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martedì 9 marzo 2021

Pasolini sulla via del Vangelo - di padre Virgilio Fantuzzi

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

 
 

Pasolini sulla via del Vangelo
di padre Virgilio Fantuzzi, S.I., apparso su “La Civiltà Cattolica”.



Da quando lo studio del cinema è entrato a pieno titolo nelle aule universitarie, la critica cinematografica, la cui superficialità e imprecisione era stata più volte stigmatizzata da Pier Paolo Pasolini, si è dotata di strumenti che le consentono di uscire dall’«impressionismo» giornalistico e di misurarsi ad armi pari con le discipline alle quali fanno capo la critica letteraria e quella che si occupa delle cosiddette arti maggiori (1). Che il gap di un tempo sia stato felicemente colmato ne danno prova, fra l’altro, due libri dovuti a due docenti universitari (Stefania Parigi e Tomaso Subini) che analizzano due film degli esordi di Pasolini (Accattone e La ricotta) con un’attenzione, riservata ai testi audiovisivi, alle loro fonti e alle loro possibili interpretazioni, che può essere definita ineccepibile sotto ogni punto di vista (2).

giovedì 23 aprile 2020

Virgilio Fantuzzi, da « L'usignolo della Chiesa Cattolica » a « La religione del mio tempo » - Lo scandalo Pasolini.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro





Da « L'usignolo della Chiesa Cattolica » a
« La religione del mio tempo »
Don Virgilio Fantuzzi
Lo scandalo Pasolini
Rosso e Nero,
gennaio /aprile 1976


Durante l'infanzia e l'adolescenza, Pasolini ha subìto il duplice influsso della madre, donna di profonda sensibilità e di sinceri sentimenti cristiani, e del padre che, pur salvaguardando una religiosità formale, era sostanzialmente laico. Dati i numerosi cambiamenti di residenza, non è cresciuto, come molti suoi coetanei del Nord Italia, all'ombra di un campanile. Non era cresimato (l). Verso i 14 anni di età ha attraversato una breve crisi mistica, a proposito della quale non Si hanno dati precisi al di fuori di vaghi accenni in qualche poesia. lo davo a Cristo / tutta la mia ingenuità e il mio sangue (2). Questa frase fa da contrappunto a un'altra « Un uomo fioriva »(3), riferita ad una seconda nascita spirituale, gli anni dell'esilio a Rebibbia, che videro sorgere dalle ceneri dell'esteta raffinato, erede della più squisita tradizione letteraria novecentesca (Sbarbaro, Ungaretti, Montale...), il poeta civile. Ma non anticipiamo.
Fecondissimo scrittore di versi fin dagli anni dell'adolescenza, Pasolini innesta la sua prima produzione letteraria « Poesie a Casarsa » uscì, a spese dell'autore presso la Libreria Antiquaria, del signor Landi, a Bologna, e fu recensito da Gianfranco Contini) sul. tronco dell'ermetismo. « C'è stato un periodo di questa nostra storia — dirà più tardi — in cui l'unica libertà rimasta pareva essere la libertà stilistica; il che implicava passività sul fronte esterno e attività sul fronte interno. Ma non poteva trattarsi che di una libertà illusoria, se, in realtà, l'involuzione antidemocratica fascista era effetto della stessa decadenza dell'ideologia borghese, liberale e romantica, che aveva portato all'involuzione letteraria di una ricerca stilistica a sé, di un formalismo riempito solo della propria
coscienza estetica »(4).
Di questa esperienza sul fronte interno fanno parte le emozioni che il giovane poeta avverte vivissime nei confronti dell'ambiente friulano, con un processo di identificazione che gli fa intravvedere la possibilità di incarnare la voce anonima che risuona nel canto popolare. Domina, al di sopra di questi sentimenti, la sensuale nostalgia che lo spinge a citare i versi di Peire Vidal posti come epigrafe alla sua prima raccolta di poesie friulane: Con il respiro tiro verso di me l'aria / che io sento venire di Provenza: / tutto quanto è di laggiù mi dà piacere n; e gli farà tornare alla mente, quando più tardi rievocherà gli anni lontani del suo apprendistato letterario, le parole di Machado: « Mi joventud, veinte anos en tierra de Castilla ». Provenza o Castiglia dello spirito, il Friuli è per Pasolini la terra indissolubilmente legata ai ricordi più dolci della sua infanzia. «Io sono uno spirito di amore, che al suo paese torna di lontano » .
Parlando di se stesso in terza persona, Pasolini non esiterà a definire la sua poesia giovanile in lingua friulana nei termini di un regresso » per altro inevitabile. Egli si trovava in presenza di una lingua da cui era distinto: una lingua non sua, ma materna, non sua, ma parlata da coloro che egli amava con dolcezza e violenza, torbidamente e candidamente; il suo regresso da una lingua a un'altra anteriore e infinitamente più pura era un un regresso lungo i gradi dell'essere.
Ma era questo il suo unico modo di conoscenza: se alle origini della sua sensualità c'era un impedimento a una forma di conoscenza diretta dall'interno all'esterno, dal basso all'alto — l'effusione, il calore puro e accecante dell'adolescenza; se uno schermo era caduto tra lui e il mondo verso cui provava una così violenta, infantile curiosità.
« Non potendo impadronirsene per le vie psicologicamente normali del razionale, non poteva che reimmergersi in esso: tornare indietro: rifare quel cammino in un punto del quale la sua fase di felicità coincideva con l'incantevole paesaggio casarsese, con una vita rustica, resa epica da una carica accorante di nostalgia. Conoscere equivaleva a esprimere. Ed ecco la rottura linguistica, il ritorno a una lingua più vicina al mondo»  (6)
La visione religiosa, in questa fase dell'esperienza letteraria di Pasolini, coincide con la religiosità per così dire naturale dei contadini friulani, col loro modo arcaico di riferirsi al cristianesimo contaminandolo con i miti preesistenti delle divinità campestri e coi riti della fertilità. A ciò si aggiunge, nel poeta, una sensibilità che lo spinge a contemplare nel mistero contadino » il riflesso di un più vasto rapporto di comunione religiosa con la Natura, alla maniera di un mistico che intravede in ciò un segno .tangibile della Salvezza. Cristo si inserisce in questa visione con la sua immagine di Crocifisso attorniata da una schiera di angeli, santi e demoni, ma alla figura di Cristo si sovrappone quella di Adone, mentre la lira del giovane poeta è sfiorata soprattutto dallo spirito di Narciso.


