga della contestazione – una seconda, metaforica “acqua alta” – dilagò anche nella città lagunare, tra «giovani e cineasti che facevano sit-in», «interventi della polizia», «proteste e controproteste»(171):

Sensibile alle sirene della contestazione, l‟Associazione Nazionale Autori Cinematografici (ANAC), spalleggiata in questa battaglia dai partiti della sinistra (PCI, PSIUP e la frangia di sinistra del Partito Socialista Unitario, effimero raggruppamento nato dalla fusione del Partito Socialista di Nenni con il Partito Socialista Democratico di Saragat) e dal movimento studentesco, lancia un appello per la modifica dello “statuto fascista” della Biennale di Venezia, il boicottaggio della rassegna cinematografica e, previo dimissionamento degli organi direttivi, l'autogestione della Mostra da parte degli stessi cineasti.(172)

Nella circostanza, il Pasolini regista esordì alla mostra con una mossa che ne accomunò il comportamento a quello tenuto settimane addietro nelle vesti di scrittore:

All‟inizio della proiezione Pasolini chiese che i presenti abbandonassero la sala per protestare contro il presidente Chiarini che difendeva, nella sostanza, lo status quo della Mostra.
[…]
Comunque, il pubblico degli specialisti non disertò la proiezione di Teorema. Seguì, nei giardini dell‟hotel Des Bains, al Lido, una conferenza-stampa improvvisata. Pier Paolo venne accusato di far «capriole»: contestava e insieme trovava il modo di non spiacere agli obblighi contratti col produttore, si salvava l‟anima con la contestazione e non perdeva d‟occhio il box-office.(173)

Tuttavia, questa non fu che l‟ultima conseguenza di una decisione controversa, maturata dopo alcuni ripensamenti di cui recano tracce, innanzitutto, due articoli apparsi di nuovo sul “Giorno”, rispettivamente il 15 ed il 22 agosto, entrambi in anticipo sulla data d‟inaugurazione della rassegna veneziana (che avrebbe dovuto aprire i battenti il 27). Il primo pezzo – che già dal titolo sembra sgombrare il campo dagli equivoci: Perché vado a Venezia(174 )– si apre sulle note di una risposta ad un altro intervento giornalistico:

Finalmente è uscito sul Festival di Venezia un articolo che, pur contestandolo (Dio solo sa che sforzo faccio su me stesso per usare questa che è diventata la parola di un nuovo conformismo), lo fa pacatamente e ragionando. Si tratta di un breve intervento del critico Mino Argentieri (“Rinascita”, n. 32). Va bene, Argentieri scrive da uomo iscritto a un partito, e i suoi argomenti sono gli argomenti della linea politica di un partito, che è, eternamente, la solita (cfr. la mia Polemica in versi del ‟57), e che implica quindi una sorta di cinismo strumentalizzatore e una certa dose di cosciente calcolo. Tuttavia il discorso di Argentieri è “pacato”: non è terroristico. E questo è già molto, direi che è tutto, in un momento in cui il “fascismo di sinistra” (che è fenomeno assolutamente nuovo: non ha nulla a che fare con la analogia istituita dal basso anticomunismo nel passato, tra totalitarismo fascista e totalitarismo staliniano: che è una bestialità), in cui il fascismo di sinistra, dico, ha creato una situazione di vero e proprio terrore ideologico.(175)

