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mercoledì 19 novembre 2025

Pier Paolo Pasolini: I primi che si amano - Tratto da "Teorema Libro"

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Immagine © Angelo Novi - Tutti i diritti riservati

Pier Paolo Pasolini
I primi che si amano 

Tratto da 
"Teorema Libro"


I primi che si amano
sono i poeti e i pittori della generazione precedente,
o dell'inizio del secolo; prendono nel nostro animo il posto dei padri, restando, però, giovani, come nelle loro fotografie ingiallite.
Poeti e pittori per cui l'essere borghesi non era vergogna... figli in vigogna e feltri...

giovedì 1 aprile 2021

Pasolini - Inchiesta sulla santità

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



 
Inchiesta sulla santità
Tratto da teorema libro, Garzanti 1969
 
Il lettore dovrà a questo punto compiere un difficile e forse non gradevole ripiegamento, dal corso della storia, al suo fondo: cosa che comporta una interruzione, naturalmente arida e prosaica, come ogni consuntivo.
E com'è brutto, banale e inutile il significato di ogni parabola, senza la parabola!
Ciò che il miracolo della santa ha portato intorno al casolare, non è nient'altro, del resto, in conclusione, che una grande e variopinta folla contadina: la stessa che si vede, la domenica, nei santuari. I cortili ne sono così gremiti che si scorge a

Pasolini - «Ah, miei piedi nudi...»

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

 
 
 
 «Ah, miei piedi nudi...»
Tratto da teorema libro, Garzanti 1968
 
 
 Ah, miei piedi nudi, che camminate
sopra la sabbia del deserto!
Miei piedi nudi, che mi portate
là dove c'è un' unica presenza
e dove non c'è nulla che mi ripari da nessuno sguardo!
Miei piedi nudi
che avete deciso un cammino

giovedì 25 febbraio 2021

Pasolini, Teorema Libro - «Il primo paradiso, Odetta... »

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


Internet culturale
Teorema di Pier Paolo Pasolini, ci cala nella realtà borghese, venata di meschinità... la realtà di una famiglia destabilizzata dall’arrivo improvviso di un ospite... 


«Il primo paradiso, Odetta... »


Il primo Paradiso, Odetta, era quello del padre. 
C'era un'alleanza dei sensi, nel figlio
- maschio o femmina – 
dovuta all'adorazione di qualcosa di unico. 
E il mondo, intorno, 
aveva un lineamento solo: quello del deserto.

Internet culturale
In quella luce oscura e senza fine, 
nel cerchio del deserto come un grembo potente, 
il bambino godeva il Paradiso.
Ricordati: c'era un Padre soltanto (non la madre). 
La sua protezione
aveva un sorriso adulto ma giovane, 
e lievemente ironico, come ha sempre chi protegge 
il debole, il tenerino - maschio o femminuccia.

Tu sei stata in questo Primo Paradiso 
fino a oggi: e, in quanto femmina, 
non ne perderai mai il ricordo e la venerazione. 
Sarai, per natura, adoratrice... Ma prima 
di tornare a te, per avvertirti dei pericoli 
della religione, voglio farti la storia 
di tuo fratello, ch'è dello stesso sesso di Dio.
Anch'egli, in tempi in cui era veramente bambino,
(più bambino ancora di quand'era nel ventre materno
o di quando succhiò il primo latte dal seno)
è vissuto in quel Primo Paradiso del Padre.

Pasolini, Inchiesta sulla donazione della fabbrica

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Inchiesta sulla donazione della fabbrica 

Tratto da: Teorema libro.

