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venerdì 21 settembre 2018

I 50 anni di «Teorema» e i 43 dall'omicidio del suo autore: Pier Paolo Pasolini

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



I 50 anni di «Teorema» e i 43 dall'omicidio del suo autore: Pier Paolo Pasolini



Se c'è una celebrazione discussa che in Italia fa il paio con un'altra altrettanto discussa, ma approfondita soltanto in alcuni aspetti, quella data è il 1968, che come l'altro anno cruciale, il 1978, segna un passaggio emblematico nella società, nella cultura e nella politica italiane. Da un lato la contestazione dei movimenti giovanili che porteranno all'Autunno caldo (ondata di proteste e lotte sindacali operaie che culmineranno nelle agitazioni e nelle bombe del 1969, anno in cui ha inizio la strategia della tensione); dall'altra, l'anno di svolta dell'organizzazione Brigate Rosse, l'altra pelle della lotta armata di estrema sinistra, con il rapimento Moro (che marcherà la loro graduale distruzione), il 1978, preceduto da un anno di forti agitazioni, il '77, e tensioni nel mondo sindacale e operaio, ma anche ricco di fermenti culturali. Se c'è invece un uomo, un intellettuale, uno scrittore e un regista che a quel decennio non è sopravvissuto ma che fino a che ha potuto lo ha cavalcato da protagonista “gettando il proprio corpo nella lotta” (così come ha fatto per tutta la sua vita), quell'uomo è Pier Paolo Pasolini, di cui qui abbiamo riferito in merito a due attuali iniziative tutte europee - in Italia nel Friuli e ad Atene in Grecia - che lo riguardano.


Nuovo linguaggio cinematografico. 

Fu proprio quel 1968 a determinare una svolta nella produzione di Pasolini che gli servirà per elaborare una nuova teoria del linguaggio cinematografico, teoria che stenderà all'interno di una raccolta di saggi pubblicata nel 1972 dal titolo tutto pasoliniano "Empirismo eretico" (Gazanti). Il film e il romanzo "Teorema" escono in contemporanea proprio quest'anno, in cui Pasolini mette in scena la presenza stessa della macchina da presa (e del regista) ripresi e visibili durante i film.

Il sequestro e la censura del film "Teorema". 

Come molte delle opere letterarie e cinematografiche di Pasolini, anche "Teorema" finisce in un'aula di tribunale ed esattamente il 13 settembre 1968, la Procura della Repubblica di Roma sequestra il film “per oscenità e per le diverse scene di amplessi [...] e per i rapporti omosessuali tra un ospite e un membro della famiglia che lo ospitava“. A seguire la procura capitolina, anche quella di Genova, per poi arrivare a trasferire il processo tutto per competenza, a Venezia. Un processo che nelle sue varie fasi durerà fino al 24 novembre del 1969, quando, dopo la sentenza di assoluzione, la procura generale rinuncerà al ricorso. Ma ben prima dell'azione giudiziaria sono stati l'opinione pubblica e il mondo del cinema stesso a mettersi di traverso quando per "Teorema", presentato alla Mostra di Venezia insieme a "Appunti per un film sull'India", girato nel dicembre 1967 (altri "appunti" ricorreranno poi nella struttura abbozzata dell'incompiuto romanzo-denuncia "Petrolio", 1972-75), piovvero su Pasolini critiche feroci sia da parte della sinistra, che sostenne che si trattava di un film reazionario, sia dalla destra, disgustata dal modo in cui nel film si affrontava il tema della sessualità. Questa avversa dicotomia si ritroverà quasi sempre nel filo corsaro della sua esistenza (già a partire dalla sua fuga dal Friuli verso la Capitale per accuse di oscenità, allontanato sia dalla DC - che gli aveva teso una trappola come racconta il poeta Nico Naldini in una sua cura autobiografica - sia dal PCI che aveva accettato quella messa al bando) per sopravvivere anche alla morte barbara e tribale che lo travolse. Il film-scandalo, infatti, "Salò o le 120 giornate di Sodoma", (1975) fu censurato anche dopo la sua morte.





Di cosa tratta l'opera. 

In una famiglia milanese della ricca borghesia industriale, un giovane ospite, borghese anche lui, porta scompiglio e turbamenti. La sua sola presenza mette in crisi tutti i componenti della famiglia, che indistintamente dal loro sesso, bramano di avere rapporti fisici con lui. Anche la cameriera, Emilia, che appartiene alla classe contadina, è sconvolta da quella presenza, al punto da tentare il suicidio da cui lui la salva per poi giacere con lei. Un borghese atipico che sfugge a qualsiasi etichetta sociale.
 Quando l'ospite, d'improvviso, deve lasciare la villa, la sua partenza provoca in tutti i protagonisti del nucleo familiare, e in Emilia, una svolta esistenziale che mette fine alla loro ostentata "normalità". Nato come tragedia in versi, Teorema, si trasformerà poi in un libro molto frammentario con alcuni capitoli formati appunto da “frammenti” in versi, fino a prendere la forma della sceneggiatura cinematografica nella quale Pasolini riduce al minimo i dialoghi, riservando principalmente alle immagini, e poi alla musica –Requiem di Mozart – la narrazione delle scene che portano allo sviluppo dei personaggi. Una ricerca soprattutto per una nuova forma o di miscela tra più forme e generi quella intrapresa da quest'anno, dunque, dal poeta che sarà poi ricordato come Poeta corsaro. Il giovane affascinante uomo (interpretato dall'attore Terence Stamp) funge da elemento che sovverte l'ordine - e quindi, secondo il contesto del tempo - l'ideologia. Per Pasolini il "sovvertimento" culturale e ideologico è sinonimo di rivoluzione che filtra attraverso il parametro del sesso. Più avanti userà la perversione sessuale come rappresentazione della perversione stessa del potere in Salò.




Foto credit "Pasolini, Massacro di un Poeta" dall'autrice Simona Zecchi


L'omicidio dello scrittore e le inchieste. 

Quando muore Pier Paolo Pasolini, in un contesto volutamente segnato dal pubblico ludibrio, perché condotto appositamente in un luogo buio e lontano dalla città, presso una striscia di terra e sabbia all'Idroscalo di Ostia, alle porte di Roma, il suo corpo viene rinvenuto alle prime ore del mattino trasformato in una poltiglia di sangue e stracci. Sono le ore a cavallo fra la notte dei santi e quella dei morti, giorni solitamente vestiti a festa e in cui le baracche che affollano l'Idroscalo (oggi trasformate in case vere e proprie con problematiche abitative tuttora in corso) sono piene di romani che le utilizzano in molti casi come seconda casa, soprattutto nelle festività. Eppure nessuno per molti anni (fino al 2011 quando le ultime indagini preliminari - in tutto quattro quelle aperte a cavallo di due secoli oltre all'unico processo terminato nel 1976 - sul caso, sono in pieno svolgimento, nessuno, avrà visto nulla quella sera. Poi durante le ultimi indagini alcuni testimoni di quegli anni riveleranno tracce importanti di verità relativi a quella notte, come rivelano le carte dell'inchiesta. L'unico a essere riconosciuto colpevole della sua morte è Pino Pelosi, l'ex ragazzo di vita imbarcatosi in una vita a sua volta senza sconti fra carcere e sregolatezze, sin da quella notte del 2 novembre 1975. Tutte le indagini preliminari aperte e chiuse in fretta dalla Procura di Roma, via via negli anni, (1985-1995-2005 e 2010), a esclusione dell'ultima che durerrà ben 5 anni, sono state caratterizzate da depistaggi e carenze investigative. L'ultima aperta su segnalazione di nuovi elementi investigativi da un avvocato penalista Stefano Maccioni, su supporto di un familiare però esterno al cerchio stretto dell'erede dello scrittore, Guido Mazzon, vedrà di nuovo l'archiviazione nel maggio del 2015, dopo che il GIP accetta la richiesta della procura che aveva individuato ben 5 profili di ignoti altri rispetto al Pelosi, ma che non era riuscita a identificarli e a collegarli con gli oltre 120 indagati. Anche quest'ultima inchiesta però, sebbene segnata in parte da un approfondito lavoro investigativo, trascina con sé punti oscuri tuttora irrisolti a livello giudiziario. Tra le novità fatte emergere di recente da inchieste giornalistiche o saggi critici, uno scambio epistolario inedito (pubblicato nel libro Pasolini Massacro di un Poeta, Ponte alle Grazie 2015 ricco di diverse novità sul caso) fra l'ex ordinovista Giovanni Ventura e lo scrittore con lettere datate a poche settimane dalla morte; e alcuni documenti che lo riguardavano riferiti all'attività dei servizi di sicurezza nostrani ("Pasolini, un omicidio politico, Castelvecchi 2017). Resta in sospeso la tesi da più parti accreditata sul movente che avrebbe portato all'omicidio del poeta per molti legato alla scomparsa di un capitolo dell'incompiuto “Petrolio” e alle accuse che Pasolini aveva rivolto all'industriale Eugenio Cefis sulla morte dell'ex Presidente dell'Eni, Enrico Mattei. Accuse che però al tempo non erano state lanciate dal solo Pasolini (sulla morte di Mattei un recente libro scritto a quattro mani da Sabrina Pisu e l’ex magistrato Vincenzo Calia – Il Caso Mattei, Chiarelettere 2017 – ne ricostruisce tutti i retroscena mostrando le prove dell’attentato subito dall’ex Presidente dell’ENI). E’ indubbio, certo, che il contesto del petrolio in sé, e gli scandali che lo hanno segnato a metà degli anni ’70, restino il grande background dal quale Pasolini volle partire per lasciare la sua ultima testimonianza in una summa letterario-giornalistica rimasta incompiuta a causa dell’omicidio, "Petrolio", o come aveva pensato prima di titolare lo scrittore: "Vas". Intanto il suo corpo resta ancora impigliato lì fra la rete del campetto da calcio dell'Idroscalo e gli occhi chiusi di chi ha visto tutto quella notte e non parla da oltre 40 anni.