Cristo il tuo corpo
di giovinetta
è crocifisso
da due stranieri.
Sono due vivi
ragazzi e rosse
hanno le spalle,
l'occhio celeste.
Battono i chiodi
e il drappo trema
sopra il tuo ventre (7).

Estetismo spirituale, autolesionismo, desiderio di esporre agli occhi indiscreti del mondo le proprie intirne piaghe. La poesia di Pasolini si nutre, fin dalle sue più acerbe espressioni, alla fonte, che appare inesauribile, della sua infelicità di uomo come quando confessa alla madre:


Tu, sola,
davi la solitudine
a chi, nella tua ombra
provava, per il mondo,
un troppo grande amore (8).

Come ha detto Alberto Asor Rosa, « Pasolini non teme, anzi reclama lo scandalo, ed è spesso animato dal desiderio di apparire al giudizio del mondo carico di tutte le colpe e di tutti i peccati: le opere giovanili sono da questo punto di vista assai più scoperte, assai Più ingenuamente esplicite di quelle successive, e forniscono la prova (quasi la traccia appena appena ricoperta dalla parola poetica) di tutta una serie di processi segreti della psiche, attraverso i quali il poeta arriva a costituirsi un carattere, inclinazioni naturali fortissime, un ben determinato atteggiamento umano e passionale, molto più resistente, anche in seguito, delle primitive convinzioni letterarie (9).
Il « troppo grande amore che è causa di tormento al giovane poeta, hà origini traumatiche, a proposito delle quali Pasolini fornirà indicazioni autobiografiche precise nel seguito della sua attività letteraria. 'Il trauma familiare, subìto nella prima infanzia, è connesso non solo con la diversità » della quale Pasolini parlerà a lungo, ma investe tutta la sua sensibilità esasperata, eccessiva (senza la quale non avremmo avuto, probabilmente, il poeta e il cineasta geniale), e si traduce nella visione religiosa abnorme, della quale parla Gian Carlo Ferretti commentando L'usignolo della Chiesa Cattolica.
Un Dio autoritario e un Cristo 'diverso'; una Chiesa irreligiosa, spietata e peccatrice {la Chiesa ufficiale come istituzione repressiva), e una religiosa eresia dell'innocenza, della purezza e della libera 'passione', a quella stessa Chiesa contrapposta (una religiosità che si emblematizza in un Friuli giovane e materno). Per cui l'essere 'diverso' (in un senso che riguarda anche, ma non più solamente, il livello privato) si configura come 'peccato innocente' rispetto alla falsa religiosità colpevole della Chiesa istituzionale».(10)
Visione religiosa certo distorta e teologicamente contraffatta, con inflessioni dissonanti che rivelano inclinazioni allo scisma, all'eresia, alla bestemmia; ma della cui mistificazione Pasolini sembra non
rendersi conto se, come farà alcuni anni Più tardi, giunge a rimproverare alla Chiesa di aver tradito quel suo lontano sogno di incontaminata purezza.


Eppure, Chiesa, ero venuto a te.
Pascal e i Canti del Popolo Greco
tenevo stretti in mano, ardente come se
il mistero contadino, quieto
e sordo nell'estate del quarantatre,
tra il borgo, le viti e il greto
del Tagliamento. fosse al centro
della terra e del cielo... (11). 

A qualificare la religiosità di Pasolini in quel momento determinante della sua evoluzione spirituale (l'estate del quarantatre) basta la sensazione di trovarsi al centro della terra e del cielo 
Un'espressione Simile ritornerà nella descrizione di un altro momento, non meno determinante, della sua crescita interiore.