(Trascrizione curata da Bruno Esposito)
 
 
 
Suonano le campane di mezzogiorno dalla vicina Lainate, o da Arese, ancora più vicina. Ad esse si mescolano le sirene. La fabbrica si stende per tutta la lunghezza dell'orizzonte, come un immensa zattera ancorata tra le marcite e le barriere trasparenti di pioppi. 

venerdì 8 agosto 2014

Pier Paolo Pasolini - Il primo paradiso, Odetta

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Il primo paradiso, Odetta

Tratto da Teorema libro, Garzannti 1969

*


Il primo Paradiso, Odetta, era quello del padre.
C'era un'alleanza dei sensi, nel figlio
- maschio o femmina –
dovuta all'adorazione di qualcosa di unico.
E il mondo, intorno,
aveva un lineamento solo: quello del deserto.
 
In quella luce oscura e senza fine,
nel cerchio del deserto come un grembo potente,
il bambino godeva il Paradiso.
Ricordati: c'era un Padre soltanto (non la madre).
La sua protezione
aveva un sorriso adulto ma giovane,
e lievemente ironico, come ha sempre chi protegge
il debole, il tenerino - maschio o femminuccia.
 
Tu sei stata in questo Primo Paradiso
fino a oggi: e, in quanto femmina,
non ne perderai mai il ricordo e la venerazione.
Sarai, per natura, adoratrice... Ma prima
di tornare a te, per avvertirti dei pericoli
della religione, voglio farti la storia
di tuo fratello, ch'è dello stesso sesso di Dio.
Anch'egli, in tempi in cui era veramente bambino,
(più bambino ancora di quand'era nel ventre materno
o di quando succhiò il primo latte dal seno)
è vissuto in quel Primo Paradiso del Padre.
 
L'odio sorse improvviso, e senza ragione.
Il grembo ch'era come un sole coperto di nuvole
dolci e potenti, il grembo di quell'Uomo
immenso e unico come il deserto,
divenne un oscuro fondo di calzoni,
s'immiserì, perdette l'innocenza
nel sospetto di non essere altro che umano.
Era venuto il giorno
in cui, il puro orizzonte del deserto, si perde
in un silenzio e in un colore meno perfetto,
si cominciano a vedere i primi palmizi,
e la prima pista compare muta tra le dune.
 
Così il bambino valicò il confine del Primo Paradiso:
che restò indietro, nel tempo; nel tempo, sognato,
di una verde regione rigata di file trasparenti
di pioppi - o in una grande città di provincia.
Il bambino cadde a capofitto sulla terra,
perdette il nome di Lucifero e prese, insieme,
quello di Abele e quello di Caino (ciò vale almeno
per certe terre rosa, mediterranee, e per queste, verdi,
dove le monache a un'Odetta laica l'insegnano).
 
Queste terre furono il Secondo Paradiso.
Ci fu una madre (diciamola adottiva), che, nel tuo caso,
ebbe ricche pellicce odorose di precoci primavere.
Come fu terrestre, dolcemente terrestre,
la sua dolcezza di bambina piccolo borghese,
che, tutte le care cose apprese non le desidera per sé
ma per quel suo figlioletto che le passeggia al fianco,
anche lui tutto imperlato del fresco delle primule!
Scorreva un fiume (nel tuo caso il Po) in quel Paradiso:
perché la casa dove i genitori « adottivi » alloggiano,
dopo il matrimonio, è sempre nei dintorni di un fiume.
O, se non è un fiume, il mare o una catena di colli.
 
Crebbero da soli i frutti, con nomi stupendi,
mele, uva, more, ciliege; e i fiori, gli inutili fiori,
non contarono meno di loro: e anche i loro nomi
erano meravigliosi, primule, appunto, o girasoli,
o bucaneve, o mughetti, e anche, nelle feste, orchidee.
Il sole, là sopra, era certamente una creatura amica
addolcita dall'innocente idea che la madre
comunicava al suo piccolo figlio stretto per mano;
e come nasceva al mattino, moriva alla sera,
cedendo il posto a quelle stelle che il figlio, obbediente,
doveva appena vedere, e presto lasciare ai loro silenzi.
 
Ma quella madre non era innocente, com'egli credeva!
E così lo stesso odio senza ragione - che era nato da solo,
come un frutto o un fiore, nel Primo Paradiso –
nacque anche nel Secondo. La nostra esistenza
non è che un folle identificarsi con quella dei viventi
che qualcosa di immensamente nostro ci mette vicino.
 
