Benvenuto/a nel mio blog

Benvenuto nel blog

Questo blog non ha alcuna finalità di "lucro".
Viene aggiornato di frequente e arricchito sempre di nuovi contenuti, anche se non in forma periodica.
Sono certo che navigando al suo interno potrai trovare ciò che cerchi.
Al momento sono presenti oltre 1800 post e molti altri ne verranno aggiunti.
Ti ringrazio per aver visitato il mio blog e di condividere con me la voglia di conoscere uno dei più grandi intellettuali del trascorso secolo.
Visualizzazione post con etichetta Saggi sulla letteratura e sull’arte. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Saggi sulla letteratura e sull’arte. Mostra tutti i post

lunedì 29 luglio 2024

Pasolini, inedito del 1971 - «Che cosa è un maestro?

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



 Pasolini, inedito del 1971


Che cosa è un maestro?


Intanto si capisce soltanto dopo chi è stato il vero maestro: quindi il senso di questa parola ha la sua sede nella memoria come ricostruzione intellettuale anche se non sempre razionale di una realtà comunque vissuta.

Nel momento in cui un maestro è effettivamente e esistenzialmente un maestro, cioè prima di essere interpretato e ricordato come tale, non è dunque un maestro; nel senso reale di questa parola.

Egli viene vissuto: e la conoscenza del suo valore è esistenziale.

Longhi era semplicemente uno dei miei professori all’università: ma l’aula dove insegnava era un posto diverso da tutti gli altri, fuori dall’entropia scolastica.

sabato 8 luglio 2023

Pasolini, Insistenza della voce di Dio nella nuova poesia italiana - «La Fiera letteraria., VI, 22, 3 giugno 1951

"Le pagine corsare " 

dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Pasolini
Insistenza della voce di Dio nella nuova poesia italiana 

La Fiera letteraria

anno VI

numero 22

3 giugno 1951


Dei diciotto poeti raccolti nell'antologia vallecchiana curata da Fasolo, almeno due (Corsaro e Wenzel) scrivono della poesia di contenuto direttamente religioso in Corsaro, che è prete, a sfondo, anche se ciò non risulta molto chiaro, dogmatico - in cinque (Budigna, Giglio, Colli, Guglielmi e Rindi) , il motivo del divino almeno nominalmente non compare, mentre tutti gli altri undici, inseriscono più o meno frequentemente o necessariamente il termine «Dio» nel tessuto linguistico delle loro raccolte. A voler subito definire sommariamente quel Dio-parola, si potrebbero ricordare i due termini estremi di uno stesso «tono» religioso, e naturalmente aconfessionale, nella Pietà di Ungaretti e nelle invocazioni verbali di Quasimodo. Un Dio che però

domenica 11 giugno 2023

Pier Paolo Pasolini, Il calcio «è» un linguaggio con i suoi poeti e prosatori - Il Giorno, 3 gennaio 1971.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



P.P. Pasolini
Il football è un sistema di segni, cioè un linguaggio

Il Giorno, 3 gennaio 1971
oggi in:
Saggi sulla letteratura e sull’arte
a cura di W.Siti e S. De Laude
vol. II
“Meridiani” Mondadori
Milano 1999
pp. 2545-2551
(le immagini sono prese dal web e non è stato possibile risalire alla fonte) 


«[…] Il football è un sistema di segni, cioè un linguaggio. Esso ha tutte le caratteristiche fondamentali del linguaggio per eccellenza, quello che noi ci poniamo subito come termine di confronto, ossia il linguaggio scritto-parlato.

Infatti le “parole” del linguaggio del calcio si formano esattamente come le parole del linguaggio scritto-parlato. Ora, come si formano queste ultime? Esse si formano attraverso la cosiddetta “doppia articolazione” ossia attraverso le infinite combinazioni dei “fonemi”: che sono, in italiano, le 21 lettere dell’alfabeto.
I “fonemi” sono dunque le “unità minime” della lingua scritto-parlata. Vogliamo divertirci a definire l’unità minima della lingua del calcio? Ecco: “Un uomo che usa i piedi per calciare un pallone è tale unità minima: tale “podema” (se vogliamo continuare a divertirci). Le infinite possibilità di combinazione dei “podemi” formano le “parole calcistiche”: e l’insieme delle “parole calcistiche” forma un discorso, regolato da vere e proprie norme sintattiche.
I “podemi” sono ventidue (circa, dunque, come i fonemi): le “parole calcistiche” sono potenzialmente infinite, perché infinite sono le possibilità di combinazione dei “podemi” (ossia, in pratica, dei passaggi del pallone tra giocatore e giocatore); la sintassi si esprime nella “partita”, che è un vero e proprio discorso drammatico.

lunedì 26 settembre 2022

Pier Paolo Pasolini, Dialetto e poesia popolare - Mondo operaio, 14 aprile 1951, pag.12.

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro





Pier Paolo Pasolini
Dialetto e poesia popolare

Mondo operaio

14 aprile 1951

pag.12. 

(Trascrizione dal cartaceo, curata da Bruno Esposito)


Questa del rapporto tra poesia dialettale e poetica << popolare >>  è una questione che non è ancora stata posta, a meno che non si voglia considerare un primo implicito contributo all'argomento l'istituzione del << Premio Cattolica >>: il cui bando, l'anno passato, richiedeva  ai versi dialettali concorrenti il tema della pace, che è appunto un tema della poetica popolare.

I risultati del Premio (che speriamo ripetuto nel '51) sono confortanti: una riprova, esplicita stavolta, della bontà dell'ipotesi critica. Astraendo naturalmente da chi firma questo scritto, c'è veramente da stupirsi della validità delle liriche dialettali premiate e segnalate a Cattolica: si pensa a cosa potrebbe essere una raccolta, anche solo di due dozzine, di liriche tutte all'altezza di << Su pizzinu mutiladu >>, di Giovanni Moi, il vincitore del concorso: quanti libri di poesia in lingua, rivelerebbero, al confronto, la loro impoeticità letteraria? La questione è grossa: del resto non è chi istintivamente non pensi a quanto di falso permanga a minacciare la lingua chiamata << italiano >>, non solo scritta (che in tal caso si conoscono bene i pericoli della tradizione) ma anche parlata. E a quanto,

sabato 8 gennaio 2022

Pasolini, Dante e i poeti contemporanei - Inedito, 1965

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pier Paolo Pasolini

Dante e i poeti contemporanei
Questionario

Inedito, 1965
In occasione dei 700 anni dalla nascita di Dante, Pasolini rilascia un’intervista radio la cui trascrizione è rimasta inedita fino al 1999 e poi finalmente è stata pubblicata nell’edizione Meridiani Mondadori dei Saggi sulla letteratura e sull’arte.
A Pasolini viene posto un questionario di 11 domande.

