Benvenuto/a nel mio blog

Benvenuto nel blog

Questo blog non ha alcuna finalità di "lucro".
Viene aggiornato di frequente e arricchito sempre di nuovi contenuti, anche se non in forma periodica.
Sono certo che navigando al suo interno potrai trovare ciò che cerchi.
Al momento sono presenti oltre 1700 post e molti altri ne verranno aggiunti.
Ti ringrazio per aver visitato il mio blog e di condividere con me la voglia di conoscere uno dei più grandi intellettuali del trascorso secolo.
Visualizzazione post con etichetta Massimo Fusillo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Massimo Fusillo. Mostra tutti i post

venerdì 26 marzo 2021

Spettri di Pasolini...(su “Teorema”) - di Massimo Fusillo

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Spettri di Pasolini...(su “Teorema”)
di Massimo Fusillo



Il cinema di Pasolini nasce da una fascinazione bruciante per corpi e luoghi: lo ha fatto capire meglio di tutti una mostra organizzata nel 1981 da Michele Mancini e Silvano Perrella, in cui una serie di dettagli ossessivi delineava una autentica retorica del linguaggio non verbale, del gesto e del paesaggio. E non possiamo dimenticare certo gli interventi polemici del Pasolini politico contro la de-realizzazione e la smaterializzazione dell’epoca contemporanea, a cui

martedì 23 marzo 2021

Attualizzare/Universalizzare. Medea sullo schermo*

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Attualizzare/Universalizzare. Medea sullo schermo*
Massimo Fusillo

Medea ha avuto sullo schermo un successo notevole, che rientra in una consonanza generale fra questo mito e la cultura contemporanea. È sin troppo facile individuarne i motivi: se l’età barocca ha privilegiato, sulla scia della versione di Seneca, l’aspetto demonico e magico, e se il melodramma ha ovviamente esaltato la potenza dell’eros, il Novecento ha invece puntato tutto sulla componente etnica: sulla condizione di barbara, emarginata, e vittima del potere maschile. Eros, magia e barbarie sono tre forme di alterità, inevitabilmente intrecciate fra di loro nella struttura stessa del mito, ma ciò non toglie che, a partire dalla bella trilogia di Grillparzer, la ricezione di Medea si sia focalizzata sempre più sul suo statuto di straniera; il suo mito è diventato così quello antropologico per eccellenza, e si è incontrato più volte, inevitabilmente, con svariate correnti della contemporaneità, come la cultura postcoloniale e il pensiero femminista.

"La Grecia secondo Pasolini. Mito e cinema", di Massimo Fusillo

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


La Grecia secondo Pasolini. Mito e cinema
di Massimo Fusillo

Il rapporto di Pasolini con la Grecia antica è stato molto profondo e rigoroso. Lo sa perfettamente Massimo Fusillo, noto e apprezzato studioso pasoliniano, che fornisce uno degli studi più attenti e appassionati sull’argomento con la riproposizione (Editore Carocci, luglio 2012) di La Grecia secondo Pasolini. Mito e cinema. Questa nuova edizione - dedicata alla memoria di Laura Betti e aggiornata con piccole modifiche nei saggi e un apparato delle note alleggerito - ripropone nelle analisi il rapporto tra il teatro greco antico e l’immaginario pasoliniano. Sembra opportuno riproporre questo libro fondamentale di Massimo Fusillo e farne una sorta di "invito alla lettura" poiché lo stile dell'Autore è assolutamente accessibile a tutti i lettori e oltretutto è uno strumento ricco di contenuti, indispensabile per avvicinarsi alla lettura pasoliniana del mito greco. Ciò che più impressiona positivamente del libro è il continuo confronto tra testo e immagini, tra mito e letteratura. L’impaginazione è di taglio accademico, arricchita da 18 foto (in b/n) ; nonostante la complessità degli argomenti trattati, la lettura si rivela molto stimolante anche per il carattere interdisciplinare delle analisi.

*  *  *

Pier Paolo Pasolini durante una pausa di lavorazione di Medea

Pochi artisti si sono espressi in una gamma così ampia di linguaggi come Pasolini: dalla poesia al teatro, dal romanzo al film, dalla sceneggiatura alla pittura, affiancandovi inoltre un’intensa attività critica e teorica. Questo eclettismo ossessivo e questa tendenza alla contaminazione svelano comunque un tratto più profondo: il desiderio edipico di violare i codici, con una carica vitale che ricorda le avanguardie storiche da lui tanto amate (mentre non amava le avanguardie tecnologiche degli anni Sessanta). 

giovedì 17 dicembre 2020

Maria Vittoria Chiarelli, risponde a Massimo Fusillo - Pasolini senza apocalisse. Intervista a Massimo Fusillo

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Maria Vittoria Chiarelli, risponde a Massimo Fusillo
.
Per leggere l'intervista, clicca sul link sotto:



Intervista davvero molto interessante da integrare magari con gli altri autori citati. D'accordo sull'uso improprio della figura e dell'opera di Pasolini, quel tirarlo forzatamente ciascuno nel proprio campo ideologico, mentre è incatalogabile dal momento che viveva pienamente le sue contraddizioni intellettuali.

Sono meno d'accordo sull'esagerazione in cui Pasolini sarebbe incorso parlando di "genocidio culturale" e perdita delle culture locali particolari. Credo, a tal proposito, che, se si mette in discussione, ma non perché ne voglia fare un dogma, quel fondamento dell'impianto critico sulla civiltà dei consumi, condotto con estremo rigore in "Scritti Corsari" e in tanti interventi pubblici, si rischia di minimizzare o, perlomeno, di ridurre, la portata storica del passaggio repentino, "quasi senza che ce ne accorgessimo" da una civiltà ad un'altra, passando attraverso la rivolta dei figli contro i padri, nelle forme più conformistiche, in nome dei principi dell'antiautoritarismo e della libertà assoluta, sciolta da ogni dipendenza al vecchio sistema di valori. La tragedia del "genocidio" in realtà è cominciata quando l'antisistema al sistema borghese è stato assorbito, assimilato dal nuovo potere dei consumi, dal neocapitale, che imponeva le scelte e stili di vita, facendo credere che erano frutto di libera scelta. Tutto questo ha portato al completo superamento, insieme ad uno stile di vita contadino, sottoproletario, ed anche operaio ( perché Pasolini era attento al processo di alienazione industriale che riguardava gli operai ), delle realtà culturali particolari in un'Italia che, a differenza di altri Paesi europei, non aveva vissuto alcuna vera unificazione politica e sociale, ( linguistica solo dal punto di vista letterario )se non con la fase della riorganizzazione del capitale in chiave tecnologica, voluta dal nuovo potere neoliberista. Non dovremmo essere contenti per aver superato disagi economici, per non dire povertà e miseria, di esserci liberati da vecchi retaggi sottoculturali, che volevano, ad esempio, le donne sottomesse e relegate ai margini? Certo, ma tutto questo sarebbe dovuto avvenire attraverso una presa di coscienza e con l'innesto di fecondi processi nel sostrato delle culture popolari: un progresso vero ( non sviluppo che già in sé contiene il concetto di velocità disumanizzante ), che non avrebbe cambiato i connotati fisici, psicologici, sociali, relazionali alle singole persone che sono state completamente espropriate ( l'esproprio, ahimè, l'ha compiuto il potere borghese ) dei beni del loro patrimonio linguistico, gestuale, dei loro stili di comportamento.


