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martedì 28 giugno 2022

San Paolo in doppiopetto grigio sulla via di Pasolini - Stampa Sera, mercoledi 7 e giovedi 8 gennaio 1970

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




San Paolo in doppiopetto grigio sulla via di Pasolini  

Stampa Sera
mercoledi 7 e giovedi 8 gennaio 1970
Adele Galloni
(Trascrizione curata da B. Esposito)

Un San Paolo in doppiopetto grigio, capelli  « beat ». il viso emaciato e intelligente di Terzìeff. ecco il protagonista del prossimo film di Pasolini. 

« Per ora ho scelto solo lui, gli altri attori 1: troverò girando, come Santo Stefano, d: cui simboleggerò il martirio facendolo fucilare a Parigi dai nazisti, perché il mio film sarà moderno, attualissimo ». 

La sceneggiatura de « Le lettere di S. Paolo » da cui Pasolini trarrà questo film, e pronta da tempo. 

martedì 30 marzo 2021

Rimpianto per il “Paolo” di Pasolini

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro


 
 

Rimpianto per il “Paolo” di Pasolini
(ZENIT.org).
Pubblichiamo di seguito ampi estratti dell'articolo scritto da don Attilio Monge, già responsabile del settimanale Orizzonti, del Giornalino e poi della Sampaolofilm, e apparso sul primo numero della rivista “Paulus” .


Se, come credo, anche i santi alla fine della vita nutrono rimpianti, so per certo che don Giacomo Alberione, ora beato, fondatore della Società San Paolo, Congregazione religiosa che si dedica ai mezzi moderni di comunicazione e quindi anche al cinema, alla sera della vita ha avuto il rammarico di non aver realizzato un film su Paolo, l’apostolo che ha ispirato la sua grande opera. Negli scaffali della Sampaolofilm, con le numerose sceneggiature dei film e documentari biblici o

martedì 2 febbraio 2021

Pier Paolo Pasolini un rimpianto... San Paolo il film non realizzato

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Nelle immagini Pasolini a New York - photo by Duilio Pallottelli

Nell’ottobre del 1966, al festival di New York vengono proiettati i suoi film Accattone e Uccellacci e uccellini e Pasolini fa il suo primo viaggio in America. Sta lavorando al progetto del film su San Paolo e, osservando la metropoli e i suoi abitanti, pensa di trasferire l’azione del suo film/progetto su San Paolo da Roma a New York. 

Di seguito alcuni brani presi da "Pasolini su Pasolini, Conversazioni con Jon Halliday":

"No, no. Welles è un intellettuale e anche una persona di grandissima intelligenza: è stato un attore molto obbediente. D’altronde, io sono lo stesso con Lizzani, non apro mai bocca. Credo che i registi si rendano conto di questa necessità meglio di chiunque altro. Fu un vero piacere lavorare con Orson Welles. Anzi, ho tentato in tutti i modi di assicurarmelo per Teorema, ma è stato impossibile. Tuttavia spero di averlo con me per il San Paolo."

"No, quello di Charles de Foucauld era un altro progetto, molto vago. Ho deciso di abbandonare questa e tutte le altre idee di santi che ho avuto per fare una biografia di Paolo. Incomincerò a girarla nella primavera del 1969. La trasporrò tutta nei nostri tempi: New York sarà l’antica Roma, Parigi sarà Gerusalemme, e Roma sarà Atene. Ho cercato di stabilire una serie di analogie fra le capitali del mondo di oggi e quelle del mondo antico, e la stessa cosa ho fatto per gli avvenimenti reali: cioè, ad esempio, l’episodio iniziale in cui Paolo, che è un fariseo, collaborazionista e reazionario, sta a guardare il martirio di santo Stefano insieme con i carnefici, sarà reso nel film con un episodio analogo successo durante l’occupazione nazista di Parigi, dove Paolo sarà un parigino reazionario e collaborazionista che uccide un combattente della Resistenza. Tutto il film sarà una trasposizione di questo tipo. Ma mi manterrò estremamente fedele al testo di san Paolo e le parole che dirà saranno esattamente quelle che usa nelle sue lettere."

"È un po’ difficile risponderle, in quanto mi sono ritrovato a interessarmi del teatro e a redigere quel Manifesto solo perché ho scritto alcuni testi teatrali, ma non so proprio perché li ho scritti. Tempo fa dovetti rimanere a letto per quasi un mese a causa di un’ulcera. Mi capitò di prendere una penna e le prime cose che mi venne in mente di scrivere furono dei drammi in versi. Il fatto è che non scrivevo poesia da parecchi anni, e improvvisamente mi rimisi a farlo, ma per il teatro, e devo dire che non ho mai scritto con tanta facilità come per il teatro, né mai mi sono altrettanto divertito. Ho solo i copioni, naturalmente, non ho ancora pensato alla messinscena. Forse la cosa è nata dal fatto che mentre ero malato mi sono letto i Dialoghi di Platone, rimanendo addirittura sconvolto dalla loro bellezza. Anzi, le dirò che uno dei film che potrei fare, e che sarebbe il mio ultimo, dopo San Paolo e dopo un altro che intitolerò Calderón – questo è ancora allo stadio di idea – sarebbe una vita di Socrate. So che è un vecchio progetto di Rossellini, ma siccome lui non si decide a realizzarlo lo farò io."
 
"L’ho già detto. È difficile sapere che cosa dire. Mi piacerebbe che il mio ultimo film fosse su Socrate, ma speriamo che salti fuori ancora qualcosa, fra San Paolo e Socrate. Per fare un film su Socrate dovrò aver raggiunto un livello in cui avrò esaurito tutte quelle motivazioni marginali che mi spingono a fare dei film, arrivando così a un cinema disinteressato, assolutamente puro; come ho fatto in parte con Uccellacci e uccellini, ma solo in minima parte. Mi piacerebbe arrivare a una maggiore purezza e a un maggior disinteresse, mi piacerebbe arrivare a un rapporto più puro col pubblico. Idealmente, perciò, una vita di Socrate potrebbe essere il mio ultimo film: mi piacerebbe che costituisse il culmine della mia esperienza cinematografica."


"Io volevo fare a tutti i costi un film sulla vita di san Paolo, da anni. La sceneggiatura era già pronta. La fantasia già in moto, disperatamente. Ora non posso più farlo. Non dico come e perché."

Tempo n. 2, 11 gennaio 1969

"«Io non Enea, io non Paolo sono». Come se nel sogno volessi dire che io sono come questo e come quello, cioè due personaggi importanti e significativi, diversi da me: e lo dicevo a un tale «Spietato», che, questo lo so (anzi, lo sapevo nel sogno), era l’Uomo."

Tempo n. 15, 12 aprile 1969


Progetto per un film su San Paolo
P. P. PASOLINI, San Paolo, Torino, Einaudi, 1977.