Il questionario:


1. L'età di Dante presenta i caratteri di una grande civiltà giunta al suo culmine e già volta al declino, o - se si preferisce - in via di trasformazione verso una nuova civiltà che di lì a poco si sarebbe configurata e precisata come umanesimo. Alcuni aspetti dell'epoca che noi viviamo - crisi della cultura «borghese» in senso tradizionale, e profilarsi di un nuovo umanesimo - sembrano indicare che un fenomeno analogo si stia producendo nel nostro secolo. Quale è la sua opinione in proposito? Le rivolgiamo questa e le successive domande, facendo appello, naturalmente, alla sua personale e viva esperienza di poeta.

martedì 8 giugno 2021

Pier Paolo Pasolini - La dolce vita: per me si tratta di un film cattolico

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



Pier Paolo Pasolini 
La dolce vita: per me si tratta di un film cattolico
(Pier Paolo Pasolini, Filmcritica n° 94 – 1960)
(Il Repotorter, 23 febbraio 1960)
(Oggi in Pier Paolo Pasolini, Saggi sulla letteratura e sull'arte - Meridiani a cura di Walter Siti)


C'è una profonda scissione, nel nostro mondo culturale, tra la critica letteraria e la critica cinematografica. Sembra strano ma il crocianesimo - abolendo la distinzione dei generi e instaurando la sola possibile distinzione tra poesia e non poesia - ha favorito una critica tecnicistica, che implica necessariamente i generi, magari non come distinzioni retoriche, ma come distinzioni stilistiche.

Poiché per i crociani - ossia per i critici borghesi - l'operazione artistica è un dato unico, inimitabile e metastorico, l'esame di un'opera d'arte tende a diventare tutto interno: e quando, con la critica stilistica - che discende per li rami da Croce - l'esame, disperatamente interno, si propone come funzione ultima quella di leggere nell'opera d'arte singola un'intera epoca letteraria, finisce poi per risultare soltanto un contributo a una critica

sabato 10 aprile 2021

Pasolini - Da A. Soffia: o della divulgazione

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Da A. Soffia: o della divulgazione


3 -Distinzioni sul «taccuino» 

Il taccuino, chi ne approfondisce il concetto, è indubbiamente la più facile forma di prosa: è la prosa dell'ingenuo che vuol fare il saputo, o del saputo che vuoi far l'ingenuo. Ha l'apparenza del mezzo espressivo più atto alla piena e totale confessione della propria insofferente, segreta, macerata umanità, ma è invece un

mercoledì 23 dicembre 2020

Pier Paolo Pasolini - Le << Novelle >> di Gadda - L'APPRODO ottobre-dicembre 1953

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

L'APPRODO ottobre-dicembre 1953


Le << Novelle >> di Gadda
L'APPRODO ottobre-dicembre 1953

L'APPRODO ottobre-dicembre 1953
Non ci sembra sproporzionato tener presente dietro il primo piano di questo grandissimo scrittore ch’è Gadda, l’intero paesaggio storico della prosa italiana. I problemi che la sua lingua propone sulla pagina non vi si esauriscono: tendono a divenire generali. Non si può pensare a Gadda senza pensare a tutto il Novecento letterario italiano, né a questo senza il particolare Ottocento che lo contiene in potenza. Già molti critici si sono deliziati al gran banchetto gaddiano: e l’hanno manifestato come si doveva: tanto che le principali osservazioni stilistiche che si potevano fare son già state fatte: né c’è alcuna bibliografia (se si eccettui forse quella d’un Cecchi) che ne vanti di più sottili ed espanse. Perciò il lettore non si scandalizzi se cerchiamo piuttosto di collocare che di analizzare questo poderoso corpus di racconti, Novelle dal Ducato in fiamme (pubblicate da Vallecchi, e premiate a Viareggio): con secchezza di schema, purtroppo; con poco maggiore respiro che se si trattasse d’una scheda. Schiaffini e Contini, se a loro non spiace, faventibus.
Gadda al tempo stesso appartiene pienamente e appartiene poco al nostro Novecento: forse il suo curriculum potrebbe fornirne le spiegazioni psicologiche e le determinanti circostanze: ma è un fatto che ci sono delle differenze sostanziali tra la sua «prosa d’arte» e quella dei suoi contemporanei. Non c’è in lui intanto alcun sapore di dannunzianesimo, se proprio vogliamo riferirci all’origine del secolo, nel crepuscolo in cui si mischiava con l’altro: e quindi non c’è il barocco nell’accezione corrente che la parola ha riacquisito dopo D’Annunzio. Il barocco di Gadda è un barocco realistico: categoria di stile anteriore (anzi!) al Seicento: si trova nella costante della letteratura italiana che il Contini definisce plurilinguismo, in antitesi all’unilinguismo petrarchesco, cioè quella lingua assoluta, e quasi astorica nella sua suprema purezza, che si è sempre posta come modulo della letteratura italiana-fiorentina. E dire che la letteratura italiana (non fiorentina) era cominciata proprio sotto il segno del pastiche. Il pastiche gaddiano, proprio: letterario di origine, com’è in Gadda, non metafisico (quello del gran modulo realistico ch’è la Divina Commedia). Dai rimatori italo-provenzali, franco-veneti, siciliani, al Trecento realistico, al Quattrocento macaronico, al Cinquecento
L'APPRODO ottobre-dicembre 1953

sensuale ecc. fino al Romanticismo, compresi i poemetti scientifici (tipici per il nostro caso) del Settecento… Il lettore non si atterrisca alla congerie: e si aggrappi tranquillamente allo schema. E vedrà come, giunti alle soglie della nostra epoca, la grande costante petrarchesca appaia incrinata ed esausta: come il mondo sociale e politico in cui aveva potuto esistere. Mentre l’altra corrente, la dantesca, appare potenzialmente vivificata e possibilitatà a nuovi sviluppi. Mentre il petrarchismo linguistico si perpetuava nelle scuole, nelle accademie, privilegio delle classi conservatrici e dominanti, il dantismo linguistico lussureggiava nella vita letteraria militante, s’imbeveva di risorgimento, di liberalismo, di socialismo… Forse per il suo immanente democraticismo comunale, per il suo continuamente violento senso religioso e moralistico… Il ritorno teorico del Manzoni al centro fiorentino, è, appunto, teorico: in effetti il Manzoni resta lombardo, periferico e moralista. Proprio come Verga (con adattamento, si intende, degli attributi alla diversa latitudine): e col Verga il realismo linguistico da interessi religiosi o morali, si articola da una parte al realismo di origine scientifica, dall’altra trova ragione di essere in un profondo sommovimento lirico: nella «scoperta del monologo interiore», come dice il Contini. Ed è da notarsi ancora – su un piano più basso, strumentale – come tale realismo contribuisca alla creazione di una koinè letterario-giornalistica, in cui l’Italia fine-Ottocento principio-Novecento esprime la sua unità politica e, ancora dimessamente, culturale.
L'APPRODO ottobre-dicembre 1953