Le forme "ibride" purtroppo non sanano la mancanza, si può conservare ciò che è rimasto, questo sì, salvaguardare almeno la memoria storica e lo si fa, con numerose iniziative locali, anche con interessanti e coinvolgenti forme di incontro tra diverse forme espressive, provenienti da altre parti del mondo.


Ma quell'umanità è scomparsa per sempre perché è stata sradicata dal suo naturale terreno. Le fasce economicamente più povere, vivono in maniera disumana il loro disagio, senza punti di riferimento, relegate ai margini , in attesa di essere ricollocate nel circuito di una vita precarizzata, di sopravvivenza senza radici. Agli immigrati e ai profughi hanno tolto anche la terra sotto i piedi: speriamo che conservino i tesori preziosi delle loro culture, affinché possano riviverli altrove, in una società che globalizzi valori e non trasformi le persone in merce di scambio.
Quando Pasolini parlava di "mutazione antropologica" e di "genocidio culturale" , il "discorso sulla realtà" era a ragion veduta perché la sua conoscenza passava attraverso una pluralità di linguaggi, che diventavano "irrazionalmente" poesia e mito, oltre che "razionalmente" analisi ed interpretazione.

Maria Vittoria Chiarelli



Curatore, Bruno Esposito

Collaborano alla creazione di queste pagine corsare:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice
Simona Zecchi

Pasolini senza apocalisse. Intervista a Massimo Fusillo

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Pasolini senza apocalisse. Intervista a Massimo Fusillo
a cura di Giuseppe Girimonti Greco e Paolo Lago