Fummo così la madre peccatrice davanti al frutto
il cui mistero risuscitava i giorni del Primo Padre
- tanto anteriori a quelli del verde Paradiso lombardo!
 
Risplendette nuovamente il sole del deserto
su quella piccola mela, desiderio di modeste esistenze.
Il solito sole di ogni giorno se ne stava in disparte,
segregato come in un improvviso dicembre; mentre l'altro,
stupendo, ardeva: misura su cui misurare secoli e miserie.
La mamma dunque, che altri non era che il proprio bambino,
addentò con materna innocenza e figliale incoscienza
quel frutto estivo. Subito il secondo padre, quello adottivo
- che, in confronto al primo, era come lo spento
sole d'inverno in confronto a quello delle Prime Estati –
seguì il suo esempio, esule uomo della terra,
facilmente tentato e facilmente corrotto.
 
Ma anche con lui, noi ci eravamo identificati:
perché, in quanto noi stessi, non potevamo esistere;
potevamo esistere solo se eravamo il padre, la madre.
Peccammo con le loro stesse bocche, le loro stesse mani.
E il Primo Padre ci cacciò anche dal Secondo Paradiso.
 
Sono dunque due i Paradisi che noi abbiamo perduto!
Stretti per mano ai genitori prendemmo le strade del mondo.
Lucifero si distinse da Abele, e seguì il suo destino
finendo nell'oscurità più nera. Abele morì,
ucciso da se stesso col nome di Caino.
Insomma non restò che un figlio, un figlio solo.
 
Dopo molti millenni si ebbe la prima seminagione,
e dopo un altro millennio da questo avvenimento
fu nominato un Re padrone degli uomini moltiplicati.
Ah, quanti vasellami colorati! Dovemmo guadagnarci il pane
e questo cominciò a prenderci a noi stessi, e a perderci
ognuno in una falsa idea di sé, nell'inferno presente.
Per questa strada, dunque, si sta avviando tuo fratello Pietro.
 
Ma perché, nell'esporti questa Teoria dei Due Paradisi,
ho parlato di tuo fratello Pietro e non di te?
È semplice: perché senza la sua storia di figlio maschio
la tua non potrebbe essere confrontata a nulla,
e non si potrebbe quindi neanche cominciare a parlarne.
 
Non ci fu una Lucifera, né una Abele, né una Caina:
tu dunque dovresti essere restata nel Primo Paradiso.
O almeno è quello che dovresti ricordare, col vero Padre:
ed è così, infatti: perciò sei immensamente più vecchia
del tuo padre adottivo, di cui sei innamorata,
di tua madre adottiva, che ha il nome di Lucia,
e di tuo fratello Pietro, esempio dell'intera esistenza.
 
Con ognuno di essi, tu, poverina, ti sei identificata:
e non sai che invece sei laggiù, prima delle loro nascite,
la sola veramente obbediente al Primo Padre.
Cosa deve valere di più, la tua identificazione o il tuo essere?
Tu non sai scegliere, tenera Odetta, perché sei cieca:
così sei scelta; così sei vissuta; e tu recalcitri
inutilmente, persa tra un ricordo ch'è troppo bello
e una realtà che ti porta dal sogno alla pazzia.