Ora tutta questa massa d’esperienza come giunge al nostro Novecento letterario, e, nella specie, a Gadda? Ma – sempre angolando su Gadda – sceveriamo, schematizziamo ancora: del patrimonio ottocentesco possono eminentemente valere per Gadda, a determinarlo dall’esterno, i seguenti dati:
1) Una componente manzoniana, originantesi dal Manzoni non teorico, ma (come dice lo Schiaffini) «romantico in quanto il sistema romantico racchiudeva in sé una tendenza cristiana e democratica»: il Manzoni lombardo, insomma, tra i due poli del campanile e della nazione.
2) Una componente dialettale, in cui giganteggiano il Porta e il Belli, ironici, non umoristi, espressionisti, non cromatici.
 3) Una componente «scapigliata», la cui «funzione Gadda» è stata stupendamente indicata dal Contini nella sua recente antologia della scapigliatura piemontese. 
4) Una componente veristica (a fondo lirico) di procedenza verghiana.
La presenza di tali componenti resta accertata, oltre che dalla loro felice tonificazione, anche da una patina leggermente putrida ch’esse lasciano sulla pagina: della prima si deposita in Gadda un certo conformismo sia in senso provinciale che nazionale (sembrerebbe assurdo: ma non lo è, se si pensa all’enorme timidezza di questo grosso anarchico buono come un ragazzo), e ne restano tracce, per esempio, nella figura del capitano (autobiografica) del racconto Socer generque. Della seconda, dialettale, un certo sapore, anche se spesso esilarante, di chiusura municipale. Della terza, scapigliata, un eccesso di psicologismo patologico, clinico. Della quarta, veristica, una non celata crudezza di compiacimenti per il linguaggio e l’atteggiamento scientifico: uno spudorato odore di laboratorio.
Ora tutte queste componenti esterne (Gadda è nato sessant’anni fa) raggiungono Gadda nel cuore del Novecento: passano cioè attraverso un filtro che ne trasforma la sostanza. C’è di mezzo il decadimento di tutti i miti ottocenteschi e moderni, e la crisi della nostra epoca, ossia della grande borghesia che di quei miti è stata la produttrice. Quelle componenti stilistiche arrivano quindi in Gadda svuotate di contenuto. Non resta che la loro forza, la loro violenza espressiva: a sé, essendosi annichilite in essa le ragioni dell’espressione. Non c’è più fede in nulla se non un superstite attaccamento a un’indifferenziata e pur sempre operante passione dell’individuo, una specie di superuomo senza volontà di potenza. E si badi che in fondo le ragioni polemiche anti-borghesi (quelle vociane) in Gadda si sono smontate: e così il gusto rondiano della letteratura, come estrema ed elegante salvezza. Gadda si trova ciecamente solo di fronte a un mondo ciecamente solo: spinti l’uno contro l’altro, a urtarsi, con ripercussioni di dolore nevrotico, cosmico, da puri impulsi empirico-irrazionali.
Ma è chiaro che la potenza espressiva di Gadda serve a ricreare un mondo destituito di possibilità di razionalizzazione, se l’idealismo e Croce, per Gadda, non sono esistiti; se ogni finalismo, sia religioso che sociale, può essere pura constatazione, fenomeno del mondo circostante, non misura interiore del mondo: trovano cioè in questo scrittore una sorta di pausa terribile, quasi come in un membro staccato dalla storia, o vivente la storia di una parte dell’umanità (la nostra, la borghese) in via di superamento.
L'APPRODO ottobre-dicembre 1953

Collocata dunque in un corso storico – nella specie la storia della prosa italiana – questa scrittura, a cui tendevano insieme la scapigliatura e il verismo ottocentesco come prodotti di una comune violenza linguistica, potrebbe definirsi nella formula «espressionismo». E un esame interno della prosa gaddiana, porterebbe alla stessa soluzione critica.
Riducendola allo schema ecco, di questa prosa, le componenti essenziali.
In ordine psicologico:
1) Una fissazione narcissica implicante, oltre la naturale deformazione del rapporto gnoseologico con la realtà, una nostalgia (non crepuscolare) per l’epoca in cui tale fissazione s’è avuta, e una incoercibile simpatia per le figure dei «ventenni» (sia appena dirozzate, come gli spesso ritornanti «alpini», sia vividissime, come il protagonista giovane di San Giorgio in casa Brocchi).
 2) Una reazione patologica ai contatti col mondo esterno: il «tono» espressivo di Gadda essendo un misto di rabbia e di pietà, di mitezza e di livore, con cui si adatta come in un calvario alla società della quale, insieme, è reietto e transfuga volontario, quasi non sapesse distinguere nel suo cieco sentimento verso di essa, furia polemica e rimpianto, rancore e generosa sfottitura. Il suo stesso antifascismo (in Socer generque e passim) si direbbe dovuto al fatto che i fascisti urtavano particolarmente i nervi: e insomma l’unico contenuto della sua violenza espressiva è un indifferenziato stato di sommovimento psicologico e quindi lirico, ma in un senso straboccante del
termine, il lirismo della «commedia»…
In ordine stilistico:
1) La contaminatio di linguaggi (su cui non conta insistere, tante sono le osservazioni ormai fatte al proposito, e volgarizzate). 
2) La furia analitica, con continuo, irruente apporto di excursus (mirabilissimi).
In merito al primo di questi dati vorremmo però sottolineare quelli che sono i termini fondamentali e più drammatici del «pasticciaccio» gaddiano: ossia il linguaggio letterario, strabocchevole di terminologie colte (che è la massa più imponente di questa scrittura), e il linguaggio veristico, vivente soprattutto nel dialogo, assai scarso e quasi sempre «citato», con implicita colorazione dialettale.
L'APPRODO ottobre-dicembre 1953
Mentre dunque in Verga era idealmente il dialogo (ossia la vita oggettivamente vista e ascoltata nella sua realtà) a produrre la complicazione stupenda del testo narrativo, vibrandovi e sommovendolo liricamente col contrasto lingua parlata-lingua letteraria, in Gadda è invece il testo narrativo che produce il dialogo, come un corollario, un massimo di violenza linguistica, un supremo sberleffo: un estremo sguardo alla vita nella sua beata, irraggiungibile realtà. Sì che ci sarebbe da scrivere un intero, grosso capitolo di storia della lingua letteraria, partendo dall’interiezione verghiana, già a lungo studiata dal Russo, «Santo diavolone!», per giungere al gaddiano «Vacca miseria!» gridato dal cascarino che s’imbatte contro il formidabile seno della Jole.
Nella storia della nostra prosa, in un periodo in cui questa, dopo essere stata per secoli diacronica alla poesia – quasi per reazione alla propria strumentalità, trovata nella pratica dell’unità nazionale borghese –, si mescola alla poesia nella «prosa d’arte», Gadda non poteva sottrarsi all’influsso di tale operazione: ma, come abbiamo visto, la compie in un modo sostanzialmente diverso dai suoi contemporanei. Pur rovesciando il rapporto per definizione realistico, egli corona nel Novecento il realismo verghiano; dà respiro «nazionale» al libellismo filologico e scapigliato, prodotto un po’ provinciale del romanticismo; e attua in concreto, per mezzo del suo portentoso macchinario linguistico, la sua «ipertassi» (se possiamo, per simpatia, coniare questo nuovo vocabolo), le teorie dell’Ascoli in polemica col Manzoni teorico. Visto così, un po’ forestiero al giro linguistico del suo tempo, in una più assoluta gerarchia storica, Gadda può dunque apparire un autentico «classico»: tanto che di certi suoi pezzi da antologia si potrebbe dire, proprio con una frase – che lo Schiaffini citandola chiama stupenda – inventata dall’Ascoli per il Manzoni, che sono stati scritti «con l’infinita potenza di una mano che non pare avere nervi».