Simona Zecchi



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Curatore, Bruno Esposito

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giovedì 4 gennaio 2018

La Roma di Pasolini - Prefazione di Simona Zecchi

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


LA ROMA DI PASOLINI 
(Dizionario urbano) 
Dario Pontuale
Nova Delphi 2017



La lunga strada fra memoria  ed eredità
Prefazione di Simona Zecchi


   Un  unico comun denominatore a unire linguaggio, cinematografia, giornalismo, letteratura e poesia. E' lo stradario di Dario Pontuale che sciama, come solo a Roma si può fare, tra le lettere dell'alfabeto per ripercorrere in modo nuovo la vita romana e le opere di Pier Paolo Pasolini. Ecco, se dovesse il lettore cercare una definizione per comprendere che lavoro ha davanti e gli mancasse quel lampo che lo proietti tra queste pagine, questo andare raminghi senza puntute indicazioni accademiche per i luoghi pasoliniani è la definizione che subito posso trasferirgli. Se poi un lettore non particolarmente avvezzo ai termini romano-letterari volesse sapere cosa vuole dire sciama, allora potrà prendere in mano questo libro e cominciare a sfogliarlo partendo da qualsiasi lettera dell'alfabeto o lemma che più gli aggrada. Oppure il lettore potrà soltanto selezionare una lettera a caso e da essa sostare in periferia oppure bighellonare al centro, o tra i palazzi di zone-limbo fra popolo e borghesia. Può a esempio decidere di avviarsi lungo Donna Olimpia e poi correre fulmineo come un bambino per quelli che una volta erano solo pratoni, marane e calcinacci mentre gli anni della speculazione edilizia li hanno trasformati nuovamente in qualcosa di tutto apparentemente uguale. Troverà, alzando lo sguardo sui balconcini sporti in avanti come i curiosi, i panni stesi delle borgate in pieno centro e l'odore di pizza da forno. Mentre a un incrocio fra Via Ozenam e Via di Donna Olimpia potrà capitargli di incontrare (ma senza saperlo) la malavita in persona o l'artigiano da tutti amato. A Roma puoi dunque abbracciare le strade a qualsiasi ora del giorno e della notte e sentirti al contempo ospite, padrone di casa o straniero.

   Scriveva Pietro Citati sul Corriere della Sera, all'indomani del ritrovamento del corpo martoriato di Pier Paolo Pasolini tra monnezza, sterpaglie sabbia e sangue all'Idroscalo di Ostia che accompagnando talvolta  lo scrittore per le strade della capitale per motivi di lavoro proprio in quelle occasioni, proprio allora, lui Citati, aveva appreso da Pasolini come la letteratura fosse figlia della precisione. Ecco cosa ci lascia Pasolini ancora a 42 anni di distanza dal suo addio. Ricorda infatti a un certo punto l'autore di queste pagine una spiegazione che Pasolini tentò di dare del suo metodo di lavoro in "Ragazzi di Vita" (il romanzo che lo consacrerà come autore ma che al contempo lo respingerà ferocemente fra critiche soprattutto da parte del PCI e cause giudiziarie) ai lettori di Vie Nuove nel 1977:


«Quando sono giunto al capitolo del Forlanini, ho dovuto documentarmi, perché in tutta la mia vita non avevo visto un ospedale se non per qualche visita. Ho parlato con due ex ricoverati – che sarebbero poi diventati due personaggi del romanzo –, ho parlato con uno dei medici (fratello di un uomo politico comunista mio amico), e ho parlato, infine, con alcuni malati anonimi. Cinque o sei giorni di lavoro. Tutto qui».[...]


*Simona Zecchi



NOTA D'AUTORE 
(DARIO PONTUALE)
L’ULTIMA COLONNA DI UN TEMPIO IN ROVINA



   L’ufficio anagrafico di Bologna registra il 5 marzo del 1922 la nascita di Pier Paolo Pasolini. Lo storico latino Varrone afferma che la città di Roma sia sorta il 21 aprile del 753 a. C. Pier Paolo Pasolini muore, per cause non del tutto accertate, a cinquantatrè anni. Roma resiste, per cause non del tutto accertate, da oltre duemila. Il poeta delle “ceneri” e l’Urbe, l’autore di “vita” e la sede dell’Impero, il regista degli “accattoni” e la dimora dei Papi sembrano abbiano poco da condividere, invece certi destini s’intrecciano quasi mai per caso. Il giovane friulano e la Città si incontrano il 28 gennaio del 1950, sui binari caotici della stazione Termini, durante il mite inverno dell’Anno Santo. L’intellettuale dissidente e la Capitale, si accomiatano in una notte autunnale tra il 1 e il 2 novembre del 1975, nel fango sanguinolento di un idroscalo, a pochi passi dalle antiche rive di Ostia. Venticinque anni, una specie di nozze d’argento terminate con un addio funesto, un quarto di secolo carico di viscerale empatia, nonostante alcuni screzi.

   Un lasso di tempo foriero di trasformazioni sociali e urbanistiche, economiche e politiche, storiche e culturali riguardanti non soltanto Roma, ma l’Italia intera. Son i decenni dopo la Guerra, il Fascismo, le macerie, il Piano Marshall, anni nei quali gli italiani scelgono la Repubblica, il vestito buono per la domenica in Chiesa, devotamente divisi tra Bianchi e Rossi. Un Paese rurale che, stanco di zappare, corre in città dove il lavoro appare sopportabile e i poveri possono scoprirsi ricchi, o se non altro, così promettono i portavoce del miracolo economico. Comincia la lunga stagione delle cambiali, salvacondotto essenziale per garantirsi: la Seicento, la Vespa, la lavatrice, il frullatore, la lucidatrice, il mangiadischi, la vacanza al mare. Le scarpe bucate, i pantaloni rattoppati perdono dignità, la miseria e la fame devono restare chiuse nelle pellicole di Rossellini, nei fotogrammi di De Sica, nelle scene di Visconti. Il Bel Paese dopo avere creduto, obbedito e combattuto, vuole ridere, sperare e guardare avanti; un precetto comprensibile se non nascondesse insidie pianificate. Gli italiani entrano nella società dei consumi così come sfilano tra gli scaffali dei nascenti supermercati, con imprudente candore passano dal mercato rionale, al mercato in scatola. Credono di compiere una scelta, senza accorgersi di essere loro stessi il prodotto di una scelta, di una volontà mossa da un Potere oscuro, che livella le esigenze, la lingua, i desideri, le ambizioni, insomma tendente al conformismo. Il Paese traboccante di realtà individuali, dialetti, gusti, abitudini; la povera Italia dei paesi arrampicati sulle montagne e sdraiati lungo le spiagge, si ritrova a cantare Canzonissima con le stesse facce, parole, intonazioni. Tutti seduti e ben composti davanti alla televisione, elettrodomestico pagato a colpi di cambiali, il nuovo focolare domestico, il più pericoloso comunicatore di massa, l’ipnosi capace di mutare il superfluo in necessario. [...] 