L ’idea poetica - che dovrebbe diventare insieme il filo conduttore del film - e anche la sua novità — consiste nel trasporre l’intera vicenda di San Paolo ai nostri giorni. Questo non significa che io voglia in qualche modo manomettere o alterare la lettera stessa della sua predicazione: anzi, come ho già fatto per il Vangelo, nessuna delle parole pronunciate da Paolo nel dialogo del film sarà inventata o ricostruita per analogia. E poiché sarà naturalmente necessario fare una scelta dei discorsi apostolici del santo, farò tale scelta in modo da riassumere l’intero arco dell’apostolato (sarò aiutato in questo da specialisti, che garantiscono l’assoluta fedeltà all’insieme del pensiero di Paolo). Qual’è la ragione per cui vorrei trasporre la sua vicenda terrena ai nostri giorni? È molto semplice: per dare cinematograficamente nel modo più diretto e violento l’impressione e la convinzione della sua attualità. Per dire insomma esplicitamente, e senza neanche costringerlo a pensare, allo spettatore, che «San Paolo è qui, oggi, tra noi» e che lo è quasi fisicamente e materialmente. Che è alla nostra società che egli si rivolge; è la nostra società che egli piange e ama, minaccia e perdona, aggredisce
e teneramente abbraccia. Tale violenza temporale usata alla vita di San Paolo, cosi fatta riaccadere nel cuore degli Anni Sessanta, richiede naturalmente tutta una lunga serie di trasposizioni. La prima, e capitale, di queste trasposizioni, consiste nel sostituire il conformismo dei tempi di Paolo (o meglio i due conformismi: quello dei Giudei e quello dei Gentili), con un conformismo contemporaneo: che sarà dunque quello tipico dell’attuale civiltà borghese, sia nel suo aspetto ipocritamente e convenzionalmente religioso (analogo a quello dei Giudei), sia nel suo aspetto laico, liberale e materialista (analogo a quello dei Gentili). Tale grossa trasposizione, fondata sull’analogia, ne implica fatalmente molte altre. In questo gioco di trasposizioni che si implicano vicendevolmente e richiedono quindi una certa coerenza, io vorrei però mantenermi libero. Dato cioè che il mio primo obiettivo è quello di rappresentare fedelmente l’apostolato ecumenico di San Paolo, vorrei potermi disobbligare anche da una certa coerenza esteriore e letterale. Mi spiego. Il mondo in cui — nel nostro film - vive e opera San Paolo è dunque il mondo del 1966 o ’67: di
conseguenza, è chiaro che tutta la toponomastica deve essere spostata. Il centro del mondo moderno — la capitale del colonialismo e dell’imperialismo moderno — la sede del potere moderno sul resto della terra - non è più, oggi, Roma. E se non è Roma, qual’è? Mi sembra chiaro: New York, con Washington. In secondo luogo: il centro culturale, ideologico, civile, a suo modo religioso - il sacrario cioè del conformismo illuminato e intelligente - non è più Gerusalemme, ma Parigi. La città equivalente all’Atene di allora, poi, è grosso modo la Roma di oggi (vista naturalmente come una città dalla grande tradizione storica, ma non religiosa). E Antiochia potrebbe essere probabilmente sostituita, per analogia, da Londra (in quanto capitale di un impero antecedente alla supremazia americana, come l’impero macedone-alessandrino aveva preceduto quello romano). Il teatro dei viaggi di San Paolo non è più, dunque, il bacino del Mediterraneo, ma l’Atlantico. Passando dalla geografia alla realtà storico-sociale: è chiaro che San Paolo ha demolito rivoluzionariamente con la semplice forza del suo messaggio religioso, un tipo di società fondata sulla violenza di classe, l’imperialismo e lo schiavismo;
ed è dunque di conseguenza chiaro che alla aristocrazia romana e alle varie classi dirigenti collaborazioniste va sostituita per analogia l’odierna classe borghese che ha in mano il capitale, mentre agli umili e ai sottomessi vanno sostituiti, per analogia, i borghesi avanzati, gli operai, i sottoproletari del giorno d’oggi. Naturalmente, tutto questo non sarà esposto cosi esplicitamente e didascalicamente, nel film! Le cose, i personaggi, gli ambienti parleranno da sé. E da qui nascerà il fatto più nuovo e forse poetico del film: le «domande» che gli evangelizzati porranno a San Paolo saranno domande di uomini moderni, specifiche, circostanziate, problematiche, politiche, formulate con un linguaggio tipico dei nostri giorni; le «risposte» di San Paolo, invece, saranno quelle che sono: cioè esclusivamente religiose, e per di più formulate col linguaggio tipico di San Paolo, universale ed eterno, ma inattuale (in senso stretto). Cosi il film rivelerà attraverso questo processo la sua profonda tematica: che è contrapposizione di «attualità» e «santità» - il mondo della storia, che tende, nel suo eccesso di presenza e di urgenza, a sfuggire nel mistero, nell’astrattezza, nel puro interrogativo — e il mondo del divino, che, nella sua religiosa astrattezza, al contrario, discende tra gli uomini, si fa concreto e operante.

Quanto alla composizione del film, io penserei di farne una «tragedia episodica» (secondo la vecchia definizione di Aristotele): poiché appare evidentemente assurdo raccontare la vita di San Paolo per intero. Si tratterà di un insieme di episodi significativi e determinanti, raccontati in modo da includere il più possibile anche gli altri. In testa a ognuno di questi episodi, che si svolgono ai nostri giorni, sarà scritta la data reale (63 o 64 dopo Cristo, ecc. ecc.); come del resto prima dei titoli di testa del film, per chiarezza, verrà sostituita la cartina con gli itinerari veri di San Paolo, a quella con gli itinerari «trasposti».
Elenco schematicamente e irregolarmente alcuni degli episodi che costituiranno con tutta probabilità l’ossatura del film.

1 ) Il martirio di Santo Stefano.


Siamo a Parigi, durante l’occupazione nazista. Tra i francesi, alcuni sono collaborazionisti, altri protestano passivamente, altri ancora che resistono con le armi (gli Zeloti). San Paolo, fariseo, è un borghese profondamente inserito nella sua società, per lunga tradizione familiare: egli si oppone al dominio straniero unicamente in nome di una religione dogmatica e fanatica. Egli vive in uno stato di inconsapevole insincerità, che, nella sua anima fatta per essere sincera fino allo spasimo, si fa tensione quasi folle. I fatti del processo e della morte di Stefano si svolgono esattamente come sono narrati negli Atti degli Apostoli - con l’integrazione delle altre testimonianze storiche. Nessun fatto, nessuna parola sarà inventata o aggiunta. Solo che, naturalmente, si tratterà invece che di una lapidazione antica, di un atroce linciaggio moderno. Ma Stefano morente pronuncerà le stesse parole di perdono. E Paolo le ascolterà - presente all’esecuzione, a rappresentare l’ufficialità, che crede, in tal modo, di liberarsi della verità che viene a distruggerla.

2 ) La folgorazione.


Come negli Atti degli Apostoli, Paolo chiede di andare a continuare la persecuzione cristiana a Damasco. Questa è una città fuori dal dominio nazista - potrebbe essere in Spagna: per esempio Barcellona — dove si sono rifugiati Pietro e gli altri fedeli di Cristo. La traversata del deserto è cosi la traversata di un deserto simbolico: siamo per le strade di una grande nazione europea, le campagne del Sud della Francia, e poi i Pirenei, e poi la Catalogna, perdute nel fondo senza speranza della guerra — in un silenzio, che può essere reso reale e tangibile rendendo completamente muta la colonna sonora del film: cosi da dare fantasticamente, e in modo ancora più angoscioso della realtà, l’idea del deserto. In una qualsiasi di queste grandi strade piene di traffico e dei soliti atti della vita quotidiana, ma perdute nel più totale silenzio - Paolo è colto dalla luce. Cade, e sente la voce della vocazione. Giunge cieco a Barcellona; vi incontra Anania e gli altri rifugiati cristiani; si unisce a loro, convertito; decide di ritirarsi a meditare nel deserto.

3 ) Idea di predicare ai Gentili.

È quello che nelle «sceneggiature» si chiama «risvolto». Paolo torna verso i suoi nuovi amici, già santo, trascinato da un impeto di amore e di ispirata volontà, quando una sua stessa idea rovescia la situazione e crea nuove terribili difficoltà e prospettive del tutto nuove: è una vera rivoluzione nella rivoluzione. Vorrei ricostruire il momento concreto (magari inventandolo, se non esiste una testimonianza diretta) in cui è scesa in San Paolo la nuova luce ispiratrice. Comincia cosi - e ne vediamo i primi atti - quell’apostolato che è «scandalo per i Giudei, stoltezza per i Gentili».

4-5-6) Avventure della predicazione.

Una serie di tre o quattro episodi «tipici» della prima parte della predicazione: «tipici» e quindi rappresentativi anche di intere serie di altri episodi che non possono essere narrati. Per la serie degli episodi dell’evangelizzazione delle persone appartenenti alle classi agiate e colte, si potrebbe trascegliere la predicazione ad Atene (che abbiamo detto di sostituire, per analogia, con la moderna Roma, scettica, ironica, liberale); mentre per la serie degli episodi dell’evangelizzazione della gente semplice, si potrebbero trascegliere due storie, una che riguarda gli operai o artigiani, l’altra il sottoproletariato più sordido e abbandonato: ossia la storia dei fabbricanti di «souvenirs» d’argento del tempio (credo) di Venere, che vedono diminuire i loro guadagni in seguito al discredito di quel tempio meta di pellegrinaggi; e la storia di quel gruppo di poveri diavoli che, per sbarcare il lunario, fingono di saper scacciare il demonio dagli indemoniati, come Paolo e in nome di Paolo, mentre non ci riescono, e finiscono male ecc. ecc.