(Trascrizione dal cartaceo, curata da Bruno Esposito)
Pier Paolo Pasolini
L'APPRODO ottobre-dicembre 1953
( Oggi in Passione e Ideologia con la data 1954
 e in Pier Paolo Pasolini "Saggi sulla letteratura e sull'arte,
a cura di Walter Sitti)




Curatore, Bruno Esposito

Grazie per aver visitato il mio blog

giovedì 10 dicembre 2020

Pasolini, "Ai margini di Babilonia" - Il popolo di Roma, giovedi 30 agosto 1951

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro

Biblioteca Nazionale Centrale di Roma


Ai margini di Babilonia
Pier Paolo Pasolini

Il popolo di Roma 
Giovedi 30 agosto 1951

È molto difficile incontrarsi, nelle letture dialettali in un libro come questo di Franco de Gironcoli (F.d.G.: Elegie in friulano, Edizioni di Treviso, 1 95 1 ). C'è tanta asciuttezza nei suoi ritmi elementari, nelle sue piccole quartine perdute in mezzo alla pagina, nate a stento si direbbe, ma intere, tutte d'un pezzo, che quanto di volgare solitamente in torbida i testi in Volgare - rispetto alla koinè letteraria - pur senza una sua poetica viene tutto depositato nel fondo; ne risulta un libretto onesto e delizioso, impacciato e squisito. Che già il friulano non sia un dialetto dell'italiano, è molto - apparterrebbe per l'Ascoli al ceppo delle lingue ladine - ma se pure si accreditasse la nuova teoria del Battisti che lo vuole dialetto alpino, ossia veneto in una fase anteriore, la sua arcaicità è tale che praticamente lo differenzia in modo determinante: è molto nel senso che permette un immediato distacco dai colorismi plebei del vernacolo. Ha già potenziale una sua pronuncia letteraria. Tanto più per il de Gironcoli, che dà alla sua varietà goriziana una patina arcaica, presa dal friulano del Seicento usata dai barocchi dialettali e in specie dal Colloredo. In queste poesie, scritte come casualmente dal '43 al '45 - diciotto in tutto, e molto brevi - il fondo sentimentale è unico, indistinto, si direbbe addirittura informe: da un amaro risentimento per la prosaicità del mondo a una elementare nostalgia per l'infanzia perduta insieme con la particolare Gorizia dell'infanzia. De Gironcoli è forse incapace di darsi altro che le immagini ultime, già fatte di questo a priori sentimentale. Qualcosa che si avvicina a certa stupefacente, insolubile paratassi dei temi dei fanciulli: ma coltivata nel magma non certo tenero di un medico ormai cinquantenne venuto ai versi senza aloni sentimentali, con lucida ingenuità.

Da Gorizia, scendendo giù con l'Isonzo all'Adriatico, dietro a valli e bonifiche, in vista ideale di Trieste, ma di luce veneziana, si incontra l'isola di Grado. A Trieste un secolo fa si parlava ladino: a Grado, in ritardo nei confronti del grande porto, si parla un dialetto che non è più friulano e non è ancora veneto, un dialetto che avrebbe fatto fremere di entusiasmo linguistico il D'Annunzio della Nave (e, naturalmente, del francese arcaicizzante). E dai Fiuri de tapo, pubblicati nel ' 1 2 alla recente <<Ultima refolada>>, dunque quasi quarant'anni di attenzione poetica, Biagio Marin ha ridato fuori dal tempo la vicenda della sua «isola» (l canti de l'isola, Del Bianco editore, Udine 1 95 1 ) , vicenda minima, annate inconsistenti come ore, ma ore interminabili come annate, che finisce con l'elidersi in un tempo indifferenziato, il non-tempo del mare. È una lingua senza colori e senza sorprese, nobile e elementare: prigioniero di questa lingua isolata, caduto nella sua mancanza di tempo, nella sua marginalità, nel suo albore, Marin rimane quasi privo di un contenuto, preso in una ripetizione di piccoli motivi, piccoli come i progressi del tempo. È un minimo Pascoli dialettale (finalmente), oggettivato nelle cose o persone che sono poco più che cose di cui si occupa, amalgamato col suo malinconico e bianco Adriatico. Tecnicamente la sua immagine è sempre un po' sfuocata, in leggera dissolvenza, troppo aperta e facile (da «la luna bianca lumina la tera» in Fiuri de tapo a «bianco e pesante navega un corcal - sora i fondali vasti e le barene>> ne L'ultima refolada non c'è come si vede evoluzione di tecnica), la massima dote di questa sua immagine è una eleganza e un candore che fanno pensare a certo Saba, o a quel Giotti che è di Saba l'ideale supplemento, in un certo senso la purificazione. Potendo antologizzare citare potremmo raccogliere da questo immobile canzoniere di Marin una dozzina di poesie veramente belle: del resto anche tutto l'abbondante connettivo non poetico possiede una dignità e una purezza che lo tengono quasi sempre al di fuori dall'orbita dialettale.

Cosa che non si può dire invece per questo nuovo libretto di E.A. Mario <<Pampuglie>> ed. R. Pironti, Napoli 195 1 ), chiuso tutto dentro il limite che il dialetto impone a chi lo usa secondo la tradizione (che è idealmente orale). Pieno di una facile e puerile saggezza, di una facilissima polemica di costume, inutilmente svuotato, in fondo, dei colori napoletani, quando al loro posto è stato poi usato un colore genericamente vernacolo. Resta però da dire che al Mario non manca qualche buona carta: intanto i suoi novenari duri, inamabili, prosaici, potevano già essere una notevole scoperta tecnica per cogliere una Napoli che sarebbe piaciuta per esempio a Rea (cfr. Le due Napoli, «Paragone» n. 19) così, senza rima, o rimati a caso, con qualche pezzo linguistico privo dei soliti canori chiaroscuri napoletani, ma agro, romanzo. E c'è poi una poesia 'E miracule d' 'o sole tutta risolta, che si potrebbe adoperare per una raccolta di poesia dialettale moderna. Forse polemicamente, la . tradizione digiacomiana qui manca: purtroppo, del resto, questa tradizione è passata ai canzonettisti pseudo-anonimi, è divenuta la tradizione tout court, con quanto di immorale e di stupido esso comporta.

Pier Paolo Pasolini
Il popolo di Roma
giovedi 30 agosto 1951
Oggi anche in:
Saggi sulla letteratura e sull'arte Tomo I
Meridiani _ Mondadori
Walter Siti e Silvia De Laude

(trascrizione curata da Bruno Esposito)

Biblioteca Nazionale Centrale di Roma



Curatore, Bruno Esposito

Grazie per aver visitato il mio blog

Pasolini, Piccola Antologia Friulana - La fiera letteraria 1947

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro



(Trascrizione curata da Bruno Esposito)

«Alle nostre fantasie letterarie è 
[...] necessaria una tradizione non unicamente orale. 
E questa non potrà essere la tradizione friulana, che, 
se ha qualche discreto poeta, è poi tutta vernacola 
[...]. La nostra vera tradizione, dunque, andremo a 
cercarla là dove la storia sconsolante del Friuli 
l’ha disseccata, cioè il Trecento 
[...]. Infine, la tradizione che naturalmente dovremo 
proseguire si trova nell’odierna letteratura 
francese ed italiana, che pare giunta a un punto 
di estrema consumazione di quelle lingue».
(Stroligut N. 1 - agosto 1945)


