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martedì 11 novembre 2025

Pier Paolo Pasolini: Può educare solo chi sa che cosa significa amare... - Tratto da Romàns a cura di Nico Naldini © 1994 Ugo Guanda Editore S.r.l

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Pasolini insegnante a Valvasone - 1942

Pier Paolo Pasolini
Può educare solo chi sa che cosa significa amare... 

(Invito alla lettura)

Tratto da Romàns a cura di Nico Naldini

© 1994 Ugo Guanda Editore S.r.l., Via Gherardini 10, Milano

 Gruppo editoriale Mauri Spagnol



[...] 

21 febbraio

I miei ragazzi sono quasi tutti di Romàns. San Pietro è un paese molto lungo, che comincia verso la metà del viale della Rimembranza (per mezzo del quale è congiunto a Marsure) e termina alla svolta di San Quirino, proprio dove ha inizio il viale alberato che porta a San Vito. In tutto sarà lungo un chilometro e forse più. Proprio nel centro c’è la piazza con la chiesa, e, di fronte alla chiesa, la mia casa. La canonica e il cinema parrocchiale, con la stanzetta della nostra scuola, si trovano di fianco alla chiesa.

 Ma San Pietro si articola in vari borghi: facendo angolo proprio con la mia casa sbocca in piazza la strada che conduce a Romàns; verso San Quirino si stende il lungo Borgo   Braida; in direzione del Tagliamento Borgo Sassonia, e infine, verso Marsure, Borgo Monte. Il fatto che i miei scolari siano prevalentemente di Romàns è abbastanza importante, perché Romàns è una specie   di paese nel paese. I suoi abitanti hanno caratteri propri, fisici, anzitutto: sono biondi, di un biondo tra barbaro e delicato, alti, solidi come pioppi, hanno una pronuncia strascicata, rude e vezzosa. Al   contrario giù per Braida prevalgono i tipi bruni, con un’aria più svelta e moderna. Dino è di Braida. Pierino abita in piazza, e così Berto.

Cesare è il vero esemplare di Romàns.

sabato 8 novembre 2025

Nico Naldini: "Un paese di temporali e primule" di Pier Paolo Pasolini - Temporali, primule e memoria: un paesaggio narrativo che intreccia tempo, luoghi e affetti.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Nico Naldini:


"Un paese di temporali e primule"


Temporali, primule e memoria:
un paesaggio narrativo che intreccia tempo
luoghi e affetti di Pier Paolo Pasolini

Guanda, 1993

"Un paese di temporali e di primule" rappresenta una delle principali chiavi di lettura non solo per esplorare la produzione letteraria friulana di Pier Paolo Pasolini, ma anche per comprendere l'apporto critico, documentale ed emotivo di Nico Naldini, poeta, scrittore e cugino dello stesso Pasolini. Attraverso la cura minuziosa di questa antologia, pubblicata da Guanda per la prima volta nel 1993 e più volte rieditata (ultima nel 2015), Naldini offre al pubblico un'opera imprescindibile che ricostruisce la fitta ragnatela di suggestioni, temi, soprassalti emotivi, riflessioni linguistiche e politiche che furono peculiari degli anni friulani (1945-1950) del poeta bolognese. Il volume non svolge soltanto la funzione di raccolta memoriale, ma si pone come luogo di interpretazione e testimonianza, assegnando al Friuli e alla lingua friulana una centralità insostituibile nella formazione di Pasolini uomo, intellettuale e artista.

"Un paese di temporali e di primule" si presenta come una raccolta di scritti tra i più rappresentativi della “stagione friulana” di Pier Paolo Pasolini, compresi tra il 1945 e il 1951. Questa antologia, curata da Nico Naldini, seleziona e organizza materiali eterogenei (narrativa, mémoire, saggistica, appunti pedagogici, approfondimenti linguistici) che avevano conosciuto originariamente una disseminazione su riviste, giornali, quaderni culturali e raccolte parziali.

sabato 19 novembre 2022

Pier Paolo Pasolini "1944", LA POESIA NELLA SCUOLA - Tratto da Un paese di temporali e di primule, a cura di Nico Naldini - Ugo Ganda Editore

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pier Paolo Pasolini

"1944"

LA POESIA NELLA SCUOLA 

Tratto da Un paese di temporali e di primule, a cura di Nico Naldini

Ugo Ganda Editore

Gli scolaretti di Versuta, Learco Cossarin, Dante Spagnol, Bepino Bertolin e altri, hanno conservato un quadernetto di poesie che il loro insegnante compose per loro, per cantare l’umile bellezza del mondo che essi conoscevano, ma per rivelargliela meglio attraverso la poesia. La raccoltina di quattordici poesie si intitola «1944».


 Gli scolaretti di Versuta

  

 Bionduccio e allegro il Nini

 con gli occhi birichini;

 Cesare, serio e Dante

 con l’occhio un po’ sognante.

 Crovatin studentino

 Gigiuti un bel bambino.

 

domenica 2 maggio 2021

Laura Betti «Non svendo Pasolini» - La Stampa 15 luglio 1993

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

La Stampa 15 luglio 1993

La Betti e la mostra a Milano 
«Non svendo Pasolini»

La Stampa 15 luglio 1993


Laura Betti risponde a Nico Naldini e Vincenzo Cerami che sulla Stampa dell'8 luglio l'hanno accusata di vendere con una mostra Pasolini ai leghisti. 

