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domenica 30 novembre 2025

Gideon Bachmann: Pasolini diario di un critico - 220 giorni sul set di Salò - Film Comment, volume 12, numero. 2, marzo-aprile 1976, pag. 38 a pag. 47

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Gideon Bachmann
Diario di un critico
l'ultimo film di Pasolini

Film Comment
volume 12
numero 2
marzo-aprile 1976
pag. 38 a pag. 47

(Articolo tradotto)

Gideon Bachmann, sul set delle riprese di Salò, tenne appunti sotto forma di diario, annotando le attività di Pasolini e le loro conversazioni. Di seguito alcune pagine tratte da quel diario.


Gideon Bachmann:

Nelle ultime settimane di vita di Pier Paolo Pasolini avevo lavorato a un film in cui il regista italiano interpretava se stesso, in quello che avrebbe dovuto diventare un documento che delineasse la posizione di un tipico (o, forse a posteriori, non così tipico) intellettuale nell'Italia di oggi.
Il film non era stato concepito come un documentario su Pasolini, ma come un'analisi di lungometraggio della difficile situazione in cui si trova un individuo preoccupato, quando la struttura della società industriale che lo circonda cessa di consentirgli un campo d'azione. Doveva mostrare la lenta perdita d'identità di un uomo che scopre di non essere più utile alle persone che ama.
Era una trama che Pasolini e io avevamo elaborato in segreto e che avevamo iniziato a girare mentre Pasolini dirigeva il suo ultimo film, Salò o le 120 giornate di Sodoma . Solo una piccola parte di questo lungometraggio, tuttavia, avrebbe dovuto riguardare la sua attività cinematografica; Le altre scene che avevamo programmato erano un viaggio in Africa, che Pasolini amava, e la copertura della sua attività politica e didattica. Gran parte del materiale doveva consistere in conversazioni, e una parte di queste era stata filmata. E avevamo assistito, con le nostre telecamere puntate su di lui, all'ultima settimana di riprese di Salò .
Come risultato di questo piano e dei preparativi, ero stato sul set quasi per tutto il tempo delle riprese di questo suo ultimo film, e mentre ero lì ho preso appunti sotto forma di diario che descrivevano le attività di Pasolini e le nostre conversazioni. Quelle che seguono sono pagine casuali di questo diario, che ho scelto perché esprimono l'uomo più che il regista.
Sfogliando il mio diario e modificandolo un po', ho cercato di escludere sezioni che riguardavano questioni estranee e ho leggermente ampliato, a memoria, sezioni che ora, a posteriori, sembrano più significative. La ristampa qui è più o meno nell'ordine in cui è avvenuta la mia lettura: a ritroso.

martedì 25 novembre 2025

Pasolini su De Sade: un'intervista durante le riprese del film “Le 120 giornate di Sodoma” - Film Quarterly , Vol. 29, N. 2. (Inverno, 1975-1976), pp. 39-45.

"Le pagine corsare " 
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Eretico e Corsaro

Pasolini su De Sade
un'intervista durante le riprese del film 
“Le 120 giornate di Sodoma”

Film Quarterly
Vol. 29
N. 2
(Inverno, 1975-1976)
pp. 39-45.

di Gideon Bachmann



La recente scomparsa di Pasolini, apparentemente dovuta a un episodio che potrebbe essere stato narrato in un racconto di de Sade, segna la fine di una carriera che ha profondamente influenzato la letteratura italiana (fu anche poeta e romanziere), il pensiero linguistico e il cinema.

Si dice che Donatien Alphonse François, Marchese de Sade, abbia dedicato solo 37 giorni, scrivendo dalle sette alle dieci ogni sera, alla composizione del suo capolavoro, l'insuperabile "Le 120 giornate di Sodoma" , la prima opera di psicopatia sessuale mai scritta, conservata solo in forma frammentaria. Più della metà di ciò che ne è rimasto sono solo elenchi di perversioni, privi di quella profonda intuizione sociologica e politica che caratterizza la maggior parte delle altre opere del Marchese e che gli ha assicurato un posto di rilievo nella letteratura francese prerivoluzionaria.
Nessuno ha mai utilizzato un libro di de Sade come materiale per un film. È quindi ancora più sorprendente che Pasolini abbia scelto non un'opera qualsiasi di de Sade, ma proprio questo gigantesco coccio, che conta oltre un quarto di milione di parole, come soggetto del suo ultimo film, rinunciando a un progetto precedente per farlo. Poiché con questo film intende tornare, secondo le sue stesse affermazioni, a una dimensione più politica, avrebbe potuto scegliere un originale meno suggestivo e più filosofico.
Ma incontrando l'uomo e discutendo dei propri dubbi, diventa chiaro come intende farlo. Ha preso la storia dei quattro gentiluomini debosciati che esercitano ogni possibile forma di tortura ed eccesso su innumerevoli vittime, dalla villa svizzera del XVII secolo in cui l'immaginazione di de Sade l'aveva ambientata, e l'ha ambientata nel 1944, in una tenuta di campagna nella repubblica fascista di Said, ultima roccaforte di Mussolini. E dove de Sade attacca Dio e la Natura, Pasolini attacca il potere e lo sfruttamento. Il sadismo, per Pasolini, è una metafora sessuale della lotta di classe e della politica di potere.
Allo stesso tempo, non può nascondere il fatto che l'aspetto puramente sensuale delle orge sadiche lo attrae, e lo ammette prontamente. Utilizzando l'opera, quindi, come una dichiarazione personale, aggiunge un'altra, terza dimensione: gli offre l'opportunità, dice, di rievocare la propria giovinezza, quando da studente fuggì da Bologna e visse in un piccolo villaggio in quello stesso stato satellite fascista in cui ha ambientato la sua storia. Fu questo il periodo in cui suo fratello fu fucilato dai nazisti e lui stesso, da partigiano, scrisse quelle poesie che gli portarono la sua prima fama letteraria.
Le riprese iniziarono il 3 marzo e, per pura coincidenza, l'intero, brevissimo programma di riprese, terminò il 14 aprile – esattamente 37 giorni lavorativi. Ma mentre de Sade in quel numero di giorni riuscì a descrivere eventi che occuparono 120 giorni, Pasolini ne descrive solo tre, sperando di concentrare in questa condensazione filmica ridotta la filosofia di de Sade adattata alle esigenze dei nostri giorni. Speriamo che riesca a produrre qualcosa di più di un elenco di torture.
Nel giudicare l'opera di Pasolini, è forse necessario applicare la stessa tolleranza solitamente accordata al Marchese: giudicare la sua opera nel suo complesso e in una prospettiva storica. De Sade sperava nella Rivoluzione francese, che non gli portò molto di buono, mentre Pasolini sembra aver rinunciato alle speranze di una rivoluzione contemporanea. Forse ritiene che anche una rivoluzione riuscita, oggi, potrebbe rivelarsi altrettanto deludente.

PASOLINI: Ho semplicemente intenzione di sostituire la parola "Dio", come la usa de Sade, con la parola "potere". I sadici sono sempre i potenti. Questi quattro gentiluomini nel racconto sono un banchiere, un duca, un vescovo e un giudice. Rappresentano il potere costituito. L'analogia è ovvia e non l'ho inventata io. Aggiungo solo qualcosa di mio e la complico aggiornandola.