**Dario Pontuale

*Simona Zecchi giornalista d'inchiesta e autrice del libro "Pasolini Massacro di un Poeta. Collabora con quotidiani nazionali e siti, lavora per Euronews (Lione)

**Dario Pontuale (Roma, 1978) scrittore, saggista e studioso di letteratura otto-novecentesca. E' autore per Nutrimenti della biografia critica Il baule di Conrad tradotto in Francia



   Il 28 gennaio 1950  Pier Paolo Pasolini giunge a Roma e qui vivrà fino alla sua morte.Venticinque anni e nove mesi nei quali il rapporto tra la cittá, le sue periferie, i personaggi delle sue borgate e lo scrittore diventa strettissimo, questo mondo entra in romanzi, film,  poesie, abitudini , luoghi dell'intellettuale friulano. Un dizionario urbano, una mappa precisa, un alfabeto dettagliato che ordina nomi,  storie, legami,  volti. LA ROMA DI PASOLINI (Dizionario urbano),  una guida ragionata sulle tracce di Pier Paolo Pasolini, figlio elettivo di questa "stupenda e misera città".



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Curatore, Bruno Esposito

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lunedì 8 maggio 2017

Pasolini: Massacro di un poeta. Storia dell’incomprensione di un dramma intellettuale

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pasolini: Massacro di un poeta.
Storia dell’incomprensione di un dramma intellettuale

“La morte non è nel non poter comunicare 
ma nel non poter più essere compresi.” 

   Lo scrisse Pier Paolo Pasolini e in questa frase, in un certo senso, è egli stesso a delineare la complessità del suo grande dramma. L’intellettuale friulano – ci dice Simona Zecchi, giornalista romana che a lungo si è occupata della sua morte – aveva una sola ossessione: la verità. Ma questa “verità” come si deforma dopo la sua morte? Quali forze agiscono e perché nella sua deformazione?

   Ciò che avviene dopo il delitto dello scrittore corsaro prende i tratti di una fiction, di una finzione degna di un thriller, che si narra post mortem: il vero copione si recita dopo l’assassinio e non all’atto stesso. È il segno che l’ossessione aveva le sue ragioni, che l’intellettuale – in quel momento più che in altri – doveva, seguendo l’accezione di Said, “dire la verità” ma non “al” bensì “sul” potere. Pasolini, nel corso della sua breve ma tormentata vita, non si rivolse infatti mai “al” potere ma incentrò il discorso sulla sua ontologia, sul suo tratto non tanto materiale – identificabile in qualcuno o qualcosa – quanto piuttosto su quello immateriale, intangibile, sul processo, subìto e non compreso, che produsse la tanto discussa “mutazione antropologica” in coloro che ne erano, in un certo qual modo, vittime e prodotti. In questo senso “Il Palazzo” assumeva i connotati di una “conseguenza” della società basata sulla costrizione dei consumi, sul desiderio, incontrollabile e violentemente impulsivo, dell’accumulazione.
   Il potere da un piano più alto – il “palazzo” appunto – via via si confaceva al corpo, i cui segni, sosteneva Pasolini, erano evidenti. I capelloni, si, ma anche il linguaggio – il “vero potere”, con accezione foucaultiana – del “politico” Moro era il segno evidente della trasformazione. Quel registro linguistico, così macchinoso e logorroico, del “meno implicato di tutti” (e ci sarebbe da scrivere un saggio solo su questa espressione) che si dissolve nella consapevolezza della morte e della prigionia. Pasolini, nei 55 giorni in cui l’Italia visse su di un filo ad alta tensione, però non c’era. Era già morto. La parabola dell’intellettuale – che, al contrario dell’amico Calvino, si rendeva palese – era arrivata a compimento all’idroscalo di Ostia tre anni prima. A pensare al linguaggio del Presidente della democrazia cristiana – mutatosi, quasi per un paradosso letterario, da uomo del potere a vittima del potere – ci pensò, come fosse un’eredità acquisita, l’intellettuale con cui Pasolini meglio s’intese in vita: Leonardo Sciascia. Moro, scrisse l’intellettuale siciliano, si era “spogliato” del potere, era diventato un uomo solo e – guarda caso – incompreso nel suo percorso. Dall’uomo dei macchinosi discorsi della politica all’uomo dei commoventi discorsi familiari. Come vedrete nell’intervista, si parlerà di “convergenza di destini” tra l’intellettuale e lo statista. Si vedrà, come ci dice Simona, che Pasolini è stato incompreso persino nell’interpretare Moro. Ma è il caso di fermarci: lasciamo parlare l’autrice. In un’intervista densa di riflessioni come questa si trova il nucleo originale del suo lavoro: Massacro di un poeta, (Roma, Ponte Alle Grazie, 2016).

   Il tuo libro è un libro d’inchiesta ma, per quello che mi riguarda, l’ho trovato interessante per un punto nodale, che mi sembra rappresenti l’anima del tuo lavoro: la critica alla cattiva propensione ad analizzare, interpretare e forzare la morte di un uomo di lettere, immensamente complesso e dai poliedrici spunti intellettuali, attraverso quello che mi sento di definire il “paradigma dell’omosessualità”. Non credo di sbagliare accezione o di traviare il tuo pensiero nel definire tale un modello che ha spinto anche bravi critici (mi ha colpito la critica che fai a Belpoliti) a declinare la “tragedia” pasoliniana o a coniugare l’intera sua parabola attraverso la categoria dell’omosessualità estetizzante. Penso che, invece, l’intero percorso intellettuale pasoliniano abbia una costante: l’incomprensione. D’altronde lui stesso scrisse che “la morte non è nel non poter comunicare ma nel non poter più essere compresi.” E’ sbagliato affermare che non aver capito Pasolini possa aver generato una trappola interpretativa come quella dell’omosessualità? Potresti spiegare al lettore perché si tratta di un paradigma e per quale motivo ritieni che la stragrande maggioranza dei commentatori incappi in questo errore?

 
 Sì, mi sento di condividere questa tua sintesi espressiva su ciò che parte della intellighenzia ha perpetrato contro Pasolini e che ricade in pieno nella trappola, da te menzionata, in cui sono caduti alcuni involontariamente, altri per quello stato di conto in sospeso che con Pasolini avevano. Questo è successo e tuttora succede sia a destra che a sinistra. Entrambi “gli schieramenti” non ne sono stati esenti. E’ evidente, come ho dimostrato nel libro, che ciò che ha perpetrato soprattutto l’estrema destra contro di lui e la cultura conservatrice ha avuto quasi un pareggio di conti a sinistra dove l’incomprensione è stata per certi versi peggiore. E anche in questo senso nel mio libro vi è un abbozzo d’inchiesta culturale, verso la fine, nelle pagine dell’epilogo ma che riprenderò insieme ad altro. Perché prima di tutto ho creduto fosse necessario, e mancasse, un lavoro investigativo di sintesi nuovo e unitario sul “cosa” ha portato al massacro Pasolini e sulle modalità specifiche attraverso un lavoro di inchiesta abduttivo non deduttivo né induttivo. Poi è stato inevitabile, a 40 anni da quel massacro, fare qualcosa che un giornalista non dovrebbe fare: avanzare anche le ipotesi sul “chi” e non parlo solo dell’aver delineato i diversi livelli operativi coinvolti. Il “chi” infatti spetterebbe ad avvocati e magistrati, soprattutto a questi ultimi. Un lavoro questo che è mancato anche nelle ultime indagini preliminari aperte dalla Procura di Roma e durate 5 anni. Torno al cuore della tua domanda. Nella raccolta postuma Lettere Luterane del novembre ’76, nella serie dedicata a Gennariello rimasta incompiuta, il ragazzo immaginario a cui Pasolini indirizza un piccolo trattato, è lo stesso scrittore che risponde alla tua domanda parlando di “tinta”: mantello di pregiudizi ai quali nemmeno gli
intellettuali si sono sottratti, e con i quali ricoprivano ogni sua analisi e critica, una su tutte quella sull’aborto. Lì Pasolini riferiva come la sua figura fosse paragonabile a quella dei neri, rinchiusa cioè in un ghetto mentale a cui vengono assegnati tutti coloro che appartengono a una minoranza. La polemica sull’aborto che lo travolse, in particolare, era stata appunto ammantata (cito) da una “tinta che proviene da una mia esperienza particolare e diversa della vita, e della vita sessuale”. E’ il paradigma che lo ha inseguito fino a oltre la morte. Per anni, ma anche adesso. A partire dal ’92, il capitolo in Petrolio, sui Pratoni della Casilina, ha impregnato molte pagine culturali come in un istinto voyeristico incontrollabile, rinnegando il ruolo specifico invece dato da Pasolini al sesso in quell’opera letterario-giornalistica che proseguì a rappresentare nel film Salò, rimasta anch’essa incompiuta. Concludo ricordando le parole che usò Pasolini nel maggio del 1969 per definire il “caso Lavorini” che mi sembra emblematico e precursore di tutto ciò che sarebbe avvenuto durante la strategia della tensione. E’ la prima volta che lo cito perché vi ho ragionato solo di recente ma è un fatto questo che andrebbe anche attraversato. Ermanno Lavorini è stato
una giovanissima vittima di un omicidio avvenuto a gennaio del ’69 in un primo momento fatto ricadere all’interno di un contesto di pedofilia omosessuale. In Caos, Pasolini scrive: “L’uomo medio rappresentato e officiato dai giornali richiede ancora come nel profondo dei millenni, il “capro espiatorio”: sente cioè il bisogno del linciaggio. Le vittime da linciare continuano a venire regolarmente cercate tra i diversi…”. Poi le indagini sull’omicidio portarono a individuare due neo fascisti e a un monarchico che avevano montato inizialmente il tutto. E’ emblematico se pensiamo alla sua sorte dopo e agli schemi della strategia della tensione.

