"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Eretico e Corsaro
Pier Paolo Pasolini
Il potere senza volto
Che cos’è la cultura di una nazione?
24, giugno 1974 - I problemi di un intellettuale appartenente
all’intelligencija sono diversi da quelli di un partito e di un uomo politico,
anche se magari l’ideologia è la stessa. Vorrei che i miei attuali
contraddittori di sinistra comprendessero che io sono in grado di rendermi conto
che, nel caso che lo Sviluppo subisse un arresto e si avesse una recessione, se
i Partiti di Sinistra non appoggiassero il Potere vigente, l’Italia
semplicemente si sfascerebbe; se invece lo Sviluppo continuasse così com’è
cominciato, sarebbe indubbiamente realistico il cosiddetto «compromesso
storico», unico modo per cercare di correggere quello Sviluppo, nel senso
indicato da Berlinguer nel suo rapporto al CC del partito comunista. Tuttavia,
come a Maurizio Ferrara non competono le «facce», a me non compete questa
manovra di pratica politica. Anzi, io ho, se mai, il dovere di esercitare su
essa la mia critica, donchisciottescamente e magari anche estremisticamente.
Quali sono dunque i miei problemi?
***
Che cos’è la cultura di una nazione? Correntemente si crede, anche da parte
di persone colte, che essa sia la cultura degli scienziati, dei politici, dei
professori, dei letterati, dei cineasti ecc.: cioè che essa sia la cultura
dell'intelligencija. Invece non è così. E non è neanche la cultura della classe
dominante, che, appunto, attraverso la lotta di classe, cerca di imporla almeno
formalmente. Non è infine neanche la cultura della classe dominata, cioè la
cultura popolare degli operai e dei contadini. La cultura di una nazione è
l'insieme di tutte queste culture di classe: è la media di esse. E sarebbe
dunque astratta se non fosse riconoscibile - o, per dir meglio, visibile - nel
vissuto e nell’esistenziale, e se non avesse di conseguenza una dimensione
pratica. Per molti secoli, in Italia, queste culture sono stato distinguibili
anche se storicamente unificate. Oggi - quasi di colpo, in una specie di Avvento
- distinzione e unificazione storica hanno ceduto il posto a una omologazione
che realizza quasi miracolosamente il sogno interclassista del vecchio Potere. A
cosa è dovuta tale omologazione? Evidentemente a un nuovo Potere.
Scrivo
"Potere" con la P maiuscola - cosa che Maurizio Ferrara accusa di
irrazionalismo, su «l’Unità» (12-6-1974) - solo perché sinceramente non so in
cosa consista questo nuovo Potere e chi lo rappresenti. So semplicemente che
c’è. Non lo riconosco più né nel Vaticano, né nei Potenti democristiani, né
nelle Forze Armate. Non lo riconosco più neanche nella grande industria, perché
essa non è più costituita da un certo numero limitato di grandi industriali: a
me, almeno, essa appare piuttosto come un tutto (industrializzazione totale), e,
per di più, come tutto non italiano (transnazionale).
Conosco, anche perché le vedo e le vivo, alcune caratteristiche di questo
nuovo Potere ancora senza volto: per esempio il suo rifiuto del vecchio
sanfedismo e del vecchio clericalismo, la sua decisione di abbandonare la
Chiesa, la sua determinazione (coronata da successo) di trasformare contadini e
sottoproletari in piccoli borghesi, e soprattutto la sua smania, per così dire
cosmica, di attuare fino in fondo lo "Sviluppo": produrre e consumare.
L'identikit di questo volto ancora bianco del nuovo Potere attribuisce
vagamente ad esso dei tratti "moderati", dovuti alla tolleranza e a una
ideologia edonistica perfettamente autosufficiente; ma anche dei tratti feroci e
sostanzialmente repressivi: la tolleranza è infatti falsa, perché in realtà
nessun uomo ha mai dovuto essere tanto normale e conformista come il
consumatore; e quanto all'edonismo, esso nasconde evidentemente una decisione a
preordinare tutto con una spietatezza che la storia non ha mai conosciuto.
Dunque questo nuovo Potere non ancora rappresentato da nessuno e dovuto a una
«mutazione» della classe dominante, è in realtà - se proprio vogliamo conservare
la vecchia terminologia - una forma "totale" di fascismo. Ma questo Potere ha
anche "omologato" culturalmente l’Italia: si tratta dunque di un’omologazione
repressiva, pur se ottenuta attraverso l'imposizione dell'edonismo e della joie
de vivre. La strategia della tensione è una spia, anche se sostanzialmente
anacronistica, di tutto questo.