La Stampa 14 novembre 1993
Se per << vestale >> si intende chi, come me, ha sacrificato tre quarti della propria vita per far nascere l'unico archivio esistente in Europa, frequentato dalla mattina alla sera da studenti e studiosi, chi, come me, ha dato battaglia contro il silenzio sull'opera di Pasolini deciso con fredda determinazione nei primi Anni 80 e lo ha vinto (sbloccando dunque l'intera editoria) tramite le manifestazioni prima all'estero e poi in Italia, con l'aiuto di intellettuali fedeli e inattaccabili, se è così allora sono una «vestale». Ma altrimenti è un termine da vietarsi, ridicolo e offensivo. Molto meglio «la serva di Teorema». 
Rispondo all'articolo in questione:
 - Pasolini non è in vendita.  Sarei ricca. Forse il «Fondo» potrebbe ridarmi i denari che mi deve. Ma non ne ha, quindi niente. 
- Troppa paura che Pasolini possa minimamente essere considerato merce d'acquisto. Davvero troppa. Pier Paolo è inviolabile, come i Re. Ci pensa lui, da solo... 
- Quanto alla manifestazione di cui ancora non abbiamo conferma: la prassi normale è semplice. C'è un progetto e dunque un copyright. E' evidente che lo si propone a chi << ha le redini del potere in mano >>, appunto. Difficile fare una manifestazione in casa propria. 
E in che cosa consistono queste << redini >>? Il Comune o Museo, insomma l'istituzione che riceve la proposta dice: sì, mi piace, oppure, no, non mi piace. Può anche dire: << Questo spazio non mi piace, te ne trovo uno migliore >>. E buonanotte. Nel caso di Milano, ad esempio, così è per la Mostra. 
E' o sarebbe. 
Per il resto il progetto tiene conto di: 
- Cinque convegni o tavole rotonde che dir si voglia. E dunque, persone qualificate parleranno dell'opera di P. P. Pasolini. 
- Finalmente si vedranno tutti i film (in copia nuova) e anche una scelta di film tratti dalle sceneggiature cui Pier Paolo ha collaborato. I film sono di Pasolini, sono opera sua non nostra. E lo amava molto, il cinema. 
- Altra dimensione culturale - mi si consenta - forse ineccepibile: al Teatro dell'Elfo, il mio spettacolo Una disperata vitalità. Pare - dalla critica - sia ampiamente legittimato a far capire il senso della poesia di Pier Paolo. E poi: Studio per la regia di Elio De Capitani di I turcs tal Friul; Studio per la regia di Federico Tiezzi di Porcile. Quindi debutto di Calderón di Luca Ronconi con i ragazzi del Laboratorio. 
Tutte opere di Pier Paolo Pasolini. 
- Stiamo aspettando una risposta dall'Università degli Studi per la consegna dei << Premi Pier Paolo Pasolini '93 >> alla tredicesima edizione e per un convegno internazionale sulla poesia. 
Le tesi di laurea, in genere, indicano lunghi studi sull'opera di Pier Paolo Pasolini. 
Perché accusare senza sapere? 
Che senso ha quando è poi così facile smentire? Non è troppo semplice fare del male tanto per farlo? 

Laura Betti

La Stampa 8 luglio 1993

@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare

Curatore, Bruno Esposito

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martedì 13 aprile 2021

Frammenti tratti da: “Operetta marina”, nel libro Romàns di Pier Paolo Pasolini - di Bruno Fraccaroli

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

...Verde, trasparente e tiepida, l'acqua si gonfiava e si sgonfiava tra le colonne del molo, ora pesante come un blocco di marmo, ora lieve come l'aria. Benché fosse alta già due o tre metri non c'era granello di sabbia che non si potesse distinguere dall'alto della rotonda: ed era una sabbia morbida e pulita , un tappeto meraviglioso per chi potesse vivere sotto acqua...
(Tratto da Terracina
Un racconto inedito di Pier Paolo Pasolini 
Oggi è inserito in Storie della città di Dio a cura di Walter Siti 
e nel volume Romanzi e racconti (vol. I, pp. 775-797) 
dei Meridiani Mondadori. )


L’intento, di raggruppare dei frammenti, o tasselli, come dir si voglia, da “Operetta Marina di Pier Paolo Pasolini”, frammenti che hanno come oggetto il mare, è quello di mostrare come,  l’infanzia  del Poeta Intellettuale, in questa sua narrazione, si mostra come un "mare simbolico". Il narratore, in questi suoi scritti, rivela la sua infanzia quasi come se, passando il dito sull'atlante,  come molti di noi avranno fatto nella propria infanzia, facesse emergere figure, luoghi, mari, paesi, che ha dentro di se: un mare astorico... dove l'autore, riconosce tutte le influenze psicologiche che essa ha avuto...
Come dice Nico Naldini nella sua introduzione al volume:
“E quindi una discesa «ebbra» lungo i fiumi dell’infanzia.
Bruno Fraccaroli

Il mare di Pasolini


Frammenti tratti da: “Operetta marina”, 
nel libro Romàns di Pier Paolo Pasolini 
a cura di Nico Naldini. 
Edizioni Tascabili Guanda 2019


Davanti alla corrente del Po, niente avrebbe potuto, spostarmi fuori dal campo della mia uniforme fantasia. Il solo vederlo, riaccendeva, come in un vastissimo solco, già da tempo profondamente scavato in me, l’immagine di un mare; ma, poiché il mare non l’avevo mai visto se non nei versi e le figure dell’Odissea… 
dal Po prendeva la vertigine, la torbidità, moltiplicandole migliaia di volte ma fissandole in uno splendore salato, abbacinante, fossile; si presentava quell’immagine, non appena ci fossimo avvicinati al pelo dell’acqua, a sporgerci nel vuoto, mescolando l’odore che la corrente sommuoveva dalla superficie dell’acqua, odore freddo, vegetale, con quello tutto mentale, dei grandi golfi, delle spiagge dei tropici… 
il sommovimento che produceva nel mio petto, svuotato di me, e riempito di quelle estensioni brucianti, fermava quasi lo scorrere del pensiero, che vi si impaludava in una ebbrezza sempre uguale, una nudità così assoluta da non avere moto. Sopraffatto dallo spazio e dal profumo… 
di me non esisteva che il mio mondo interno, ma rovesciato a farsi infiammare dal sole complice dei suoi orgasmi… con la mia sensualità di impubere scatenata in quei solitari meriggi primaverili, l’alta terrazza incavata tra i tetti di Cremona veniva trasformata, si, in un mare… 
ma non era un mare originario… 
Si trattava di un mare radicalmente rinnovato nella mia fantasia… 
Affrontavo così, impreparato le disadorne e severe linee di navigazione, da Glasgow a New York, da Le Havre a Panama, i porti congestionati dal traffico, sporchi unti, tenebrosi in crepuscoli di nebbia con bagliori rossi sull’Oceano, o fusi da un sole puzzolente di cordame, sale e pece… 
La rotta doveva essere seguita senza una deviazione: rigida come il ciglio rosso che nella carta geografica univa Genova a New York, Genova a Buenos Aires. L’Oceano Atlantico… un mare di armatori, non più di pirati, freddo e nebbioso... 