Tratto da Teorema libro, Garzannti 1969




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Curatore, Bruno Esposito

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giovedì 7 agosto 2014

Pier Paolo Pasolini - APPENDICE A «TEOREMA» TEORIA DEI DUE PARADISI

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

 
 
 

APPENDICE A «TEOREMA» TEORIA DEI DUE PARADISI
Pier Paolo Pasolini

Il primo paradiso era quello del padre.
C'era un'alleanza dei sensi
dovuta all'adorazione unica di qualcosa di eretto,
in quel mondo
che aveva un lineamento solo, come il deserto
in un colore leonino, caldo di un sesso sconosciuto
come una stella di cui sia rimasta la sola luce
- era era la stagione del sole.
In quella luce arancione e senza fine,
nel cerchio del deserto come un grembo potente,
all'oscuro delle erezioni paterne ma nel loro calore
(quasi di toro ingenuo, di uomo tosato come i giovani),
il bambino godeva il paradiso: la protezione
aveva un sorriso di coscritto, la pazienza di un re,
ed Egli stava lontano, o arrivava forse con un viso
lievemente ironico, com'è sempre chi protegge
il debole, il tenerino - ch'è quasi una donna.
L'odio sorse improvviso, e senza ragione.
Il bambino odiò forse quell'uomo
per la sua troppa innocenza.
Il grembo ch'era come un sole coperto da nuvole
dolci e potenti, il grembo di quell'uomo lontano,
divenne un oscuro fondo di calzoni,
forse s'immiserì, perdette l'innocenza equina,
non fu che umano. E il bambino obbedì.
Venne il giorno che cade fuori dalle lontananze
arancione del deserto,
si vedono i primi palmizi,
la prima pista che si perde muta fra le dune.
E il bambino perdette il paradiso.
Il padre lo cacciò, punendolo
per il suo desiderio di essere punito:
obbedì anch'egli dell'obbedienza del figlio
(anch'egli aveva un padre?).
Quel primo paradiso restò così nel deserto
di una verde regione,
o di una piccola città di provincia -
- nelle case dalle tende bianche di una nonna paterna,
ed altezze impossibili, dove per sempre fu perso
il calore della fecondità del padre ragazzo.
Il bambino cadde a capofitto sulla terra,
perdette il nome di Lucifero e prese, insieme,
quello di Abele e quello di Caino (così fu almeno
nelle terre
tra l'ultimo biancheggiare del mare
e il primo rosa dei deserti africani).
Era il nuovo paradiso, e in mezzo
a primule e viole
c'era la madre con la sua pelliccia povera
odorata di precoce primavera.
Com'era terrestre, dolcemente terrestre
la sua dolcezza di bambina, che non ha
orizzonte diverso da quello
che i genitori, o i fratelli, o il marito le assegnano:
e rassegnata, ma piena di fantasia,
sogna, oltre quell'orizzonte, terre solo più felici,
ed eroiche,
senza osare desiderarle per sé,
ma desiderandole solo per quel figlietto al suo fianco,
anche lui tutto imperlato del fresco delle primule.
Scorreva un fiume, in quel paradiso,
e ognuno può dargli il nome che vuole,
ognuno ha il suo, che è sempre lo stesso;
perché la casa dove la madre e il nuovo padre alloggiano
dopo il matrimonio, è sempre nei dintorni di un fiume.
Esso può scorrere tra una campagna potentemente verde
oppure tra le dune delle rive del mare:
o può essere pargolo
tra rocce sparse a caso al sole.
Non importa. Intorno a quel fiume profondo e verde,
oppure magro d'acqua tra i sassi asciutti,
crescono da soli i frutti, e hanno nomi di paradiso,