Il nuovo libro di Simona Zecchi,
Pasolini Massacro di un poeta
(Ponte delle Grazie, 2016)
   
   Quando ho letto nel tuo libro la parte relativa allo “schema perfetto” non ho potuto non pensare ad una sceneggiatura (la preparazione della morte) e alla messa in scena (la morte). Il delitto Pasolini è un po’ un film, è letteratura (nel senso che Pasolini diventa egli stesso un personaggio da costruire), diventa un personaggio letterario in una fiction in cui il dominus non può che essere rappresentato dall’erotismo. Infatti, come tu sottolinei, i primi resoconti sono colmi di dettagli scabrosi. Ma l’eros, in realtà, che ruolo aveva nella parabola pasoliniana? E parlo della parabola reale, non nella fiction.

   Lo “schema perfetto” è il “film” che non si potrà mai girare credo sulla morte di Pasolini, l’unico film rispetto ai tanti che si sono già girati – eccetto uno quello di M.T. Giordana, Pasolini, un delitto italiano (1995) solo ovviamente datato – perché di fatto è la dinamica reale e più vicina al vero che lo ha condotto alla morte. Per ricostruirlo ho dovuto attraversare mille cavità buie e affrontare un lavoro complesso, tagliando i rami delle suggestioni o dei depistaggi a volte autoinflitti da chi indaga su questi fatti. Non ci sono abbastanza coraggio e capacità oggi per realizzare un film senza trasformare quei fatti che ve l’hanno condotto appunto, e Pasolini stesso, in una materia da macchia per fiction (non film).
D’altra parte come spiego nel libro, Pasolini diventa “personaggio” da character assassination (C.A.), buono per comminargli una strategia del linciaggio in cui tutti cadono (salvo poi per alcuni di essi tornare indietro e fare finta di non esservi mai caduti). Tipo di tecnica, questa del C.A., creata appositamente dai regimi totalitari e dai suoi agenti di copertura per distruggere la credibilità e la reputazione di una persona comune o di una figura che emerge dalla società in contrasto con il sistema, deformandone i tratti e trasformandolo appunto in un personaggio, una macchietta. E’ una questione reale non una definizione letteraria. L’eros è stato uno dei filtri da lui usati per entrare nelle viscere della realtà e indagarla o anche soltanto rappresentarla, oltre che parte spiccante, indubbiamente, della sua intima personalità. Quell’eros speculare al sesso il quale è usato invece da Pasolini come altro filtro, come accennavo prima, per raccontare la perversione del potere nel film Salò. Il punto vero è che in Italia non c’è un Pasolini: permangono invece ancora qualche volta i metodi. Perché non è vero – come si percepisce- che si è smesso di uccidere le persone dannose per il sistema: è meno frequente e si riesce a confondere queste morti con le altre casualità della cronaca ma non impossibile. Ma questa è un’altra questione.

   Ritornando all’incomprensione. Mi sembra che l’ ”ossessione per la verità” di Pasolini determinasse anche l’incomprensione. I fascisti, certo, che giocano un ruolo principale, di esecutori, nel tuo libro ma ci sono anche quelli che, per un periodo, furono i “compagni politici” del poeta friulano: i comunisti. Senza entrare all’interno della rottura, che ruolo hanno avuto i personaggi del PCI (ricordi le censure di Togliatti) nella costruzione del “paradigma” omosessuale?


Simona Zecchi,
giornalista, collabora con numerose testate nazionali,
quali il Sole 24 Ore, il Fatto Quotidiano,
il Messaggero Veneto e il Manifesto.

   Quando uscì Ragazzi di Vita (1955), il romanzo che lo consacrò al successo letterario e per il quale fu anche accusato di oscenità e pornografia, gli attacchi più profondi arrivarono dal PCI. Il fratello di Berlinguer, Giovanni, deputato del partito per tre legislature, scrisse un lungo articolo sull’inopportunità di vedere rappresentata la borgata come una classe abietta e infima mostrando di non aver voluto capire la profonda svolta che nel mondo della letteratura con quel romanzo avveniva. La periferia e le borgate si presentavano infatti per quelle che erano senza falsi moralismi fra pure cattiveria e bontà e situazioni sociali ed economiche fuori da ogni decenza. Quindi anche una denuncia. Al suo funerale gli unici due politici che inviarono un telegramma di condoglianze alla famiglia di Pasolini furono il Berlinguer segretario, Enrico, e Aldo Moro il cui fratello fu giudice di primo grado del processo contro Pino Pelosi, l’unico che riconobbe il “concorso con ignoti”. Come riporto nel mio libro, in un messaggio pubblicato su L’Unità all’indomani della morte c’è tutta la cecità di quella parte politica a cui comunque Pasolini pur avverso e contrario apparteneva:

   “La «vita violenta» su cui egli ha indagato con una vivacità intellettuale forse senza eguali nel nostro paese, è divenuta ora causa terribile della sua scomparsa. Quasi che egli avesse teso a cercare questo epilogo.”

   Quest’ultimo periodo può fare il paio con ciò che fino al ’93 Giulio Andreotti aveva sempre dichiarato “Se l’è cercata”. Nel 1979 Giovanni Berlinguer forse a scusarsi per alcuni attacchi da parte del PCI
presentò interrogazione parlamentare affinché si istituisse una Commissione d’inchiesta sulla morte, andata come le recenti richieste in merito: nel vuoto. Seppure queste siano state seguite da vere e proprie richieste parlamentari con un iter preciso a cui però il mondo politico non ha saputo o voluto dare corso. Poi c’è l’esempio che hai fatto tu di Togliatti riportato sempre nel libro, ma si potrebbe ben andare a ritroso fino allo “scandalo” che lo vide protagonista nel ’49 e che gli causò la cacciata dal partito. Tessera che non fece più. Uno scandalo architettato a bella posta dalla DC e in cui il PCI ben volentieri cadde. Anche qui…
   “Qualche volta è forse meglio tacere che dire la verità. E’ più sano, forse, qualche volta, tenersela dentro, la verità.” 
   
   Questo pensiero subentra subito dopo una critica a Calvino, reo di aver “taciuto” o “forse un po’ mentito”, a proposito del modo con il quale affrontare l’attualità. Nel tuo libro hai affermato che “Pasolini aveva un’ossessione: la verità”. Come interpreti, allora, questa frase?