 

[…] Quando sarò grande farò il poeta e il capitano di marina»: lo ricordo con precisione e dolcezza, il suono delle mie parole, l’aria gelida e tiepida che scorreva dalla finestra, mia mamma che mi ascoltava, nella luce del tempo sacilese. 
[…] Sfogliavo allora per un piacere che si sarebbe subito interrotto… i libri le cui illustrazioni, luoghi ben noti alla mia avvampante vocazione, non finivano mai di sedurmi. 
[…] Il viaggio attraverso l’Oceano che da quel porto d’Olanda… il Curaçao, immoto, si accingeva per la prima volta in Europa a intraprendere, come senza proporzione nel pensiero degli Olandesi che lì intorno gremivano le biancastre banchine, evaporava nell’atmosfera l’acre maestà dell’attesa. 
[…] Il mare del Nord nero e tenue, le coste schiumose della Scandinavia, il verde insano della Danimarca: e il cielo lattiginoso, percosso nel fondo bagliore delle Faroe o delle Ebridi… 
e i gesti, le parole, recitati come in una pagina di Dickens… 
o di Melville… 
Non era più possibile definire il limite… 
ed è vero che io sono giunto a Singapore, nel Borneo, nella Baia di Hudson o a Santa Cruz… 
ricordo di essermi trovato dinanzi alla stupenda pagoda dov’era custodito lo smeraldo di Ceylon, nel giardino rigurgitante di liane; dietro, tra i pinnacoli e i baobab, in fondo al dirupo, lampeggiava fermo in un accecante sereno l’Oceano Indiano… 
Bastava la parola «indiano» perché tutto il paesaggio ricevesse una scossa che lo dilatava in orizzonti smisurati, con velature di miasmi, nel loro splendore perlaceo. Dove si trovava Mompracem? Lungo le coste della Birmania, all’altezza della Malacca o nelle zone blu intensissimo, morto, dove l’Asia cominciava a farsi Australia? Tutto un mare «bianco», come di latte o di smalto… 
si estendeva dalle coste orientali dell’India a quelle occidentali dell’Indocina, che solo a Calcutta o a Singapore riprendevano il reale senso dell’atlante… 
Collocavo lassù il regno di Yanez, in quel verde macerato di una pianura che con grandiosa espansione mi ricordava l’arco dell’Adriatico tra Venezia e Trieste; e tutto marciva e si impastava in quel verde mortalmente indifferenziato… 
la reggia della rahani, la piazza del mercato musulmano, le cloache… 
Soltanto nel mio Salgari il mare era puro, tinto di un colore geografico e perfettamente funzionale…
non solcato da navi a vapore, ma da trealberi, golette, brigantini, giunche e vascelli, era veramente il regno dell’arbitrio interiore… 
il mare, il mare fisso, emblematico, vivente senza che io l’avessi mai visto di un incanto violentissimo; della baia di Hudson… o delle Antille, caldissimo nell’uniformità di un indaco meridiano… 
o appena più sbavato, smunto, arso, tra le Azzorre, al largo della costa del Marocco, arancione, o ancora più in giù, verso le foci del Congo, senza più vita, venti, maree, onde o increspamenti, ma africano, unicamente africano, con tutta l’assolutezza dell’Africa riflessa in lui divenuto nero; vi si ripercuotevano i tam-tam colpiti tra capanne, fetide e secche come giacigli di belve, incrostate di sporcizia religiosa;… 
azzurro, morto, come nella rete di meridiani e paralleli della Carta Geografica… 

 

Nel mare io mi rifugiavo, come in una non vita, un mio segreto benessere; mi lasciavo assorbire dal suo colore inanimato, che nasceva e moriva con me, come in una estensione esterna crea «dentro», un esilio sconfinato, azzurro, ai cui margini come rifiuti restavano i rimorsi; era come se fin da quei lontani anni avessi imparato l’innocente gioco, accettare dall’esterno, il male, col più violento, il più conscio e il più breve dolore, ma senza dargli uno svolgimento, quasi assorbendolo tutto nel puro presente. Ed era il mare, non altro, che sparso dentro di me, in uno dei più crudi e ferocemente sacilesi dei miei giorni, salava, rendeva aperto e come troppo bruciante o lontano il mio silenzio dentro le grotte della Livenza, mentre sul limo dall’odore medicinale, spalmato di feci, spioveva dall’alto una strana luce mattutina…
Ma in realtà l’unico sentimento resistente nel sommuoversi interno causato dalla percossa che io non mostravo di avere ricevuto… 
era quello di perdermi: come se la sproporzione, denudata, della mia vocazione alle lontananze del mare, con tutto ciò che nella vita quotidiana, vera, poteva accadermi, mi faceva parere inutile ogni sforzo della volontà.


Frammenti scelti da  Bruno Fraccaroli



Curatore, Bruno Esposito

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domenica 11 aprile 2021

Pasolini, I dispetti. La Stampa, TuttoLibro del 2 ottobre 1993.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




La mia Casarsa
bella di donne

I giochi a Casarsa, l'amato gineceo dell'infanzia, la lingua tagliata del Friuli, politica e regionalismo, l'insegnamento, sono i temi degli scritti inediti di Pasolini (dal '45 al '51 ) che escono ora a cura di Nico Naldini per Guanda, «Un paese di

venerdì 18 dicembre 2020

Pier Paolo Pasolini, da Poveri ma fascisti, «Il Messaggero», 17 ottobre 1974.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pier Paolo Pasolini con Naldini e Alberto Moravia durante la presentazione del film a Roma (1974)
Fonte: Cineteca di Bologna



Pasolini su Fascista (1974)

di Nico Naldini 
(estratto)