Nel capoverso iniziale troviamo subito confessata l‟idiosincrasia per la moda linguistica connessa al termine “contestazione”, sotto la quale si cela infatti il concreto pericolo di un «nuovo conformismo», altrettanto odioso di quello che i ribelli vorrebbero chiassosamente lasciarsi alla spalle. Che lo spirito del testo sottintenda, così, la vena caustica del PCI ai giovani!! è poi confermato dalle osservazioni con cui di sfuggita viene apostrofato il principale partito della sinistra italiana, arroccato su una condotta «che è, eternamente, la solita» (ed è significativo, a proposito, il rimando esplicito alla Polemica in versi di un decennio prima, antenata ideologica del pamphlet anti-studentesco). Ma ad una vecchia polemica segue presto un nuovo bersaglio, individuato nell‟ambiguo fenomeno del cosiddetto «fascismo di sinistra», ossimoro che nasconde un altro fraintendimento lessicale. E dopo aver distinto in tre schieramenti i vari oppositori della rassegna cinematografica veneziana (le persone che «forse inconsciamente, lottano contro il Festival perché non vi sono mai state invitate e non avranno mai la possibilità di esserlo»(176); un «folto gruppo di uomini politici, che, sapendo che Chiarini ha deciso di lasciare la direzione della Mostra, cercano per se stessi, o per il loro gruppo di potere la successione»(177); una «maggioranza di generici rappresentanti della contestazione, contro cui io non ho nulla da dire, perché sono su tutto d‟accordo con loro»(178), Pasolini chiarisce – in un lungo periodo parentetico – quali siano gli aspetti salienti di questa ibrida formazione di carattere para-politico:

(Ecco perché parlavo del “fascismo di sinistra” come di un fenomeno del tutto nuovo: basti guardare qualche suo aspetto esteriore: accanto agli slogans rivoluzionari ricalcati su quelli delle réclames, c‟è stata una inaspettata riscoperta delle bandiere: cioè, accanto a uno spirito di corpo ricalcato su modelli della società dei consumi, assolutamente conformista, c‟è uno spirito di corpo riesumato imprevedibilmente da vecchi tipi di collettività).(179)

Dell‟odierno, reale «fascismo di sinistra», la maggioranza dei contestatori – con i quali, peraltro, lo scrittore ha appena precisato di concordare pienamente – non riesce a intuire l‟inquietante pericolosità e di conseguenza non sa prendere le distanze, con il risultato di «subire, senza consapevolezza, quasi, una situazione storica nuova, che crea e scatena, in seno alla società opulenta o quasi opulenta, correnti fanatiche straordinariamente simili a quelle medioevali»(180). L‟autore dell‟articolo oggetto della replica pasoliniana fa parte comunque di un quarto, ulteriore fronte di opposizione alla mostra:

Restano, in fondo alla lista, gli oppositori veri, che non è esatto definire contestatori (parola giusta per l‟America e la Germania, dove la classe operaia non è politicamente organizzata e cosciente: dove non c‟è insomma una esplicita e codificata lotta di classe). Argentieri, comunista, appartiene a questo tipo di persone: il che significa che dovremmo essere d‟accordo: e infatti lo siamo.(181)

I motivi della convergenza di idee con Argentieri trovano posto nei due successivi capoversi, dove sono spiegati sia in generale che in particolare. Dapprima viene dichiarata la sintonia di vedute sul triangolo equilatero arte-impegno-politica (e ancora una volta fa capolino all‟explicit il motto all'insegna del quale si era chiuso l‟intervento al convegno su Don Milani e la scuola di Barbiana):

Siamo d‟accordo sul fatto che l‟opera di un artista deve... essere impegnata! (Vorrei sapere però che ne dicono gli “operatori culturali” comunisti del loro giro di valzer testé conclusosi, con le avanguardie: come possono conciliare la loro “apertura” verso il disimpegno delle avanguardie, con questa apertura verso il “nuovo impegno” studentesco). Siamo d‟accordo che l‟opera di un artista deve nascere nello stesso terreno in cui nasce la sua azione politica; e che è anzi una cosa sola con questa (benché la identificazione sia piena di contraddizioni, anche insolubili). Siamo d‟accordo sul fatto che in certi momenti l‟artista deve avere il coraggio civile di smettere di esprimersi attraverso la mediazione delle opere, ed esprimersi invece direttamente, attraverso la sua propria esistenza: cioè «gettare il proprio corpo nella lotta», come dice un meraviglioso slogan della Nuova Sinistra americana.(182)