BACHMANN: Qual è il significato residuo e continuo dell'opera di de Sade?

PASOLINI: Il fatto che il corpo diventi merce. Il mio film è concepito come una metafora sessuale, che simboleggia, in modo visionario, il rapporto tra sfruttatore e sfruttato. Nel sadismo e nella politica di potere gli esseri umani diventano oggetti. Questa somiglianza è la base ideologica del film.

venerdì 24 ottobre 2025

Pier Paolo Pasolini, il rimpianto di Ugo La Malfa - Uno scambio epistolare tra Laura Betti e Ugo La Malfa

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Eretico e Corsaro

Immagine di Elisabetta Catalano

Pier Paolo Pasolini
il rimpianto di Ugo La Malfa
Uno scambio epistolare tra 
Laura Betti e Ugo La Malfa

1976


Tutto inizia nel marzo 1976, durante un incontro casuale in treno: Laura Betti chiede a La Malfa di contribuire a una raccolta di scritti firmati da intellettuali, filosofi e poeti, «testimonianze che andranno depositate in Tribunale al posto dell’arringa finale». Era in corso il processo per la morte di Pasolini e Betti, nella lettera del 10 marzo, avverte l’urgenza di «non lasciare Pier Paolo solo in un luogo che non gli compete, in un luogo che lo riguarda solo in quanto egli ha troppo amato e troppo parlato».

L’invito di Betti viene raccolto da La Malfa che, il 12 maggio, le invia un ricordo in forma epistolare, rievocando l’unico incontro intellettuale avuto con Pasolini. Risale al 28 settembre 1975, quando Pasolini pubblicò sul Corriere della Sera, a nome dei cittadini italiani, una serie di domande ai politici sul fallimento civile, economico e morale dei «dieci anni di cosiddetto benessere». La Malfa rispose inviando a Pasolini una copia del suo libro "L’altra Italia: documenti su un decennio di politica italiana", appena pubblicato, spiegando che non poteva fare diversamente «quando ogni punto aveva costituito oggetto di una mia battaglia decennale». L’altra Italia rappresentava l’Italia che egli sognava, costruita dalle forze politiche contro l’Italia che Pasolini descriveva come frutto di errori, trascuratezze, egoismi e malgoverno. Betti conserva il ricordo dell’«autentica gioia di Pier Paolo» alla ricezione del libro.

In altre lettere Betti ringrazia La Malfa per la testimonianza e per il «Suo essermi vicino così come capita quando la vita la si vive ancora credendo ai valori essenziali». Nell’epistola del 10 marzo scrive: «La ringrazio per la Sua cortesia e la Sua poeticità – come avrebbe detto Pier Paolo».

Da queste pagine affiora uno scambio emotivo intenso che rivela il rimpianto di La Malfa, a pochi mesi dal brutale assassinio di Pasolini, per un dialogo «appena iniziato e subito spentosi».

Di seguito lo scambio epistolare tra
Laura Betti e Ugo La Malfa

mercoledì 15 ottobre 2025

Lettere Luterane: Analisi “di una società reclusa nel penitenziario del consumismo” - Pier Paolo Pasolini, Lettere Luterane

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Pier Paolo Pasolini
Lettere Luterane


Analisi “di una società reclusa nel penitenziario del consumismo” 


Per comprendere a fondo Lettere luterane di Pier Paolo Pasolini è indispensabile immergersi nel clima dell’Italia degli anni Settanta, un periodo di profonde contraddizioni e cambiamenti radicali. Il 1975, anno in cui Pasolini scrive questi testi, è segnato da una crisi economica senza precedenti, con l’inflazione che sfiora il 20% e il tasso di disoccupazione in aumento. A ciò si aggiunge una crisi politica e morale molto sentita: lo Stato è debole, la corruzione dilaga, e il terrorismo inizia la sua macabra ascesa. La Democrazia Cristiana (DC), partito egemone dal dopoguerra, inizia a mostrare crepe profonde, perdendo consenso nelle elezioni amministrative, mentre il Partito Comunista Italiano (PCI), guidato da Enrico Berlinguer, avanza con la strategia del “compromesso storico”.

giovedì 17 luglio 2025

Enzo Siciliano intervista Laura Betti: Io voglio la verità, sulla morte di Pasolini, e non mi stancherò mai di cercarla - Tempo, 24 ottobre 1976, pag.60

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Eretico e Corsaro



Enzo Siciliano intervista Laura Betti:
Io voglio la verità, sulla morte di Pasolini
e non mi stancherò mai di cercarla

Tempo

24 ottobre 1976

pag.60

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )

Da quando e morto Pasolini, Laura Betti, che gli fu amica cara per molti anni, si è votata a cercare la "verità del fatto" e a non transigere di fronte a qualsiasi debolezza che su questo cammino si può incontrare. Ha coordinato la raccolta di tutta la documentazione possibile, attraverso la stampa, delle persecuzioni di cui fu fatto segno Pasolini in vita: il progetto di un volume cui ha dato il suo appoggio Magistratura democratica. Ha anche coordinato la realizzazione di un videotape, presentato alle Giornate della Fgc romana al Pincio il 24 ottobre scorso. Laura Betti oggi teme il processo in appello, il risultato cui il processo sembra indirizzarsi. Perché? 

« Se il processo si chiuderà con la modifica della sentenza del Tribunale dei minori, la vera conclusione sarà la condanna di Pasolini. Si ridurrà il delitto a un fatto d'omosessualità, e in questo modo si maschererà la realtà del crimine politico che è stato invece compiuto. Si spiegherà cioè che l'omosessualità corrompe, che ha tendenze para-criminali come la droga eccetera eccetera  ». 

Perché pensi che il processo di appello si suggellerà con una simile modifica ? 

Perché l'opinione pubblica è stata già preparata alla condanna morale di Pasolini. Ci pensò subito il telegiornale di un anno fa, che diede la notizia dell'assassinio predisponendo le cose in favore di Pelosi, povero ragazzo tutto sommato accalappiato da un omosessuale. Ci fu un'interrogazione alla Camera a questo proposito. Io stessa parlai con Massimo Fichera, direttore della seconda rete tv, domandandogli di far qualcosa: per lo meno di trasmettere il "Vangelo secondo Matteo", perché si capisse in quell'occasione chi fosse Pasolini. Non è stato fatto niente. Anzi, al momento della chiusura del processo di prima istanza, il 27 aprile scorso, è stato fatto di peggio: il senso della notizia che veniva data attraverso la tv vedeva in Pelosi un martire e in Pasolini il responsabile del martirio ... Eppure in quella sentenza si sostiene con chiarezza che le cose non stanno come Pelosi dice, che lui non era solo e che c'é necessità di nuove indagini ». 

mercoledì 16 luglio 2025

Pasolini un anno dopo / Enzo Siciliano intervista Alberto Moravia: Due tre cose che so del mio amico più caro... - Tempo, 24 ottobre 1976, pag.56-61

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Pasolini un anno dopo
Enzo Siciliano intervista  Alberto Moravia
Due tre cose che so del mio amico più caro... 