La lettera aperta di Calvino
a Pasolini dopo la morte dell’intellettuale friulano.
La profonda amicizia fra i due si era rotta
all’inizio degli anni Settanta.
   E’ un periodo estratto dal suo saggio sull’opera di Italo Calvino, Le Città Invisibili (’72), contenuto in una raccolta più ampia di scritti fra il 72 e il 75, pubblicati di volta in volta sul settimanale Il Tempo. Scritti “poetici”, letterari rispetto a quelli composti nello stesso periodo che invece vedranno la luce unica negli Scritti Corsari (75). Nel momento in cui scrive, Calvino e Pasolini sono lontani tra di loro, lacerati da una polemica che ha messo a dura prova la loro bella amicizia. Questa affermazione in realtà deve essere letta all’interno di quelle pagine come un qualcosa di polemico contro il suo ex amico, pur recensendo le Città Invisibili in modo favorevole. Secondo questa affermazione, infatti, resta netta la contrapposizione che Pasolini fa tra lui stesso, che gridava “a tutti i venti il ristabilirsi della verità come una gallina spennacchiata“, e Calvino su cui Pasolini non sapeva, scriveva, “cosa è passato realmente dentro la testa in questi ultimi anni, perché Calvino forse diplomaticamente ha taciuto o ha un pò mentito”. E’ un
allontanamento che inizia ben prima con la polemica fra i membri del Gruppo 63 e l’Avanguardia Letteraria (a cui Calvino si avvicinò) e lo scrittore corsaro e che proseguirà fino alla morte stessa con l’altra polemica: quella che vedeva contrapporsi l’accusa di “nostalgia per l’Italietta” fatta da Calvino a Pasolini, e la risposta dello scrittore che si riteneva incompreso, in quanto, come più volte dichiarò, la sua non fu affatto nostalgia per l’italia fascista ma per quei valori che hanno cessato di esistere dal momento in cui senza graduale progresso si stava giungendo a uno sfrenato sviluppo. All’indomani della morte del poeta, Calvino anche si scusò, in un certo senso, con una lettera aperta. Pasolini denunciava la mancanza di urgenza presente tra giornalisti e scrittori del suo tempo e del suo cerchio magico, (lo fece anche con Furio Colombo, durante l’ultima intervista a lui rilasciata, che fu tra i fondatori del Gruppo 63). Si sentiva solo anche in questo per questo polemizzava per incitarli. Su Calvino a un certo punto scrive:

“ha mantenuto tutto il suo credito, mentre io screditato due volte…continuo a godermi il discredito, ma anche la antipatia di chi non sa perdonare di aver detto a suo tempo ciò che era giusto dire”.

   Paradossale che Pasolini, abile creatore del “personaggio” Moro, abbia avuto, in un certo senso, il suo stesso destino. In un certo senso, sono due narrazioni differenti ma complementari: entrambi incompresi e narrati, nel discorso pubblico, come personaggi letterari. Come spiegheresti questa “convergenza di destini”?


Pier Paolo Pasolini e Aldo Moro
 insieme a Venezia.
Moro fu, assieme a Berlinguer,
l’unico politico italiano
di grande rilievo
 a presenziare ai funerali di Pasolini.
   So che questa convinzione, che Pasolini abbia creato il personaggio Moro, è sempre più comune soprattutto tra gli storici, ma con la quale non concordo. Questo succede perché delle opinioni su Moro avute dallo scrittore si conosce soltanto la più nota comunque vera, la definizione del “meno implicato”. Come se questa definizione avesse in qualche modo sollevato Moro dalle colpe che invece la DC il suo partito aveva tutte. Da quel “meno implicato” alla morte di Moro passano 4 anni compreso il massacro a Pasolini. Nei saggi contenuti in Empirismo Eretico del 1972, e pubblicati però fra gli anni ’64-’71, in uno di linguistica (1965) Pasolini stigmatizza il linguaggio di Moro come quello che inaugura la tecnocrazia nella lingua italiana, un artificio quello usato dai politici per parlare delle cose e non farsi comprendere dai cittadini e che Aldo Moro dunque utilizza, nella fattispecie parlando della inaugurazione di un’autostrada e trasferendo così a un pubblico normale, non a dei tecnici, il concetto dell’importanza di superare le congiunture del momento e cooperare allo sviluppo (quello sviluppo che Pasolini chiamava senza progresso).
A creare il “personaggio” Moro fu Moro stesso, invece, più avanti quando cominciò a capire che le forti fratture sociali che investivano soprattutto i giovani e le istanze dei più illuminati giovani a sinistra dovessero essere sempre più prese in considerazione da parte della politica e in particolare dalla DC. Istanza a cui ovviamente la DC di Moro non intese rispondere. Un cambiamento profondo di Moro che si innesta tra i motivi che lo portarono alla morte, per mano non solo delle BR, ma che non alterava l’indole di mediazione tra i poteri che gli apparteneva e la forte appartenenza al Partito nonostante tutto. Mediazione e appartenenza che con molta probabilità lo hanno portato, per non aggravare secondo lui lo stato delle cose, a nascondere in un primo momento la pista nera che poteva emergere nelle indagini sulla strage di Piazza Fontana. Un uomo diverso, che da un certo punto in poi resta dunque “il meno implicato”. La convergenza di destini che giustamente tu vedi è tutta sintetizzata nei loro ruoli opposti e rivoluzionari ognuno a modo loro e che potevano a maggior ragione avere entrambi su due percorsi diversi per lo sviluppo e il progresso del nostro Paese un’influenza enorme.
A cura di
Enrico Ruffino

Fonte:
http://aggiornamentistorici.altervista.org/pasolini-simona-zecchi/



Curatore, Bruno Esposito

Collaborano alla creazione di queste pagine corsare:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice
Simona Zecchi

giovedì 19 gennaio 2017

Pasolini: la mattanza perpetua e le verità monche dei fatti - di Simona Zecchi

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pasolini: la mattanza perpetua e le verità monche dei fatti

di Simona Zecchi
(Giornalista d’inchiesta e autrice del libro Pasolini Massacro di un Poeta (Ponte alle Grazie 2015) che il lettore può andare a visionare per quegli elementi che qui appaiono nuovi ai più e per l’intera inedita ricostruzione)



E’ mattina presto sul campo brullo di sabbia e terra dell’Idroscalo di Ostia a 30 km da Roma. Ed è ancora buio. Un uomo a pochi metri da una baracca, posta insieme alle altre in fila disordinata, giace lì a terra, letteralmente in una pozza di sangue.
Qualcuno, sportosi dalla finestra del secondo piano di un palazzo a poche centinaia di metri dalla scena, lo scorge. L’uomo a terra ormai consegnato alla morte è circondato da una volante dei Carabinieri e da alcuni uomini adulti...


Questo dovrebbe essere da sempre l’incipit del racconto sulla notte di 41 anni fa, quando fra il 1° e il 2 novembre del 1975 si consuma il massacro di Pier Paolo Pasolini. Così infatti ha dichiarato Misha Besserdorf, il russo ormai naturalizzato americano, al giornalista Paolo Brogi lo scorso 2012, parlando proprio della presenza dei Carabinieri durante un orario imprecisato ma prossimo ai momenti successivi al fatto. Un testimone che la procura di Roma durante il corso delle indagini preliminari durate 5 anni, dal 2010 al 2015, ha ritenuto di non dover sentire.

Il racconto ufficiale da sempre mutuato attraverso le cronache e le numerose ricostruzioni giornalistiche e giudiziarie inizia però in modo diverso, e cioè alle 6.30 del 2 novembre 1975 quando, come è noto, la signora Maria Teresa Lollobrigida, un’abitante abusiva del posto, scoprirà il corpo dello scrittore che scambierà per un sacco  di immondizia. Intere,  cruciali ore sono state sottratte da quel momento in poi all’econonomia dei fatti che hanno preceduto e seguito la mattanza, lasciate  seppellire  per anni  nell’ammasso di storie  buone solo a fare di Pier Paolo Pasolini, non la vittima sacrificale di un massacro violento qual è stata, ma un “character assassination” (1), un caratterista un personaggetto del  gossip che volendo citare Giulio Andreotti nel lontano 1982 “se l’era cercata”.  Il cold case sull’assassinio di Pier Paolo Pasolini ha attraversato gli sprazzi e gli  spazi ancorché ampi di due secoli: 1975-2015. Quarant’anni non sono pochi, eppure il “caso” ogni volta non cessa di seminare innumerevoli interrogativi, anche quando le azioni giudiziarie o istruttorie che lo riguardano (come in quest’ultimo caso delle indagini preliminari che si sono chiuse con un’archiviazione nel maggio del 2015), sembrano avere il crisma del rigore. L’unico colpevole riconosciuto del massacro compiuto contro lo scrittore, regista, poeta, saggista e molto altro la notte fra il 1° e il 2 novembre del 1975 è a oggi Giuseppe Pelosi, l’ex ragazzo di vita che all’età di 17 anni si inoltra in un abisso da cui poi non uscirà più. Lo fermano - riferisce il mantra ufficiale - all‘una di notte in contromano sulla Cristoforo Colombo, la lunga strada che separa il quartiere di Ostia dalla Capitale. Un'area che è parte integrante di Roma ma che per tante ragioni è sempre stata un mondo a sé stante. Il ragazzo - riporta sempre quel mantra - era alla guida di un’Alfa Romeo GT 2000 grigia metallizzata targata K69996, e all’inizio confessa solo il furto dell’auto. L’auto è quella dello scrittore e uno dei due carabinieri se ne accorgerà soltanto dopo averla tradotta presso il cortile della caserma del luogo, come indicato nei verbali. Ben oltre dunque l’orario del fermo.