7) Il sogno del Macedone.


Gli episodi che ho descritto nel paragrafo precedente potrebbero tutti accadere in Italia: ora Paolo prosegue verso il Nord. Il sogno del Macedone può essere quindi sostituito per analogia da un « sogno del Tedesco». Paolo dorme uno di quei suoi dolorosi sonni di malato, che lo riducono a lamentarsi come in un delirio. Ed ecco che, nella pace profonda del sogno, gli appare una figura bellissima: è un giovane tedesco biondo, forte, giovane. Egli parla a Paolo, lo invoca a venire in Germania: il suo appello, che elenca i reali problemi della Germania, e per cui la Germania ha bisogno di aiuto, suona irreale «dentro» quel sogno sacro. Egli parla del neocapitalismo che soddisfa il puro benessere materiale, che inaridisce, del revival nazista, della sostituzione degli interessi ciecamente tecnici agli interessi ideali della Germania classica ecc. ecc. Ma, mentre parla cosi, quel giovane biondo e forte, mano mano — quasicché qualcosa di esterno a lui ne rappresentasse fisicamente l’interiorità e la verità — diventa sempre più pallido, divorato da un misterioso male: piano piano rimane mezzo nudo, orribilmente magro, cade a terra, si raggomitola: è diventato una delle atroci carogne viventi dei lager... Quasi che continuasse questo sogno, vediamo San Paolo che, obbedendo a quell’appello disperato, è in Germania: cammina col passo veloce e sicuro del Santo, lungo una immensa autostrada che porta verso il cuore della Germania... (Mi sono dilungato su questo punto, perché è qui che si fonda, in modo visivo fantastico, il tema del film — che verrà soprattutto sviluppato nella parte finale del martirio nella Roma - New York: ossia il contrasto tra la domanda «attuale» rivolta a Paolo e la sua «risposta» santa).

8 ) La passione religiosa e politica da Gerusalemme a Cesarea.

Paolo è di nuovo a Gerusalemme (Parigi). Comincia qui quella concatenazione di episodi violenti e drammatici, che sono troppo noti perché debba anche sommariamente riassumerli: si tratta della serie di sequenze più drammatiche del film — che si concludono a Cesarea ( Vichy) con la richiesta di Paolo di essere giudicato a Roma.

9 ) San Paolo a Roma.

È questo l’episodio più lungo e ricco del film. A New York siamo nell’ombelico del mondo moderno: K l’«attualità» dei problemi è di una violenza e di una evidenza assolute. La corruzione dell’antico mondo pagano, mista all’inquietudine dovuta al confuso sentimento della fine di tale mondo — è sostituita da una nuova disperata corruzione, per cosi dire la disperazione atomica (la nevrosi, la droga, la contestazione radicale alla società). Lo stato d’ingiustizia dominante in una società schiavista come quella della Roma imperiale può essere qui adombrato dal razzismo e dalla condizione dei negri. È il mondo della potenza, della ricchezza immensa dei monopoli, da una parte, e dall’altra dell’angoscia, della volontà di morire, della lotta disperata dei negri, che San Paolo si trova a evangelizzare. E quanto più «santa» è la sua risposta, tanto più essa sconvolge, contraddice e modifica la realtà attuale. San Paolo finisce cosi in un carcere americano, e viene condannato a morte. La sua esecuzione non sarà descritta naturalisticamente (sostituendo, come al solito, per analogia, la decapitazione con la sedia elettrica): ma avrà i caratteri mitici e simbolici di una rievocazione, come già la caduta nel deserto. San Paolo subirà il martirio in mezzo al traffico della periferia di una grande città, moderna fino allo spasimo, coi suoi ponti sospesi, i suoi grattacieli, la folla immensa e schiacciante, che passa senza fermarsi davanti allo spettacolo della morte, e continua a vorticare intorno, per le sue enormi strade, indifferente, nemica, senza senso. Ma in quel mondo di acciaio e di cemento è risuonata (o è tornata a risuonare) la parola «Dio».



Il film mancato di P. P. Pasolini
Tratto da: San Paolo nella letteratura moderna
di padre Ferdinando Castelli, S.I., apparso su “La Civiltà Cattolica”.


Nel «progetto per un film su san Paolo» (1) Pasolini intendeva mostrare l’attualità dell’Apostolo. Più chiaramente, intendeva trasportare l’intera vicenda di san Paolo ai nostri giorni, in modo che lo spettatore percepisse che «san Paolo è qui, oggi, tra noi e che lo è quasi fisicamente e materialmente. Che è alla nostra società che egli si rivolge; è la nostra società che egli piange e ama, minaccia e perdona, aggredisce e teneramente abbraccia». Conseguentemente l’itinerario paolino si sarebbe spostato dal bacino del Mediterraneo all’Atlantico; così al posto di Gerusalemme, Antiochia, Tarso, Atene, avremmo avuto Parigi, Roma, Londra, Monaco, New York, Barcellona, Napoli. La sostituzione delle località avrebbe comportato la sostituzione del conformismo del tempo di Paolo col conformismo contemporaneo, più precisamente con quello degli Anni Sessanta del Novecento. Vicende personali e difficoltà produttive impedirono la realizzazione del film; di esso abbiamo un abbozzo di sceneggiatura — San Paolo — che consente una conoscenza della concezione pasoliniana sull’apostolo Paolo.

L’idea portante del film fu espressa dallo stesso Pasolini in una lettera a don Emilio Cordero, che reca la data 9 giugno 1966: «Sono certo che sia lei che Don Lamera sarete, come si dice, choccati, da questo abbozzo. Infatti qui si narra la storia di due Paoli: il santo e il prete. E c’è una contraddizione, evidentemente, in questo; io sono tutto per il santo, mentre non sono certo molto tenero con il prete». Tale distinzione permette a Pasolini di identificare la Chiesa col potere, con una istituzione umana, con una necessità («L’istituzione della Chiesa è stata solamente una necessità», p. 56). Tale istituzione è opera diabolica, suggerita e raccontata da Luca, autore degli Atti degli Apostoli, «invaso dal Demonio» (p. 66); «in lui si è incarnato il mandante di Satana» (p. 49).
Paolo vive il dramma di un’anima scissa tra santità — che è libertà, interiorità, gioia — e sacerdozio, che è potere, schiavitù, moralismo. Pasolini insiste nella presentazione di un Paolo spiritualmente dilacerato perché privo di unità interiore. Nel salone di rappresentanza dell’ambasciata italiana «appare in veste di organizzatore, di ex-fariseo, duro, invasato, diplomatico, insomma non santo, ma prete» (p. 130). E il prete, in lui, è autoritario, «il suo volto spira forza, sicurezza, salute e, in qualche modo, una forma di violenza» (p. 140). Il «prete» arriva anche a pronunciare queste parole: «Il nostro è un movimento organizzato... Partito, Chiesa... chiamalo come vuoi [...]. Dobbiamo difendere questo futuro bene di tutti, accettando, sì, anche di essere diplomatici, abili, ufficiali. Accettando di tacere su cose che si dovrebbero dire, di non fare cose che si dovrebbero fare, di fare cose che non si dovrebbero fare» (p. 114).
L’anima del «santo» è soprattutto libertà. Dopo il battesimo, un misterioso sorriso illumina la sua «faccia distorta di fanatico, e dice a bassa voce, ma come si dicono le prime parole di un inno, guardandosi umilmente intorno: “Per la libertà Cristo ci ha liberati”» (p. 33). Libertà da quanto è istituzione, legalismo, convenienza, non importa se ciò comporta scandalo ed emarginazione. Infatti sarà emarginato e respinto sia dai fautori dell’organizzazione sia dagli intellettuali; trascorrerà i suoi giorni in balia di malanni, di rimorsi e di ossessioni che lo ridurranno a uno straccio. L’ultima inquadratura lo presenta «con la faccia del malato, del reietto, ben diverso dal grande organizzatore e teologo, potente e sicuro di sé, in una povera stanza di albergo, ispirato e doloroso», intento a scrivere la lettera di commiato a Timoteo: «Quanto a me, io sono già versato in libagione ed è giunto il momento che io debba sciogliere le vele. Ho combattuto il buon combattimento, ho terminato la corsa, ho mantenuto la fede» (p. 164).
In San Paolo Pasolini riferisce — trasfigurandoli poeticamente — vari episodi della vita dell’Apostolo e riporta correttamente molti suoi testi; tutto però avviene in un contesto «pasoliniano», abitato da complessi psicologici, da rimorsi mai sopiti, da arbitrarie riduzioni teologiche. Nell’Apostolo egli ha trasferito le proprie ossessioni e prospettive.