Piccola Antologia Friulana


Fiera letteraria 1947
Davanti a questa « Piccola antologia friulana veniamo a trovarci in una posizione veramente curiosa. Diciamo subito ad ogni modo che ci sarà necessario senz'altro rinunciare a ogni richiesto criterio di oggettività, per le tre seguenti ragioni : primo, in questa antologia figuriamo anche noi, con tre liriche, secondo siamo amici del D'Aronco, e legati a lui nella battaglia per l'autonomia friulana, terzo non andiamo affatto d'accordo con l' Autore (ed egli lo sa) in cose di poesia e non condividiamo il gusto che l'ha guidato nella scelta di questi friulani. Dimenticate le prime due ragioni dobbiamo pronunciarci: il lettore non « appassionato » di poesia dialettale (una passione, per intenderci, avvicinabile alla filatelia), il quale per caso abbia avuto o avrà tra le mani questa raccolta. sappia che sarebbe anche possibile imbattersi in una poesia friulana molto diversa da quella che è qui presentata. A piena difesa di D'Aronco sta il fatto che egli si rivolge a un pubblico vario e presumibilmente medio: questa concessione ci dispensi dal sentirci inopportuni. Ciò non toglie ad ogni modo che le poesie qui presentate dello Zorutti siano di una povertà desolante (ahimè, quei versi : 
<<Al è un gran s'ciafoiâz: / 'e mi colin i brâz>>
oppure 
<<La nestr'anime aflite/ dai dolôrs de la vite>>, 
dove è chiarissimo come la puerilità del moralismo zoruttiano sia connessa a una sua sostanziale incapacità tecnica). Da queste righe facile intuire come tutto un nostro discorso si impernierebbe sulla stroncatura dello Zorutti e sulla valorizzazione di certi motivi 
<<inediti del Colloredo o di altri minori. Intorno al Novecento molto ci sarebbe ancora dire: l'assenza più notevole è quella di Argeo, il miglior poeta friulano degli ultimi decenni (sappia il lettore non "appassionato" che ciò che diciamo è scandaloso)>>.
 Tuttavia, dal punto di vista in cui il D'Aronco si è messo  questo volumetto di leggera e piacevole lettura è senz'altro raccomandabile.
P.P.Pasolini
(Trascrizione curata da B. Esposito)


Successivamente riprende l'argomento anche su "Quaderno romanzo,3"

Dissensi per un sommario di letteratura friulana

Bel servizio davvero facciamo al nostro amico D'Aronco, intitolando tout court «Dissensi ecc.» questa rapida notizia sul suo Breve sommario storico della letteratura ladina del Friuli (Edizioni del «Momento», Udine) ! Del resto l'ultimo a stupirsene sarà lo stesso D' Aronco, che già conosce a meraviglia le nostre riserve sulla sua interpretazione dei Friulani: riserve espresse t:ton solo con sommarie ironie orali, ma affidate ormai allo scritto, sia su «Libertà», a varie riprese, che sulla <<Fiera letteraria>>, e a proposito, appunto, della Piccola antologia friulana curata dallo stesso D' Aronco per Gastaldi. Naturalmente il punto morto della questione - il piano su cui non riusciremo mai a incontrarci - resta sempre quel buon diavolo dello Zorutti; e non ci si accusi di essere inopportuni se ritorniamo sulla questione, e con intenti esplicitamente e sempre polemici, visto che nessun appassionato dello Zorutti si decide ancora a prendere la penna in mano per difenderlo dalle nostre deplorevoli accuse ! E vero che dei friulani è nota una loro settentrionale freddezza, tuttavia ci nasce il sospetto che nel nostro caso si tratti piuttosto di insufficienza di argomenti: e come spiegare in altro modo la resa degli zoruttiani di fronte alle nostre ripetute insinuazioni? Ma, poiché la questione deve essere sistemata una buona volta, si dovrà pure discuterne, se, come vogliamo dimostrare, ci troviamo a vivere in una piccola patria, vale a dire entro i limiti di una civiltà. Il succo del discorso di D' Aronco sullo Zorutti consiste forse nella valorizzazione di una presumibile mediocritas zoruttiana. Ma noi ci chiediamo se per avventura questa mediocritas, da Orazio in poi, non sia stata altro che una posa o quantomeno un pretesto di alcuni poeti che abbiano voluto consentirsi la più composita delle eleganze, cioè la semplicità. In tal caso accetteremmo senz'altro uno Zorutti mediocre (psicologicamente: gaiezza venata di malinconia ecc.), salvo a parlare. Per lui di una mediocrità niente affatto cosciente, o aurea, ma naturale-ereditaria, se proprio si voglia insistere sul valore rappresentativo dello Zorutti come tipo friulano. Ma, ahimè, è anche sulla friulanità dello Zorutti che abbiamo dei dubbi: ci sembra invero che il piccolo borghese di Udine non sia affatto il friulano o che per lo meno non sia tutto il friulano; sospetto convalidato in modo perentorio
dall'unica misura. valida di cui siamo in possesso per giudicare lo Zorutti: il suo modo poetico, il quale consiste appunto in un pastiche arcadico-romantico, cioè in un sostanziale italianesimo. Gl'italianismi particolari, poi, sia mentali che lessicali e sintattici, sono reperibili a decine nella produzione idillico-sentimentale del Nostro. Non si salverebbero dunque che i suoi testi burleschi e macaronici? Ebbene, si salvino, purché non invadano il campo della Poesia, mantenendosi dentro i limiti che una storia del costume friulano potrebbe concedere loro.
Stranamente gratuita ci suona dunque una frase del D' Aronco che dice: 
«Eppure i suoi versi ... contengono della poesia». 
Da dove piove questa poesia in corsivo?
Quale invidiabile dono il D'Aronco si consente di fare allo Zorutti, così, senz'altra deducibile autorizzazione?
Messo in dubbio il valore dell'interpretazione (che è poi quella ufficiale) del D' Aronco sullo Zorutti, è tutto il «gusto» di questo sommario che noi, in sede critica, condanneremmo, se non ci si presentasse chiaramente come un opuscolo informativo, ad usum delphini, d'altra parte molto utilizzabile per la nota bibliografica, di cui l'Autore, con la sua solita preziosa e appassionata puntualità, l'ha corredato.

P.P.Pasolini
Quaderno romanzo", 3 , giugno 1947
(Oggi in Saggi sulla letteratura e sull'arte, Walter Sitti)





Curatore, Bruno Esposito

Grazie per aver visitato il mio blog

mercoledì 16 ottobre 2019

Pier Paolo Pasolini Il Friuli - 1953 - video

"Le pagine corsare " 
dedicate a Pier Paolo Pasolini

Eretico e Corsaro




Pier Paolo Pasolini
Il Friuli
di Pier Paolo Pasolini
Il teatro


Postumo, 
testo radiofonico trasmesso dalla Rai 1'8 aprile 1953 
*
Il testo di Il Friuli,  è leggibile anche in 
Saggi sulla letteratura e sull’arte  (Tomo I)
I Meridiani a cura di W. Siti e S. De Laude - 
Mondadori, Milano 1999, pp. 458-471.   