«(...) Vedendo quella prima sequenza [del film Fascista di Nico Naldini], ho osservato le facce dei fascisti e della gente che, partecipe o indifferente, li attorniava. Le persone “importanti” (professori, avvocati, ecc.) avevano delle facce da imbecilli, al solito. (...) Sono proprio quegli imbecilli, magari rozzi, ingenui, e, oltre tutto, anche in buona fede (non in quanto fascisti, dico, ma in quanto piccolo - e medio - borghesi). Ma intorno c'erano le facce dei sicari fascisti. Facce magre, ossute, con occhi fortemente disegnati. Facce tirate dalla vita povera, dalla fame. Macerate da abitudini nate dall'osservanza della più stretta economia, dal bisogno (lettucci, stanzette polverose, stanzoni vuoti, niente riscaldamento, un paio di calzoni e una camicia, l'osteria, la messa domenicale, la periferia della città quasi campestre). Insomma, ciò che quei fascisti erano socialmente, aveva infinitamente più forza di ciò che erano ideologicamente. Erano lavoratori poveri e piccoli borghesi poveri come loro. Facevano la marcia su Roma come una scampagnata; al massimo si può pensare che essi, culturalmente, imitassero l'impresa fiumana. La maggior parte erano chiaramente “assoldati”, come soldati di ventura di second'ordine.
... le folle oceaniche...
Fonte: Cineteca di Bologna
Questa prima impressione di trovarsi di fronte a un tipo antropologico di italiano che è stato così per secoli e secoli, ed è cambiato solo in questi ultimi dieci anni, dura e si consolida durante tutto il film di Naldini. Questa inoffensività, non bonacciona o qualunquistica , ma “fisica” degli italiani in camicia nera, si estende anche ai capi. I famosi gerarchi, che io ricordavo come il massimo della ferocia e del ridicolo, sono invece dei patetici imbecilli: qualcuno di loro fa addirittura una specie di schifosa tenerezza, tanto è stupido e visibilmente attaccato alla greppia, come un allampanato animale. C'è qualche sguardo gettato da costoro su Mussolini che è un capolavoro di recitazione involontaria. È lo sguardo di un cane che sa un po' di latino gettato su colui che gli procura il cibo.
Ad accentuare questa inoffensività di poveraglia e di piccola borghesia affamata, è l'inevitabile confronto sia con i fascisti, che con la folla e i “gerarchi” attuali. Rispetto ai fascisti attuali, che sono ormai dei veri e propri nazisti, quelli hanno un'aria casalinga che stringe il cuore (tanto più quando il loro entusiasmo fascista si manifesta in sorrisi sinceri di vecchia felicità popolana o contadina); rispetto alla folla attuale, quella folla (non necessariamente fascista) è piena di dignità; in essa contano valori di cui il fascismo approfittava degradandoli. Infine rispetto ai “gerarchi” attuali quei “gerarchi” fanno pena. Cosa possono aver rubato, in quell'Italia miserabile? Qualche miserabile gruzzoletto di palanche. Lo si vede. E il pensiero corre alle ruberie, alle grassazioni, alle violazioni, ai delitti dell'attuale classe dirigente, fatta di parassitismo e di clientele, come ormai i dirigenti democristiani stessi ammettono, senza vergognarsi, e invece di togliersi per sempre di mezzo. Il fascismo non è stato alle origini che umile manovalanza del padronato. Alla fine è stata una bieca mascherata assassina. Ma a questo punto il film finisce.
Fonte: Cineteca di Bologna
Mussolini al balcone(...) Naldini ha preso delle decisioni stilistiche direi ferree nel progettare il film. Niente retorica antifascista, niente facile “ridicolo” sul fascismo, rappresentazione del fascismo attraverso materiale elaborato dai fascisti stessi, cioè attraverso la loro idea falsa e vera di sé. In tutto questo però Naldini è stato travolto da un dato incalcolabile: cioè dall'accumulazione di un materiale che aveva quasi costantemente per oggetto il rapporto pubblico tra Mussolini e le folle cosiddette oceaniche. Alla fine, e proprio filmicamente, il film è un film sul rapporto tra un Capo e il suo Popolo. (...) Rapporto inaudito, assurdo, manifestamente arrangiato, ritagliato e mistificato, ridicolo, bieco: ma in qualche modo, quello lì, proprio quello lì, come compare nella realtà fisica dei materiali del film. Materiali che si accumulano, e infine esplodono in una espressività abnorme e involontaria. È stato un terribile gioco, e il film di Naldini gioca con questo gioco. Per questo è un film bellissimo. Ma anche pericoloso, perché sono i destinatari in buona fede che accettano il gioco. Quelli in cattiva fede fanno il “loro” gioco, cioè, come si sa, non sanno giocare. Il fascismo è un tetro comportamento coatto».

Pier Paolo Pasolini, da Poveri ma fascisti
«Il Messaggero», 17 ottobre 1974.

Fonte:
http://www.cinetecadibologna.it/vedere/programmazione/app_609/from_2009-02-16/h_2000


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sabato 14 dicembre 2013

Nico Naldini e la scelta del cinema di Pasolini.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



 Nico Naldini e la scelta del cinema di Pasolini.
Secondo una tesi affascinante (ma discutibile) di Nico Naldini la scelta del cinema, all’inizio degli anni Sessanta, da parte di Pasolini fu la naturale conseguenza di una crisi personale e soprattutto ideologica; in particolare, riferendosi ai tre progetti di romanzo che erano sul tavolo dello scrittore all’inizio del 1960 (Il Rio della grana, a completare la trilogia costituita dai due romanzi romani; La Mortaccia e Storia burina) Naldini dice:


"Nessuno di questi tre abbozzi si svilupperà compiutamente in un romanzo e poche pagine di ciascuno compariranno in Alì dagli occhi azzurri. L’impedimento alla loro realizzazione è un intreccio di cause pratiche – tra cui l’impegno per la realizzazione del film [Accattone] – e di crisi personale e ideologica. La crisi del marxismo alla fine degli anni Cinquanta e l’avanzata della società neocapitalistica tolgono ogni vitalità a queste storie; le hanno fatte rapidamente invecchiare retrodatandole in un mondo non più riconoscibile. Le borgate, da luogo di vitale speranza politica, si sono trasformate in luoghi di violenza e disumanità. Di questo mondo rimangono le sopravvivenze fisionomiche e il cinema è appunto il nuovo mezzo espressivo per testimoniare le vecchie passioni. L’«istintivo passaggio» al cinema in questo modo si presenta anche come recupero del passato là dove è ancora possibile trovarlo."