Esistono intanto due rilevanti elementi che contraddicono questa versione ormai istituzionalizzata: la prima testimonianza a caldo di Ninetto Davoli, creazione cinematografica di Pasolini, che indica mezza ora dopo il fermo di Pelosi - l’1.30 - l’avviso da parte di un familiare del ritrovamento dell’Alfa Gt effettuato dalle forze dell‘ordine a quell‘ora (ritrovamento non furto) e riportata su diversi verbali; e la più recente testimonianza della cugina ed erede di Pasolini, Graziella Ghiarcossi (che sin dal 1976 ha deciso di non costituirsi più parte civile e di abbandonare la ricerca della verità giudiziaria su questa storia). In quella intervista, peculiare se si considera il taglio per nulla dedicato alla morte dello scrittore, la filologa ha ammesso a La Repubblica il 30 ottobre del 20l5, a distanza di 40 anni, che sì, Sergio Citti aveva ragione quando lo dichiarò nel 2005 durante le indagini difensive affidate all‘avvocato Guido Calvi: di notte la polizia (non i carabinieri) aveva bussato alla loro casa per avvertirli del  ritrovamento  dell’auto  presso la zona Tiburtina di Roma, a ben 38 km di distanza dall’idroscalo di Ostia. Nord e profondo Sud di Roma: due mondi in cui, pare, l‘auto dello scrittore avesse il dono dell’ubiquità. Il verbale del famoso furto d’auto (derubricato poi dall’accusa a Pelosi) e quello del ritrovamento, spariti entrambi dalla storiografia ufficiale. Il silenzio seguito alla sconvolgente conferma della Chiarcossi che riscrive la dinamica del solo arresto è stata a dir poco assordante.
Ma continuiamo a stare agganciati ai fatti. Pelosi  viene condotto intorno alle quattro del mattino presso l‘Istituto di osservazione per minorenni di Casal del Marmo, in periferia.

Quando collegano il furto dell’auto con l’omicidio, Pino “la rana” Pelosi (nomignolo di invenzione giornalistica del tempo per via dei suoi occhi sporgenti) confessa anche l’omicidio avvenuto, secondo quanto dichiara sin dall’inizio, per reazione a un tentativo di violenza sessuale, a suo danno, da parte di Pasolini.
Contemporaneamente all‘arresto di Pelosi evadono di prigione (per un brevissimo lasso di tempo perché poi ve ne faranno ritorno) da Casal del Marmo i due minorenni Giuseppe Mastini (oggi collaboratore di giustizia) e Mauro Giorgio. Entrambi frequentavano Pelosi presso il circolo creativo e sezione dell’Unione monarchica nazionale della zona Tiburtina. Non solo loro, anche altri due protagonisti che come Mastini (o come veniva chiamato in borgata Johnny lo Zingaro), entreranno e usciranno spesso dalla storia ufficiale e non, frequentano queste e altre bische; all‘occorrenza luoghi di comizi missini o di stampo  estremo fascista.

Il primo, Mastini, verrà sempre tirato in ballo dalle varie inchieste giornalistiche (talvolta anche in qualche indagine richiusa in fretta nel tempo) senza alcuna conferma netta. La fine del suo presunto coinvolgimento nel caso la sigilla però la procura di Roma nel 2013, quando attraverso atti della scientifica che diventeranno pubblici a chiusura indagini, si ”certifica", in modo un pò anomalo, che il famoso plantare trovato insieme a un maglione verde all’interno del veicolo di Pasolini, non appartenenti né allo scrittore né a Pelosi, non appartiene allo “Zingaro”. DNA dixit, lo stesso esame del DNA che a sua volta certificherà la non compatibilità fra le 5 impronte individuate sui reperti e i profili genetici emersi. Il secondo invece, a parte una interessante menzione  di un cronista dell’Europeo di allora che insieme a Oriana Fallaci condurrà la contro inchiesta parallela a quella giudiziaria e che individuerà la stretta comunanza di reati e di tecniche di aggressione con il Mastini, non vi entrerà mai. Una contro inchiesta questa che avrà valore anche nelle ultime indagini dei nuovi  investigatori, ma nell’archiviazione tutto ciò non non verrà riportato.

A partire dal maggio del 2005, Pelosi per la prima volta  comincia a parlare, di un’altra verità durante la trasmissione della Leosini ”Ombre sul Giallo". Nel frattempo comunque l‘ex Pelosino, che in tutto ha scontato in carcere 22 anni della sua vita, a tutt'oggi è in attesa di giudizio per altri reati compiuti più di  recente.
Due gradi di giudizio, Appelli e Cassazione riconoscono fra l‘aprile del l976 e l’aprile del 1979 insomma l’unica colpevolezza del ragazzo, senza il “concorso con ignoti” inizialmente indicata nella sentenza di primo grado dal giudice Alfredo Carlo Moro, fratello dello statista Aldo ucciso il 9 maggio l978. La sua versione, quella che vede il delitto essere maturato nell’ ambiente della prostituzione maschile, anticipata in barba al segreto istruttorio dai Tg nazionali, resta il marchio di quel processo, malsegnato anche dalle perizie psichiatriche del criminologo Aldo Semerari, personaggio  mescolato  con  le  trame  nere e la P2 del tempo e successive, e da quelle medico-legali il cui lavoro in buona parte resta quanto meno monco e depistante. L’altra perizia, quella di Faustino Durante eseguita per la parte civile, viene spazzata via nella sostanza dal  secondo  grado in poi.
Un groviglio di fatti inserito in un contesto complesso qual era quello vissuto da Pier Paolo Pasolini: la P2, attiva con Licio Gelli a presidiarne la loggia, dal l964-65 (e di cui alcuni giornali sebbene in modo sibillino già riferivano); i sequestri al nord e a Roma,  strumento di destabilizzazione del paese, di cui  in certi casi il clan dei marsigliesi erano il collante; le indagini al riguardo del giudice Vittorio Occorsio ucciso poi dal leader militare di Ordine Nuovo Pierluigi Concutelli; le diverse galassie di estrema destra che in realtà erano tutte propaggini di una unica radice; gli scandali sul petrolio sui quali anche Pasolini indagava, per usarli da sfondo nella sua ultima incompiuta fatica: ”Petrolio" pubblicato postumo nel l992; la strategia della tensione e il terrorismo rosso e nero a incrociarsi. Dire che le aule di giustizia con i processi sulle stragi in corso erano in ebollizione è usare un eufemismo.

A scavare tra quei faldoni oramai ingialliti del procedimento n. 1466/75  che portò il solo ex ragazzo di vita in carcere, conservato presso il Tribunale dei Minori, il racconto che emerge di quella notte così come ce lo ha sempre con- segnato la storia ufficiale resta una trama a sé, come se i protagonisti fossero altri e il tutto un’accozzaglia di puzzle distorti messi insieme a forza.
Attraversare quella notte e le settimane  che  l’hanno  preceduta dunque vuole dire, al pari di quello scavare, affidarsi alla sola forza dei fatti e alle loro contraddizioni e diffidare anche di sé stessi, della presunzione che a volte accompagna noi giornalisti generalmente convinti come siamo che tutto dipenda da una tesi a cui poi applichiamo i fatti per “farceli stare” come si fa parallelamente proprio con quei pezzi di puzzle che non si incastrano. Solo così è possibile capire il “dopo” e il perché, il movente.  Solo così è possibile legittimamente evincere da quella scia di fatti e dalla loro concatenazione una tesi plausibile. Fare tabula rasa: capire cosa stava  succedendo  nei  giorni  precedenti al  brutale  omicidio, se i verbali e le cronache del tempo allora molto accurate combaciano, se è possibile andare a rintracciare voci e testimonianze sepolte da 40 anni di carta, indagini interrotte a metà e verbali occultati. La storia giudiziaria o quanto meno di istruttoria non si ferma infatti al 1979, sarà arricchita invece  da altri capitoli che dal 1985 al 2015 tenteranno di riaprirsi con nuove indagini e segnalazioni  alla procura di Roma (nel frattempo - nel 2005 - la Capitale diviene parte civile nei confronti di chi ha commesso quel vile atto, come voluto dall’ex sindaco Valter Veltroni).