Alberto Moravia cambia idea sul delitto Pasolini.

Tempo

24 ottobre 1976

da pag.56 a pag. 61

( © Questa trascrizione da cartaceo, è stata curata da Bruno Esposito )



ALBERTO MORAVIA RIAPRE UNA PAGINA ESALTANTE E DOLOROSA DELLA CULTURA ITALIANA 

« Una persona profondamente morale e buonissima: questo era Pier Paolo », dice Moravia. «Ma era anche un provocatore culturale e politico. Perché era un provocatore? Vediamo .. » 


Colloquio con ALBERTO MORAVIA


Roma. E passato un anno dall'assassinio di Pier Paolo Pasolini. C'è stato il processo Pelosi, la condanna, la sentenza del presidente del Tribunale dei minori Moro, il ricorso in appello contro di essa del sostituto procuratore Guasco. Per la sentenza del Tribunale dei minori, Pelosi ha agito « in concorso di altri »; per Guasco, che aveva condotto l'istruttoria dopo che il suo ufficio l'aveva avocata sottraendola alla procura della Repubblica presso il tribunale, Pelosi avrebbe agito da solo.

Nel delitto Pasolini, se oggi ci sono alcune cose chiare, vi sono zone d'ombra che inquietano sempre più. Anzi, ciò che è chiaro accresce l'alone d'oscurità: cosi che il bisogno di sapere e capire si fa ancora più urgente.
 
L'interrogativo resta: che tipo di delitto è stato il delitto Pasolini?

sabato 1 marzo 2025

Pasolini - "Stare al mondo, in un mondo neocapitalista" - Pasolini la quotidiana eresia, di Fernaldo Di Giammatteo - Lo scandalo Pasolini, Rosso e Nero gennaio/aprile 1976

 "Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro







 
Questo volume costituisce un tentativo di raccogliere le idee sul significato che la presenza dello scrittore e dell'autore cinematografico ha avuto nella cultura italiana dell'ultimo ventennio. Un capitolo è dedicato a Salò, opera postuma e << fuori legge >>, condannata a morte violenta: non come s'è detto, << testamento >> ma risultato esemplare di una rigorosa evoluzione ideologico-stilistica. qui ripercorsa per giustificare l'importanza di un cinema spudoratamente << eretico >>
Un altro traccia, sulla scorta delle opere, le coordinate di una singolare ideologia religiosa, figlia e vittima (e negazione) dell'universo borghese. Un terzo esamina (e rivaluta ) il controverso contributo di P. agli studi di semiologia cinematografica. indispensabile non solo per afferrare il senso di una 
ideologia ma anche per valutare la posizione (e i limiti) di una pratica scientifica generale. L'ultimo propone, attraverso la minuziosa analisi dei testi, una coerente chiave di lettura di alcuni racconti pasoliniani (e, per non indebita estensione, dell'intera Opera letteraria). I quattro capitoli sono preceduti da una antologia ragionata degli • interventi pubblici di P... scelti fra le occasioni in cui la << presenza >> che qui stiamo esaminando si manifestò più scandalosa. immediata e indifesa: un modo semplice. e forse giusto, per introdurre il discorso sul poeta assassinato. 

Pasolini - "Stare al mondo, in un mondo neocapitalista"

FERNALDO Dl GIAMMATTEO 
PASOLINI LA QUOTIDIANA ERESIA

 Lo scandalo Pasolini

Rosso e Nero

gennaio/aprile 1976

( © Trascrizione da cartaceo, curata da Bruno Esposito ).

Sommario:

Stare al mondo, in un mondo neocapitalista





Frammenti sparsi di una biografia, di una cultura e di una ideologia: interviste, dichiarazioni, invettive e polemiche .
C'è ancora molto Pasolini disperso in giornali, rivista, bollettini opuscoli, archivi radiofonici e televisivi, Bisognerà raccoglierlo, ordinarlo. Ci vorrà tempo. Non si sa che cosa ne verrà fuori. Si può provare ad anticipare il futuro. con una prima schematica ricognizione. 
Intanto, supponiamo che quella enorme massa di interventi non classificati (cioè, non raccolti nei tre volumi di saggistica curati dall'autore: << Passione e ideologia >>, 1960;  << Empirismo eretico >>, 
1972; << Scritti corsari >>, 1975 ) poco aggiunga al già noto: qualche particolare marginale, qualche osservazione minore, qualche spunto per approfondire temi già studiati. Si tratterà, allora, di vedere il << colore >> di questo poco, di capire se il << colore >> conta qualcosa. 

Pasolini, "Un padre nemico-amico: origini di un trauma familiare" - Pasolini la quotidiana eresia, di Ferdinando Di Giammatteo - Lo scandalo Pasolini, Rosso e Nero gennaio/aprile 1976

 "Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pasolini,  Un padre nemico-amico: origini di un trauma familiare 

Pasolini la quotidiana eresia
di Ferdinando Di Giammatteo
Lo scandalo Pasolini
Rosso e Nero
gennaio/aprile 1976
( © Trascrizione da cartaceo, curata da Bruno Esposito ).


Mio padre, difficile parlare di lui, era un uomo molto diverso da me e con cui ho avuto rapporti molto difficili. I tipici rapporti tra padre e figlio quando questi rapporti sono drammatici. Prima di tutto 
inconsciamente, per ragioni che spiegherebbe Freud meglio di me; e anche per ragioni oggettive di carattere. Mio padre era un uomo un po' all'antica. Era ufficiale, pensava esattamente il contrario di quel che pensassi io allora. Ma Sono un po' ingiusto a dire questo. Questa differenza c'era, inconsciamente io ero profondamente nemico a lui, e lui profondamente nemico a ma, inconsciamente. Ma in realtà è stato poi lui che mi ha quasi spinto a scegliere la carriera che ho preso. E' il rapporto più drammatico che io abbia avuto nella mia vita. 
Televisione della Svizzera Italiana, ottobre 1966 

Pasolini, Duemila anni di « Imitatio Christi per rinnegare il Cristo - Pasolini la quotidiana eresia, di Ferdinando Di Giammatteo - Lo scandalo Pasolini, Rosso e Nero gennaio/aprile 1976

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pasolini, Duemila anni di « Imitatio Christi per rinnegare il Cristo

Pasolini la quotidiana eresia

di Ferdinando Di Giammatteo

Lo scandalo Pasolini

Rosso e Nero

gennaio/aprile 1976

( © Trascrizione da cartaceo, curata da Bruno Esposito ).