mele, uva, ciliegie. E i fiori, gli inutili fiori,
non montano meno di loro: e anche i loro nomi
sono meravigliosi, primule, appunto, o girasoli,
o le rose di macchia, con quei petali che si sfanno
tra le spine, o i bucaneve, o i fiori dei tigli...
Anche il sole è una creatura amica,
addolcita dall'indifesa idea che la madre
comunica al piccolo figlio coraggioso al suo fianco;
e come nasce al mattino, muore alla sera,
e lascia il posto a quelle stelle che il bambino
deve appena vedere, e lasciare ai loro silenzi.
Ma non tutte le madri sono innocenti!
E anche la più innocente delle madri
- e non si sa come possa averlo fatto -
è sottostata a ciò che per il figlio
è spaventoso scandalo.
Un usignolo cantava disperato
anche quando nessuno l'udiva
ai margini del paradiso.
E lo stesso odio senza ragione,
nato da solo, come un frutto o un fiore
del paradiso terrestre - rinacque.
La nostra vita è un folle identificarsi
con coloro che qualcosa di immensamente nostro
ci mette accanto.
Fummo, così, la madre che pecca davanti al frutto
del pianto senza perdono, al frutto
ignoto a noi, terrorizzati dal suo mistero
che resuscitava i giorni del padre
- anteriori a quelli del paradiso terrestre.
Risplendette di nuovo il sole del deserto
su quel piccolo pomo umano, meta di povera gola.
Ma era terrificante,
come appunto, il sole di un altro tempo,
di un altro mondo:
il solito sole di ogni giorno se ne stava
in disparte, segregato come in un improvviso dicembre,
e l'altro fiammeggiava; solleone e peste;
a creare un profondo silenzio,
e la mamma, ch'era il suo bambino,
addentò con materna innocenza e figliale malizia
quel frutto estivo.
Subito il nuovo padre - che in confronto all'antico
era come questo gramo sole d'inverno in confronto
a quello che fiammeggiava su lui, delle Prime Estati -
seguì il suo esempio, umile uomo della terra,
facilmente tentato e facilmente corrotto.
Anche con lui ci eravamo identificati
perché, in quanto noi stessi, non potevamo esistere:
potevamo esistere solo se eravamo il padre, la madre.
Peccammo con le loro bocche, con le loro mani.
E il Primo Padre ci cacciò.
Perdemmo così anche il secondo paradiso.
Due sono dunque i paradisi che noi abbiamo perduto!
Stretti per mano alla madre
prendemmo le strade del mondo.
Lucifero si staccò da Abele
e seguì il suo destino
finendo nel buio più profondo.
Abele morì
ucciso da se stesso col forne di Caino.
Insomma non restò che un figlio,
un figlio solo.
Questo almeno è avvenuto nelle terre
dove dodicimila anni fa si ebbe la prima seminagione,
e, dopo un millennio da questo avvenimento,
fu nominato un re padrone degli uomini moltiplicati,
tra l'ultimo biancheggiare del mare e il primo
rosa del deserto. Quanto vasellame colorato!
Dovemmo guadagnarci la vita:
questo ci tolse a noi, e fu ed è il primo inferno
È questo, questo, che tu visiti e ricordi.
Ma sotto all'inferno c'è un altro inferno,
come prima del paradiso c'era un altro paradiso.
E come non puoi avere che un'ombra di memoria
di quel paradiso, così non puoi avere che un vago
sospetto di questo secondo inferno: che vivi
e non sai,
e tolto a te stesso, povero figlio
con una falsa idea di sé,
con un insignificante ricordo
di genitori invecchiati o morti,
con una vita quotidiana dove il lavoro
(tranne i rari casi in cui è un ornamento del sesso)
è una necessità della vita che annienta la vita.