Povero come un gatto del Colosseo,
vivevo in una borgata tutta calce
e polverone, lontano dalla città
e dalla campagna, stretto ogni giorno
in un autobus rantolante:
e ogni andata, ogni ritorno
era un calvario di 'sudore e di ansie
Un'anima in me, che non:era.solo mia,
una piccola anima in quel mondo sconfinato,
cresceva, nutrita dall'allegria
di chi amava, anche se non riamato.
E tutto si illuminava a questo amore.
Forse ancora di ragazzo, eroicamente,
e però maturato dall'esperienza
che nasceva ai piedi della storia.
Ero al centro del mondo, in quel mondo
di borgate tristi, beduine,
di gialle praterie sfregate
da un vento sempre senza pace... (12). 

Momenti lontani l'uno dall'altro come Io sono l'adolescenza dalla maturità, l'acerba inconsapevolezza dalla consumata esperienza della vita, ma dominati da un unico segno: la presenza del sacro. Sono 
due visioni dell'esistenza che, nell'ottica di Pasolini, assumono il medesimo spessore di religiosità: la religiosità metastorica del mistero contadino » e quella storica attinta ad una nuova consapevolezza ideologica. « Un'anima in me cresceva ». Tra i due momenti c'è di mezzo, come una nuova Rivelazione, la « luce della Resistenza », la partecipazione alle lotte dei braccianti friulani contro i 
latifondisti nei giorni del Lodo De Gasperi la lettura di Marx e Gramsci, l'emigrazione verso la capitale, una parentesi di forzata inattività protratta fino alle soglie della disperazione. 
Le vicende delta vita di un uomo di lettere, ancora in formazione, nel crogiolo degli anni quaranta... Guardando a distanza verso il periodo della sua estetica partecipazione alla religiosità dei' contadini friulani, Pasolini può dire: 

Fu una breve passione. Erano servi
quei padri e quei figli che le sere
di Casarsa vivevano, così acerbi,
per me, di'religione: 'le severe
loro allegrezze erano il grigiore
di chi, pur poco, ma possiede;
la chiesa del mio adolescente amore
era-morta nei secoli, e vivente
solo nel vecchio, doloroso odore
dei campi. Spazzò la Resistenza
con nuovi sogni il sogno delle Regioni
Federate in Cristo, e il dolceardente
suo usignolo... Nessuna delle passioni
vere dell'uomo si rivelò
nelle parole e nelle azioni
della Chiesa (13) 

Segue una dura requisitoria contro le colpe, vere o presunte, della Chiesa, pronunciata con enfasi, quasi ad ostentare una patente laica di recente acquisizione.

Guai a chi crede
che la storia ad una eterna origine
— per candore piuttosto che per fede —
si sia interrotta, come il sole
del sogno; e non sa che è erede
la Chiesa di ogni secolo creatore,
a difenderne gli istituiti beni,
l'orribile, animale grigiore
che vince 'uomo luce e tenebra!
Guai a chi non sa che è borghese
questa fede cristiana, nel segno
di ogni privilegio, di ogni resa,
di ogni servitù; che il peccato
altro non è che reato di lesa
certezza quotidiana, odiato
per paura e aridità; che la Chiesa
è lo spietato cuore dello Stato (14). 

C'è forse troppa foga, troppo impeto predicatorio nello sdegno gridato... Effetto, anche questo, di « un troppo grande amore »? 
Oppure veemenza riformatrice di chi vorrebbe ricondurre la Chiesa alla purezza delle origini, come se nella storia del suo bimillenario sviluppo un ingranaggio si fosse inceppato, arrestandone il cammino alle soglie di qualche secolo oscuro? Sembra che Cristo stesso torni a rimproverare ai suoi seguaci di aver tralignato dall'insegnamento evangelico. C'è, nel dire del poeta, nelle ossessive iterazioni che ricorrono nei versi martellanti, nell'asserire che « questa fede cristiana » 'è « borghese », il segno di un accoramento ingenuo e appassionato. Non è possibile ricondurre questo sfogo risentito alle dimensioni di un pretesto demagogico, come se la Chiesa fosse il falso bersaglio di colpi destinati non già agli esponenti della gerarchia, ma a un gruppo di uomini politici che si dicono falsamente cristiani...

Così la mia nazione è ritornata al punto
di partenza, nel ricorso dell'empietà
e chi non crede in nulla, ne ha coscienza,
e la governa [...]
Qui, tra le case, le piazze, le strade piene
di bassezza nella città in cui domina
ormai questo nuovo spirito che offende
l'anima ad ogni istante, — con i duomi,
le chiese, i monumenti muti nel disuso
angoscioso che è l'uso d'uomini
che non credono — io mi ricuso
ormai a vivere... (15). 

L'indignazione del poeta raggiunge, in queste espressioni, l'intensità delle invettive con le quali i profeti dell'Antico Testamento rimproveravano al popolo d'Israele le sue fornicazioni con gli idoli 
dei cananei. Ma i profeti biblici parlavano, si sa, in nome di Dio. 
In nome di chi parla Pasolini? Da dove nasce la sua esasperata protesta? E' opportuno notare che l'argomento del poemetto « La religione del mio tempo », dal quale sono tratti i versi qui riferiti, 
non è di ispirazione strettamente religiosa; allo stesso titolo che il componimento appartiene alla musa « Le ceneri di Gramsci », il compimento appartiene alla musa civile di Pasolini; il tema religioso si intreccia a considerazioni di carattere politico per via di quella contaminazione, non solo 
stilistica, che è una delle caratteristiche fondamentali dell'attività del poeta.