 
Il tuo saggio La Grecia secondo Pasolini, uscito nel 1996, ormai quasi vent’anni fa (anche se una nuova edizione ampliata è del 2007), è pionieristico e innovativo nel senso che è il primo che analizza in modo sistematico l’importanza del mondo antico e delle letterature classiche soprattutto la tragedia greca nell’opera di Pasolini. Nell’introduzione scrivi che il mito antico e la tragedia greca rappresentano per Pasolini delle vere e proprie "ossessioni". Vorresti brevemente parlarci di queste "ossessioni"?
.
Ossessione è una parola che ricorre spesso nella poesia di Pasolini, sempre con una connotazione fondamentalmente positiva e spesso autobiografica (e certo anche la sua sessualità aveva caratteri ossessivi); ed è anche la parola con cui traduce in Eschilo la furia delle Erinni o la follia di Oreste. Nella sua opera così multiforme ci sono sicuramente delle costanti che la unificano, e che possono considerarsi ossessioni: il Friuli, la passione di Cristo, il mito, il rito, il sacro; e tutte possono essere sussunte nel suo unico, ossessivo oggetto d’amore: la civiltà contadina, illimitata e transnazionale, di cui i ragazzi sottoproletari sono l’incarnazione più seduttiva
.
. Sempre nell’introduzione a quel volume, metti l’accento sulla poliedricità espressiva e sull’eclettismo di Pasolini, un autore che, passando da un linguaggio all’altro (poesia, romanzo, cinema) fa ampiamente ricorso alla contaminazione, al pastiche, alla citazione, all’ibridazione stilistica fra alto e basso. Anche nell’approccio al mondo antico PPP si rivela un autore così disinvoltamente incline alla contaminazione intermediale, stilistica, linguistica, discorsiva?
.
Credo che la creatività intermediale sia oggi il tratto più significativo dell’opera di Pasolini. Quanto alla contaminazione stilistica, è un concetto che ritorna molto spesso nelle sue dichiarazioni teoriche, meno direi nella sua produzione. Certo, il lavoro sul dialetto, la sacralizzazione delle borgate tramite Bach in Accattone, o la sperimentazione estrema di Petrolio vanno in questa direzione. Nelle opere ispirate al mondo greco prevale il registro tragico: si può riscontrare qualche tocco di contaminazione nelle parti dedicate agli antefatti delle tragedie oggetto dei suoi film, in particolare di Edipo re. Le novità maggiori vengono comunque anche in questo caso da Petrolio, che attraverso il modello del Satyricon mira a una polifonia stilistica che contamina riso grottesco e saggismo giornalistico.
.
Come già accennato, il tuo saggio è del 1996; da allora non hai mai smesso di occuparti della figura e dell’opera di Pasolini, anche non in stretta correlazione col mondo classico. PPP, al giorno d’oggi, riscuote una fortuna enorme, non solo in Italia. Escono continuamente nuovi libri che ne analizzano l’opera e la vita. Focalizzandoci sulla peculiarità italiana, come è recepita, secondo te, la sua figura oggi, e che differenze noti rispetto alla sua ricezione in altri paesi?
.
In realtà dopo il saggio mi sono concentrato su Petrolio, ma da un po’ di tempo non mi occupo più di Pasolini, se non per partecipare a incontri pubblici e come membro della giuria del Premio per le tesi di laurea: me ne sono distanziato da vari punti di vista, come succede spesso con i propri oggetti di studio. Mi sembra che la ricezione italiana si concentri troppo sulle sue posizioni politiche e sulla sua biografia, mentre all’estero si studia di più la sua opera (soprattutto il cinema) e le sue strategie espressive, e soprattutto si cerca di mettere in dialogo Pasolini con alcuni nodi della cultura contemporanea.
.
In un volume che riunisce diversi interventi, L’eredità di Pier Paolo Pasolini, uscito qualche anno fa, a cura di Alessandro Guidi e Pierluigi Sassetti, Pasolini viene definito dallo stesso Sassetti che utilizza un’espressione di Slavoj Žižek "l’ovetto kinder della cultura italiana", in quanto, a differenza di altre illustri icone, offre qualcosa in più, qualcosa di più accattivante. Infatti, nel calderone culturale, un po’ tutti, da destra a sinistra, tendono ad appropriarsi delle sue idee trasformando in bandiera il suo nome e in manifesto i suoi enunciati più noti. Cosa pensi di questo ‘uso’ della figura e delle idee di PPP?
.
Come sostiene Gianluigi Simonetti, Pasolini oggi è diventato anche un logo: un mezzo sicuro per ottenere successo e consenso. Ovviamente gli artisti sono spesso destinati ad essere usati in forme lontane, o anche opposte, da quelle che avevano pensato o teorizzato: è inevitabile, e di per sé non c’è niente di male. Ma certo alle volte è irritante trovare citato Pasolini a sproposito, solo per dare un’aura nobile a posizioni banali e a stereotipi, rovesciando proprio quella che è stata la sua funzione più vitale nella società italiana: creare conflitti, discussioni, spiazzare le attese, sovvertire le contrapposizioni facili, insomma «lo scandalo del contraddirmi».
.
. Pasolini è stato spesso definito come un intellettuale profetico, un intellettuale apocalittico, "antimoderno"; di recente un bel libro di Pierpaolo Antonello, Dimenticare Pasolini, che hai recensito su Between, analizzando il problema della "santificazione" di Pasolini che è tutt’ora in corso, affronta il tema dell’ubi sunt e del diffuso lamento apocalittico sulla degenerazione della propria epoca da parte degli intellettuali. Qualcosa di simile fa un ancor più recente intervento di Gilda Policastro su doppiozero, intitolato Pasolini ti odio. Cosa ne pensi? Come, secondo te, Pasolini potrebbe essere ‘reinterpretato’ oggi?
.
Il pensiero politico di Pasolini mi sembra la parte più debole della sua opera, proprio perché presenta tutti gli eccessi di un certo atteggiamento apocalittico così diffuso ancor oggi nella cultura di sinistra. Un atteggiamento che si ripete ormai da troppo tempo, e che ha il suo archetipo millenario in Esiodo: mitizzare il passato e demonizzare il presente, quando il compito di un intellettuale dovrebbe essere cercare di capire il proprio tempo. Certo, Pasolini non era un primitivista: mirava al contrario a una sintesi fra antico e moderno, ed ha sicuramento analizzato con lucidità e compreso in anticipo alcuni problemi della società contemporanea (ecologia, periferie, degrado urbano). Ma quando Pasolini usa una parola così forte e così connotata come genocidio (una delle sue formule più citate) è sicuramente eccessivo: in effetti sappiamo bene che non c’è stato nessun genocidio culturale in Italia. Le culture locali non sono state distrutte, si sono trasformate e ibridate con la cultura dominante, creando fenomeni anche interessanti, come il glocal. Parlando di Sandro Penna negli Scritti corsari a un certo punto Pasolini si fa scappare che era meraviglioso un tempo credere che la forma della vita non sarebbe mai cambiata: e invece per fortuna cambia e continuerà a cambiare. Il libro di Antonello e l’intervento di Policastro mi hanno convinto: credo che Antonello abbia ragione, bisogna certo continuare a studiare e a fruire dell’opera multiforme di Pasolini, ma bisogna abbandonare il modello di intellettuale veggente da lui incarnato; un modello sempre più forte invece grazie alla santificazione tributatagli dalla stessa Italia che lo ha perseguitato in vita.
.
Le stesse oscure modalità dell’assassinio di Pasolini ne rendono la figura più misteriosa e ‘affascinante’, in un certo senso; riguardo a questo il mondo degli intellettuali si è un po’ diviso in due parti: ‘complottisti’ e non, nel senso che c’è chi pensa che Pasolini sia stato ucciso da poteri più o meno occulti e chi, invece, ritiene che le cose siano andate come racconta la ‘versione ufficiale’. Tu da che parte stai?
.
L’assassinio di Pasolini sembra destinato a restare uno dei misteri irrisolti della storia italiana, ed è difficile avere certezze a riguardo. L’unica tesi che mi sento di scartare è quella del suicidio sceneggiato e organizzato da tempo: quella di Zigaina. La tesi del complotto non mi ha mai molto convinto, benché fosse sostenuta con una passione alle volte contagiosa da Laura Betti, con cui ho collaborato e di cui sono stato amico. Mi è sempre sembrato un modo per nobilitare ed eroicizzare una morte per violenza omofoba come ne succedono tante, una morte che rientrava nei rischi che la vita sessuale di Pasolini comportava (e certo la coerenza con la sua opera spiega il fascino a cui accennavate). Sono d’accordo con quanto sostiene Emanuele Trevi in Qualcosa di scritto: sul delitto Mattei e su altre questioni scottanti Pasolini si rifaceva alle inchieste dell’Espresso, non aveva scoperto nessuna nuova verità che possa spiegare la sua morte; anche se poi non sono d’accordo su tutta l’interpretazione di Petrolio contenuta nel romanzo di Trevi, di cui mi sono trovato senza saperlo prima ad essere un personaggio (comunque un bel personaggio, devo dire). Credo che ormai si possa dare per certo che Pelosi non fosse solo, e devo ammettere che molte delle acquisizioni recenti vanno nella direzione del delitto politico, per cui, ripeto, non si possono avere certezze.
.
Hai visto Pasolini di Abel Ferrara?
.
Ovviamente sì. Mi sono piaciute le parti dedicate alla vita quotidiana di Pasolini: ad esempio le scene con la madre e con Laura Betti. William Dafoe è molto credibile e somigliante, anche se un po’ troppo anziano. Quello che non mi ha convinto è l’esperimento di ricostruire Petrolio e Porno-Teo-Kolossal: suona artificioso e direi totalmente fallito.
.
Un tuo pensiero per Pasolini, da dedicargli, oggi, a quarant’anni dal suo tragico omicidio?
.
Pasolini ha scritto frasi belle sull’allegria e sull’umorismo della vecchiaia, ormai sganciata dal tarlo del futuro. Le ha scritte cinquantenne, a un’età che oggi si considera ancora un po’ lontana dalla vecchiaia. Mi piace immaginarlo allegro 93enne, che si diverte a sfruttare le potenzialità di Internet… Renzo Paris conclude il suo Pasolini ragazzo a vita una sorta di romanzo memoriale scritto per il quarantennale con un sogno ispirato a Rimbaud, in cui rincontra Pasolini fra i pastori Masai in Kenya; all’Idroscalo sarebbe morta una controfigura, come il Cacarella di Affabulazione, mentre il vero Pasolini avrebbe trascorso metà della sua vita in giro per l’Africa, senza più il desiderio di scrivere o filmare, libero dalla sua opprimente figura pubblica.
.