 
Poesia tratta da Romanzi e racconti, Tomo II 1962-1975, Meridiani Mondadori, Milano, 1998.


Fonte:
http://www.sagarana.net/anteprima.php?quale=361
 
 



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domenica 8 dicembre 2013

Teoria dei due paradisi - Appendice a Teorema

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Teoria dei due paradisi

C’era un’alleanza dei sensi
dovuta all’adorazione unica di qualcosa di eretto,
in quel mondo
che aveva un lineamento solo, come il deserto
in un colore leonino, caldo di un sesso sconosciuto
come una stella di cui sia rimasta la sola luce
– era era la stagione del sole.
In quella luce arancione e senza fine,
nel cerchio del deserto come un grembo potente,
all’oscuro delle erezioni paterne ma nel loro calore
(quasi di toro ingenuo, di uomo tosato come i giovani),
il bambino godeva il paradiso: la protezione
aveva un sorriso di coscritto, la pazienza di un re,
ed Egli stava lontano, o arrivava forse con un viso
lievemente ironico, com’è sempre chi protegge
il debole, il tenerino – ch’è quasi una donna.
L’odio sorse improvviso, e senza ragione.
Il bambino odiò forse quell’uomo
per la sua troppa innocenza.



Il grembo ch’era come un sole coperto da nuvole
dolci e potenti, il grembo di quell’uomo lontano,
divenne un oscuro fondo di calzoni,
forse s’immiserì, perdette l’innocenza equina,
non fu che umano. E il bambino obbedì.
Venne il giorno che cade fuori dalle lontananze
arancione del deserto,
si vedono i primi palmizi,
la prima pista che si perde muta fra le dune.
E il bambino perdette il paradiso.
Il padre lo cacciò, punendolo
per il suo desiderio di essere punito:
obbedì anch’egli dell’obbedienza del figlio
(anch’egli aveva un padre?).
Quel primo paradiso restò così nel deserto
di una verde regione,
o di una piccola città di provincia -
– nelle case dalle tende bianche di una nonna paterna,
ed altezze impossibili, dove per sempre fu perso
il calore della fecondità del padre ragazzo.
Il bambino cadde a capofitto sulla terra,
perdette il nome di Lucifero e prese, insieme,
quello di Abele e quello di Caino (così fu almeno
nelle terre
tra l’ultimo biancheggiare del mare
e il primo rosa dei deserti africani).
Era il nuovo paradiso, e in mezzo
a primule e viole
c’era la madre con la sua pelliccia povera
odorata di precoce primavera.
Com’era terrestre, dolcemente terrestre
la sua dolcezza di bambina, che non ha
orizzonte diverso da quello
che i genitori, o i fratelli, o il marito le assegnano:
e rassegnata, ma piena di fantasia,
sogna, oltre quell’orizzonte, terre solo più felici,
ed eroiche,
senza osare desiderarle per sé,
ma desiderandole solo per quel figlietto al suo fianco,
anche lui tutto imperlato del fresco delle primule.
Scorreva un fiume, in quel paradiso,
e ognuno può dargli il nome che vuole,
ognuno ha il suo, ch’è sempre lo stesso;
perché la casa dove la madre e il nuovo padre alloggiano
dopo il matrimonio, è sempre nei dintorni di un fiume.
Esso può scorrere tra una campagna potentemente verde
oppure tra le dune delle rive del mare:
o può essere pargolo
tra rocce sparse a caso al sole.
Non importa. Intorno a quel fiume profondo e verde,
oppure magro d’acqua tra i sassi asciutti,
crescono da soli i frutti, e hanno nomi di paradiso,
mele, uva, ciliegie. E i fiori, gli inutili fiori,
non montano meno di loro: e anche i loro nomi
sono meravigliosi, primule, appunto, o girasoli,
o le rose di macchia, con quei petali che si sfanno
tra le spine, o i bucaneve, o i fiori dei tigli...
Anche il sole è una creatura amica,
addolcita dall’indifesa idea che la madre
comunica al piccolo figlio coraggioso al suo fianco;
e come nasce al mattino, muore alla sera,
e lascia il posto a quelle stelle che il bambino
deve appena vedere, e lasciare ai loro silenzi.
Ma non tutte le madri sono innocenti!
E anche la più innocente delle madri
– e non si sa come possa averlo fatto –
è sottostata a ciò che per il figlio
è spaventoso scandalo.
Un usignolo cantava disperato
anche quando nessuno l’udiva
ai margini del paradiso.
E lo stesso odio senza ragione,
nato da solo, come un frutto o un fiore
del paradiso terrestre – rinacque.
La nostra vita è un folle identificarsi
con coloro che qualcosa di immensamente nostro
ci mette accanto.
Fummo, così, la madre che pecca davanti al frutto
del pianto senza perdono, al frutto
ignoto a noi, terrorizzati dal suo mistero
che resuscitava i giorni del padre
– anteriori a quelli del paradiso terrestre.
Risplendette di nuovo il sole del deserto
su quel piccolo pomo umano, meta di povera gola.
Ma era terrificante,
come appunto, il sole di un altro tempo,
di un altro mondo:
il solito sole di ogni giorno se ne stava
in disparte, segregato come in un improvviso dicembre,
e l’altro fiammeggiava; solleone e peste;
a creare un profondo silenzio,
e la mamma, ch’ era il suo bambino,
addentò con materna innocenza e figliale malizia
quel frutto estivo.
Subito il nuovo padre – che in confronto all’ antico
era come questo gramo sole d’inverno in confronto
a quello che fiammeggiava su lui, delle Prime Estati –
seguì il suo esempio, umile uomo della terra,
facilmente tentato e facilmente corrotto.
Anche con lui ci eravamo identificati
perché, in quanto noi stessi, non potevamo esistere:
potevamo esistere solo se eravamo il padre, la madre.
Peccammo con le loro bocche, con le loro mani.
E il Primo Padre ci cacciò.
Perdemmo così anche il secondo paradiso.
Due sono dunque i paradisi che noi abbiamo perduto!
Stretti per mano alla madre
prendemmo le strade del mondo.
Lucifero si staccò da Abele
e seguì il suo destino
finendo nel buio più profondo.
Abele morì
ucciso da se stesso col forne di Caino.
Insomma non restò che un figlio,
un figlio solo.
Questo almeno è avvenuto nelle terre
dove dodicimila anni fa si ebbe la prima seminagione,
e, dopo un millennio da questo avvenimento,
fu nominato un re padrone degli uomini moltiplicati,
tra l’ultimo biancheggiare del mare e il primo
rosa del deserto. Quanto vasellame colorato!
Dovemmo guadagnarci la vita:
questo ci tolse a noi, e fu ed è il primo inferno
– questo, questo, che tu visiti e ricordi.
Ma sotto all’inferno c’è un altro inferno,
come prima del paradiso c’era un altro paradiso.
E come non puoi avere che un’ombra di memoria
di quel paradiso, così non puoi avere che un vago
sospetto di questo secondo inferno: che vivi
e non sai,
e tolto a te stesso, povero figlio
con una falsa idea di sé,
con un insignificante ricordo
di genitori invecchiati o morti,
con una vita quotidiana dove il lavoro
(tranne i rari casi in cui è un ornamento del sesso)
è una necessità della vita che annienta la vita.