E allora non può esserci altra soluzione che il confronto con i fatti e le loro evidenze, altrimenti, a esempio, si rischia di infarcire le ricostruzioni con il solito ruolo nel massacro a Pasolini avuto dalla Banda della Magliana come organizzazione, quando invece questa inizia a diventare “banda” solo nel novembre del 1977 a due anni dalla morte del poeta. L’organizzazione diverrà l’arma di certi poteri occulti soltanto dopo, con l’arrivo dei testaccini a sparigliare le carte. Il caso Pasolini si trasforma così in un Romanzo criminale senza tempo, solo che non è un romanzo ma una storia vera. Prima a ben ro- vistare ci sono i marsigliesi, il clan delle “tre belve” (Albert Bergamelli, Jacques Berenguer e Matteo Bellicini) che in questa storia hanno una parte: quella che gioca uno di loro, Antonio Pinna il proprietario di molte macchine e motoveicoli ma soprattutto di un’Alfa GT 2000 uguale a quella dello scrittore. Pinna entra nel “caso Pasolini” sin dal 2010 quando la procura di Roma decide di sentire un testimone a conoscenza di alcuni fatti, il pittore Silvio Parrello,   da molti anni anima del suo quartiere Donna Olimpia frequentato e abitato dallo scrittore a metà degli anni ’50. E‘ un quartiere ponte Donna Olimpia, fra borghesia e borgata a ridosso del più residenziale Monteverde vecchio. Una volta quella borgata era il ghetto di Mussoliniane memorie dove il duce costrinse in palazzi fatti con lo sputo tutti i poveri e i disagiati. Pinna dicevamo però è molto più che l’autista di Jacque Berenguer, uno delle tre belve, il capo. E’, Pinna o Nino er meccanico come era noto allora, parte  attiva dei sequestri come dimostrano le indagini dell‘ex magistrato Ferdinando Imposimato e le sentenze di altri. Con la sua officina a Monteverde nuovo (sempre zona Donna Olimpia) Pinna ”ripara" anche i misfatti compiuti dalle macchine del clan. La macchina di Pinna potrebbe essere proprio quella con  la quale si è compiuto il vero sormontamento sul corpo del poeta (agli atti emerge che la famiglia era

proprietaria di quel modello) provocandone lo schiacciamento del cuore e la cui scocca inferiore risulta davvero danneggiata rispetto al veicolo di proprietà di Pasolini che passerà invece sul corpo dello scrittore soltanto in velocità. Era infatti quella dell'Idroscalo una scena affollata.  Nessuna  indagine  istruttoria l’ha accertato, ma chi scrive ne ha scoperto la foto pubblicata in un suo lavoro d’inchiesta di ampio respiro. Altrimenti, ancora a esempio, si rischia di legare la presenza “catanese” dei  due  balordi  spacciatori  fratelli  Borsellino,  che catanesi non erano, con l’ormai accertato sabotaggio avvenuto  13  anni  prima all‘ex presidente dell‘Eni Enrico Mattei. Catania infatti è sì presente in questa storia la quale però è soprattutto  intessuta di estremismo nero. La scia degli  approfondimenti  investigativi  presenti  nelle  carte delle ultime indagini romane, durate ben cinque lunghi anni, è  abbastanza lunga e tra intercettazioni di alcuni sospettati, tracciamenti dei tabulati telefonici, attività investigative e analisi del Ris ha prodotto sicuramente la più estensiva ricerca giudiziaria sul caso. Poi  però le piste emerse e approfondite  non hanno convinto la magistratura che in pochissime righe, nel febbraio del 2015, ha chiesto l’archiviazione al Gip, liquidando le importanti scoperte a un nulla di fatto, o al massimo all’importante novità-madre della inchiesta tutta: l‘analisi scientifica. Come a dire è tutto là, è finita. E invece no, perché quei cinque lunghi anni, ai quali i sostituti procuratori Francesco Minisci e Pierfilippo Laviani avevano apposto la segretazione per lungo tempo, sono composti da ben 7 fascicoli
interessanti in ogni loro pagina, ogni loro riga, quelle che nel momento in cui uscirà questo articolo potrebbero permettere a una eventuale Commissione d‘inchiesta parlamentare, che si dovrebbe  istituire  a  breve, un ulteriore  approfondimento, con tutti i poteri istruttori che questo peculiare strumento del parlamento porta con sé. E non è così, anche perché la prova del DNA resta tutt'oggi, se usata da sola, uno strumento di limitata rilevanza. Tra tutti gli  elementi degni di approfondimento ma non l’unico, proprio la testimonianza di quell’uomo di cui abbiamo accennato nel “falso incipit” di questo contributo: un ebreo russo naturalizzato più in là in America  che  nel  novembre  del 1975   si trovava insieme ad altri russi di passaggio a Ostia. Una transizione migratoria di cui sono stati teatro allora Ostia e il suo litorale. La testimonianza di Misha Bessendorf illuminava dunque il buio di quella notte spostando la presenza delle forze dell’ordine ben prima dell‘orario ufficiale indicato nei verbali (le 7.20 del mattino): almeno a quattro ore prima. Fatti che insieme a molto altro avrebbero potuto riscrivere il “fattaccio” trasformandolo da storytelling  a ricostruzione veritiera dei fatti.
Il massacro tribale a Pasolini per la violenza perpetrata, per la quantità di persone che vi hanno partecipato, tutte con diversi ruoli e livelli (non solo tre persone né soltanto 6 o 7 ma di più) e infine, l'ultima fondante accezione del termine: tribale per il massacro post mortem che pure si continua a perpetrare a livello giudiziario, politico, antropologico (era un “frocio e basta”) e culturale: certa sinistra e la sua intelligenza non smettono  di colpire  infatti.
E allora scavare tra gli archivi degli atti giudiziari riguardanti le stragi del tempo (Piazza Fontana, Piazza della Loggia tra tutte ma non solo) non può essere definito né inutile né complottista se questo ha fatto sì che, al di là del contesto maggiore in cui quel terribile omicidio è maturato (il petrolio, il controllo di Cefis e Gelli sull‘economia, gli assetti politici del tempo e quello che seppure con 17 anni di ritardo comunque l’autore, certo a livello postumo, è riuscito a pubblicare), si siano rinvenuti un carteggio interessante fra  Giovanni  Ventura - appartenente a Ordine Nuovo e allora rinchiuso a Bari in carcerazione preventiva per la strage di Piazza Fontana - e Pier Paolo Pasolini, insieme a un rapporto di indagine dell’antiterrorismo della cittadina pugliese rimasto nascosto per 40 anni. E non è altresi riduttivo uscire dalla logica ”fictional" che sino a ora ha  accompagnato in larga parte  alcune  inchieste  giornalistiche. Il “movente” in lingua italiana e giudiziaria è qualcosa di specifico e come abbiamo visto anche in altri processi di mafia che accompagnano tuttora fatti di oltre 40  anni fa, difficile da definire e individuare. Lo stesso magistrato Scarpinato, si perdoni qui una piccola ma necessaria digressione, ha dovuto