Secondo Naldini, dunque, sin dall’inizio dell’attività registica il "disperato" e "sacrale amore per la realtà" del poeta di Tal còur di un frut per il mondo arcaico e contadino di Casarsa o dell’autore di Ragazzi di vita per le borgate preistorico-moderne della "città di Dio" era già stato profanato, e quindi sconsacrato, dal dilagare apparentemente inarrestabile dell’assolutismo neocapitalista. Il Friuli "di cà de l’aga" con i suoi paesaggi era ormai lontano, e così la "pura luce" della Resistenza e la "scoperta" prima del comunismo e poi di Marx avvenuta durante i giorni delle lotte contadine per l’attuazione del lodo De Gasperi. Giorni che saranno poi ricordati, fra l’altro, nel romanzo Il sogno di una cosa e in Poesia in forma di rosa:

"…Dio!, belle bandiere
degli Anni Quaranta!
A sventolare una sull’altra, in una folla di tela
Povera, rosseggiante, di un rosso vero,
che traspariva con la fulgida miseria
delle coperte di seta, dei bucati delle famiglie operaie
- e col fuoco delle ciliegie, dei pomi, violetto
per l’umidità, sanguigno per un po’ di sole che lo colpiva,
ardente rosso affastellato e tremante,
nella tenerezza eroica d’un immortale stagione"


Lontana era Casarsa fuggita assieme alla madre, "come in un romanzo", nel gennaio del 1950, a seguito dello scandalo di Ramuscello, ma lontana sarebbe stata anche, sempre secondo Naldini, la città scoperta all’alba di quel decennio fondamentale nella carriera dell’artista, che "povero come un gatto del Colosseo", un disperato "di quelli che finiscono suicidi" si aggirava per Roma, le sue borgate:

" …dove credi
che la città finisca, e dove invece
ricomincia, nemica, ricomincia
per migliaia di volte, con ponti
e labirinti, cantieri e sterri,
dietro mareggiate di grattacieli,
che coprono interi orizzonti"


Quella Roma millenaria e modernissima, imperiale e barocca, che divenne ben presto il centro assoluto dell’universo esistenziale e poetico di Pasolini, proiettando sempre più sullo sfondo della memoria il Friuli contadino:

"Stupenda e misera città,
che m’hai insegnato ciò che allegri e feroci
gli uomini imparano bambini,
le piccole cose in cui la grandezza
della vita in pace si scopre,…"
"Ero al centro del mondo, in quel mondo
di borgate tristi, beduine,
di gialle praterie sfregate
da un vento sempre senza pace,
venisse dal caldo mare di Fiumicino,
o dall’agro, dove si perdeva
la città fra i tuguri; in quel mondo
che poteva soltanto dominare,
quadrato spettro giallognolo
nella giallognola foschia,
bucato da mille file uguali
di finestre sbarrate, il Penitenziario
tra vecchi campi e sopiti casali."

Passati e come appartenenti ad un'altra epoca sarebbero stati anche i "viventi", i protagonisti dei racconti e dei romanzi romani: gli "aristocratici" abitanti di Trastevere, i borgatari dei quartieri creati nella periferia in seguito agli sventramenti fascisti degli anni Trenta, ma soprattutto i sottoproletari delle baracche all’estrema periferia romana, immigrati da poco dal Sud e mescolati, con la loro cultura mitico-ancestrale di contadini, al mondo drammatico e spietato della Grande Città. Per Pasolini gli abitanti della capitale del cattolicesimo erano in realtà pagani, toccati dal Cristianesimo solo superficialmente (nelle pratiche rituali e superstiziose) avevano piuttosto una filosofia cinico-stoica, sopravvissuta a diciassette secoli d'evangelizzazione, e una morale basata sull’onore invece che sulla Pietas cristiana - tipica invece degli alti-italiani come il poeta di Casarsa - vivevano in un mondo parallelo e toccato solo marginalmente dal mondo borghese. Anzi, forti della loro cultura antica e sempre viva – ne è testimone la vivacità del dialetto-gergo che continuamente mutava e si rinnovava – disprezzavano come inetti i "signorini", i "farlocchi", i "figli di papà".

Sempre in Squarci di notti romane Pasolini scriveva:

"Questa Roma non del 1950 ma dell’ultimo istante, dell’ultimo vaffanculo gridato dal ragazzo che passa per il lungotevere infebbrato con la camicia bianca già sbottonata – questa Roma così ultima e vicina che solo chi la vive in piena incoscienza è capace di esprimerla… tutti sono impotenti davanti a lei, il papa o Belli redivivo, tutti arrossiscono davanti alla sua bellezza troppo nuda, al modo di dire nato la sera stessa, al mutamento di tono, leggerissimo ma bruciante già d’una nostalgia ossessiva, nel gridare una frase che il dialetto presenta da qualche secolo come impossibilitata a qualsiasi mutamento…"


Questa città e i suoi abitanti già all’inizio degli anni Sessanta, dunque, avrebbero incominciato a corrompersi profondamente dal di dentro, rimanendo se stessi solo nell’immagine, nelle fisionomie dei vicoli e dei visi, perdendo man mano l’originalità del loro linguaggio verbale per mantenere solamente il linguaggio del corpo. Per effetto di questa corruzione, rappresentabile emblematicamente dall’inurbamento delle famiglie delle baraccopoli nei palazzi-lager dell’ina-case, nei sottoproletari romani scompaiono, come in un precipitato chimico, gli elementi "non assimilabili" che costituivano la loro diversità – e, secondo Pasolini, la loro salvezza – e rimangono solamente i corpi muti, uniche testimonianze veritiere di un passato non recuperabile. Quindi la scelta del medium cinematografico da parte di Pasolini sarebbe stata indotta quasi forzatamente da questo mutamento, anche se recepito inconsciamente, dell’oggetto poetico, che avrebbe avuto nell’immagine l’unica possibilità di essere espresso e mantenuto in vita; Franco Citti, Ettore Garofalo avrebbero dunque offerto in Accattone e in Mamma Roma non il loro essere sottoproletario e vivente nella sua interezza, ma unicamente il loro apparire, il puro segno visivo, magari riscattato esteticamente dalla citazione o ispirazione dotta - il Ragazzo con canestro di frutta di Caravaggio, Masaccio, ecc. - perché il loro vissuto era ormai diventato altro rispetto a quello della generazione precedente, o anche di solo quattro o cinque anni prima, che era scomparso o stava morendo di fronte alla violenza dell’offensiva del mondo nuovo.