Fonte:
http://www.leparoleelecose.it/?p=21768



Curatore, Bruno Esposito

Collaborano alla creazione di queste pagine corsare:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice
Simona Zecchi

giovedì 8 gennaio 2015

Jacqueline Spaccini, « Massimo Fusillo, La Grecia secondo Pasolini. Mito e cinema »

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


 
Massimo Fusillo, La Grecia secondo Pasolini. Mito e cinema
Jacqueline Spaccini

Non nuovo allo studio della Grecia antica, Massimo Fusillo torna alla classicità greca analizzandola sotto la duplice lente del mito nel cinema. L’opera filmica è quella – pasoliniana – dell’Edipo Re (1967), di Medea (1970) con uno sguardo attento alla versione pasoliniana dell’Orestea teatrale di Gassman (1960).

In verità, seppur l’autore proponga un aggiornamento dei suoi tre saggi più significativi, pubblicati oltre dieci anni fa, non si creda che il tempo abbia scalfito la brillantezza delle sue osservazioni : la « giustezza » del suo scrivere è tale che il lettore può a pieno titolo gustare le pagine come fossero appena uscite dalla penna di Fusillo.
 
I due saggi dedicati al cinema « barbarico » di Pasolini sono preceduti da una lunga introduzione, la quale si incarica di riassumere il senso del passaggio dal Pasolini scrittore al Pasolini cineasta ; una sorta di « conversione », la sua : « all’inizio il cinema fu soprattutto un mezzo per trascrivere con una tecnica nuova il mondo dei romanzi romani ».
 
Non già per fare del regionalismo coatto ; al contrario, la tecnica cinematografica che prevede una lingua non verbale (e per ciò stesso non esclusivamente italiana) permette a Pasolini di fare dell’arte transnazionale. Non il Tevere malandrino di Ragazzi di vita, né le borgate romane di Accattone : più ancora che il sottoproletariato urbano, è il mondo contadino – osserva Fusillo – il luogo perduto e perciò rimpianto dallo scrittore regista. Nel cinema, Pasolini ha a cuore la nettezza di ciò che è « immediato, primitivo, primigenio ».
 
5iviso tra istinto e didattica, il regista realizza due film che sono a metà strada tra il sogno e il documentario ; la sua peculiarità tecnica non dimentica la lezione dei Dreyer, Rossellini o Chaplin : il suo è un cinema volutamente spoglio, povero, essenziale. Pasolini affida al volto umano e all’inquadratura frontale una carica ieratica : gli sguardi di Silvana Mangano fissi sulla camera che la ritrae non sono inferiori a certi primi piani di bergmaniana memoria. E che il suo sia un neo-neorealismo – come lo definisce Fusillo – lo prova anche l’ostinata risoluzione di avvalersi di attori non professionisti (ad eccezione dei protagonisti), nonché l’ambientazione delle storie filmiche in luoghi desertici, cristallizzati, quasi surreali.
 
E allora anche la Grecia messa in scena da Pasolini non è quella levigata del periodo classico (troppo spesso ridotta a una sorta di parodia nei film di peplum), bensì quella barbarica di cui non si ha memoria e che al lettore/spettatore evocherà più facilmente alcune comunità dell’Africa arcaica.
 
Quella di Pasolini è dunque una riscrittura delle due tragedie ; il suo macrotesto tuttavia non è un’opera postmoderna, come ve ne sono un po’ ovunque, giacché è assente in lui ogni intenzione consapevolmente ironica. Fusillo osserva che c’è uno scarto ossimorico tra la messa in scena della tragedia a teatro e quella al cinema : la prima è affidata al dominio della parola mentre la seconda è pre-razionale e per ciò stesso pre-verbale. Pochissimi sono i dialoghi nei due film, anche se spesso forte è la presenza della parola scritta (in Edipo Re) ad esprimere il pensiero dei protagonisti, in una sorta di estremo omaggio al cinema muto.
 
Il Mito non appartiene alla sfera del razionale, bensì a quella del mistero ; in esso non c’è intellettualismo e la parola è come interdetta. L’Edipo cinematografico di Pasolini è antintellettuale e non solo, spiega Fusillo : l’interesse del regista è piuttosto spostato sull’antagonismo padre-figlio in chiave chiaramente (e dichiaratamente) autobiografica, mettendo in secondo piano il rapporto figlio-madre, quasi che l’incesto con Giocasta fosse qualcosa di più « naturale » (se la società è barbarica, il tabù pur essendo forte, è più spesso violato).
 
È colpevole, è innocente, Edipo ? Antica quaestio che annovera Pasolini tra gli innocentisti ; così scrive Fusillo, anche se tale convinzione fatica a reggere dinanzi allo schermo. A nostro avviso, cioè, per essere innocente l’Edipo pasoliniano dovrebbe semplicemente non sapere (e non sa perché non ha visto) ; in realtà, egli non vuole più ricordare quel che ha visto. Ci riferiamo alla scena in cui lo spettatore capisce che Edipo sta barando, ben sapendo d’esser proprio lui l’assassino di suo padre. Vediamola da vicino.
 
Il giovane Edipo, avvertito del terribile destino che lo attende, decide di non tornare a casa (Corinto) e sceglie di recarsi a Tebe. Lungo la strada, ad un crocevia, incontra un anziano, a bordo di un carro, accompagnato da un servo e scortato da quattro soldati. L’uomo è arrogante, chiede ad Edipo, che apostrofa straccione, di farsi da parte e cedergli il passo (scena che ricorderà quella del Lodovico manzoniano prima di farsi frate). Dopo aver rifiutato, Edipo scaglia una pietra contro uno dei soldati e urlando di rabbia fugge. Una volta eliminati i guerrieri che lo inseguivano, il giovane torna al crocevia, come in preda ad una furia sanguinaria. Nel frattempo, il vecchio arrogante si è alzato in piedi ed Edipo vede ch’egli si mette un copricapo sulla testa, una sorta di corona, dinanzi alla quale, il giovane scoppia a ridere. Ciò non gli impedisce di uccidere il vecchio (Laio) e mentre il servo scappa (sarà il testimone), guarda fissamente il volto di colui che ha trucidato. Tutto ciò non sarebbe poi così importante se non ritrovassimo, in una scena successiva, quello stesso copricapo – la strana corona – in testa ad Edipo e proprio nell’atto di chiedere che venga ricercato e condannato l’assassino di Laio.
 