Tutto mi dà dolore: questa gente
che segue supina ogni richiamo
da cui i suoi padroni la vogliono chiamata,
adottando, sbadata, le più infami
abitudini di vittima predestinata;
il grigio dei suoi vestiti per le grige strade;
i suoi grigi gesti in cui sembra stampata
l'omertà del male che l'invade... (16). 

A questa sorta di delusione cosmica, succeduta alla breve esaltazione panica dell'estate friulana, non offre un contributo meno rilevante Io spettacolo che gli stessi compagni di strada di Pasolini, gli intellettuali marxisti, danno di sé..

Se guardo in fondo alle anime
delle schiere di individui vivi
nel mio tempo, a me vicini o non lontani,
vedo che dei mille sacrilegi possibili
che ogni religione naturale
può enumerare, quello che rimane
sempre, in tutti, è la viltà...
Nessuno sa sentire vera passione:
ogni sua luce subito s'oscura
come per rassegnazione o pentimento
in quell'antica viltà... (17). 

Lo spettacolo orrendo della rinuncia alla lucidità nella coscienza, alla tensione morale, alla coerenza nella vita, si svolge sullo sfondo dello scempio che la speculazione edilizia dissemina nelle zone della periferia.

Intorno a questo interno dominio
della volgarità, la città si sgretola
ammucchiandosi, brasiliana o levantina,
come l'espansione di una lebbra
che si bea ebbra di morte sugli strati
dell'epoche umane... (18). 

Lo zelo, forse eccessivo, che il poeta pone nella ricerca puntigliosa dei motivi di scandalo, fa pensare ad una sorta di amaro compiacimento, come se tutto nascesse da una piaga segreta e profonda, mai rimarginata, Io stesso trauma che Io faceva sanguinare, adolescente, nei campi del Friuli (19).

L'atteggiamento moralistico di Pasolini nasce da un suo dramma privato avvertito come problema morale. Alberto Moravia, che ha avuto col poeta e regista una lunga frequentazione, ritiene che egli non sia mai riuscito a liberarsi interamente da un senso di colpa dovuto al fatto di avere adottato, suo malgrado e, forse, senza rendersene conto, il punto di vista negativo della società italiana sull'omosessualità (20). problema si era già presentato, come si è visto, fin dall'epoca delle poesie giovanili, percorse da un fremito di ribellione che nasceva da un senso di disagio interiore.

E' inutile: non vedi
Io smorto compromesso?
Sii dunque l'ossesso
che non cerca rimedi.
L'illecito t'è in cuore
e solo esso vale,
ridi del naturale
millenario pudore (21). 

Dalla necessità di dare scandalo alla volontà di sentirsi scandalizzato il passaggio avviene attraverso un ribaltamento delle posizioni, in una gara a rovescio contro una Società iniqua, dalla quale il poeta si sente ingiustamente condannato. A ciò si aggiunge il dispiacere di sapersi escluso dalla festa della vita che solo per gli altri si rinnova perennemente gaia.

lo, cupo d'amore, e, intorno, il coro
dei lieti, cui la realtà è amica.
Sono migliaia. Non posso amarne uno.
Ognuno ha la sua nuova, la sua antica
bellezza, ch'è di tutti: bruno
o biondo, lieve o pesante, è il mondo
che io amo in lui — ed accomuno,
in lui — visione d'amore infecondo
e purissimo — le generazioni ,
il corpo, il sesso. Affondo
ogni volta — nelle dolci espansioni,
nei fiati di ginepro — nella storia,
che è sempre viva, in ogni
giorno, millennio (22)

Pasolini è esplicito nel parlare della situazione in cui è venuto a trovarsi, come è preciso nell'individuare le radici psicologiche della sua « diversità ».

Il mio amore
è solo per la donna: infante e madre.
Solo per essa impegno tutto il cuore.
Per loro, i miei coetanei, i figli, in squadre
meravigliose, sparse per pianure
e colli, per vicoli e piazzali, arde
in me solo la carne (23).

II senso dell'esclusione gli brucia come una cocente ferita alla quale non c'è rimedio, dato che la fonte stessa del piacere ne è inquinata, e l'amore, che è dono gratuito per tutti, si tramuta per lui in abbacinante ossessione.


E, certo, non ne ho gioia [...]
Ché io arriverò alla fine senza
aver fatto, nella mia vita
la prova essenziale, l'esperienza
che accomuna gli uomini, e dà loro
un'idea cosi dolcemente definita
di fraternità almeno negli atti dell'amore!
Come un cieco: a cui sarà sfuggita nella morte, una cosa che coincide
con la vita stessa, — luce seguita
senza speranza, e che a tutti sorride,
invece, come la cosa più semplice del mondo (24).

Egli conclude con un appello al Destino, o alla volontà imperscrutabile di una Divinità misteriosa, che sovrasta all'immedicabile infelicità del mondo.


Dentro i ventri
delle madri, nascono figli ciechi
— pieni di desiderio di luce — sbilenchi
— pieni d'istinti lieti:
e attraversano la vita nel buio e la vergogna.
Ci si può rassegnare — e i feti
viventi, povere erinni, possono in ogni
ora della loro vita, tacere o fingere.
Gli altri dicono sempre che non bisogna
essergli di peso. Ed essi obbediscono. Si tinge
così tutta la loro vita di un colore diverso.
E il mondo — il mondo innocente! — li respinge (25).

