"Le pagine corsare "
dedicate a Pier Paolo Pasolini
Rileggere Pasolini non è nostalgia: è resistenza
"la ribellione che ci manca”
Un piccolo saggio di
© Bruno Esposito
“Il potere non si sa più dove sia.
È un potere che si è fatto anarchico.”
- Cosa succede quando il potere non ha più volto, né voce, né responsabilità?
- Pasolini non parlava solo del suo tempo. Parlava anche del nostro.
- Oggi, tra algoritmi e influencer, quel potere è più vivo che mai.
- Ma cosa intendeva davvero? E perché la sua idea di “anarchia del potere” ci riguarda ancora oggi?
- Il potere invisibile non si combatte con slogan, ma con la coscienza.
Pier Paolo Pasolini, intellettuale tra i più lucidi e controversi del Novecento italiano, ha coniato l’espressione “anarchia del potere” per descrivere una trasformazione profonda e inquietante della società italiana post-bellica ad opera di un potere che manovra in totale anonimato. Questo concetto, di "anarchia del potere", così come formulato da Pier Paolo Pasolini negli anni finali della sua vita, rappresenta una delle chiavi di lettura più originali e disturbanti dell’Italia tardo-novecentesca. In apparenza ossimorico – accostando la negazione di ogni legge all’estremo compimento dell’autorità – questo concetto emerge dalle pagine più celebri degli Scritti corsari e delle Lettere luterane, dai film e dagli interventi pubblici del poeta-regista, e viene declinato come critica radicale contro il nuovo volto delle società occidentali, dominate dall’omologazione consumistica, dalla falsa tolleranza e dalle strategie di un potere senza volto.
Nei decenni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale, l’Italia attraversa una trasformazione profonda. Dal dopoguerra al cosiddetto “miracolo economico” degli anni Cinquanta e Sessanta, la società conosce un rapidissimo sviluppo industriale e la conseguente crisi dell’agricoltura, che aveva caratterizzato il sistema economico e i costumi sociali fino ad allora. Nasce la società di massa: milioni di contadini si spostano verso il Nord industrializzato e verso le grandi città, diventando operai, tecnici, impiegati; i giovani vivono nelle periferie delle metropoli e si stacca, anche linguisticamente, dalla tradizione.
Questa modernizzazione accelerata produce non solo benessere, crescita del reddito e miglioramento degli stili di vita, ma anche una radicale destrutturazione delle identità culturali e delle coesioni tradizionali, soprattutto nelle “culture particolari” (contadina, sottoproletaria, operaia). Pasolini, già nella seconda metà degli anni Cinquanta e nei primi anni Sessanta, avverte le avvisaglie di una “mutazione antropologica”, destinata a incidere sulla dimensione più profonda della vita nazionale.