Passando a gesti e oggetti assurti a metafora da decrittare, l’Edipo ne presenta alcuni (procedimento simbolico assente in Medea) sui quali Pasolini insiste come a volerne rimarcare l’importanza. Si pensi alle mani con le quali Edipo si nasconde il volto fin da bebè quando vuole ritrarsi dalla violenza altrui, rifiutandosi di vederla. O ancora, alla mano ch’egli si morde ogniqualvolta è in preda ad « una pulsione angosciosa », scrive Fusillo, come exemplum di un codice del corpo, quel linguaggio non verbale, di cui « il Pasolini antropologo [ha] chiara coscienza ». L’autore del libro rimanda anche alla valenza dello sguardo (non diegetico) dei protagonisti nella camera, soprattutto nelle scene di sesso, « quasi a sottolineare il voyeurismo dello spettatore (che poi è una caratteristica sempre latente nel pubblico cinematografico) », una sorta di trasposizione dello sguardo che la tahitiana di Aha ohe feii ? rivolge a colui che osserva il quadro di Gauguin. A nostro avviso, più facilmente lo sguardo rivolto alla camera può esser letto come l’espressione neanche tanto nascosta di un narcisismo ingenuamente strafottente da buttare in faccia allo spettatore. Quanto agli oggetti, la spilla di Giocasta è senz’altro quello più rappresentativo di una simbologia tutta giocata sulle due tematiche attorno alle quali girano le tragedie greche pasoliniane : eros e thanatòs, l’istinto sessuale e la morte. La spilla della moglie-madre è quella che trattiene le sue vesti e nasconde la di lei nudità. Togliere la spilla dalle vesti di Giocasta equivale a usare la chiave che apre l’accesso al suo corpo, inteso come intimità. E di quella stessa spilla si servirà Edipo per accecarsi, definitivamente, abbandonando la metafora, e diventare per davvero cieco : non a caso, infatti, la scena finale vede Edipo, ormai cieco, suonare il flauto in una modernissima Bologna.
 
In conclusione, l’Edipo pasoliniano rifiuta di vedere poiché la vista dà la conoscenza e la conoscenza appartiene alla sfera del sapere e dunque della ragione, dell’odierno, secondo Fusillo. Ciò che è razionale è il contrario di ciò che è « arcaico, mitico e misterioso », centro di ogni interesse per stessa ammissione di Pasolini in una delle tante interviste fattegli.
 
In Medea tutto è meno cinematograficamente tecnico ; qui, la simbologia è, semmai, nella messa in scena dei due personaggi antagonisti : Medea a illustrare il mondo della sacralità arcaica mitica e misteriosa (ma anche passionale, crudele e utopica) e Giasone a rappresentare il mondo della razionalità pragmatica, borghese e calcolatrice. La rottura tra i due non è esplicabile con il disamore di Giasone nei confronti di Medea, bensì è da rintracciare nell’inconciliabilità dei loro due universi. Pasolini è arrivato a gridare quel che poteva sembrare ancora realizzabile qualche anno prima (l’utopica sintesi ch’egli aveva intravisto nell’Orestea teatrale scritta nel 1960) : « Niente è più possibile, ormai », dirà Medea ; vale a dire : la parola non salva, il dialogo non è possibile.
 
Pasolini è a suo modo un espressionista : se infatti la sua novità, osserva Fusillo, « è la convinzione che il cinema, proprio perché arte giovane, […] possa […] giungere al mistero ontologico delle cose », ecco che in Medea il significato delle cose lo si coglie attraverso il personaggio interpretato da Laurent Terzieff, il Centauro Chirone ; per meglio dire, attraverso la visione del suo corpo.
 
Nel prologo, costui dispensa la sua Weltanschauung a un Giasone dapprima bambinello, poi adolescente e infine giovanotto. Ebbene, se dapprima egli gli dice che « tutto è santo » e che « niente, nella natura, è naturale », terminerà l’ultimo suo proposito con un lapidario « non c’è nessun dio ».
 
Perché ? Dov’è la verità ? Secondo noi, lo spettatore si accorge (sia pure ad una seconda visione) che è il pensiero di Giasone ad echeggiare nella bocca del Centauro e non quello del Centauro stesso, sebbene le inquadrature non siano in soggettiva. Il nostro punto di vista diventa visibile (e condivisibile) se si osserva attentamente la figura del centauro : quando lo vediamo per la prima volta è mezzo uomo e mezzo cavallo ; nel prosieguo della sua lunga allocuzione, al Giasone tredicenne è dato ancora immaginare ch’egli sia come lo aveva conosciuto, ma noi – gli spettatori – vediamo che la parte equina è nascosta tra il fogliame delle siepi ed è soltanto il torace nudo a darci l’impressione che sia ancora Centauro. Ma quando Giasone è ormai adulto, ecco che Chirone non soltanto è interamente uomo e interamente vestito, ma addirittura egli dice che la realtà nel mito, inteso da Pasolini come esperienza concreta, è cosa lontana, che la ragione è divina (seppur fallace) e che non esiste nessun dio ; in ultima istanza, nulla è sacro. In dieci minuti di monologo, il mondo di Giasone si è trasformato da arcaico in moderno.
 
Tutto il contrario dell’universo della donna. Nel mondo di Medea, regola è ciò che è barbarico (beninteso, agli occhi di un’altra civiltà dominante), onirico, rituale, misterico, magico. In una parola : arcaico. L’incontro tra l’uomo e la sacerdotessa è piuttosto la storia dello scontro tra ciò che è antico e ciò che è moderno e della loro inconciliabilità. Tra Giasone e Medea in realtà non esiste amore, la donna non si innamora del giovane tessalo ; ella è attratta dal suo corpo (ricordiamo che Pasolini scelse un atleta di fama mondiale, il lunghista Giuseppe Gentile, per rappresentare l’eroe greco). È l’eros che tutto muove e sommuove.
 