Qui sta il fascino della tesi di Naldini, ma, secondo me, anche il suo limite.

Il fascino maggiore di quest'opinione sta nel rispondere ad una domanda comune sull’opera pasoliniana - cioè per quale ragione Pasolini abbia incominciato a fare cinema - in maniera originale e suggestiva, annettendo alle motivazioni artistiche e poetiche anche una componente ideologica: la constatazione della metamorfosi sociale in atto. Ma l’errore di questa affermazione sta nel considerare sincronici i vari momenti della maturazione del pensiero pasoliniano; si potrebbe dire che Naldini guardi al Pasolini dei primi anni Sessanta attraverso gli occhi del Pasolini degli anni del Caos, o addirittura al Pasolini "corsaro" e "luterano" degli anni Settanta; in altre parole dà come compresenti quegli elementi di critica sociale e politica che caratterizzeranno invece affermazioni posteriori come quelle dell’Articolo delle lucciole o «Il mio Accattone in Tv dopo il genocidio». Basta prendere in mano un brano qualsiasi del dialogo con i lettori che Pasolini intrattenne sul settimanale "Vie Nuove" dal 1960 al 1965 per rendersi conto che, nonostante il distacco progressivo degli ultimi anni, credeva ancora nella "purezza" e nella "santità" del proletariato, nella fattispecie proletariato comunista, e dunque poteva ancora amarlo:

"Io, cupo d’amore, e, intorno, il coro
dei lieti, cui la realtà è amica.
Sono migliaia. Non posso amarne uno.
Ognuno ha la sua nuova, la sua antica
bellezza, ch’è di tutti: bruno
o biondo, lieve o pesante, è il mondo
che io amo in lui…"

Questo non vuol dire che Pasolini ignorasse i mutamenti che stava subendo il mondo che amava; il boom economico cominciava, in Italia, la sua fase di assestamento e l’emigrazione nel Meridione stava spopolando interi paesi, e alla desertificazione demografica si affiancava quella culturale. Anche i paesi del Terzo Mondo liberandosi in quegli anni dal colonialismo diventavano "paesi in via di sviluppo" scegliendo l’opzione industriale. Coevi ai precedenti, dunque, sono questi versi:
"Ché io,
del Nuovo  Corso della Storia
- di cui non so nulla – come
un non addetto ai lavori, un
ritardatario lasciato fuori per sempre -
un sola cosa comprendo: che sta per morire
l’idea di uomo che compare nei grandi mattini
dell’Italia, o dell’India, assorto a un suo piccolo lavoro, …"

oppure:

"… Non sapete?Proprio
insieme al Barocco del Neo-Capitalismo
incomincia la Nuova Preistoria"


Ma è proprio nell’ambiguità del concetto di "Nuova Preistoria" che il Pasolini dei primi anni Sessanta si differenzia da quello posteriore, questa "Nuova Preistoria" non è ancora, o non lo è del tutto, il mondo senza storia dell’entropia borghese ma è il mondo nuovo successivo alla deflagrazione terzomondiale. Nella Ricotta Orson Wells citando Pasolini recita:

"…O guardo i crepuscoli, le mattine
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,
come i primi atti della Dopostoria,
cui io assisto per privilegio d’anagrafe,
dall’orlo estremo di qualche età
sepolta…"


ma soprattutto nella Profezia di Alì dagli occhi azzurri Pasolini diceva:

"…deponendo l’onestà
delle religioni contadine,
dimenticando l’onore
della malavita,
tradendo il candore
dei popoli barbari,
dietro ai loro Alì dagli Occhi Azzurri
usciranno da sotto la terra per uccidere
usciranno dal fondo del mare per aggredire
scenderanno dall’alto del cielo per derubare
e prima di giungere a Parigi
per insegnare la gioia di vivere,
prima di giungere a Londra
per insegnare a essere liberi,
prima di giungere a New York,
per insegnare come si è fratelli
- distruggeranno Roma
e sulle sue rovine
deporranno il germe
della Storia Antica.
Poi col Papa e ogni sacramento
andranno su come zingari
verso nord-ovest
con le bandiere rosse
di Trotzky al vento…"
Ancora nel 1964 nel risvolto di Poesia in forma di rosa Pasolini indicava il motivo fondamentale di questa opera come il: "tentativo stentato di identificare la condizione presente dell’uomo (diviso in due Razze, ormai, più che in due Classi) come l’inizio di una Nuova Preistoria", dunque le "due Razze" vivevano ancora ben distinte ed inconciliate. Sempre di quegli anni sono i viaggi all’estero: nel ’61 in India – Bombay, Nuova Delhi, Calcutta – con Alberto Moravia ed Elsa Morante, quindi, nello stesso anno, in Kenia e a Zanzibar; nel ’62 trascorre il mese di gennaio in Egitto, Sudan, Kenia e Grecia; infine nel ’63 è nello Yemen, in Kenia, Ghana e Guinea; di quell’anno è, inoltre, la stesura della sceneggiatura del film: Il padre selvaggio, che doveva essere ambientato in Africa, e che non sarà mai girato per ostacoli produttivi conseguenti al processo per vilipendio alla religione della Ricotta. Pasolini comincia a viaggiare, e le borgate romane si allargano fino a diventare il Terzo Mondo intero, forse perché la periferia romana inizia ad andargli stretta e ad essere troppo simile a quella di qualsiasi altra periferia del mondo occidentale.

In un’intervista del 1967 Pasolini ormai affermava:

"Ebbene la realtà che prima mi interessava, intendo dire il sottoproletariato romano delle borgate, sta cambiando rapidamente, non lo riconosco più. Il sottoproletariato romano che prima era solo esistenzialmente reale, ma non aveva una realtà storica, oggi sta diventando una frazione del Terzo Mondo."