 Sommario:



Duemila anni di « Imitatio Christi per rinnegare il Cristo




Le motivazioni psicologiche della religiosità pasoliniana non hanno bisogno di essere ricordate. Né servirebbe analizzare il conflitto fra questa religiosità e la istituzione ecclesiale: si uscirebbe dai confini del discorso e si finirebbe sul terreno altrui (cfr., appunto, il saggio di V. Fantuzzi). Qui, invece, sul piano della immediatezza 
e delle quotidiane reazioni dell'eretico, si può tentare una breve ricognizione di quelle insofferenze a livello minimo, di quegli impulsi profondi e. di quelle brutalità che hanno sempre caratterizzato il rapporto di Pasolini con la Chiesa cattolica. Vi troveremo una maggiore sincerità, un più aperto impegno polemico? Anche. Ma vi troveremo soprattutto quegli aspetti che più intensamente rivelano il dolore dell'intellettuale. la sofferenza << umana >> della eresia che insegue vanamente il dogma, che vuole trasformarsi in dogma. L'accusa di tradimento rivolta con sistematica ostinazione alla Chiesa cattolica, ne uscirà certamente, se non più chiara, più netta e disperata. Un frammento privato introduce 
nel modo giusto il tema: 

Pier Paolo Pasolini, "Questioni tecniche, questioni critiche (e dei critici)" - Pasolini la quotidiana eresia, di Ferdinando Di Giammatteo - Lo scandalo Pasolini, Rosso e Nero gennaio/aprile 1976

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pasolini Questioni tecniche, questioni critiche (e dei critici) 

Pasolini la quotidiana eresia, di Ferdinando Di Giammatteo

Lo scandalo Pasolini

Rosso e Nero 

gennaio/aprile 1976

( © Trascrizione da cartaceo, curata da Bruno Esposito )


Sommario:




Questioni tecniche, questioni critiche (e dei critici) 


Non ricordo il primo film che vidi perchè ero troppo giovane. Ma ricordo il primo contatto con il cinema. Avevo cinque anni. Contatto, diciamo. fatidico, con una sfaccettatura sicuramente erotico-sessuale, Ricordo che guardavo il manifesto di un film; si vedeva una tigre che sbranava un uomo. Naturalmente, la tigre stava sopra l'uomo, ma per qualche misteriosa ragione, mi sembrò, nella mia immaginazione infantile, che la tigre avesse per metà inghiottito l'uomo e che l'altra metà spuntasse ancora dalla sue fauci. Mi venne una voglia terribile di vedere il film. Ovviamente i miei genitori non mi ci portarono, e ancora oggi ne provo un forte dispiacere. Ecco. questa immagine della tigre che mangia l'uomo — immagine masochistica e, forse, cannibalica — è la prima cosa che mi è rimasta impressa, anche se naturalmente vidi altri film a quell'epoca, ma non me li ricordo. 

Quando avevo sette-otto anni, e noi abitavamo a Sacile. andavo al cinema parrocchiale. Ricordo frammenti di qualche film muto, e ricordo anche il passaggio al cinema sonoro. II primo film sonoro che vidi era un film di guerra. 

Questa è la mia preistoria cinematografica. Più tardi, a Bologna, mi iscrissi a un circolo del cinema e vidi alcuni classici: tutto René Clair, i primi Renoir, qualche Chaplin, ecc. Li cominciò il mio grande amore per il cinema. Ricordo che partecipai a una selezione locale per i "littoriali" e che scrissi un dramma dannunziano, barbarico e sensuale. La guerra, poi, bloccò tutto. Dopo la guerra venne il neorealismo. Ricordo in particolare che andai apposta da Casarsa a Udine per vedere Ladri di biciclette. Ricordo soprattutto Roma città aperta, che vidi in Friuli: fu un autentico trauma, lo ricordo ancora con emozione. 

Pasolini on Pasolini 1969 

Pier Paolo Pasolini, "La solitudine dell'intellettuale e la cieca violenza dei forti" - Pasolini la quotidiana eresia, di Ferdinando Di Giammatteo Lo scandalo Pasolini Rosso e Nero gennaio/aprile 1976

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



La solitudine dell'intellettuale e la cieca violenza dei forti 

Pasolini la quotidiana eresia, di Ferdinando Di Giammatteo

Lo scandalo Pasolini

Rosso e Nero 

gennaio/aprile 1976

( © Trascrizione da cartaceo, curata da Bruno Esposito )


Sommario:




La solitudine dell'intellettuale e la cieca violenza dei forti

Gli ultimi tre anni della polemica pasoliniana contro il << mostruoso >> edonismo consumistico si trovano documentati, con puntigliosa cura, negli << Scritti corsari >>. La collaborazione al << Corriere della Sera >> , tribuna autorevole, dà nuovo vigore a quell'ansia profetica che aveva percorso tutta la carriera pubblica del poeta. 

Lo scontro frontale con le istituzioni (quelle civili in primo piano, la Chiesa relegata sullo sfondo) lo impegna in un'opera tormentata e affannosa di testimonianza. I colpi subiti accrescono la violenza della polemica: Pasolini li cerca con ostinazione. in una sfida che sempre più appare come una autopunizione (l'<<eautontimorùrienos >> non era stato citato a caso, nella vecchia intervista annunciante l'inizio di quell'attività pubblica per eccellenza che è la creazione cinematografica). La sofferenza è ormai un bisogno insopprimibile. Una volta la sapeva giudicare e, nel giudizio, razionalizzarla: 

Dovrei avere la forza di non parlare delle mie sofferenze: è stato rimproverato anche alle mie ultime poesie de La religione del mio tempo di essere troppo lagnose. Fare un rimprovero simile mi pare un pò disumano: ma io tuttavia non posso non prenderlo in considerazione.

Vie Nuove agosto 1962 

mercoledì 29 gennaio 2025

Discorso parlato su Pasolini "corsaro", di Gianni Scalia. "Salvo Imprevisti", numero speciale dedicato a Pasolini, a. III n. 1 (7), 1976

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Discorso parlato su Pasolini "corsaro"

di Gianni Scalia

"Salvo Imprevisti", numero speciale dedicato a Pasolini, 

anno III, numero 1 (7), 1976

sì, è pagina 32. 38

(© Trascrizione dal cartaceo curata da Bruno Esposito)


Ora che è morto, si può parlare delle "idee" di Pasolini? Le idee erano il suo corpo, la sua esistenza, la sua presenza nella vita, nella società. Per lui erano una prova, la prova. So bene: molti, forse "tutti", consideriamo le sue idee datate, o paradossali, o inattuali. Inutili, per essere "agite". Ormai siamo nella condizione di una scelta e di una decisione estrema. Lo credo sempre più: "o socialismo o barbarie". Tertium non datur. O meglio, il tertium è la scelta e la decisione estrema. Non si può sospenderla, differirla, spostarla. Non è possibile compromesso. Con il compromesso si perde. Si tratta di sapere quale socialismo. Forse, il significato (se è ancora possibile adoperare questa parola nel "mondo" dei segni) di quello che Pasolini ha scritto negli ultimi due anni è tutto qui: qual è il senso della vita in questa vita non vivibile? Una dichiarazione o professione di fede; no, non di fede o di speranza, come diceva, ma di carità. Una domanda di carità. ("Vi basta, compagni, questa vita? diceva un poeta, socialista, e suicida). E la domanda di carità di Pasolini era una domanda "propria", del suo corpo, della sua mens; di ciascuno e di tutti. Nel capitale totale, nell'economia politica della vita, è ancora possibile distinguere tra pubblico e privato, teorico e pratico, esistenziale e mentale, materiale e "coscienziale"? Di ciascuno e di tutti? L'ideologia è "praticamente vera". La "coscienza" è conoscenza e dolore: mente che pensa come corpo che soffre, e desidera: quotidianità che si ribella, trasgressione che si "normalizza"...

giovedì 27 maggio 2021

J.P.Sartre, non fate il processo a Pasolini

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Jean-Paul Sartre: non fate il processo a Pasolini
Corriere della sera, 14.3.1976


Io sono francese. Nel caso Pasolini, il giovane assassino è italiano. A Roma egli ha assassinato Pasolini, grande poeta italiano, e sarà giudicato da un tribunale italiano. Quindi ci si potrebbe anche stupire che uno straniero intervenga su un problema specificamente italiano, se delitti del genere non fossero già stati compiuti in quasi tutti i paesi e se questo “affare” italiano non avesse in realtà portata internazionale.