1) Cfr P. P. PASOLINI, San Paolo, Torino, Einaudi, 1977. Per una puntuale esegesi del testo pasoliniano cfr I. QUIRINO, Pasolini sulla strada di Paolo, Lungro (Cs), Marco, 1999.

Fonte:
http://www.zenit.org/it/articles/san-paolo-nella-letteratura-moderna




Rimpianto per il “Paolo” di Pasolini
(ZENIT.org).
Pubblichiamo di seguito ampi estratti dell'articolo scritto da don Attilio Monge, già responsabile del settimanale Orizzonti, del Giornalino e poi della Sampaolofilm, e apparso sul primo numero della rivista “Paulus” .


Se, come credo, anche i santi alla fine della vita nutrono rimpianti, so per certo che don Giacomo Alberione, ora beato, fondatore della Società San Paolo, Congregazione religiosa che si dedica ai mezzi moderni di comunicazione e quindi anche al cinema, alla sera della vita ha avuto il rammarico di non aver realizzato un film su Paolo, l’apostolo che ha ispirato la sua grande opera. Negli scaffali della Sampaolofilm, con le numerose sceneggiature dei film e documentari biblici o religiosi portati a compimento negli anni ’39-’80, vi sono almeno quattro copioni di autori diversi, mai realizzati, che riguardano la vita di san Paolo. Risalta una sceneggiatura, brossurata con copertina marrone, dal titolo San Paolo di Pier Paolo Pasolini e con il sottotitolo “Appunti per un direttore di produzione”.


Siamo nel 1967 e don Alberione, avviato purtroppo sul viale del tramonto, seppe dell’esistenza del progetto, e sperò di vederne la realizzazione. Chi ne scrive fu l’incaricato principale del programma e certamente – lui sì – si porterà per sempre il rammarico, non la colpa, di non aver realizzato il film di Pasolini. Ma la storia, come vedremo, non è semplice. Nel settembre del 1967 approdo alla Sampaolofilm per affiancarne il direttore, don Emilio Cordero, e sostituirlo due anni dopo. Il mio compito è di seguire la produzione cinematografica. Nasce in quei mesi il progetto Pasolini: a commissionarne la sceneggiatura fu don Cordero, regista di documentari religiosi e del primo film italiano a colori Mater Dei del 1954, film che Pasolini, in seguito, confesserà di aver visionato più volte per Il Vangelo secondo Matteo. Fu il successo di questo film di Pasolini, nonostante alcune resistenze cattoliche, a far pensare a lui per una vita di san Paolo.

[...] Pasolini dedicò i primi mesi del 1968 a scrivere gli appunti su san Paolo e venne due o tre volte a parlarne alla Sampaolofilm: da subito ebbe l’idea della trasposizione di Paolo nei tempi moderni. «L’idea poetica – spiega egli stesso nell’introduzione – che dovrebbe diventare il filo conduttore del film, e anche la sua novità, consiste nel trasporre l’intera vicenda di san Paolo ai nostri giorni, di rimpiazzare cioè i luoghi antichi del potere e della cultura civile e religiosa con Parigi, Londra, Roma, New York». Abbiamo sorriso, leggendo con lui gli appunti, dove Efeso (la caotica città dell’Asia Minore con tante contraddizioni di attività e di razze, ma fra le più amate da Paolo) era diventata la Napoli moderna. Quando il 4 aprile 1968 giunse la notizia dell’uccisione di Martin Luther King, Pasolini fu così colpito che decise di addebitargli la parte del martirio di Paolo, facendo morire l’Apostolo – non già nel traffico di una metropoli, com’era nella prima stesura – ma come Martin Luther King, ucciso da due colpi di fucile sul ballatoio di un alberghetto di New Jork dove si era affacciato dopo aver scritto la lettera-testamento: «Quanto a me è ormai giunta l’ora di offrire la mia vita come sacrificio a Dio. Ho combattuto il buon combattimento, ho terminato lacorsa, ho mantenuto la fede. Ora mi aspetto il premio...» (2Tm 4,6-8).

A fine giugno 1968, alla Sampaolofilm di via Portuense, Pasolini, alla presenza di cinquesei persone, presentò il suo abbozzo di sceneggiatura; devo dire, senza molto calore, aggiungendo con mia sorpresa: «Questo film non sarà un successo commerciale, perché non vi sono donne...». Il direttore don Cordero si affrettò a far notare che, invece, accanto a san Paolo scorrono molti volti femminili, e citò la lettera ai Romani dove troviamo un elenco di donne da salutare, come Lidia, Giulia, la carissima Pérside, Febe nostra sorella, ecc.


[...] Non so quante volte, dopo quell’incontro, ho riletto la sceneggiatura e le note che l’anticipano, sempre attuali, anche ora in occasione dell’Anno Paolino. Dopo aver assicurato che «nessuna delle parole pronunciate da Paolo nel dialogo del film sarà inventata o ricostruita per analogia», egli spiega le ragioni per cui voleva trasporre la sua vicenda ai nostri giorni e cioè «per dare cinematograficamente nel modo più diretto e violento l’impressione e la convinzione della sua
attualità. Per dire insomma esplicitamente, e senza neanche costringerlo a pensare, allo spettatore, che “san Paolo è qui, oggi, fra noi” e lo è quasi fisicamente e materialmente. Che è alla nostra società che egli si rivolge; è la nostra società che egli piange e ama, minaccia e perdona, aggredisce e teneramente abbraccia».

Il rammarico della Sampaolofilm Rileggendo gli appunti a distanza di quarant’anni, cresce il rammarico per la Sampaolofilm di non averli tradotti in film. Ma i motivi sono tanti... Nonostante la carta d’identità de Il Vangelo secondo Matteo, in campo cattolico la figura di Pasolini, per altri film successivi, e per alcuni episodi di cronaca, non era bene accetta. [...] proprio in quei mesi intervenne un fatto che scatenò – e qui posso in parte essere d’accordo – la critica cattolica. Era uscito Teorema e il film, come molte delle altre opere di Pasolini, fece scandalo e il soggetto venne attaccato come osceno da una parte dei cattolici, mentre l’ala più progressista lo esaltò al punto da attribuirgli il premio dell’OCIC (Office catholique international du cinéma).

Era il secondo Oscar cattolico che Pasolini riceveva, ma certamente non condiviso da molti come per Il Vangelo secondo Matteo. Aumentarono le opposizioni al progetto San Paolo. Il direttore della Sampaolofilm e il sottoscritto, che faceva parte della commissione nazionale valutazione film della Conferenza Episcopale Italiana a cui partecipavano, spesso, anche membri di dicasteri vaticani, fummo più volte invitati a riflettere bene prima di affidare il film a un regista così discusso.

Pasolini, quando allo scadere del semestre gli comunicammo la notizia che la Sampaolofilm rinunciava alla realizzazione, non fu sorpreso più di tanto, quasi lo aspettasse. Sapeva delle critiche che ci avevano assediato. [...] Trascorsero più anni, sette per la precisione, con qualche furtivo contatto con il regista. A fine settembre del 1975 Pasolini mi chiamò al telefono per raccomandarmi la distribuzione, nel circuito Sampaolofilm, di un documentario religioso Passione di una sua amica regista, Elsa De’ Giorgi. Ne approfittai per riaprire il discorso sul film San Paolo e parlammo a lungo di un’ipotesi televisiva. Quando lo assicurai che i tempi erano cambiati in meglio, ci fu un lungo silenzio dall’altra parte, poi Pasolini concluse: «Anche se la minestra riscaldata non mi è mai piaciuta, non escludo nulla: parliamone. Chiamerò fra qualche settimana...».