Maurizio Ferrara, nell’articolo citato (come
del resto Ferrarotti, in « Paese Sera », 14-6-1974) mi accusa di estetismo. E
tende con questo a escludermi, a recludermi. Va bene: la mia può essere l’ottica
di un « artista », cioè, come vuole la buona borghesia, di un matto. Ma il fatto
per esempio che due rappresentanti del vecchio Potere (che servono però ora, in
realtà, benché interlocutoriamente, il Potere nuovo) si siano ricattati a
vicenda a proposito dei finanziamenti ai Partiti e del caso Montesi, può essere
anche una buona ragione per fare impazzire: cioè screditare talmente una classe
dirigente e una società davanti agli occhi di un uomo, da fargli perdere il
senso dell’opportunità e dei limiti, gettandolo in un vero e proprio stato di
«anomia». Va detto inoltre che l’ottica dei pazzi è da prendersi in seria
considerazione: a meno che non si voglia essere progrediti in tutto fuorché sul
problema dei pazzi, limitandosi comodamente a rimuoverli.
Ci sono certi
pazzi che guardano le facce della gente e il suo comportamento. Ma non perché
epigoni del positivismo lombrosiano (come rozzamente insinua Ferrara), ma perché
conoscono la semiologia. Sanno che la cultura produce dei codici; che i codici
producono il comportamento; che il comportamento è un linguaggio; e che in un
momento storico in cui il linguaggio verbale è tutto convenzionale e
sterilizzato (tecnicizzato) il linguaggio del comportamento (fisico e mimico)
assume una decisiva importanza.
Per tornare così all’inizio del nostro discorso, mi sembra che ci siano delle
buone ragioni per sostenere che la cultura di una nazione (nella fattispecie
l’Italia) è oggi espressa soprattutto attraverso il linguaggio del
comportamento, o linguaggio fisico, più un certo quantitativo - completamente
convenzionalizzato e estremamente povero - di linguaggio verbale.
È a un
tale livello di comunicazione linguistica che si manifestano: a) la mutazione
antropologica degli italiani; b) la loro completa omologazione a un unico
modello. Dunque: decidere di farsi crescere i capelli fin sulle spalle, oppure
tagliarsi i capelli e farsi crescere i baffi (in una citazione
protonovecentesca); decidere di mettersi una benda in testa oppure di calcarsi
una scopoletta sugli occhi; decidere se sognare una Ferrari o una Porsche;
seguire attentamente i programmi televisivi; conoscere i titoli di qualche
best-seller; vestirsi con pantaloni e magliette prepotentemente alla moda; avere
rapporti ossessivi con ragazze tenute accanto esornativamente, ma, nel tempo
stesso, con la pretesa che siano «libere» ecc. ecc. ecc.: tutti questi sono atti
culturali.
Ora, tutti gli Italiani giovani compiono questi identici atti,
hanno questo stesso linguaggio fisico, sono interscambiabili; cosa vecchia come
il mondo, se limitata a una classe sociale, a una categoria: ma il fatto è che
questi atti culturali e questo linguaggio somatico sono interclassisti. In una
piazza piena di giovani, nessuno potrà più distinguere, dal suo corpo, un
operaio da uno studente, un fascista da un antifascista; cosa che era ancora
possibile nel 1968.
I problemi di un intellettuale appartenente
all’intelligencija sono diversi da quelli di un partito e di un uomo politico,
anche se magari l’ideologia è la stessa. Vorrei che i miei attuali
contraddittori di sinistra comprendessero che io sono in grado di rendermi conto
che, nel caso che lo Sviluppo subisse un arresto e si avesse una recessione, se
i Partiti di Sinistra non appoggiassero il Potere vigente, l’Italia
semplicemente si sfascerebbe; se invece lo Sviluppo continuasse così com’è
cominciato, sarebbe indubbiamente realistico il cosiddetto «compromesso
storico», unico modo per cercare di correggere quello Sviluppo, nel senso
indicato da Berlinguer nel suo rapporto al CC del partito comunista (cfr.
«l’Unità », 4-6-1974). Tuttavia, come a Maurizio Ferrara non competono le
«facce», a me non compete questa manovra di pratica politica. Anzi, io ho, se
mai, il dovere di esercitare su essa la mia critica, donchisciottescamente e
magari anche estremisticamente. Quali sono dunque i miei problemi?
Eccone per esempio uno. Nell’articolo che ha suscitato questa polemica
(«Corriere della sera», 10-6-1974) dicevo che i responsabili reali delle stragi
di Milano e di Brescia sono il governo e la polizia italiana: perché se governo
e polizia avessero voluto, tali stragi non ci sarebbero state. È un luogo
comune. Ebbene, a questo punto mi farò definitivamente ridere dietro dicendo che
responsabili di queste stragi siamo anche noi progressisti, antifascisti, uomini
di sinistra. Infatti in tutti questi anni non abbiamo fatto nulla:
1) perché
parlare di « Strage di Stato » non divenisse un luogo comune, e tutto si
fermasse lì;
2) (e più grave) non abbiamo fatto nulla perché i fascisti non
ci fossero. Li abbiamo solo condannati gratificando la nostra coscienza con la
nostra indignazione; e più forte e petulante era l’indignazione più tranquilla
era la coscienza.