  “obtorto collo” ridurre i capi d‘imputazione nel processo da poco concluso Mori-Obinu. Gli schemi in cui sono racchiusi le stragi e gli omicidi o i finti suicidi politico-mafioso-criminali della nostra sfortunata Repubblica sono stati preparati e diretti anche nelle loro fasi e conseguenze successive in maniera così complessa, la loro architettura così stratificata e inquinata da manipolazioni, depistaggi, occultamenti e falsi testimoni o falsi pentiti, che stringere il cerchio a un primo importante e non riduttivo movente  diviene ormai impellente. In quelle lettere, in quello scambio di cui solo una parte a oggi si è rinvenuta (e pubblicata in esclusiva da chi scrive) Giovanni Ventura, sodale di Franco Freda e per un certo periodo anche collaboratore della magistratura di Milano quando svelò, in parte per poi ritrattare, la sua infiltrazione nel Sid (il servizio di sicurezza di allora) e la strategia cosiddetta della “Seconda linea” sottesa a quella della ”tensione", coniata dal settimanale inglese Observer il 14 dicembre del 1969 fa delle rivelazioni. 
Specialmente la lettera dell’ottobre 1975, indicava a mo’ di lista tutte le varie correnti democristiane che vi erano dietro la madre delle stragi, di nomi e cognomi e di documenti che il Ventura stesso tramite un editore trasversale alla cultura e all’editoria di destra e di sinistra, Antonio Pellicani, stava per inviare o ha inviato allo scrittore. E' così che tutta l'attenzione sul fantomatico “Appunto 21” scomparso o sottratto, il cui ritrovamento è stato millantato da Marcello Dell’Utri nel 2010, imposta alla storiografia parallela senza le dovute verifiche anche giornalistiche può finalmente 

spostarsi altrove su fatti più concreti e ugualmente agghiaccianti soprattutto in quel dato preciso momento in cui Pasolini si muoveva e operava. I nostri servizi, le organizzazioni criminali coinvolte e il livello politico anch’esso coinvolto possono aver architettato un simile e complesso meccanismo per qualcosa che era già noto? Oppure la forza intellettuale (e allora influente) del poeta con le sue invettive, i suoi articoli corsari sul Corriere della Sera e sulla rivista Il Mondo, potevano intimorire perché il poeta aveva  raccolto  informazioni  non  note  nemmeno agli organi della magistratura? E le lobbies economico finanziarie e politiche, tessute nelle trame del petrolio, non possono essere strettamente collegate a questa realtà? Si uccide insomma un poeta di quel livello rischiando di sollevare un caos senza  eguali per qualcosa di noto alla già contro-informazione del tempo e anche alla magistratura? Certamente sì per rispondere a queste ultime domande. Un‘altra domanda infine si impone: e se quell‘appunto non fosse stato di per sé un depistaggio intervenuto dopo? Tra i verbali mai analizzati e ingialliti dal tempo, uno ha attirato l'attenzione di chi scrive e riferisce del sequestro avvenuto di alcune carte l'8 novembre del 1975, a 6 giorni dalla morte del Poeta. Può essere questo un elemento più che concreto invece di un Appunto introvabile e forse non così dirimente per la dinamica del fatto?
Torniamo ora ad appigliarci ai fatti nudi e crudi. Certo, quelli non noti alla storiografia ufficiale, ma essi stessi impossibili da negare. Il 2 novembre del 2015, il Museo Griminologico di Roma in Via Giulia, luogo in cui i vecchi reperti appartenenti a quella notte sono tornati, ha deciso di riaprire inconsapevolmente capitoli aggiuntivi di quel massacro, spalancando le porte al pubblico. Tra gli oggetti ormai parte dell’immaginario di tutti sono presenti anche i pantaloni di Pino Pelosi, che stando al  semplice  occhio  nudo  di  chiunque, non presentano più la macchia originaria enorme e presente su tutto il lato  destro che invece è perfettamente visibile andando a visionare quel vecchio fascicolo, il nr. 1466/75. Una foto, questa dei pantaloni intrisi di sangue, sulla quale mai nessuno ha soffermato l‘attenzione, e pubblicata per la prima volta sempre da chi scrive: né avvocati titolari di indagini difensive, né gli inquirenti passati e futuri, né tanto meno la magistratura. Eppure esistono, sono un fatto concreto appunto, una evidenza. Due rappresentazioni differenti di due oggetti del tutto uguali, perché il Museo ha confermato a chi scrive che si tratta  dei reperti tutti originali entrati nella struttura storica l’8 febbraio del 1985. I pantaloni in questione sono dunque entrati presso la struttura senza quell’enorme alone. Confrontando le due foto (dopo ufficiale richiesta indirizzata al Museo) la discrepanza è a dir poco incredibile. Il Ris quando ha effettuato l‘esame del DNA nel 2013 ha rinvenuto sì le tracce sul lato superiore destro che le perizie dei medici legali nominati dalla magistratura al  tempo  invece  non  avevano mai individuato, indicandole solo - citiamo dalla stessa perizia - “a carico della parte inferiore della gamba destra del pantalone”, ma non è riuscito a far emergere uno dei quattro profili genetici lì presenti. (2) Nulla di fatto, quel profilo resta sconosciuto.

Secondo quell‘analisi infatti le tre tracce genetiche sono tutte riconducibili allo scrittore, assenti del tutto invece le tracce di Pino Pelosi (!). Non vi è altra definizione, stando così i fatti sino a qui verificati, che quella fu una manipolazione atta a far sparire tracce altre. Una manipolazione sicuramente avvenuta subito dopo la mattanza, visto che né la perizia, né al momento  dell’entrata al museo  su quei pantaloni quella enorme macchia è stata mai intercettata. Ancora una volta fatti e fiction viaggiano separati. A oggi, per capirci, un altro leit motiv che si tende a ripetere è che non c’è corrispondenza fra le piccole macchie trovate  sugli altri indumenti del Pelosi e il sangue trovato vicino al corpo quel mattino. Verità “vera” come abbiamo visto soltanto a metà, monca parziale come molte altre. Fra fiction e realtà sempre viaggiano le evidenze di cui Pier Paolo Pasolini parlava nell’ultima intervista rilasciata a Furio Golombo il l° novembre del l975, poche ore prima di essere ammazzato. Un’intervista in cui le sue parole erano soprattutto rivolte a quegli amici o a quella stampa che si accontentava o del complotto fine a sé stesso, o della “cronaca bella e impaginata”. Tra  i due estremi, il nulla.  Perché di verità gridate ne abbiamo tante, di corrispondenza vera con i fatti di cronaca, di volontà reale a indagare e approfondire,  invece,  ne  abbiamo, per restare sul tema, “tracce esigue”. E allora anche oggi è doveroso e necessario fare, certo immeritatamente ma caparbiamente, un po’ come cercava di indicarci 

Pasolini attraverso quelle ultime parole, ossia “rimettere insieme i frammenti di un’opera dispersa e incompleta [...] ricongiungere passi lontani che però si integrano [...] organizzare i momenti contradditori ricercandone la sostanziale unitarietà” (3).
Un’ultima cosa qui ancora preme chiarire in merito a questa morte  ancora “in progress”. Innanzitutto, è bene che la eventuale futura commissione d’inchiesta tenga a mente gli  avvenimenti che hanno preceduto la notte del 1° novembre: il ricatto telefonico perpetrato allo scrittore riguardante il furto  delle bobine avvenuto nell’agosto del 1975, i tentativi di incontro con i suoi ricattatori e aguzzini, l’attentato avvenuto nelle vicinanze della sua  abitazione, gli uffici della zona controllati dalla Sip parallela, le minacce da lui subite e i numeri più volte cambiati della sua utenza direttamente dalla Sip stessa, come chi scrive ha in maniera inedita fatto emergere. E ancora le doppie o triple macchine presenti  sulla  scena  del crimine, la doppia macchina in uso a Pelosi, il doppio di alcuni figuranti coinvolti. Doppi o sovrapposizioni che confondono il quadro, 

appositamente. Così come alla Commissione non dovrebbe sfuggire la parte del terrorismo nero mai esplorata da nessuna inchiesta d’istruttoria o giudiziaria sul caso.
Il “caso Pasolini” è insomma tutto racchiuso qui fra un omicidio politico e una strategia del linciaggio e delle mistificazioni. Il tentativo cioè di consegnare all’oblio un messaggio tanto forte da sopravvivere a un massacro tribale.



Note:

1 Un tipo di tecnica, questa, artatamente creata dai regimi totalitari e dai suoi agenti di copertura per distruggere la credibilità e la reputazione di una persona comune o di un politico, deformandone i tratti e trasformandolo in un personaggio appunto. Negli Stati Uniti, da dove la tecnica proviene, esiste anche un campo di studi specifici che la riguardano.
2 Per un approfondimento è possibile collegarsi al link seguente http://www.affaritaliani.it/roma/pasolini-nuovo-giallo-i-reperti-manipolati-i-pantaloni-le-prove-418970.html)
3 Scritti Gorsari maggio 1975



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