Non ci saremmo più incontrati. Qualche settimana dopo, il 2 novembre, apprendendo della sua tragica morte, lessi che, andando a Ostia incontro alla morte, Pasolini con il giovane che l’avrebbe ucciso si fermò per una pizza in una trattoria a meno di cento metri dalla Basilica di San Paolo fuori le Mura. Ho pensato: quella notte il suo sguardo si sarà posato sulla basilica e, passando poi accanto, gli sarà venuto in mente il film su san Paolo che l’aveva impegnato per mesi? Avrei voluto, due giorni dopo, partecipare ai suoi funerali e recitare una preghiera; ma arrivando a Campo de’ Fiori, dove lo scrittore Alberto Moravia teneva la commemorazione, mi sono imbattuto in troppi pugni alzati e troppo chiasso.

Mi ha poi consolato apprendere dall’amico padre David Maria Turoldo, suo conterraneo, che era andato a Casarsa in Friuli. E nel piccolo cimitero aveva benedetto la bara di Pasolini mentre la calavano nell’abbraccio della sua terra nativa. E assieme, Turoldo ed io, ci siamo scambiati la speranza che, sulla soglia dell’aldilà, lo attendesse l’abbraccio misericordioso dei due protagonisti dei suoi migliori film: Il Vangelo secondo Matteo e l’incompiuto Paolo.
AttilioMonge

Fonte:
http://www.zenit.org/it/articles/rimpianto-per-il-paolo-di-pasolini


@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare

Curatore, Bruno Esposito

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sabato 20 giugno 2015

San Paolo secondo Pasolini: ascesi e organizzazione

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



San Paolo secondo Pasolini: ascesi e organizzazione


Silvia Giuliani


La categoria del sacro costituisce una costante intrinseca (1) della visione del mondo pasoliniana ed estrinseca (intesa cioè come contenuto o messaggio di un’opera) della produzione dell’autore fin dai suoi esordi, categoria che si dipana attraverso una complessa fenomenologia e che, se letta a 360 gradi, fornisce un’importante cartina tornasole della situazione sociale coeva e dell’approccio dell’autore a essa.

Già nella raccolta poetica Le ceneri di Gramsci il sacro compare a definire forme di vita barbare, impure: “Più è sacro dove più è animale il mondo” (Pasolini, 1975, pp. 43-51 (2)); spesso si rivela ai margini della normalità, nelle zone di periferia, nei “rifiuti del mondo” e si manifesta nel senso di stupore e di mistero che appartiene a culture escluse dal progresso, finendo per rappresentare ciò che si oppone alla mercificazione del mondo capitalista e borghese.

La lettura del Trattato di storia delle religioni di Mircea Eliade (Eliade, 1948) contribuisce, nella percezione di Pasolini, a radicare in modo ancora più saldo il sacro al mondo atavico contadino caratterizzato da una visione del tempo ciclica legata alla morte e alla rinascita, al raccolto e alla semina. In Medea la sacralità è rappresentata dai riti e culti barbarici legati ancora una volta alla fertilità da propiziarsi, se occorre, con sacrifici umani.

Ma soprattutto Pasolini riprende da Eliade il concetto di ierofania, come apparizione e mostrarsi del sacro nella natura in una sorta di immanenza, e scopre “l’immensità del mondo arcaico contadino” e “la matrice cosmogonica della sua religione” (Conti Calabrese, 1994, p. 10). Tale concetto è legato alla natura friulana con cui il poeta è a contatto nella sua giovinezza e al suo primo immergersi in essa.

Larga parte della produzione successiva dell’autore sarà dedicata alla ricerca del sacro ormai annullato dalla nuova cultura industriale che fagocita e livella ogni esperienza “altra”.

È proprio alla fine degli anni Sessanta che i due poli della questione si radicalizzano: il neocapitalismo e l’omologazione avanzano inesorabilmente; la seconda rivoluzione industriale e l’impero della tecnologia hanno ormai preso piede (3) e in maniera inversamente proporzionale a essi si pone la richiesta e la comparsa del sacro in una società siffatta. L’inferno neocapitalista rischia di diventare “la storia di una originaria rimozione della sacralità del sacro” (Conti Calabrese, 1994, p. 18), fagocitata dalla “sacralità dei consumi” e delle merci come feticci, storia di cui Salò diventerà in seguito la più sconcertante e “scandalosa” metafora cinematografica.

Il problema che inquieta Pasolini è come in un’epoca così profondamente desacralizzata, nell’“Ordine Orrendo”, si possa ancora enunciare il sacro e l’enucleazione del problema diventa per lui tutt’uno, come si accennava, con l’ergersi a strenuo difensore di questo: “Io difendo il sacro perché è la parte dell’uomo che offre meno resistenza alla profanazione del potere, ed è la più minacciata dalle istituzioni delle Chiese.” (Duflot, 1970, p. 78)

Prima di addentrarci più a fondo nella riflessione di Pasolini sul sacro è necessario soffermarsi proprio sulla parola chiave “Chiesa” e chiarire la percezione che l’autore ha di questa istituzione. Parafrasando o citando stralci delle riflessioni pasoliniane diffuse qua e là negli Scritti Corsari (Pasolini, 1975b, pp. 14-17, 66-69) si può affermare che in passato la Chiesa è scesa a patti col diavolo facendosi strumento repressivo del potere: Dio, Patria, Famiglia, Virtù civili e familiari erano solo i pretesti dietro i quali il vecchio potere agiva indisturbato; ma il nuovo Potere non ha più bisogno di quei pretesti, ma solo di adepti del nuovo culto delle merci e di “un universo tecnicistico e puramente terreno in cui possa svolgersi secondo la propria natura il ciclo della produzione e del consumo”; la Chiesa, divenuta inutile al Potere, sta dunque per essere accantonata (insieme al sacro), dimenticata dal mondo, proprio come ammette lo stesso Paolo VI in un discorso di contrizione e ammissione di responsabilità dell’istituzione Chiesa. Questo il rimedio che l’autore propone per arginare la difficile situazione:


In una prospettiva radicale, forse utopistica, o, è il caso di dirlo, millenaristica, è chiaro […] ciò che la Chiesa dovrebbe fare per evitare una fine ingloriosa. Essa dovrebbe passare all’opposizione. […] Dovrebbe passare all’opposizione contro un potere che l’ha così cinicamente abbandonata, progettando, senza tante storie, di ridurla a puro folclore. Dovrebbe negare se stessa, per riconquistare i fedeli (o coloro che hanno un “nuovo” bisogno di fede) che proprio per quello che essa è l’hanno abbandonata. (Pasolini, 1975b, p. 68)

È in questo contesto socio-politico-culturale che si colloca la sceneggiatura per un film dedicato a san Paolo, organizzata nella sua fase embrionale in materiale letterario, nella forma di appunti scritti di getto tra il maggio e il giugno 1968; la produzione fu inizialmente affidata alla Sanpaolo Film, ma a causa delle perplessità di don Cordero, allora direttore della compagnia, il progetto si arenò. Venne ripreso nel 1974 e ritoccato da Pasolini in vista della realizzazione da parte di nuovi produttori, ma anche in questo caso il progetto non ebbe successo. Il materiale relativo (sul quale si basa il presente lavoro), composto da un Progetto e un Abbozzo di sceneggiatura, è uscito postumo per i tipi di Einaudi nel 1977 col titolo di San Paolo.

Alla domanda posta da Bachmann in un’intervista del 1974 sui motivi della realizzazione del film, Pasolini risponde riportando ai nostri occhi tutta l’urgenza di una polemica dura, ma nello stesso tempo parenetica, nei confronti della situazione della Chiesa. Ecco dunque una tra le svariate dichiarazioni (spesso anche in contrasto tra loro secondo lo stile dell’autore) che ci fornisce indicazioni su come interpretare questo scritto singolare:


Lo faccio – proseguiva Pasolini – proprio perché il Papa Paolo ha fatto un discorso di contrizione terribile […]. Dice chiaramente che ormai la società non ha più bisogno della Chiesa, la società provvede da se stessa ai suoi bisogni; e quindi dove interviene la Chiesa? Quali sono gli interventi che la Chiesa può fare in favore di qualcuno? […] La conclusione, poi, è misera: cioè, come ovviare a tutto questo? Pregando. E va bene, ma chi prega se la situazione si è messa in modo tale che nessuno prega più? Allora quello che mi fa rabbia è questo: ora che il potere borghese la esclude con tanto cinismo dopo essersi appoggiato su di lei per un secolo; ora che il potere borghese, dopo che l’ha sfruttata per tanti anni, non sa più che farsene e l’ha buttata a mare, la Chiesa dovrebbe cambiare radicalmente politica e passare decisamente all’opposizione. A questo punto, diventata religione vera, dovrebbe opporsi con violenza al potere, e invece non lo fa: allora, se mi ha fatto rabbia che per tanti secoli fosse asservita al potere, fosse potere essa stessa, mi fa più rabbia ora che tace in un momento in cui dovrebbe parlare, dovrebbe mettersi alla testa dell’opposizione, perché l’opposizione al nuovo potere non può essere che un’opposizione di carattere anche religioso […]. Anche il Papa non dovrebbe esserci più; la Chiesa dovrebbe rinnovarsi completamente, negarsi se vuol chiamarsi Chiesa nel senso etimologico della parola “ecclesia”, cioè adunanza di gente e non gestione dall’alto del Vaticano… (De Giusti, 1974, pp. 156-157)

Il materiale su san Paolo appare dunque da principio strettamente legato alla polemica contro la Chiesa portata avanti anche negli Scritti corsari.