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martedì 23 aprile 2013

“Teorema” di Pasolini e il dramma della Rivelazione

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



“Teorema” di Pasolini e il dramma della Rivelazione


Cosa succederebbe se Dio si presentasse ora, in tutta la sua potenza, tra gli uomini? Questo è il postulato su cui Pasolini costruì il suo Teorema – film nel 1968 e libro nel 1969 – cioè sull’ipotesi di una rivelazione divina nella storia. E Dio è rappresentato come un bellissimo giovane dagli occhi azzurri, ospite di una famiglia ricchissima ma piccolo borghese («in senso ideologico») di Milano.

L’ospite irrompe nella vuota ritualità da ceto medio
della famiglia concedendosi materialmente (metafora della sua rivelazione) a tutti i membri: prima alla serva Emilia («un’alto-italiana povera, un’esclusa di razza bianca»), poi a Pietro («studente del Parini»), alla madre Lucia («donna annoiata»), all’altra figlia Odetta («dolcissima e inquietante […] vecchia della vecchiezza della sua classe») e infine al padre Paolo («uomo che per tutta la sua vita non si è occupato che di affari», proprietario della fabbrica di Lainate o di Arese). Ma dopo averli posseduti uno per uno, l’ospite riparte improvvisamente lasciandoli soli e radicalmente cambiati, in uno stato di crisi e disperazione. Dice Pietro all’ospite in procinto di partire:

«io, prima che tu entrassi nella mia vita –
rimettendola in discussione
e trasformandola in un cumulo di macerie –
ero come tutti i miei compagni.
[…]
Il dolore dell’addio sconfina
con questo senso tragico di un futuro
da passarsi in compagnia di un nuovo Pietro,
completamente diverso da me»
Ecco che l’ospite è Dio che dopo essersi rivelato all’uomo, infondendogli il suo logos, paradossalmente lo lascia in uno stato di totale smarrimento. Oppure, come scrisse Zanzotto, l’ospite rappresenterebbe «l’irruzione dello sguardo poetico», cioè della poesia che produce «un salto di qualità nell’esistenza» ma che, spezzettandosi dentro la realtà, causa «più dolore o danno che gioia, o disordine non seguito da più alta armonizzazione».

La vicenda-teorema prosegue
a questo punto per corollari e ci sono mostrate in maniera frammentaria le conseguenze nei vari personaggi. Ogni corollario sviluppa un discorso che si lega in maniera compatta ma complicatissima con gli altri. Quello di Emilia, cui l’ospite aveva detto: «Tu sarai l’unica a sapere, quando sarò partito, / che non tornerò mai più, e mi cercherai / dove dovrai cercarmi», è la sua fuga dalla villa borghese e prosegue in un cammino di santità ascetica che culmina nell’auto-seppellimento, cioè nella preservazione sotterranea e invisibile della purezza divina. A questo s’intreccia il tragico corollario di Odetta, ormai incapace di qualsiasi azione, persino vitale, trasportata in una grande e luminosa clinica privata che rappresenta la sua passiva adesione al Potere, il suo tradimento di Dio. Nel corollario di Pietro è sviluppata una straordinaria riflessione sul ruolo dell’artista e sul fare arte. Pasolini pone l’accento sull’esperienza di umiliazione, di grandissimo tormento che sta dietro la creazione artistica, definita come un tentativo di esprimere qualcosa di più grande dell’uomo:

«Nessuno deve sapere che un segno riesce bene per caso. Per caso e tremando […]. L’autore è un povero tremante idiota […]. Vive nel caso e nel rischio, disonorato come un bambino. Ha ridotto la sua vita a una malinconia ridicola di chi vive degradato dall’impressione di qualcosa perduto per sempre».
Ma Pietro rappresenta anche il borghese che aderisce alla contestazione giovanile e il Pasolini anti-sessantottino polemizza:
«Solo noi borghesi sappiamo essere teppisti,
e i giovani estremisti, scavalcando Marx e vestendosi
al mercato delle Pulci, non fanno altro che urlare
da generali e ingegneri contro generali e ingegneri.
E’ una lotta intestina.
Chi veramente morisse di consunzione,
vestito da mugik, non ancora sedicenne,
sarebbe il solo forse ad avere ragione.
Gli altri si scannano fra loro».
C’è poi il corollario di Lucia, che tenta invano di ritrovare la rivelazione dell’Ospite procurandosi rapporti con ragazzi giovanissimi. La sua vicenda termina sull’uscio di una vecchia e abbandonata chiesa di campagna, attratta da un Cristo che appare nell’abside. L’ultimo personaggio è quello del padre, Paolo. La partenza dell’Ospite ha provocato in lui una grave crisi che lo porta a donare la fabbrica agli operai dopo aver compiuto una simbolica vestizione alla Stazione Centrale. Paolo rappresenta la nuova borghesia della società dei consumi che supera le sue crisi di classe e il rischio della lotta proletaria attuando l’omologazione di tutti gli uomini in piccolo-borghesi. Il teorema di Pasolini si dissolve in un urlo nel deserto, «destinato a durare oltre ogni possibile fine» che sembra adempiere la funzione di un testamento poetico, un urlo di cui non si conosce il significato ma che chiede, domanda a Dio ancora una rivelazione:
«IO SONO PIENO DI UNA DOMANDA A CUI NON SO RISPONDERE».

Fonte:
 http://www.artandfacts.org/teorema-di-pasolini-e-il-dramma-della-rivelazione/


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Curatore, Bruno Esposito

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