In Pasolini come nei classici greci, eros e thanatòs, inteso come morte ma soprattutto come (auto)distruzione, vanno insieme. E dunque la lunga sequela di morte e distruzione investe dapprima il giovane Apsirto, poi Glauce e suo padre Creonte, infine i figli stessi di Medea e Giasone. Al pari del Sole, il Fuoco regna su tutto. Più che negli altri, l’ellissi è la tecnica narrativa che Pasolini utilizza in questo film : non vengono rappresentati gli atti cruenti e nemmeno si allude ad essi (se si astrae dal doppio suicidio di Glauce e di Creonte che si gettono dall’alto di una torre, ma che la macchina da presa ritrae lontanissimi), se non nella scena del sacrificio umano, giacché l’espressionismo pasoliniano passa attraverso i colori e gli sguardi, non attraverso l’esibizione dello spargimento di sangue.
 
Paradossalmente, lo spettatore prende coscienza dell’atto doppiamente infanticida proprio davanti all’immagine materna di una Medea che lava e accarezza i suoi figli. Infine, non sul suicidio di Giasone si chiude il film, bensì sulla netta separazione dei due mondi, col fuoco a dividere i due protagonisti : « perché cerchi di passare attraverso il fuoco – urla Medea a Giasone disperato per i figli morti – non potrai farlo ; è inutile tentare ! ». Quando l’inconciliabilità dei due mondi è acclarata, e il dialogo è vano, echeggia l’ultima invettiva di Medea : « È inutile ; niente è più possibile ormai ».
 
L’ultimo saggio di Massimo Fusillo è incentrato sull’Orestea di Eschilo che nel 1959 Gassman chiese a Pasolini di tradurre. Più di ogni altra analisi, qui è estremamente interessante la riflessione che l’autore del libro porta sulla traduzione. Diciassette pagine sono dedicate alla riabilitazione della versione pasoliniana contro le accuse di plagio e di incompetenza che all’epoca mossero grecisti più o meno noti (Degani, su tutti). In realtà, Pasolini rese pubblici i suoi debiti filologici fin da subito, nella Lettera (o Nota) del Traduttore. Quel che Fusillo tiene tuttavia a mettere in risalto (appoggiandosi a testi che hanno fatto la storia delle teorie traduttive) è che un poeta non può tradurre come un traduttore qualsiasi. Translation as Creation, scrive, prendendo in prestito le parole di Louis G. Kelly ; « il traduttore di poesia deve rinunciare nella maggior parte dei casi a riprodurre gli effetti espressivi dell’originale (soprattutto quelli fonici), ma può cercare di compensare la perdita creandone parallelamente di nuovi ; d’altronde anche Jakobson sosteneva che non ci può essere vera traduzione di poesia, ma solo “trasposizione creativa” ».
 
Tornando al rapporto tra mito e cinema e sul mondo greco restituito ossimoricamente nella sua barbaricità, concluderemo con le parole di Fusillo, dicendo che per Pasolini il tema del mito greco trova proprio nel cinema la sua massima estrinsecazione, giacché in esso si attua quella « ricerca di un linguaggio che potesse cogliere il mistero ontologico del reale, quel mistero che, a differenza dell’enigma, non può essere decodificato dalla ragione ».
 
Fonte:
http://italies.revues.org/4241



@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare

Curatore, Bruno Esposito

Grazie per aver visitato il mio blog

venerdì 14 giugno 2013

Massimo Fusillo, La Grecia secondo Pasolini. Mito e cinema

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Massimo Fusillo, La Grecia secondo Pasolini. Mito e cinema

Non nuovo allo studio della Grecia antica, Massimo Fusillo torna alla classicità greca analizzandola sotto la duplice lente del mito nel cinema. L’opera filmica è quella – pasoliniana – dell’Edipo Re (1967), di Medea (1970) con uno sguardo attento alla versione pasoliniana dell’Orestea teatrale di Gassman (1960).