(immagine dal sito PAGINE CORSARE - Pasolini.net ) 



NARRATORE

Pasolini - Academiuta
Chi parte da Venezia, dopo un viaggio di due ore (se prende l’accelerato, magari quello del sabato sera, pieno di studenti e di operai) giunge al limite del Veneto e, per dissolvenza, entra nel Friuli. Il paesaggio non sembra mutare, ma se il viaggiatore è sottile, qualcosa annusa nell’aria. E’ cessata sulla Livenza la campagna dipinta da Palma e il Vecchio e da Cima. Le montagne si sono scostate, a nord, con vene di ghiaioni e nero di boschi appena percettibile contro il gran velame; e il primo Friuli è tutto pianura e cielo. Poi si infittiscono le rogge, le file dei gelsi, i boschetti di sambichi, le saggine, lungo le prodaie. I casolari si fanno meno rosei, sui cortili spazzati come per una festa, coi fienili tra le cui colonne il fieno si gonfia duro e immoto. Ma è specialmente l’odore - che fiotta dentro lo scompartimento svuotato - a essere diverso. Odore di terra romanza, di area marginale. Sulla dolcezza dell’Italia moderna c’è come il rigido, fresco riflesso di un’Italia alpestre del sapore neoplatino ancora stupendamente recente.


Pasolin - Diarii
Il vecchio poetico accelerato tocca così SACILE, con la sua misteriosa Livenza; e subito dopo Pordenone, bruno tra i verdi tenerelli del Noncello, e poi la Medusa, e poi Casarsa, e il Tagliamento. Incrociandosi con questo torrente gigantesco la ferrovia, che corrisponde poi alla linea delle Risorgive, taglia il Friuli in quattro settori. Qui, dove ora l’accelerato si ferma tra malinconiche falegnamerie a CODROIPO, è la prima occasione (e laggiù contro il cristallo dei monti non si rileva la macchia verde dell’ottocentesca Osoppo?) per restaurare nell’immaginazione un paesaggio friulano antico, o antiquato, estraneo comunque alla violenta vivezza con cui ora si para davanti agli occhi. Son questi infatti i luoghi del conte ERMES DI COLLOREDO. E vediamolo subito, questo squarcio di paese, attraverso la sua prosa strapaesana e barocca. E’ un pezzo de la “SECCAGINE” scritto nel L675 o giù di lì.

VOCE CONTE ERMES

Pasolini - Poesie a Casarsa
(NON LETTO MA RECITATO)

“Lu vert dal ciamp, speranze dal recolt al sfadiàt vilàn puarte mestizie...

Il verde del campo, speranza del raccolto, all’affaticato villano porta tristezza, il grano per malato d’ittierizia tanto è giallo, malgrado il concime. Mal nutrito di tristo fieno, risparmiato dal freddo, secco e sfinito il bove torna dal gregge, e una torbida bevanda accresce anzichè ristorare la sua sete. Il Feltrino sbattendo gli zoccoli di legno conduce il gregge mezzo morto piangendo al prato ma subito stomacato dall’arso alimento non mangia, si distende e sta senza far nulla. Il pesce nella mia peschiera è appiattito sotto l’indurito suo liquido elemento: il ghiaccio forma una lastra al monumento e lì sotto tutto è morto e frantumato. Come l’uomo, se è ferito mortalmente, il suo sangue si ritira tutto nel cuore, così il rigagnolo che scaturiva fuori si è raccolto sotto la crosta della terra. L’orgoglioso e terribile Tagliamento che torbido porta via monte e piano, si fa oggi se soffia tramontana d’acqua no, ma di fumo un gran torrente”.

NARRATORE 1




Certo che il Colloredo vede queste distese di magre campagne sotto la specie del latifondo, e i villani appaiono nella sua poesia con le facce astute e bitorzolute dei devoti delle pale d’altare; però quelli ch’erano per lui i dati essenziali di questo paesaggio, lo restano anche per noi.


NARRATORE 2


Lasciata alle spalle l’enorme piattaforma di Campoformido, siamo giunti a Udine; trasferendoci dalla campagna alla città, dal popolo alla borghesia. E Pietro Zorutti (1792-1867) è appunto un poeta piccolo-borghese che vede il paesaggio con lo spirito della scampagnata domenicale: il Romanticismo giunto in provincia in seno agli Asburgo, si è fatto sano. E per tutta la vita il buon Zorutti empie i suoi calendari, che ancora deliziano con loro presupposto di salute morale e di allegria paesana i lettori che qui non mancano, e cercano soprattutto nella poesia una modesta sublimazione del buon senso. Ma quale sforzo d’immaginazione occorre per vedere tra i versi di SIOR PIERI una “veduta” della sua Udine romantica e risorgimentale: ne compare solo qualche indefinita inquadratura di quella periferia non industriale che noi non riusciamo più a concepire.

NARRATORE 1


Ma ci soddisferà la malinconia un po’ invernale di quel grosso paese-capoluogo che è Udine, la cui dignità municipale campeggia nei nobili bianchi e grigi di Piazza Vittorio: luogo dicare memorie per chi ha combattuto nella grande Guerra. E lo testimonia l’impeto originario con cui viene riprodotto il Friulibellico, quello del ‘17, nelle pagine di “Kobilek” di un Soffici già irrobustito dal suo ritorno agli ordini umani, ma ancora felicemente vociano; e le pagine sulla ritirata dei Betocchi, fino ai versi “grigioverdi” di Giorgio Caproni, dedicati però a un’Udine su cui già incombe l’orrenda ombra del Litorale adriatico:

 Udine come ritorna
per te col grigioverde
e il sole Dove si perde 

la mia memoria, torna 

dell’erba la brace verde 
al Castello - l’esangue 
pietra che ora al tuo sangue 
più leggero somiglia...




NARRATORE 2


Da Udine su verso Nord non dopo aver dimenticato di guardare l’orizzonte collinoso di Tricesimo e Tarcento, che i friulani hanno il non ingiustificato debole di considerare di bellezza toscana. Ma è da queste parti che si compone il raccolto e nobile paesaggio dei racconti della contemporanea dello ZORUTTI, ma di lui assai più alta, la contessa CATERINA PERCOTO.

NARRATORE 1


E’ un paesaggio che recupera il mistero romantico ma sempre impiantandosi su una salute popolana. Andiamo a Nord: la nobile tristezza rercotiana si fa sempre più intenta, desolata man mano che il treno di Vienna ci porta dentro le gelide Prealpi e le Alpi. Scompare la dolcezza italica e si para ai finestrini appannati l’Italia alpina. Il paesaggio è qui pura natura: non fa che violentare i sensi coi massicci muraglioni di monti contorti nel cielo e negri di boschi. Finchè nella calma valle di Tarvisio, presso il confine australe, qualcosa si rianima, ha accenti familiari, affettuosi: è questa una colonia di friulani venuti su dalla Bassa, dalla Carnia a lavorare nelle miniere di Cave del Prèsil, a fare quasi FAR WEST o ROCKY MONTAINS. Ma, alle loro voci, i monti ingobbiti e eccelsi si animano; hanno una vita non più geologica ma friulana e quindi umana.



NARRATORE 2


Ma se, partiti da Udine, verso Nord, anzichè proseguire, sino al confine, dove col Friuli cessa l’Italia, fossimo scesi alla Stazione per la Carnia, e avessimo aspettato il trenino che si interna verso quelle terre, fin da quaggiù visibilmente grige di povertà, nella loro solitudine odorante di ciclamini scottanti dal sole?