Pelosi è stato dichiarato “immaturo” dai periti psichiatri: il che, se tale referto fosse accettato dal tribunale, comporterebbe senza dubbio la sua liberazione o una condanna leggera. Se dovessimo accettare questa tesi, la cosa sarebbe

giovedì 23 aprile 2020

Virgilio Fantuzzi, da « L'usignolo della Chiesa Cattolica » a « La religione del mio tempo » - Lo scandalo Pasolini.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro





Da « L'usignolo della Chiesa Cattolica » a
« La religione del mio tempo »
Don Virgilio Fantuzzi
Lo scandalo Pasolini
Rosso e Nero,
gennaio /aprile 1976


Durante l'infanzia e l'adolescenza, Pasolini ha subìto il duplice influsso della madre, donna di profonda sensibilità e di sinceri sentimenti cristiani, e del padre che, pur salvaguardando una religiosità formale, era sostanzialmente laico. Dati i numerosi cambiamenti di residenza, non è cresciuto, come molti suoi coetanei del Nord Italia, all'ombra di un campanile. Non era cresimato (l). Verso i 14 anni di età ha attraversato una breve crisi mistica, a proposito della quale non Si hanno dati precisi al di fuori di vaghi accenni in qualche poesia. lo davo a Cristo / tutta la mia ingenuità e il mio sangue (2). Questa frase fa da contrappunto a un'altra « Un uomo fioriva »(3), riferita ad una seconda nascita spirituale, gli anni dell'esilio a Rebibbia, che videro sorgere dalle ceneri dell'esteta raffinato, erede della più squisita tradizione letteraria novecentesca (Sbarbaro, Ungaretti, Montale...), il poeta civile. Ma non anticipiamo.
Fecondissimo scrittore di versi fin dagli anni dell'adolescenza, Pasolini innesta la sua prima produzione letteraria « Poesie a Casarsa » uscì, a spese dell'autore presso la Libreria Antiquaria, del signor Landi, a Bologna, e fu recensito da Gianfranco Contini) sul. tronco dell'ermetismo. « C'è stato un periodo di questa nostra storia — dirà più tardi — in cui l'unica libertà rimasta pareva essere la libertà stilistica; il che implicava passività sul fronte esterno e attività sul fronte interno. Ma non poteva trattarsi che di una libertà illusoria, se, in realtà, l'involuzione antidemocratica fascista era effetto della stessa decadenza dell'ideologia borghese, liberale e romantica, che aveva portato all'involuzione letteraria di una ricerca stilistica a sé, di un formalismo riempito solo della propria
coscienza estetica »(4).
Di questa esperienza sul fronte interno fanno parte le emozioni che il giovane poeta avverte vivissime nei confronti dell'ambiente friulano, con un processo di identificazione che gli fa intravvedere la possibilità di incarnare la voce anonima che risuona nel canto popolare. Domina, al di sopra di questi sentimenti, la sensuale nostalgia che lo spinge a citare i versi di Peire Vidal posti come epigrafe alla sua prima raccolta di poesie friulane: Con il respiro tiro verso di me l'aria / che io sento venire di Provenza: / tutto quanto è di laggiù mi dà piacere n; e gli farà tornare alla mente, quando più tardi rievocherà gli anni lontani del suo apprendistato letterario, le parole di Machado: « Mi joventud, veinte anos en tierra de Castilla ». Provenza o Castiglia dello spirito, il Friuli è per Pasolini la terra indissolubilmente legata ai ricordi più dolci della sua infanzia. «Io sono uno spirito di amore, che al suo paese torna di lontano » .
Parlando di se stesso in terza persona, Pasolini non esiterà a definire la sua poesia giovanile in lingua friulana nei termini di un regresso » per altro inevitabile. Egli si trovava in presenza di una lingua da cui era distinto: una lingua non sua, ma materna, non sua, ma parlata da coloro che egli amava con dolcezza e violenza, torbidamente e candidamente; il suo regresso da una lingua a un'altra anteriore e infinitamente più pura era un un regresso lungo i gradi dell'essere.
Ma era questo il suo unico modo di conoscenza: se alle origini della sua sensualità c'era un impedimento a una forma di conoscenza diretta dall'interno all'esterno, dal basso all'alto — l'effusione, il calore puro e accecante dell'adolescenza; se uno schermo era caduto tra lui e il mondo verso cui provava una così violenta, infantile curiosità.
« Non potendo impadronirsene per le vie psicologicamente normali del razionale, non poteva che reimmergersi in esso: tornare indietro: rifare quel cammino in un punto del quale la sua fase di felicità coincideva con l'incantevole paesaggio casarsese, con una vita rustica, resa epica da una carica accorante di nostalgia. Conoscere equivaleva a esprimere. Ed ecco la rottura linguistica, il ritorno a una lingua più vicina al mondo»  (6)
La visione religiosa, in questa fase dell'esperienza letteraria di Pasolini, coincide con la religiosità per così dire naturale dei contadini friulani, col loro modo arcaico di riferirsi al cristianesimo contaminandolo con i miti preesistenti delle divinità campestri e coi riti della fertilità. A ciò si aggiunge, nel poeta, una sensibilità che lo spinge a contemplare nel mistero contadino » il riflesso di un più vasto rapporto di comunione religiosa con la Natura, alla maniera di un mistico che intravede in ciò un segno .tangibile della Salvezza. Cristo si inserisce in questa visione con la sua immagine di Crocifisso attorniata da una schiera di angeli, santi e demoni, ma alla figura di Cristo si sovrappone quella di Adone, mentre la lira del giovane poeta è sfiorata soprattutto dallo spirito di Narciso.


Cristo il tuo corpo
di giovinetta
è crocifisso
da due stranieri.
Sono due vivi
ragazzi e rosse
hanno le spalle,
l'occhio celeste.
Battono i chiodi
e il drappo trema
sopra il tuo ventre (7).

Estetismo spirituale, autolesionismo, desiderio di esporre agli occhi indiscreti del mondo le proprie intirne piaghe. La poesia di Pasolini si nutre, fin dalle sue più acerbe espressioni, alla fonte, che appare inesauribile, della sua infelicità di uomo come quando confessa alla madre:


Tu, sola,
davi la solitudine
a chi, nella tua ombra
provava, per il mondo,
un troppo grande amore (8).