Nonostante tutto Pasolini riconosce nella Chiesa, in quanto comunità organizzata di fedeli, l’eredità di un sentimento del sacro che, se pur dimenticato e fagocitato da altri valori, custodisce ancora il significato della sua origine e la chiave del suo destino. Affinché però al suo interno possa riemergere un rinnovato senso religioso è necessario che questa si neghi in quanto gerarchia teocratica e secolarizzata, unico modo per conservarsi intatta nei continui compromessi con i diversi sistemi di potere avvicendatisi nel corso dei secoli.

Procediamo ora con l’analisi diretta dello scritto e con le preliminari dichiarazioni dell’autore prima di trarre qualsiasi conclusione e verificare (o forse scoprire?) dove conduce la strategia del testo.

La novità del racconto cinematografico di Pasolini sta nella trasposizione della storia di san Paolo nel presente. In tale prospettiva “il mondo in cui vive e opera San Paolo è dunque quello del 1966 o 1967: di conseguenza è chiaro che tutta la toponomastica deve essere spostata” (Pasolini, 1977, p. 6) (4). San Paolo, il fariseo (di famiglia romano-giudaica), è rappresentato come un borghese la cui caratteristica è di vivere in uno stato di “inconsapevole insincerità”. Le sue vicende cominciano sulla via di Damasco (nella versione pasoliniana Barcellona), la città dove si sono rifugiati Pietro e i suoi fedeli e dove Paolo chiede di continuare la sua persecuzione contro i cristiani. Per raggiungerla deve però attraversare il deserto, cioè le strade dell’Europa, e proprio in una di queste strade, “piene di traffico e dei soliti atti della vita quotidiana, ma perdute nel silenzio, Paolo è colto dalla luce. Cade, e sente la voce della vocazione” (Pasolini, 1977, p. 9). Così, dopo aver raggiunto Barcellona ed essersi unito agli altri cristiani, dà avvio all’“avventura della predicazione”, che si svolge in Italia e in particolare nella “moderna Roma, scettica, ironica, liberale”. Dall’Italia il suo viaggio prosegue poi verso nord dove avviene un’altra trasposizione: il sogno del Macedone diventa il sogno di un Tedesco che appare a Paolo e lo supplica, elencando tutti i problemi reali e le degradazioni morali che travagliano il paese, di mettersi in viaggio per la Germania. Paolo ubbidisce e si avvia “col passo veloce e sicuro del Santo, lungo una immensa autostrada che porta verso il cuore della Germania…” (Pasolini, 1977, p. 11). Arrestato, Paolo viene processato a Vichy, in luogo di Cesarea, ma chiede di essere giudicato a Roma, che diventa nella concezione pasoliniana la New York contemporanea. Così si esprime Pasolini per dare credibilità alla sua scelta: “Lo stato d’ingiustizia dominante in una società schiavista come quella della Roma imperiale può essere qui adombrato dal razzismo e dalla condizione dei negri.” Di fatto


è il mondo della potenza, della ricchezza immensa dei monopoli, da una parte, e dall’altra dell’angoscia, della volontà di morire, della lotta disperata dei negri, che San Paolo si trova ad evangelizzare. E quanto più “santa” è la sua risposta, tanto più essa sconvolge, contraddice e modifica la realtà attuale (Pasolini, 1977, p. 12).

San Paolo viene rinchiuso infine in un carcere americano; condannato a morte, subisce il martirio nella strada di una metropoli, dove la gente passa e rimane indifferente “allo spettacolo della morte”. La rivoluzione di Paolo è frutto della sua “Parola”; ne consegue che, nonostante il cambio di scenario, Pasolini voglia che il centro di quella “santità” veicolata attraverso la parola rimanga integro: “Come ho già fatto per il Vangelo, nessuna delle parole usate da Paolo nel dialogo del film sarà inventata o ricostruita per analogia” (Pasolini, 1977, p. 5). Il lavoro risulta infatti costellato di citazioni tratte dalle lettere del Santo (e in minor misura anche dagli Atti degli Apostoli), inserite immodificate in un contesto moderno. Continua l’autore nel Progetto:


Le “domande” che gli evangelizzati porranno a San Paolo saranno domande di uomini moderni, specifiche, circonstanziate, problematiche, politiche, formulate con un linguaggio tipico dei nostri giorni; le “risposte” di San Paolo, invece, saranno quelle che sono: cioè esclusivamente religiose, e per di più formulate col linguaggio tipico di San Paolo, universale ed eterno, ma inattuale (in senso stretto). Così il film rivelerà attraverso questo processo la sua profonda tematica: che è contrapposizione di “attualità” e di “santità” – il mondo della storia, che tende, nel suo eccesso di presenza e di urgenza, a sfuggire nel mistero, nell’astrattezza, nel puro interrogativo – e il mondo del divino, che nella sua religiosa astrattezza, al contrario, discende tra gli uomini, si fa concreto e operante. (Pasolini, 1977, p. 7)

Scendendo nei dettagli, il “plot narrativo” presenta una macro-contrapposizione tra due filoni che corrono paralleli e che vedono rispettivamente come protagonista il Paolo santo e il Paolo prete, ex-fariseo e fondatore della Chiesa cattolica (De Giusti, 1974, p. 159)(5).

Il primo nella sua esperienza ascetico mistica, dall’accecamento alla meditazione nel deserto, dal martirio fino al “rapimento al Terzo Cielo”, viene descritto come creatura umile e malata, tormentata dal problema di Dio e dai patimenti che soffre in suo nome; a lui si lega la parte statica della trama: è solo a riflettere tra dolori fisici e morali nello studio di una casa borghese o in una stanza d’albergo. A lui vanno chiaramente le simpatie dell’autore. Il secondo, l’ex-fariseo (lo scritto si apre sul volto cinico di un Paolo che assiste impietoso al massacro di Stefano) è il Paolo che in una sequela di viaggi organizzativi, elettorali o catechistici si impegna a dettare le norme e le leggi alle nuove comunità cristiane: forte, sicuro di sé, fanatico fino all’antipatia.

L’attenzione dell’autore si concentra particolarmente proprio sul Paolo “prete” e sulle tappe che hanno condotto alla formazione della Chiesa come istituzione, in un cammino a ritroso che ne mostri gli errori e le tare ataviche già tutte presenti, secondo l’autore, a questa altezza cronologica: la sessuofobia, l’antifemminismo, l’organizzazione, le collette, il trionfalismo, il moralismo. Da un certo punto del racconto in poi il Santo viene del tutto perduto di vista; la funzione dell’apostolo è sostituita da quella di un “portaparola” che ripete idee sulla non inconciliabilità di carisma e istituzione. Si prendano a titolo di esempio alcuni passi della predicazione di Paolo a Genova (Corinto) in casa dell’adepta Priscilla, rivolta soprattutto ai non eletti, ai Gentili, che nelle intenzioni dell’autore corrisponderebbero nella modernità a una borghesia laica, liberale e materialista che ospita nel suo alveo molti intellettuali; proprio i commenti scandalizzati, critici e disincantati di costoro (rivolti oltre che al moralismo e fanatismo di Paolo, anche al suo essere “organizzatore”) dovevano costituire nelle intenzioni originarie un controcanto continuo alla predicazione di Paolo. Ecco le parole di uno degli apostoli durante la predicazione a Parigi:


Il nostro è un movimento organizzato… Partito, Chiesa… chiamalo come vuoi. Si sono stabilite delle istituzioni anche fra noi, che contro le istituzioni abbiamo lottato e lottiamo. L’opposizione è un limbo. Ma in questo limbo già si prefigurano le norme che faranno della nostra opposizione una forza che prende il potere: e come tale sarà un bene di tutti. Dobbiamo difendere questo futuro bene di tutti, accettando, sì, anche di essere diplomatici, abili, ufficiali. Accettando di tacere su cose che si dovrebbero dire, di non fare cose che si dovrebbero fare, o di fare cose che non si dovrebbero fare. Non dire, accennare, alludere. Essere furbi. Essere ipocriti. Fingere di non vedere le vecchie abitudini che risorgono in noi e nei nostri seguaci – il vecchio ineliminabile uomo, meschino, mediocre, rassegnato al meno peggio, bisognoso di affermazioni e di convenzioni rassicuranti. Perché noi non siamo una redenzione, ma una promessa di redenzione. Noi stiamo fondando una Chiesa. (Pasolini, 1977, p. 114)

Agli occhi degli intellettuali Paolo “crea una legge e istituisce una Chiesa. È, soprattutto, un grande organizzatore. Metà mondo è ormai costellato dai suoi centri organizzativi. […] È un uomo estremamente pratico, un burocrate, un generale” (Pasolini, 1977, p. 95). E ancora:


Egli è fondatore di Chiese: ha l’ossessione dell’istituire. […] Questo è niente: possibile piuttosto, che egli venga a predicare una chiesa clericale là dove, se si sente il bisogno di una chiesa, questa non può essere che ecumenica: e che se qualcosa essa deve insegnare, in linea di principio, non può essere che la resistenza all’autorità, a ogni genere di autorità? (Pasolini, 1977, p. 142)

A proposito di istituzioni c’è un altro interessante nucleo della trama che ci aiuta a capire la preferenza di Pasolini per il versante del “trasumanar” della figura paolina piuttosto che di quello dell’“organizzar” (il dilemma alla base della raccolta poetica del 1971 si ripropone in nuove forme nella figura di Paolo, che non a caso come vedremo è anche citata a più riprese nella raccolta) ed è costituito dalle sezioni di testo spesso in corsivo (aggiunte durante i rimaneggiamenti del ‘74) che descrivono l’impossessamento da parte di Satana dell’evangelista Luca affinché egli descriva negli Atti degli Apostoli l’organizzazione ecclesiastica che Paolo sta creando in modo da mettere in rilievo soprattutto gli aspetti più istituzionali e burocratici dell’operazione di Paolo, e nello stesso tempo l’altra faccia della fede, il potere temporale della Chiesa. Paolo, strumento operativo nelle mani di Satana, ha compiuto la sua volontaria-involontaria missione, ha fondato la Chiesa dotandola in potenza di tutte le efferatezze e gli abusi che non tarderà a perpetrare. Che Paolo ascenda pure gloriosamente al Terzo Cielo, ormai il suo dovere è compiuto:


Egli [Satana] entra nel palazzo e sale all’appartamento di Luca. […] Luca riassume ghignando al suo capo la continuazione della storia di Paolo. Praticamente ormai il fine è raggiunto. La Chiesa è fondata. Il resto non è che una lunga appendice, un’agonia. A Satana non interessa il destino di Paolo: si salvi pure e se ne vada pure in Paradiso. Satana e il suo sicario sghignazzano soddisfatti. Luca si alza, prende da un mobiletto dello champagne e i due brindano ripetutamente alla loro Chiesa. Bevono e si ubriacano, evocando tutti i delitti della Chiesa: elenco lunghissimo di papi criminali, di compromessi della Chiesa col potere, di soprusi, violenze, repressioni, ignoranza, dogmi. Alla fine i due sono completamente ubriachi e ridono pensando a Paolo che è ancora là, in giro per il mondo a predicare e organizzare. (Pasolini, 1977, pp. 143-144)

Delineata con chiarezza la pars destruens del testo, nel percorso a ritroso verso la fondazione della Chiesa come istituzione, futura complice e detentrice del potere temporale, denunciati ab ovo i momenti che hanno portato all’attualità deprecata da Pasolini e condannato senza attenuanti il momento dell’“organizzar”, è però possibile individuare una pars construens che Pasolini extratestualmente suggerisce tramite la figura del Santo e la sua “parola” più duratura: si tratta di quella individuabile nella carità, concetto chiave della meditazione pasoliniana sulla Chiesa e nello stesso tempo marca principale della predicazione paolina.

Pasolini sembra infatti pensare a una ecclesia che attraverso la carità non solo possa riscoprire l’originario spirito di amore fraterno, ma anche quel particolare sentimento del sacro che solo potrebbe portarla a ripristinare (o più probabilmente a generare) costumi e consuetudini capaci di sottrarla e di renderla tenace avversaria del nuovo universo capitalistico; la nuova prassi di vita (rituale o meno) che sia in grado di mantenere desto il rapporto sacro e mistico con la natura e con le cose non implica però di fatto la fondazione ex novo di un credo religioso basato su nuovi principi.

È possibile che nelle nuove comunità riformate a partire dalla carità si avverta progressivamente il bisogno di istituire e organizzare, ma sarà certo un altro tipo di organizzazione che possa finalmente unificare in una sintesi che non annulla i contrari, ma li mantiene uno accanto all’altro nella loro identità, il trasumanar e l’organizzar. È significativo a questo proposito il fatto che la compresenza e il compromesso tra l’ascetismo e l’organizzazione (sbilanciato in negativo verso l’“organizzar” di san Paolo) si ritrovi già nel 1971 nella poesia Trasumanar e organizzar da cui prende il titolo la raccolta: nel momento in cui Pasolini pensa di iscriversi al PCI e di unire il suo idealismo e la sua battaglia di idee poetico-giornalistica con la prassi di un partito “macchiato di retorica e volgarità”, è consapevole della dissociazione “schizoide” cui va incontro, che non poteva non fargli pensare alla vita del Santo:

Eh, è naturale che avrei dovuto poi adattarmi a questa dissociazione.
Ogni calcolo la implica; ogni patto, ogni degradazione:
sarò diviso: tacitato e ufficiale, nell’agire, critico e solo
nello scrivere poesie. Non è questa separazione
che si è sempre voluta – forse giustamente?
Non a caso ho sulla schiena la mano sacra e untuosa di San Paolo
che mi spinge a questo passo.
La contemporaneità temporale del trasumanar non è l’organizzar?
[…]
Ma il nostro mondo è schizoide, cari amici, caro funzionario
del PCI, a cui è rivolta questa lettera non formale.

(Pasolini, 1975, p. 623)


Per concludere sul tema della carità, base d’appoggio per un ritorno del sacro nella contemporaneità su cui Pasolini insiste molto in questo periodo e negli anni precedenti anche attraverso la produzione poetica e la libellistica polemica sui giornali, si possono citare stralci dalla sezione Poesie su commissione, specie il componimento L’enigma di Pio XII (Pasolini, 1975, p. 561)(6) e sicuramente tra gli Scritti corsari un testo del marzo 1974, Vuoto di carità, vuoto di cultura: un linguaggio senza origini (Pasolini, 1975b, pp. 31-34); infine un articolo comparso nel 1968 sul Tempo nel quale l’autore invita la Chiesa a uno scisma citandone proprio il più attivo fondatore, Paolo di Tarso, di cui riporta una frase della Prima lettera ai Corinti:


Ricorrerò a San Paolo. Nella Prima lettera ai Corinti, si legge questa stupenda frase (non tutto in Paolo è stupendo, spesso parla in lui il prete, il fariseo): “Restano fede, speranza e carità, queste tre cose: di tutte la migliore è la carità.”
La carità – questa “cosa” misteriosa e trascurata – al contrario della fede e della speranza, tanto chiare e d’uso tanto comune, è indispensabile alla fede e alla speranza stesse. Infatti la carità è pensabile anche di per sé: la fede e la speranza sono impensabili senza la carità: e non solo impensabili, ma mostruose. Quelle del Nazismo (e quindi di un intero popolo) erano fede e speranza senza carità. Lo stesso si dica per la Chiesa clericale.
Insomma il potere – qualunque potere – ha bisogno dell’alibi della fede e della speranza. Non ha affatto bisogno dell’alibi della carità.
[…]
Lo scisma verrebbe dunque a dividere la Chiesa Cattolica in due tronconi: nel primo resterebbero solo la fede e la speranza, cioè le due informi e cieche forze del potere; nel secondo resterebbero la fede e la speranza con la carità. (Pasolini, 1995, p. 54)

Significativo punto di contatto si può ravvisare a distanza di sedici anni con un altro intellettuale per molti versi affine a Pasolini (ma per molti altri agli antipodi), preoccupato anch’egli della presenza del sacro nel mondo contemporaneo: si tratta di Giovanni Testori che nel 1991 prende a tradurre in versi la Prima lettera ai Corinti di san Paolo in cui grande importanza riveste (per dichiarazione dell’autore stesso) la parole chiave carità:

l’interesse suo
del tutto ignora;
non s’irrita;
il male non soppesa;
dell’ingiustizia non gioisce;
della giustizia è felice.
Tutto la carità
su di sé carca;
tutto la carità
sopporta;

(Testori, 1991, pp. 89-90).