In verità, seppur l’autore proponga un aggiornamento dei suoi tre saggi più significativi, pubblicati oltre dieci anni fa, non si creda che il tempo abbia scalfito la brillantezza delle sue osservazioni : la « giustezza » del suo scrivere è tale che il lettore può a pieno titolo gustare le pagine come fossero appena uscite dalla penna di Fusillo.
I due saggi dedicati al cinema « barbarico » di Pasolini sono preceduti da una lunga introduzione, la quale si incarica di riassumere il senso del passaggio dal Pasolini scrittore al Pasolini cineasta ; una sorta di « conversione », la sua : « all’inizio il cinema fu soprattutto un mezzo per trascrivere con una tecnica nuova il mondo dei romanzi romani ».
Non già per fare del regionalismo coatto ; al contrario, la tecnica cinematografica che prevede una lingua non verbale (e per ciò stesso non esclusivamente italiana) permette a Pasolini di fare dell’arte transnazionale. Non il Tevere malandrino di Ragazzi di vita, né le borgate romane di Accattone : più ancora che il sottoproletariato urbano, è il mondo contadino – osserva Fusillo – il luogo perduto e perciò rimpianto dallo scrittore regista. Nel cinema, Pasolini ha a cuore la nettezza di ciò che è « immediato, primitivo, primigenio ».
Diviso tra istinto e didattica, il regista realizza due film che sono a metà strada tra il sogno e il documentario ; la sua peculiarità tecnica non dimentica la lezione dei Dreyer, Rossellini o Chaplin : il suo è un cinema volutamente spoglio, povero, essenziale. Pasolini affida al volto umano e all’inquadratura frontale una carica ieratica : gli sguardi di Silvana Mangano fissi sulla camera che la ritrae non sono inferiori a certi primi piani di bergmaniana memoria. E che il suo sia un neo-neorealismo – come lo definisce Fusillo – lo prova anche l’ostinata risoluzione di avvalersi di attori non professionisti (ad eccezione dei protagonisti), nonché l’ambientazione delle storie filmiche in luoghi desertici, cristallizzati, quasi surreali.
E allora anche la Grecia messa in scena da Pasolini non è quella levigata del periodo classico (troppo spesso ridotta a una sorta di parodia nei film di peplum), bensì quella barbarica di cui non si ha memoria e che al lettore/spettatore evocherà più facilmente alcune comunità dell’Africa arcaica.
Quella di Pasolini è dunque una riscrittura delle due tragedie ; il suo macrotesto tuttavia non è un’opera postmoderna, come ve ne sono un po’ ovunque, giacché è assente in lui ogni intenzione consapevolmente ironica. Fusillo osserva che c’è uno scarto ossimorico tra la messa in scena della tragedia a teatro e quella al cinema : la prima è affidata al dominio della parola mentre la seconda è pre-razionale e per ciò stesso pre-verbale. Pochissimi sono i dialoghi nei due film, anche se spesso forte è la presenza della parola scritta (in Edipo Re) ad esprimere il pensiero dei protagonisti, in una sorta di estremo omaggio al cinema muto.
Il Mito non appartiene alla sfera del razionale, bensì a quella del mistero ; in esso non c’è intellettualismo e la parola è come interdetta. L’Edipo cinematografico di Pasolini è antintellettuale e non solo, spiega Fusillo : l’interesse del regista è piuttosto spostato sull’antagonismo padre-figlio in chiave chiaramente (e dichiaratamente) autobiografica, mettendo in secondo piano il rapporto figlio-madre, quasi che l’incesto con Giocasta fosse qualcosa di più « naturale » (se la società è barbarica, il tabù pur essendo forte, è più spesso violato).
È colpevole, è innocente, Edipo ? Antica quaestio che annovera Pasolini tra gli innocentisti ; così scrive Fusillo, anche se tale convinzione fatica a reggere dinanzi allo schermo. A nostro avviso, cioè, per essere innocente l’Edipo pasoliniano dovrebbe semplicemente non sapere (e non sa perché non ha visto) ; in realtà, egli non vuole più ricordare quel che ha visto. Ci riferiamo alla scena in cui lo spettatore capisce che Edipo sta barando, ben sapendo d’esser proprio lui l’assassino di suo padre. Vediamola da vicino.
Il giovane Edipo, avvertito del terribile destino che lo attende, decide di non tornare a casa (Corinto) e sceglie di recarsi a Tebe. Lungo la strada, ad un crocevia, incontra un anziano, a bordo di un carro, accompagnato da un servo e scortato da quattro soldati. L’uomo è arrogante, chiede ad Edipo, che apostrofa straccione, di farsi da parte e cedergli il passo (scena che ricorderà quella del Lodovico manzoniano prima di farsi frate). Dopo aver rifiutato, Edipo scaglia una pietra contro uno dei soldati e urlando di rabbia fugge. Una volta eliminati i guerrieri che lo inseguivano, il giovane torna al crocevia, come in preda ad una furia sanguinaria. Nel frattempo, il vecchio arrogante si è alzato in piedi ed Edipo vede ch’egli si mette un copricapo sulla testa, una sorta di corona, dinanzi alla quale, il giovane scoppia a ridere. Ciò non gli impedisce di uccidere il vecchio (Laio) e mentre il servo scappa (sarà il testimone), guarda fissamente il volto di colui che ha trucidato. Tutto ciò non sarebbe poi così importante se non ritrovassimo, in una scena successiva, quello stesso copricapo – la strana corona – in testa ad Edipo e proprio nell’atto di chiedere che venga ricercato e condannato l’assassino di Laio.
Passando a gesti e oggetti assurti a metafora da decrittare, l’Edipo ne presenta alcuni (procedimento simbolico assente in Medea) sui quali Pasolini insiste come a volerne rimarcare l’importanza. Si pensi alle mani con le quali Edipo si nasconde il volto fin da bebè quando vuole ritrarsi dalla violenza altrui, rifiutandosi di vederla. O ancora, alla mano ch’egli si morde ogniqualvolta è in preda ad « una pulsione angosciosa », scrive Fusillo, come exemplum di un codice del corpo, quel linguaggio non verbale, di cui « il Pasolini antropologo [ha] chiara coscienza ». L’autore del libro rimanda anche alla valenza dello sguardo (non diegetico) dei protagonisti nella camera, soprattutto nelle scene di sesso, « quasi a sottolineare il voyeurismo dello spettatore (che poi è una caratteristica sempre latente nel pubblico cinematografico) », una sorta di trasposizione dello sguardo che la tahitiana di Aha ohe feii ? rivolge a colui che osserva il quadro di Gauguin. A nostro avviso, più facilmente lo sguardo rivolto alla camera può esser letto come l’espressione neanche tanto nascosta di un narcisismo ingenuamente strafottente da buttare in faccia allo spettatore. Quanto agli oggetti, la spilla di Giocasta è senz’altro quello più rappresentativo di una simbologia tutta giocata sulle due tematiche attorno alle quali girano le tragedie greche pasoliniane : eros e thanatòs, l’istinto sessuale e la morte. La spilla della moglie-madre è quella che trattiene le sue vesti e nasconde la di lei nudità. Togliere la spilla dalle vesti di Giocasta equivale a usare la chiave che apre l’accesso al suo corpo, inteso come intimità. E di quella stessa spilla si servirà Edipo per accecarsi, definitivamente, abbandonando la metafora, e diventare per davvero cieco : non a caso, infatti, la scena finale vede Edipo, ormai cieco, suonare il flauto in una modernissima Bologna.