Lo scandalo di Pasolini nasce dunque, prima di tutto, dalla mancanza di amore; dal desiderio irrefrenabile di sentirsi compreso e amato, mentre al contrario, si sente oggetto di disprezzo e condanna; per cui immagina di gridare ai giudici, davanti ai quali è stato trascinato in occasione di un umiliante processo: 

 Voi non contate, siete simboli
di milioni di uomini: d'una società.
Questa mi condanna, non voi, suoi automi.
Ebbene: sono felice della mia mostruosità.
O vogliamo ingannare lo spirito
Voi, uomini formali — umili
per viltà, ossequienti per timidezza —
siete persone: in voi e in me, si consumi
Il rapporto: in voi, di arido odio,
in me, di conoscenza. Ma per la società
di cui siete inespressivi rapsodi,
ben altro io ho da dire [...]:
I miei amori —
griderò — sono un'arma terribile:
perché non l'uso? Nulla è più terribile
della diversità (26).

Il capovolgimento delle posizioni (da accusato ad accusatore) è così avvenuto. Dato che non trova solidarietà né comprensione tra gli uomini civili del suo Paese, non gli resta che rivolgersi ad altra gente: i barbari, gli esclusi, i disperati...


Ah Negri, Ebrei, povere schiere
di segnati e diversi, nati da ventri
innocenti a primavere


infeconde, di vermi, di serpenti.
orrendi a loro insaputa, condannati
a essere atrocemente miti, puerilmente violenti,
odiate! straziate il mondo degli uomini bennati! (27).

Sul filo di questo ragionamento si sviluppa il discorso che Pasolini ha svolto in un film tra i meno capiti della sua carriera di regista; si tratta di Porcile, nel cui intreccio erano messe a confronto, con montaggio parallelo, la storia di un cannibale del Medioevo e quella di un giovane coprofilo dei nostri giorni. In entrambi i casi il protagonista della storia finiva divorato dalle bestie. La società sceglie tra i diversi oggi come ieri, i suoi capri espiatori, individui sui quali far ricadere il peso di tutte le sue colpe prima di esporli a una morte crudele, Ma ciò che un tempo era fatto con ingenuità barbarica, feroce certo, ma priva di doppiezza, oggi si compie con ipocrisia, nella più totale mancanza di giustificazione morale.
Nel rispondere ad una inchiesta sul Vangelo, promossa da un quotidiano romano, Pasolini ha espresso un suo parere sulla intransigenza di Cristo, sulla assoluta esigenza di autenticità richiesta dal suo messaggio. « Cristo — egli dice non è intransigente con i peccati perché è sempre disposto a perdonare i peccatori. Potremmo fare un elenco degli episodi nei quali Cristo perdona immediatamente i peccatori... Vuol dire che egli capisce che uno può anche peccare, che i peccati sono inevitabili, che addirittura l'uomo può talvolta non impedirsi di peccare. Con tutta la buona volontà, il livello anche elevato di coscienza, il senso di responsabilità che un uomo possa avere, vi sono peccati che sono inevitabili perché provengono da zone della sua personalità, della sua psiche che egli non controlla [...]. 
« Cristo è molto Più severo con i peccati di carattere sociale, come l'ipocrisia, l'avarizia, l'arrivismo, lo snobbismo, insomma i peccati dei farisei, che Cristo sferza duramente e che perdona a fatica perché sono peccati dei quali si è coscienti, responsabili [...].
« Vi è un punto del Vangelo nel quale Cristo dice: 'Chi mi ama rinneghi se stesso; porti ogni giorno la sua croce'; cioè esponga la sua vita sapendo di farlo. Cristo è intransigente contro il peccato di qualunquismo, di mancanza di tensione, insomma di rappacificazione facile con _la vita [...].

« Uno rinnega se stesso in quanto porta la sua croce ogni giorno. II se stesso dello starsene tranquillamente a casa propria, con la moglie, i bambini, nel tran tran del qualunquismo e della baronia incolori, tende a non portare la croce Chi porta la croce rischia continuamente la vita, la mette sempre a repentaglio[...]. Cristo ci invita a dissociare un se stesso reale da un se stesso irreale che si perde nel sogno della vita, e ci invita a rinnegare questo per svegliare il primo, ed essere realmente se stessi »(28).
Questa è, secondo Pasolini' la morale di Cristo, opposta al moralismo dei farisei. Si tratta di riflessioni sul contenuto del messaggio cristiano che si collocano ad un livello di maggiore attendibilità rispetto agli approssimativi approcci giovanili (29). Anche in questo caso però l'ottica dello scrittore appare orientata a cogliere un solo aspetto del Vangelo che in realtà abbraccia un campo assai più ampio di insegnamenti. Ciò che interessa a Pasolini nelle parole di Cristo è semplicemente la spinta verso il rischio, cosi come era avvenuto nel tempo dei suoi entusiasmi di adolescente. 

Bisogna esporsi — questo insegna
i! povero Cristo inchiodato?
La chiarezza del cuore è degna
d'ogni scherno, d'ogni peccato,
d'ogni più nuda passione... (30). 