Ma questo è solo l’inizio di un processo e, d’altra parte, l’intervista appartiene ad un periodo conseguente nell’itinerario pasoliniano di "presa di coscienza".

Riassumendo si potrebbe dire che nei primi anni Sessanta era ancora viva in Pasolini l’illusione, perché poi si rivelerà tale, di una possibile salvezza palingenetica, per quanto contraddetta e lontana da essere postulata dogmaticamente, proveniente dai "Regni della Fame" verso l’occidente civilizzato; l’amore per il corpo è ancora amore "per il mondo che c’è" [e non "c’era"] in esso. Questo sogno palingenetico e questo amore degno di "una forza del passato" era chiaramente eterodosso rispetto al pensiero marxista tradizionale, di fronte alla cui istituzionalità Pasolini aveva da sempre avuto un atteggiamento critico e complesso, come nei famosissimi versi delle Ceneri di Gramsci:
"Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere
con te e contro te; con te nel cuore,
in luce, contro te nelle buie viscere;"


Ma, d’altro canto, pur avendo acuito all’inizio del decennio la propri eterodossia arrivando a rinnegare parte della sua precedente attività culturale – è di quegli anni il grido: "ABIURO DAL RIDICOLO DECENNIO!"(riferendosi agli anni Cinquanta) di Poesia in forma di rosa – Pasolini rifiutò sin dai primi momenti la parola d’ordine del "disimpegno" che caratterizzava, in ambito culturale, gli anni del boom economico e della crisi delle ideologie. In particolare Pasolini si schierò decisamente contro la cosiddetta "neoavanguardia", raccolta in Italia principalmente attorno al Gruppo ’63, la quale rifiutava l’ideologia come chiave interpretativa della realtà e si proponeva di superare la letteratura degli anni Cinquanta negandone le strutture classiche e, rifacendosi alle avanguardie storiche, demistificando, attraverso la sperimentazione, il linguaggio tradizionale che, in un periodo di mercificazione letteraria e di riproducibilità tecnica, era divenuto irrimediabilmente logoro ed incapace di farsi portatore di significati. In qualità di esponente di punta della cultura del decennio precedente e in quanto erede della tradizione "umanista", Pasolini era direttamente coinvolto in questa "iconoclastia desacralizzante", ma oltre a questo coinvolgimento personale l’autore di Una vita violenta accusava i neoavanguardisti della svalutazione, in campo letterario, della cultura precedente, classica e più recente, e dell’accettazione-integrazione, attuata con "cinismo ed eleganza", dei nuovi valori, pur se ancora indefiniti, della tecnica e dell’industria culturale, in altre parole quelli del neocapitalismo.

Dunque già nei primi anni Sessanta Pasolini avvertiva la mutazione che stava subendo il capitalismo classico e ne rifiutava, da intellettuale marxista ancora "impegnato" le nuove idee e le nuove sirene.

di

Fabio Frangini


@Eretico e Corsaro - Le Pagine Corsare

Curatore, Bruno Esposito

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lunedì 7 ottobre 2013

Il poeta Pasolini «Cantore di borgata contro la modernità»

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro





Il poeta Pasolini «Cantore di borgata contro la modernità»

Il ricordo del cugino Nico Naldini, a 30 anni dalla morte:
«Attratto dall'anima popolare della natìa Casarsa e di Roma».
La Provincia di Sondrio - Francesco Mannoni

«Io e Pier Paolo siamo figli della guerra, nel senso che i nostri padri erano due giovani soldati della prima guerra mondiale abbastanza amici fra loro che sposarono due sorelle di Casarsa: mia madre e la madre di Pasolini. Tra Pier Paolo e me c'era una differenza di sette anni, ma già da ragazzino io gli andavo sempre dietro».

Il poeta e scrittore Nico Naldini, cugino di Pier Paolo Pasolini (05/03/1922 - 02/11/1975), ha accettato di ricordare il parente e amico nel trentennale della morte. Naldini , che con La Cargo edizioni ha appena pubblicato Come non ci si difende dai ricordi, un amaro racconto in cui la morte di Pasolini è il filo conduttore della memoria, parla del cugino come se fosse presente. «A differenza di tanti altri adulti - dice -, Pasolini aveva per me e per i miei coetanei un'attenzione pedagogica. Durante la seconda guerra mondiale, siamo stati suoi allievi in quarta e quinta ginnasio. Insegnandoci latino, greco, italiano e inglese, ci ha formati culturalmente dandoci anche qualcosa in più: l'aspirazione ad un miglioramento continuo personale e anche morale».





Il fattaccio che lo costrinse a lasciare Casarsa, fu davvero un episodio scandaloso come lo ricordano?

Accetto, ma non condivido i suoi termini fattaccio e scandaloso. Era il 1949, Pasolini aveva 27 anni e per accuse relative ad una presunta relazione omosessuale, fu espulso dalla scuola e dal partito comunista. Per difendersi dal comandante dei carabinieri di Casarsa che lo interrogava in modo stretto sulla vicenda, lui ha creduto di potersi giustificare dicendo che era stato suggestionato da certe letture di Gide e aveva voluto fare un'esperienza simile. Il partito comunista reagì nel modo più ingenuo, prendendo per buone quelle dichiarazioni che servivano soltanto a discolparlo, e lo espulse dicendo che Pasolini era impregnato di cultura decadente borghese.

Dopo che Pasolini lasciò Casarsa, vi vedevate spesso?

Da Casarsa andò a stare a Roma presso nostri parenti. Io lo andavo a trovare spesso, anche perché avevo rapporti con l'ambiente culturale romano, ma specialmente dopo che mi trasferii a Milano per lavorare nella casa editrice Longanesi, lo vedevo con molta più frequenza. Dagli anni Settanta ho cominciato a lavorare nel cinema nella casa produttrice dei suoi films, e ho collaborato con lui per il Decameron, e gli altri films della trilogia. Per Salò ho partecipato a tutte le fasi del film, dalla sceneggiatura alla preparazione e quando Pasolini è morto, ho dovuto affrontare da solo una situazione turbolenta, grazie però ad alcune istruzioni avute prima da lui su come intendeva impostare la difesa del film.

Da lingua e dialetto elaborò una cifra linguistica efficacissima nella poesia, nei romanzi e nei film: come arrivò secondo lei al connubio perfetto tra lingua e dialetto?