In conclusione, l’Edipo pasoliniano rifiuta di vedere poiché la vista dà la conoscenza e la conoscenza appartiene alla sfera del sapere e dunque della ragione, dell’odierno, secondo Fusillo. Ciò che è razionale è il contrario di ciò che è « arcaico, mitico e misterioso », centro di ogni interesse per stessa ammissione di Pasolini in una delle tante interviste fattegli.
In Medea tutto è meno cinematograficamente tecnico ; qui, la simbologia è, semmai, nella messa in scena dei due personaggi antagonisti : Medea a illustrare il mondo della sacralità arcaica mitica e misteriosa (ma anche passionale, crudele e utopica) e Giasone a rappresentare il mondo della razionalità pragmatica, borghese e calcolatrice. La rottura tra i due non è esplicabile con il disamore di Giasone nei confronti di Medea, bensì è da rintracciare nell’inconciliabilità dei loro due universi. Pasolini è arrivato a gridare quel che poteva sembrare ancora realizzabile qualche anno prima (l’utopica sintesi ch’egli aveva intravisto nell’Orestea teatrale scritta nel 1960) : « Niente è più possibile, ormai », dirà Medea ; vale a dire : la parola non salva, il dialogo non è possibile.
Pasolini è a suo modo un espressionista : se infatti la sua novità, osserva Fusillo, « è la convinzione che il cinema, proprio perché arte giovane, […] possa […] giungere al mistero ontologico delle cose », ecco che in Medea il significato delle cose lo si coglie attraverso il personaggio interpretato da Laurent Terzieff, il Centauro Chirone ; per meglio dire, attraverso la visione del suo corpo.
Nel prologo, costui dispensa la sua Weltanschauung a un Giasone dapprima bambinello, poi adolescente e infine giovanotto. Ebbene, se dapprima egli gli dice che « tutto è santo » e che « niente, nella natura, è naturale », terminerà l’ultimo suo proposito con un lapidario « non c’è nessun dio ».
Perché ? Dov’è la verità ? Secondo noi, lo spettatore si accorge (sia pure ad una seconda visione) che è il pensiero di Giasone ad echeggiare nella bocca del Centauro e non quello del Centauro stesso, sebbene le inquadrature non siano in soggettiva. Il nostro punto di vista diventa visibile (e condivisibile) se si osserva attentamente la figura del centauro : quando lo vediamo per la prima volta è mezzo uomo e mezzo cavallo ; nel prosieguo della sua lunga allocuzione, al Giasone tredicenne è dato ancora immaginare ch’egli sia come lo aveva conosciuto, ma noi – gli spettatori – vediamo che la parte equina è nascosta tra il fogliame delle siepi ed è soltanto il torace nudo a darci l’impressione che sia ancora Centauro. Ma quando Giasone è ormai adulto, ecco che Chirone non soltanto è interamente uomo e interamente vestito, ma addirittura egli dice che la realtà nel mito, inteso da Pasolini come esperienza concreta, è cosa lontana, che la ragione è divina (seppur fallace) e che non esiste nessun dio ; in ultima istanza, nulla è sacro. In dieci minuti di monologo, il mondo di Giasone si è trasformato da arcaico in moderno.
Tutto il contrario dell’universo della donna. Nel mondo di Medea, regola è ciò che è barbarico (beninteso, agli occhi di un’altra civiltà dominante), onirico, rituale, misterico, magico. In una parola : arcaico. L’incontro tra l’uomo e la sacerdotessa è piuttosto la storia dello scontro tra ciò che è antico e ciò che è moderno e della loro inconciliabilità. Tra Giasone e Medea in realtà non esiste amore, la donna non si innamora del giovane tessalo ; ella è attratta dal suo corpo (ricordiamo che Pasolini scelse un atleta di fama mondiale, il lunghista Giuseppe Gentile, per rappresentare l’eroe greco). È l’eros che tutto muove e sommuove.
In Pasolini come nei classici greci, eros e thanatòs, inteso come morte ma soprattutto come (auto)distruzione, vanno insieme. E dunque la lunga sequela di morte e distruzione investe dapprima il giovane Apsirto, poi Glauce e suo padre Creonte, infine i figli stessi di Medea e Giasone. Al pari del Sole, il Fuoco regna su tutto. Più che negli altri, l’ellissi è la tecnica narrativa che Pasolini utilizza in questo film : non vengono rappresentati gli atti cruenti e nemmeno si allude ad essi (se si astrae dal doppio suicidio di Glauce e di Creonte che si gettono dall’alto di una torre, ma che la macchina da presa ritrae lontanissimi), se non nella scena del sacrificio umano, giacché l’espressionismo pasoliniano passa attraverso i colori e gli sguardi, non attraverso l’esibizione dello spargimento di sangue.
Paradossalmente, lo spettatore prende coscienza dell’atto doppiamente infanticida proprio davanti all’immagine materna di una Medea che lava e accarezza i suoi figli. Infine, non sul suicidio di Giasone si chiude il film, bensì sulla netta separazione dei due mondi, col fuoco a dividere i due protagonisti : « perché cerchi di passare attraverso il fuoco – urla Medea a Giasone disperato per i figli morti – non potrai farlo ; è inutile tentare ! ». Quando l’inconciliabilità dei due mondi è acclarata, e il dialogo è vano, echeggia l’ultima invettiva di Medea : « È inutile ; niente è più possibile ormai ».
L’ultimo saggio di Massimo Fusillo è incentrato sull’Orestea di Eschilo che nel 1959 Gassman chiese a Pasolini di tradurre. Più di ogni altra analisi, qui è estremamente interessante la riflessione che l’autore del libro porta sulla traduzione. Diciassette pagine sono dedicate alla riabilitazione della versione pasoliniana contro le accuse di plagio e di incompetenza che all’epoca mossero grecisti più o meno noti (Degani, su tutti). In realtà, Pasolini rese pubblici i suoi debiti filologici fin da subito, nella Lettera (o Nota) del Traduttore. Quel che Fusillo tiene tuttavia a mettere in risalto (appoggiandosi a testi che hanno fatto la storia delle teorie traduttive) è che un poeta non può tradurre come un traduttore qualsiasi. Translation as Creation, scrive, prendendo in prestito le parole di Louis G. Kelly ; « il traduttore di poesia deve rinunciare nella maggior parte dei casi a riprodurre gli effetti espressivi dell’originale (soprattutto quelli fonici), ma può cercare di compensare la perdita creandone parallelamente di nuovi ; d’altronde anche Jakobson sosteneva che non ci può essere vera traduzione di poesia, ma solo “trasposizione creativa” ».
Tornando al rapporto tra mito e cinema e sul mondo greco restituito ossimoricamente nella sua barbaricità, concluderemo con le parole di Fusillo, dicendo che per Pasolini il tema del mito greco trova proprio nel cinema la sua massima estrinsecazione, giacché in esso si attua quella « ricerca di un linguaggio che potesse cogliere il mistero ontologico del reale, quel mistero che, a differenza dell’enigma, non può essere decodificato dalla ragione ».
Haut de page

Pour citer cet article

Référence papier

Jacqueline Spaccini, « Massimo Fusillo, La Grecia secondo Pasolini. Mito e cinema », Italies, 12 | 2008, 525-531.

Référence électronique

Jacqueline Spaccini, « Massimo Fusillo, La Grecia secondo Pasolini. Mito e cinema », Italies [En ligne], 12 | 2008, mis en ligne le 28 février 2012, consulté le 21 mai 2013. URL : http://italies.revues.org/4241
Haut de page

Auteur

Jacqueline Spaccini

Université de Caen
Fonte:
http://italies.revues.org/4241



@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare

Curatore, Bruno Esposito

Grazie per aver visitato il mio blog