Come ha detto Alberto Asor Rosa, « Pasolini non teme, anzi reclama lo scandalo, ed è spesso animato dal desiderio di apparire al giudizio del mondo carico di tutte le colpe e di tutti i peccati: le opere giovanili sono da questo punto di vista assai più scoperte, assai Più ingenuamente esplicite di quelle successive, e forniscono la prova (quasi la traccia appena appena ricoperta dalla parola poetica) di tutta una serie di processi segreti della psiche, attraverso i quali il poeta arriva a costituirsi un carattere, inclinazioni naturali fortissime, un ben determinato atteggiamento umano e passionale, molto più resistente, anche in seguito, delle primitive convinzioni letterarie (9).
Il « troppo grande amore che è causa di tormento al giovane poeta, hà origini traumatiche, a proposito delle quali Pasolini fornirà indicazioni autobiografiche precise nel seguito della sua attività letteraria. 'Il trauma familiare, subìto nella prima infanzia, è connesso non solo con la diversità » della quale Pasolini parlerà a lungo, ma investe tutta la sua sensibilità esasperata, eccessiva (senza la quale non avremmo avuto, probabilmente, il poeta e il cineasta geniale), e si traduce nella visione religiosa abnorme, della quale parla Gian Carlo Ferretti commentando L'usignolo della Chiesa Cattolica.
Un Dio autoritario e un Cristo 'diverso'; una Chiesa irreligiosa, spietata e peccatrice {la Chiesa ufficiale come istituzione repressiva), e una religiosa eresia dell'innocenza, della purezza e della libera 'passione', a quella stessa Chiesa contrapposta (una religiosità che si emblematizza in un Friuli giovane e materno). Per cui l'essere 'diverso' (in un senso che riguarda anche, ma non più solamente, il livello privato) si configura come 'peccato innocente' rispetto alla falsa religiosità colpevole della Chiesa istituzionale».(10)
Visione religiosa certo distorta e teologicamente contraffatta, con inflessioni dissonanti che rivelano inclinazioni allo scisma, all'eresia, alla bestemmia; ma della cui mistificazione Pasolini sembra non
rendersi conto se, come farà alcuni anni Più tardi, giunge a rimproverare alla Chiesa di aver tradito quel suo lontano sogno di incontaminata purezza.


Eppure, Chiesa, ero venuto a te.
Pascal e i Canti del Popolo Greco
tenevo stretti in mano, ardente come se
il mistero contadino, quieto
e sordo nell'estate del quarantatre,
tra il borgo, le viti e il greto
del Tagliamento. fosse al centro
della terra e del cielo... (11). 

A qualificare la religiosità di Pasolini in quel momento determinante della sua evoluzione spirituale (l'estate del quarantatre) basta la sensazione di trovarsi al centro della terra e del cielo 
Un'espressione Simile ritornerà nella descrizione di un altro momento, non meno determinante, della sua crescita interiore.

Povero come un gatto del Colosseo,
vivevo in una borgata tutta calce
e polverone, lontano dalla città
e dalla campagna, stretto ogni giorno
in un autobus rantolante:
e ogni andata, ogni ritorno
era un calvario di 'sudore e di ansie
Un'anima in me, che non:era.solo mia,
una piccola anima in quel mondo sconfinato,
cresceva, nutrita dall'allegria
di chi amava, anche se non riamato.
E tutto si illuminava a questo amore.
Forse ancora di ragazzo, eroicamente,
e però maturato dall'esperienza
che nasceva ai piedi della storia.
Ero al centro del mondo, in quel mondo
di borgate tristi, beduine,
di gialle praterie sfregate
da un vento sempre senza pace... (12). 

Momenti lontani l'uno dall'altro come Io sono l'adolescenza dalla maturità, l'acerba inconsapevolezza dalla consumata esperienza della vita, ma dominati da un unico segno: la presenza del sacro. Sono 
due visioni dell'esistenza che, nell'ottica di Pasolini, assumono il medesimo spessore di religiosità: la religiosità metastorica del mistero contadino » e quella storica attinta ad una nuova consapevolezza ideologica. « Un'anima in me cresceva ». Tra i due momenti c'è di mezzo, come una nuova Rivelazione, la « luce della Resistenza », la partecipazione alle lotte dei braccianti friulani contro i 
latifondisti nei giorni del Lodo De Gasperi la lettura di Marx e Gramsci, l'emigrazione verso la capitale, una parentesi di forzata inattività protratta fino alle soglie della disperazione. 
Le vicende delta vita di un uomo di lettere, ancora in formazione, nel crogiolo degli anni quaranta... Guardando a distanza verso il periodo della sua estetica partecipazione alla religiosità dei' contadini friulani, Pasolini può dire: 

Fu una breve passione. Erano servi
quei padri e quei figli che le sere
di Casarsa vivevano, così acerbi,
per me, di'religione: 'le severe
loro allegrezze erano il grigiore
di chi, pur poco, ma possiede;
la chiesa del mio adolescente amore
era-morta nei secoli, e vivente
solo nel vecchio, doloroso odore
dei campi. Spazzò la Resistenza
con nuovi sogni il sogno delle Regioni
Federate in Cristo, e il dolceardente
suo usignolo... Nessuna delle passioni
vere dell'uomo si rivelò
nelle parole e nelle azioni
della Chiesa (13) 

Segue una dura requisitoria contro le colpe, vere o presunte, della Chiesa, pronunciata con enfasi, quasi ad ostentare una patente laica di recente acquisizione.

Guai a chi crede
che la storia ad una eterna origine
— per candore piuttosto che per fede —
si sia interrotta, come il sole
del sogno; e non sa che è erede
la Chiesa di ogni secolo creatore,
a difenderne gli istituiti beni,
l'orribile, animale grigiore
che vince 'uomo luce e tenebra!
Guai a chi non sa che è borghese
questa fede cristiana, nel segno
di ogni privilegio, di ogni resa,
di ogni servitù; che il peccato
altro non è che reato di lesa
certezza quotidiana, odiato
per paura e aridità; che la Chiesa
è lo spietato cuore dello Stato (14). 

C'è forse troppa foga, troppo impeto predicatorio nello sdegno gridato... Effetto, anche questo, di « un troppo grande amore »? 
Oppure veemenza riformatrice di chi vorrebbe ricondurre la Chiesa alla purezza delle origini, come se nella storia del suo bimillenario sviluppo un ingranaggio si fosse inceppato, arrestandone il cammino alle soglie di qualche secolo oscuro? Sembra che Cristo stesso torni a rimproverare ai suoi seguaci di aver tralignato dall'insegnamento evangelico. C'è, nel dire del poeta, nelle ossessive iterazioni che ricorrono nei versi martellanti, nell'asserire che « questa fede cristiana » 'è « borghese », il segno di un accoramento ingenuo e appassionato. Non è possibile ricondurre questo sfogo risentito alle dimensioni di un pretesto demagogico, come se la Chiesa fosse il falso bersaglio di colpi destinati non già agli esponenti della gerarchia, ma a un gruppo di uomini politici che si dicono falsamente cristiani...