Poi si passa al caso specifico della manifestazione lagunare, citando testualmente dal pezzo di Argentieri alcuni passaggi relativi alle azioni concrete da intraprendere per riformare l‟ormai obsoleto statuto della mostra (e in senso lato dare una scossa all‟intero sistema del cinema italiano):
Siamo d‟accordo infine su tutto ciò che si deve pretendere dalla Mostra di Venezia (per rientrare nel nostro ristretto e marginale argomento) e su tutto ciò che si deve fare per riformare il codice fascista. Siamo d‟accordo, insomma, sull‟intera azione politica che Argentieri stralcia e prospetta:

«autogestione degli enti pubblici per conquistare qualche margine di autonomia a favore di una produzione che non sia dominata da intenti commerciali e speculativi»; «non un soldo dello Stato al cinema d‟evasione», ecc. ecc.; «aprire in seno al movimento operaio canali per un cinema di opposizione»; «rinnovare le strutture culturali del cinema», ecc. ecc.(183)

Arriva però anche il momento dei distinguo, perché la concordanza con l‟«urbano intervento»(184) del giornalista di “Rinascita” non è totale, trasformandosi anzi in divergenza laddove Argentieri affermava – in poche parole – che un regista “serio” deve rassegnarsi ad incrociare le braccia in attesa di tempi migliori, cioè fino a quando non saranno mutate le condizioni sociali e non sarà maturato il pubblico giusto per assistere con consapevolezza alla proiezione di certe pellicole:

Nel frattempo però, e qui si pone il problema concreto, l'artista non può essere obbligato a tacere. Io non mi sento obbligato a non fare più film, finché, per esempio, non si sarà trovato il modo di aprire in seno al movimento operaio un canale per distribuirli. Perciò, nell‟interregno (mentre, come Argentieri sa bene, continuerò la mia lotta politica “gettandovi il mio corpo” come sempre, e sfido qualcuno a dimostrare il contrario), io penso che si debba «continuare a sfruttare cinicamente il sistema». Questa coscienza è l‟unica, poi, che liberi dal meccanismo fatale per cui il sistema riassorbe sempre, in qualche modo, l‟artista. Voglio dire che io purtroppo, e così tutti i miei colleghi cineasti e anche scrittori, dovremo continuare a usare, per fare le nostre opere e farle conoscere, ancora per molto tempo, delle strutture culturali esistenti. E lo faremo appunto cinicamente, mentre continueremo a lottare (con le opere e con le azioni) contro di esse, per crearne di nuove.(185)

Uno sfruttamento cinico del sistema è la soluzione in grado di aggirare la drastica scelta del silenzio, inconcepibile per ogni vero artista, che deve essere mosso piuttosto da un costante spirito di partecipazione alla vita civile tramite le proprie opere. Detto in altri termini, ciò significa non aver timore di gettare se stessi nell‟agone sociale, sfuggendo alle lusinghe del sistema, che – come insegnano i classici del pensiero marxista – alla fine, pur di renderli innocui, non combatte ma riassorbe i suoi più pervicaci detrattori. Tra parentesi, va inoltre sottolineato come in queste righe ci sia, in nuce, quella sorta di salvacondotto che Pasolini chiamerà in causa una decina di giorni più avanti, quando – nelle colonne della rubrica personale tenuta sul settimanale “Tempo” – fornirà ulteriori chiarimenti sul suo atteggiamento, contraddittorio agli occhi tanto dell‟opinione pubblica quanto degli addetti ai lavori: prima ritirare dallo “Strega” Teorema-libro per protestare contro l‟invadenza dell‟industria culturale in campo letterario; poi presentare alla mostra di Venezia Teorema-film come se niente fosse, senza curarsi dell‟influenza degli incassi al botteghino (equivalenti alle ragioni di tiratura del mercato librario) nella produzione delle pellicole. Assodato che «impedire la proiezione dei film alla Mostra di Venezia è quindi perfettamente inutile»(186)(infatti «è certo che, prima di tutto, il codice fascista della Biennale verrà riformato, e poi che il Festival si trasformerà secondo esigenze più moderne, ormai inevitabili»(187)), resta da ribattere alla prevedibile reazione della massa che guida la contestazione:

La risposta dei contestatori, anche dei migliori, è facilmente immaginabile: gli autori invitati devono sacrificarsi ai più alti fini della contestazione e, in fondo, per protesta, farebbero anche bene a bruciare pubblicamente le loro opere (come primo atto di un futuro sciopero e ascesi globale). Ma tale risposta è profondamente antipopolare e aristocratica.(188)

Facinorosi o ragionevoli che siano, questi oppositori ignorano in particolare tre fattori che rendono superflua e sleale la loro protesta contro la rassegna veneziana: innanzitutto, «quanto noi vogliamo ottenere da Venezia, lo otterremo, anche se i film verranno proiettati»; in secondo luogo, «il cittadino italiano [...] è, in tale azione contestatrice, ignorato e disprezzato [...] perché egli non solo non condividerà mai, ma non potrà nemmeno mai concepire, una contestazione “puramente negativa”»; infine, «chiedere agli autori cinematografici di non voler raggiungere tale pubblico [...] significa non richieder loro qualcosa di esterno all‟opera, ma qualcosa che riguarda l‟opera nel suo interno, nel suo esserci, nel suo stile: ossia offenderla»(189). Pertanto, fatte salve ancora una volta le sintonie ideologiche, la scelta pasoliniana è presto compiuta:

Dunque, io sono d'accordo con Argentieri e, quindi, con l‟Anac e con l‟intero movimento di dissenso, sulle rivendicazioni contro il Festival di Venezia e ciò che esso rappresenta: si tratta di una lotta per i più elementari diritti democratici, e aderirvi è il minimo che si possa fare. Tuttavia accetto l‟invito e mando il mio film a Venezia.(190)

E, nell‟avviarsi alla conclusione, il regista motiva ulteriormente la propria decisione, ribadendo il vero avversario cui essa intende contrapporsi:

La mia scelta è contro il fascismo di sinistra. Mi sono, naturalmente, interrogato a lungo, e ho analizzato ciò che più offende in questo momento la mia coscienza: mi sono così accorto che il vecchio conformismo accademico, ufficiale, dell‟establishment mi è totalmente estraneo: ho verso di esso una ripugnanza ormai abitudinaria, e gli rispondo con la leggerezza irridente e sacrilega del cinismo. Esso quindi offende meno la mia coscienza, e la mia maniaca esigenza di libertà, di un nuovo conformismo che, al contrario del vecchio, non può non imporsi, aggressivamente, moralisticamente, e non solo per il presente, ma con tutta probabilità per il prossimo futuro. È il conformismo – tanto per definire l‟indefinibile, e concretarlo in un nome – di certa frangia del Psiup che è rifugio di vecchi moralisti finti giovani e di giovani borghesi pieni insieme di un profondo senso di colpa e di una aggressiva coscienza dei propri diritti.(191)

Nell‟Italia di fine anni Sessanta, un atteggiamento che metaforicamente somiglia ad una melassa «indefinibile» – e che trova in una formazione partitica coeva il suo corrispettivo politico – inizia a far breccia nell‟opinione pubblica, cavalcando la tigre delle mode contestatorie. Messe a confronto con le future, spietate requisitorie “corsare” e “luterane” sulla mutazione antropologica del nostro popolo, queste poche righe acquistano la valenza di una diagnosi precoce, ancorché vergata dalla mano malferma di uno studioso che si rende conto di assistere al primo manifestarsi di un cambiamento sociale dalla portata epocale e sente di non possedere, al momento, gli strumenti adatti per descriverlo meglio. Il «nuovo conformismo che [...] non può non imporsi, aggressivamente, moralisticamente, e non solo per il presente, ma con tutta probabilità per il prossimo futuro» è a tutti gli effetti antesignano dell‟imbarbarimento criminaloide della gioventù sul quale, circa un lustro più avanti, punterà l‟indice il polemista maturo in alcuni fra gli articoli più emblematici. La reazione istintiva (forse addirittura smisurata agli occhi di un osservatore esterno) di fronte a questo fumo invisibile destinato ad ottenebrare la mente e inaridire il cuore degli italiani, massime delle più giovani generazioni, è un categorico rifiuto, che – se ne intravedono le avvisaglie – con il passare del tempo sconfinerà in una simbolica dichiarazione di guerra:

Mi si dirà: ma si tratta di un particolarismo, combatterlo così clamorosamente non vale la pena. Rispondo: è un fatto importante, invece, è un nuovo momento intellettuale che dominerà a lungo il nostro futuro; esso è già riuscito a creare, in modo dilagante e irrefrenabile, un idealismo estremistico che rende subito celebrativi e fanatici i risultati raggiunti (anche magari buoni e rispettabili), erigendo un cerchio di sacralità intorno alle proprie idee (anche magari giuste):così che ne è nato subito un cumulo di discriminazioni, vigliaccherie, condanne, linciaggi, ricatti, calcoli, esaltazioni: insomma, il terrore. Non solo non intendo lasciarmi sopraffare da tale terrore, ma per quanto è in me lotterò perché la coscienza della sopraffazione che ne emana sia comune e diffusa; perché l‟opinione pubblica sia “sensibilizzata” (si dice così?) a questa nuova mitizzazione del razionalismo laico e progressista, sconsacrandola subito, sul nascere.(192)


136 Cfr. E. SICILIANO, Vita di Pasolini, cit., p. 412.
137 P. P. PASOLINI, Empirismo eretico, cit., pp. 122-143.
138 Ivi, pp. 132-133.
139 P. P. PASOLINI, Saggi sulla politica e sulla società, cit., pp. 153-154.
140 Ivi, p. 154.
141 Ivi, p. 153.
142 Ivi, p. 154.
143 E. SICILIANO, Vita di Pasolini, cit., p. 411.
144 P. P. PASOLINI, Saggi sulla politica e sulla società, cit., pp. 154-155.
145 Ivi, p. 155.
146 P. P. PASOLINI, Saggi sulla politica e sulla società, cit., pp. 159-162.
147 Ivi, p. 159.
148 Ibidem.
149 Ibidem.
150 Ivi, pp. 159-160.
151 Ivi, p. 160.
152 Ibidem.
153 Ibidem.
154 Ivi, pp. 160-161.
155 Il fascicolo d‟esordio del periodico uscì con la data del 29 settembre 1945.
156 P. P. PASOLINI, Saggi sulla politica e sulla società, cit., p. 161.
157 Ibidem.
158 Ibidem.
159 Ibidem.
160 Ivi, pp. 161-162.
161 Ivi, p. 162.
162 Ibidem.
163 Ibidem.
164 E. SICILIANO, Vita di Pasolini, cit., pp. 412-413.
165 Ivi, p. 413.
166 Ibidem.
167 Ivi, p. 412.
168 Ibidem.
169 Ibidem.
170 Ivi, p. 414.
171 Ibidem (per tutte e tre le citazioni).
172 F. GRATTAROLA, Pasolini. Una vita violentata, cit., p. 229.
173 Ibidem.
174 P. P. PASOLINI, Saggi sulla politica e sulla società, cit., pp. 163-169.
175 Ivi, p. 163. Il pezzo di Argentieri – Risposta a Bertolucci e Pasolini – era apparso sul numero del 9 agosto. Tra parentesi, si può segnalare il piccolo lapsus pasoliniano a proposito della Polemica in versi, che infatti non risale al 1957 ma uscì sulla rivista "Officina" nel novembre dell‟anno precedente (cfr. Note e notizie sui testi, cit., p. 1749).
176 Ivi, pp. 163-164.
177 Ivi, p. 164.
178 Ibidem.
179 Ibidem.
180 Ibidem.
181 Ibidem.
182 Ivi, p. 165.
183 Ibidem.
184 Ivi, p. 163.
185 Ivi, pp. 165-166.
186 Ivi, p. 166.
187 Ibidem.
188 Ivi, p. 167.
189 Ivi, pp. 167-168.
190 Ivi, p. 168.
191 Ivi, pp. 168-169.
192 Ivi, p. 169.




 
@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare

Curatore, Bruno Esposito

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