O che tra faggi e abeti erma si u campismeraldini la fredda ombra si stampi al sole del mattin puro e leggero, o che foscheggi immobile nel giorno morente su le sparse ville intorno a la chiesa che prega o al cimitero 


che tace, o noci de la Carnia, addio! Erra tra i nostri rami il pensier mio sognando l’ombre d’un tempo che fu...

NARRATORE 2


Ah, non è per nulla che in questi versi carducciani si conclama la gloria comunale; qui il tempo si è fermato, come la lingua, a una sua frase arcaica: e che sapore purissimo di dignità. E ciò che a noi appare desolato, solenne, semplice, non poteva non essere amato dal Carducci, anche se a lui portato da un estro magnanimo, ma insieme libresco. Del resto, questo paesaggio carniello che a lui deve la sua celebrità, e la sua immagine ufficiale, acquistava anche in lui toni assai più domestici e realistici; e allora s’intende che ci riferiamo al Carducci delle lettere, al grande Carducci delle lettere, quello così moderno e gioioso e libero, che il De Robertis, squisitamente ama. Leggiamone una, di queste lettere, scritta il 7 agosto 1885 alla moglie; il Carducci ci racconta con abbandono quasi di ragazzo di una gita fatta nella valle di Incaroio: “un viaggio di 30 miglia, tutto a piedi, e per quali vie!”

VOCE DI CARDUCCI


La gita aveva toccato prima Paluzza, poi aveva puntato sul Treppo; dopo Treppo, il Durone, con una salita tremenda, e la discesa peggio che la salita, giù per balzi che erano poi torrenti secchi; tra sassi, sotto il sole: arrivammo a Paularo verso mezzogiorno. Risolvei e affermai di non voler andare più avanti; di rimanere la notte lì. Cominciai a bere acqua con vino bianco...” “Il vino fu abbondante, del barolo squisito, e per di più un risotto con due pollastri regalati dal parroco. Sì che il viaggio baldanzosamente riprese. Con quel barolo in corpo fui il primo a dire di ripigliare il viaggio. Per un pezzo, strada bellissima, regione incantevole, fiumi, torrenti, boschi di abeti e di larici, rupi, cascate, villaggi sparsi quà e là, ma col buio, incominciò il brutto. Bisognava far via per un sentiero, che orlava, per dir così, un precipizio verde e orribilmente bello, ma pericolosissimo, a pendio sul Chiarsò, fiume che rumoreggiava in fondo. Ed era buio. E il sentiero andava a zig-zag, e c’erano gradinate selvagge di macigni che erano una bellezza. Io andavo avanti a tentoni reggendomi ad una pertica che due giovani, uno innanzi e uno dietro a me, tenevamo per mano. E durò un’ora. Un altro faceva lume bruciando dei giornali”.



NARRATORE 1


Dicevamo in principio che la ferrovia, incrociandosi col Tagliamento, divide il Friuli in quattro settori: ma l’ascoltatore avrà osservato che siamo restati costantemente ai finestrini che davano a settentrione, verso la montagna. E se invece ci fossimo trovati nel corridoio? Oh, certo, il paese lì vicino, sotto la verde scarpata, non sarebbe apparso molto diverso. Da quando intorno al Scile d’odore linguistico si fa quello ladino, e le cose si tramutano in poetici nomi dai plurali sigmatici - le foglie in fueis le rogge in rois, le sorgenti in resultivis - lo stesso umile e alto, silenzio contadino, con l’intimo odore asprodolce, pasquale, accompagna il viaggiatore. solo che in fondo, invece dell’ombra della montagna, l’orizzonte si sprofonda in un biancore che pare risucchiarlo nel vuoto. E’ il vecchio, smunto Adriatico. E’ il Sud, Venezia, l’altra storia, la vita non comunale ma nazionale....



NARRATORE 1


Ma allora, se avessimo voluto sentire meglio questi luoghi, non ci sarebbe convenuto prendere l’altro treno, ugualmente poetico, e appassionante, quello che da Venezia porta a Trieste? Saremmo così passati proprio nel cuore della Bassa Friulana, per Portogruaro, Latisana.... rasente Teglio, Coroovado, la fonte di Venchiaredo: per i luoghi di Nievo, insomma. Che sono, quanto a equivalenza poetica, i più alti del paesaggio friulano: dal castello di Fratta, inciso, fluente zeppo, ferito da un tratteggio meticoloso e violento di bulino alle larghe vedute lagunari, cariche di spumosa e spianata malinconia. Il Nievo non poteva esistere che qui, in questo Friuli non troppo Friuli, volto alla nazione attraverso le grandi campagne illegiadrite dalla chiara civiltà adriatica. Piuttosto che dalle assai note “Confessioni” preferiamo trascegliere da “Il conte pecoraio”: è una visione prealpina della notte dell’Epifania.



VOCE


Anche le colline di Torlano si erano vestite di bianco, come costumano le giovinette nel furor dell’estate, e su esse incombevano canute le montagne, e solcate di profonde rughe la fronte, come madri severe. Tuttavia la notte sopraggiungeva a burlare sia le une che le altre; nell’ombra della quale esse si smarrivano a poco a poco, prendendo una sola sembianza; un solo colore di buio. Già le stelle folleggiavano per il cielo nel silenzio della luna, e si scoloriva ad occidente l’ultimo barlume del crepuscolo, quando cominciò sopra un dosso a destarsi una fiamma, cui rispose da un poggio il rosseggiare di un’altra, e una terza s’avviò sulla costa, e una quarta e una quinta divamparono via via di greppo in greppo, finchè non fu vetta di colle o ripiano di montagna, sul quale non ardesse un bel fuoco: proprio come nei quadri del mistero della Pentecoste dove non c’è Apostolo cui non sorvoli sul capo la divina fiammella.



NARRATORE 2


Ma il paesaggio friulana del novecento, almeno fino all’inizio dell’ultima guerra, è soprattutto pescoliano: intendiamo dire di quel particolare pascolianesimo che è dei poeti dialettali.

NARRATORE 1


Ercole Carletti, sta a rappresentare con la sua canuta, inquieta figura quello che potrebbe essere il tipo della civiltà di lassù, un tipo che sulla passione italiana inoculi un moralismo, diremmo, centro europeo. Leggiamo, tradotto questo paesaggio veduto in sogno, da “L’insiùm”.

DICITORE


“Ai fat, Nusse, stegnòt un bièl insiùm... “Ho fatto, Nuccia, stanotte un bel sogno. Mi sembrava, dove?... Laggiù, lontano, lontano che si stava insieme: e sull’orlo di un fiume si camminava tenendoci come bambini per mano. Si andava via tenendoci per mano, perduti, soli: la primavera luccicava e odorava: l’acqua passava facendo specchio ai pioppi, ai cespugli fioriti, ai salici della riva. Sotto voce provavamo qualche canto: “montagnette”, oppure “tu stella” oppure ancora “non posso dimenticarti”; e intanto ci dava il tempo, col battere, il nostro cuore: col battere doppio! E da per tutto, che quiete, che sereno! E le scarpette rigate di rose, sul verde novello... Sopra una boschina delle allodole estrose gorgheggiavano..”