Così la mia nazione è ritornata al punto
di partenza, nel ricorso dell'empietà
e chi non crede in nulla, ne ha coscienza,
e la governa [...]
Qui, tra le case, le piazze, le strade piene
di bassezza nella città in cui domina
ormai questo nuovo spirito che offende
l'anima ad ogni istante, — con i duomi,
le chiese, i monumenti muti nel disuso
angoscioso che è l'uso d'uomini
che non credono — io mi ricuso
ormai a vivere... (15). 

L'indignazione del poeta raggiunge, in queste espressioni, l'intensità delle invettive con le quali i profeti dell'Antico Testamento rimproveravano al popolo d'Israele le sue fornicazioni con gli idoli 
dei cananei. Ma i profeti biblici parlavano, si sa, in nome di Dio. 
In nome di chi parla Pasolini? Da dove nasce la sua esasperata protesta? E' opportuno notare che l'argomento del poemetto « La religione del mio tempo », dal quale sono tratti i versi qui riferiti, 
non è di ispirazione strettamente religiosa; allo stesso titolo che il componimento appartiene alla musa « Le ceneri di Gramsci », il compimento appartiene alla musa civile di Pasolini; il tema religioso si intreccia a considerazioni di carattere politico per via di quella contaminazione, non solo 
stilistica, che è una delle caratteristiche fondamentali dell'attività del poeta.

Tutto mi dà dolore: questa gente
che segue supina ogni richiamo
da cui i suoi padroni la vogliono chiamata,
adottando, sbadata, le più infami
abitudini di vittima predestinata;
il grigio dei suoi vestiti per le grige strade;
i suoi grigi gesti in cui sembra stampata
l'omertà del male che l'invade... (16). 

A questa sorta di delusione cosmica, succeduta alla breve esaltazione panica dell'estate friulana, non offre un contributo meno rilevante Io spettacolo che gli stessi compagni di strada di Pasolini, gli intellettuali marxisti, danno di sé..

Se guardo in fondo alle anime
delle schiere di individui vivi
nel mio tempo, a me vicini o non lontani,
vedo che dei mille sacrilegi possibili
che ogni religione naturale
può enumerare, quello che rimane
sempre, in tutti, è la viltà...
Nessuno sa sentire vera passione:
ogni sua luce subito s'oscura
come per rassegnazione o pentimento
in quell'antica viltà... (17). 

Lo spettacolo orrendo della rinuncia alla lucidità nella coscienza, alla tensione morale, alla coerenza nella vita, si svolge sullo sfondo dello scempio che la speculazione edilizia dissemina nelle zone della periferia.

Intorno a questo interno dominio
della volgarità, la città si sgretola
ammucchiandosi, brasiliana o levantina,
come l'espansione di una lebbra
che si bea ebbra di morte sugli strati
dell'epoche umane... (18). 

Lo zelo, forse eccessivo, che il poeta pone nella ricerca puntigliosa dei motivi di scandalo, fa pensare ad una sorta di amaro compiacimento, come se tutto nascesse da una piaga segreta e profonda, mai rimarginata, Io stesso trauma che Io faceva sanguinare, adolescente, nei campi del Friuli (19).

L'atteggiamento moralistico di Pasolini nasce da un suo dramma privato avvertito come problema morale. Alberto Moravia, che ha avuto col poeta e regista una lunga frequentazione, ritiene che egli non sia mai riuscito a liberarsi interamente da un senso di colpa dovuto al fatto di avere adottato, suo malgrado e, forse, senza rendersene conto, il punto di vista negativo della società italiana sull'omosessualità (20). problema si era già presentato, come si è visto, fin dall'epoca delle poesie giovanili, percorse da un fremito di ribellione che nasceva da un senso di disagio interiore.

E' inutile: non vedi
Io smorto compromesso?
Sii dunque l'ossesso
che non cerca rimedi.
L'illecito t'è in cuore
e solo esso vale,
ridi del naturale
millenario pudore (21). 

Dalla necessità di dare scandalo alla volontà di sentirsi scandalizzato il passaggio avviene attraverso un ribaltamento delle posizioni, in una gara a rovescio contro una Società iniqua, dalla quale il poeta si sente ingiustamente condannato. A ciò si aggiunge il dispiacere di sapersi escluso dalla festa della vita che solo per gli altri si rinnova perennemente gaia.

lo, cupo d'amore, e, intorno, il coro
dei lieti, cui la realtà è amica.
Sono migliaia. Non posso amarne uno.
Ognuno ha la sua nuova, la sua antica
bellezza, ch'è di tutti: bruno
o biondo, lieve o pesante, è il mondo
che io amo in lui — ed accomuno,
in lui — visione d'amore infecondo
e purissimo — le generazioni ,
il corpo, il sesso. Affondo
ogni volta — nelle dolci espansioni,
nei fiati di ginepro — nella storia,
che è sempre viva, in ogni
giorno, millennio (22)

Pasolini è esplicito nel parlare della situazione in cui è venuto a trovarsi, come è preciso nell'individuare le radici psicologiche della sua « diversità ».

Il mio amore
è solo per la donna: infante e madre.
Solo per essa impegno tutto il cuore.
Per loro, i miei coetanei, i figli, in squadre
meravigliose, sparse per pianure
e colli, per vicoli e piazzali, arde
in me solo la carne (23).

II senso dell'esclusione gli brucia come una cocente ferita alla quale non c'è rimedio, dato che la fonte stessa del piacere ne è inquinata, e l'amore, che è dono gratuito per tutti, si tramuta per lui in abbacinante ossessione.


E, certo, non ne ho gioia [...]
Ché io arriverò alla fine senza
aver fatto, nella mia vita
la prova essenziale, l'esperienza
che accomuna gli uomini, e dà loro
un'idea cosi dolcemente definita
di fraternità almeno negli atti dell'amore!
Come un cieco: a cui sarà sfuggita nella morte, una cosa che coincide
con la vita stessa, — luce seguita
senza speranza, e che a tutti sorride,
invece, come la cosa più semplice del mondo (24).

Egli conclude con un appello al Destino, o alla volontà imperscrutabile di una Divinità misteriosa, che sovrasta all'immedicabile infelicità del mondo.


Dentro i ventri
delle madri, nascono figli ciechi
— pieni di desiderio di luce — sbilenchi
— pieni d'istinti lieti:
e attraversano la vita nel buio e la vergogna.
Ci si può rassegnare — e i feti
viventi, povere erinni, possono in ogni
ora della loro vita, tacere o fingere.
Gli altri dicono sempre che non bisogna
essergli di peso. Ed essi obbediscono. Si tinge
così tutta la loro vita di un colore diverso.
E il mondo — il mondo innocente! — li respinge (25).