La nostra famiglia materna era di astrazione piccolo borghese, però il mondo intorno era di vecchi contadini, e abbiamo assistito ai riti agresti e al linguaggio che li accompagnava prima dell'avvento della meccanizzazione. Il dialetto era il friulano dei contadini, non era mai stato scritto benché il Friuli abbia da molti secoli una tradizione letteraria di tipo dialettale e campanilistica, perché quella della zona sulla riva destra del Tagliamento, era semplicemente una lingua di comunicazione tra contadini. Pasolini assunse questo dialetto non solo come metro linguistico, ma come mezzo etico di conoscenza del mondo in rapporto con la realtà. È stata un'operazione molto complessa.

Perché?

Pasolini, si è immerso ed è diventato compartecipe, quasi consanguineo al mondo dei giovani contadini di Casarsa, e l'ha trasferito nelle sue prime poesie ma anche nella forte immaginazione di un universo popolare. Una volta a Roma, un'operazione analoga l'ha compiuta nelle borgate romane, e il romanesco parlato in questi quartieri ha dato adito poi ai suoi romanzi.

Romanzi come «Ragazzi di vita» e «Una vita violenta», nascono proprio dallo studio del mondo dei borgatari?

Certo, uno studio non dottrinario, non tecnico, ma vissuto attraverso il contatto diretto con il mondo popolare delle borgate che allora erano luoghi ignoto, terre incognite. Anche le gerarchie del partito comunista non sapevano che esistessero. Credevano che fossero dei proletari: no, erano dei sottoproletari, qualcosa di peggio. Pasolini ha descritto il mondo popolare di Casarsa e delle borgate romane ed è lì la chiave poi del Pasolini apocalittico che si scaglia contro l'epoca moderna, e fa le sue riflessioni e le sue battaglie, perché il dolore di aver visto tramontare questi due mondi, per lui era immenso.

Il Pasolini poeta, invece, su quali basi conferma la sua ispirazione?

Il Pasolini poeta nacque quando la poesia ermetica dominava il panorama intellettuale, e lui reagì subito a quel mondo ermetico preferendo riferirsi ai poeti dell'Ottocento come Leopardo e Manzoni. Questo è stato il primo passo. Il secondo è stato adottare il dialetto dei contadini di Casarsa in termini poetici. E lì ha avuto il riconoscimento da parte di un grande filologo come Gianfranco Contini che scrisse una recensione al suo primo libro di poesie e confermò la sua idea di poter sfruttare il filone popolare. Questo aspetto si è poi concretizzato con le componenti sociali e politiche in Le ceneri di Gramsci, nel mondo del capitalismo, dei contrasti e delle lotte che sosteneva quotidianamente animato da una ideologia pura e indomabile.

Il politico come agiva, come si poneva al centro delle questioni che dibatteva?

Non aveva rapporti organizzativi né di responsabilità con un partito che in questo caso sarebbe stato il partito comunista, verso il quale ha diretto sempre diverse critiche. Fra l'altro disse che i comunisti italiani non avevano fatto quell'esame di coscienza che avrebbero dovuto fare alla caduta dello stalinismo. È stato sempre ritenuto un compagno di strada di cui non fidarsi perché poteva scoccare in qualunque momento una freccia polemica che la burocrazia del partito comunista non era disposta ad ascoltare. Questo benché all'interno del partito comunista ci fossero dei dirigenti che lo stimavano molto, tipo d'Onofrio. Ma soprattutto Nenni ha avuto per lui una gran simpatia. Oltre che essere scomodo, Pasolini si sentì sempre libero di dire quello che voleva e pensava, senza mai tirarsi indietro per ragioni di convenienza o di diplomazia. Sulla sua fine sono state dette e scritte tante cose. Lo stesso Pelosi ultimamente ha parlato di complotto, di più persone che hanno ucciso lo scrittore.

Secondo lei, cosa accadde veramente quella notte?

A questa domanda da trent'anni rispondo in maniera univoca. Quando ho saputo della sua morte violenta, ho pensato ad un assassinio come tanti altri che si sono verificati tra uomini che avevano rapporti con dei giovani. Da tutte le indagini criminologiche non è venuta fuori una sola prova che l'assassinio fosse opera di più persone. Ho sempre sostenuto che Pelosi era solo. Ci sono infinite supposizioni, una più fantastica e stupida dell'altra per spiegare la morte di Pasolini. Tutte fandonie. La mia intuizione l'ho avuta il giorno dopo la morte di Pasolini quando ho visto la foto del suo assassino sui giornali. E ho pensato: questo è il tipo di ragazzo di cui Pasolini si sarebbe forse innamorato perché apparteneva alla sua tipologia erotica.

A trent'anni dalla morte, le opere di Pasolini ancora si leggono, ancora fanno discutere, creano scandalo: la sua perdurante attualità è frutto di una intelligenza che riesce ancora a turbare?

È la forza delle sue idee, il modo di esprimerle, a tenere vivo un sentimento che nasce dal cuore ma passa per il cervello: è un'operazione che richiede grande forza culturale ma anche morale, perché combatte contro tutti. Non c'è una verità stabilita al di fuori che uno si accontenta di contemplare e buonanotte; la verità va ricostruita giorno per giorno, e credo che nel nostro tempo così incline ai compromessi, a forme di corteggiamento, di sudditanza, di sfruttamento, la sua genuinità sia sentita come un valore non più corrente, e intorno a questa assenza c'è come una nostalgia. La gente legge Pasolini per apprendere una verità taciuta provenire da colui che ha avuto il coraggio di dirla . In questo senso è quasi la coscienza di un Paese che una volta tanto non dimentica. Pasolini ha molta fortuna anche all'estero, in Germania soprattutto. I suoi libri e le sue poesie sono tradotte anche in America ed è uno degli scrittori più noti e amati all'estero.




Fonte:
http://www.cinemagay.it/dosart.asp?ID=2244


Curatore, Bruno Esposito

Collaborano alla creazione di queste pagine corsare:

Carlo Picca
Mario Pozzi
Alessandro Barbato
Maria Vittoria Chiarelli
Giovanna Caterina Salice
Simona Zecchi