Ed è questo, al di là della felice intuizione, un limite non trascurabile nella visione religiosa di Pasolini, qualora la si consideri da un punto di vista cristiano che non sia unilaterale o riduttivo. 
Virgilio Fantuzzi

(Trascrizione curata da Bruno Esposito)

Note:

1 Pasolini ha ripetuto più volte di non aver ricevuto la Cresima, e di non essere iscritto al PCI. In queste forme "privative" di auto-presentazione si può forse ravvisare una certa compiacenza, da parte sua,nell'ostentare uno stato anagrafico da "apolide"

2 La religione del mio tempo, nel volume omonimo.

3 II pianto della scavatrice, in «Le ceneri di Gramsci ».

4 La libertà stilistica, in Passione e ideologia »

5 Canto delle campane, in La meglio gioventù ».

6 La dialettale del Novecento, in Passione e ideologia ».

7 La Passione, in « L'usignolo della Chiesa Cattolica ».

8 Memorie, ivi.

9 Scrittori e popolo Samonà e Savelli, IRoma 1965, pp. 435s.

10 Pasolini: L'universo orrendo » Editori Riuniti, Roma 1976.

11 La religione del mio tempo, cit.


12 Il pianto della scavatrice, cit.

13 La religione del mio tempo, cit.

14 La religione del mio tempo, cit.

15 La religione del mio tempo, cit.

16 Ivi.

17 Ivi.

16 La religione del mio tempo, cit.

19 Destò scalpore, a suo tempo, la pubblicazione di un epigramma di Pasolini ingiurioso alla memoria di Pio XII, nel quale il rimproverava al defunto pontefice di non aver fatto nulla per alleviare la miseria dei poveri che si addensavano alle soglie del Vaticano. « Ci sono posti infami, dove madri e bambini / vivono in una polvere antica, in un fango d'altre epoche. /. Proprio non lontano da dove tu sei vissuto, / in vista della bella cupola di San Pietro, / c'è uno di questi posti, il Gelsomino... (A un Papa, in « La religione del mio tempo). Vedi anche l'inizio de Il Rio della Grana, in « Ali dagli occhi azzurri

20 In Il Corriere della sera » del 6 dic. 1975.

21. L'illecito, in L'usignolo della Chiesa Cattolica

22 La realtà, in Poesia in forma di rosa »

23 Ivi.

24 La realtà, in « Poesia in forma di rosa cit.

25 Ivi.

26 Ivi.

27 La realtà, in « Poesia in forma di rosa n, cit. 

@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare

Curatore, Bruno Esposito

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giovedì 19 settembre 2013

"Radio Vaticana" Un'analisi del Vangelo secondo Matteo

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



"Radio Vaticana"
Un'analisi del Vangelo secondo Matteo
In studio, padre Virgilio Fantuzzi
CITTÀ DEL VATICANO, giovedì, 3 novembre 2005