Lo scandalo di Pasolini nasce dunque, prima di tutto, dalla mancanza di amore; dal desiderio irrefrenabile di sentirsi compreso e amato, mentre al contrario, si sente oggetto di disprezzo e condanna; per cui immagina di gridare ai giudici, davanti ai quali è stato trascinato in occasione di un umiliante processo: 

 Voi non contate, siete simboli
di milioni di uomini: d'una società.
Questa mi condanna, non voi, suoi automi.
Ebbene: sono felice della mia mostruosità.
O vogliamo ingannare lo spirito
Voi, uomini formali — umili
per viltà, ossequienti per timidezza —
siete persone: in voi e in me, si consumi
Il rapporto: in voi, di arido odio,
in me, di conoscenza. Ma per la società
di cui siete inespressivi rapsodi,
ben altro io ho da dire [...]:
I miei amori —
griderò — sono un'arma terribile:
perché non l'uso? Nulla è più terribile
della diversità (26).

Il capovolgimento delle posizioni (da accusato ad accusatore) è così avvenuto. Dato che non trova solidarietà né comprensione tra gli uomini civili del suo Paese, non gli resta che rivolgersi ad altra gente: i barbari, gli esclusi, i disperati...


Ah Negri, Ebrei, povere schiere
di segnati e diversi, nati da ventri
innocenti a primavere


infeconde, di vermi, di serpenti.
orrendi a loro insaputa, condannati
a essere atrocemente miti, puerilmente violenti,
odiate! straziate il mondo degli uomini bennati! (27).

Sul filo di questo ragionamento si sviluppa il discorso che Pasolini ha svolto in un film tra i meno capiti della sua carriera di regista; si tratta di Porcile, nel cui intreccio erano messe a confronto, con montaggio parallelo, la storia di un cannibale del Medioevo e quella di un giovane coprofilo dei nostri giorni. In entrambi i casi il protagonista della storia finiva divorato dalle bestie. La società sceglie tra i diversi oggi come ieri, i suoi capri espiatori, individui sui quali far ricadere il peso di tutte le sue colpe prima di esporli a una morte crudele, Ma ciò che un tempo era fatto con ingenuità barbarica, feroce certo, ma priva di doppiezza, oggi si compie con ipocrisia, nella più totale mancanza di giustificazione morale.
Nel rispondere ad una inchiesta sul Vangelo, promossa da un quotidiano romano, Pasolini ha espresso un suo parere sulla intransigenza di Cristo, sulla assoluta esigenza di autenticità richiesta dal suo messaggio. « Cristo — egli dice non è intransigente con i peccati perché è sempre disposto a perdonare i peccatori. Potremmo fare un elenco degli episodi nei quali Cristo perdona immediatamente i peccatori... Vuol dire che egli capisce che uno può anche peccare, che i peccati sono inevitabili, che addirittura l'uomo può talvolta non impedirsi di peccare. Con tutta la buona volontà, il livello anche elevato di coscienza, il senso di responsabilità che un uomo possa avere, vi sono peccati che sono inevitabili perché provengono da zone della sua personalità, della sua psiche che egli non controlla [...]. 
« Cristo è molto Più severo con i peccati di carattere sociale, come l'ipocrisia, l'avarizia, l'arrivismo, lo snobbismo, insomma i peccati dei farisei, che Cristo sferza duramente e che perdona a fatica perché sono peccati dei quali si è coscienti, responsabili [...].
« Vi è un punto del Vangelo nel quale Cristo dice: 'Chi mi ama rinneghi se stesso; porti ogni giorno la sua croce'; cioè esponga la sua vita sapendo di farlo. Cristo è intransigente contro il peccato di qualunquismo, di mancanza di tensione, insomma di rappacificazione facile con _la vita [...].

« Uno rinnega se stesso in quanto porta la sua croce ogni giorno. II se stesso dello starsene tranquillamente a casa propria, con la moglie, i bambini, nel tran tran del qualunquismo e della baronia incolori, tende a non portare la croce Chi porta la croce rischia continuamente la vita, la mette sempre a repentaglio[...]. Cristo ci invita a dissociare un se stesso reale da un se stesso irreale che si perde nel sogno della vita, e ci invita a rinnegare questo per svegliare il primo, ed essere realmente se stessi »(28).
Questa è, secondo Pasolini' la morale di Cristo, opposta al moralismo dei farisei. Si tratta di riflessioni sul contenuto del messaggio cristiano che si collocano ad un livello di maggiore attendibilità rispetto agli approssimativi approcci giovanili (29). Anche in questo caso però l'ottica dello scrittore appare orientata a cogliere un solo aspetto del Vangelo che in realtà abbraccia un campo assai più ampio di insegnamenti. Ciò che interessa a Pasolini nelle parole di Cristo è semplicemente la spinta verso il rischio, cosi come era avvenuto nel tempo dei suoi entusiasmi di adolescente. 

Bisogna esporsi — questo insegna
i! povero Cristo inchiodato?
La chiarezza del cuore è degna
d'ogni scherno, d'ogni peccato,
d'ogni più nuda passione... (30). 

Ed è questo, al di là della felice intuizione, un limite non trascurabile nella visione religiosa di Pasolini, qualora la si consideri da un punto di vista cristiano che non sia unilaterale o riduttivo. 
Virgilio Fantuzzi

(Trascrizione curata da Bruno Esposito)

Note:

1 Pasolini ha ripetuto più volte di non aver ricevuto la Cresima, e di non essere iscritto al PCI. In queste forme "privative" di auto-presentazione si può forse ravvisare una certa compiacenza, da parte sua,nell'ostentare uno stato anagrafico da "apolide"

2 La religione del mio tempo, nel volume omonimo.

3 II pianto della scavatrice, in «Le ceneri di Gramsci ».

4 La libertà stilistica, in Passione e ideologia »

5 Canto delle campane, in La meglio gioventù ».

6 La dialettale del Novecento, in Passione e ideologia ».

7 La Passione, in « L'usignolo della Chiesa Cattolica ».

8 Memorie, ivi.

9 Scrittori e popolo Samonà e Savelli, IRoma 1965, pp. 435s.

10 Pasolini: L'universo orrendo » Editori Riuniti, Roma 1976.

11 La religione del mio tempo, cit.


12 Il pianto della scavatrice, cit.

13 La religione del mio tempo, cit.

14 La religione del mio tempo, cit.

15 La religione del mio tempo, cit.

16 Ivi.

17 Ivi.

16 La religione del mio tempo, cit.

19 Destò scalpore, a suo tempo, la pubblicazione di un epigramma di Pasolini ingiurioso alla memoria di Pio XII, nel quale il rimproverava al defunto pontefice di non aver fatto nulla per alleviare la miseria dei poveri che si addensavano alle soglie del Vaticano. « Ci sono posti infami, dove madri e bambini / vivono in una polvere antica, in un fango d'altre epoche. /. Proprio non lontano da dove tu sei vissuto, / in vista della bella cupola di San Pietro, / c'è uno di questi posti, il Gelsomino... (A un Papa, in « La religione del mio tempo). Vedi anche l'inizio de Il Rio della Grana, in « Ali dagli occhi azzurri

20 In Il Corriere della sera » del 6 dic. 1975.

21. L'illecito, in L'usignolo della Chiesa Cattolica

22 La realtà, in Poesia in forma di rosa »

23 Ivi.

24 La realtà, in « Poesia in forma di rosa cit.

25 Ivi.

26 Ivi.

27 La realtà, in « Poesia in forma di rosa n, cit. 

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Curatore, Bruno Esposito

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