In realtà ci siamo comportati coi fascisti (parlo
soprattutto di quelli giovani) razzisticamente: abbiamo cioè frettolosamente e
spietatamente voluto credere che essi fossero predestinati razzisticamente a
essere fascisti, e di fronte a questa decisione del loro destino non ci fosse
niente da fare. E non nascondiamocelo: tutti sapevamo, nella nostra vera
coscienza, che quando uno di quei giovani decideva di essere fascista, ciò era
puramente casuale, non era che un gesto, immotivato e irrazionale: sarebbe
bastata forse una sola parola perché ciò non accadesse. Ma nessuno di noi ha mai
parlato con loro o a loro. Li abbiamo subito accettati come rappresentanti
inevitabili del Male. E magari erano degli adolescenti e delle adolescenti
diciottenni, che non sapevano nulla di nulla, e si sono gettati a capofitto
nell’orrenda avventura per semplice disperazione.
Ma non potevamo
distinguerli dagli altri (non dico dagli altri estremisti: ma da tutti gli
altri). È questa la nostra spaventosa giustificazione.
Padre Zosima
(letteratura per letteratura!) ha subito saputo distinguere, tra tutti quelli
che si erano ammassati nella sua cella, Dmitrj Karamazov, il parricida. Allora
si è alzato dalla sua seggioletta ed è andato a prosternarsi davanti a lui. E
l’ha fatto (come avrebbe detto più tardi al Karamazov più giovane) perché Dmitrj
era destinato a fare la cosa più orribile e a sopportare il più disumano
dolore.
Pensate (se ne avete la forza) a quel ragazzo o a quei ragazzi che sono
andati a mettere le bombe nella piazza dì Brescia. Non c’era da alzarsi e da
andare a prosternarsi davanti a loro? Ma erano giovani con capelli lunghi,
oppure con baffetti tipo primo Novecento, avevano in testa bende oppure
scopolette calate sugli occhi, erano pallidi e presuntuosi, il loro problema era
vestirsi alla moda tutti allo stesso modo, avere Porsche o Ferrari, oppure
motociclette da guidare come piccoli idioti arcangeli con dietro le ragazze
ornamentali, si, ma moderne, e a favore del divorzio, della liberazione della
donna, e in generale dello sviluppo... Erano insomma giovani come tutti gli
altri: niente li distingueva in alcun modo. Anche se avessimo voluto non avremmo
potuto andare a prosternarci davanti a loro. Perché il vecchio fascismo, sia
pure attraverso la degenerazione retorica, distingueva: mentre il nuovo fascismo
- che è tutt’altra cosa - non distingue più: non è umanisticamente retorico, è
americanamente pragmatico. Il suo fine è la riorganizzazione e I’omologazione
brutalmente totalitaria del mondo.
Pier Paolo Pasolini
Il Corriere della
sera, 24 giugno 1974
Fonte:
Vedi anche:
Indice dei post – Politica, società e rivoluzione antropologica secondo Pasolini
Indice dei post – Politica, società e rivoluzione antropologica secondo Pasolini
| Titolo del post (cliccabile) | Descrizione breve |
|---|---|
| Pier Paolo Pasolini, «Gli italiani non sono più quelli» – Studio sulla rivoluzione antropologica in Italia | Analisi della trasformazione antropologica dell’Italia del boom economico e della mutazione dei comportamenti collettivi secondo Pasolini. |
| Politica e società secondo Pasolini – I pasticci dell’esteta, di Maurizio Ferrara | Commento critico di Ferrara sulle posizioni politiche di Pasolini, tra estetismo, polemica civile e lettura dei mutamenti sociali. |
| Pier Paolo Pasolini – Il potere senza volto | Riflessione sul nuovo potere impersonale e tecnocratico denunciato da Pasolini negli anni ’70, privo di identità e più pervasivo dei poteri tradizionali. |
| Ancora sulle recenti prese di posizione di Pier Paolo Pasolini – di Maurizio Ferrara | Ferrara risponde alle ultime dichiarazioni pubbliche di Pasolini, analizzandone implicazioni politiche e culturali. |
| Pasolini, gli Italiani oggi – Controcampo, trasmissione del 19 ottobre 1974 | Sintesi dell’intervento televisivo di Pasolini a Controcampo, dove discute la crisi morale, la mutazione antropologica e il nuovo conformismo italiano. |
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