A distanza di 30 anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini (1922-1975), poeta, scrittore e regista cinematografico, assassinato il 2 novembre del 1975, la “Radio Vaticana” ha voluto dedicargli un ampio servizio di analisi incentrato principalmente su un suo film: “Il Vangelo secondo Matteo”. Il programma “Al di là della notizia” di “105-live”, canale in diretta della emittente pontificia, si è infatti voluto unire alle numerose commemorazioni in ricordo di Pasolini, definendo la sua come una figura “complessa e anche discussa ma senz’altro significativa nel panorama culturale italiano del secolo scorso”.
Ospite in studio padre Virgilio Fantuzzi, S.I., docente di Analisi del Linguaggio Cinematografico alla Pontificia Univesità Gregoriana, nonché critico cinematografico della rivista quindicinale curata dai Gesuiti “La Civiltà Cattolica”, ha delineato una breve critica del film di Pasolini ispirato al Nuovo Testamento.
Dopo un breve excursus sulle migliori produzioni cinematografiche nel panorama italiano ispiratisi alla vita di Gesù, padre Fantuzzi, che ha potuto conoscere personalmente Pier Paolo Pasolini e che a lui era legato anche da rapporto di amicizia, ha affermato che il film “ha il vantaggio di attenersi al testo di Matteo e di seguirlo alla lettera”.
Pasolini lesse il Vangelo, per sua stessa ammissione, per la prima volta nel 1942, e la seconda ad Assisi nel 1962, quando ebbe l'idea del film. La scelta successiva del Vangelo di Matteo fu dettata dal maggior risalto dato dall’Apostolo all’umanità del Cristo, al suo essere uomo tra gli uomini.
Un anno prima di girare Il Vangelo secondo Matteo, Pasolini si recò in Terra Santa con il sacerdote biblista, don Andrea Carraro, e il dottor Lucio Settimio Caruso, volontario della Pro Civitate Christiana di Assisi, per prender contatto con i luoghi dove si erano svolti i fatti che intendeva raccontare nel film.
Successivamente il film venne girato in Lucania, un paesino del Meridione che ben si prestava a riprodurre la Palestina dei tempi di Gesù, con un cast di attori rigorosamente non professionisti, fra cui compare anche la madre del regista nei panni di Maria adulta.
Quando fu presentato, nel 1964, il film se da una parte fu duramente contestato da alcuni esponenti della cultura del tempo, dall’altra fu ampiamente apprezzato dalla critica cattolica, tanto da ricevere quello stesso anno il gran prix dell'Office Catholique International du Cinema.
“Pasolini – ha continuato padre Fantuzzi – diceva di non essere credente anzi si era dichiarato, anche nel periodo precedente al film, ateo, marxista […] con un atteggiamento che per chi non la pensava come lui poteva anche risultare un po’ indisponente. ... Ora, ci si può domandare come mai una persona come lui che si dichiarava ateo e marxista, che era visto di ‘malocchio’ da tutti i benpensanti del suo Paese e forse anche al di fuori dei confini dell’Italia, abbia deciso ad un certo punto
di fare un film sulla figura di Gesù. [...] “In questo suo volersi attenere alla lettera del Vangelo secondo me c’era da parte sua un atteggiamento di rispetto nei confronti del Testo Sacro così come un mettere le mani avanti per non farsi coinvolgere a livello personale più di tanto: ‘questo lo dice Matteo, non è che lo dica io’”.
Padre Fantuzzi ha poi ricordato quando da studente di Teologia aveva tentato di conoscere Pier Paolo Pasolini, sfruttando una amicizia in comune, dopo essere rimasto “molto colpito e molto emozionato” dal film, che aveva suscitato in lui, “giovane religioso zelante”, “una emozione di carattere estetico e una di carattere religioso. [...] Ho cominciato a pensare, se un ateo e marxista mi dà un’emozione che non è soltanto di natura estetica ma anche di carattere religioso, vuol dire che non é poi così
lontano da me, come lui dichiara. E per questo motivo ho voluto mettermi in contatto con lui, per andarglielo a raccontare”, ha detto.
Il padre gesuita ha quindi descritto le reazioni del regista a questi commenti: “Non mi ha detto che avevo ragione, però mi ha fatto capire che lui gradiva questo mio apprezzamento”.
Circa l’approccio da non credente alla trattazione della vita di Gesù, padre Fantuzzi ha detto che se nel progetto del film Pasolini aveva scelto di attenersi scrupolosamente al testo di Matteo così da non far trapelare il proprio pensiero “quando poi si é trovato in medias res, durante le riprese del film medesimo, ha capito che non poteva tenersi su questo atteggiamento di distacco. [...] E quindi ad un certo punto – ha continuato il padre gesuita – […] ha dovuto cambiare stile in corso d’opera
proprio perché si era reso conto che se avesse insistito su quell’atteggiamento previo, previsto, programmato sarebbe andato incontro ad un fallimento sul piano della realizzazione estetica”.
come testo di fede e allo stesso tempo l’impossibilità di non cascarci dentro”.
In un articolo pubblicato lo scorso anno su “La Civiltà Cattolica” (cfr. “Il Vangelo secondo Matteo” di Pier Paolo Pasolini”, in Civ. Catt. 2004 IV 360-373), padre Virgilio Fantuzzi riportava quanto scritto dal letterato nel 1963 sulla figura di Gesù, che dal racconto di Matteo appariva “mite nel cuore, ma ‘mai’ nella ragione, che non desiste un attimo dalla propria terribile libertà”.
Durante la lavorazione della sceneggiatura Pasolini sosteneva: “la figura di Cristo dovrebbe avere la stessa violenza di una resistenza: qualcosa che contraddica radicalmente la vita come si sta configurando all’uomo moderno, la sua grigia orgia di cinismo, ironia, brutalità pratica, compromesso, conformismo”.
Nel corso del programma radiofonico, padre Fatuzzi ha spiegato quindi che “Pasolini considerava la figura di Gesù, e in particolare il Gesù di Matteo, come una figura di opposizione, un grande contestatore nei confronti di una società che si avvia verso un futuro contrassegnato dal cinismo, dal rapporto tra gli uomini e tra le nazioni. [...] Lui stesso è stato una figura di opposizione e lo ricordano in tanti proprio perché questo mondo ha bisogno di qualcuno che dica che le cose come stanno
non stanno bene”, ha commentato. “Penso e spero che questo ricordo possa fare del bene”, ha infine concluso.

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sabato 25 maggio 2013

Pasolini e il sacro, 50 anni dopo

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pasolini e il sacro, 50 anni dopo

Ai primi di aprile del 1963 cominciarono le riprese de Il Vangelo secondo Matteo. Il ricordo e un bilancio. Parla un critico d'eccezione, il gesuita Virgilio Fantuzzi.