NARRATORE 2


In Ergeo, in Carletti e specialmente in Biagio Marisi, è un germe, ma puramente in germe, che bisogna presupporre tutta un’altra educazione e un altro mondo, la più recente interpretazione del paesaggio friulano, quella della scuola poetica casarsese. Che geograficamente è assai più vicina ai luoghi del Nievo. E’ lì, la patria dei felibri friulani, la terra delle prodezze infantili, dove le perpendicolari del Tagliamento e delle risorgive si incontrano, a metà strada tra i monti e il mare. E’ una pianura difficile a capirsi: di una bellezza così pura da farsi quasi astratta, intellettuale. I teneri boschi cedui lungo le rogge, filamentosi e rossi come il rubino, in inverno, caldi e sontuosi, d’estate, zeppi d’uccelli e quieti come piccoli santuari.... Le file purissime di gelsi che rimpiccioliscono verso i pianelli opposti, verso altre rogge, penetrando con lucida prospettiva dentro la pianura pedemontana, sempre spalancata contro un cielo nettissimo.

NARRATORE 1


I Boschetti rugginosi, casolari, dai muri di sassi neri e inazzurrati dal solfato, riquadri di pareti gialle di fienili, strade di terra battuta bianca, in dolce curva, come in una tela del più puro Corot. E poi i paesi, i primi paesi della Bassa e i primi dell’Alta; allegri aperti e un po’ plebei, quelli, plumbei aristocratici, già corsi da un secco odore alpestre questi. La loro vita finisce con l’or di notte e ricomincia, prima che nasca il sole, col mattutino. E’ una mattina prestissimo, ancora quasi buio, mentre rintoccano le prime campane: “Sento campane d’oro”, di Domenico Naldini: “Cento campane d’oro sono nell’aria, a mescolarsi con l’alba. Nel vetro agghiacciante il cielo era un fiore d’incenso. San Giovanni, Orcenico, Calvasone, cento campane d’oro sono nell’aria”.

DICITORE

Sent ciampania di oru a son pa’ l’aria,
a insembrassi cu l’alba.
Tal veri inglassaà il sèil
al era un flòur di insèns.
San Zuàn, Dursinìns, Valvasòn,
Sent ciampania di oru a son pa’ l’aria.

NARRATORE 1


O ecco una mattinata di domenica, a Navaròna, sui primi gioghi delle Prealpi, nei versi di Novella Cantarutti: “Gusto d’esser viva”: “Gusto d’esser viva nel giorno che sbatte le ali. La nebbiolina si dissolve sbiancata a filo dei prati. Gusto d’esser viva sulla strada che conduce a Messa, sotto gli alberi, fra le ombre bagnate dalla luce”.

DICITORE


Gust da essi viva 
ta la dì 
Ch’a discrosa 
li’ ali’ 
La caliga ‘ 
a si distrùt 
sblanciada 
avuà dai praz. 
Gust da essi viva 
pa la strada 
ch’ a mena a Messa, 
sot i lens, 
pa li ombreni’ 
bagnadì di lusòur.

NARRATORE 1


O, dell’estensore di questo scritto, una sera che cade intorno a Casarsa: “Il fanciullo morto”; “Sera luminosa, sul fosso cresce l’acqua, una donna incinta cammina per il campo. Io ti ricordo, Narciso, tu avevi il colore della sera, quando le campane suonano a morto”.

DICITORE

Sera Imbarlumida, tal fossàl 
a cres l’aga, na femina plena 
a ciamina pal ciamp. 

Jo i ti recuardi, Narcis, ti vevis il colòur 
de la sera, quand li ciampanis 
e sunin di muàrt.


NARRATORE 2


Ma non è per ipocrisia, se concludiamo queste rapide proiezioni del paesaggio friulano attraverso le sue fasi letterarie, con delle vedute popolari. E, intanto, diciamo subito, che non si tratta di equivalenti in poesia di un’arte popolare da iconografia o da ex voto. La cosa è molto più poetica. Si tratta della più alta, perfetta traduzione in termini linguistici dei dati del paesaggio: ma in modo indiretto, per una assoluta convivenza e coesistenza del popolo che canta con il paese in cui canta. E diamo atto della “salute”, della “lavoriosità”, della “religiosità”, che sono gli attributi riferiti per convenzione lassù, nelle riunioni e nei simposi regionalistici, al popolo: tuttavia quelle che ci importano sono una salute e una religiosità ben più interiori e poetiche: sconfinanti, dentro, con doti popolari sconosciute al folclore o alla demopsicologia. Benchè, di geografico, o meglio, tipografico, non ci siano che dei nomi, dove meglio che in questa villotta si può sentire il sapore nudo e povero e solare della Carnia in un giorno di sagra? “Sulle roccie di Collina, sui monti di Rigolato, ho trovato la mia ragazza con rastrello attorcigliato.... Oh che buona l’acqua fresca di Ludaria e Rigolato: voglio prenderne un bottaccino e portarlo a Cividale”.

DICITORE



Su li cretia di Culino 
su lis monz di Rigulat 
ài ciatàt la me muroso 
cul- ris-cel intortolàt. 
Joi: che buino l’ago fres-cio 
di Ludario e Rigulàt:
‘ i voi toli una butacio
e puartalo a Cividàt.

O la tenerezza della notte in un borgo raccolto sotto i monti con le ultime voci sgolate tra gli orti, in questa villotta antichissima, raccolta a Gemona? “Io ti amavo da piccolina, quando avevi un sette otto anni, e adesso che ne hai sedici, ti amo più che mai. Ma sei sola, o benedetta, se sola a far l’amor? Ah, no, no, che non sono sola, c’è la mamma, e con il lume”.

DICITORE


E jo i ti amavi di picinine 
quan che tu aevis un siet vot àins. 
E ma cumò che tu ‘no às sèdis 
io ‘ o ti ami plui che mai. 

Ma sestu sole, o benedete, 
ma sestu sole a fa l’amòr? 
E po no, no ch’i non soi sole, 
a jè la mame e cullusòr.

NARRATORE 1


O la desolata luminaria dell’alba che si stampa, d’or, sui pendii e i villaggi raggelati in questa che è una delle villotte che più risuonano nelle osterie domenicali? “Sulla più alta cima si alza buonora il sole, ma questa non è l’ora di abbandonar l’amore”.

DICITORE

Su la plui alte cime 
al jeve il soreli a buin’ ore: 
ma cheste no jè l’ore 
di bandonà l’amòr.

A centinaia si contano questi brevi canti: il momento in cui la fisionomia umana fa poeticamente parte del paesaggio. In cui le ragazze splendidamente bianche della Bassa, o le “puemis” dalle guancie di ciliegia della Carnia; i giovanotti mori - alpini ancora inerbi che scrivono sui muri dei casolari o della chiesa “Alpìn jò, mame” o “Viva il ‘33, la clase inemorata” o i giovani “montagnari” con gli allegri calzoni di velluto, rivivono in una vita completa, nel cui sentimento profondo, musicale, essi sono una cosa sola coi monti o i campi dove vivono. Natura geografica tradotta in natura umana, il FRIULI più perfetto è nei canti del popolo friulano.










Curatore, Bruno Esposito

Grazie per aver visitato il mio blog