… e sola è portatrice di pietà e perdono. A questo proposito proprio nello stesso 1991 Testori andava scrivendo una pièce teatrale incentrata sul mito degli Atridi che traduceva in veste drammaturgica questo fondamentale aspetto della predicazione paolina: infatti Oreste, l’eroe della vendetta per antonomasia, rifiuta con un colpo di scena il ruolo assegnatogli da secoli di tradizione in nome della carità e del perdono diventando in questa negazione di se stesso sdisOrè (Testori, 1991b).

Per concludere: se Testori sceglie un filtro classico per veicolare l’accanita denuncia della scomparsa del sacro nel contemporaneo (con esso del valore fondante della carità) per donarcene letterariamente una nuova sconcertante epifania, Pasolini ha scelto invece la figura di san Paolo, l’apostolo la cui predicazione controcorrente ha avuto spesso il potere di provocare e scandalizzare, il Santo che predica nel deserto di un’epoca in piena crisi sociale e ideologica con il quale Pasolini doveva sentirsi per molti, troppi versi affine. Non importa se la sua predicazione è una goccia in un deserto, non importa se non riesce a penetrare nell’indifferenza dei nuovi adepti dei consumi che guardano distratti il martirio del Santo in mezzo al traffico della periferia di una grande città della modernità: l’importante è che “in quel mondo di acciaio e di cemento è risuonata (o è tornata a risuonare) la parola di ‘Dio’” (Pasolini, 1977, p. 12)(7).


Bibliographie

Conti Calabrese G. (1994), Pasolini e il sacro, Milano, Jaca Book, 1994.

De Giusti L. (1974), Pasolini P. P., “La perdita della realtà e il cinema inintegrabile” (conversazione con G. Bachmann del 13 settembre 1974), in id., Cinema in forma di poesia, a cura di L. De Giusti, Pordenone, Cinema Zero, 1979, pp. 156-157.

Duflot J. (1970), Entretiens avec Pier Paolo Pasolini [1969], Paris, Belfond, 1970. Tr. it. P. P. Pasolini, Il sogno del centauro, a cura di J. Duflot, Roma, Editori Riuniti, 1983.

Eliade M. (1948), Traité d’histoire des religions, Paris, Payot, 1948. Tr. it. Trattato di storia delle religioni, Torino, Einaudi, 1954.

Pasolini P. P. (1971), Trasumanar e organizzar, Milano, Garzanti, 1971.

Pasolini P. P. (1975), Le Poesie, Milano, Garzanti, 1975.

Pasolini P. P. (1975b), Scritti Corsari, Milano, Garzanti, 1975.

Pasolini P. P. (1977), San Paolo, Torino, Einaudi, 1977.

Pasolini P. P. (1995), Il Caos, Roma, Editori Riuniti, 1995.

Pasolini P. P. (2001), Romanzi e Racconti 1962-1975, Milano, Mondadori, 2001.

Testori G. (1991), Traduzione della prima lettera ai Corinzi, Milano, Longanesi, 1991.

Testori G. (1991b), sdisOrè, Milano, Longanesi, 1991.




Notes

1 “Io sono ateo, ma il mio rapporto con le cose è pieno di mistero e di sacro. Per me niente è naturale nemmeno la natura.” (Da un’intervista a La Stampa del 12 luglio 1968)

2 I riferimenti bibliografici forniti in corpo testo in forma abbreviata si trovano sciolti nell’elenco bibliografico di fine articolo.

3 Si vedano a tal proposito gli articoli polemici e sferzanti che appaiono nelle testate con cui collabora in questo momento Pasolini, Il Corriere della Sera e Il Mondo, che confluiranno poi nelle Lettere luterane e negli Scritti corsari.

4 In realtà all’inizio dell’Abbozzo l’autore dichiara che l’antica Gerusalemme è sostituita da Parigi negli anni tra il ‘38 e il ‘44, cioè sotto l’occupazione nazista. Si può dunque approssimare un lasso di tempo entro il quale si collocano la vita e le vicende di Paolo, cioè tra gli anni ‘30 e metà anni ‘70; d’altra parte anche gli Atti degli Apostoli prevedono che il racconto si collochi in un certo arco temporale, all’incirca tra il 30 e il 63 d.C.

5 Queste le parole di Pasolini in proposito nella citata intervista (De Giusti, 1974, p. 159): “Il film è una cosa violentissima contro la Chiesa e contro il Vaticano, perché faccio un san Paolo doppio, cioè schizofrenico, nettamente dissociato in due: uno è il santo […] l’altro invece è il prete, ex-fariseo, che recupera le sue situazioni culturali precedenti e che sarà il fondatore della Chiesa. Come tale lo condanno; come mistico va bene, è un’esperienza mistica come altre, rispettabile, non la giudico, e invece lo condanno violentemente come fondatore della Chiesa, con tutti gli elementi negativi della Chiesa già pronti: la sessuofobia, l’antifemminismo, l’organizzazione, le collette, il trionfalismo, il moralismo. Insomma tutte le cose che hanno fatto il male della Chiesa sono già tutte in lui.”

6 Pasolini dichiara in versi: “Tuttavia, sia pure a parole, non si è mai dimenticata, / essa Chiesa, della Carità. Anzi, ci son esempi (tra i piccoli: / no, no, non certo qui in Vaticano) di pura carità. // La Chiesa vi contribuì dunque perché? Perché essa è, diletti figli, / istituzione!! / […] // In quanto istituzione la Chiesa ha così contribuito / a sopprimere di fatto, la carità nel comportamento.” (Pasolini, 1971, pp. 17-18)

7 Un esperimento sulla comparsa del sacro nel deserto della modernità, contemporaneo alla prima realizzazione dell’abbozzo sul San Paolo e di cui questo si può ritenere la prosecuzione, è rappresentata dal racconto cinematografico Teorema (poi effettivamente diventato film) che rispetto al microcosmo sociale descritto nella vicenda di Paolo, prende invece in considerazione il microcosmo di una famiglia della ricca borghesia milanese: il sacro, rappresentato in questo caso dall’irresistibile ospite-messaggero divino, si insinua nella coscienza borghese della famiglia e diventa un pericolo per le convenzioni e gli ipocriti conformismi. È lo scandalo attraverso il quale ogni membro della famiglia deve constatare il crollo di tutte le certezze in precedenza garanti dell’identità personale e sociale fino a scoprirsi diverso, inautentico.
A testimonianza dell’affinità fra i due lavori vanno chiari rimandi tematici come ad esempio la descrizione in Teorema dell’esperienza mistica vissuta da Paolo sulla via di Damasco in analogia con la folgorazione religiosa del capofamiglia (non a caso di nome Paolo) che finisce per spogliarsi di ogni bene per percorrere le strade della Milano moderna e industriale, nell’attesa di sentire ancora una volta lo sconvolgente appello del sacro (cfr. Pasolini, 2001, pp. 963-964; la sezione 27 di Teorema, Gli Ebrei si incamminarono verso il deserto, è tutta incentrata sulla figura di Paolo). L’analogia si fa ancora più esplicita attraverso le parole stesse del protagonista che performativamente commenta il suo cammino di “folgorato” per le strade della città (cfr. Pasolini, 2001, pp. 1053-1054).

Fonte:
http://cei.revues.org/196#text



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