Esattamente cinquant’anni fa, ai primi di aprile del 1963, ebbero inizio le riprese del film Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini. Nell’imminenza del cinquantesimo anniversario dell’uscita della pellicola nelle sale (l’anno successivo, 1964), la professoressa Angela Felice, direttrice del Centro studi Pasolini di Casarsa della Delizia (Pordenone), ha invitato in Friuli Enrique Irazoqui, che nel film di Pasolini ricoprì il ruolo più importante, quello di Cristo.
L’occasione è stata la presentazione a Casarsa di un documentario di Valeria Patané, dal titolo Album, girato l’anno scorso a Cadaqués, il piccolo centro sulla Costa Brava dove ora Irazoqui abita con la moglie. La regista ha filmato l’incontro, mezzo secolo dopo, tra Enrique, che all’epoca del film aveva 19 anni, e Giacomo Morante (nipote della scrittrice Elsa), che nel 1963, all’età di 15 anni, ebbe nel film la parte dell’apostolo Giovanni. E la proiezione, venerdì sera, presso Cinema Zero di Pordenone, de Il Vangelo secondo Matteo.
Tra gli esperti che hanno preso parte all’evento, il gesuita padre Virgilio Fantuzzi, mantovano, classe 1937, critico cinematografico della Civiltà Cattolica, già docente di Analisi del linguaggio cinematografico presso la Pontificia Università Gregoriana, il quale è stato molto vicino a Pasolini. Parliamo con lui dell’autore friulano e del suo Vangelo secondo Matteo, un film dedicato “alla cara, lieta, familiare memoria di Giovanni XXIII”, che rimane a giudizio di molti il più bel film mai girato sulla vita di Cristo. Ma che all’epoca destò più di una polemica. Pur in una fase storica, quella del centro-sinistra, che vedeva l’avvicinamento di comunisti e cattolici, la scelta pasoliniana di affrontare la narrazione della vita di Cristo suscitò sospetti e malumori sia presso l’intellighenzia del Pci (che accusò Pasolini di ambiguità ideologica e di misticismo) sia nell’ambito del cattolicesimo più conservatore (che non apprezzava il trattamento del soggetto sacro da parte di un autore lontano dalla Chiesa). Mentre – va ricordato – l’Ocic (Office Catholique International du Cinéma) gli assegnerà il proprio riconoscimento alla Mostra del Cinema di Venezia.
- Padre Fantuzzi, in quali aspetti, in particolare, risiedono le ragioni della bellezza del “Vangelo secondo Matteo” di Pasolini?
“Si tratta di un film unico nel suo genere per più di un motivo. Innanzitutto la fedeltà filologica al testo biblico. Nella miriade di film girati su Gesù, spesso troviamo opere che scadono facilmente in un certo manierismo, nell’oleografia e nell’agiografia. Invece Pasolini ha puntato tutto sull’essenzialità, un’asciuttezza stilistica che si pone nella scia delle sacre rappresentazioni popolari, in cui l’altro protagonista, accanto a Cristo, è il popolo cristiano, la coralità dei fedeli. Pasolini instaura, inoltre, un rapporto fecondo con la tradizione iconografica dell’arte religiosa, un rapporto sottolineato e amplificato dalla scelta delle musiche, Bach soprattutto, per la colonna sonora”.
- Come si è posto personalmente Pasolini di fronte al soggetto sacro?
“Pasolini ripeteva di essere ateo, ma il livello ragginuto dal suo film non si spiega senza una profonda partecipazione emotiva al tema. A me sembra che è come se Pasolini si fosse identificato, a un certo grado, con il testo stesso del Vangelo di Matteo, che egli ha tradotto in immagini, in quello che chiamava ‘cinema di poesia’”.
- Che effetto le fa rivederlo oggi, cinquant’anni dopo?
“Quando lo vidi la prima volta, nel 1964, da seminarista, fu per me una sorpresa. Nel corso degli anni ogni volta che l’ho rivisto, questa sorpresa non è diminuita”.
- Lei ha frequentato a lungo Pasolini. Come l’ha incontrato?
“L’ho incontrato per la prima volta nel 1965. Allora ero un giovane studente di teologia, ero entrato nella Compagnia di Gesù 10 anni prima e incominciavo a interessarmi di cinema. Avendo visto Il Vangelo secondo Matteo, c’era qualcosa che non mi tornava: Pasolini infatti si definiva ateo e materialista, mentre io da quella pellicola avevo ricevuto una forte impressione a livello non solo artistico ma anche spirituale. Così mi feci presentare a Pasolini e iniziò una serie di incontri in cui parlavamo di letteratura, di cinema, ma anche di religione”.
- Che tipo di religiosità era la sua?
“La prima cosa che devo riconoscere è il fatto che egli dimostrò sempre una grande solidarietà nei confronti della mia vocazione religiosa. Quelli erano gli anni del post Concilio, in cui si verificò un vertiginoso calo delle vocazioni, oltre alla fuoriuscita di seminaristi e anche sacerdoti. Il ’68 fece il resto. Presso noi religiosi si sentiva parlare spesso di ‘crisi di identità’. Ebbene, su questi argomenti Pasolini con me non ebbe mai una parola meno che delicata. Anzi, potrei dire che alla mia vocazione religiosa ha giovato più la frequentazione di Pasolini che certe lezioni accademiche alla Gregoriana. Nei confronti di papa Paolo VI nutriva sentimenti di rispetto e simpatia. Nella sua opera, del resto, non mancano i segni di un forte senso del sacro, di un umanesimo cristiano che era stato una componente fondamentale nella sua educazione. La sua religiosità si esprimeva anche nella vita. Era una persona estremamente generosa, che senz’altro ha donato più di quanto abbia ricevuto”.
Roberto Carnero

Fonte:
http://www.famigliacristiana.it/costume-e-societa/cultura/visto/articolo/pier-paolo-pasolini-e-il-sacro-50-anni-dopo.aspx



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